Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

venerdì 24 maggio 2019

L'Europa che vorrei passa dallo smantellamento di quella attuale.

Luciano Granieri


foto tratta dal sito:Contropiano.org



L’Europa che vorrei è quella dei popoli, non dei mercati.  I  tratti fondanti  dell’attuale UE   identificano una  costruzione  europea destinata al  governo di un mercato sovranazionale. Una struttura in cui  diritti dei  popoli vanno gaiamente a farsi benedire.  

Non è un caso che la  crisi finanziaria del  2008, provocata dal fallimento delle scorribande speculative delle banche d’investimento,  ha visto l’Unione Europea impegnata a trasferire sulle spalle dei propri  cittadini i debiti contratti dai banchieri privati. Come? Gli stretti vincoli determinati dal trattato di Maastricht, per cui ogni singolo Stato deve rispettare un rapporto debito/pil non superore al 3%, ha spinto i governi, impossibilitati a mettere in campo uno straccio di politica sociale, a  ricorrere a sistemi di finanziamento  i cui tassi d’interessi usurai , imposti  da quelle stesse banche che hanno prodotto il disastro  e veicolati dalla Bce, hanno appesantito ulteriormente una situazione debitoria non creata dai cittadini. Se a ciò aggiungiamo che  i  prodotti finanziari,   venduti agli Stati  dai delinquenti delle banche d’affari tipo Deutsch Bank , J.P Morgan o ancora Goldman Sachs,   pullulavano di  titolo tossici,  (con  la cartolarizzazione dei  mutui subprime e dei  derivati), l’imbroglio ai danni della comunità  è del tutto evidente. 

Questa dinamica, che  nega ogni diritto sociale alla  maggioranza  dei cittadini europei, non appartenenti alle èlite economiche, la cui rabbia viene indirizzata  verso gli immigrati, è permessa proprio dalle normative europee. Nel  trattato di Maastricht  si fa divieto  agli Stati  di ricorrere all’assistenza finanziaria dell’Unione, di altri Paesi membri, o delle Banche centrali, obbligando i governi  a rivolgersi ai mercati per soddisfare il proprio fabbisogno di denari, cedendo a questi  la propria autonomia politica. 

Il Patto di Stabilità e Crescita   inasprisce  la disciplina degli avanzi di bilancio. Il   rapporto debito Pil al  3% potrebbe risultare addirittura   eccessivo.   Ogni singolo Stato, in funzione della propria precaria  situazione economica,  potrebbe essere obbligato ad un’ulteriore macelleria sociale  riducendo  ulteriormente la situazione debitoria al di sotto del  3%. 

Il Fiscal compact cede  alla commissione europea la valutazione della condizione finanziaria dei singoli Paesi membri condizionandone le scelte di politica economica. Lo stesso Fiscal Compact   arriva ad imporre ai singoli enti locali un deficit strutturale non inferiore allo 0,5% del Pil, arrivando ad espropriare le prerogative democratiche fin dentro i Comuni. 

Tutta l’impalcatura su cui si fonda  l’Unione Europea sancisce la supremazia degli interessi finanziari su quelli dei cittadini. Ne consegue che per un’Europa di popoli,  tutto il sistema  va abbattuto  dalle sue fondamenta:  dal trattato  Maastricht, al Patto di Stabilità e Crescita,  dal Fiscal Compact al  sistema vessatorio dei salvataggio degli Stati  (Mes),  dal  Trattato sull’Unione (Tue) ,  a quello sul funzionamento dell’Unione (Tfue),    fino ai protocolli  del trattato di Lisbona. 

Tutto ciò sarebbe irrealizzabile senza un ripensamento della struttura  istituzionale della UE. I membri del Parlamento europeo, che andremo inutilmente ad eleggere domenica prossima, non avranno alcun potere decisionale.  Il Parlamento infatti  non può far altro che condividere le decisioni del Consiglio e della Commissione (istituzioni non  elette dai cittadini a livello europeo) depositari  delle   competenze legislative. Non solo, tale condivisione viene meno per quanto concerne le materie di politica estera, finanziaria e monetaria, di esclusiva competenza del Consiglio (i cui componenti sono i capi dei singoli stati) dell’ECOFIN ( composto dai ministri dell’economia dei Paesi Membri) e dalla Bce. 

