Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

sabato 28 agosto 2021

Piga: «Soldi Ue del Pnrr con troppe condizioni, l’austerità è già tornata»

Che il Recovery Fund e il PNRR fossero un imbroglio ordito dell'èlite neoliberista europea lo dico da sempre. Averne conferma da un accademico come il professore di economia Gustavo Piga dà autorevolezza a questa analisi. Attesta, purtroppo, come tutte le promesse della UE sulla necessità di cambiare le regole basate sull'austerity, a seguito della pandemia,  siano chiacchiere vuote. E tutti, ma proprio tutti, partiti, e corpi intermedi adulatori di Draghi, ci hanno creduto e ancora ci credono, o fanno finta di crederci.

   Luciano Granieri



Intervista di Massimo Franchi dal quotidiano "il manifesto" del 28 agosto 2021

Intervista all'Economista di Tor Vergata. L'autore del libro "Interregno" (Hoepli): a Bruxelles comandano ancora i neoliberisti, gli Usa invece puntano sulla piena occupazione. Draghi aveva parlato di «debito buono» ma ora ha accettato di ridurre il Deficit dal 12 al 4% in un anno: si tratta di 120 miliardi di tagli, buona parte del Recovery fund

Professor Gustavo Piga, docente di Economia a Roma Tor Vergata, sul suo ultimo libro «Interregno» (Hoepli) lei cita Gramsci per invocare investimenti pubblici per salvare l’Europa dalla doppia crisi 2008-Covid. Il Recovery Fund e il Pnrr sono in linea con la sua proposta?

Purtroppo più si delinea il Pnrr e più mi convinco che non ci porterà fuori dalla crisi e anzi potrebbe crearci ulteriori problemi. Il motivo è presto detto: ci sono troppe condizionalità imposte dall’Europa. Due esempi ce lo rivelano già: la riforma della giustizia che abbiamo fatto in fretta per ottenere la prima tranche di finanziamenti non darà certezze alle imprese che investono in Italia – il suo obiettivo primario – perché, come dimostra il fallimento del concorso di Brunetta, le assunzioni solo a tempo determinato previste non invogliano i professionisti necessari a creare il livello di personale che serve a dare certezza del giudizio in tempi celeri. La seconda è la condizionalità maggiore che l’Europa ci chiede: “Ti diamo i soldi solo se prometti di ridurre il rapporto deficit Pil dall’attuale 12 al 3% in un solo anno: significa 120 miliardi di nuove entrate o minori spese, buona parte della cifra dell’intero Pnrr. Una totale pazzia che riporterà l’austerità. L’Italia sarà l’ultimo paese europeo a tornare ai livelli pre Covid, già bassi: la Spagna ci supererà di 3 punti di Pil.



Lei nel libro paragona l’Europa agli Stati Uniti. Lì le cose vanno molto diversamente.
Assolutamente. Biden ha deciso una espansione senza condizioni riassunta dalla sua espressione: «Pagateli di più» che chiede di alzare i salari alla classe lavoratrice, la più colpita dal Covid e dall’aumento delle diseguaglianze. Il piano di Biden è fin troppo keynesiamo e punta alla piena occupazione, obiettivo che in Europa non c’è, in nessun paese.

Dunque lei sostiene che l’austerità che il Covid ci ha fatto abbandonare tornerà dalla finestra? Rimarremo nell’interregno?
Ci siamo terribilmente dentro, l’austerità è già tornata, sia nel piano della commissione Ue sia nel Def del nostro governo. Sapendo benissimo ormai che l’austerità fa aumentare il debito pubblico, non diminuirlo perché abbassa la crescita.

Draghi nel suo intervento sul Financial Times sul «debito buono» sembrava aver svoltato. Ora continua a sostenere che il Fiscal compact non ci sarà più.
Draghi per la sua forza e la sua universalmente riconosciuta capacità avrebbe potuto dire all’Europa: «Invece che tornare al 3% di deficit, mi fermo al 6% e il restante 3% lo utilizzo in investimenti pubblici assicurandovi che la spesa sarà fatta bene». Purtroppo anche lui si è dovuto piegare.

