Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

mercoledì 25 dicembre 2019

Un 2020 con l'elmetto per difendere ancora una volta la Costituzione

Luciano Granieri




Buone feste compagni! Ritempratevi! Perché nel 2020 dovremo ancora una volta indossare l’elmetto per difendere dall’ennesimo attacco la Costituzione Italiana. Non se ne può più. C’avete fatto caso? Più degrada la cultura istituzionale del ceto politico, più si moltiplicano gli assalti alla Carta, alcuni ahimè andati in porto, guarda caso, quelli non sottoposti a referendum. La modifica dell’art.81, sull’obbligo del pareggio di bilancio, è il più eclatante ed il più contradditorio dei casi  perché contrasta fortemente con lo spirito degli art.2 ,  3 e con tutto l’impianto solidaristico del documento frutto della lotta partigiana. 

La sorte delle modifiche sottoposte a referendum, fortunatamente, sono miseramente fallite mostrando un attaccamento alla Costituzione del popolo italiano fino ad oggi inossidabile. Ma sarà così per la stagione referendaria che ci attende nel 2020? Si tratta di contrastare un piano devastante fondato sulla riduzione del numero dei parlamentari combinato ad  una preoccupante  tensione verso  una legge elettorale iper maggioritaria. 

Per soddisfare la   truce  faccia ignorante di un populismo imperante si spaccia la riduzione del numero dei parlamentari come un provvedimento sacrosanto, anti casta, atto a ridurre una congrega di iper privilegiati risparmiando 500 milioni di euro. Niente di più falso! Un tale misfatto, a fronte di un irrilevante risparmio, aumenterebbe la ricattabilità degli aspiranti  membri della  Casta, i quali, di fronte alla diminuzione delle poltrone, sarebbero ancora più disposti a consegnarsi, mani e piedi, alla tirannia del loro capo bastone, aumentando in modo esponenziale il potere delle segreterie di comitati elettorali colonizzatori imperialisti dei  vecchi partiti, così come intesi nella Costituzione.  

Senza contare che un Parlamento con un numero inferiore di membri sarebbe molti più soggetto alla compra-vendita della vacche atte ad assicurare una maggioranza eventualmente traballante . Gli Scilipoti, i Razzi, i Maruccio da comprare sarebbero molti di meno e molto più accondiscendenti, per cui il costo di una campagna acquisti sarebbe infinitamente inferiore.

 Si vuole ridurre la spesa per la democrazia? Non è possibile. Si vogliono ridurre i privilegi  della casta? E’ possibile. Facendo un rapido calcolo, e senza considerare le eventuali indennità di funzione, i componenti del Senato guadagnano ogni mese 14.634,89 euro contro i 13.971,35 euro percepiti dai deputati. Basterebbe dimezzare questi guadagni per ottenere un risparmio anno di quasi 800 milioni. Ben 300milioni in più rispetto a quanto la riduzione del numero di Parlamentari assicurerebbe. Se a questo aggiungiamo la definizione di un numero minimo di presenze degli eletti in Parlamento, al di sotto del quale la remunerazione andrebbe ridotta ulteriormente, in modo da evitare che vi siano Deputati e Senatori assenteisti , il risparmio sarebbe ancora maggiore, evitando l’ulteriore spreco di un referendum costituzionale in quanto queste sarebbero riforme da legislatura ordinaria.

 E’ chiaro quindi che la riduzione del numero dei parlamentari non ha nulla a che fare con una diminuzione dei costi, ma riguarda, da un lato una diminuzione delle prerogative democratiche del Parlamento, dall’altro la schiavitù totale dei candidati ai capi partito, in ogni caso un’ulteriore scippo di democrazia al tanto  sbandierato popolo sovrano, che non sarà sovrano di nulla, obbligato a scegliere fra gli scagnozzi più fedeli ai capi bastone, la cui pelosa accondiscendenza sarà sicura dimostrazione di inettitudine e incapacità istituzionale. 

La lotta per difendere il  mostro che sta per attentare alla Costituzione sarà dura, molto più dura di prima , perché li avremo tutti contro: Il Pd che, nonostante una posizione contraria, nei passaggi istituzionali precedenti,  oggi ,per mera opportunità di Casta, ha cambiato parere, alla faccia della coerenza. LeU e i bersaniani variamente declinati, tanto paladini contro la riforma renziana, quanto tappetini in quella attuale.  Il M5S, impegnato a soddisfare la feroce voglia giustizialista e di vendetta anticasta della propria stoltissima base, dimenticando che essi stessi fanno parte della Casta e che la riforma di Renzi,  accusata di essere l’esecuzione del programma della P2 e dei potentati finanziari, andava nella stessa direzione. Avremo contro, ovviamente le varie declinazione della destra, dalla versione più truce salviniana e meloniana, a quella berlusconiana meno leonina ma altrettanto pericolosa.  

Avremo contro i “giornaloni” (Repubblica, Corriere della Sera etc-etc) ma anche i “giornalini”, non a caso Marco Travaglio si è già schierato a favore della riforma dopo che con la solita saccenteria e spocchia, tirandoci su anche qualche soldo con piece teatrali maschilite, ci aveva convinto che la precedente riforma renziana, la quale  ripeto, andava nella  stessa direzione di questa, era un attentato alla democrazia.  

Chissà forse potremo sperare nelle Sardine che nelle loro manifestazioni di piazza non hanno fatto altro che sbandierare articoli della Cosrtituzione conditi con “Belle Ciao”. Non ci spererei troppo però. Personalmente mi impegnerò al massimo per scongiurare questo ennesimo attacco alla Carta. Lo ritengo un irrinunciabile atto di ubbidienza civile ed istituzionale. Sono convinto che l’impegno del Comitato per la Democrazia Costituzionale sarà come al solito espresso  al massimo delle proprie possibilità e spero che anche questa volta si potrà salvare l’integrità democratica e sociale della Costituzione. Comunque compagni preparate l'elmetto!

lunedì 23 dicembre 2019

Piena solidarietà alle lotte dei lavoratori, pensionati e giovani francesi, fortemente mobilitati contro le modifiche peggiorative proposte dal governo francese in tema di pensioni.