Nell’Europa che vorrei  ogni Paese membro  dovrebbe eleggere i componenti di un’assemblea  costituente  chiamata alla   stesura  della  Costituzione europea da sottoporre al giudizio degli elettori. Una Carta  basata sui principi comuni a  tutti i dispositivi costituzionali nati nel corso della storia, a partire dalla dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del  1789. Principi in cui il benessere dei cittadini è posto come bene supremo, che nessun’altra prerogativa può scalfire , men che meno gli interessi dell’èlite finanziarie. Una Costituzione in cui venga sancito il potere legislativo del Parlamento, con il Consiglio deputato alle funzioni esecutive. 

Un Parlamento che sancisca diritti comuni e uguali  per i cittadini  dell’intera  Comunità europea, in termini di progressività fiscale,  di accesso al lavoro, alla salute, all’istruzione, con salari e condizioni economiche  decenti,    funzionali  ad assicurare il pieno sviluppo della persona umana. 

Nelle condizioni date non ha alcun senso sprecare un bene democraticamente prezioso come   il voto  per un rappresentate che non avrà alcun potere. Prima si procederà alla  rimozione totale dell’attuale assetto normativo e costitutivo della UE,  con la revisione totale dei rapporti di forza, in favore di una rappresentanza parlamentare reale  e di una   partecipazione fattiva e consapevole di tutti i cittadini europei alla vita politica,    e prima si otterrà un vero  cambiamento.  

Solo con una  nuova architettura  sarà  possibile il  raggiungimento di un   benessere sociale diffuso e globale. Solo così gli interessi pubblici potranno superare le    prerogative lobbistiche di singoli Stati e di  potentati  finanziari , quelli si totalmente globalizzati. 

Personalmente  andrò al seggio, rifiuterò la scheda e farò verbalizzare dal Presidente i motivi del mio diniego, dovuto alla totale inutilità rappresentativa del voto. Probabilmente sarà un atto insufficiente, forse inutile. Ma  lo sarà fini a quando non ci si renderà conto che il campo la lotta per una reale  rinascita del benessere collettivo comune a tutta l’Europa e  a tutto il mondo, deve spostarsi sulla rivendicazione di un’agibilità democratica  oggi negata. Un totalitarismo determinato,  non già dai   pur pericolosi effetti collaterali di un Europa antisociale incarnati nei sovranismi  e nei  fascismi variamente declinati, ma dalla dittatura globale del neoliberismo.



lunedì 20 maggio 2019

Si può dare un valore monetario agli essere umani? Nel decreto sicurezza e nell'America schiavista dell''800 si

Luciano Granieri




Quanto vale in dollari o in euro una vita umana? E’ una domanda a cui, chiunque fosse dotato di un minimo di umanità e coscienza civile, si rifiuterebbe di rispondere. Anzi giudicherebbe barbaro colui il quale  la ponesse. Ancora più odiosa è la pratica di negare il valore inestimabile di un essere  umano, rendendolo quantificabile quando esso appartiene ad un’altra etnia. 

Eppure nell’articolo uno del decreto recante  “disposizioni urgenti in materia di ordine e sicurezza pubblica”, che un barbaro ministro degli interni - la cui attività è un insulto per il genere umano -   pretende di portare stasera all’esame del consiglio dei ministri, è sancita l’imposizione di una multa a tutte le imbarcazioni che dovessero effettuare operazioni di soccorso in acque internazionali. 

La sanzione può variare dai 3.500 ai 5.000 euro  per naufrago tratto in salvo. Tanto vale la  vita umana di persone in preda alla disperazione e agli stenti . Resta da capire come si esplica tale scala valoriale. Chissà. Proviamo ad ipotizzare: Per un profugo mulatto  la multa sarà di 3.500, mentre per un nero salirà a 5.000? 

