"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"
Antonio Marino – Ass. Ital. Pazienti Anticoagulati
Le associazioni
hanno ripetutamente interessato i vertici dirigenziali della ASL affinché
l’ospedale del capoluogo fosse dotato di una piano di emergenza-evacuazione di
cui è sprovvisto, a più di due anni
dalla sua inaugurazione. Gli altri ospedali della provincia: Sora,
Cassino e Alatri sono dotati di un Piano di emergenza-evacuazione?
La stesura del
piano di evacuazione e di emergenza è di estrema importanza per fare fronte a
calamità ed eventi complessi nei quali la struttura può essere direttamente
coinvolta.
Occorre considerare che la struttura
ospedaliera presenta rischi di varia natura:
ACQUA (mancanza- perdita per guasto-rotture)
GAS
(mancanza O2- perdita per guasto-rotture)
ENERGIA
ELETTRICA (mancanza)
ENERGIA
TERMICA (mancanza)
LESIONI
A STRUTTURA MURARIE
EVENTI
SISMICI
INCENDIO
Cause queste che possono avere conseguenze ed effetti
gravi per le persone e le cose, soprattutto se si tiene conto che nell’ospedale
è presente un’alta densità di persone, molte delle quali non autosufficienti e
non deambulanti. Condizioni che
potrebbero facilmente sfociare in situazioni di panico e di pericolo se non si
è predisposto un PIANO di emergenza che preventivamente indichi le azioni da
compiere.
Il piano di Emergenza-evacuazione
ha il compito di fornire agli operatori,
nei casi in cui si dovessero trovare a fronteggiare una situazione di
emergenza, una serie di nozioni che permettano, con calma e coscienza, di
intervenire per la propria ed altrui sicurezza, evitando il panico che
costituisce il maggior ostacolo alla gestione dell’emergenza ed è causa di
sviluppi drammatici.
Il piano ha quindi lo scopo di indicare le norme
da rispettare per la segnalazione di qualsiasi emergenza e le disposizioni
comportamentali che devono essere osservate dal personale dipendente da attuare
nel caso in cui, a seguito di una situazione di pericolo o di un evento straordinario,
dovesse essere necessario abbandonare rapidamente l’edificio.
Tale evenienza
dovrà avvenire in modo ordinato evitando comportamenti affrettati e scoordinati
ed ogni possibile inconveniente da questi derivante.
Si
chiede, pertanto, l’immediato intervento delle autorità preposte per
normalizzare questa difficile situazione che potrebbe avere conseguenze
drammatiche. Non si può continuare a sottovalutare la mancata adozione del
piano emergenza-evacuazione e a disattendere
l’applicazione della legislazione vigente in materia.
Premessa:Il resoconto
di Sampdoria-Roma 3-1 arriva un po’ in ritardo e a riscatto con la Juve già
consumato. Ma lo postiamo lo stesso, perché fornisce, anche e soprattutto, le
vere ragioni delle dimissioni del Papa
Luciano
Granieri
Città del Vaticano
Domenica 10.02.13
Interno giorno
Ore 14.20
B: Oh Giò fa na cosa già che stai in piedi, è arivato un pacco dala diocesi de Sorento, aprilo, sicuro ce sta almeno na bottiglia, sentimo mpo come j’è uscito er limoncello quest’anno.
G: Ma Santità, i superalcolici...
B: Ho capito ma se ste suore me cucinano tutto cor dado è colpa mia? Io nun digerisco gnente da quando so Papa, ho visto più Maalox che rosari, più Gaviscon che croci, me rimane tutto qua, in quarche modo lo dovrò mannà giù.
G: Le posso portare della Citrosodina...
B: Senti famo a capisse Giò. Io me devo stordì. Vabbè? E’ stata na settimana der cazzo, lo sai, ancora stamo a parlà de Zeman. E’ brutto e ingiusto, ma la vita è così, morto un Pap...cioè, come te posso dì...hai capito dai, insomma io sto teso fracico oggi, e non è che non me fido de Andreazzoli, ma proprio perchè quer porocristo
G: Santità...
B: Oh è na metafora, mamma mia...dicevo, proprio perchè quer porocristo me pare na brava persona, uno preparato, c’ho l’ansia che se oggi va storta je la accollano subito a lui. Io lo so che vordì sentì er peso dele responsabilità, io lo capisco Aurelio.
Ore 14.55
Nei corridoi della residenza papale risuona la canzone “Roma Roma Roma”. Dalla eco delle note che rimbombano si riesce comunque a distinguere la voce del pontefice che invita i presenti alla sciarpata. “Ma come te fanno male le braccia, ma so 3 minuti de canzone, ma lo sai nostrosignore quanto c’è stato così? Ma nte vergogni?”
Ore 15.15
B: Oh, eh? EH? Mammica male eh? A me me pare ordinata la cosa, mpo più, come te devo dì, eh? EEEH? Che dici Giò?
G: Ma non saprei...
B: Ma che te chiedo a fa a te che nciai mai capito niente de pallone, guarda che l’ho visto che c’hai ancora la videocassetta de Fabio Junior. Too dico io too dico, a me sta difesa a trinità me piace, er padre Pampero, er fio Marchignos e o spirito Castagna, guardali tiè, pare che nun hanno mai fatto artro nela vita.
G: Sì Santità, c’è equilibrio, tuttavia un giudizio così definitivo dopo così poche fasi di gioco rischia di essere smentito dai fatti.
B: …
G: Che ho detto?
B: Stai attento Giò, tu devi stare molto attento, ricordate che la cariera tua è appesa a un filo, e io c’ho lo forbici. (cit.)
Ore 15.40
B: MA COME CAZZO SE FA, MO TU ME DICI COME SE FA A SBAJA’ QUER GO E IO ME CALMO, MA ME LO DEVI SPIEGARE PERO’, BENE PERO’, CO LA GRAFICA CO LE LUCETTE DALL’ALTO COME SKY
G: h...
B: Zitto, famme vedè se era rigore prima.
G: Sembra impattare più con la spalla.
B: IO TE IMPATTO AR MURO SE NTE STAI ZITTO, però sì, nun è chiaro. Quindi rimane solo che sto capoccione s’è magnato er go. Fa na cosa, chiama la diocesi de Sarajevo, je dici che da oggi non je mannamo più na lira.
G: Credevo fossimo d’accordo sul non prendere più decisioni di carattere economico durante le partite, Santità.
B: CHIAMA SUBITO QUELLA DIOCESI, IO ME LA VOJO SCORDARE ALLA BOSNIA DOPO STA COSA, HAI CAPITO?
G: O-ok...
Ore 15.47
B: Oh, tuttosommato sto primo tempo nun è stato accio, se poteva raccoje quarcosa de più ma se sa com’è la vigna der signore...
G: Com’è?
B:...com’è...eh...è der signore!
