Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

lunedì 5 settembre 2022

Scrollarsi dalle spalle la "scimmia" del Pd.

 A chi è utile il voto utile?



Francesco Pallante

Dal 1996 al 2001 l’alleanza di centrosinistra aveva aperto alla parificazione tra fascismo e antifascismo (discorso di Violante sui «ragazzi di Salò», 1996), introdotto la precarietà nei contratti di lavoro (“pacchetto” Treu, 1997), ridotto la progressività fiscale (riforma Visco, 1997), approvato una legislazione repressiva dell’immigrazione (legge Turco-Napolitano, 1998), trasformato il rapporto Stato-enti territoriali in senso federalista (riforme Bassanini, 1997-1999), realizzato un vasto programma di privatizzazioni (D’Alema, 1999), mosso guerra a uno Stato sovrano senza l’autorizzazione dell’Onu (attacco alla Yugoslavia, 1999), creato scuole di serie A e di serie B con l’autonomia scolastica (riforma Berlinguer, 2000), revisionato la Costituzione in senso regionalista con un risicato voto di maggioranza (riforma del Titolo V, 2001).

Il governo dell’Ulivo aveva predisposto, sul piano culturale e normativo, il terreno per una radicale svolta a destra della politica italiana. Ciononostante, la comprensibile decisione di Rifondazione comunista di presentarsi da sola alle elezioni del 2001 fu vissuta come un tradimento dall’establishment politico-culturale di centrosinistra, che bersagliò il potenziale elettorato di Rifondazione con l’appello al voto utile contro il pericolo del ritorno di Silvio Berlusconi.

Da allora lo schema ha continuato a ripetersi sempre uguale, provocando ogni volta un ulteriore slittamento a destra del quadro politico generale. Il culmine della stagione renziana del Jobs Act, della Buona scuola, degli accordi anti-immigrazione con i libici, della riforma costituzionale tentata nel 2016 è stato da ultimo superato con l’«agenda» che ha animato il governo Draghi, le cui politiche anti-sociali, anti-ambientali, anti-parlamentari e pro-guerra sembrano essere l’esito della negazione, a miope beneficio dei dominanti, delle più clamorose emergenze che minacciano il nostro futuro: le crescenti disuguaglianze, la devastazione ecologica, la crisi democratica, l’olocausto nucleare.

Peraltro, le politiche di destra realizzate dal (sedicente) centrosinistra sempre hanno preparato il terreno alla successiva vittoria politica della destra; meglio: di una destra ogni volta un po’ più a destra di quella precedente. A Berlusconi è succeduto Salvini; a Salvini Giorgia Meloni. Viene da chiedersi a chi toccherà tra cinque anni…

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Disfarsi del condizionamento, conscio o inconscio, del Pd.

Luciano Granieri.

 Prendo spunto da queste note scritte da Francesco Pallante per proporre alcune riflessioni.

 Credo che ormai vada preso atto definitivamente che la svolta della Bolognina del 1989 abbia sancito la nascita di una formazione liberal-riformista che non ha nulla in comune con un partito comunista, ma nemmeno socialista (preso nel senso storico del termine). Ciò che è nato  dalle ceneri del Pci è una formazione  atlantista, d’ispirazione kennediana e successivamente blairiana. Il partito della vocazione maggioritaria, delle primarie, del "chi vince governa". Quindi non c’è da stupirsi se le stagioni del centrosinistra al potere si siano concentrate nell’applicare pedissequamente  le rigide regole scritte nel manuale del perfetto liberista. Forse con un’attenzione maggiore ai diritti civili, ma sempre frenata dalla convivenza con una parte cattolica preponderante. 

In buona sostanza il Pd è un avversario politico per chi è contro la finanziarizzazione dell’economia, per chi è convinto che il reddito debba derivare dal lavoro e non dalla speculazione finanziaria, per chi non sopporta il continuo ed irrevocabile aumento delle diseguaglianze. L’appiattimento totale alla regole del mercato operato  della politica liberal-riformista ha lasciato all’ipernazionalismo di destra la fallace tutela delle classi subalterne.

