Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

mercoledì 25 settembre 2013

Il pianto del Cigno (Roma-Lazio 2-0)

Kansas City 1927


C’è il sole, fa caldo, è estate. Dovemo vince.
Dovemo vince perché se ricomincia dala fine, perché dovemo giocà er derby come prima partita vera ao ssadio, subito, mo, perché così ha deciso un arido ma crudele algoritmo forgia calendari, e se da na parte s’attaccamo a ogni fior di zucca incontrato per la via pur de ritardà l’arivo in Sud, dall’altra semo consapevoli che pe esorcizzà quella cosa brutta accaduta de maggio, er modo miore è rigiocalla subito sta partita.

Allo stadio ce se ariva così, co poche certezze e ancora meno alternative. Oggi c’è un risultato solo. Se qualcuno te chiede “Perché?” evidentemente nell’ultimi 4 mesi non è stato a Roma. Noi ce semo stati. All’inizio è stata na tragedia. Poi è stato brutto. Poi è stato un ricordo bruttarello, sgradevole assai. Pensavamo che nce se potesse convive co sta cosa, che il 27 maggio sarebbe durato tutta la vita. E invece no. Piano piano, e soprattutto nelle ultime 3 settimane, se semo pure ricordati come se sorride, amo tirato fori la voce. Oggi, restando nel campo delle estrazioni e dell’abusato machismo da spogliatoio, sarebbe er caso de tirà fori le palle. Da sto punto de vista, da quello che s’è visto fino a mo, c’arivamo co la squadra giusta, co gli splendidi trentenni incazzati, coi giovani sotto schiaffo de quelli de cui sopra, co quelli na via de mezzo che a turno piano o danno gli schiaffi. Ce se ariva uniti. Ce se ariva primi. Ce se ariva carichi. Ce se ariva co nallenatore.

Eh, ma basterà? Non è che l’altre volte stavamo scarichi. Noi nce dormimo, nce magnamo, nce parlamo, noi semo quelli tra ssadio e realtà e poi abbiamo casse di cardioaspirina per pettinarci le coronarie. Ma loro, so loro che ce devono arivà carichi er giusto, né troppo né troppo poco. Già, loro, va a sapé come stanno.

Stanno come De Sanctis che imbocca pe primo a fa riscaldamento per il primo derby dela vita sua e je manca solo il microfono pe urlà “Siete caldi? Anchio!” e dici: ok, uno ce sta, è pronto. Poi li vedi tutti, e dici, dai ce stanno tutti, me pare che ce stanno no? Che dici, che te pare a te, chiedi a sconosciuti che però in quel momento so amici de na vita. Ce pare ce pare, ce pare a tutti. Mancano 10 minuti e stai nel pieno de un testa a testa de tabagismo hardcore co Sabatini, salivazione azzerata dalle sigarette e dal caldo e bibitaro troppo lontano, ma va bene, va bene tutto, nun bevemo così dopo non ce scappa la pipì.

Poi te arrivano le bandiere e gli stendardi in mano, e capisci che finalmente se sta a rifà na coreografia dopo tanto tempo, e lo prendi come un segnale buono, pure se in sto momento prenderesti come un segnale buono quarsiasi cosa, pure vedé Marzullo a bordo campo cor fratino dei raccattapalle.
“Il mio nome il simbolo della tua eterna sconfitta”, dice lo striscione che te sovrasta. Bello, bravi, retorico ma epico er giusto, naturale conseguenza e reazione ar tormentone dell’estate: la coppa in faccia. Come a dì, ognuno arzà in in faccia all’altro quello che ha, quello che può, quello che resta.

Pure perché er tormentone de la coppa arzata in faccia (la faccia nostra istituzionalizzata così ad ossessione per chi se la trova davanti da sempre), tormentone più utile pe gonfià er deltoide su no status de facebook o nessemmesse che pe movese nela vita reale, a lungo andare, come ogni tormentone, rischia de sembrà l’unica cosa che hai fatto in carriera. Comunque, la faccia nostra sta qua, segnata dala coppa e dala vita, ma sta qua, pronta pe altre pizze, avida de carezze.
Certo la nostra non è na coreografia bella come la bella perché bella idea de fa finta de sta a bevese na birra pe festeggià la coppinfaccia, ma loro so quelli che hanno portato le coreografie a Roma, c’hanno avuto 27 anni de più pe pensacce, non è che te vengono così ste idee, richiedono tempo, motivo per cui ner frattempo cantamo da soli.

E mentre provi a immaginatteli che entrano corendo tutti insieme a partita iniziata col rischio pure de fasse male sui gradoni, namico compagno de seggiolino e de tanto altro, ner mentre, sussurra piano: “ao, c’ho er formicolio ar braccio”. “Quale braccio?”, je chiedi come se avessi pronta na risposta tranquillizzante a seconda dela risposta sua. “Er sinistro, c’ho formicolio ar braccio sinistro”, insiste l’amico mentre il calcio d’inizio è ormai battuto. Lo guardi, lo tocchi, c’ha pure le mani sudate de freddo e jelo dici, optando pe la terapia d’urto: “beh, bono, se te pìa un coccolone oggi finisci su tutti i giornali, se te succede cor Sassuolo nte se ncula nessuno, va bene così, fidate, damme retta”.

Inforchi l’occhiali bizzarri, canti e sciarpi e pure er core tuo, mezzo giallo e mezzo rosso se fa più grosso e accelera la pompa, ma ar vicino non lo dici.

“Non me sembramo emozionati?”, rincara namico ale spalle. “Ma chi?” je chiedi mentre er formicolio de quello ar fianco tuo pare pià tutta la Curva. “Loro, i calciatori, che me frega de noi, so loro che non devono esse emozionati”.
Già, loro.
Loro che poi saremmo noi che saremmo loro, ma loro so loro, so altro da noi, so nentità meticcia fatta de romani e de padani e de brasiliani e de slavi e de ivoriani e de francesi e de marocchini e de olandesi occasionalmente depositaria de tutto er dna tuo.
Avranno capito la gravità de sta cosa? Loro saranno me? Anzi, saranno mejo de me che ancora non l’ho capito se oggi qui ce vojo sta oppure no? A rompe er flusso de coscienza ce pensa quel rockabilly de Leandro Castan detto Castagna, che intruppa un banale contrasto sula fascia, manda la palla in fallo laterale e se lacera le corde vocali pe urlà a fomento come se avesse appena segnato er gò decisivo all’urtimo minuto.
Quell’urlo ce pare quasi troppo, così, subito, ar primo secondo.
Nse capisce se sia fatto pe convince noi o se stesso.
In entrambi i casi sticazzi, ce piace.