Le organizzazioni  Conup Nazionale, Pensionati  Cobas, Usi, Cosdip, CIL Pensionati, le riviste Le Lotte dei Pensionati e Ancora In Marcia, ACU, Pubblico impiego in movimento, Adl Varese, Stas Trasporti Lombardia, Cub Sur,  nell’esprimere  piena solidarietà alle lotte che stanno scuotendo la Francia, condannano la repressione del governo francese e auspicano un'immediata soluzione della vertenza, col ritiro dei pesanti provvedimenti governativi.

Già negli anni passati vaste mobilitazioni contro i tentativi di  modifica all’orario di lavoro e contro l’attacco al diritto di sciopero hanno scosso la Francia.  Questa lotta contro le modifiche alle pensioni, che segue le recenti massicce battaglie dei Gilet gialli, costituisce un grande appoggio ed incoraggiamento di mobilitazione per tutti i lavoratori europei e nei fatti spezza la censura e le falsità che i media italiani adottano rispetto alla brutale repressione francese, soffermandosi invece sui cosiddetti black block.

I governanti europei sono tutti al servizio della finanza. Per questo la lotta dei lavoratori francesi è anche la nostra lotta, perché siamo tutti uniti nel combattere le politiche neoliberiste  del capitale finanziario, che  in tutti i paesi europei sta distruggendo i “beni comuni” e la pensione pubblica,  imponendo l’innalzamento dell’età pensionabile e il taglio delle pensioni, al fine di favorire le pensioni private.

Gli scioperi partiti il 5 dicembre scorso stanno ottenendo un grande successo di mobilitazione, che vede coinvolti  i giovani,  i pensionati, i lavoratori della scuola e quelli della sanità e dell’assistenza sociale; in particolare i ferrovieri e i macchinisti si stanno mostrando molto combattivi e decisi ad andare fino in fondo.

Invitiamo tutte le rappresentanze dei lavoratori a considerare quello che sta succedendo in Francia e ad agire di conseguenza.

In solidarietà con la lotta dei francesi e per programmare le iniziative italiane, le nostre organizzazioni proprio il 5 dicembre hanno tenuto un importante convegno nazionale a Roma e presto organizzeremo nel nostro Paese un incontro per sentire dal vivo l’andamento della lotta.
                                                                                                                              
Le organizzazioni:
Conup Nazionale, Pensionati Cobas, Usi, Cosdip, CIL Pensionati, Le riviste Le Lotte dei Pensionati e Ancora In Marcia, ACU, Pubblico impiego in movimento, Adl Varese, Stas Trasporti Lombardia, Cub Sur

sabato 21 dicembre 2019

Comitato referendario per sostenere le ragioni del no al taglio dei parlamentari

Coordinamento per la democrazia costituzionale



Il referendum sul taglio dei parlamentari si fara'. Al Senato e' stato raggiunto il numero di firme necessario per promuovere il referendum. Il taglio dei parlamentari e' questione decisiva ed importante che riguarda i limiti e le forme attraverso le quali si esprime la sovranità popolare ed e' giusto che su di essa si pronuncino le elettrici e gli elettori, qualunque sia l’esito  delle urne.

Il Coordinamento costituira' un suo Comitato referendario per sostenere le ragioni del No. Infatti non si puo' accettare che il numero dei parlamentari venga affrontato in termini demagogici e come un taglio di poltrone al solo scopo dichiarato di risparmiare sui costi.

Siamo contro questa versione demagogica e populista, in particolare contestiamo l'unica vera motivazione portata sulle minori spese, per sottolineare al contrario che una riforma ha senso se riafferma la centralita' del parlamento, un asse portante della nostra democrazia delineata dalla Costituzione.

La centralita' del parlamento va affermata anche con l'approvazione di una legge elettorale proporzionale che riconsegni ai cittadini il diritto di scegliere direttamente i parlamentari che li devono rappresentare.

E' evidente il tentativo di scaricare la crisi di credibilita' di tanta parte delle istituzioni e dei partiti sul solo parlamento, che va sicuramente rinnovato nella qualita' e nel funzionamento, rimettendolo al centro del sistema istituzionale anche per arginare le tentazioni presidenzialiste della destra.

Condurremo la nostra campagna per il No all'insegna del rilancio del ruolo del parlamento, della sua centralita', senza timore di contrastare una vulgata falsa e sbagliata che ha dominato in questi anni.

 


martedì 17 dicembre 2019

Le sardine e lo sciopero generale (che non c’è)

Fabiana Stefanoni


Il fatto che, nelle ultime settimane, le piazze di tutte le principali città italiane si stiano riempiendo di migliaia di manifestanti al richiamo delle "sardine" (enorme la manifestazione del 14 dicembre a Roma: Piazza San Giovanni non si riempiva così da molti anni) ha aperto un dibattito anche a sinistra. Tanti attivisti hanno storto il naso di fronte a questo movimento: si sono interrogati sull’opportunità o meno di parteciparvi, considerandolo eterodiretto dal Partito democratico. Ma è un dato di fatto che decine, forse centinaia di migliaia di persone, soprattutto giovani, stanno scendendo in piazza per una causa giusta, cioè contro il populismo xenofobo e reazionario (ben rappresentato da Matteo Salvini, principale obiettivo polemico di quelle piazze) e non se ne torneranno certo a casa su ordine del Pd. Per capire come porsi di fronte a questo nuovo fenomeno, è necessario partire dal contesto in cui si sta sviluppando e da un’analisi della sua composizione.