Ore 16:07
B: Gòòòòòòò, o vedi Giò? c’avevo ragione io, quella cosa della mela come frutto der peccato è na questione tutta da ridiscute, non ce so dogmi intoccabili nela dottrina nostra, gnente è certo, gnente è pe sempre! Ce semo solo noi, Zeman e Luis Erique a pensà che nse possa cambià mai gnente, e invece no! Pia Lamela!
G: No Santo Padre, non può chiedermi questo, è un bel ragazzo, certo, ma reca nel nome il peccato originale!
B: PECCATODECHE? Ha fatto gò Giò, o sai tu quanto vale un gò oggi? E te pare un caso che l’abbia fatto proprio lui? Quand’è che cominceremo a capì i segnali che la Proprietà ce manna? Se stamo così sgarupati è perché so millenni che non ridiscutemo mai gnente!
G: Comunque l’hanno annullato.
B: Come annullato?
G: Fuorigioco Santo Padre.
B: Ma era regolare era....
G: Dipende. Vede, se lei considera l’azione partita dal primo passaggio allora vi è un giallorosso in dubbia posizione, se invece prosegue effettivamente la marcatura poteva essere assegnata. Certo, si fosse chiamato diversamente magari avrebbero convalidato. Misteri della fede.
B: Tu porti sfiga Giò.
Ore 16:11
G: Accidenti, che malasorte Santità, questa marcatura è una disdetta che non ci voleva.
B: Er Paraguay... co tutto quello che ho fatto pe loro, tutti i missionari che gli ho mandato in comproprietà, tutti l’aerei che ho pagato a Sabatini pe scovà preti giovani e freschi... e questa è la ricompensa.
G: Inutile prendersela col Paraguay Santità, dobbiamo estirpare il satanico che ormai è palesemente dentro di noi. Quel Capitan Lucifero lì, con quel cognome da comunista, quella barba da centro sociale e quell’indecisionismo manicheo, ci gioca contro, ormai è evidente a chiunque tranne che a lei.
B: Allora, a parte il fatto che de sbajà un passaggio po capità a tutti, tu stai sostenendo una cosa grave Giò. Tu stai sostenendo che Daniele De Rossi da Ostia ha perso la fede!
G: Succede Sua Santità, le tentazioni sono tante, spogliarsi delle proprie ricchezze non è da tutti.
B: E noi allora? Noi che ce stamo a fa qua? O sai negli anni quante pecorelle amo smarrito? E poi questo non è figlio nostro? La parabola der figliol prodigo che se la raccontamo a fa? Pe mette le pezze quando i buoi so scappati dala stalla? Lo sai che nostro nostro Signore è nato in una stalla? Eh? Eh?
G: Vabbè ma che c’entra...
B: E tutte le prediche sur valore dela famiglia che m’avete fatto fa? Famo figli e figliastri? Rispondi! E poi proprio tu me parli de ricchezze? A me? Ma non lo vedi come so vestito? Guàrdate intorno, gìrate, arza l’occhi, aguzza le recchie! Non lo vedi l’oro e l’argento e la mirra e l’ucelletti e l’ermellini e i topazi e le pantofole d’oro pe giocà a pallone? Chi semo noi pe dì a De Rossi de fa San Francesco? Eh?
G: Forse occorre cacciare i mercanti dal tempo Santità.
B: Troppo tardi, ormai er mercato è chiuso, chi c’è c’è, tocca lavorà co questi e cor popolo bue che invece che su Radio Maria ha cercato er suo pastore su artre frequenze! Questi so gli stessi che hanno messo libero Barabba! Quanti gò amo preso co Barabba libero Giò? Quanti? Artro che Zeman.
Ore 16:23
B: OH MA QUESTO PERO’ ME LO DEVI DARE, FISCHIA! FISCHIA!
G: Ha fischiato Santità, si è sentito distintamente, è calcio di rigore.
B: Vabbè mo manco a fa er coatto perchè ce senti mejo de me però eh. Daje comunque! Se raddrizza sta partita, ma mica ce po annà sempre e comunque tutto storto a noi no? Pe tutte le vorte che mo porto l’artra guancia na pizza fatta bene ogni tanto la potemo dà pure noi sa, nun è peccato! Ve lo giuro! E poi il rigore in quanto tale è proprio una decisione che arriva dall’alto, è giustizia in terra, è volere supremo, è volontà der signor arbitro, insomma, è RIGORE SACROSANTO! Bravo Osvardone, bravo! L’hai visto come ha difeso la palla sì? Me parevo io che difendo Santa Madre Chiesa ah ah ah! Quanto me faccio ride a vorte, poi dicono che so arcigno, nè vero, nè vero gnente, me basta gnente e me ripìo subbito io sa. Daje mo, palla ar Vicario del Calcio in terra e annamo a fa conto paro.
G: ehm...Santità...
B: che?
G: Credo che Juan Pablo Osvaldo voglia sobbarcarsi l’onere della trasformazione del penalty.
B: Giò.
G: Sì.
B: Te manno a spalà la neve der vialetto della basilica de Norimberga se me rifai no scherzo der genere. G: Lo può constatare con i suoi occhi Santità.
B: Oddio.
G: Preghiamo Santità?
B: No no è proprio oddio come lo dicono i civili, i normali, quelli là sotto. Io gnaa faccio a guardà sta cosa Giò, io me giro, leva er volume, dimmelo te se segna.
G: …
B: …
G: …
B: Dimme quarcosa Giò.
G: Col dovuto rispetto Santità, lei lo avrebbe definito “no straccetto bagnato”. Ha fallito Santità.
B: Eloì eloì, lamà Sabbatini?
G: Sabachtani Santità, Sabachtani.
B: Me viè da piagne, tutto è compiuto.
Ore 16.28
B: Giò fa na cosa, raccontame na storia. Raccontame quaa storia dii Filistei.
G: n...non capisco...ah...aaaah...Sansone....
B: nte se po nasconne niente a te eh Giò?
Ore 16:30
B: O vedi! O vedi che amo sempre fatto troppo i permalosi sur peccato! Ma io dico ma come c’è venuto in mente de fa de Lamela nemblema der marcio, è sempre stato quellinfamefracico der serpente a spaccà o spojatojo, è sempre stata Eva a annà a raccontà le cose ar corieredelosport, Lamela stava là attaccata allarbero a fasse i picciòli sua, amo sbajato tutto, ricordame che come finisce a partita chiamo l’area Marketing e je faccio ricordà sta giornata. Famme dà nsegnale de fiducia ai fedeli qua sotto, arza er volume che m’affaccio nattimo e je dico che amo segnato, arza eh Giò, vojo sentì in caso Compagnoni che strilla rrrete! capito Giò?
Ore 16:31
B: GIOOO, HO SENTITO MALE? QUA NSE SENTE NIENTE CHE I RAGAZZI ME FANNO I CORI, T’AVEVO DETTO ARZA, HO SENTITO TRE A UNO MA NON PO ESSE VE? ANCORA MANCO HANNO BATTUTO NO? ANCORA PALLA AR CENTRO NO? FAMME SENTI’ CHE DICONO.
Ore 16:33
B: Ndo sta er trolley mio Giò?
