Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

giovedì 12 agosto 2021

Bolscioi Jazz, Bolscioi, e.....arrivederci Roma

 Luciano Granieri



Nel 1956 gli Stati Uniti, in piena guerra fredda, tentarono di innescare contro l’Unione Sovietica l'arma  culturale. Il Dipartimento di Stato Americano decise di reclutare alcuni jazzisti famosi, in particolare Louis Armstrong, Duke Ellington, Dave Brubeck, Dizzy Gillespie, per inviarli in tutto il mondo, in particolare nei paesi dell’est, con l’obbiettivo di contrastare la propaganda sovietica che accusava l’America di discriminazione razziale. 

 Il tentativo non ebbe grande successo perché, soprattutto i musicisti afroamericani, in particolare Armstrong e Gillespie, si trovarono presto in difficoltà con le finalità del programma. Come potevano loro, neri d’America, promuovere all’estero l’integrazione razziale, quando in Patria erano oggetto di discriminazione e soprusi? Proprio Armstrong si ritirò dal progetto quando gli arrivò la notizia del governatore dell’Arkansas Orval E. Faubus, che aveva mobilitato la guardia nazionale per impedire l’ingresso alla Central High School  di Little Rock di nove studenti neri che invece avrebbero avuto il diritto  alla frequenza. A parte Brubeck, che si esibì in Polonia e nella Germania dell’Est per lungo tempo e con grande successo, il resto dei musicisti neri abbandonarono l’incarico. 

Se gli ambasciatori del jazz americani sostanzialmente fallirono, diversa sorte ebbero gli ambasciatori del jazz italiani, che addirittura arrivarono direttamente in Unione Sovietica. 

Nel 1957 si svolse a Mosca il più grande festival della gioventù organizzato dal Partito Comunista sovietico . Fra le varie attività era in programma il Concorso di Jazz. Una gara fra le maggiori orchestre di jazz mondiali. Le  più accreditate per la vittoria finale erano,  la formazione inglese, la tedesca e la cecoslovacca. Fra le diciassette formazioni  partecipanti, figurava anche la Seconda Roman New Orleans Jazz Band di Carlo Loffredo che non esitò ad iscrivere il gruppo al concorso. 

L’impresa cominciò subito in salita. Il trombettista Paolo Saraceni non partì per problemi di lavoro, il batterista Roberto Podio, fu costretto a rinunciare per le paure del padre che già lo vedeva confinato in Siberia. Ma Loffredo, senza perdersi d’animo, riuscì, a solo otto giorni dalla partenza, a sostituire i musicisti rinunciatari con il cornettista torinese Sergio Farinelli ed il batterista lombardo Sergio Clerici. 

Il viaggio fu lungo: Roma-Marsiglia in treno, imbarco sulla nave sovietica “Pobieda”, traversata di, Mediterraneo, Bosforo e Mar Nero con arrivo ad Odessa.  Da lì in treno, attraverso tutta l’Ucraina, fino a Mosca. In realtà i sei giorni di traversata servirono a mettere a punto il repertorio integrando i nuovi arrivati all’organico già presente fra cui figuravano, Gianni Sanjust al clarinetto, Peppino De Luca al trombone, il pianista vibrafonista Puccio Sboto, e lo stesso Loffredo al contrabbasso. 

Il giorno stesso dell’arrivo i musicisti italiani furono invitati ad esibirsi presso il teatro dell’Opera di Odessa in occasione della serata d’addio della celebre ballerina Galina Ulianov, ormai giunta all’età di sessant’anni. Dopo il Lago dei Cigni, che accompagnò le evoluzioni della ballerina, si esibì la Roman. Essa potè usufruire della diretta televisiva,  preparata per celebrare la Ulianov,   che mandò in onda i jazzisti italiani in tutte le repubbliche sovietiche. Il concerto fu visto, praticamente in tutta la Russia. Con questo importante viatico Loffredo e compagni, osannati e salutati al grido di: “Bolscioi Jazz, Bolscioi!…..carasciò carasciò!”, guadagnarono un ottimo viatico per vincere il concorso. Che infatti vinsero. 

Inizialmente superarono, a fatica, la big band argentina, poi con qualche difficoltà ebbero ragione dell’orchestra inglese. In semifinale si scontrarono con l’orchestra svedese composta da diciotto elementi. Questa s’impantanò negli  arrangiamenti complicati dell'orchestra di Stan Kenton. La  scelta risultò fatale per gli scandinavi, superati dai sei ragazzi della Roman, presi dal sacro fuoco dell’improvvisazione molto più apprezzata dei  freddi arzigogolamenti kentoniani, rigorosamente scritti, proposti dagli svedesi. Ad aspettare i jazzisti italiani in finale era la formazione cecoslovacca che aveva avuto ragione dei temutissimi tedeschi. 