Il quadro internazionale
Sarebbe sbagliato analizzare il movimento delle sardine limitandosi al contesto politico italiano, come fanno quasi tutti i giornalisti (che tanto spazio stanno dando a questo movimento nelle trasmissioni televisive e sulla stampa). Altrettanto sbagliato sarebbe vederlo come una riproposizione del M5S delle origini: le sardine nuotano in un mare totalmente diverso, perché, nel frattempo, il mondo è cambiato, ed è in rivolta. Le televisioni di tutto il mondo sono costrette a diffondere le immagini di piazze strapiene: da ultimo, in Francia un milione e mezzo di scioperanti, insieme con migliaia di studenti, hanno invaso le città di tutto il Paese (e lo sciopero è ancora in corso in molti settori). La rassegna dei Paesi dove si stanno sviluppando movimenti di massa è molto lunga (e si allunga di giorno in giorno): Cile, Uruguay, Honduras, Panama, Haiti, Hong Kong, Libano, Iraq, Iran, Catalogna, Francia. Mentre starete leggendo questo articolo, probabilmente, l’elenco sarà già datato.
Il fatto che stia avvenendo questa ondata rivoluzionaria – in barba ai pessimisti (spesso opportunisti) teorici dell’«ondata reazionaria» – ha una ragione materiale. Il capitalismo, come solo l’analisi marxista aveva correttamente previsto, non accenna a uscire dalla crisi iniziata nel 2007. Per preservare i profitti miliardari dei grandi industriali e dei banchieri e riempire le loro tasche di denari pubblici, in tutto il mondo i governi borghesi hanno applicato politiche di austerity che hanno ulteriormente peggiorato le condizioni di vita delle masse povere, le quali, di conseguenza, protestano.
I primi a ribellarsi sono stati, non a caso, i proletari dei Paesi coloniali o semi-coloniali, dall’Asia all’Africa all’America Latina. In queste regioni il Fmi (Fondo monetario internazionale) ha imposto misure draconiane a popoli già stremati: è bastata una scintilla a far scoppiare gli incendi che oggi attraversano, ad esempio, l’America centrale e meridionale (Cile in testa). In Europa le cose non vanno molto diversamente: se alcuni Paesi imperialisti – come la Germania e la Francia – potevano vantare economie più solide, gli ultimi dati degli economisti dimostrano che persino loro sono a rischio recessione (come l’Italia). I capitalisti europei, per mano della Troika (Fmi, Banca centrale europea, Commissione Europea), non faranno passi indietro: succhieranno tutto il sangue che potranno dalle membra già martoriate di milioni di poveri.
E’ un dato di fatto: le nuove generazioni, anche in Europa, sono destinate o alla disoccupazione, oppure a lavori precari e sottopagati. Per questo è molto probabile che l’ondata di lotte non si arresterà alla Francia e coinvolgerà altri Paesi europei: se il popolo ha fame e, soprattutto, ha ben poco da perdere, da che mondo è mondo si ribella.

E l’Italia?
L’Italia non è un’isola. Soprattutto, non è un’isola felice. Le condizioni del proletariato sono persino peggiori di quelle di altri Paesi europei: il debito pubblico è il più alto dopo la Grecia, la disoccupazione raggiunge (soprattutto al Sud) percentuali da brivido, la produzione dal 2007 è calata del 22%, il potere d’acquisto dei salari è ai minimi storici. Il malcontento della classe lavoratrice cresce, ma non ha trovato, per ora, uno sbocco nella lotta. E anche questo non è casuale: ha una ragione materiale.
In Italia le direzioni politiche e sindacali egemoni nel movimento operaio hanno agito da freno. Sono anni che le principali burocrazie sindacali (Cgil, Cisl e Uil) non chiamano allo sciopero generale (l’ultimo è stato proclamato dalla sola Cgil nel 2014, contro il Jobs Act). E’ emblematico il caso dei rinnovi contrattuali dei principali settori operai (metalmeccanici in primis), che stanno avvenendo ormai senza nemmeno un giorno di sciopero (negli anni Settanta quando si apriva la stagione dei rinnovi contrattuali la terra sotto i piedi dei padroni tremava!). Altrettanto emblematico è che uno dei principali difensori della Finanziaria del Conte-bis sia l’ex metalmeccanico Landini, ora alla testa della più grande Confederazione sindacale (si veda l’intervista rilasciata a Repubblica il 9/12/2019, dove il leader della Cgil propone «una nuova alleanza a governo e imprese» per uscire insieme dalla crisi!). Fa parte di questa politica concertativa il fatto che, in questi giorni, mentre all’Ilva risuona il ticchettio di una bomba ad orologeria (4700 esuberi nel migliore dei casi) e mentre sono a rischio altre decine di migliaia di posti di lavoro (dalla Whirlpool ad Alitalia, da Auchan a Unicredit alla Banca popolare di Bari), le tre principali confederazioni sindacali si limitano a organizzare qualche innocuo sit-in a Roma…
Al contempo, al di fuori di questi grandi apparati, il quadro non è roseo. Le direzioni dei sindacati alternativi e autonomi hanno fatto – e continuano a fare – scelte deleterie per la lotta di classe, ostinandosi a non mettere in atto azioni di sciopero e mobilitazioni unitarie. Mentre celebrano lo sciopero generale in Francia, nella prassi operano in direzione esattamente opposta: lo sciopero generale in Francia ha visto partecipare contemporaneamente sia i sindacati alternativi (come Solidaires) sia quelli tradizionali e burocratici (come la Cgt); i principali dirigenti dei nostri sindacati di base si rifiutano persino di organizzare uno sciopero unitario tra di loro e spezzettano gli scioperi e le lotte ogni volta che è possibile.
Sappiamo, per esperienza, che se i lavoratori si mobilitano, se scendono in sciopero numerosi e uniti, la loro coscienza cambia rapidamente: hanno fiducia in sé stessi, nella loro capacità di strappare risultati con la lotta e questo non può che rafforzare la loro combattività e ostacolare l’opera di pompieraggio delle burocrazie e delle direzioni traditrici.
Se per ora, invece, la classe operaia in Italia è sfiduciata, se non crede nella sua straordinaria forza (quella che prende forma nella lotta), se vota Salvini o la Meloni «per protesta» (secondo il Censis il 62% degli operai spera in un uomo forte al potere), la colpa non è sua. La colpa è di chi, affermando di difendere gli interessi degli operai, li ha, ieri come oggi, sistematicamente traditi, firmando accordi vantaggiosi solo per i padroni (le burocrazie sindacali) o sostenendo governi al soldo di Confindustria (i partiti della sinistra politica: Rifondazione comunista ieri, Sinistra italiana oggi). La colpa è di chi, di fronte a licenziamenti di massa e restrizione dei diritti nei luoghi di lavoro, fa di tutto per evitare azioni di sciopero ampie e incisive. Come nella vita capita che, in seguito a traumi dolorosi, alcune persone perdano il senso della realtà e si abbandonino al delirio, qualcosa di simile può accadere nelle dinamiche collettive. Il voto degli operai alla Lega o a Fratelli d’Italia – partiti che non mancano di richiamarsi, all’occorrenza, persino all’esperienza del fascismo, cioè al peggior nemico del movimento operaio – ha, in effetti, qualcosa di delirante. Ma chi ha scritto il copione di questo dramma non sono gli operai, bensì le burocrazie. Gli interrogativi di Landini, che sui quotidiani cerca di spiegarsi perché gli operai ripongono fiducia nell’«uomo forte», ricordano un po’ le rimostranze di un marito che si chiede perché la moglie lo ha lasciato dopo che lui l’ha tradita e maltrattata per anni. Parafrasando il canto delle femministe cilene che sta attraversando le strade di tutto il mondo, il responsabile di questa situazione sei tu, caro Landini!