 Prima si prende atto della reale, del tutto legittima peraltro, impalcatura liberale, oggi sfociata nel peggior liberismo,  del Partito Democratico e prima si può fare qualche passo avanti. 

La questione non è se accettare o meno il voto utile, la questione è fare in modo che esso non venga mai richiesto. E’ tempo che il convitato di pietra “Pd” esca dalle opzioni delle formazioni che si sono costituite , diciamo così, alla sua sinistra. 

Da un lato assistiamo a partitini composti da “vedove del Pd” soggetti che ne sono usciti per ripicca personale, o per altri motivi non propriamente politici, ma che non vedrebbero l’ora di rientrarvi, oppure cercano, da fuori ,di accreditarsi al suo interno, ed infatti si acconciano a fare coalizione insieme ai Democratici con la speranza di avere una qualche considerazione pur nella loro condizione di invisibilità politica.

 Dall’altro assistiamo ad organizzazioni  che misurano la loro purezza comunista in relazione al rapporto più o meno conflittuale con il Pd. Chi, in qualche modo, ha avuto frequentazioni passate con il partito  guidato da Letta, anche se oggi ne prende le distanze, è un appestato anticomunista. Si giustificano ed incensano soggetti, alcuni dalla storia politica veramente insignificante ed ondivaga, nel cui curriculum compaiono imbarazzanti  rapporti con la destra, ma si condanna chiunque sia passato pure per sbaglio sotto la sede di un Pd locale.

Se non si toglie il Pd dal ragionamento, in un senso o nell’altro, una formazione ampia ed unitaria - che possa occuparsi, sinceramente e convintamente, del dilagante disagio sociale, in cui un quarto degli Italiani vive in povertà assoluta, o relativa, in cui un terzo dei lavoratori guadagna meno di mille euro al mese, che affronti l’emergenza ambientale qui ed ora, collegandola alla giustizia sociale - non potrà mai nascere. 

La coalizione di Nupes in Francia, comprendente fra gli altri, il blocco Le France Insumise, i partiti di sinistra coalizzati nel Partì de Gauche, gli ecosocialisti e perfino i comunisti del Pcf, ha ottenuto 131 seggi nel parlamento francese, proprio perché si è scrollata di dosso la variabile riformista, e si è opposta fermamente all’”agenda Macron”. Un tale risultato non sarebbe stato possibile se fosse passata la linea del voto utile, ovvero votare Macron per sconfiggere Marine Le  Pen. 

Ormai, nell'imminenza del voto,  è troppo tardi operare per  disfarsi della “scimmia Pd", ma prima che la china sia irreversibile, è possibile impegnarsi per le elezioni successive - prevedendo anche una legge proporzionale con la possibilità di eleggere direttamente i propri candidati - per costituire una formazione che, non dico tanto, ma almeno abbia a cuore l’applicazione della Costituzione?


venerdì 2 settembre 2022

Taglio dei parlamentari e modifica della Costituzione, la deriva autocratica è alle porte?

 

Jacopo Ricci  2022 LEFT




Chi si è battuto per il no al referendum costituzionale del 2020 aveva ragione: ora, la riduzione del numero degli eletti produrrà un effetto maggioritario a tutto vantaggio delle destre portando alla delegittimazione ulteriore della rappresentanza parlamentare

Avevamo ragione, ma avremmo preferito avere torto.

Avevamo ragione quando decidemmo di batterci in una dura battaglia contro i media mainstream e contro tutte le principali forze politiche per contrastare il taglio dei parlamentari promosso dal Movimento 5 Stelle.

Avevamo ragione quando, isolati e additati come profeti di sventura, sommessamente facevamo presente che la riduzione del numero dei parlamentari avrebbe ingenerato un effetto ulteriormente maggioritario sul sistema elettorale, determinando un innalzamento implicito della soglia di sbarramento e una dote in seggi più generosa per le coalizioni in grado di conseguire la maggioranza relativa dei voti.

Avevamo ragione quando, in un angolo, sostenevamo che il taglio avrebbe consentito alle destre di accentuare l’esito numerico di una vittoria già scontata rendendo plausibile il conseguimento di un numero di seggi idoneo a consentire la modifica della Costituzione senza necessità di ricorrere al successivo voto referendario.