La trovata escogitata da Loffredo di far entrare la band dal fondo della platea suonando When the Saints Go Marchin’in fu decisiva per proclamare la vittoria dei nostri eroi. Il successo nel concorso e la popolarità che ne seguì, procurò alla Roman una scrittura per un film sul festival  diretto dal regista russo Alexandrov con una paga esorbitante: trecento rubli per ogni minuto di apparizione sullo schermo. Fu offerta anche l’incisione di un long playing che vendette trentacinquemila copie in una settimana. 

Non potè, infine, mancare l’invito a suonare al Cremlino davanti alle più alte autorità del Partito Comunista Sovietico, fra cui spiccava un tizio “pelato, e con una bella faccia da salumiere seduto al centro del tavolone a cui tutti mostravamo ruffiana ammirazione”, queste le parole di Lofffredo. Dopo mezz’ora di esibizione un giovane tenente si avvicinò e,  in buon italiano, annunciò che i grandi dirigenti seduti al tavolo avrebbero gradito ascoltare del jazz italiano. Loffredo spiegò che il jazz era una forma d’arte americana. Poteva essere eseguita da musicisti italiani, ma non era musica italiana. 

Dopo un po’ il tenente ritornò e stavolta, con voce perentoria e minacciosa, ribadì che quelli volevano sentire jazz italiano. Il terrore di una deportazione in Siberia attanagliò i “nostri” tanto che Loffredo si voltò verso i suoi musicisti e disse: “A regà, sonamo Arrivederci Roma e Funiculì Funiculà”. Fu il trionfo! E a gradire maggiormente l’esibizione fu proprio l’uomo al centro del tavolo con la faccia da salumiere. Era Chrusev. 

A proposito dei rubli. Loffredo e i suoi presero a fantasticare su come spendere quella marea di soldi una volta tornati in Italia. Non ci avrebbero cavato niente, perché il rublo nulla valeva in occidente.


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sabato 7 agosto 2021

Harlem, la rivolta è finalmente in onda

 Tratto dall'articolo di Antonio Bacciocchi su Alias del 7 agosto 2021


“We are black, we are beautiful, we are proud” urla il reverendo Jesse Jackson durante lo svolgimento del The Harlem Cultural Festival a Mount Morris Park (ora Marcus Garvey Park), a Harlem, New York.  

Una serie di concerti che andranno in scenda dal 29 giugno al 24 agosto dal 1969. Un festival, che svoltosi in contemporanea al ben più rinomato, famoso e storicizzato Woodstock, venne rinominato, sbrigativamente e superficialmente “Black Woodstock”. 

Parteciparono circa 300 mila persone al cospetto di nomi come: Stevie Wonder, Nina Simone, B.B King, Sly & The Family Stone, Chuck Jackson, Abbey Lincoln & Max Roach, The 5th Dimension, Gladys Night & The Pips, Mahalia Jackson, Chambers Brothers e tanti altri, presentati da Tony Lawrence. Il tutto venne accuratamente filmato e i nastri archiviati in attesa di un produttore che ne facesse buon uso. Ma il materiale è stato lungo (mezzo secolo…..) “dimenticato”, abbandonato ogni tentativo di farne un film probabilmente destinato ad essere rifiutato. 

Ahmir “Questlove” Thompson (membro del The Roots) è riuscito finalmente a mettervi mano e a ricavarne un documento spettacolare, realizzando probabilmente il miglior film musicale di sempre, Summer of Soul (or when the revolution could be not televised) il cui titolo, riassume alla perfezione contenuto e vicissitudini della pellicola.

 Ad esibizioni mozzafiato (un incredibile Stevie Wonder che si lancia in un funambolico solo di batteria, Nina Simone, catartica, solenne, spietata, Sly & The Family Stone che confermano di essere stati uno dei migliori act dei Sessanta, Gladys Night & The Pips, con una versione unica di I Heard It Through Grapevine, e quel saluto a pugno chiuso ballando, Mavis Staple che duetta con Mahalia Jackson in un gospel da brividi, David Ruffin che incanta con My Girl, Ray Barreto e Mongo Santamaria che portano il latin sound sul palco, mentre Max Roach porta il jazz e Mahalia Jackson lo spiritual) si uniscono interventi di spessore socio politico, interviste alle persone e agli spettatori, immagini della New York dell’epoca.

PAROLE CHIARE

Il reverendo Jesse Jackson parla alla folla, usa parole chiare, dure, incisive, sui diritti degli afroamericani. Gli artisti sono sempre elegantissimi, con look impeccabili, ricercati raffinati. Uno dei principali protagonisti è però il pubblico, quasi totalmente nero e locale. Elegante, composto, sorridente, partecipe, consapevole. Che fossero membri del Black Panther, o coppie di anziani, famiglie della borghesia nera più agiata, bambini che giocano, giovani di varia estrazione sociale, tutti sfoggiano estetiche esuberanti e raffinatissime, pulite, essenziali, fresche. Ridono, si divertono. La gente è coinvolta ma rispettosa, non si accalca, applaude, pensa, riflette, ha sguardi e sorrisi solari. E’ una festa.