Sardine et similia
Ma cosa c’entrano le sardine con il problema degli scioperi? Un collegamento c’è. Se le direzioni del movimento operaio sono troppo impegnate a sostenere il governo (Cgil, Cisl e Uil) o a farsi la guerra tra di loro (sindacati autonomi), è ben difficile che per merito della loro azione le piazze si riempiano di operai e di lavoratori, coi loro simboli e le loro bandiere (come invece succede in questi giorni in Francia). Eppure, le contraddizioni di questo sistema economico in putrefazione non possono essere sedate, se è corretta l’analisi che facevamo poco fa. Ecco allora che la mobilitazione delle masse sta trovando, in Italia, canali di espressione che non sono, prioritariamente, quelli tradizionali del movimento operaio. Si mobilitano gli studenti (futuri disoccupati) del Friday For Future (pensiamo alle oceaniche manifestazioni del 27 settembre scorso); si mobilitano in massa le donne contro il maschilismo (ricordiamo la grande manifestazione del 23 novembre a Roma); scendono in piazza decine di migliaia di persone al richiamo delle Sardine, spaventate dalla possibilità che il futuro riservi loro un governo reazionario e xenofobo di estrema destra.
Che il movimento delle Sardine sia contraddittorio è un dato di fatto: il Pd (cioè un partito borghese che è pure al governo) lo sostiene, direttamente e indirettamente, ai fini della campagna elettorale per le regionali; le trasmissioni televisive offrono enormi spazi a un leader casuale come Mattia Sartori (che non spaventa certo banchieri e industriali); i promotori vietano i simboli e le bandiere di partito, però poi partecipano alle assise del Pd e stringono la mano a Bonaccini; si dissociano con sdegno dalle bandiere rosse e dalle azioni dei centri sociali, ma si compiacciono dei complimenti di Mario Monti e di Romano Prodi…
Riconoscere questi aspetti non cancella però un fatto indubitabile: in quelle piazze ci sono tanti, tantissimi giovani (e non più giovani) che sono stanchi di subire passivamente la propaganda sciovinista e xenofoba; e una parte di loro non ha nessuna intenzione di votare Pd. In generale – e questo vale anche per il movimento delle donne e degli studenti – se questi movimenti, di per sé interclassisti, non si uniranno al movimento operaio, i partiti borghesi avranno gioco facile nel tentare di strumentalizzarli e sottometterli ai loro interessi. Solo se la classe operaia scenderà in campo e saprà assumere, nel suo programma, anche le rivendicazioni delle donne contro il maschilismo, quelle delle sardine contro il populismo e la xenofobia, quelle dei giovani studenti a difesa dell’ambiente, potranno crearsi le premesse per una mobilitazione più avanzata.
Ecco allora dove sta il collegamento tra gli scioperi e le sardine: dobbiamo costruire una diversa direzione del movimento operaio, in grado di rilanciare un’ampia e incisiva azione nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro, per poter costruire movimenti più radicali di quelli che ora effettivamente esistono. Fare le anime belle, rifiutarsi di partecipare a queste mobilitazioni «perché sono interclassiste» o perché sono «strumentalizzate dal Pd» non serve a nulla. Probabilmente quelli che storcono il naso di fronte a questi movimenti – o che li liquidano come risultato di un complotto del Pd e della borghesia - sono gli stessi che non stanno facendo nulla per superare la passività e la frammentazione delle attuali direzioni del movimento operaio. Noi, invece, sappiamo dove stare: siamo e saremo in piazza con le sardine, con le donne, con gli studenti del Friday For Future, per spiegare perché l’alternativa non sono né Bonaccini, né Greta Thunberg, né il femminismo piccolo-borghese dei salotti televisivi. Contemporaneamente siamo e saremo nei sindacati e nei luoghi di lavoro a dare battaglia alle direzioni burocratiche che ostacolano la discesa in campo della classe operaia: anche per questo sosteniamo attivamente la costruzione del Fronte di Lotta No Austerity, struttura di fronte unico che può unificare la classe su una piattaforma di lotta superandone l’attuale frammentazione.
Se la classe operaia scenderà in piazza, massiccia, al fianco degli studenti, delle donne e delle sardine, non abbiamo dubbi: nessuno potrà strapparle le sue gloriose bandiere. Soprattutto, si aprirà, finalmente, anche Italia, un nuovo capitolo della lotta di classe.

giovedì 12 dicembre 2019

12 dicembre, basta lacrime di coccodrillo.

Luciano Granieri





Cinquant’anni  fa da esplodeva la bomba fascista nel salone centrale della Banca  dell’Agricoltura in Piazza a Fontana a Milano provocando 17 morti e 88 feriti. E’ dall’inizio della settimana che tirano avanti sui media trasmissioni, eventi, analisi, docufiction per commemorare la strage che dette l’inizio alla cosiddetta strategia della tensione. Oggi poi,  le  istituzioni, e la famigerata società civile, si rincorrono in cortei e commemorazioni ufficiali un po’ da tutte le parti. 

Francamente non se ne può più. Non se ne può più di tanta ipocrisia. La catena di responsabilità  che ha pianificato la strage, e tutto ciò che ne è seguito, è chiara. La NATO per paura di un’avanzata comunista, in un paese come l’Italia al confine della cortina di ferro e con  un Pci forte ,  ha incaricato il suo esercito clandestino “Gladio” di inaugurare un percorso eversivo di stragi fasciste  per giungere ad un colpo di Stato che avrebbe imposto una deriva totalitaria , come accadde  in Grecia. Il tutto con la complicità, compiacenza, quando non partecipazione attiva, di apparati dello Stato. Apparati nel pieno della loro funzione, non “Deviati”.