Le schermaje so tipiche da derby, ma anche tipiche da Roma e forse, ma meno ce ne cale, da Lazio. So schermaje de na partita brutta ma menata il giusto da ambedue, senza no straccio de tiro in porta che sia uno, coi brividi per tutto il corpo solo perché te stai a giocà nantro pezzo de vita. La palla è mediamente sempre tra i piedi nostra ma senza gran costrutto, co gli avversi rigorosamente in undici dietro la palla a difende er gò de Lulic e perde tempo fin dal primo minuto (Marchetti ce metterà da subito na mesata per ogni rinvio, na cosa francamente incomprensibile pure ai più scaltri) sperando in una sgroppata der temuto Candreva. Candreva che a ogni rimessa laterale guadagnata, a ogni punizione rimediata, a ogni inquadratura regalata, traccheggia, s’atteggia, taccheggia e piacioneggia manco fosse Cristiano Ronaldo. Da onesto lavoratore del pallone, è diventato uomo derby da copertina, con tutti i pro e i contro del caso, o almeno così ce sembra a noi che temiamo tanto lui quanto Balzaretti che lo deve fermà.
Piacentini, tanto per citare a caso un altro che un gol in un derby l’ha segnato, rimase se stesso. Ma pure Castroman, guarda che te vojo dì. Candreva invece pare diventato Candreva, e mentre ne osservi la strana mutazione genetica, speri che a fine partita non se metta ar computer pe piassela co se stesso pe le solite note ragioni.

Intanto l’occasione più clamorosa, se tale se po definì, del primo inutile tempo, capita provocatoriamente sula fascetta de Gervinho. Perché Ercapitano così ha deciso: oggi er gò deve esse strano, atipico, anomalo, da aneddoto. Oggi er gò o deve fa uno che proprio non sa manco ndo sta de casa er gò. E niente, Ercapitano è fatto così, tignoso, cocciuto e visionario, ragion per cui a na certa disegna narcobaleno progettato per accucciare il pallone sul’attaccatura de capelli der Tendina, così ribattezzato da mpar de signori dela fila davanti, capaci de visioni pari a quelle Dercapitano.
Ma er Tendina, se sa, non è utilizzatore finale, ragion per cui il riporto de trecce je finisce sui denti, la fascetta je fa da collare, er sole jacceca la vista e scapoccià la palla in porta diventa problema insormontabile, occasione sciupata, quasi gò magnato.

L’amico, maledicendo l’estemporaneo ivoriano, nel mentre ha cambiato sintomo.
“C’ho le caviglie fredde”, confida ai più prima di alzarsi a fine primo tempo e correre verso un rapido check up fatto di scale e sguardi di gente che le caviglie non se le è afferrate, ma tanto bene non crede comunque di stare.

Se ricomincia e semo tutti gli stessi, tutti amo dato pe spacciato Floro Florenzi ma invece rientra in campo, ma è pe poco, 5 minuti e Gliaìc je dà er cambio, e cambia pure la partita. Pare lo chiamassero er Kakà dell’Est, ma noi dopo essece bruciati anni fa cor Thierry Henry de Valmontone non volemo esagerà. Er Cosetto dei Balcani se move con e senza palla, cambia sempre posizione, apre la difesa loro e soprattutto se cerca na cifra Corcapitano. Qualcuno, alle loro spalle, vede tutto e non riesce a tenesse un cecio come ar solito suo.

“Perdonami Ercapitano, noto una certa affinità tra te e coso, lì, Biondo Tevere, Zazzerello”
“Ma chi Gliaìc, ammazza è forte sto ragazzo, me piace, pare svejo”.
“AH...t..te piace dici eh? P...premesso che a me non me frega niente, ma così, pe curiosità, ma che ce trovi?”
“Ma che ne so, sarà sto vento dell’Est che se porta dietro, sta carica de genio e sregolatezza tipica de quella regione là”
“MA IO SO DU ANNI CHE TE PORTO STO VENTO E TU MANCO TE SPETTINI, MA CHE DEVO FA, DIMMELO!”
“Intanto non devi strillà che me dà fastidio, e poi è normale che du compagni de reparto se trovano mejo no?”
“Ah sì? Ah sì? E allora o sai che c’è? Allora io te lascio, me fidanzo cor Piovra, vabbene? Me farò cullà ner morbido abbraccio dei tentacoli de Kevin, va bene? Non me cercà, non me mandà messaggi su Facebook, dm su Twitter, notifiche su Whatsapp, non me fa squilli quando stai sotto casa che devo scende, è finita FI-NI-TA”
“Ah ok, peccato te volevo invità a cena stasera, vabbè, invito Adem”
“ASPETTA…”
“Gioca, te sta a arivà er pallone”.

Ma pe quanto sto pallone passi pe piedi buoni e decisi, sta partita nse sblocca. Anzi, rischia sì de sbloccasse, ma dalla parte sbajata. Prima è er capoccione de Ciani che ariva più alto de tutti e manda la capoccia de Castan a tirà dritto pe dritto sull’autopalo più alto, ricordando a tutti che le traverse nei derby so na giostra che gira. Poi er Tristo Mietitore Crucco riceve na palla de quelle che in passato ha seccato senza pietà da killer nato che è, ma a sto giro la coscia s’affloscia e il tiro se smoscia, ao e mica ce l’ha sur contratto che ce deve segnà sempre questo. Rimane che dopo tre partite e mezzo abbondanti, ancora non avemo visto De Sanctis fa na parata, soprattutto perché c’avemo du centrali che in confronto quello der tennis è laterale.

Poi pare arivato il Momento.
So 10 minuti che sradicamo palloni, sdrajamo arti, erigiamo tibie, scajamo cavije, recuperamo e ripartimo, piamo carci d’angolo, stamo lì, loro pure stanno lì, ce stanno dall’inizio della partita, ma pare che se stanno mpo a scioje, mo sarebbe proprio da fajelo sto cazzo de gò.
L’amico moribondo, esalando quello che pare l’ultimo dei sospiri e dei miraggi, improvviso sussurra cianotico: “ce pensà Fefè”.
Ercapitano intanto, che è contemporaneamente punta, esterno sinistro, esterno destro, mezzala, trequartista, viceallenatore in tribuna, scout e direttore der marketing, al momento attuale se trova sulla destra e scucchiaia na palla che pare pe nessuno. A noi, a voi, ai normali. Perché dall’altra parte sta a arivà come un treno baffuto quer Cigno biondo che c’ha fatto piagne miseria de calciomercato pe tutto il primo tempo. Core Barzaretti, ariva Barzaretti, tira bene Barzaretti, ma pia er palo porcaputtana Barzaretti. Gnente, Ercapitano smoccola, de fa fa sto gò strano a uno strano proprio non je riesce.
Mai na gioia. Mai na gioia collettiva, mai na gioia personale, mai niente, mai na favola de quelle che ce fanno le puntate de Sfide, mai na sorpresa, mai un premio, mai na mano de balsamo pe sto core infeltrito.