Avevamo ragione quando vedevamo nel taglio del numero dei parlamentari la prima avvisaglia di un’onda più grande, antiparlamentare, contraria alla cultura del costituzionalismo democratico, che si sarebbe abbattuta sull’Italia e sulle sue istituzioni già fragili.

Avevamo ragione quando rimproveravamo al Partito democratico guidato da Nicola Zingaretti di assecondare un processo di modifica strutturale degli assetti istituzionali solo per omaggio ad un governo e a una alleanza legati alle contingenze, un governo che sarebbe caduto dopo soli un anno e cinque mesi, un’alleanza che avrebbe resistito, per forza d’inerzia, per meno di due anni.

Avevamo ragione quando, in più di sei milioni, ci recammo al seggio per segnalare contestualmente un disagio e un senso di appartenenza alla cultura costituzionale italiana.

Avevamo ragione quando decidemmo di manifestare, il nostro dissenso a costo di passare per “quelli che difendevano le poltrone”. Ora di poltrona, rischia di restarne soltanto una: quella del decisore unico, dell’amministratore delegato della Repubblica Italiana che le destre vorranno introdurre modificando la Costituzione del 1948 a colpi di maggioranza. Ora il rischio di una deriva autocratica e cesarista, di una svolta gaullista, di un superamento non soltanto sul piano fattuale ma anche su quello giuridico del parlamentarismo nato dalla Resistenza, è più attuale e concreto che mai.

In piena onestà, non si può far finta di credere che la delegittimazione del Parlamento derivante dal contingentamento della rappresentanza politica per un risibile risparmio di spesa non abbia contribuito a creare i presupposti giuridico-culturali per la messa in discussione della stessa forma di governo parlamentare. Contrastare una tendenza all’avvitamento del sistema istituzionale ed impedire lo stravolgimento delle istituzioni democratiche saranno le sfide più difficili che saremo chiamati a intraprendere nella prossima legislatura, senza garanzie di buona riuscita. Anche questa volta ci additeranno come profeti di sventura. Speriamo solo, stavolta sul serio, di avere torto.


*L’autore: Jacopo Ricci è portavoce nazionale di Nostra – Attuare la Costituzione

mercoledì 31 agosto 2022

Legge Truffa 4.0 Uno schiaffo alla Costituzione e alla partecipazione democratica.

 Luciano Granieri



Ciò che emerge chiaramente dalla seguente trattazione è che tutta l’impalcatura che sorregge il dispositivo elettorale è una grossa presa in giro, è una truffa ordita, per altro, da legislatori del tutto digiuni, consapevolmente o inconsapevolmente, del dettato costituzionale. Anzi dietro questo vero e proprio complotto c’è il desiderio di evitare che la libera espressione dei cittadini possa sovvertire un sistema consolidato messo a guardia degli interessi del capitale. Questo si declinerà in modo diverso, a seconda di chi vincerà le elezioni, ma nella sostanza eserciterà le stesse prerogative

Analizziamo punto per punto le fasi della truffa.

Iter di approvazione della legge incostituzionale.

Il Rosatellum è stato approvato con voti di fiducia dal governo Gentiloni nel 2017. L’articolo 72 della Costituzione precisa che le leggi in materia elettorale devono essere approvate per via ordinaria, non sono quindi previste procedure d’urgenza come il ricorso alla fiducia.

Il sistema di raccolta firme e l’obbligo di presentazione del certificato elettorale è incostituzionale oltre che illegittimo.

L’obbligo di di presentare il certificato di iscrizione alle liste elettorali, insieme con l'accettazione della candidatura è previsto dal dpr n. 361/1957 al suo art. 20. Ad oggi tale richiesta è illegittima perché il 2 settembre del 1990 è entrata in vigore la legge 7 agosto 1990, n. 241. in cui all’art.18 si specifica che il certificato di iscrizione alle liste elettorali, come tanti altri documenti inerenti la pubblica amministrazione può essere sostituito da una semplice autocertificazione.