Perché? L’egemonia liberista in Europa è ancora imperante?
Le condizionalità imposte all’Italia lo dimostrano. Il neo liberismo è ancora alla base del modello europeo. Solo la politica può cambiare un modello che dovrebbe consentire a ogni paese autonomia fiscale responsabile finché non ci sarà una vera politica fiscale unica europea a Bruxelles. L’egemonia liberista è poi molto attenta a far sì che non si super i una soglia di intervento pubblico in economia.

Anche da questo punto di vista i primi esempi in Italia non sono positivi: l’ex Alitalia Ita è partita col modello Marchionne, all’ex Ilva si sono persi anni inseguendo Arcelor Mittal; Mps rischia di essere regalata a Unicredit. Problema di linea politica o di scelta dei manager presi dal settore privato?
Su Ita mi sembra che l’elefante ha partorito un topolino che rischia di essere schiacciato in fretta. Mps sarebbbe l’esempio perfetto di «banca del territorio» e regalarla a Unicredit che si prenderà il meglio lasciando ai contribuenti il resto è senza senso. Ma anche questo ci è imposto dalla commissione europea.


Tornando agli Stati Uniti, è di ieri la notizia che la Fed inizierà a ridurre gli stimoli per paura dell’inflazione. Qualcuno inizia a preoccuparsi anche di qua dall’Atlantico.
Mi viene da ridere. Io ho conosciuto l’inflazione al 20%. La Bce da decenni non riesce a mantenere l’obiettivo del 2%, finendo sempre sotto. Preoccuparsi per un po’ di inflazione dovuta in gran parte alle storture nella catena di forniture dovute al Covid è risibile. Sarei ancora più contento se l’inflazione fosse dovuta all’aumento dei salari, ma questo purtroppo non è.

Lei chiude il suo libro con una nota di ottimismo parlando dei suoi studenti. Sono loro a darle fiducia nel futuro?
Ho fiducia nei nostri giovani che sono stupendamente appassionati, dinamici, innovativi e curiosi. Sono una Ferrari che deve però fare i conti con noi anziani che stiamo dando loro un’autostrada piena di buche e poca benzina. Anche per questo dovremmo investire realmente e coprire di soldi e contratti a tempo indeterminato gli ingegneri, gli specialisti di informatica, gli economisti che serviranno per gestire il Pnnr. Un cambio nella gestione degli appalti è la madre di tutte le riforme.



giovedì 26 agosto 2021

Sunshine i colori della musica, il nuovo libro di Diego Protani

  Luciano Granieri



Si terrà domani, venerdì 27 agosto, alle ore 21.00, a Frosinone, in Piazza Garibaldi la presentazione del libro di Diego Protani "Sunshine - I colori della musica " edito da “LFA Publisher”. 

Dopo il buon successo di Sulle labbra del tempo - Area tra musica gesti e immagini, scritto con Viviana Vacca per lo stesso editore (Vincitore dell' VIII premio nazionale di storia contemporanea Luigi di Rosa), lo scrittore, attraverso quest’ultima pubblicazione, completa la descrizione del variegato, e stimolante, quadro artistico-musicale di un’epoca storica , gli anni ‘60 e ‘70, dai forti contrasti sociali e culturali. 

Diego Protani, attraverso le interviste effettuate a musicisti di fama mondiale, codificatori emozionali di quei conflitti, rivela, grazie alla loro testimonianza, come il messaggio rivoluzionario di speranza in un mondo nuovo, presente in quei dischi ed in quei concerti, possa aver coinvolto intere generazioni.

Avremo l’opportunità di ascoltare, dallo stesso autore l’esperienza e le riflessioni che ne ha tratto nel raccogliere le impressioni di veri mostri sacri del rock, del blues, della psichedelia, del progressive, come, ad esempio, John Sebastian, Al Kooper , Leo Lyons dei Ten Years After , musicisti che suonarono al festival di Woodstock, ma anche di tanti altri artisti come Captain Beefhart, che ha collaborato con Frank Zappa

Il libro è aperto dalla prefazione di Bila Copellini, batterista dei Nomadi di Augusto Daolio dal 1965 al 1969, e contiene un’intervista a Mario Capanna

Modererà l’incontro Luciano Granieri e i Doctor Louis & the icebreakers offriranno il loro contributo musicale eseguendo brani rock e blues degli anni ‘60 e ‘70

Non mancate.



martedì 24 agosto 2021

Fascisti ripuliti e il Tampax jazz.