Angolo. Eh. Sai che ce famo co l’angolo, a dieci ce danno er pupazzetto.
Ma. Ma Ercapitano a vorte è de coccio proprio. S’encaponisce.
Perché Ercapitano c’ha un conto in sospeso cor calcio. Perché lui aveva proprio deciso che doveva segnà Barzaretti, o ar limite Gervinho, ma er calcio, quello, iriconoscente, vile, dopo tutto quello che ha ricevuto in ventanni de Totti, ancora ogni tanto arza la testa e se permette de contraddillo.
“Nino, me sa che non hai capito chi comanda” sussurra er 10 ar gioco più bello der mondo, e pe umiliallo definitivamente mira ar coperchio de trecce der Tendina che salta, struscia millimetrico de chierica d’avorio, e fa proseguì er pallone deviato er giusto pe arivà ndo deve arivà.
Er Cigno sbilenco, ito per inerzia a smadonnà sui tabelloni, tosto s’avvede der treno che ripassa, incredulo rincula in campo per svenire all’indietro e coordinasse come Panini comanda, acconcia la fetta occasionalmente e ostinatamente dritta, e a occhi chiusi scaraventa la chiesa al centro del villaggio, i nonni sule panchine, i regazzini sugli scivoli e la donzelletta che vien dalla campagna a far l’amore con tre civette sul comò.
E’ la morte der Cigno sbilenco, che pe un attimo infinito resuscita dritto e pieno de piume.
E’ gò.

Er Cigno realizza in un secondo che la storia lo ha baciato in bocca, che er prescelto pe cancellà er “mai” da “na gioia”a sto giro è lui, e allora butta la gobba, libera er capello e piagne correndo e correndo piagne, e se sbraccia come quelli che non sanno come esultà perché non segnano mai, che pe la gioia non c’è allenamento, non è che le lacrime le provi in doppia seduta er giovedì. E allora che po fa Barzaretti, può solo core, co mezza squadra che je dà le pizze in testa, co mezzo stadio che sgolandose je imprime a fuoco sula pelle la lettera scarlatta, la J de Jelavemofattafederì, e l’altro mezzo stadio che sta sepolto, ma vivo! madonna se è vivo! sotto er mezzo che lancia tonsille e amore verso er Cigno, il tutto mentre gli occhiali bizzarri volano a frantumasse e mille panze e culi e zinne e teste provano in ogni modo a fasse fisicamente male per eccesso di bene.
L’amico col formicolio e le caviglie fredde, ti chiederà a fine partita se sei stato tu ad abbracciallo tarmente forte da storceje la mandibola, mandibola che gli rimarrà bloccata per un po’ comunque non al punto da smette de urlà che sì, è gò, stamo sopra, er sortilegio pare infranto.

Certo, manca ancora na cifra. Quanti ne amo visti de sortilegi infranti così stronzi da ricomporsi un secondo dopo l’infrazione? Troppi.

E però er gò ce dà la forza, er coraggio e la fantasia, e una volta costretto l’avversario a uscì dar guscio der dì de coppa, comincia nordalia de discese sule fasce che vedono protagonisti più o meno tutti. Più o meno tutti, ma soprattutto uno: Gervinho, lo Scarnecchia nero.
Vero erede der fu cavallo pazzo, il giocatore più determinante della rosa nel rapporto tra presenza in campo e risultato sbloccato, corre come da proverbio, recupera e affonda, allunga e dribbla, ar dunque tira a cazzo de cane. Poco male, va bene così. Tanto che in una di queste sgroppate, Cana pia mira, rincorsa e trebbiatrice, ma quel che nasce rosso diretto si muta in giallo limone.
Rumoreggiamo manco fossimo l’Alto Commissariato per le Nazioni Unite chiamato a testimoniare una palese ingiustizia ai danni de un rifugiato politico con acconciatura discutibile.
Nel mentre, il senso di colpa s’accuccia comodo nel taschino di Rocchi.

Da casa ariva l’sms “Barzaretti sta a piagne da 10 minuti”, e tu non l’hai visto, non lo poi avé visto in uno stadio dove già c’hai culo se vedi er gò, ma lo sapevi, eri sicuro de avello già incamerato co gli occhi tuoi che stava a piagne. Ma non c’è tempo pe piagne e pe ride, non ancora quantomeno, che se sa che un giorno lontano lontano un avo nostro deve avé contratto dei buffi clamorosi co la sfiga, e il conto è ancora e sempre aperto. Occhio. Loro se so pe forza de cose sbloccati, provano finalmente a buttasse avanti, e inevitabilmente se aprono.

In una delle praterie, immune a ogni legge della fatica, Ercapitano se invola. Un ragazzo sovrappeso che pochi minuti fa è entrato co la maglia de Dias suda alla sola idea de coreje dietro un passo de più e lo stende, senza cattiveria, ma comunque in una situazione na cifra ar limite. Sarebbe giallo sicuro, ma in quel momento er senso de colpa sgorga tipo blob dar taschino gridando esausto “io non je la faccio più, ogni volta che vedo er Tendina me sento na merda, butta fori a questo pure se ncentra niente!”. Rocchi esegue, stanno in 10. Qualsiasi tifoseria la prenderebbe come na buona notizia, noi dopo la naturale esultanza, in silenzio, ma fortissimo, pensamo tutti a quanto potrà esse ancora più pesante se pareggiano.

E tra nassalto e nantro, tra na ragnatela de passaggi e na parata de Marchetti, tra no stop Dercapitano e na scoattata de Maicon, tra nanticipo de Benassià e nennesimo urlo der Castagna, tra un ululato a Cavanda (che non è Juan e non ha zittito col dito la Sud come fece il brasiliano con la Nord, ma se l’avesse fatto, nonostante quei capelli, avrebbe qui avuto la stima che riconoscemmo a Juan qualche derby fa), improvvisa ma prevista se delinea la crepa che po diventà crepaccio e facce crepà tutti per sempre, stavorta davero.
Un torello brasiliano de nome Ederson, subentrato ar profeta che tutto aveva previsto fuorché de non struscià palla, se ritrova pe na serie de coincidenze tipiche de quando devi morì de morte improvvisa e violenta, a tu per tu con De Sanctis e tutti i santi nostra.
E’ da poco passato er novantesimo.
Quell’uomo da solo sta per farci più male di Lulic.
Ma ad ogni beffa c’è un limite, e quel limite si chiama Daniele De Rossi da Ostia.