Modifiche all’art.18 della legge n.241 sono state apportate dalle leggi 6 maggio 2015 n. 52 (Italikum), 3 novembre 2017 n. 165 (Rosatellum), 27 dicembre 2017 n. 205, e da ultimo dalla legge 30 giugno 2022 n. 84 di conversione del decreto-legge 4 maggio 2022 n. 41. Tuttavia, questi interventi non hanno mai toccato le norme obsolete dell'art. 20 del dpr, sull’obbligo della raccolta firme e la consegna del certificato elettorale, ma sono servite per esentare le formazioni presenti in Parlamento dalla raccolta firme, con criteri di volta in volta diversi e valevoli solo per la prima elezioni successive.

Tale produzione legislativa di parte , e a totale vantaggio di chi già occupa uno scranno parlamentare, viola il codice di buona condotta elettorale così come definito dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo con la sentenza definitiva 24 marzo 2020 della Sez. IV nel Ricorso n. 25560/13, Cegolea contro Romania.

L’ultima modifica sulla raccolta delle firme viene introdotta nel già citato decreto legge n. 41 del 4 maggio 2022 recante il seguente titolo: “disposizioni urgenti per lo svolgimento contestuale delle elezioni amministrative e dei referendum previsti dall'articolo 75 della Costituzione da tenersi nell'anno 2022, nonché' per l'applicazione di modalità operative, precauzionali e di sicurezza ai fini della raccolta del voto”. Norme dunque relative ai referendum e alle elezioni amministrative. Ma l’art. 6 bis inserito nello stesso decreto è intitolato “Dispositivo in materia di elezioni politiche” Che c’entra considerato che a maggio le elezioni politiche non erano minimamente in cantiere?

Tale dispositivo,recependo parzialmente le modifiche all’art. 18 della legge 241 si articola nel seguente modo: “Le disposizioni dell'articolo 18-bis, comma 2, primo periodo, del testo unico delle leggi recanti norme per la elezione della Camera dei deputati, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 marzo 1957, n. 361, si applicano, per le prime elezioni della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica successive alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, anche ai partiti o gruppi politici costituiti in gruppo parlamentare in almeno una delle due Camere al 31 dicembre 2021 o che abbiano presentato candidature con proprio contrassegno alle ultime elezioni della Camera dei deputati o alle ultime elezioni dei membri del Parlamento europeo spettanti all'Italia in almeno due terzi delle circoscrizioni e abbiano ottenuto almeno un seggio assegnato in ragione proporzionale o abbiano concorso alla determinazione della cifra elettorale nazionale di coalizione avendo conseguito, sul piano nazionale, un numero di voti validi superiore all'1 per cento del totale”.

Come detto nel maggio del 2022 le Camere non erano state sciolte e le elezioni politiche non erano alla vista. Quindi oltre a non sussistere la motivazione dell’urgenza, è improprio inserire l’art. 6 in un decreto, che, fra l’altro, si occupa di tematiche diverse. Ma soprattutto non si rispetta l’art. 72 Cost. in base alla quale, come abbiamo visto, le leggi sui sistemi elettorali devono essere sempre approvate con procedimento ordinario.

Figli e figliastri

L’art 6 bis, di cui sopra, è anche una cosiddetta legge-provvedimento” visto che si riferisce alla situazione precisa di alcune liste. Le leggi provvedimento sono illegittime per irragionevolezza e disparità di trattamento (vedi la recente sentenza cost. n. 186 del 2022). Inoltre, sempre per l’art.6, Potere al Popolo, che alle scorse elezioni ha ottenuto voti validi superiori all’1% concorrendo “alla determinazione della cifra elettorale di coalizione” avrebbe dovuto essere esentata dalla raccolta delle firme così come le formazioni con esso coalizzate (Rifondazione, ManifestA e DemA che costituiscono Unione Popolare). Ciò non è avvenuto, mentre altre liste autonome sono state ammesse. Questa disparità è stata giustificata con la discrezionalità del legislatore e con riferimento alla giurisprudenza costituzionale (Corte Costituzionale sentenza n. 48 del 2021, 394/2006, n. 84 del 1997, n. 83 del 1992 e n. 45 del 1967) di interpretazione dell’art. 51 Cost., per il quale le condizioni di eguaglianza del diritto di candidarsi è subordinato “ai requisiti stabiliti dalla legge”. Tuttavia, la discrezionalità del legislatore non può sconfinare nell’arbitrarietà e nell’irragionevolezza, ovvero nella disparità di trattamento, con violazione dell’art.3 della Costituzione che, ricordo, recita: “ Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale (quindi anche concorrere alle elezioni) e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua di religione, di opinioni politiche di condizioni personali e sociali.