 Immagini antitetiche al contemporaneo Woodstock, tra giovani presi in un utopico edonismo escapista, droghe, fango e finto ribellismo. Un vuoto che, alla luce di quanto poi si è verificato, appare oggi sconsolatamente evidente. Ad Harlem c’era invece consapevolezza, sguardo al futuro, necessità di cambiamento. Uno dei momenti topici, che riassume la divergenza tra il significato di Woodstock e dell’Harlem Festival, è quando Sly Stone alza il pugno gridando il refrain “I Want Take you Higher”. “Higher!. Il pubblico nero di Harlem risponde con il pugno, “Higher!” simboleggiando la speranza di riuscire ad innalzarsi dalla precarietà e dalla diseguaglianza. Quando Sly lo urla a Woodstock la platea bianca lo prende come un invito a “volare alto”, grazie alle droghe. Stessi giorni, stessi luoghi, più o meno.

Forse c’è un motivo di fondo per cui per tanto tempo è stato in qualche modo snobbato il contenuto culturalmente eversivo di questi filmati. Gli afroamericani che nel 1964, proprio ad Harlem, avevano incominciato devastanti e sanguinose rivolte per acquisire diritti ed equità sociale, si mostrano in queste immagini molto più “civili”, rispettosi e avanti rispetto a chi, nello stesso momento, mandava a morire migliaia dei suoi giovani in Vietnam o reprimeva le più che legittime istanze di parità. Lo stesso regista Questlove sintetizza bene il concetto: “Non volevo confrontare e contrastare Woodstock, ma è stato solo facendo questo film che ho pensato: Ohhh, ho capito. Woodstock in sé non è stato l’evento che ha cambiato la vita. L’evento che ha cambiato la vita è stato il film di Woodstock. 

Ciò che ha reso grande Woodstock è stato il fatto che è stato detto che Woodstock era fantastico”. Forse sarebbe stato lo stesso con il “Black Woodstock” se avessimo potuto vederlo ai tempi.


giovedì 5 agosto 2021

La sofferenza (altrui) è la virtù degli sfruttatori

 Coniare Rivolta




Un tema che sta particolarmente a cuore alle classi dominanti di ogni epoca è quello della sofferenza. Per i poveri, s’intende. 

Dopo un incessante e continuo lavorio del Governo Draghi su varie tematiche (vedasi, tra le altre, alla voce sblocco dei licenziamenti), sembra ora essere diventato fertile il terreno per uno dei prossimi passi: il progressivo abbattimento del reddito di cittadinanza. E chi poteva incaricarsi di aprire le danze, se non uno dei massimi alfieri della lotta non alla povertà, ma ai poveri, ergo Italia Viva capitanata da Matteo Renzi? Nell’ultimo mese il prode di Rignano si è infatti reso protagonista di una escalation continua di dichiarazioni contro il reddito di cittadinanza. Dopo aver attaccato il provvedimento del fu Governo giallo-verde accusandolo di essere diseducativo e clientelare, il nostro torna alla carica affermando ancora più esplicitamente: “Io voglio mandare a casa il reddito di cittadinanza perché voglio riaffermare l’idea che la gente deve soffrire, rischiare, provare, correre, giocarsela, se non ce la fai ti diamo una mano, ma bisogna sudare ragazzi”. Su questo tipo di attacco hanno subito fatto trapelare il loro malcelato consenso esponenti di varie fazioni, tra cui (immancabilmente) Salvini, Meloni e Calenda. 

Non è ovviamente difficile mettere in luce il portato d’odio ferocemente diretto alle fasce più deboli della popolazione che tale operazione politica contiene. Basta infatti riportare alcuni dei dati che il rapporto INPS ha segnalato con specifico riferimento all’applicazione del reddito di cittadinanza. La platea dei tre milioni e settecentomila soggetti che fino ad ora hanno percepito il sussidio beneficiari è infatti composta da un fiume di persone disoccupate di lungo periodo, scoraggiate, disabili e minori. In media l’importo percepito è stato di 583 euro. Questo tipo di intervento sarebbe quindi per Renzi diseducativo. Sì, ma per chi? Ci troviamo qui infatti di fronte a un caso da manuale di avversione dei ceti dominanti nei riguardi di quelle misure che possano in qualche modo costituire un seppur minimo trasferimento di risorse alle classi meno abbienti volto a, minimissimamente, alleviarne la povertà e ridurne la ricattabilità. In tale ottica, sembra chiaro come Renzi si faccia portavoce del desiderio di andare a fare uno screening certosino ad ogni tipo di contributo che possa anche solo pallidamente allontanare le grandi masse di poveri e disgraziati da quella che, in maniera altrettanto candida, Padoa Schioppa definì a suo tempo la “durezza del vivere”.  E allora perché non lasciare che proprio l’ex Ministro del fu Governo Prodi ci spieghi per filo e per segno qual è il (neanche tanto) retro pensiero che anima oggigiorno Renzi?