L’uomo che finì piangendo a maggio non vuole piangere più, non di rabbia e delusione.
Ma un conto è volere, un conto è poter fare, un conto è poter fare quel che si vuole, un conto è poter fare quel che si vuole in un derby da tifoso, un conto è rischiare tutto per buttarsi tra i piedi del sicario carioca e tarpargli lo sparo col tacco della scarpa.
L’occasionale aridità del calcio prevede che nessun tabellino riporterà mai quello che è a tutti gli effetti un altro gol. La distanza della Curva prevede che la reale entità del pericolo l’avremo presente solo a casa. La vicinanza del cuore al tacco salvatore ce fa capì che semo ancora vivi. Pe miracolo, ma vivi.

E quindi ormai ci siamo, noi e loro.
Ci siamo Noi che urliamo forte e Noi che in silenzio guardiamo terrorizzati quelli che urlano forte. C’è Luicapitano che esce tra gli applausi di qualche laziale (non è vero, non è successo, non succederà mai, ma in un mondo normale un giocatore di 37 anni che gioca così verrebbe acclamato da chiunque). C’è Borriello che entra e scapoccia su Marchetti il miglior cross della carriera del Supereroe Cigno ancora gonfio di superpoteri.
Chi non c’è più sono gli altri, che esausti si buttano a corpo morto sulla gimkana del fastidioso Gliaglic.

E’ rigore, al netto dei sensi di colpa.

Ercapitano non c’è più, libro cuore vorrebbe che sul dischetto si presentasse Capitan Tacchetto, e addirittura c’è chi in un frangente del genere riesce a lamentasse quando vede er pischello zazzeroso giungere le mano a preghiera e ottenere il premio di infliggere la massima punizione. “Sticazzi de chi tira, basta che segna!” ci troviamo ad argomentare cinici con i più sentimentali.
Pure perché Gliaglic è cecchino nell’animo, freddo pe definizione, algido al punto da segnare il gol della vittoria e non provare manco l’impulso de scartavetrà tabelloni e venì sotto la Curva. Va bene così, resta là giovinotto, er tuo l’hai fatto, mo facce fa er nostro.

Er nostro è rendese vagamente conto, mentre cercamo de slegà gambe e braccia dar Twister che s’è creato ar secondo gò, che de là, nella porta nostra se muove la rete ma nessuno esulta, quindi è successo qualcosa che non cambia il risultato, quindi er nostro, fondamentalmente, è gridà come ossessi che è finita, che avemo vinto, è finita, avemo vinto, è finita, avemo vinto.


Er nostro proprio nostro de noi due che scrivemo qua è abbracciasse e urlà che è finita, che avemo vinto, e che finalmente potemo scrive na cazzo de scheda de un derby vinto, e la cosa pe poco non ce fa piagne a mo’ de novelli Barzaretti. “A sto giro comincio io!” “No no, c’ho più voja de scrive io!”, rilanciamo mentre s’avviamo verso l’uscita, in un’inedita sfida uguale e contraria a tutte le schede che hanno preceduto questa. “Se capirai, già fanno 40 pagine per Roma-Chievo, a sto giro scrivono la Bibbia” sentenzia namico con fare effettivamente profetico.

Ma che ce voi fa, ce stanno giorni che vanno raccontati e ricordati. Questo è uno de quelli.
Perché sto derby se doveva vince, per forza, e l’abbiamo vinto.

Pure er derby de maggio andava vinto per forza, in quel momento più per forza de questo, e pure quello andava raccontato, lo sappiamo bene, tanto che se lo stamo ancora a raccontà. Ma de scrive de derby persi s’eravamo mpo rotti i cojoni (e l’abbiamo fatto, ah, se l’abbiamo fatto), e non essendo giornalisti ma tifosi, de scrive pe fa gode altri tifosi in quel momento non ce passava manco pe la testa.
Scrivemo quando potemo, scrivemo quando ce va, proprio come fanno i tifosi.
A quel derby, quello brutto de maggio, di tanto in tanto ce ripenseremo, ce dispiacerà, ma mo non ce sarà più il rischio de infettasse. La ferita è chiusa, è rimasto il segno, certi giorni la cicatrice tirerà un po’, ce verrà da grattassela e a quel punto ce lo ricorderemo e ce dispiacerà di nuovo, ma non fa più male.
Loro ce lo ricorderanno sempre, come se noi potessimo mai dimenticà, ma l’impressione col passare dei mesi è che dia molta più soddisfazione a loro che fastidio a noi. Non dimentichiamo niente, non funziona così, noi le cicatrici ce le teniamo tutte. So cicatrici de campo e de sport, niente de cui vergognasse.
Noi non vogliamo cancellà i brutti ricordi, perché è pure grazie a quelli che poi ste giornate so così belle, perché te liberano dar marcio che te sei masticato pe chissà quanto. Noi però voremmo fa de più, ne voremmo costruì de nuovi, e bellissimi.

A noi il passato non ce basta. Noi ce vogliamo abbraccià pure domani, e domani è cominciato domenica. Daje.