E ancora, la legge esenta dalle firme : “….i partiti o gruppi politici costituiti in gruppo parlamentare in almeno una delle due Camere al 31 dicembre 2021 o che abbiano presentato candidature con proprio contrassegno alle ultime elezioni della CAMERA DEI DEPUTATI o alle ultime ELEZIONI DEI MEMBRI DEL PARLAMENTO EUROPEO” E il Senato se lo sono scordato? Il legislatore è a conoscenza che il nostro (per adesso in futuro chissà)è un sistema paritario fra Camera e Senato? Il Parlamento europeo vale più del Senato? O è un provvedimento ad hoc per fare rientrare il gruppo di Calenda ed affini?

Incostituzionalità del voto.

Se un elettore vota per il candidato al collegio uninominale, ma non intende accordare una preferenza ad una dei partiti presenti nel listino proporzionale ad esso collegato, questo si estende ugualmente alla formazione che in percentuale prende più voti. Se a me sta simpatico un candidato che si presenta nel maggioritario, per fatti miei personali, ma non ho intenzione di votare per i partiti a lui collegati nel proporzionale, perché comunque il mio voto espresso nel maggioritario deve incidere anche nel proporzionale? In pratica io delego la mia scelta nel listino plurinominale ad altri elettori che con le loro preferenze determinano il partito più votato nella coalizione. Il mio voto non sarà personale, perché nel plurinominale sarà condizionato dagli altri elettori, non sarà libero perché comunque andrà al partito più votato contro la mia volontà, tutto ciò in palese violazione dell’art. 48 della costituzione che afferma: “ Il voto è personale, libero ed uguale….” Va sottolineato che anche l’impossibilità, imposta dal sistema, di scegliere il candidato che si ritiene più meritevole di fiducia, con l’unica opzione di ratificare una candidatura calata dai partiti non rende il voto libero.

Cosa faro? (anche se la cosa potrebbe non interessare ad alcuno)

Mi  repelle partecipare a questo esercizio plebiscitario mascherato da democrazia. Mi verrebbe di andare a votare per Unione Popolare, per affinità ideologiche e perché, almeno loro, hanno rifiutato il gioco degli ammiccamenti e degli accorddicchi di bassa lega,  con i capi bastone  delle preferenze, pur di  evirare le firme ed elemosinare uno scranno in Parlamento.  I militanti di Unione popolare, pur di partecipare con il proprio  programma senza essere tiranneggiati dalle ragioni del voto utile,  si sono messi a raccogliere le firme in agosto con la gente in ferie, e sono riusciti a raggiungere l’obiettivo,  dimostrando che forse una via democratica, seppur piccola  è ancora aperta. Ma anche in questo caso l’obbligo di votare  candidati  in questa formazione nel mio collegio, che non ritengo consoni a rappresentarmi, senza poterne sceglierne  altri, mi frena molto.

Probabilmente praticherò l’astensionismo con le motivazioni del diniego fatte annotare dal segretario del seggio nel verbale. A me non va di essere preso in giro, soprattutto in relazione ad un esercizio alto quale dovrebbe essere il momento elettorale. Momento che, invece, una massa di burocrati, servi della irreversibilità della dittatura del mercato, sta derubricando a passerella di personaggi improponibili, attenti più all’eclatanza di annunci pubblicitari da propagandare sui social, piuttosto che a spiegare i propri programmi. 

Ma del resto chi glielo fa fare?. Di programmi per lo più irrealizzabili non frega nulla a nessuno, neanche a loro.

mercoledì 24 agosto 2022

Non per un voto utile, ma utile per il voto e la Costituzione.