“Nell’Europa continentale, un programma completo di riforme strutturali deve oggi spaziare nei campi delle pensioni, della sanità, del mercato del lavoro, della scuola e in altri ancora. Ma dev’essere guidato da un unico principio: attenuare quel diaframma di protezioni che nel corso del Ventesimo secolo hanno progressivamente allontanato l’individuo dal contatto diretto con la durezza del vivere, con i rovesci della fortuna, con la sanzione o il premio ai suoi difetti o qualità. Cento, cinquanta anni fa il lavoro era necessità; la buona salute, dono del Signore; la cura del vecchio, atto di pietà familiare; la promozione in ufficio, riconoscimento di un merito; il titolo di studio o l’apprendistato di mestiere, costoso investimento. Il confronto dell’uomo con le difficoltà della vita era sentito, come da antichissimo tempo, quale prova di abilità e di fortuna. È sempre più divenuto il campo della solidarietà dei concittadini verso l’individuo bisognoso, e qui sta la grandezza del modello europeo. Ma è anche degenerato a campo dei diritti che un accidioso individuo, senza più meriti né doveri, rivendica dallo Stato.” In maniera esplicita, Padoa Schioppa afferma ciò che Renzi solo accenna: un distillato dell’odio delle classi dominanti, messo nero su bianco.

Eppure, oltre a questo c’è anche un ulteriore dato politico da sottolineare. Il reddito di cittadinanza, insieme a Quota 100, ha rappresentato una novità introdotta dal Governo giallo-verde rispetto al corso generale delle politiche economiche degli ultimi decenni. Ad oggi possiamo però vedere, su un orizzonte più ampio di quello dei mesi immediatamente successivi all’approvazione di queste misure, quale fosse il reale portato politico di quegli interventi. M5S e Lega non avevano infatti altro in mente se non un contentino necessario a dar seguito all’incredibile ondata anti-euro e fintamente anti-sistema che aveva sospinto entrambi i partiti verso percentuali fino ad allora impensabili. Tuttavia, tali contentini non sono stati accompagnati da una adeguata lotta ai vincoli europei, senza la quale, dal punto di vista strettamente economico, il mantenimento di qualsivoglia forma di tutela sociale viene posto immediatamente sotto pressione. In più, dal punto di vista politico, entrambi i partiti si sono immediatamente convertiti all’appoggio all’attuale Governo Draghi, vero alfiere delle ‘riforme strutturali’ che metteranno ulteriormente alle strette lo Stato sociale nostrano. 

Quel timidissimo e subito rimangiato passo in una direzione differente può quindi ora essere messo sotto attacco, in modo da potersi riprendere anche qualche briciola inopinatamente caduta dal tavolo dei ricchi verso terra. E’ allora qui il caso di ricordare come, se implementato a regime, il reddito di cittadinanza possa per vari canali non essere quella panacea di tutti i mali che i suoi sostenitori della prima ora credono possa rappresentare. Tuttavia, le critiche ad una misura di questo tipo volte a metterne in luce criticità e punti deboli nulla debbono avere a che vedere con un ignominioso rigurgito atto a togliere il pane a chi più ne ha bisogno, che in quanto tale va respinto con forza al mittente.

martedì 27 luglio 2021

Il giocattolo rotto delle delocalizzazioni

 Coniare Rivolta



Il grido di dolore di Enrico Preziosi, il padrone di Giochi Preziosi, ha commosso tutti: i regali di Natale dei nostri bambini sono a rischio, bloccati nei porti cinesi dalla richiesta di un balzello che il povero imprenditore proprio non si aspettava. Scorrendo l’intervista, sorge però qualche dubbio circa la buona fede del nostro Babbo Natale incagliato in Cina: già, cosa ci fanno in Cina i prodotti di un’azienda italianissima? E perché questo accorato appello rivolto al nostro Governo?