 Luciano Granieri



Ve lo ricordate Fernando Tambroni? L’onorevole democristiano che, nel 1960, guidò un esecutivo supportato dai fascisti dell’MSI. Tambroni, quello che il 7 luglio del 1960, a Reggio Emilia, spinto dalla furia missina, aizzò le forze dell’ordine contro degli operai in manifestazione, provocando una strage con cinque civili, tutti iscritti al Pci, uccisi dalla ferocia della polizia? 

 I fascisti ripuliti,  in cambio del supporto al governo Tambroni, provarono a mettere le  mani, in modo sciagurato anche all’interno della Rai. Nel 1960 la TV di Stato decise di organizzare La coppa del jazz. Un concorso riservato ai jazzisti italiani che avrebbe dovuto decretare, nel corso di diverse trasmissioni, il miglior gruppo o artista in attività. Il concorso era pensato per dilettanti ma, a sorpresa, si iscrissero molti professionisti già noti. Fra questi la Seconda Roman New Orleans Jazz Band, la Riverside Syncopator Jazz Band, tanti altri gruppi e musicisti anche di jazz più moderno, fra cui il trio di Enrico Intra, il quintetto di Torino, il quintetto di Gilberto Cuppini, che vinse la gara. 

La giuria, ovviamente, era composta da musicisti esperti, giornalisti competenti, e tale Giovanni Attilio Baldi. Chi era costui? Un musicista? No. Un giornalista di settore? Neanche. Semplicemente si trattava di un raccomandato da un politico del Msi  che mirava a mettere suoi protetti all’interno della Rai. Costui dal basso della sua ignoranza e dall’alto della raccomandazione provò a condurre perfino una trasmissione sul jazz. 

Per fare bella figura incaricò alcuni sedicenti musicologi di trovargli brani rari  da proporre, come vere e proprie chicche, agli ascoltatori. I finti ricercatori gli giocarono un brutto scherzo. Neiki Libohova, Eugenio Bombrini, Gigi Martini e Carlo Silij, i sedicenti esperti, si divertirono a suonare fra di loro utensili di casa: brocche di terracotta, pettini avvolti nella carta velina, assi per lavare. Gli strumenti, cioè, utilizzati dalle jug band e washboard band nere degli anni venti, alcune provenienti da Tampa in Florida. 

 Libohova e compagni registrarono la loro casalinga e goffa esibizione su un disco pronto ascolto e la consegnarono a Baldi spacciandola per l’unico reperto esistente di una registrazione rarissima della Tampax Jug Band. Il raccomandato missino, orgoglioso della sua finta competenza, annunciò ai microfoni lo strano nome di quell’orchestra e i funzionari Rai caddero dalla sedia. 

Non solo il malcapitato non sapeva nulla di jazz, ma neanche di certi prodotti utilizzati per le necessità tipiche femminili. 

Nonostante tutto Baldi insistette nel voler fare carriera. Provò a scalare la dirigenza del sindacato musicisti per accaparrarsi l’esclusiva dell’organizzazione dei concerti jazz ma, tale fu la sua incapacità, che neanche questo gli riuscì. Della serie i fascisti neanche se s’impegnano riescono a fare cose buone.


martedì 17 agosto 2021

Il green pass per la criminalità neoliberista

 Luciano Granieri



La ministra della giustizia Carla Cartabia, durante la commemorazione delle vittime del crollo del ponte Morandi a Genova, ha rassicurato i congiunti dei deceduti, per mano della criminalità neoliberista, che il processo riguardante i rinviati a giudizio per la strage non cadrà sotto la mannaia dell’improcedibilità, introdotta dalla nuova riforma della giustizia approvata alla Camera e da confermare al Senato. Se l’è presa, la ministra, contro chi ha solo ventilato questa ipotesi, accusandolo, anche giustamente, di non aver letto bene la legge. In essa infatti è scritto che le nuove norme sui reati contro l’incolumità pubblica, si applicheranno ai fatti successivi al 1° gennaio 2020. Essendo la tragedia di Genova occorsa nel 2018 essa non ricade nella nuova norma. 