MOZIONE CONCLUSIVA DELL’ASSEMBLEA FONDATIVA DI SINISTRA ANTICAPITALISTA

Sinistra Anticapitalista



L’assemblea fondativa seminariale svoltasi a Chianciano nei giorni 20, 21 e 22 settembre 2013 approva con forza la proposta di dare vita, a partire da oggi, a Sinistra Anticapitalista, come organizzazione politica comunista, femminista, ecologista e internazionalista che lavorerà per promuovere le lotte contro ogni forma di sfruttamento, di oppressione, di dominazione sulle persone e sulla natura.
Le donne e gli uomini di Sinistra Anticapitalista si organizzano per far vivere la prospettiva di una rottura rivoluzionaria che permetta di iniziare a costruire una società socialista autogestita, libera dallo sfruttamento, dall’alienazione e dall’oppressione, nella quale tutte e tutti possano partecipare in modo democratico e pluralista alla scelta per il nuovo futuro.
L’assemblea approva il documento “Dalla classe lavoratrice e dai movimenti sociali un progetto rivoluzionario e libertario per il socialismo” proposto alla base della discussione e le conclusioni di Franco Turigliatto, assume il documento “Lavoro e non lavoro al tempo del Fiscal Compact” approvato dal convegno operaio di Torino del 1 e 2 giugno, adotta il simbolo scelto al termine dell’assemblea. [Il video delle conclusioni di F. Turigliatto e il simbolo sono in corso di preparazione per la pubblicazione su questo sito]
L’assemblea ringrazia i numerosi ospiti nazionali e esteri che hanno contribuito ad arricchirne la discussione e a consolidarne l’impostazione internazionalista.
In particolare vuole sottolineare la propria solidarietà con le lotte delpopolo greco contro la politica del governo Samaras e della troika europea, con la battaglia della coalizione di Syriza e, soprattutto, con l’iniziativa delle compagne e dei compagni di DEA e della piattaforma di sinistra.
Sinistra Anticapitalista, richiamandosi e facendo proprio il percorso di Sinistra Critica, in particolare per l’esperienza della rottura con il governo Prodi nel 2007 e la successiva uscita dal Partito della Rifondazione comunista, intende oggi lavorare per costruire una forteorganizzazione indipendente, che superi anche i limiti e le ambiguità presenti nell’esperienza di Sinistra Critica e che hanno contribuito ad accelerarne la conclusione.
Il primo compito politico e organizzativo sarà quello di costruire o ricostruire e rafforzare i circoli locali, dotandoli di direzioni capaci di coordinarne il lavoro e di mantenere il loro progetto all’interno del più complessivo progetto di Sinistra Anticapitalista. Parallelamente andranno definite e fatte funzionare le direzioni e le responsabilità di settore, con l’obiettivo di articolare nei vari ambiti di movimento il nostro progetto complessivo.
Andrà curata un’attenta politica delle sedi, andrà affrontato il problema di una sede nazionale e di un funzionamento organizzativo ordinato e strutturato.
Va rafforzato il funzionamento del Coordinamento nazionale, come organismo di collegamento tra i territori e come strumento di direzione politica. L’esecutivo dovrà essere l’organismo di gestione dell’attività quotidiana dell’organizzazione e dei suoi settori di intervento.
La rottura politica che si è realizzata in Sinistra Critica fa sì che Sinistra Anticapitalista nasca con un più forte squilibrio generazionale e di genere nelle sue fila e nel suo quadro dirigente. Questo problema sarà tematizzato e affrontato quanto prima dal Coordinamento nazionale, al fine di adottare in tempi politicamente rapidi tutte le iniziative utili per avviarsi a risolverlo, anche nell’ambito della ridefinizione della nostra presenza e del nostro radicamento territoriale.
Andrà sviluppata la più ampia campagna di adesioni alla nostra organizzazione, in particolare a partire da dicembre, quando sarà aperto il tesseramento 2014.
Contestualmente andrà condotta la campagna “30.000 euro per la sottoscrizione, 30.000 schiaffi alla rassegnazione”, con l’obiettivo di raccogliere questa cifra entro la fine del 2013, allo scopo di mettere in grado l’organizzazione di sviluppare il proprio progetto che, come è noto, sul piano delle risorse economiche, è completamente basato sull’autofinanziamento e sui contributi volontari delle/degli iscritti.
Sarà sviluppata una puntuale attività di formazione, che prenderà l’avvio con il seminario sulla concezione marxista dell’economiamesso a punto dal nuovo “Centro Livio Maitan”.
Sulla questione ambientale e, più in generale, sul tema dell’ecosocialismo, Sinistra Anticapitalista organizzerà nei prossimi mesi un seminario di approfondimento e di elaborazione nel quale, tra l’altro, verranno meglio definite le forme di coordinamento dell’intervento delle/dei nostre/i compagne/i nei movimenti di difesa del territorio della natura e dei beni comuni.
Andrà continuato il confronto tra le compagne di Sinistra Anticapitalista, già avviato durante questa assemblea; verranno attivati tutti quegli strumenti individuati dalle compagne per la comunicazione circolare tra di loro e in direzione del complesso dell’organizzazione. All’inizio del 2014 verrà organizzato un seminario dedicato al lavoro nei movimenti e alla presenza dell’agire femminista nel complesso dell’attività e dell’identità di Sinistra Anticapitalista.
Sul piano dell’iniziativa politica sarà messa a punto nelle prossime settimane una proposta di campagna politica sull’Europa, sulla natura padronale e antipopolare della sua azione e sulle rivendicazioni necessarie sul piano democratico, sociale e politico, anche definendo la proposta di un piano d’azione d’emergenza per la lotta contro le politiche dell’austerità.
Confermiamo l’impostazione unitaria che già improntò l’azione di Sinistra Critica fin dalla sua apparizione come organizzazione indipendente nel 2008 e il suo tentativo di creare una sinistra unitaria ispirata all’anticapitalismo e radicalmente alternativa al centrosinistra social-liberale. Oggi quell’esigenza, di fronte all’aggravarsi dell’offensiva neoliberale del padronato e dei governi e ai frutti avvelenati di cinque anni di gravissima crisi economica, trova nuova e più forte attualità.
Per questo Sinistra Anticapitalista è impegnata a fondo nel progetto e nella costruzione di Ross@, movimento unitario anticapitalista e libertario, e nel lavorare per il suo successo politico e organizzativo, contribuendo alla sua costruzione con le proposte che ci sono proprie. Le compagne e i compagni di Sinistra Anticapitalista aderiscono individualmente a Ross@, mantenendo il doppio tesseramento (come previsto dallo statuto di quel movimento), e lavorano, assieme a tutte e tutti gli altri sotenitori di Ross@ per svilupparne al massimo le caratteristiche e le potenzialità.
Anche a questo scopo e al fine di sostenere all’interno di Ross@ le impostazioni più efficaci (come esplicitato nel capitolo 4 del documento “Dalla classe lavoratrice e dai movimenti sociali un progetto rivoluzionario e libertario per il socialismo”) sarà estremamente preziosa la crescita della nostra organizzazione.
Tutto ciò andrà fatto all’interno di una più generale iniziativa perché si aggreghi nel paese il più ampio fronte sociale e politico di opposizione alle politiche di austerità. Occorrerà lavorare perché convergano tutte le aree e le organizzazioni sindacali classiste, i movimenti di difesa del territorio e dell’ambiente, i movimenti per i diritto alla casa, quelli per i “beni comuni”, quelli contro le guerre e per la pace.
Va sviluppato un programma di emergenza contro la crisi e contro l’austerità, con al centro la lotta contro la disoccupazione, la nazionalizzazione delle aziende che chiudono o che licenziano, di quelle che non rispettano l’ambiente e la salute dei dipendenti e dei cittadini, la difesa della natura pubblica dei servizi, della loro qualità e la ripubblicizzazione di quelli già privatizzati, il rilancio di quella che fu la nostra proposta di legge sul salario, la nazionalizzazione delle banche.
La settimana di mobilitazione del 12-19 ottobre costituisce un’occasione importante per far avanzare in questa direzione.
La manifestazione nazionale “La via maestra” del 12 ottobre in difesa della Costituzione indica giustamente i pericoli di ulteriore stravolgimento autoritario dell’assetto istituzionale del nostro paese, ma elude la denuncia della evidente e centrale responsabilità in questo disegno del centrosinistra e del presidente della Repubblica, oltre che gli stravolgimenti costituzionali già prodotti, primo fra tutti quello dell’articolo 81 con l’introduzione dell’obbligo del pareggio di bilancio. Inoltre l’appello per la mobilitazione tace sul fatto che la costituzione non è stata in grado di impedire nessuno dei massacri sociali operati indifferentemente dai governi di destra o di centrosinistra sul terreno delle pensioni, del lavoro e delle condizioni di vita delle classi popolari. E’ dunque con questo approccio critico che parteciperemo a quell’appuntamento.
Lo sciopero e la manifestazione del 18 ottobre sono un appuntamento di grande importanza perché non si limitano ad essere una pur legittima iniziativa “di bandiera” delle organizzazioni sindacali di base e conflittuali. Infatti il 18 ottobre è l’unico appuntamento di lotta finora indetto per il mondo del lavoro contro le politiche sociali ed economiche padronali e governative. Consapevoli di questo sosterremo quello sciopero e quella manifestazione, spingendo, come è nostra posizione tradizionale verso la sempre maggiore coesione e convergenza tra tutte le aree e le organizzazioni sindacali classiste.
Il 19 ottobre saremo in piazza a Roma assieme ai movimenti per la casa, per la difesa del territorio e dei beni comuni e dei servizi pubblici. Quella manifestazione sarà una prima esperienza di convergenza in piazza tra tanti movimenti diversi. E il suo collegamento esplicito con lo sciopero del giorno precedente allude concretamente alla convergenza anche con le lotte delle/dei lavoratrici/tori.
Nel congresso nazionale della Cgil che sta per aprirsi, il gruppo dirigente cercherà di mascherare le proprie responsabilità riguardo il deterioramento delle condizioni di vita e di lavoro della classe lavoratrice (a partire dalla passività con cui è stata avallata la riforma Fornero delle pensioni, lo scellerato patto del 31 maggio e il patto di Genova a sostegno delle rivendicazioni confindustriali) attraverso una unanimità di facciata, dietro la quale si giocheranno le consuete lotte di potere tra le varie cordate burocratiche. La posizione coraggiosamente alternativa della Rete 28 aprile e delle altre aree sindacali disponibili dunque andrà sostenuta con la massima forza, impegnando in questa lotta congressuale tutte/i le/i compagne/i possibili, al fine di creare nella confederazione e nelle sue strutture una corrente sindacale organizzata capace di dare il suo contributo decisivo alla ricostruzione del sindacalismo di classe, anche unitariamente con i sindacati di base.
Vanno combattute tutte le tendenze alla guerra, insite nella politica di un capitalismo in profonda crisi e di fronte ad un assetto geopolitico che sta rimettendo in discussione tutte le gerarchie di potere a livello globale.
Vanno sostenute le lotte in corso in tanti paesi contro le politiche di austerità e contro l’impoverimento generalizzato che quelle politiche provocano. In particolare vanno sostenute le lotte rivoluzionarie di numerosi popoli arabi contro le dittature del medio Oriente e del Maghreb che in modo autoritario o totalitario gestiscono i loro paesi. Anche per questo va contrastata ogni tentazione imperialistica di trovare o inventare pretesti per scatenare azioni di aggressione contro questi paesi, che può avere solo la conseguenza di rilegittimare il dittatore di turno facendolo riapparire come eroe antimperialista e parallelamente mettere ai margini le correnti laiche, democratiche e socialiste, dando al contrario fiato a quelle integraliste e terroriste.