In realtà la  stima economica di una vita umana non è cosa nuova. Trasferiamoci negli Stati Uniti, facciamo un salto nel passato fino alla prima metà del 1800. In questo periodo gli schiavi del sud erano  sette milioni, circa 350mila i loro padroni. I 234 più ricchi fra loro vessavano oltre  200mila persone. Era del tutto evidente come, in presenza di un numero così elevato di braccia da sfruttare, in enorme eccedenza rispetto alla necessità produttive, si sviluppasse una redditizia compravendita di donne e uomini che  potevano diventare merce venduta al mercato dal valore a volte inferiore ad  una bestia da soma. 

Come nel decreto  salviniano anche qui  il prezzo  di ogni singola persona poteva variare :  Ad esempio un ragazzo giovane e robusto aveva un valore maggiore rispetto ad un vecchio. Molto richieste anche le donne giovani perché in grado di fare figli da poter allevare e rivendere alle fiere . Leggiamo qualche inserzione dei giornali dell’epoca. 

Su un quotidiano di New Orleans del 1830 appare l’annuncio: “ Negri in vendita. Donna negra ventiquattrenne  e i sui figli uno di otto e l’altro di tre anni, saranno venduti separatamente o insieme, a piacere. La donna è una buona cucitrice . Viene venduta a buon prezzo, in contanti oppure scambiata con generi alimentari. Rivolgersi a Mathew Bliss & Co.” 

Un’altra inserzione  tratta da un giornale di Charleston invece promuoveva la vendita di una donna di 20 anni “….è molto prolifica  e costituisce un’ottima occasione per chi volesse allevare una famiglia di servi robusti e sani per…proprio uso”.  

Thomas R.Drew, rettore del college  William e Mary negli stessi  anni si vantava del fatto che: “…la Virgnia alleva negri per gli altri Stati; ne produce a sufficienza per uso locale più  circa seimila da vendere….I virginiani li possono allevare a un costo inferiore di quello d’acquisto; in effetti questo allevamento costituisce una delle loro maggiori fonti di profitto”. 

Dunque non solo il decreto Salvini è paragonabile, così come bene descritto dagli studenti dell’Istituto Industriale Vittorio Emanuele di Palermo, alle leggi razziali del 1938  (in relazione alla mancanza di solidarietà per le minoranze con  l’effettiva inibizione e sterilizzazione di diritti fondamentali)  ma riporta alle pratiche in uso nell’America schiavista dell’ ‘800 in cui alla persone si poteva tranquillamente affibbiare un prezzo. Allora per affiancare allo sfruttamento il profitto sul commercio di appartenenti al genere  umano, oggi per rendere quegli stessi appartenenti al genere umano  misura monetaria al fine di quantificare sanzioni. 

Stiamo dunque parlando di un decreto fascista e schiavista, caratteristiche che non dovrebbero nemmeno arrivare ad un giudizio di incostituzionalità, per altro acclarato, ma essere rigettate  immediatamente  perché indegne di un Paese civile.  Ritengo che il Presidente Mattarella, qualora il decreto dovesse passare il vaglio del Consiglio dei Ministri, debba obbligatoriamente rifiutare un tale incivile abuso, negando la propria firma. Se ancora viviamo in uno Stato di diritto tutti gli organi di garanzia vigilanti sull’integrità costituzionale, e sui valori civile e sociali che la Carta assicura, dovrebbero mobilitarsi per fare in modo di fermare una norma che getta nella vergogna tutto il Popolo italiano.

Un decreto incostituzionale da respingere

Coordinamento per la Democrazia Costituzionale



Fonti di stampa riportano la bozza di un “decreto legge” che il Consiglio dei Ministri si appresta a deliberare su proposta del Ministro dell’interno, recante “disposizioni urgenti in materia di ordine e sicurezza pubblica”.