Già  un documento segreto  del National Security Council del 21 aprile 1950, firmato da Truman  dettava la linea. In esso si evidenziava come gli USA dovessero essere pronti ad utilizzare tutto il loro potere politico, economico e , se necessario, militare per fermare l’avanzata del Pci. Come al solito per portare avanti il progetto di destabilizzazione si è  usata manovalanza fascista utile a fare il lavoro sporco che una borghesia di potere,perbenista, ipocritamente cattolica non poteva svolgere. Proprio per questo  motivo i conti con i fascisti, non si sono mai voluti chiudere . 

Al di la di un sordido, quanto finto gioco delle parti, i cani da guardia degli interessi imperialisti e capitalisti, avrebbero dovuto restare al loro posto per sempre. Allora che senso ha rimestare nei depistaggi di Stato, dolersi delle angherie  inflitte agli anarchici accusati ingiustamente, dell’orrenda fine di Pinelli suicidato per mano delle istituzioni, se non si vuole cambiare una virgola  e si accetta la resa incondizionata all’imperialismo, evoluto in prassi liberiste, e allo squadrismo, istituzionalmente riconosciuto e abilitato dei Salvini  e delle Meloni. 

Teniamoceli i decreti sicurezza, teniamoci Caspound , il suo fiero e sbandierato status  di FASCISTI DEL TERZO MILLENNIO, tolleriamo, anzi, plaudiamo alla loro  occupazione abusiva di un immobile dello Stato, teniamoci le peggiori derive omofobe, l’intolleranza verso tutto ciò che è diverso dalla figura patriarcale dell’ homo borghese, bianco  tutto Patria Dio e Famiglia. Ma almeno risparmiamoci commemorazioni e lacrime di coccodrillo per ogni 12 dicembre, 28 maggio, 2 agosto, 4 agosto etc. etc. 

Risparmiamoci di sbandierare un antifascismo di maniera cantando a vanvera “Bella Ciao” in certe manifestazioni, per  poi costringere ad ammainare, nello stesso evento, una bandiera rossa, come hanno preteso gli organizzatori  della manifestazione delle sardine a Firenze . Quello era il colore della bandiera che i Partigiani impugnavano  l’11 agosto del 1944 quando liberarono il Capoluogo Toscano, magari cantando anche “Bella Ciao”. Quello era il colore della bandiera che i soldati dell’armata rossa impugnavano quando entrarono ad  Auschwitz il 27 gennaio del 1945. 

Risparmiamoci tanta ipocrisia! Il fascismo è un crimine, l’imperialismo è un crimine, le derive liberiste sono criminali, la disuguaglianza sociale è un crimine. Se non prendiamo coscienza di questo continueremo a piangere false lacrime ad ogni commemorazione di stragi. Ma forse ci sta bene così e allora :”Viva l’Italia, l’Italia del 12 dicembre".


lunedì 9 dicembre 2019

Campania: la classe operaia c’è ed è combattiva: chi la frena?

Mario Avossa



C’è un luogo comune, quello che al Sud della Penisola non vi sia classe operaia e che i suoi (presunti) reliquati siano svogliati e assenti. Il che spiegherebbe capitolazioni e licenziamenti. Nulla di più falso. Il luogo comune è alimentato da fonti che hanno tutto l’interesse a disegnare uno scenario deprimente e grigio delle condizioni soggettive delle classi subalterne: borghesia, riformisti e alti funzionari dei sindacati maggiori. La prima perché tiene a demoralizzare la classe operaia: alcuni sostengono nientemeno che sia scomparsa, con vari artifici di vocabolario e storpie perifrasi. I secondi perché hanno bisogno di dissimulare le politiche opportuniste e compiacenti nei confronti della borghesia capitalista di cui si sono fatti promotori in questi anni. I terzi perché devono occultare le responsabilità delle loro direzioni nelle sconfitte a raffica subite dai lavoratori dagli anni Otanta ad oggi. E invece negli ultimi mesi si assiste a un incremento della combattività operaia nelle regioni meridionali della Penisola.
 
2019. Un nuovo autunno caldo agita la classe operaia in Campania. Portuali, Napoli
Msc e armatori danno il via a un attacco contro i portuali e contro i loro marittimi. Pretendono che la movimentazione dei carichi sia affibbiata ai marittimi imbarcati, cui non compete, e sottratta alle cooperative dei portuali, con conseguenze sui livelli occupazionali e sulla sicurezza del lavoro. Gli armatori la chiamano autoproduzione. È un ulteriore sfruttamento di lavoratori a mare e a terra, già sottopagati e ricattabili.
La lotta parte il 2 maggio da Napoli, dove i lavoratori fanno riferimento al SiCobas, con blocchi della produzione e assemblee nei piazzali. I lavoratori a Napoli sono intimiditi già dal 2015 con licenziamenti ritorsivi. Il responsabile dell’Autorità Portuale si astiene dall’intervenire nel confronto, in modo compiacente alla Msc. La lotta monta, i confederali sono costretti a inseguire, i portuali di Genova si associano, mentre la controparte si rifiuta di trattare per il rinnovo del contratto collettivo nazionale di lavoro, perché le compagnie sono riuscite a imporre contratti a tempo determinato, apprendistato, agenzie interinali e a loro vanno bene così. Si proclama lo sciopero nazionale di categoria di ventiquattro ore il 23 maggio.
L’appello dei portuali di Genova a quelli di Napoli riporta: «Rialziamo la testa! Solo uniti si vince!». Ma, mentre i lavoratori colgono lucidamente il ruolo delle controparti armatoriali e portuali, i dirigenti di Cgil, Cisl e Uil distolgono l’attenzione da queste e piagnucolano come la situazione sia «ignorata dal governo che elude ogni richiesta di confronto». Pur registrando una buona riuscita dello sciopero del 23 maggio, le compagnie e le autorità portuali fanno orecchie da mercante, per cui si proclama un nuovo sciopero generale il 24 luglio. I confederali dirigono le lotte distogliendo ulteriormente gli operai dalle controparti reali e invocano l’intervento del Mise per «richiamare il governo alle sue responsabilità rispetto al settore». L'Esecutivo nicchia.
Paradigmatica la tattica delle massime dirigenze Cgil Cisl Uil: al malcontento operaio che si rende concreto attraverso sigle sindacali combattive, segue la presa in carico delle lotte, la proclamazione di uno o più scioperi di sfogo e il deragliamento delle lotte operaie verso sponde istituzionali, anziché chiamare ad azioni di sciopero prolungato. Le istituzioni, a loro dire, sarebbero terze rispetto ai contendenti di classe: fingendo di ignorare che i governi borghesi rappresentano «il comitato d’affari della borghesia» in ogni luogo e in ogni tempo. Su questa falsificazione poggiano tutta la trattativa a perdere.
 