Sinistra, le fatiche di pianura degli anticapitalsti

di Checchino Antonini, inviato a Chianciano Terme . fonte http://popoff.globalist.it/




«Le fatiche della montagna sono ora dietro di noi, ora davanti a noi abbiamo quelle più dure della pianura». Citando Brecht, Franco Turigliatto conclude la tre giorni fondativa e seminariale di Sinistra Anticapitalista accennando al lavoro di costruzione quotidiana dell'organizzazione dopo gli sforzi per tenerla in piedi nella lunga vicenda della scissione di Sinistra critica. Si tratterà di intrecciare quella costruzione alle resistenze sociali puntando sia alla ricostruzione di una sinistra sindacale sia alla sperimentazione di una ricomposizione politica. Infatti, la nuova formazione è impegnata nei settori più combattivi del sindacalismo, dentro e fuori la Cgil, e nel processo di formazione di Ross@. Inoltre Sinistra Anticapitalista è attiva nella Quarta internazionale con la quale prova a fare un salto di qualità nel lavoro internazionalista.

«L'internazionalismo - ha spiegato Charles-André Udry del Mps svizzero - è l'iniziativa reale che modifica la relazione tra noi, il prodotto collettivo della riflessione. Il nostro non deve essere un'internazionalismo "di traduzione" ma un collettivo reale dove l'unità d'azione si combina con la costruzione delle organizzazioni».



Sono stati tre giorni di dibattito fitto intorno al documento preparatorio e con i numerosi ospiti italiani e stranieri. Una finestra del programma è stata aperta sul ricordo del golpe cileno di 40 anni fa con una relazione di Erwin Ibarra, esule dal '73, che ha fornito una lettura non apologetica dell'esperienza allendista. Un altro focus dell'appuntemento ha messo al centro l'analisi della crisi economica e dell'euro con materiali messi a punto da Olmo Dalcò.

«Siamo tutti dentro una lotta di classe mai così dura», ha spiegato: da un lato la capacità offensiva della borghesia, «capace di una violenza senza precedenti, degli sfracelli delle larghe intese, ma anche di organizzare il consenso popolare» (nello stesso momento si votava in Germania e avrebbe rivinto Merkel), dall'altra parte la demoralizzazione e la scarsa efficacia del movimento operaio in tutte le sue forme. Anche in quelle delle nuove soggettivazioni che, dal Brasile alla Turchia fino in Egitto hanno dato prova di capacità di mobilitazioni imponenti - il 30 giugno in Egitto s'è avuta la più grande sollevazione della storia del mondo - ma che non hanno intaccato i rapporti di forza. «Eppure il movimento operaio delle origini s'è organizzato proprio per sconfiggere la demoralizzazione».

Con i settori sociali sempre più frammentati e stritolati tra Grillo e Francesco I, per chi ritenga inaccettabile questo sistema sociale è un'epoca tremenda, più ancora per chi mette in agenda l'idea di collegare le lotte e costruire le resistenze sociali. «Ma è l'unico modo per far crescere la coscienza di classe, ossia la combinazione tra formazione e mobilitazione». «Non è più tempo di compromessi sociali come negli anni '60, di nuove politiche espansive, di conquiste sociali e politiche ottenute nel "compromesso dinamico" di berlingueriana memoria. La borghesia, si osserva bene in Grecia, non vuole fare prigionieri. Solo la lotta di classe può inceppare i meccanismi di sfruttamento», avverte l'ex senatore che ruppe con Rifondazione quando quel partito votò la guerra in Afghanistan per non rompere con il governo Prodi.