Fermo restando che costituisce una grave scorrettezza annunziare un “decreto legge” e pubblicarne il testo prima che la procedura sia stata portata a termine, trattandosi di un espediente rivolto a condizionare la libertà di autodeterminazione del Governo e del Presidente della Repubblica, quello che allarma non è la violazione del galateo istituzionale, ma i contenuti gravemente incostituzionali che fanno apparire il decreto come un atto sovversivo dei valori che la Costituzione ha posto a fondamento della Repubblica italiana.

Innanzitutto gli invocati presupposti di straordinaria necessità ed urgenza sono frutto di una evidente falsificazione ideologica della realtà dal momento che la pressione migratoria dei flussi provenienti dal Mediterraneo si è  ridotta negli ultimi due anni del 98%, mentre, sotto il profilo dell’ordine pubblico, l’unica urgenza deriva dalla recrudescenza dei crimini d’odio per i quali non viene proposta alcuna forma di contrasto.

Nel merito, l’art. 1 del decreto introducendo una sanzione inconcepibile per tutte le imbarcazioni che si trovino in condizione di effettuare operazioni di soccorso in acque internazionali, impone nella sostanza di pagare un “riscatto” variante da 3.500 a 5.500 euro per ogni naufrago tratto in salvo. In pratica la norma pone un divieto di salvataggio dei naufraghi in alto mare, malgrado un richiamo apparente al rispetto della Convenzioni internazionali sul diritto del mare. Si tratta di una disposizione che non può avere altro effetto che quello di favorire la morte per annegamento dei profughi che tentano di attraversare il Mediterraneo con mezzi di fortuna. 

Una normativa simile non è mai stata emanata negli ordinamenti democratici; soltanto nella Germania dell’est sono state emanate delle disposizioni che favorivano l’uccisione di coloro che tentavano di passare irregolarmente la frontiera. Tali normative non hanno impedito la condanna dei responsabili politici di quello Stato, confermata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo (con la sentenza Krenz del 22 marzo 2001).

Le modifiche al Codice della Navigazione, con il conferimento al Ministro dell’interno di competenze specifiche del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, e del codice di procedura penale, con l’attribuzione alla Procura distrettuale della competenza per il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, si prestano ad una censura di incostituzionalità per la loro palese irragionevolezza.  Così come si prestano alle medesime censure le norme che introducono modifiche al codice penale, alle disposizioni a tutela dell’ordine pubblico ed al Testo unico di pubblica sicurezza, dove vengono addirittura raddoppiate le sanzioni previste dal legislatore fascista.

Costituisce, inoltre, una novità assoluta ed inconcepibile l’istituzione di un Commissario straordinario del Governo, proposto dal Ministro dell’interno, che intervenga nell’organizzazione degli uffici giudiziari, che in base all’art. 110 della Costituzione spetta al Ministro della Giustizia. 

Le norme in parola realizzano un’anomala concentrazione di poteri in capo al Ministro dell’Interno, che è anche il Capo di un partito politico, turbando gravemente i delicati equilibri istituzionali che presidiano le competenze statuali in materia di giustizia, difesa e sicurezza. Esse difficilmente potrebbero passare il vaglio di legittimità della Corte costituzionale; tuttavia di fronte a delle disposizioni che mettono in pericolo la vita di centinaia o migliaia di persone, le garanzie dell’ordinamento devono essere anticipate: è necessario che nel Consiglio dei Ministri si giunga ad una votazione per distinguere le responsabilità di ciascuno      ed è fondamentale il ruolo di controllo del Presidente della Repubblica che può rifiutarsi di emanare un provvedimento così oltraggioso per i valori repubblicani, come avvenne in passato per il c.d. “decreto Englaro”.   