Whirlpool, Napoli
Il gruppo Whirlpool possiede marchi di prestigio (Indesit, Hotpoint, Bauknecht, KitchenAid) e ha sedi multiple (Pero, Cassinetta, Siena, Melano, Fabriano, Comunanza, Carinaro, Napoli) con 5.565 lavoratori impiegati. Il mercato va a gonfie vele. Il gruppo ha goduto di generose elargizioni pubbliche: accordi di programma con le Regioni e ammortizzatori sociali (2019/2020) in cambio della concessione che nessun licenziamento collettivo sarebbe stato previsto fino al 31 dicembre 2020. Ma il 31 maggio 2019 la multinazionale comunica ai sindacati la volontà di disimpegnarsi dal sito di Napoli perché comporterebbe una perdita di 20 milioni di euro l’anno. E annuncia 420 licenziamenti in tronco.
I funzionari Cgil Cisl Uil velocemente trasferiscono la vertenza al ministero. In sede ministeriale la Whirlpool ventila la cessione di ramo d’azienda a una società fantasma con sede in Svizzera; in cambio della rinuncia a tale opzione, chiede altri soldi pubblici (da intascare per poi fuggire col malloppo). Scavalcato il ministro Patuanelli, si arriva a Conte, ma senza risultati apprezzabili. I lavoratori scendono in lotta con cortei e manifestazioni combattive e partecipate. Si proclamano scioperi a ripetizione, che coinvolgono tutti i siti nazionali. A Napoli gli operai occupano e bloccano in massa l’autostrada. Di fronte alla pressione operaia, Whirlpool è costretta a recedere dalla minaccia di cessione di ramo d’azienda (un gioco al rialzo, e De Luca -presidente della Regione Campania- appare in scena con 20 mln di euro). Il 30 ottobre scorso la segretaria generale Fiom Francesca Re David sbandiera come una vittoria la revoca della cessione di ramo d’azienda, ma il macigno dei licenziamenti resta. A novembre riparte la lotta con lo sciopero generale dei metalmeccanici, in cui ancora una volta si fa notare la straordinaria combattività della base operaia, con manifestazioni nutrite, cortei e assemblee. Appare fra gli operai la parola d’ordine della nazionalizzazione.
La multinazionale riteneva di assestare un colpo facile alla classe operaia partendo dal Sud, eppure gli operai hanno reagito con vigore, ostacolando le intenzioni dei padroni. Anche in questo caso gli alti funzionari Cgil Cisl e Uil non hanno neanche fatto cenno all’eventuale occupazione della fabbrica né alla sua nazionalizzazione, pilotando immediatamente in sede istituzionale la vertenza, di fatto ignorando la controparte industriale e affidando al comitato d’affari della borghesia la contesa fra operai e padroni.
 
Jabil, Marcianise (Ce)
La Jabil Circuits Italia (ex Ericsson) lo scorso 24 giugno ha annunciato 350 licenziamenti per lo stabilimento di Marcianise (Caserta), che ne conta 706. Mandare a casa la metà dei dipendenti significa chiudere la fabbrica, che da tanti anni è in attivo e produce utili ingenti.
Molto reattivi, gli operai proclamano scioperi subentranti e assemblee di lotta. Tutti i 706 dipendenti chiedono il ritiro della procedura di licenziamento. I lavoratori scioperano fino al 18 luglio, data in cui i sindacati maggioritari hanno un incontro con la direzione Jabil alla sede di Confindustria Caserta. A giugno l’assessore regionale al lavoro della Campania Sonia Palmieri incontra i lavoratori rivendicando l’esodo facilitato di 150 licenziamenti nel 2018 ma restando nel vago in merito alla raffica di licenziamenti annunciati. Il 9 luglio i lavoratori scendono in piazza animando un combattivo corteo. S’insedia un presidio fisso dinanzi ai cancelli della fabbrica mentre la Cgil (Guglielmi) dichiara che «Da soli rappresentiamo una forza relativa, abbiamo bisogno delle istituzioni politiche a tutti i livelli. Urge gestire in modo serio ed efficace l’intera questione degli ammortizzatori sociali». Deludenti dichiarazioni accolte con dissimulata soddisfazione dalla Jabil.
Il 7 ottobre Cgil Cisl Uil emettono un comunicato in cui annunciano «un percorso condiviso anche con le istituzioni» e supplicano per un improbabile «piano di reimpiego con aziende in grado di garantire prospettive industriali». Altre buone notizie per la Jabil. Il 17 ottobre la Jabil concede alla Regione e ai sindacati un altro incontro, che si conclude con un nulla di fatto.
È notizia del 18 novembre il fallimento della trattativa con una sconfitta per la classe operaia, con i licenziamenti e la cassa integrazione. Anche in questo caso, alta combattività della classe operaia, lotte e scioperi egemonizzati dai funzionari Cgil Cisl Uil, deragliamento istituzionale, nessun disturbo alla multinazionale e 350 licenziamenti.
 