 Felice Besostri Coordinamento per la Democrazia Costituzionale




Cosa fare?

Andare a votare, comunque, tenendo conto che siamo un sistema bicamerale perfetto e che gli effetti distorsivi maggiori delle leggi elettorali sono pericolosi se si avverano nella stessa misura nelle due Camere: per esempio per evitare persino il referendum su leggi costituzionali i 2/3 vanno raggiunti nelle due Camere. 

Chi è in imbarazzo voti in modo disgiunto tra Camera e Senato. Nella Camera le norme per la percentuale dei seggi tra i 3/8 maggioritari e i 5/8 proporzionali sono più favorevoli al proporzionale, mentre al Senato al maggioritario. Pochi sanno che in una regione il Trentino Alto Adige, al Senato non c'è nemmeno un seggio proporzionale.

 E' più facile raggiungere la soglia del 3% nazionale alla Camera, perciò chi supera la soglia avrà sicuramente seggi, mentre la base regionale del Senato non garantisce che chi supera la soglia li abbia perché ci sono le soglie regionali. Per avere un'idea si deve dividere 100 per il numero dei seggi senatoriali assegnati alla proporzionale (nel Lazio 5,5).  Nel senso che chi raggiunge quella percentuale ha la certezza di avere un seggio, ma anche con una percentuale minore ma non di molto, dipende dal numero di seggi da assegnare coi resti. 

Al Senato per avere un voto non disperso bisogna votare per liste che possano vincere anche seggi uninominali. In tal caso occorre anche che il candidato sia digeribile, non un impresentabile.

 L'elettore può far verbalizzare suoi reclami, e il segretario che si rifiuti deve tenere presente quanto dispone l'art. 104 c. 5 dpr n. 361/1957 che stabilisce che "Il segretario dell'Ufficio elettorale che rifiuta di inserire nel processo verbale di allegarvi proteste o reclami di elettori e' punito con la reclusione da sei mesi a tre anni con la multa sino a lire 20.000."Pertanto si può chiedere al presidente l'intervento della forza pubblica perché è un reato. Per facilitare le operazioni è meglio che il reclamo sia stato redatto per iscritto. 

I reclami  ai sensi dell'art. 87 dpr 361/1957 devono giungere fino alla giunta delle elezioni delle due Camere. Attraverso questa via un gruppo di elettori nel 2008 verbalizzo censure di costituzionalità, che riprendevano le censure dei ricorsi contro il Porcellum. Questo esposti furono esaminati dalle GIUNTE DELLE ELEZIONI di Camera e Senato un anno dopo e respinti con varie motivazioni, ma la GIUNTA del Senato ritenne che in teoria poteva investire la Corte Costituzionale, ma non lo fece perché il Porcellum era costituzionale. 

Della smentita della Corte Costituzionale 4 anni dopo con la sentenza n. 1/2014, (frutto di un ricorso dell'avv. Bozzi con gli interventi ad adiuvandum, degli avvocati Claudio Tani e Felice Besostri fino alle discussioni in Cassazione e Corte Costituzionale) non c'è traccia nei verbali della Giunta delle elezioni.

Stavolta potrebbe essere diverso, se veramente la difesa della Costituzione non è mero flatus voci per chiedere voti.

domenica 21 agosto 2022

Le ombre del passato sulla Costituzione

 Davide Conti, tratto da "il manifesto" del 21/08/2022

POST-FASCISMO ED ELEZIONI. Per tracciare un profilo storico-identitario dell'estrema destra è necessario fare i conti con il passato. Non solo con quello del regime fascista ma anche con quello che ha drammaticamente attraversato gli anni della Repubblica giungendo ai giorni nostri.



Il 27 gennaio 1995 il congresso di Fiuggi chiudeva la storia dell’ultimo partito della «prima repubblica» rimasto in vita dopo il crollo del muro di Berlino e l’inchiesta giudiziaria «mani pulite».