Massimo Villone, Silvia Manderino, Alfiero Grandi, Mauro Beschi, Domenico Gallo, Antonio Pileggi, Alfonso Gianni, Pietro Adami, Antonio Esposito, Giovanni Palombarini, Maria Agostina Cabiddu, Armando Spataro, Giovanni Russo Spena, Livio Pepino, Francesco Baicchi, Antonio Caputo.

mercoledì 15 maggio 2019

Canzoni Intorno al Mondo

Playing for Change


Robert Johnson



In onore del compleanno della leggenda del blues Robert Johnson nato l’otto maggio del 1911, siamo orgogliosi di condividere la nostra ultima “Canzono Intorno al Mondo” “Walking Blues”, suonato da  Keb’Mo’ con altri musicisti di sei paesi diversi. Originariamente scritto e registrato da Son House nel 1930, Robert ne propose la sua versione nel 1936. Noi abbiamo iniziato a registrarla in Patagonia, Argentina con Roberto Luti e Nico Bereciartua che suonano la chitarra slide sotto centenari alberi di fico a quella perfomance strappa budella abbiamo aggiunto altri amici mentre viaggiavamo per organizzare una blues jam intorno al mondo. Il Blues è sempre una musica che viene  dal popolo per il popolo. Questo video crea l’occasione nel tempo per incontrarsi e trasferire tutte le tenebre le divisioni che ci affliggono come razza umana nella musica così che possa renderci liberi. Ascoltatelo e gioite.


sabato 11 maggio 2019

Storia in jazz

Luciano Granieri



John Coltrane, affermava che: “ La musica (il jazz) rispecchia quello che accade….esprime tutta l’esperienza umana nel momento stesso in cui è vissuta”  L’esperienza umana del giovane, nuovo Stato americano  è stata, nel secolo breve,  così complessa, tumultuosa, incalzante, sotto la spinta di nuovi e sempre più mutanti avvenimenti , che il jazz non avrebbe potuto, anche volendolo, non esserne profondamente condizionato. E i musicisti protagonisti di questa musica, nata dalla più  grande contaminazione fra  culture musicali, non potevano che essere i più fedeli narratori di una storia fatta di repressioni, rivolte,  sconfitte, vittorie, pulsioni vitali appunto. Pulsioni  i  che saranno oggetto di un percorso strutturato in quattro appuntamenti:  venerdì 31 maggio, venerdì 7 giugno , venerdì 14 giugno e venerdì 21 giugno a partire dalle ore 18,00.  Negli incontri condivideremo con chi vorrà entrare in sintonia con noi   le suggestioni  di un racconto narrato da musicisti  straordinari  e coraggiosi.



Regionalizzazione dell’istruzione e altre nefandezze

Fabiana Stefanoni

Con Bussetti la “Buona scuola” rimane… e peggiora!



Fabiana Stefanoni
 
Nella notte tra il 23 e il 24 aprile le burocrazie di Cgil, Cisl, Uil, Snals e Gilda hanno deciso di revocare lo sciopero della scuola del 17 maggio dopo aver firmato un accordo con il governo Conte: una decisione vergognosa, tanto più che l’accordo prevede solo vaghi e generici impegni del governo ad aumentare gli stipendi degli insegnanti (per ora non sono previste coperture economiche) e a “salvaguardare l’unità e l’identità culturale del sistema nazionale d’istruzione”. Il principale tema all’ordine del giorno dello sciopero era – e resta, visto che lo sciopero è ancora in campo per decisione dei sindacati di base - l’opposizione ai piani di regionalizzazione dell’istruzione di cui si sta discutendo in Parlamento. Il nuovo governo “giallo-verde”, esattamente come quelli che lo hanno preceduto, sta accelerando sul terreno della privatizzazione dell’istruzione pubblica: la regionalizzazione rientra in questo processo.
 