Treofan, Battipaglia (Sa)
La Treofan di Battipaglia produce da anni le migliori pellicole da imballaggi industriali sul mercato europeo (polipropilene bi-orientato), oberata di commesse cui fa fronte ricorrendo a straordinari ed extra. Il 24 ottobre 2018 la proprietà è ceduta al gruppo multinazionale Jindal: questa ne fa manifestamente un acquisto ostile, poiché ha già interessi analoghi in Germania e a Terni. I lavoratori comprendono immediatamente il pericolo e, infatti, la Jindal annuncia senza indugi il licenziamento in tronco di tutti gli operai e la chiusura della fabbrica. Le maestranze scendono in lotta con scioperi subentranti e un presidio fisso davanti ai cancelli (ma senza occupare la fabbrica); si susseguono battagliere manifestazioni, cortei e presidi di lotta, durante i quali i lavoratori indossano giubbotti gialli, e chiedono la nazionalizzazione.
Queste lotte, manco a dirlo, sono presto egemonizzate dagli alti papaveri di Cgil Cisl e Uil che le deviano nel binario morto istituzionale, in Regione Campania e a Roma, al Mise. Nel dicembre scorso si muove perfino Gigino Di Maio (allora vicepremier), che si reca al presidio davanti ai cancelli (la tornata elettorale è vicina), dove annuncia strabilianti future iniziative a favore degli operai di Battipaglia. Il risultato attuale è il sollievo della Jindal, che ha già intascato 12 mln euro. Il consorzio Asi revoca la concessione dei terreni Treofan alla Jindal, ma pende ancora lo spettro della chiusura della fabbrica e del licenziamento in tronco di tutti i 78 restanti operai.
 
Alla crisi del capitalismo i lavoratori reagiscono con la lotta
Di fronte alla crisi di sovrapproduzione e alla recessione internazionale, le grandi multinazionali non si fanno scrupolo di rovesciare sulla classe operaia le conseguenze della crisi da loro stesse creata. L’ossessiva ricerca di profitto dei capitalisti li induce ad assottigliare sempre di più i ranghi dei lavoratori da loro impiegati nei siti produttivi, aumentandone lo sfruttamento; e, ricorrendo alla ripartizione internazionale del lavoro, moltiplicano il tasso di sfruttamento perché la delocalizzazione sposta gli impianti produttivi laddove la classe operaia è più debole, povera e priva di diritti.
La capacità reattiva della classe è evidente: nonostante il timore di ritorsioni, i lavoratori scendono in lotta, danno vita a manifestazioni, cortei, presidi. Si stringono insieme in insediamenti di fortuna dinanzi alle fabbriche, affrontano disagi insieme, si rinforzano legami di solidarietà operaia, invocano la collaborazione degli altri operai e dei cittadini, scrivono appelli a chiunque, persino al Papa e al Presidente, popolano i social.
 
L’arte della trattativa è l’arte della lotta
Ma accadono fatti strani. A fronte delle capacità combattive operaie, non si è vinta una sola lotta.
I responsabili locali di Cgil Cisl Uil impongono i temi di trattativa, pilotano le assemblee con i loro oratori e, di fatto, avocano quelle lotte all’apparato, ai dirigenti e ai funzionari centrali. Questi, anziché rilanciare la lotta, stornano le trattative dallo scontro con i capitalisti e le indirizzano invariabilmente sul binario morto dei tavoli di lavoro nelle sedi istituzionali. Gli interlocutori sono: pubblica amministrazione locale, Regione Campania, presso assessorato al lavoro, Mise; raramente più in alto. A tutti i livelli, i tavoli si ripropongono con sfiancanti lungaggini che dilatano i tempi di vertenza di mesi e mesi, intercalati da comunicati ufficiali.
Abbiamo imparato a memoria le dichiarazioni rituali e la fraseologia di circostanza adoperate dai funzionari sindacali e dai rappresentanti istituzionali ai tavoli. Questo dà agio ai capitalisti di organizzare i loro piani concreti in tutta tranquillità. Spesso i padroni ottengono nuovi incentivi economici a fondo perduto: li intascheranno a danno degli operai, differiranno di alcuni mesi i loro piani e poi licenzieranno egualmente. Si perviene alla capitolazione operaia con prepensionamenti, cassa integrazione, incentivi all’esodo (licenziati cui è corrisposto un premio in denaro), tutto finanziato con fondi pubblici.
Non abbiamo visto nessuna occupazione di fabbrica né di sito produttivo, non abbiamo visto nessun piantonamento dei magazzini né degli impianti; alle pressanti richieste di unità di classe, di chiamare alla lotta le fabbriche sorelle, di proclamare scioperi generali di durata seria, i funzionari sindacali centrali sono rimasti sordi e ciechi. I portuali di Genova e gli operai Treofan-Jindal di Terni hanno cercato di costruire da soli questa solidarietà. Le direzioni sindacali delle rispettive realtà produttive hanno fatto piccole concessioni formali alla platea operaia per non restare scavalcati e hanno consentito qualche sciopericchio di solidarietà puramente dimostrativo.
Non siamo con quegli ultrasinistri che demonizzano l’interlocuzione istituzionale. L’attività sindacale necessariamente attraversa anche momenti di confronto e scontro con le istituzioni, così come può associarsi a vertenze in tribunale, ma è un percorso che va sostenuto con le lotte e con l’unità di classe, non lasciato a sé stesso. Gli incontri istituzionali non vanno intesi come unica e sola strada di soluzione del confitto operaio. Occorre tenere ben presente che l’elemento più importante di ogni lotta non è tanto la vittoria, ancorché parziale, che (forse) si riuscirà a ottenere; questa vittoria operaia corrisponde a concessioni strappate alla resistenza dei padroni, i quali se le riprenderanno alla prima occasione utile; piuttosto, come diceva Lenin, la lotta operaia è una scuola di guerra: i lavoratori imparano a lottare contro il nemico di classe e così iniziano a comprendere la vera natura del sistema capitalistico che li sfrutta e opprime.
Le strutture sindacali appartengono ai lavoratori, non ai funzionari. Devono essere i lavoratori, rappresentati dai comitati di fabbrica, a produrre i temi di lotta nelle assemblee. Devono poter decidere le azioni di lotta più efficaci e chiamare alla lotta e all’unità di classe. Quest’ultima e la democrazia interna nei sindacati sono indispensabili ma non si ottengono per semplice domanda; i lavoratori hanno bisogno di strutture unitarie che possano raccoglierli intorno a un fronte comune di classe, indipendentemente se siano sindacalizzati o meno e indipendentemente dalla sigla sindacale cui sono iscritti. Questo pone nelle mani dei lavoratori il contrappeso più efficace alle pretese del padronato e le lotte possono assumere un andamento diverso. Uno strumento già esiste, è il Fronte di Lotta No Austerity, che si rivolge a tutti i lavoratori, iscritti o meno ai sindacati, di qualunque sindacato, perché i focolai di lotta operaia facciano rete e rendano la classe operaia, che è combattiva, protagonista e non spettatrice delle sue lotte.
 

domenica 8 dicembre 2019

Quel giorno di Chet a Frosinone

Luciano Granieri




 Annus horribils il 1980.  Iniziava il riflusso, la marcia di 40.000 alla Fiat segnava la definitiva sconfitta delle lotta operaie, aprendo la strada a quella che sarebbe stata l’annientamento delle classi subalterne da parte del capitalismo e della sua deriva neo liberista. 