Nella tre giorni di Chianciano molti interventi hanno segnalato il paradosso epocale di una crisi senza precedenti del capitale e di una speculare frammentazione del movimento operaio organizzato. «Il paese dove c'è il sindacato più grande d'Europa, la Cgil, e i salari più bassi - aveva detto Fabrizio Burattini illustrando il documento alla base della discussione. Dentro questa cornice sta per avviarsi l'autunno con i suoi appuntamenti. Sinistra anticapitalista sta lavorando con chi ha lanciato lo sciopero generale del 18 ottobre e la manifestazione nazionale del giorno successivo dello sciopero di cittadinanza. La delegazione Usb, intervenuta all'assemblea, ha chiarito che sarà un passaggio ancora meno rituale di altre stagioni quando gli scioperi dell'autunno servivano a correggere questo o quel passaggio di una legge finanziaria. Stavolta, infatti, le due scadenze arriveranno al termine di una settimana di mobilitazione nazionale piuttosto articolata che, volente o nolente, si imbatterà nella chiamata del 12 ottobre di Landini e Rodotà a difesa della Costituzione e con quella piazza avrà spazi più o meno ampi di sovrapposizione. «La Costituzione è già cambiata - dirà Turigliatto - da quando il centrosinistra ha introdotto il federalismo fiscale fino a quando è stata forzata per introdurvi il patto di stabilità e il pareggio di bilancio». Dunque, se dovrà essere una lotta a difesa della Costituzione dovrà tenere conto che la Carta, da sola, non è servita a salvarci dagli sfracelli del liberismo e che una battaglia del genere non può che essere una battaglia contro i ricatti della Bce e dell'Europa, contro il fiscal compact, le politiche di austerità e i governi che le applicano.

La strumentazione da adottare sarà articolata: accanto alla ricostruzione dei suoi circoli e dei collettivi locali. Sinistra anticapitalista, ha rivelato già nella sua assemblea seminariale fondativa una capacità di relazione internazionale e con interlocutori italiani.



[Gli ospiti italiani]

Il primo a prendere la parola tra gli invitati è stato Giovanni Russo Spena. L'ex segretario di Democrazia proletaria, poi capogruppo al Senato per il Prc, è convinto che la sinistra sconti «un colossale sequestro della criticità dei movimenti da parte di Grillo» e dalla subalternità del «vendolismo» alla «mutazione genetica del Pd in nome del "dobbiamo vincere"». Per lui sono «molti i terreni di confronto politico e teorico» tra Sinistra anticapitalista e Rifondazione, «organizzazione complessa, pur nella sua marginalità attuale e immersa in un dibattito congressuale». Il gruppo dirigente del Prc ha ben chiaro che non è più tempo per cartelli pattizi di stati maggiori e un processo di ricomposizione non possa pretendere lo scioglimento delle esperienze in corso. Ma davvero l'intero gruppo dirigente è persuaso a non pensare più di essere la sinistra del centrosinistra? Davvero quel partito è convinto che la chiamata del 12 ottobre non alluda a un nuovo soggetto politico? Domande che dal palco di Chianciano sono spesso ricorse negli interventi in plenaria sulla base del presupposto che il Pd sia «parte del problema e non della soluzione», «un avversario sul piano sociale, politico e anche istituzionale» alla luce della torsione presidenzialista e delle forzature di cui quel partito è artefice.

«Se negli anni '70 il "caso italiano" alludeva a un livello eccezionale di trasformazioni sociali e di conflittualità, ora quella formula significa esattamente il contrario», ha detto Giorgio Cremaschi intervenendo a nome dei promotori di Ross@ e fornendo lo spunto per osservazioni sul degrado culturale che accompagna le derive sociali del liberismo. «L'antiberlusconismo ha fatto più danni del berlusconismo», ha detto a proposito del combinato tra voto utile e grillismo e anche al divario tra la proiezione mediatica di Landini e la sua pratica quotidiana sindacale». Il ritorno della Fiom nell'alveo delle pratiche concertative del sindacato confederale è stato tra i punti fermi del dibattito di Chianciano. A prendere la parola anche Sergio Cararo della Rete dei comunisti, partner di Sinistra anticapitalista nella costruzione di Ross@.



[Le delegazioni straniere]

Le delegazioni straniere hanno fornito un quadro della lotta di classe nei rispettivi paesi ma hanno anche chiesto un bilancio senza reticenze di Sinistra critica. Miseria di massa, deindustrializzazione, trasferimento della ricchezza dal lavoro alla rendita, insopportabilità di questa forbice, corruzione della classe politica, resistenze sociali e ambivalenza delle forze tradizionali della sinistra radicale.

Il racconto della crisi ha molti punti di contatto e differenze altrettanto significative. Ricardo Martín Santos, esponente della Izquierda Anticapitalista, ha riportato la situazione dello Stato spagnolo: il 15M degli indignados, i tre scioperi generali, le "maree", quella verde degli infermieri e quella bianca dei docenti, la nostalgia per il patto sociale rotto dalla crisi e l'interlocuzione di Ia con le correnti critiche di Izquierda Unida, la coalizione formata intorno al Pc. «I movimenti ci chiedono unità ma noi siamo contrari a blocchi senza elementi di rottura anticapitalista».

«Cdu ed Spd sono sempre più simili - ha spiegato Angela Klein, della redazione della rivista SoZ, Sozialistische Zeitung - la Merkel ha rotto alcuni tabù ad esempio sul nucleare, sul salario minimo, sui matrimoni gay e sul tempo pieno. Ma la Spd fa sempre più spesso discorsi simili alla Cdu. La perdita di potere d'acquisto del salario reale, dal 2000, si attesta al 4% mentre la crescita delle rendite, nello stesso periodo, è del 30%. La Germania è il paese con la maggiore disuguaglianza sociale. Una china intrapresa da quando il cancelliere Gerhard Schröder ha avviato una politica di bassi salari e di precarietà che ora riguarda il 25% dei salariati. Cresce l'area dei lavoratori poveri che devono rivolgersi alle misure di sostegno note come Hartz Iv».

Anche la locomotiva d'Europa è un posto di deindustrializzazione crescente, di dislivelli salariali tra Est e Ovest, di smantellamento dei contratti collettivi. Il 90% del patrimonio privatizzato della Ddr è in mani di capitalisti dell'Ovest, una vera operazione di colonialismo interno. La differenza con il Sud del continente è che la disoccupazione non è stata sconfitta ma è stabile: un milione di persone e che l'export tira. «Ma per le burocrazie sindacali sono possibili solo lotte difensive. Impossibile immaginare una battaglia per la riduzione di orario a parità di salario. La sinistra sindacale è marginalissima: piccoli gruppi e sparsi nell'Ig-Metall e nella scuola».