Quindi se il Ponte Morandi fosse crollato il 2 gennaio 2020 tutti gli indagati, fra cui i manager di Aspi, società a maggioranza azionaria dei Benetton, avrebbero avuto la certezza di godere dell’impunità, introdotta dall’improcedibilità, inserita nella nuova legge. Infatti se proprio vogliamo leggere bene quanto è scritto nel dispositivo, così come esorta la Cartabia, scopriamo che i reati contro l’incolumità pubblica non sono inseriti nella lista dei casi in cui non si applica la prescrizione rapida, come crimini di mafia e terrorismo. Tutto ciò induce ad una riflessione più acuta. 

Per quanto concerne la riforma del processo penale ciò che dovrebbe saltare agli occhi non sono soltanto i tempi di prescrizione, ma  la norma che assegna al Parlamento il giudizio sulla priorità dell’azione penale. Di fatto è il Parlamento, succube del Governo, succube dei potentati Ue, a decidere verso chi, e in quanto tempo, il Pubblico Ministero può esercitare l’azione penale. 

Risulta evidente che tale norma, di fatto incostituzionale, è studiata per fare in modo che, in futuro, gli assassini degli operai della Thyssen Krupp potranno farla franca, così come avrebbero potuto evitare la tagliola del processo i vertici Benetton per il Morandi. Per quattro spulciosi soldi che l’Unione Europea pomposamente ci elargisce (209 miliardi in sei anni -alcuni a debito, altri al netto dell’esborso per finanziare il fondo di garanzia europeo -quando ne sono stati spesi già 120 nell’anno e mezzo di pandemia) si è messo in atto un combinato disposto per cui, da un lato viene liberalizzato il sub-appalto e la gara al massimo ribasso, quindi si autorizzano di fatto le costruzioni di ponti di sabbia a rischio elevato di crollo, dall’altro, con la riforma del processo penale, i criminali che applicheranno queste pratiche, di fatto divenute legali, in caso di disastro, non andranno mai a processo  perché i vertici liberisti della Ue, a cui per proprietà transitiva è demandato il potere d’indirizzare l’azione penale, mai andranno a disturbare i signori delle multinazionali, i quali saranno liberi di commettere le più truci nefandezze in nome del profitto. 

Se a questo aggiungiamo che le morti sul lavoro contano una media di tre vittime al giorno, sindacalisti di base vengono uccisi nei presidi davanti alle fabbriche, migliaia sono lavoratori licenziati per Whatsapp, dopo aver assicurato la produzione al tempo in cui la pandemia era fuori controllo, con il rischio di infettarsi, mentre il conto in banca dei grandi imprenditori, destinatari della maggior parte dei fondi per ristori e ripartenze, non è mai lievitato così tanto come in questo anno e mezzo di pandemia, abbiamo il bel quadro di come agisce il governo Draghi.

 Ma di questo non si parla, siamo tutti presi a discutere sull’ennesimo fenomeno di distrazione di massa: green pass si green pass no.

giovedì 12 agosto 2021

Bolscioi Jazz, Bolscioi, e.....arrivederci Roma

 Luciano Granieri



Nel 1956 gli Stati Uniti, in piena guerra fredda, tentarono di innescare contro l’Unione Sovietica l'arma  culturale. Il Dipartimento di Stato Americano decise di reclutare alcuni jazzisti famosi, in particolare Louis Armstrong, Duke Ellington, Dave Brubeck, Dizzy Gillespie, per inviarli in tutto il mondo, in particolare nei paesi dell’est, con l’obbiettivo di contrastare la propaganda sovietica che accusava l’America di discriminazione razziale. 

 Il tentativo non ebbe grande successo perché, soprattutto i musicisti afroamericani, in particolare Armstrong e Gillespie, si trovarono presto in difficoltà con le finalità del programma. Come potevano loro, neri d’America, promuovere all’estero l’integrazione razziale, quando in Patria erano oggetto di discriminazione e soprusi? Proprio Armstrong si ritirò dal progetto quando gli arrivò la notizia del governatore dell’Arkansas Orval E. Faubus, che aveva mobilitato la guardia nazionale per impedire l’ingresso alla Central High School  di Little Rock di nove studenti neri che invece avrebbero avuto il diritto  alla frequenza. A parte Brubeck, che si esibì in Polonia e nella Germania dell’Est per lungo tempo e con grande successo, il resto dei musicisti neri abbandonarono l’incarico. 