G: Perchè Santità?
B: Niente, così, pe sapè.
Ore 16.45
B: Giò, quant'è brutta quest'umanità che abbiamo pasciuto nella convinzione che ogni peccato potesse trovare redenzione? Se financo uno come quel signore con la gomma in bocca po arivà impunito a cotali livelli de arogante protervia, significa che amo sbajato tutto. Se s'ariva a travisà così clamorosamente l'insegnamento secondo cui in medio stat virtus dovemo comincià a fasse nesame de coscienza, perché noi dovemo arivà a tutti Giò, pure a quelli come quer signore che fa er gaggio.
G: Santo Padre, il Delio va compreso, è laziale, per lui oggi è una giornata importante poiché ha regalato una gioia ai suoi ex sostenitori che proprio in questo momento, di fronte a cotanto eccesso, si stano colpevolmente masturbando di fronte alla tv.
B: Quello è il meno Giò, er problema non è che quell'uomo è laziale. Er problema suo è che voleva allenà la Roma, non jè riuscito e rotolerà per sempre ner girone degli accidiosi dannati dala panca suprema. Insomma Giò, non so come dittelo, er problema qui non so i laziali.
G: Bensì?
B: Bensì il loro principale sostenitore.
G: Lotito?
B: E te dirò de più. Divide sti momenti co te, è nurteriore tortura cui francamente nessuna via crucis m'ha obbligato. Tiè, questa è la coppola, questo è l’ermellino, questo è er bastone, questo è er mantello, te lascio tutto.
G: Ma Santità, cosa fa? Si spoglia dei suoi averi? Come San Francesco?
B: A parte il fatto che oggi a San Francesco l’hanno spogliato de forza e che fosse stato pe lui nse sarebbe sottratto mai, te dico che a noi Papi, dopo avé fatto tanto pe l’umanità, a vorte ce pia la rassegnazione e se mettemo in disparte. Io lo capisco a San Francesco. E comunque, venendo a noi, sai quanti Osvardi ce so tra i cardinali nostri? Trovatevene uno, oriundo, nero, giallo, greco, boemo, co la cipolla, come ve pare.
Io so arivato ar capolinea, sta città m’ha logorato, sta squadra m’ha svotato, sta vita nfa più pe me, io me chiudo da quarche parte e me guardo solo la Bundesliga, ogni tanto magari me racconti tu come va sta Roma mia, ma co oggi ho chiuso. Io nun je la faccio più.
Sparirò nel mondo, a fa l’osservatore romano, ma sarò co voi.
Maro Ferrando a Parma: l'argomento del grillismo è oggetto del dibattito nazionale, e lo è anche di più nella nostra città, luogo in cui amministra Federico Pizzarotti. Di qui partiamo in un'analisi del grillismo, tra la teoria populista del guru genovese, e la pratica servopadronale e filoconfindustriale dei grillini made in Parma.
Passando anche per le similitudine che proprio non si possono non notare con i leghismi della prima ora. Un fil noir (più che rouge) che negli anni 90 hanno sdoganato le politiche neoliberiste canalizzando le proteste di massa, cosi come oggi vanno a stemperare l'insorgenza di una presa di consapevolezza delle masse oppresse rispetto alle vere responsabilità. I grillini come schiavi di un Sistema necessitante di valvole di sfogo.
Grillini che peraltro divengono, rette degli asili alla mano, semplici esecutori di dettami calati dall'alto. Sarebbero identici quindi a PD e PDL, se non fossero anche mediamente più ignoranti, aggiungo io
Pittore, partigiano, militante dell’ arte
realista, Armando Pizzinato nelle sue opere racconta a la terra del lavoro, la
sua gente indica l’arte come bisogno di libertà.
La
terra di lavoro è a qualche centinaio di chilometri, più giù. Porzione
geografica in tempo della Campania, soltanto, adesso spartita con Lazio e
Molise. Ma, togliendo alle due parole le iniziali maiuscole, salendo qualche
centinaio di chilometri più su, fino al Nord Est, si incontra una terra di lavoro. E’ un
fazzoletto di Friuli Venezia Giulia, ha le dimensioni di una cittadina e dei
suoi dintorni. Pordenone. Prima, molto prima, i campi, boschi, le vigne soltanto. Poi i mulini, le
ceramiche, i pastifici, le fabbriche di birra, i filatoi della seta, le
officine meccaniche, i cotonifici, le industrie giganti di elettrodomestici.
Scrivono Flavio Crippa e Ivo Mattozzi in Archeologia
industriale di Pordenone (Del Bianco editore) “…Nel raggio di due chilometri
da Piazza Cavour (la piazza centrale. Ndr) si trovano nel territorio comunale
di Pordenone le sopravvivenze, i resti o gli indizi (infrastrutture ed edifici)
di un processo plurisecolare di consolidamento del rapporto tra uomini e
ambienti, della sua evoluzione, delle attività, manifatturiere o industriali
intraprese e confinate lungo i secoli, dal XVI alla metà del secolo XX, prima
della grande trasformazione ambientale degli anni ’60 e ‘70”. L’antica Portus Naonism cinquantamila
abitanti, legata indissolubilmente al suo fiume,il Noncello, comunica oggi una
sensazione di tranquillità. Nulla a che vedere però con le dimensioni assonnate
e inerti di tanti posti di provincia. Qui c’è un teatro il Verdi, capace di
otocenti posti e frequentato da compagnie di importanza nazionale; qui si danno
il turno Pordenonelegge, il Silent film, festival dedicato al cinema muto, il
Pordenone Blues Festival; qui è nato il punk musicale dei Prozac + e dei Tre
Allegri Ragazzi Morti; qui ci sono un museo d’arte e una biblioteca
multimediale. Qui da sete secoli, si cammina sulla spina dorsale di Corso
Vittorio Emanuele : linea dritta e leggero saliscendi in un continuo di antichi palazzi appoggiati
su solidi portici. Furono costruiti dopo l’incendio del 1318 che distrusse le
case in legno, e le loro facciate dipinte di affresco. Il Dominio della
Serenissima, dalla metà del ‘400, esaltò ulteriormente la bellezza della Urbs
Pincta. Non la diresti terra di lavoro, Pordenone. Almeno a vederla e viverla
cos’, da pigro viandante tra il Duomo, Il Palazzo Comunale, Corso Garibaldi, i
bar uno in fila all’altro, i negozi in franchising e quelli che vantano un
passato. Ma se appena ti discosti, pochi minuti a piedi, eccola la terra del
lavoro. O meglio, le sue memorie, dimenticate nel lento corrodersi di muri e
macchinari. Testimonianze di archeologia industriale che, dopo l’abbandono
rischiamo l’estinzione. Oppure, è il caso del setificio a vapore di Giuseppe
Brunetta in largo San Giovanni, diventate citazioni da scovare in un archivio.