Nella stessa intervista, Preziosi ci informa che il 95% della sua produzione è delocalizzata in Cina. Come la gran parte delle aziende italiane medie e grandi, anche Giochi Preziosi ha dunque delocalizzato la quasi totalità della produzione in un Paese che offriva grandi opportunità di profitto: un costo del lavoro molto basso, tasse e tributi contenuti da una politica di apertura portata avanti dalla Cina in alcune zone del Paese esposte al commercio internazionale, e la garanzia della totale libertà di circolazione delle merci, che consente ai vari Preziosi di tornare poi in Italia, e in Europa tutta, a vendere le proprie merci prodotte altrove. Il fenomeno delle delocalizzazioni è un mondo meraviglioso, per gli imprenditori. L’altra faccia di questo fenomeno, il costo delle delocalizzazioni, la pagano i lavoratori italiani – che perdono i posti di lavoro spostati in Cina – e l’Italia tutta, che oltre a sperimentare una progressiva desertificazione industriale vede erodere anche la base fiscale di questi colossi industriali il cui baricentro produttivo fuoriesce dal Paese. L’affare delle delocalizzazioni, dunque, lo ha fatto Preziosi, attratto dalle condizioni offerte (in questo caso) dalla Cina, mentre lo Stato italiano ed i lavoratori del nostro Paese ne hanno pagato il costo.

Cosa ha rotto le uova nel paniere di Preziosi? Fondamentalmente due fenomeni relativamente recenti. Da un lato la Cina sta sperimentando un progressivo aumento dei salari medi che non si è arrestato neanche con la pandemia: l’impronta socialista che caratterizza l’organizzazione economica di quel Paese ha garantito, pur con molteplici contraddizioni che non possiamo qui affrontare in maniera esaustiva, un inesorabile miglioramento nelle condizioni di vita della popolazione. Se migliorano le condizioni di vita del popolo cinese, peggiorano le condizioni di profitto delle imprese straniere (come Giochi Preziosi) che proprio sui bassi salari cinesi puntavano, quando hanno delocalizzato. Ecco il paradosso generato dalle delocalizzazioni in un Paese socialista: mentre, anche per effetto della desertificazione industriale e delle politiche neoliberiste imposte negli ultimi trent’anni, i salari italiani (da cui Preziosi e compagnia rifuggivano) si stanno abbassando progressivamente verso ‘livelli cinesi’, si sarebbe detto un tempo, i salari dei cinesi crescono erodendo quote di profitto delle multinazionali.

Come se non bastasse, un ulteriore fattore compromette la profittabilità delle multinazionali estere impiantante in Cina: i costi di trasporto dei container dalla Cina è aumentato di circa sei volte per il combinato disposto di maggiori tasse imposte dal Governo cinese e maggiori tariffe richieste dai grandi gestori, spesso pubblici, dei porti cinesi. In altre parole, il Governo cinese – dopo aver attratto molte multinazionali estere con condizioni favorevoli – inizia a chiedergli il conto: quello che ogni cittadino vorrebbe veder fare al proprio Stato. Apriti cielo: il povero Preziosi, che in Cina aveva trasferito la produzione proprio per via dei bassi costi, ora è in crisi. E la sua reazione merita una riflessione politica.

Preziosi, infatti, rivolge il suo accorato appello al Governo italiano, chiedendogli di favorire il cosiddetto reshoring, una parola complicata per un concetto molto semplice: ora che i lavoratori italiani sono ridotti alla fame, cioè sono tornati ad essere competitivi a livello internazionale, il dinamico imprenditore vorrebbe riportare la produzione in Italia. Potrebbe farlo in ogni momento, ovviamente, ma lui pretende un aiutino dal Governo. Lui, che ha incassato tutti i profitti della delocalizzazione imponendo all’Italia i costi economici, fiscali e sociali della sua scelta, adesso vorrebbe essere pagato (già, questo chiede: decontribuzioni e sconti fiscali in patria) per tornare a produrre in Italia. L’idea che i padroni possano delocalizzare a piacere la produzione per inseguire il profitto – un’idea che è alla base dell’architettura istituzionale dell’Unione europea, fondata sulla libertà di circolazione di merci e capitali – è già di per sé vergognosa, ma pensare che lo Stato debba non solo lasciarli fare ma anche incentivarli, magari tagliando imposte e diritti dei lavoratori, rendendo sostanzialmente le condizioni dei lavoratori italiani peggiori di quelle cinesi, è grottescamente mostruoso, ma è il vero volto dell’imprenditoria, quello reale e concreto che scandisce la vita economica del Paese. In altri termini, dopo aver delocalizzato la produzione all’estero, i capitalisti come Preziosi vogliono ora ricattare lo Stato chiedendo sgravi fiscali e aiuti di vario genere per tornare a sfruttare il lavoro italiano, reso povero anche dalle loro scelte industriali.