Se gli ambasciatori del jazz americani sostanzialmente fallirono, diversa sorte ebbero gli ambasciatori del jazz italiani, che addirittura arrivarono direttamente in Unione Sovietica. 

Nel 1957 si svolse a Mosca il più grande festival della gioventù organizzato dal Partito Comunista sovietico . Fra le varie attività era in programma il Concorso di Jazz. Una gara fra le maggiori orchestre di jazz mondiali. Le  più accreditate per la vittoria finale erano,  la formazione inglese, la tedesca e la cecoslovacca. Fra le diciassette formazioni  partecipanti, figurava anche la Seconda Roman New Orleans Jazz Band di Carlo Loffredo che non esitò ad iscrivere il gruppo al concorso. 

L’impresa cominciò subito in salita. Il trombettista Paolo Saraceni non partì per problemi di lavoro, il batterista Roberto Podio, fu costretto a rinunciare per le paure del padre che già lo vedeva confinato in Siberia. Ma Loffredo, senza perdersi d’animo, riuscì, a solo otto giorni dalla partenza, a sostituire i musicisti rinunciatari con il cornettista torinese Sergio Farinelli ed il batterista lombardo Sergio Clerici. 

Il viaggio fu lungo: Roma-Marsiglia in treno, imbarco sulla nave sovietica “Pobieda”, traversata di, Mediterraneo, Bosforo e Mar Nero con arrivo ad Odessa.  Da lì in treno, attraverso tutta l’Ucraina, fino a Mosca. In realtà i sei giorni di traversata servirono a mettere a punto il repertorio integrando i nuovi arrivati all’organico già presente fra cui figuravano, Gianni Sanjust al clarinetto, Peppino De Luca al trombone, il pianista vibrafonista Puccio Sboto, e lo stesso Loffredo al contrabbasso. 

Il giorno stesso dell’arrivo i musicisti italiani furono invitati ad esibirsi presso il teatro dell’Opera di Odessa in occasione della serata d’addio della celebre ballerina Galina Ulianov, ormai giunta all’età di sessant’anni. Dopo il Lago dei Cigni, che accompagnò le evoluzioni della ballerina, si esibì la Roman. Essa potè usufruire della diretta televisiva,  preparata per celebrare la Ulianov,   che mandò in onda i jazzisti italiani in tutte le repubbliche sovietiche. Il concerto fu visto, praticamente in tutta la Russia. Con questo importante viatico Loffredo e compagni, osannati e salutati al grido di: “Bolscioi Jazz, Bolscioi!…..carasciò carasciò!”, guadagnarono un ottimo viatico per vincere il concorso. Che infatti vinsero. 

Inizialmente superarono, a fatica, la big band argentina, poi con qualche difficoltà ebbero ragione dell’orchestra inglese. In semifinale si scontrarono con l’orchestra svedese composta da diciotto elementi. Questa s’impantanò negli  arrangiamenti complicati dell'orchestra di Stan Kenton. La  scelta risultò fatale per gli scandinavi, superati dai sei ragazzi della Roman, presi dal sacro fuoco dell’improvvisazione molto più apprezzata dei  freddi arzigogolamenti kentoniani, rigorosamente scritti, proposti dagli svedesi. Ad aspettare i jazzisti italiani in finale era la formazione cecoslovacca che aveva avuto ragione dei temutissimi tedeschi. 

La trovata escogitata da Loffredo di far entrare la band dal fondo della platea suonando When the Saints Go Marchin’in fu decisiva per proclamare la vittoria dei nostri eroi. Il successo nel concorso e la popolarità che ne seguì, procurò alla Roman una scrittura per un film sul festival  diretto dal regista russo Alexandrov con una paga esorbitante: trecento rubli per ogni minuto di apparizione sullo schermo. Fu offerta anche l’incisione di un long playing che vendette trentacinquemila copie in una settimana. 