Ma il fervore artistico, e in particolar modo musicale, diede vita ad una sorta di onda lunga che, proprio fra la fine dei ’70 e l’inizio degli ’80l si consolidò in modo consistente nel vecchio continente. Una marea di jazzisti americani, in particolar modo dell’avanguardia free, incrementò il proprio esodo, da un’America  lanciata a vele spiegate verso l’edonismo reaganiano, con tutto il suo devastante portato di macelleria sociale e culturale, verso l’Europa. Nel Vecchio Continente  l’epoca delle rivolte fra la fine degli anni ’60 e  tutti gli anni ’70 e la maturazione di notevoli  musicisti autoctoni aveva reso terreno fertile alla fruizione di espressioni  artistiche complesse, quanto ermetiche ed espressivamente di difficile comprensione.  

Fatto sta che artisti del calibro degli Art Ensemble of Chicago, Steve Lacy, Ornette Coleman, Don Cherry, solo per citarne alcuni, ma anche Miles Davis , Chet Baker, due jazzisti non proprio consoni al free-anche se Miles aveva avvicinato la sperimentazione con implicazioni elettriche in Bitches Brew - erano di casa in Europa. In Francia, in Scandinavia, ma anche in Italia. A  Roma , Milano nei jazz club,   nei teatri, nei festival, Umbria jazz su tutti,  era frequente imbattersi in musicisti che probabilmente nel loro paese d’origine, l’America, non si sentivano capiti e neanche sicuri. Non a caso Roscoe Mitchell, sassofonista degli Art Ensemble of Chicago, ebbe a dire che almeno in Europa potevano girare senza il fucile in macchina visto che non correvano rischi di subire aggressioni razziste. 

In quei fatidici anni ’80 un po’ di quel ben di Dio jazzistico passò anche da Frosinone. In un contesto di crescente passione per il jazz che si concretizzò  con l’organizzazione di concerti dei migliori jazzisti italiani, presenti nel territorio anche grazie alla fama del conservatorio - da Enrico Pieranunzi a Maurizio Giammarco, a Patrizia Scascitelli,   solo per citarne alcuni - capitarono a Frosinone proprio gli Art Ensemble of Chicago e Chet Baker.  Lester Bowie e compagni offrirono   una memorabile performance  al teatro Nestor.  Chet,  invece,    tenne un concerto presso il mitico auditorium Edera, sito sotto l’omonimo grattacielo. 

Un fecondo  fervore culturale aveva pervaso tutta la città grazie anche all’attività di un gruppo di giovani, radunati nella  cooperativa culturale “La Luna”, che con la loro ostinazione  e pervicacia riuscì a sensibilizzare l’amministrazione comunale   a dare una mano affinchè nel capoluogo della Ciociaria sorgesse un piccolo Birdland.  Sicuramente gli amministratori di allora, pur con tutti i loro difetti, avevano molto più a cuore il livello culturale dei cittadini e ne avevano anche un giudizio migliore, rispetto a chi guida la città oggi. 

 L'attuale   sindaco persegue l'unico scopo   di assicurare una sarabanda tutta luci ed effetti speciali da dare in pasto ad un popolo considerato di scarsa levatura culturale. Il popolo della "sbicchierate" a cui   la posticcia piana di plastica e terra incolta  del parco Matusa ,caciarona e greve, è sufficiente a dichiarare imperitura fedeltà al suo conducador. Fatto salve il festival dei conservatori , che pure presenta limiti organizzativi e costi spropositati,   l’immondizia culturale è tutto ciò che questa amministrazione è in grado di offrire con una tendenza al peggioramento visto che i prossimi tagli dell’ente ridurranno a mero deposito il museo archeologico. Ma questa è un’altra storia. 

Tornando a quegli incredibili concerti ricordo con particolare emozione quel clima. Poco più che diciannovenne, insieme ad altri amici con cui nel garage di casa strimpellando su una chitarra, un sax ,un basso, e una batteria cercavamo di ispirarci a quei mostri sacri, mi adoperai a dare una mano ai ragazzi della “Luna”. Bassa manovalanza in cambio dell’ascolto  dei nostri eroi in carne ed ossa.  

In particolare la performance di Chet Baker fu entusiasmante. Contornato da straordinari musicisti, Enrico Pieranunzi al pianoforte, Nicola Stilo al flauto, Enzo Pietropaoli al contrabbasso, e Roberto Gatto alla batteria, Chet ci ammaliò con il fraseggio morbido, drammaticamente rilassato della sua tromba,  con la sua voce così particolare ed ipnotica. I suoi compagni di avventura non furono da meno ricordo un Nicola Stilo particolarmente ispirato in grado di fornire delle suggestioni timbriche coinvolgenti  insieme alla tromba di Baker. 

Proprio in quel periodo usciva per la Edi-Pan Record il disco  Soft Journey  inciso da Chet e Pieranunzi  con la stessa formazione del concerto di Frosinone tranne Nicola Stilo sostituito in sala di registrazione da Maurizio Giammarco al sax. Un vinile che ho consumato a furia di ascoltarlo, perché ogni nota di quelle tracce   da Funny Valentine a Night Bird, ad Animali diurni,   è preziosa per la sua esecuzione ma soprattutto perché mi riporta alle meravigliose sensazioni di quel concerto all’Auditorium di Frosinone. 

Ringrazio Maurizio Barnaba che su Fb ha pubblicato lo foto scattate all’epoca di Rino Zangrilli durante quella incredibile esibizione. Foto straordinarie  ma che solo marginalmente riescono a descrivere l’incredibile magia di ciò che stavamo vivendo.