Il setificio, attivo dal 1898 al primo dopoguerra, aveva la sua sede a breve
distanza da via Grigoletti. Nel 1921, un bambino undicenne di nome Armando, cognome Pizzinato, guarda con
stupore e curiosità il protone numero 11 della via. Con lui ci sono la madre
Andremonda, il padre Giovanni Battista e il fratello Dante. Arrivano da
Maniago, 26 chilometri di viaggio. Giovanni Battista, già titolare del Caffè
dell’Unità Italiana, in piazza Maggiore a Maniago, vuole aprire un locale al centro di Pordenone. La
bella casa induce a un sogno di serenità, spezzato quasi subito. Ottobre è un
mese che Armando ricorderà tutta la vita, a cominciare dal 7, giorno della sua
nascita. In ottobre guarda, stupito e curioso, il protone di via Grigoletti.Il
primo ottobre del 1922 il padre si suicida gettandosi nelle acque della Dogana,
porto fluviale di Pordenone. Le voci sussurrano di debiti contratti a Milano
per aprire il nuovo caffè, altre di perdite al gioco e di truffe che potano
Giovanni Battista alla vergogna insopportabile del debito con le banche.
Andremonda rimane da sola, due figli sulle spalle. Nel 1925 Armando termina la
scuola complementare dove Pio Rossi era stato suo maestro di disegno. La
passione per la pittura è talmente forte
in lui, da convincere la madre a lasciarlo entrare come garzone nella bottega
artistica di Tribuzio Donadon.. Ne uscirà giocoforza per entrare fattorini, e
poi impiegato, in una banca locale. Il ragazzo con l’estro dl dipingere viene
notato dal direttore della banca. A incuriosirlo è il fatto che il giovanissimo
Pizzinato, appena trova un momento libero, si tuffa nella lettura delle Vite del Vasari, edite a dispense dalla
Sonzogno. Così, il consiglio di amministrazione paga ad Armando un ciclo di
lezioni presso lo studio di Pio Rossi, ch gli permetteranno, nel 1930, di iscriversi all’Accademia delle Belle Arti di
Venezia. Pendolare tra le due città, Pizzinato si diploma 4 anni dopo, portando
con sè un bagaglio culturale fatto di nuove importanti frequentazioni (Giulio
Turcato e Afro, tra gli altri); di letture dei Cahiers d’Art che gli fanno conoscere Picasso, Braque, Matisse,
Derain; di confronti che maturano le sue idee non solo artistiche. Il 1934
segna, tuttavia, il ritorno al lavoro per guadagnarsi l pane. Scriverà Armando:
“A Pordenone esisteva la Ceramica Galvani e riuscii ad avere un posto lì come
disegnatore progettista….La fabbrica era appunto di Galvani, come di Galvani
erano le cartiere, come di Galvani erano altre proprietà, e prima l’esperienza
della banca e poi l’esperienza di questa fabbrica fu una lezione che mi portò
sulla strada del socialismo. Io servo non sono nato, chinare la schiena non ero
capace, mia madre continuava a suggerirmi di essere ossequiente ai padroni , di
essere obbediente di qua e di là, e io ero solo disposto a lavorare per quello
che mi pagavano…” Pordenone in quegli
anni stava perdendo il suo patrimonio economico più prezioso: i cotonifici di
Roraigrande, Torre e Borgomeduna, capaci, nei tempi migliori, di dare lavoro a
oltre 12 mila addetti, in netta
prevalenza donne. E proprio dalle donne dei cotonifici erano nati i movimento
sindacale, la rivendicazione e la difesa dei diritti dei lavoratori. L’era del
tessile durò poco meno di un secolo, dal 1840 alla grande crisi del 1929 che
spazzò via tutto. Intanto lontano, ma non troppo, da Corso Vittorio Emanuele,
Antonio Zanussi aveva aperto, dal 1916 un piccola fabbrica che portava il suo
cognome e produceva cucine alimentate a legna. Pizzinato se ne va da Pordenone alla volta di Roma nel 1936, grazie a una
borsa di studio. Negli ambienti artistici della capitale conosce e frequenta il
gruppo della Cometa: Mafai, Cagli, Mirko, Capogrossi e Guttuso. Torna a Venezia
nel 1940 e l’anno seguente incontra la futura moglie, Zaira Candiani. Dal loro
matrimonio nascerà Patrizia, unica figlia. L’autunno del 1943 è stagione di una
maturità che vedrà Armando, si lì in
poi, unire strettamente arte e politica. Durante la Resistenza conosce il
carcere fascista fino ala Liberazione “In quei due anni di Resistenza ho
sospeso la mia attività artistica, ho smesso di dipingere. L’ho fatto senza
fatica perché l’impegno era immediato,
sull’uomo”. Torna alla pittura aderendo al Fronte Nuovo delle Arti e poi, con
Renato Guttuso, al Realismo Italiano, negli anni ’50. Del secondo fondamentale periodo dà conto una
delle tre sezioni che compongono la mostra “Armando Pizzinato (1910-2004). Nel
segno dell’uomo” alla Galleria di arte moderna e contemporanea di Pordenone
fino al 9 giugno. Sui muri di una delle
sale della sezione, spicca una frase di Pizzinato “Sono sempre convissuti in
me, senza alcun compromesso, l’impegno politico e l’interesse per l’arte. Tutti i critici e i letterati che si sono interessati
alla mia opera di pittore, in sostegno o
contro, hanno sempre dovuto tirare in ballo anche il cittadino Pizzinato”. E’ l’artista,
ma anche il cittadini e l’uomo con un
credo politico, a realizzare tra il 1950 e il 1962, tele potenti ispirate al
lavoro: i muratori arrampicati sulle impalcature, i saldatori avvolti dalle
scintille, lo spaccapietre, gli scaricatori di carbone, gli operai durante la
pausa per il pranzo, le mondine, l pescatore, i contadini, la trebbiatura. Sono
figure e situazioni figlie del quadro, Un fantasma percorre l’Europa, esposto
alla XXV Biennale di Venezia, 1950, nello spazio dedicato al Realismo, cui
seguirà, Tutti i popoli vogliono la pace.
Nella sezione della mostra spiccano
alcuni enormi bozzetti realizzati per la Sala Consigliare della Provincia di
Parma. Pizzinato, vincitore del bando nel 1953 continua a raffigurare i
mestieri del popolo urbano e agricolo,
ma con maggior definizione, guardandoli più da vicino. Come farà negli stessi
anni, fissando sulla tela i partigiani di Liberazione
di Venezia e della Fucilazione di
patrioti , gli sfollati dall’alluvione in Salvataggio nel Polesine. Ma gli strali della commissione culturale
del Pci, che già in precedenza si erano abbattuti sul’astrattismo, colpiscono anche
il Realismo, sconfessato brutalmente. Pizzinato si ritira in solitudine,
artista militante disorientato e amareggiato. La morte improvvisa di Zaira, nel
1962, accelera la sua crisi e lo porta a estinguere l’esperienza realista. Il
pennello, paralizzato dal dolore, si ferma per molti mesi. Riprenderà a scorrere,
con la serie Dal giardino di Zaira, seppure
su fronti espressivi diversi, grazie all’incontro con Clari, la seconda moglie.