Promesse elettorali tradite
Ci sono due nomi che restano ben stampati nella memoria delle lavoratrici e dei lavoratori della scuola (e degli studenti): “riforma” Gelmini (governo Berlusconi) e “Buona scuola” (governo Renzi). La Gelmini, ministro dell’Istruzione del quarto governo Berlusconi (2008-2011), ha dato il nome a uno dei più pesanti attacchi all’istruzione pubblica degli ultimi decenni: 8 miliardi di tagli, con ridimensionamento degli insegnamenti (dalla primaria alle scuole superiori) e conseguenti licenziamenti di massa di personale precario. La “Buona scuola” (Legge 107 del 2015) porta invece il nome della ministra dell’Istruzione Giannini, ma è stata soprattutto uno dei cavalli di battaglia dell’allora premier Matteo Renzi: è una “riforma”, se così si può chiamare, che ha drasticamente accelerato i processi di aziendalizzazione della scuola pubblica, con ricadute pesanti sulla didattica e sulle condizioni di lavoro del personale docente e non docente (l’alternanza scuola-lavoro, tanto voluta da Confindustria, ne è l’emblema).
Ora, un altro nome rischia di imprimersi per sempre nei ricordi degli insegnanti e degli studenti: quello del ministro leghista Bussetti. Dopo aver cavalcato il malcontento dei lavoratori della scuola in campagna elettorale, Lega e M5S hanno fatto tutto il contrario di quello che avevano promesso. Avevano espresso appoggio alla lotta delle maestre diplomate contro il licenziamento di massa (150 mila posti a rischio) garantendo che avrebbero salvato i loro posti di lavoro. Una volta al governo, hanno sancito la trasformazione dei contratti a tempo indeterminato in contratti a tempo determinato, organizzando un concorso-truffa che, nella migliore delle ipotesi, stravolgerà le vite di decine di migliaia di maestre: un concorso su base regionale col quale verranno stilate nuove graduatorie di precari. Solo una piccola parte di chi partecipa al concorso potrà sperare di essere, un giorno, assunto in ruolo: sono in ballo 12 mila posti, ma gli aspiranti sono cinque volte tanto. Tra l’altro, anche “i fortunati” che riusciranno ad avere un posto, saranno probabilmente costretti ad accettare un lavoro a centinaia di km da casa senza nessuna possibilità di trasferirsi per tre anni (ricordiamo che la maggioranza di queste maestre ha una media di 40 anni, tante di loro sono madri con bimbi piccoli: alla faccia della retorica sulla “famiglia” di cui si sciacqua la bocca il ministro Bussetti!). (1)
In secondo luogo, in campagna elettorale avevano promesso l’abolizione dell’alternanza scuola-lavoro, che tanto ha pesato, in questi anni, sulle vite di centinaia di migliaia di studenti (costretti a lavorare gratuitamente in azienda, con rischi per la sicurezza personale), degli insegnanti (che hanno visto un aumento del carico di lavoro a parità di stipendio), oltre che sulla qualità della didattica (chi riesce più a portare a compimento i programmi di storia o di matematica con tutte quelle ore di alternanza?). Anche questa promessa è stata disattesa: l’alternanza scuola-lavoro non è stata abolita ma solo, parzialmente, ridimensionata, con la possibilità per le scuole di continuare a svolgerla esattamente come prima. Gli industriali chiedono ai dirigenti scolastici di mantenere lo stesso monte ore: Federmeccanica, come strombazza sulle prime pagine il Sole24ore, ha lanciato una petizione a sostegno dell’alternanza scuola-lavoro (“Più alternanza. Più formazione” il titolo della petizione). C’è da immaginarsi che questo appello non resterà inascoltato: saranno molti i dirigenti che cercheranno di mantenere invariato (o comunque di ridurre solo in minima parte) il numero delle ore di alternanza. Le recenti modifiche alla normativa scolastica lo consentono. Come garantiva il ministro Bussetti in un’intervista a Il Giornodel 24/11/2018, “nessun passo indietro e nessuna intenzione di abolirla (…) puntiamo a rilanciarla”: l’alternanza resta, cambia solo nome (“Percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento”) e sarà articolata diversamente scuola per scuola (sappiamo bene, per esperienza, che tutto, alla fine, dipenderà dalle pressioni delle aziende e delle industrie locali).
Infine, se in campagna elettorale avevano promesso il tempo pieno e tuonato contro la “Buona scuola”, una cosa finora è certa: il tempo pieno non è stato potenziato e l’impianto della “Buona scuola” resta e, per certi versi, si aggrava: nessuna messa in discussione dei super-poteri dei dirigenti scolastici (che hanno, anzi, ricevuto un cospicuo aumento stipendiale di più di 500 euro al mese!) né dell’organizzazione del personale secondo modalità aziendali (staff, pochi premi per pochi “meritevoli”, ecc).
 