Non potè, infine, mancare l’invito a suonare al Cremlino davanti alle più alte autorità del Partito Comunista Sovietico, fra cui spiccava un tizio “pelato, e con una bella faccia da salumiere seduto al centro del tavolone a cui tutti mostravamo ruffiana ammirazione”, queste le parole di Lofffredo. Dopo mezz’ora di esibizione un giovane tenente si avvicinò e,  in buon italiano, annunciò che i grandi dirigenti seduti al tavolo avrebbero gradito ascoltare del jazz italiano. Loffredo spiegò che il jazz era una forma d’arte americana. Poteva essere eseguita da musicisti italiani, ma non era musica italiana. 

Dopo un po’ il tenente ritornò e stavolta, con voce perentoria e minacciosa, ribadì che quelli volevano sentire jazz italiano. Il terrore di una deportazione in Siberia attanagliò i “nostri” tanto che Loffredo si voltò verso i suoi musicisti e disse: “A regà, sonamo Arrivederci Roma e Funiculì Funiculà”. Fu il trionfo! E a gradire maggiormente l’esibizione fu proprio l’uomo al centro del tavolo con la faccia da salumiere. Era Chrusev. 

A proposito dei rubli. Loffredo e i suoi presero a fantasticare su come spendere quella marea di soldi una volta tornati in Italia. Non ci avrebbero cavato niente, perché il rublo nulla valeva in occidente.


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sabato 7 agosto 2021

Harlem, la rivolta è finalmente in onda

 Tratto dall'articolo di Antonio Bacciocchi su Alias del 7 agosto 2021


“We are black, we are beautiful, we are proud” urla il reverendo Jesse Jackson durante lo svolgimento del The Harlem Cultural Festival a Mount Morris Park (ora Marcus Garvey Park), a Harlem, New York.  

Una serie di concerti che andranno in scenda dal 29 giugno al 24 agosto dal 1969. Un festival, che svoltosi in contemporanea al ben più rinomato, famoso e storicizzato Woodstock, venne rinominato, sbrigativamente e superficialmente “Black Woodstock”. 

Parteciparono circa 300 mila persone al cospetto di nomi come: Stevie Wonder, Nina Simone, B.B King, Sly & The Family Stone, Chuck Jackson, Abbey Lincoln & Max Roach, The 5th Dimension, Gladys Night & The Pips, Mahalia Jackson, Chambers Brothers e tanti altri, presentati da Tony Lawrence. Il tutto venne accuratamente filmato e i nastri archiviati in attesa di un produttore che ne facesse buon uso. Ma il materiale è stato lungo (mezzo secolo…..) “dimenticato”, abbandonato ogni tentativo di farne un film probabilmente destinato ad essere rifiutato. 

Ahmir “Questlove” Thompson (membro del The Roots) è riuscito finalmente a mettervi mano e a ricavarne un documento spettacolare, realizzando probabilmente il miglior film musicale di sempre, Summer of Soul (or when the revolution could be not televised) il cui titolo, riassume alla perfezione contenuto e vicissitudini della pellicola.

 Ad esibizioni mozzafiato (un incredibile Stevie Wonder che si lancia in un funambolico solo di batteria, Nina Simone, catartica, solenne, spietata, Sly & The Family Stone che confermano di essere stati uno dei migliori act dei Sessanta, Gladys Night & The Pips, con una versione unica di I Heard It Through Grapevine, e quel saluto a pugno chiuso ballando, Mavis Staple che duetta con Mahalia Jackson in un gospel da brividi, David Ruffin che incanta con My Girl, Ray Barreto e Mongo Santamaria che portano il latin sound sul palco, mentre Max Roach porta il jazz e Mahalia Jackson lo spiritual) si uniscono interventi di spessore socio politico, interviste alle persone e agli spettatori, immagini della New York dell’epoca.