Intanto, nella terra del lavoro, le cose stanno cambiando. La piccola fabbrica,
è il 1951, conta adesso 300 operai. Il suo pilastro produttivo sono le cucine a
gas, seguite, a distanza di tre anni, dal primo frigorifero italiano e, nel 1958, dalla Rex, la prima lavatrice
nazionale. Da poco è stato aperto un nuovo stabilimenti a Porcia; un altro, la
Grandi Impianti, a Valenoncello, si specializza in apparecchiature per la collettività.
Lino prende il posto del padre fino al 1968, quando morirà in un incidente
aereo in spagna. Le due strategie creano la Zanussi Elettronica per la
produzione di televisori con il marchio Seleco. Il boom economico porta all’azienda il 25% del mercato nazionale e il primato
europeo nel settore degli elettrodomestici. Dopo la scomparsa di Lino, il
gruppo cresce con l’acquisizione di Becchi, Castor, Triplex, Zoppas. Ma compie
anche operazioni sbagliate e dubbie, portandosi in casa aziende decotte : la
Ducati Motori e Sole (edilizia), per citare due nomi. Così un’azienda
produttivamente sana finisce con i libri in tribunale e sull’orlo del
fallimento. E’ il 1985, arriva il colosso svedese Electrolux, l’asso
pigliatutto. Bel colpo, visto che la Zanussi, seconda per dimensioni
industriali solo alla Fiat, conta circa 35mila dipendenti. A Pordenone in
quegli anni, Pizzinato ogni tanto fa ritorno, il suo legame con la città è profondo,
la lontananza nono lo ha affievolito. Dalla terra di lavoro è lecito pensare che
avesse tratto ispirazione per dipingere la dura quotidianità della campagna.
Non ci sono, invece, nelle opere del periodo realista, gli operai delle
ceramiche Galvani e quelli della Zanussi, i cotonifici assediati dall’abbandono,
le rovine dei mulini, le officine meccaniche dismesse. La terra di lavoro, per
Armando, era un altrove senza geografie precise . Pordenone, forse, rimaneva
per lui il posto dell’infanzia, delle ambizioni da realizzare contro la volontà
della madre Andremonda, dei viaggi quotidiani a Venezia. Il posto da cui
andarsene, ma da non dimenticare. Chissà se oggi che la Electrolux taglia centinaia e centinaia di posti in nome della
crisi, e se Pizzinato non avesse
concluso la sua esistenza, potrebbe nascere una tela intitolata a quella Urbs
Pincta dove, a un passo da Piazza Cavour, i rumori e gli odori delle fabbriche
coprivano il sussurro e i profumi del Noncello. “Se per comunismo si intendesse
solo l’aspirazione all’eguaglianza sociale, con conseguente senso di rivolta
verso le ingiustizie sociali, potrei dire
che comunista lo sono sempre stato, vissuto da giovane in una cittadina
del Friuli dove ho imparato in modo diretto il significato di certe parole,
servo, padrone, sfruttamento, privilegi e gerarchismi:
Quattro milioni di senza lavoro, decine di miliardi di reddito perduto, la crisi che non finisce mai, disoccupazione che crea disoccupazione. Ma altre politiche sono possibili, per il lavoro, la spesa pubblica, il welfare. La rotta d’Italia secondo Luciano Gallino
Appese alle pareti della casa di Luciano Gallino, le foto della moglie Tilde mescolano molteplici piani attraverso giochi di specchi, spingendosi oltre la percezione di un istante e cogliendo la sfuggente complessità d’insieme. È uno sforzo, questo, che si ritrova poco più in là, negli scaffali ricolmi di libri del professore, perché afferrare la complessità, arrivare al cuore delle cose, necessita di uno studio meticoloso e incessante. E spiegarla, poi, richiede un impegno altrettanto esigente, senza sosta, né risparmio: un impegno generoso, che passa per conferenze in Italia e all’estero, interviste e un nuovo libro per raccontare cos’è accaduto e come mai la gente continua a farlo accadere. Nel contesto odierno, dominato da semplificazioni populistiche e una visione neoliberista talmente radicata e potente da riuscire nel paradosso di gestire l’incendio dopo aver appiccato il fuoco, la voce di Luciano Gallino è un punto di riferimento prezioso per tracciare la rotta da seguire.
Una rotta che nasce dalla necessità del lavoro. “In Italia, ci sono circa quattro milioni di persone fra disoccupati e non occupati. Di conseguenza, una ricchezza pari a decine di miliardi l’anno non viene prodotta e non diventa domanda, commesse per le imprese, consumi. Il risultato è che la disoccupazione crea disoccupazione”.
Per creare occupazione bisogna seguire l’esempio di Roosevelt. “Con il New Deal, lo Stato si è impegnato a creare direttamente occupazione e in alcuni mesi furono assunti milioni di persone”. Un New Deal italiano permetterebbe non solo di creare ricchezza, ma anche di risolvere annosi problemi. A cominciare dal suolo. “Il dissesto idrogeologico riguarda più di un terzo del Paese. È un campo in cui i soldi si trovano sempre a posteriori, quando sono stati distrutti o allagati interi quartieri o quando ci sono frane, morti. Allora sì che si trovano i miliardi per riparare i danni. Sarebbe meglio spenderli prima, oculatamente, in opere da individuare”.
Prioritaria è anche la terribile situazione delle scuole. “Il 48% delle scuole italiane non ha un certificato che assicuri che l’edificio è a norma dal punto di vista della sicurezza statica. È possibile che i ragazzi italiani vadano in scuole metà delle quali non è a norma dal punto di vista della sicurezza? Non si tratta di pavimenti sconnessi o rubinetti che perdono, o servizi inadeguati, ma di muri, tetti, fondamenta, che bisognerebbe rivedere e rimettere a norma”.
La miopia riguarda anche il potenziale punto di forza dell’Italia. “Il degrado del nostro immenso patrimonio culturale è per molti aspetti sotto gli occhi di tutti. Negli anni si è puntato a migliorare i punti di ristoro nei musei, insistendo sulla fruibilità da parte di pubblici sempre più vasti, invece di intervenire sulla catalogazione digitale, sulla tutela effettiva, sulla custodia. Un’azione mirata può creare centinaia di migliaia di posti di lavoro”.
C’è poi il problema della riconversione del modello produttivo. “Il modello produttivo attuale è finito nell’estate del 2007. È impensabile che i posti di lavoro che si sono persi in questi anni siano ricostituiti, ripercorrendo lo stesso modello produttivo. Processi come l’automazione e la razionalizzazione hanno soppresso quote impressionanti di posti di lavoro e molte imprese si dirigono sempre di più verso Paesi in cui i salari, le condizioni ambientali o fiscali sono più favorevoli. Occorrerebbe pensare a forme di ecoindustria, cercando di evitare errori e compromessi che hanno, in alcuni casi, caratterizzato lo sviluppo di nuovi settori, come ad esempio si è visto con la creazione di parchi eolici”.