Regionalizzazione: la ciliegina sulla torta
Oggi è in corso un nuovo, pesante attacco alla scuola pubblica. Su pressione delle Regioni più ricche del Nord – Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna – governo e Parlamento stanno procedendo spediti con l’accelerazione dell’autonomia regionale in materia di istruzione (“Autonomia differenziata”). Lo scopo è quello di rendere possibili percorsi educativi, modalità di reclutamento del personale, sistemi di valutazione e retribuzione del personale differenti da regione a regione. E’ chiaro che si viene incontro, ancora una volta, all’esigenza di azionisti e industriali: quanta più autonomia avrà l’istruzione a livello territoriale, tanto maggiori saranno le opportunità per i capitalisti di condizionarla a loro piacimento. Se in una regione si avrà interesse a potenziare le ore di alternanza per venire incontro alle richieste dell’industria meccanica, non si dovrà aspettare una legislazione nazionale: basterà imporre a livello regionale un aumento delle ore di alternanza (comunque esse si chiamino), magari a scapito degli “inutili” programmi delle singole materie. Gli insegnanti potranno avere carichi di lavoro e trattamenti economici differenti da regione a regione e si potrà persino valutare di finanziare ulteriormente le scuole private (come se non godessero già di abbondanti risorse pubbliche!). Le più penalizzate saranno le scuole del sud: la regionalizzazione diventerà il pretesto per ridurre ulteriormente i finanziamenti statali e a rimetterci saranno anzitutto gli istituti delle zone più povere e meno industrializzate del Paese.
Nell’intesa firmata dai sindacati col governo non esiste nessuna messa in discussione né ritiro dei progetti di “Autonomia differenziata”, né è previsto il ritiro dei progetti presentati da Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna: ci si limita a dire che il contratto nazionale non verrà (per ora) smantellato (grazie tante…) e che il sistema di reclutamento sarà “uniforme” sul territorio nazionale (uniforme è diverso da unico).
Non ci stupisce che le direzioni di Cgil, Cisl, Uil e compagnia abbiano alla fine deciso di rinunciare persino alla battaglia contro il progetto di regionalizzazione. E’ bene ricordare, infatti, che tale progetto non nasce, originariamente, da un’idea dei “sovranisti” ora al governo. E’ stato per la prima volta presentato nel 2017 e ha avuto ufficialmente il via nel febbraio 2018 con la firma di accordi preliminari tra le Regioni e il governo allora in carica (Gentiloni). Nelle stesse settimane, mentre cresceva nelle scuole la mobilitazione delle maestre diplomate e si discuteva del rinnovo contrattuale, le burocrazie di Cgil, Cisl e Uil (poi seguite da Snals e Gilda) hanno firmato un vergognoso rinnovo contrattuale (senza nemmeno un’ora di sciopero!) accettando tutto l’impianto della “Buona scuola” con anche qualche aspetto peggiorativo (blocchi dei trasferimenti, inasprimento del codice disciplinare, ecc), in cambio di un risibile aumento stipendiale di meno di 40 euro al mese.
Gli effetti di quella decisione nefasta sono oggi sotto gli occhi di tutti nella scuola: la lotta delle maestre non ha potuto saldarsi con quella degli altri lavoratori della scuola per il rinnovo contrattuale ed è rimasta isolata e debole; il personale della scuola continua a ricevere stipendi molto bassi (tra i più bassi d’Europa); i processi di regionalizzazione sono proseguiti indisturbati, prima all’ombra del governo Gentiloni e ora del governo Conte.
La giornata del 17 maggio deve restare una giornata di sciopero e mobilitazione del mondo della scuola: le sigle del sindacalismo di base hanno deciso di mantenere lo sciopero; settori di base della Cgil, insieme con diverse associazioni di lavoratori della scuola, hanno fatto appello ai sindacati ad annullare l’intesa col governo e a confermare lo sciopero.
La scuola pubblica si difende solo costruendo un ampio movimento di lotta, che veda uniti lavoratori della scuola, degli altri settori del pubblico impiego e dei servizi, operai, studenti. Abbiamo tutti un nemico comune: il governo e i padroni che vogliono smantellare l’istruzione statale per finanziare i privati e le banche. Le burocrazie hanno già dato prova di stare dall’altra parte della barricata: tutto sta, ora, nella nostra capacità di costruire una mobilitazione al di fuori del loro controllo.
 