«Anche il capitalismo francese cerca di restaurare il potere di classe - ha raccontato Léon Crémieux (della direzione del Nouveau parti anticapitaliste) - con i sindacati incapaci di opporsi».



[Il caso greco]

Una sessione intera è stata al centro del caso greco grazie alla relazione di Antonis Ntavanellos, componente della segreteria nazionale di Syriza e portavoce di Dea (Sinistra Internazionalista Operaia), una delle figure più note dell'anticapitalismo rivoluzionario ellenico. Questo perché è in Grecia la crisi più profonda dell'Unione europea, laboratorio per la distruzione dei diritti sociali, con salari che si aggirano intorno a 580 euro al mese e scendono ancora a 400 per i giovani e a 300 per i precari. Il debito pubblico è come nel 2009 e i sacrifici non sono serviti a nulla. Ci sono scioperi in corso, il governo Samaras è alla frutta ma si parla di un nuovo "prestito". Gmià ai tempi del primo memorandum mezzo milione di lavoratori si sono riversati sulle strade «neanche troppo pacificamente».

Da allora i settori popolari greci hanno messo in atto ogni forma di resistenza. «Ma il livello delle lotte non è ancora quello necessario anche se abbiamo la sensazione di vivere un'epoca rivoluzionaria. Servono metodi per la guerra di classe che non abbiano nulla a che fare con la sinistra plurale». Il Pasok, gestore dell'austerità della troika, è ridotto a un decimo di quello che era quando è iniziata la crisi. Syriza, che rischia di vincere le prossime elezioni, non è immediatamente sovrapponibile ai suoi omologhi della Sinistra europea «ma ancora oggi costruirla è un lavoro duro. Quando il suo segretario Tsipras ha detto di non voler pagare gli interessi sul debito è parso già un atto di guerra contro la borghesia». Dea fa parte della Piattaforma di sinistra, il 35% di Syriza, che vuole allearsi con il Kke e con Antarsya, l'altra alleanza della sinistra rivoluzionaria che però alle ultime elezioni ha preso solo 20mila voti. Per ora un primo risultato è stato quello della nascita di comitati unitari di autodifesa per isolare le scorribande dei nazisti di Alba Dorata.



[L'agenda dell'autunno]

Il documento varato al termine dei lavori «approva con forza la proposta di dare vita, a partire da oggi, a Sinistra Anticapitalista, come organizzazione politica comunista, femminista, ecologista e internazionalista che lavorerà per promuovere le lotte contro ogni forma di sfruttamento, di oppressione, di dominazione sulle persone e sulla natura.Le donne e gli uomini di Sinistra Anticapitalista si organizzano per far vivere la prospettiva di una rottura rivoluzionaria che permetta di iniziare a costruire una società socialista autogestita, libera dallo sfruttamento, dall'alienazione e dall'oppressione, nella quale tutte e tutti possano partecipare in modo democratico e pluralista alla scelta per il nuovo futuro». Più avanti si chiarisce che, «richiamandosi e facendo proprio il percorso di Sinistra Critica, in particolare per l'esperienza della rottura con il governo Prodi nel 2007 e la successiva uscita dal Prc, Sinistra Anticapitalista intende oggi lavorare per costruire una forte organizzazione indipendente, che superi anche i limiti e le ambiguità presenti nell'esperienza di Sc e che hanno contribuito ad accelerarne la conclusione».

Il dispositivo ammette e si fa carico del «più forte squilibrio generazionale e di genere nelle sue fila e nel suo quadro dirigente» determinato dalla rottura di Sc. Questo sarà al centro di iniziatove specifiche nel futuro prossimo dell'organizzazione che ha in programma anche di realizzare un seminario sulla concezione marxista dell'economia messo a punto dal nuovo "Centro Livio Maitan", un altro sull'ecosocialismo e, all'inizio del 2014, verrà organizzato un seminario dedicato al lavoro nei movimenti e alla presenza dell'agire femminista nel complesso dell'attività e dell'identità di Sinistra Anticapitalista. «Sul piano dell'iniziativa politica sarà messa a punto nelle prossime settimane una proposta di campagna politica sull'Europa, sulla natura padronale e antipopolare della sua azione e sulle rivendicazioni necessarie sul piano democratico, sociale e politico, anche definendo la proposta di un piano d'azione d'emergenza per la lotta contro le politiche dell'austerità».

La nuova organizzazione conferma l'impostazione unitaria e il suo tentativo di creare una sinistra unitaria ispirata all'anticapitalismo e radicalmente alternativa al centrosinistra socialiberale. Occorrerà lavorare perché convergano tutte le aree, a questo dovrebbe servire Ross@ e le organizzazioni sindacali classiste, i movimenti di difesa del territorio e dell'ambiente, i movimenti per i diritto alla casa, quelli per i "beni comuni", quelli contro le guerre e per la pace. «Va sviluppato un programma di emergenza contro la crisi e contro l'austerità, con al centro la lotta contro la disoccupazione, la nazionalizzazione delle aziende che chiudono o che licenziano, di quelle che non rispettano l'ambiente e la salute dei dipendenti e dei cittadini, la difesa della natura pubblica dei servizi, della loro qualità e la ripubblicizzazione di quelli già privatizzati, il rilancio di quella che fu la nostra proposta di legge sul salario, la nazionalizzazione delle banche».

La settimana di mobilitazione del 12-19 ottobre costituisce per Sinistra anticapitalista un'occasione importante per far avanzare in questa direzione: «La manifestazione nazionale "La via maestra" del 12 ottobre in difesa della Costituzione indica giustamente i pericoli di ulteriore stravolgimento autoritario dell'assetto istituzionale ma elude la denuncia della evidente e centrale responsabilità in questo disegno del centrosinistra e del presidente della Repubblica, oltre che gli stravolgimenti costituzionali già prodotti, primo fra tutti quello dell'articolo 81 con l'introduzione dell'obbligo del pareggio di bilancio... Il 19 ottobre saremo in piazza a Roma assieme ai movimenti per la casa, per la difesa del territorio e dei beni comuni e dei servizi pubblici. Quella manifestazione sarà una prima esperienza di convergenza in piazza tra tanti movimenti diversi. E il suo collegamento esplicito con lo sciopero del giorno precedente allude concretamente alla convergenza anche con le lotte dei lavoratori».

Prima delle conclusioni, dedicate al rifiuto delle tendenze alla guerra e di ogni residuo di "campismo" rispetto alle vicende internazionali, c'è uno spazio dedicato al prossimo congresso nazionale della Cgil nel quale Sinistra anticapitalista sosterrà la «posizione coraggiosamente alternativa della Rete 28 aprile e delle altre aree sindacali disponibili» provando a coagulare una «corrente sindacale organizzata capace di dare il suo contributo decisivo alla ricostruzione del sindacalismo di classe, anche unitariamente con i sindacati di base».