L’appello di Preziosi, che non è certo un caso isolato ma ben rappresenta una parte consistente del capitalismo italiano, ci impone dunque una riflessione politica di carattere generale. Gli sfruttatori non hanno confini: non li hanno quando delocalizzano, e non li hanno quando decidono di tornare in patria a sfruttare il lavoro povero che le loro delocalizzazioni hanno contribuito a creare. I confini, dunque, quegli stessi confini che l’Italia e l’Europa usa contro i lavoratori migranti per costringerli ad entrare come schiavi nella nostra economia, possono essere usati – al contrario – contro quegli sfruttatori. Possono essere usati imponendo, in Italia, un salario minimo che garantisca una vita dignitosa – per evitare che le imprese di tutto il mondo inizino a delocalizzare per sfruttare il nostro lavoro povero ma qualificato; possono essere usati per favorire le imprese pubbliche in settori strategici, creando occupazione e favorendo lo sviluppo industriale del Paese; possono essere usati per limitare la circolazione delle merci e dunque impedire il ricatto al Preziosi di turno, che produce in Cina i giocattoli venduti in Italia. I confini, insomma, sono uno strumento politico: gli sfruttatori li usano per piegare i lavoratori, gli sfruttati possono usarli come argine alla sete di profitto delle multinazionali.

venerdì 23 luglio 2021

Un'improvvisazione ci salverà

 Luciano Granieri


Anche quest’anno, la Whistle Jazz Band ha partecipato all’evento organizzato dal Comune di Anagni “Cultura in Corso”. Una kermesse in cui diversi artisti dislocati lungo le vie del centro storico della città, offrono un saggio della loro, più o meno maestria creativa. 

Per noi Whistlers si trattava della seconda partecipazione. La prima è stata l’anno scorso. Per il 2021, è cambiato il sito da cui abbiamo suonato. Non più P.zza Innocenzo Terzo, ma davanti la liuteria Noro, che ringraziamo per l'ospitalità e il supporto,  lungo Via Vittorio Emanuele, poco lontano da Piazza Cavour. 

Rispetto al 2020 cambiavano, e molto, anche le previsioni del tempo. Per sabato 17 luglio, il meteo prevedeva pioggia fino a tarda notte. Si va? Non si va? Rimaniamo appesi alla decisione definitiva dell’organizzazione che scioglie il dubbio solo nella tarda mattinata di sabato. Si va ma si portano cose leggere, soprattutto il sottoscritto. Non tutta la batteria ma il rullante, il piatto ride, lo hi-hat, in modo da fare presto a portare tutto nella liuteria in caso di intemperanze di Giove Pluvio

Freddo e pioggerellina autunnale in effetti hanno sferzato il centro storico per tutto il pomeriggio, ma verso sera, come d’incanto è tornato il sereno. Quindi fuori cimbali pelli, chitarra, sax ,basso. Si va ad incominciare. 

Mentre si stava cercando un minimo di equilibrio sonoro, dalla vicina Piazza Cavour, c’investe una boato di suoni proveniente da una macchia da guerra di amplificatori dall’inaudita straripanza wattesca. Era la Hype Band, un gruppo di ragazzi, (basso, chitarra, tastiera e batteria) giovani e bravissimi intenti a finire il loro sound check con musica funky e rock. 

 Appariva subito evidente che se suonavano loro non suonavamo noi, perchè gli eravamo troppo vicini e i nostri volumi erano molto inferiori. Lo spettacolo di burattini, in programma prima dell’esordio della Hype Band, ci consentiva di portare a termine la prima parte della nostra dignitosa esibizione di “jazzisti da strada”. Chi ci stava ascoltando (oltre mia moglie Maria Lucia e altri nostri amici) sembrava apprezzare. 

Poi però i ragazzi della Hype hanno inziato a mettere in campo la piena occupazione dei decibel con dei brani eccellenti, frutto di una grande maestria, ma che ci hanno ridotto al silenzio, non potendo noi superare la potenza dei loro amplificatori. 

Abbiamo provato a continuare ugualmente. Ad un certo punto io e Antonello, ci siamo trovati a suonare Comfortably numb” dei Pink Floyd, i nostri compagni Alberto e Raimondo ci stavano guardando male. In effetti il brano dei Pink Floyd veniva dagli Hype. Lo ammetto. Ci eravamo confusi accompagnando un pezzo di una band che non era la nostra. 

In effetti suonando con i volumi usati fino ad allora era difficile sentirci anche fra noi Whistlers. Scoramento e disappunto, anche perchè gli Hype, onestemante erano molto, ma molto, bravi. Alberto il sassofonista sembrò arrendersi. Lo abbiamo visto riporre il suo tenore per abbandonare la tenzone

Ma potevamo deprimerci

Certo che no. Rivalsa....tremenda rivalsa. 

Raimondo dalla sua chitarra all’improvviso tirava fuori una sequenza armonica velocissima, Antonello con il suo basso seguiva , figuriamoci il sottoscritto con la batteria! Iniziava una performance serrata piena di trovare ritmiche melodiche e armoniche inconsuete e affascinanti . La gente cominciava a fermarsi, ci siamo trovati circondati da facce ammirate non sapendo se apprezzassero di più il fatto musicale o muscolare. Gli Hype non li sentivamo più, non capivo se stessero suonando ancora. Fatto sta che quell’improvvisazione pura escogitata da Raimondo ci ha dato coraggio

Alberto si convinceva a tornare consentendoci di finire il nostro set senza ulteriori tentennamenti, anzi con il premio di un ascoltatore che, avendoci molto apprezzato, ci ha offerto dello spumante. Anche gli straordinari ragazzi dell Hype Band hanno portato a termine il loro concerto. E vorrei scusarmi se in qualche modo li abbiamo disturbati. Ma la colpa non è nè la nostra nè la loro.