(1) Ricordiamo che il ministro dell’Istruzione Bussetti ha partecipato al Congresso mondiale della famiglia di Verona insieme con l’ultra-destra reazionaria e bigotta.

domenica 5 maggio 2019

UNA DOMANDA A LANDINI: QUALE UNITA' SINDACALE DAL BASSO?

Umberto Franchi



Conosco Landini dalla fine degli anni 90 quando lui era segretario della FIOM di Reggio Emilia ed io segretario della FIOM di Lucca e entrambi facevamo parte del comitato Centrale della FIOM Nazionale di cui era segretario Claudio Sabbatini. 

 Maurizio Landini sa benissimo come l'unità dal basso la FIOM l'abbia sempre ricercata...e che già dall'inizio degli anni 2000, c'e' stata una deriva della FIM CISL, UILM UIL, ed anche dei sindacati Confederali CISL e UIL , sul merito dei contenuti rivendicativi contrattuali e della democrazia rappresentativa sindacale.

 Landini ricorderà come già nel 2002, fu firmato da FIM e UILM un contratto che all'epoca consideravamo "bidone" sia per le concessioni che venivano fatte alle imprese in materia di flessibilità, straordinari, precariato... che in termini di contenuti inconsistenti sul piano salariale e normativo , ma che la Fim e Uilm fecero applicare senza fare votare tutti i lavoratori se accettare "il bidone" o respingerlo.

Una situazione che come FIOM affrontammo continuando la lotta azienda per azienda sui "precontratti" fino ad ottenere il recepimento in ogni azienda ( almeno nella provincia di Lucca ) della piattaforma rivendicativa contrattuale Nazionale predisposta dalla Fiom.


la situazione di allora, anche oggi non e' molto cambiata... Salvo la parentesi dell'ultimo contratto fatto con ancora Landini segretario nazionale Fiom , che non brilla per i suoi contenuti,  persistono tutte le divisioni di allora . Divisioni che hanno avuto uno sbocco deleterio nel contratto di Pomigliano, imposto da Marchionne ma sempre condiviso dalla FIM e UILM e che continua ad essere applicato alla FCA senza alcuna parvenza di democrazia. 

Quindi cosa significa puntiamo ad una NUOVA unità dal basso quando i gruppi Dirigenti, sia di categoria che confederali della CISL e UIL , sono contrari a fare decidere liberamente a tutti i lavoratori sia nella predisposizione delle piattaforme rivendicative , che l' obbligo di firmare il CCNL solo dopo l'approvazione di tutti i lavoratori ? 

 Come non capire che oggi il vero problema sono : la democrazia sindacale e la rappresentanza reale che i sindacati hanno in base alla certificazione degli iscritti? e come non capire che su questo tema non c'e' solo un problema di mancanza di una legge adeguata , ma anche una reale divisione tra Cgil, Cisl, Uil su quale legge fare ? 

Allora come non capire che se non si risolve il problema della democrazia e della rappresentanza non ci può essere nessuna unità dal basso ma solo mediazione tra i vertici che sicuramente sarebbe deleteria perché di basso contenuto ? 


Credo che la speranza di una nuova unità che parta dal basso possa esserci solo se nelle fabbriche, nei territori e a livello generale si sviluppa un movimento di lotta sui contenuti rivendicativi economici  , normativi,  sulla riduzione e governo degli orari, sulla prevenzione e sicurezza e sui diritti del lavoro prima fra tutti il diritto alla democrazia sindacale. !  

Umberto Franchi