Una riconversione che riguarda anche l’agricoltura. “Anche qui, l’epoca in cui la lattuga del Cile o i pomodori di un altro Paese facevano 10 o 20 mila km prima di arrivare sulla tavola di qualcuno probabilmente è finita. Il costo dei carburanti, degli aerei e della logistica stanno in qualche modo imponendo forme di consumi agricoli, consumi alimentari che non saranno a km zero, ma certamente non a km 10 mila o 20 mila, come è stato invece per molti anni. Il ministero dell’agricoltura dovrebbe occuparsi della riduzione dei km che pomodori, lattuga e formaggi e altro percorrono prima di arrivare sulle nostre tavole”.
Per creare occupazione, l’ideale sarebbe un’agenzia centrale. “So che a molti sale la temperatura quando sentono parlare di Stato che occupa le persone. Bisognerebbe creare un’agenzia centrale che determina i limiti e che incassa i soldi da varie fonti, magari appunto dallo Stato stesso o da una rivisitazione degli ammortizzatori sociali. L’assunzione diretta può essere affidata ai cosiddetti territori, al non profit, al volontariato, ai servizi per l’impiego, alla miriade di entità locali, comprese piccole e medie imprese”.
L’occupazione diretta servirebbe molto di più dei soliti incentivi. “Una miriade di rapporti e documenti testimoniano che, se voglio creare un posto di lavoro, è molto più conveniente dare mille euro al mese a uno che lavora piuttosto che trasformarli in sconti fiscali, contributi alle imprese, nel caso assumano qualcuno. L’assunzione diretta ha un effetto immediato sulla persona e sull’economia, perché il giorno dopo che ho versato a qualcuno mille euro di stipendio, quello li spende contribuendo così al lavoro di qualcun altro. L’incentivo all’impresa, lo sgravio fiscale, la riduzione del cuneo fiscale e altre cose del genere hanno, invece, effetti molto più ritardati”.
E sotto attacco finirebbero ancora i meccanismi di protezione sociale. “Quando si parla di riduzione del cuneo fiscale, si ha in mente la riduzione dei contributi per le pensioni, la sanità e altro. La riduzione dei contributi implica che qualcuno pagherà ticket sanitari più elevati, magari a fronte di mezzi familiari scarsi, o che subirà un’ulteriore riduzione della pensione. Si annuncia di ridurre il cuneo fiscale, ma non si precisa come si recuperano quei contributi che vengono a mancare”. Un modo sottile per continuare a prosciugare il welfare.
Ma come finanziare gli interventi proposti? Per capirlo, bisogna ragionare su vari aspetti. Innanzi tutto il ruolo della Banca Centrale Europea. “Noi non disponiamo di una moneta sovrana, dipendiamo da una moneta che per certi aspetti è una moneta straniera. Non vuole essere una polemica contro l’euro, perché le polemiche contro l’euro sono semplicemente idiote e non vorrei minimamente essere accostato a quelle. Resta, però, il fatto che, mentre la Federal Reserve può creare quanto denaro vuole, noi non possiamo prendere in prestito soldi direttamente dalla Banca centrale per creare occupazione”.
Il problema è che i soldi ci sono, ma non arrivano a destinazione. “Tra il novembre 2011 e il febbraio 2012, la BCE ha prestato alle banche 1.100 miliardi di euro, con un interesse dell’1%. E li ha prestati senza chiedere nulla. Alla fine, si è scoperto che soltanto un rivoletto di quei 1.100 miliardi è finito alle imprese, al lavoro, all’economia reale”. E allora? “Allora, è davvero politicamente impossibile pretendere in sede europea che la BCE presti soldi soltanto se questi vengono destinati, attraverso le banche, all’economia reale e se le imprese e le società non profit che li prendono a prestito firmano l’impegno scritto di creare occupazione?”
Un altro aspetto importante riguarda la cassa integrazione. “La cassa integrazione ha superato il miliardo di ore. È denaro che è sacrosanto spendere per sostenere le famiglie, per porre un argine alla disperazione. Tuttavia, invece di pagare 750 euro al mese con il vincolo di non fare nessun altro lavoro, si potrebbe pensare di aggiungere 300/ 400 euro a quei 750 e convertirli, così, in un salario pagato dallo Stato: lo scopo sarebbe quello di far assumere da imprese non profit, imprese private, servizi per l’impiego, comuni e regioni le persone in cassa integrazione che sono disposte a fare altri lavori. In questo modo, si produrrebbe ricchezza e molti soggetti da passivi diverrebbero attivi. Pensiamo ai benefici economici che si genererebbero attraverso i cosiddetti moltiplicatori”.
Le risorse potrebbero essere ricavate, poi, dal rivedere spese apparentemente insensate.“L’idea di comprare un cacciabombardiere, che pare pure pessimo dal punto di vista strategico e militare, impegnando circa 15 miliardi, a fronte dello scandalo disoccupazione, a me pare uno scandalo per certi aspetti altrettanto grave”.
Infine, sul piano del fisco, non si può prescindere dall’economia sommersa. “L’economia sommersa c’è da ogni parte, ma in Francia, Germania, Gran Bretagna, è tra il 5 e il 10% del Pil, mentre in Italia è al 22% del Pil. Tra l’altro, con la crisi, i tagli alle pensioni e le riforme cosiddette del mercato del lavoro, l’economia sommersa ha fatto ulteriori passi avanti e fornisce incentivi molto convincenti a chi deve fare i conti con ogni singolo euro per arrivare alla fine del mese. Ridurre l’economia sommersa al livello di Francia o Germania significherebbe, per lo Stato, incassare almeno 60 o 70 miliardi l’anno di maggiori imposte di vario genere, dall’Iva alle imposte dirette”.
Partiamo da un dato di fatto. Le
lotte degli studenti e delle studentesse nei mesi passati hanno rappresentato
indubbiamente la punta di diamante del conflitto sociale in Italia. Abbiamo
assistito a centinaia di occupazioni, assemblee autoconvocate, mobilitazioni
nazionali e sempre l’avanguardia studentesca è stata il pilastro della giornata
di sciopero europeo dello scorso 14 novembre. Ieri, 15 febbraio, ancora
manifestazioni studentesche molto combattive in tante piazze per la
mobilitazione studentesca nazionale.
Più volte nella storia del secolo
scorso, l’offensiva studentesca ha funto da detonatore del conflitto di classe,
più volte ha rappresentato l’apripista di un radicale scontro frontale con il
padronato e le classi dominanti. Anche questa volta il movimento studentesco ha
avuto il coraggio di opporsi quando nessuno si opponeva, quando le direzioni
sindacali frenavano il movimento operaio, quando Landini invocava il
“raffreddamento” del conflitto. E a dimostrazione di come la lotta soltanto
paghi, il popolo studentesco è riuscito a respingere il progetto di legge Aprea
(il piano Marchionne applicato alla scuola) che intendeva privatizzare,
negandolo, il diritto allo studio, e cancellare la rappresentanza studentesca.