Si compiva così una parabola iniziata il 26 dicembre 1946 con la fondazione semi-clandestina e terminata con il ritorno al governo del Paese dopo le elezioni del 1994.

Il mezzo secolo di vita del neofascismo nella Repubblica, la sua ascesa al governo (nella veste di Alleanza Nazionale e la sua riemersione dopo la crisi sistemica del 2011 (Fratelli d’Italia nasce l’anno seguente) confermano come nella complessa realtà italiana la destra abbia costituito, in virtù della sostanziale estraneità al moto di rinnovamento antifascista di ampi settori sociali, economici e politici, un’area molto più estesa della rappresentanza parlamentare del Msi.

Per contrastare le istanze regressive di oggi appare importante cogliere i caratteri del fenomeno della destra nostrana che con sbrigative dichiarazioni di opportunità ha cercato goffamente di «consegnare alla storia» i pesanti lasciti del suo passato che informano il suo presente. Così nel messaggio registrato in più lingue da Meloni, la condanna del fascismo si appaia a quella del nazismo e del comunismo nel quadro di una ripetitiva formulazione qualunquistico-retorica tesa all’equiparazione di ciò che la storia ha mostrato essere non accomunabile.

Tuttavia tale espediente non è pratica limitata all’estrema destra. Nel settembre 2019 la risoluzione del Parlamento europeo sulla «importanza della memoria», non a caso proposta dai governi di Ungheria e Polonia fu approvata a larga maggioranza (anche con il voto del Pd) e parificò nazismo e comunismo con crisma «ufficiale».

Su quella linea proseguono in campo «liberale» prese di posizione che attingono a piene mani (con il risultato di sdoganare l’ascesa al governo in Italia i dell’estrema destra) a questa mistificazione della realtà. Così sul Corriere della Sera si legge che fascismo e comunismo rappresentano «un tutto unico» e vengono proposti parallelismi strabici tra la violenza squadrista del 1919, che instaurò la dittatura, e quella praticata nella Resistenza del 1943-45 dai comunisti (insieme a socialisti, cattolici, monarchici, repubblicani, azionisti e liberali) grazie a cui venne fondata la Repubblica democratica.

Per tracciare un profilo storico-identitario dell’estrema destra è necessario fare i conti con il passato. Non solo con quello del regime fascista ma anche con quello che ha drammaticamente attraversato gli anni della Repubblica giungendo ai giorni nostri.

Lungo questa strada si incontrano i presidenti onorari del Msi, Junio Valerio Borghese (a capo della X Mas a Salò; salvato dai servizi segreti Usa; promotore del fallito «golpe» del dicembre 1970) e Rodolfo Graziani (criminale di guerra in Africa; ministro della Guerra della Rsi; oggi omaggiato da un monumento ad Affile).

Con loro il segretario Giorgio Almirante (segretario di redazione de La Difesa della Razza, capo di Gabinetto del Ministero della Cultura Popolare a Salò; rinviato a giudizio e amnistiato per favoreggiamento nell’inchiesta sulla strage di Peteano del 1972) e Pino Rauti (esponente di Salò e poi fondatore di Ordine Nuovo, gruppo responsabile della strage di Piazza Fontana del 1969).

Le effigi di questi fantasmi del passato campeggiano nelle sedi post-fasciste di oggi. I loro nomi sono orgogliosamente rivendicati nelle piazze e proposti per intitolazioni di strade. Forse per meglio «consegnarli alla storia»

Nel frattempo, in nome delle «radici profonde che non gelano» si propongono: lo stravolgimento della Costituzione tramite il presidenzialismo; una legge fiscale che trasferisce ricchezza alle classi agiate e scarica povertà sui ceti popolari; i blocchi navali contro i migranti; la negazione dei diritti civili; il sostegno alla guerra; il populismo storico che equipara foibe e Shoah. Il tutto in un quadro di «affinità elettive» con Orbàn, Trump, Putin (indicato da Meloni nel suo libro Io sono Giorgia come «difensore dei valori europei») e Kaczynski, i conservatori inglesi fautori della Brexit e i postfranchisti spagnoli di Vox.