  E’ degli organizzatori, i quali per quanto volenterosi, avrebbero dovuto evitare di collocare gruppi musicali così vicino gli uni agli altri, consentendo ad ognuno di avere spazi sonori congrui per non interferire con gli altri.

 E’ anche una questione di rispetto per chi, sia livello professionale che amatoriale, ha il diritto di esibirsi nelle condizioni migliori per esprimere in modo compiuto la propria arte, grande o piccola che sia. 

C’è una morale in questa storia? Certo. Suonare jazz è fantastico, perchè anche nelle situazioni più critiche ricorrere alla salvifica pratica dell’improvvisazione può trasformare una serata incolore in una grande serata, per chi suona e chi ascolta. 

Mi sento di rivolgere un grande grazie ai mie compagni della Whistle Jazz band e ai formidabili ragazzi della Hype Band, per la splendida serata.




venerdì 9 luglio 2021

La richiesta di rinvio a giudizio per Acea Ato5 squarcia il velo sulle malefatte della gestione privata dell'acqua.

 Rigenerare Frosinone



La formulazione della richiesta di rinvio a giudizio per i vertici amministrativi e di controllo di ACEA-ATO5- depositata il 25 febbraio scorso presso il Tribunale di Frosinone, a seguito delle indagini condotte dai Pubblici Ministeri Dr. Adolfo Coletta e Dr. Vittorio Misiti –costituisce il quadro preciso delle dinamiche insite nella privatizzazione di un bene comune come l’acqua e il danno che essa arreca ai cittadini.

Nel documento si chiede di accertare processualmente reati commessi al fine di: “Far conseguire -così si legge nell’atto di accusa - ad ACEA, e ad altre società del gruppo ACEA, un ingiusto profitto derivante dalla gestione illecita del servizio idrico integrato nell’ATO5, attraverso più azioni ed omissioni dal medesimo disegno criminoso. "

Come sempre ribadito dai comitati per l’acqua della Provincia di Frosinone e da altre associazioni che da decenni si sono battuti, e si battono, per l’erogazione pubblica e partecipata della risorsa idrica, il profitto è ingiusto solo per il fatto che si debba realizzare su un bene necessario alla vita delle persone, così come sancito dal referendum del 2011. In questo senso l’acqua non è che un elemento al quale possiamo aggiungere: la salute, l’istruzione e la salvaguardia sociale.

I PM aggiungono, al danno sociale accertato dai movimenti, quello derivante da un - cosi lo definiscono - “disegno criminoso”. La formulazione dell’accusa di peculato, esplica come il principale obiettivo delle lobby finanziarie, e della multinazionale in questione, sia assicurare i profitti degli azionisti ad ogni costo. Questo è il mantra a cui obbedire, sacrificando tutto, compresa la qualità del servizio verso i cittadini indispensabile per una vita dignitosa.

In particolare si accusano i vertici di ACEA del mancato trasferimento su un fondo di ATO5, quindi dell'ente pubblico, delle quote derivanti da una parte della tariffa di depurazione. Tale fondo, come da obbligo legale e da disciplinare tecnico, era necessario a finanziare gli interventi di manutenzione e riparazione della rete. Le quote in questione, invece, hanno preso un'altra strada: sono magicamente finite nelle tasche degli azionisti, per un importo totale di 53 milioni e seicento mila euro calcolato per il periodo 2009- II trimestre 2017.

Dunque si accusa Acea di furto privato ai danni del pubblico. Cioè aver arricchito i propri azionisti con i soldi necessari a riparare la rete distributiva, incuranti del fatto che, ad oggi, il 70% della preziosa risorsa idrica si perde per strada.

Un altro elemento, fra i tanti, che emerge dalle indagini dei PM è come la tariffa inusitatamente lievitata, tre volte superiore a quanto pagano le altre province del Lazio, sia illegittima. Essa sarebbe frutto di false comunicazioni ad ARERA (l'ente di controllo che la determina) , inerenti i costi operativi. In base alla legge, più questi sono elevati, più la tariffa è alta. Nell'accusa di falso in bilancio si contesta l'inserimento di spese e addebiti inesistenti, con la mancata segnalazione delle entrate attive, proprio allo scopo di aumentare fittiziamente le spese operative.