Al contrario, il movimento operaio, diretto dalle burocrazie dei sindacati
ufficiali, è costretto a subire l’imposizione del modello Pomigliano, con il
beneplacito di Camusso, Landini e Airaudo.
Solo la lotta paga! Sconfitto l’Aprea, la lotta
continua! Abbiamo imparato a vincere. Questo lo slogan di un
comunicato del Movimento all’indomani del blocco del Pdl Aprea. Eppure non è
consigliabile abbandonarsi a facili entusiasmi. Rivendicare una vittoria senza
collegarla ad un rilancio della prospettiva di lotta, significa abbandonare il
campo e provocare il riflusso del movimento. Questo a sua volta significa
riaprire lo spazio alle classi dominanti per una nuova controffensiva. Che in
parte è già in corso: il taglio delle borse di studio con l’ultimo decreto
Profumo, la riproposizione del metodo di valutazione Invalsi, ecc. Le vittorie
parziali servono solo a prepararsi a nuove battaglie. Solo con la lotta possiamo
conquistare vittorie, ma solo continuando la lotta possiamo difendere quanto
ottenuto, approfondirlo, estenderlo. Nessuna conquista, all’interno della
società-azienda, può essere data per acquisita definitivamente. Fin quando
resteremo all’interno di un modello di produzione basato sullo sfruttamento, sul
dominio della forma merce, sulla competitività, la scuola, e in generale i
saperi, resteranno sempre esposti al rischio di essere aziendalizzati,
subordinati alle logiche di profitto. Per liberare i saperi, è necessario
liberarsi del capitalismo. Tutte le lotte vanno messe in campo in direzione di
questa prospettiva, l’unica realista, l’unica realmente compatibile con gli
interessi oggettivi degli studenti e delle studentesse ad avere un’istruzione
pubblica, gratuita, laica e di qualità. E soprattutto dove lo studente, oltre ad
essere oggetto, è anche soggetto della dimensione scuola, con il diritto di
partecipare all’elaborazione dei piani di offerta formativa, di partecipare alla
gestione della scuola mediante commissioni paritetiche
docenti-studenti-personale ATA. I Giovani di Alternativa Comunista per queste
ragioni, di classe, garantiscono la partecipazione in prima linea ai cortei che
si terranno il 15 febbraio, giornata di mobilitazione nazionale studentesca
indetta dall’Autonomia. Una giornata promossa per denunciare quelle forze
politiche presenti alla tornata elettorale che nei loro programmi si schierano
contro gli operai come contro gli studenti. Basta dare un’occhiata alle proposte
dei candidati: perfino coloro che si definiscono più “anti-sistema”, Rivoluzione
Civile e Movimento Cinque Stelle, nei loro programmi non danno spazio ai temi
dell’istruzione, e quando lo fanno, assumono posizioni assolutamente destrorse;
Grillo inneggia all’abolizione del valore legale del titolo di studio, una
misura che andrebbe ad inasprire la competizione tra università e la separazione
tra atenei di seria A e atenei di serie B, mentre si dice d’accordo
sull’integrazione tra scuole e aziende (che tradotto significa subordinazione
della scuola alle logiche di profitto); mentre Ingroia, tace sul rimettere al
centro gli studenti e le studentesse, i loro diritti e la loro partecipazione
concreta, appellandosi unicamente all’articolo 3 della Costituzione, da buon
magistrato!
Il nostro programma: per un contropotere studentesco e
operaio Alternativa Comunista al contrario si presenta a
queste elezioni con un programma che presta particolare attenzione agli
interessi degli studenti che hanno manifestato in questi mesi e in questi anni
contro il modello capitalistico di istruzione (un modello appunto che vuole
rendere le scuole, cinghie di trasmissione delle aziende). Un programma che
prevede oltre alla partecipazione studentesca alla vita e alla gestione della
propria scuola (tramite le già citate commissioni paritetiche e la possibilità
di avere voce in capitolo nel Pof), anche l’elevazione dell’obbligo scolastico a
18 anni, l’istituzione di un reddito studentesco indiretto per studenti medi e
universitari che preveda il comodato d’uso dei libri di testo e l’accesso
gratuito a mense, trasporti, alloggi per i fuori sede, luoghi di cultura; una
riforma radicale dell’ordinamento su stage e tirocini (che metta al centro la
formazione dello studente e non il profitto delle aziende sfruttatrici); la
riqualificazione del ruolo di dottorando (una figura ibrida tra lo studente e il
ricercatore sfruttabile in ogni modo) tramite la certezza del passaggio da
assegnista di ricerca a ricercatore a tempo indeterminato (mentre oggi il 93%
degli assegnisti di ricerca non ha un futuro in università); un piano nazionale
di edilizia scolastica per costruire nuovi edifici e mettere a norma quelli
esistenti (finanziato con il taglio dei fondi stanziati per le Grandi opere e
con il taglio delle spese militari); l’abolizione di tutte le misure repressive
nei confronti delle lotte studentesche (come voto di condotta, tetto massimo di
assenze, sospensioni facili, ecc.). Ovviamente tutto questo passa per
l’abrogazione di tutte le precedenti controriforme della scuola (in primis
quella Gelmini), per il riassorbimento di tutti i lavoratori licenziati dal
mondo dell’istruzione, per la cancellazione di tutti i finanziamenti pubblici a
scuole e università private e per la cancellazione di tutte le università
telematiche. Alternativa Comunista, non lo diciamo per autofeticismo, è
l’unica forza politica che presenta in questa campagna elettorale un programma
simile, un programma rivoluzionario, di rottura con le logiche di profitto e con
il sistema di cui queste logiche sono coerente espressione. Un programma che non
sarà mai sancito da nessun decreto legge, ma solamente dalla lotta degli
studenti unita a quella dei lavoratori; un programma che si può realizzare solo
a partire dalle scuole e dalle università in mobilitazione, mediante la loro
unità e il loro coordinamento con il movimento operaio.