Il nodo di fondo da sciogliere, tuttavia, resta quello relativo agli esiti della crisi del paradigma egemonico liberale. L’allineamento ideologico al «liberismo reale», presentato come archetipo unico, irreversibile e totale (accolto come tale dalla sinistra di mercato), si è tradotto da un lato come processo di passivizzazione della società nei confronti di un ordine rappresentato come «naturale» e dall’altro come funzione di mantenimento della pace sociale e ritiro dei cittadini dalla sfera pubblica.

La «democrazia liberale» (diversa da quella costituzionale che prevede la «funzione sociale della proprietà privata») con la sua crisi è stata l’innesco di un sistema reattivo, il sovranismo postfascista, che si pone come negazione e antitesi del principio costituente della sovranità popolare. È questo il vero duplice fronte del conflitto a difesa della Costituzione che riappare dentro questa decisiva scadenza elettorale

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mercoledì 10 agosto 2022

La mancanza di pensiero critico ha invaso tutti i partiti. Una reale speranza rimane l’Unione Popolare

 Professor  Paolo Maddalena



Dalla stampa odierna emerge con sempre maggior ampiezza che l’attuale campagna elettorale si svolge in un’atmosfera di totale povertà di idee.

Tutto mira alla cattura dei voti, per la quale diventa importante fare a gara a chi la spara più grossa, purché abbia la capacità di ingannare i cittadini, facendo passare come vera la più evidente menzogna.

ll caso più evidente è quello della Flat Tax, che viene definita da Berlusconi lo strumento attraverso il quale si assicura “la crescita dei redditi”.

Fatto assolutamente menzognero, poiché la tassazione dei meno abbienti produce una diminuzione della domanda e quindi agisce contro lo sviluppo economico. 

Sul piano generale si può dire che un filo comune, tranne una sola eccezione, di cui presto dirò, che unisce gli accennati  partiti, è quello neoliberista, cioè l’errato convincimento secondo il quale, ai fini del supposto sviluppo economico, la ricchezza deve essere tolta al Popolo e attribuita alle multinazionali e alla finanza internazionale.

Domina cioè un istinto di servaggio che copre quasi tutto l’arco costituzionale da Draghi alla Meloni, sia pur con qualche sfumatura per quanto riguarda la scelta fra l’Atlantismo ferreo di Draghi e la simpatia orbaniana della Meloni. Per il resto, come dicevo, c’è il vuoto più assoluto.

In questa situazione, nella quale pare che i partiti ai quali ho appena fatto cenno, mirano alla distruzione dell’economia del Popolo italiano, e il pericolo maggiore sta nel fatto che, a seguito della diminuzione del numero dei parlamentari è divenuto possibile che le forze di destra, raggiungendo i due terzi dei voti del Parlamento, modifichino l’intera Costituzione della Repubblica italiana senza dover passare per il referendum popolare.

In questo modo la vittoria del neoliberismo sarebbe definitiva. Per fortuna l’integerrimo sindaco di Napoli, già magistrato perseguitato per la sua rettitudine, il dottor Luigi De Magistris, ha istituito il partito: Unione Popolare che, secondo le sue parole, mira a dimostrare che: “il Popolo è più forte dei saltimbanchi della politica”.

In questa tragica situazione è inutile parlare del cosiddetto voto utile, perché i saltimbanchi sono soltanto dannosi, e lo sforzo massimo che si chiede ai votanti è quello di difendere la Costituzione e cioè il Popolo italiano elemento costitutivo, insieme con il territorio e le ricchezze che questo contiene, della nostra Repubblica democratica.

E si tenga presente che i frutti negativi dell’attuale sistema economico predatorio neoliberista cominciano ad esser sentiti a livello europeo. Tant’è vero che, dopo aver sospeso il patto di stabilità, il prossimo 28 settembre il Parlamento europeo voterà per istituire una infrastruttura pubblica comune di ricerca biomedica, al fine di trovare nuovi farmaci, vaccini e tecnologie medicali con il sostegno dei governi dell’Unione europea.

Come al solito i nostri politici, tranne la dovuta eccezione appena riferita, camminano come il gambero , cioè vanno indietro anziché andare avanti.