Ciò che i PM espongono nella richiesta di rinvio a giudizio dei vertici di Acea ATO5 non fa altro che corroborare tutte gli abusi e le storture denunciate dai movimenti per l'acqua e da altre associazioni, in decenni di proteste, contro la multinazionale. Istanze raramente accolte, o al massimo strumentalizzate a fini elettorali, dai gruppi politici e dalle istituzioni locali, che mai hanno operato per ottenere l'unico vero risultato plausibile: la rescissione per colpa del contratto con Acea e la gestione della risorsa idrica attraverso un ente pubblico partecipato dai cittadini.

Ci piace pensare che sia stata proprio l'azione dei movimenti, insieme alla protesta dei cittadini, ad indurre i PM a condurre le indagini e richiedere il rinvio a giudizio, la cui udienza per l'eventuale concessione è stata fissata, dal giudice per le indagini preliminari Dott. Antonio Bragaglia Morante, il 26 ottobre 2021.

Ma ciò che si può affermare con ancora più forza è che il confine sul profitto legale e illegale è estremamente labile. Esso è comunque sempre illegittimo, quando proviene dall'azione malevola di multinazionali private alle quali una politica, succube dei comitati d'affari liberisti, ha ceduto la vita delle comunità.

Ciò dovrebbe far riflettere. La vicenda di Acea, non costituisce un'eccezione ma è lo sviluppo di una dinamica consolidata nella vulgata capitalista e liberista per la quale i privilegi di pochi ricchi speculatori prevalgono sui diritti universali di tutti.

Proprio per questo Rigenerare Frosinone invita cittadini, movimenti , associazioni (quelli già attivi e quelli che vorranno aggiungersi) a proseguire la lotta. Andando oltre la contestazione al singolo sopruso prevaricatore da parte di una lobby privata ai danni dei cittadini, per impegnarsi, con forza, a mettere in discussione il sistema capitalista, liberista e ordoliberista, elargitore di questi frutti avvelenati che stanno dispensando, anche nella nostra terra, diseguaglianze, povertà e disagio sociale.


Basta con nuclei e comitati tecnici, per un PNRR dei diritti!

 Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua



Appello

Il PNRR appena nato si ammanta di nuovo ma odora già di vecchio: sono annunciati forti investimenti pubblici che, però, sono finalizzati unicamente a sostenere il mercato e le sue logiche e costituiscono, sotto altre forme, un elemento di continuità con le solite ricette liberiste che ci propinano da 30 anni, che mai sono riuscite a portare benessere generale, né in Italia né altrove sono state applicate: privatizzazioni e ancora privatizzazioni, anche dell’acqua.

Per coordinare la gestione dei fondi del PNRR viene individuato un nucleo tecnico: tutto al maschile, con nomi più o meno noti al grande pubblico, ma sicuramente conosciuti negli ambienti che contano per il loro impegno a riformare il paese in un’ottica neo-liberista.

Tra questi spicca Stagnaro, Direttore Ricerche e Studi dell’istituto Bruno Leoni, think tank neoliberista. Per capire il personaggio: è autore di un libello dove chiede l’apertura del mercato delle armi, sfacciato tanto da citare Hitler, e noto negazionista climatico, tanto da attaccare il movimento globale Fridays for Future e, più in generale, tutte le istanze che chiedono un cambiamento in difesa del Pianeta.

Ma non è una singola figura, per quanto inopportuna, ad allarmare, è l’insieme di questo gruppo, costituito da negazionisti climatici e da persone che ritengono che lo Stato debba intervenire unicamente per favorire e ricostruire i mercati, lasciandoli liberi di autoregolarsi.

Progetti da decine di miliardi del PNRR passeranno al vaglio di queste persone, che dovranno garantire una transizione verde già progettualmente precaria, all’interno del PNRR, con uno Stato presente solo come finanziatore, lasciando all’iniziativa privata la gestione e i profitti.

Costoro pensano che la “virtuosità” di un’azienda pubblica si calcoli in base al suo fatturato, e non al come gestisce e per chi.

Per questo li giudichiamo non solo incapaci di affrontare la sfida della ripresa, che deve partire dai diritti, a cominciare da quello alla salute, ma anche di fatto contrari ad affrontare la sfida del futuro, quella del contrasto al cambiamento climatico, che ha bisogno di scelte importanti e di rendere protagonistə le/i cittadinə, e non di un “green washing” di facciata.

Facciamo un appello a tutte le realtà, a tutti i cittadini/cittadine che hanno a cuore il paese; che pensano che i diritti vengano prima dei profitti dei grandi gruppi industriali; che pensano che le aziende pubbliche non debbano essere spolpate ma essere il volano della ripresa: contestiamo le nomine, contestiamo il PNRR, mettiamo in campo l’alternativa.

Cominciamo dal chiedere la rimozione di Stagnaro dal gruppo dei 5 e la trasparenza assoluta sul loro operato: che siano pubblicati il loro pareri, i verbali delle riunioni, i documenti prodotti. Non dimentichiamo che il PNRR ci riguarda tutt@.