Non è quantitativa la differenza tra riforismo "debole" e riformismo "forte". Si tratta di scegliere tra normalizzazione della democrazia e critica dell'economia politica
La campagna elettorale in atto è dominata dagli «equilibrismi della mistificazione», dalla «fraudolenza retorica», da un meccanismo accelerato di distruzione della lingua, la risorsa profonda del legame sociale. (P.P. Portinaro, la Repubblica 3 febbraio). È del tutto illusorio, quindi, pensare che le dichiarazioni fatte dalla grande maggioranza degli uomini politici in questa contingenza possano modificare lineamenti di fondo, iscritti nelle logiche di più lungo periodo. Ad esempio, non ha niente di realistico credere che in seguito alle polemiche della campagna elettorale, i corposi incroci, nei fatti, delle agende di Monti e di Bersani, finiranno per scomparire nella nuvola della retorica funzionale al breve respiro delle tattiche di posizionamento. Quanto aderenti, invece, all'immanenza dei percorsi già sedimentati i molti contributi che il manifesto ha sempre continuato a pubblicare (Gianni, Pizzuti ed altri) sui processi della trasformazione economica, della trasformazione sociale. Contributi fortemente ancorati alla «realtà effettuale» tramite analisi ed argomentazione sulle «cose» e non sulle «parole». Non è, forse, il momento migliore per porre l'accento sulle questioni che la politica deve affrontare in combinazioni temporali assai più complesse. Tuttavia bisogna sforzarsi di ragionare anche sugli incroci dei tempi brevi e dei tempi lunghi, sul senso che assume in questo presente il nostro venire «da lontano» Nella prospettiva della costruzione/ricostruzione di una sinistra che si ponga davvero come «erede della storia del movimento operaio» i risultati delle prossime elezioni avranno certamente un peso. Saranno in grado di rallentare o accelerare un percorso. Un percorso, comunque, già iniziato ancor prima della pur positiva fase di aggregazione rappresentata dalla lista di «Rivoluzione Civile». I tempi di un processo così complesso sono ben lungi dall'esaurirsi in una tornata elettorale. Torniamo a riflettere, dunque, su questa storia del movimento operaio. Sulle lezioni di questa storia in un diverso ciclo di accumulazione capitalistica. Sul senso delle cesure e delle continuità. ERIC HOBSBAWM, l'eminente storico recentemente scomparso, ci ha lasciato quello che può essere considerato il più vasto e complesso cantiere, costruito ed in costruzione, concernente la storia del movimento operaio. Non solo i suoi studi hanno coperto il percorso quasi bisecolare di questa vicenda essenziale della nostra modernità, ma si sono svolti in un arco temporale di circa sessanta anni. Hobsbawm, cioè, ha vissuto sia la temperie culturale e politica dei primi anni cinquanta che quella del primo decennio del nuovo millennio. Il suo sguardo critico in un lungo periodo fatto di mutamenti di orizzonte ci è, dunque, particolarmente prezioso per ragionare su quella «eredità». In un saggio scritto ancora negli anni Cinquanta, quando cioè il termine «riformista» era oggetto di rifiuto da tanta parte delle forme organizzate del movimento operaio, in particolare da quelle di ispirazione comunista, il grande storico, che pure era comunista, scriveva che i movimenti socialisti e i sindacati «debbono, nelle loro attività quotidiane, agire come se il capitalismo fosse permanente». «Fatta eccezione per i rari periodi di crisi rivoluzionaria», dunque, la storia del movimento operaio finiva per declinarsi all'interno di una pratica riformista. Senza nessuna velleità di improbabili paragoni, nei miei lavori sul «riformismo» ho avanzato questa tesi: «nella lunga storia del movimento socialista ed operaio il riformismo è stato l'ordinaria normalità, la normalità strutturale delle pratiche organizzative e politiche. Le rivoluzioni in atto, non il discorso sulla rivoluzione, ne sono state le contingenze extraordinarie, le cesure dell'ordinario svolgimento strutturale» ( Riformismo alla prova ieri e oggi, Milano, 2009). Quali sono i nessi che hanno collegato ieri le prospettive di lungo periodo su un ordine sociale diverso e la necessità di agire « come se il capitalismo fosse permanente»? In che misura questi nessi possono avere senso nella fase che stiamo attraversando? Sul primo aspetto i tempi della storia del movimento operaio ci hanno dato risposte chiare. In ogni momento del conflitto (sindacale e/o politico) nel capitalismo supposto permanente devono essere ricercati, insieme, il risultato immediato e il mutamento di equilibrio, anche se minuscolo, nei rapporti sociali. Gli elementi di un rapporto economico-sociale considerato naturale devono esser continuamente messi alla prova. La sinistra ispirata alle teorie critiche del capitalismo - scrive ancora Hobsbawm - «ha sempre avuto una funzione reale se non rivoluzionaria nel movimento, cioè quella di rendere il riformismo effettivamente riformista .È necessario uno sforzo speciale, per impedire al movimento di scivolare nel riformismo puro e semplice ». Questo è il punto. Questo il risultato storico della secolare vicenda del movimento operaio: la civilizzazione del capitalismo come premessa per ulteriori percorsi. Sulla «funzione reale se non rivoluzionaria» durata per quasi due secoli non ci sono dubbi storiografici. La ricerca a proposito continua a confermare le proposizioni di Hobsbawm. Come può funzionare, però, quel meccanismo in una fase in cui il riformismo non è più riformismo ? Il riformismo socialista , infatti, è stato un modo particolare di declinare l'«antitesi» di cui era parte integrante. Il neoriformismo è un modo particolare di declinare le ragioni necessarie della normalizzazione dell a democrazia . Il neoriformismo di oggi è il rovescio del riformismo socialista. (Per il problema mi permetto di rimandare ad uno studio in cui ho analizzato più a fondo la questione: Il riformismo e il suo rovescio , Milano, 2009). In tale contesto manca la condizione di fondo perché possa essere espressa la suddetta «funzione reale». Quello che divide la sinistra ispirata alle teorie critiche del capitalismo dal neoriformismo è, appunto, il rifiuto netto da parte del neoriformismo della critica dell'economia politica in qualsiasi forma. Non si tratta di una questione teorica, o, peggio, di dottrina, bensì di questione di estrema rilevanza per i comportamenti pratici delle forze politiche. Quasi vent'anni di storia reale del neoriformismo (teorico e politico) hanno un peso rilevantissimo, rappresentano una prova decisiva. Questi vent'anni hanno fissato un baricentro di forze che è del tutto illusorio pensare di modificare, nella sostanza, con le retoriche a sfondo elettoralistico. La differenza tra la cultura politica, tra gli strumenti di analisi economica e sociale dei neoriformisti e quelli di coloro che si muovono nell'ambito delle teorie critiche del capitalismo è netta e profonda. La consapevolezza di tale dato di fatto non esclude la possibilità di rapporti politici, e, in caso, anche la necessità di rapporti politici. Tali rapporti politici possono dare buoni frutti soltanto se avvengono tra «forze» che fanno della loro autonomia culturale la leva essenziale della loro autonomia politica. Il meccanismo così bene messo in luce da Hobsbawm non può funzionare nel contesto attuale. Non ci troviamo all'interno di una differenza quantitativa tra riformismo debole e riformismo forte. La differenza è qualitativa e quindi la costruzione/ricostruzione della sinistra non è possibile se non fuori dal quadro del neoriformismo. Del resto anche l'antitesi politica e sociale dell'età del movimento operaio si è costruita fuori (spesso contro) i presunti affinismi del progressismo generico. La tornata elettorale che ci apprestiamo ad affrontare è anche uno di quei momenti di conflitto politico, che, come dice Hobsbawm, deve esplicarsi tramite compresenza di realismo e di volontà positiva per una prospettiva altra. Chi sceglie di vivere tale conflitto all'interno della gabbia neoriformista rifiuta nei fatti, e nei fatti che contano, di sperimentare davvero le potenzialità di futuro insite nel momento attuale.