PAROLE CHIARE

Il reverendo Jesse Jackson parla alla folla, usa parole chiare, dure, incisive, sui diritti degli afroamericani. Gli artisti sono sempre elegantissimi, con look impeccabili, ricercati raffinati. Uno dei principali protagonisti è però il pubblico, quasi totalmente nero e locale. Elegante, composto, sorridente, partecipe, consapevole. Che fossero membri del Black Panther, o coppie di anziani, famiglie della borghesia nera più agiata, bambini che giocano, giovani di varia estrazione sociale, tutti sfoggiano estetiche esuberanti e raffinatissime, pulite, essenziali, fresche. Ridono, si divertono. La gente è coinvolta ma rispettosa, non si accalca, applaude, pensa, riflette, ha sguardi e sorrisi solari. E’ una festa.

 Immagini antitetiche al contemporaneo Woodstock, tra giovani presi in un utopico edonismo escapista, droghe, fango e finto ribellismo. Un vuoto che, alla luce di quanto poi si è verificato, appare oggi sconsolatamente evidente. Ad Harlem c’era invece consapevolezza, sguardo al futuro, necessità di cambiamento. Uno dei momenti topici, che riassume la divergenza tra il significato di Woodstock e dell’Harlem Festival, è quando Sly Stone alza il pugno gridando il refrain “I Want Take you Higher”. “Higher!. Il pubblico nero di Harlem risponde con il pugno, “Higher!” simboleggiando la speranza di riuscire ad innalzarsi dalla precarietà e dalla diseguaglianza. Quando Sly lo urla a Woodstock la platea bianca lo prende come un invito a “volare alto”, grazie alle droghe. Stessi giorni, stessi luoghi, più o meno.

Forse c’è un motivo di fondo per cui per tanto tempo è stato in qualche modo snobbato il contenuto culturalmente eversivo di questi filmati. Gli afroamericani che nel 1964, proprio ad Harlem, avevano incominciato devastanti e sanguinose rivolte per acquisire diritti ed equità sociale, si mostrano in queste immagini molto più “civili”, rispettosi e avanti rispetto a chi, nello stesso momento, mandava a morire migliaia dei suoi giovani in Vietnam o reprimeva le più che legittime istanze di parità. Lo stesso regista Questlove sintetizza bene il concetto: “Non volevo confrontare e contrastare Woodstock, ma è stato solo facendo questo film che ho pensato: Ohhh, ho capito. Woodstock in sé non è stato l’evento che ha cambiato la vita. L’evento che ha cambiato la vita è stato il film di Woodstock. 

Ciò che ha reso grande Woodstock è stato il fatto che è stato detto che Woodstock era fantastico”. Forse sarebbe stato lo stesso con il “Black Woodstock” se avessimo potuto vederlo ai tempi.


giovedì 5 agosto 2021

La sofferenza (altrui) è la virtù degli sfruttatori

 Coniare Rivolta




Un tema che sta particolarmente a cuore alle classi dominanti di ogni epoca è quello della sofferenza. Per i poveri, s’intende. 

Dopo un incessante e continuo lavorio del Governo Draghi su varie tematiche (vedasi, tra le altre, alla voce sblocco dei licenziamenti), sembra ora essere diventato fertile il terreno per uno dei prossimi passi: il progressivo abbattimento del reddito di cittadinanza. E chi poteva incaricarsi di aprire le danze, se non uno dei massimi alfieri della lotta non alla povertà, ma ai poveri, ergo Italia Viva capitanata da Matteo Renzi? Nell’ultimo mese il prode di Rignano si è infatti reso protagonista di una escalation continua di dichiarazioni contro il reddito di cittadinanza. Dopo aver attaccato il provvedimento del fu Governo giallo-verde accusandolo di essere diseducativo e clientelare, il nostro torna alla carica affermando ancora più esplicitamente: “Io voglio mandare a casa il reddito di cittadinanza perché voglio riaffermare l’idea che la gente deve soffrire, rischiare, provare, correre, giocarsela, se non ce la fai ti diamo una mano, ma bisogna sudare ragazzi”. Su questo tipo di attacco hanno subito fatto trapelare il loro malcelato consenso esponenti di varie fazioni, tra cui (immancabilmente) Salvini, Meloni e Calenda. 

Non è ovviamente difficile mettere in luce il portato d’odio ferocemente diretto alle fasce più deboli della popolazione che tale operazione politica contiene. Basta infatti riportare alcuni dei dati che il rapporto INPS ha segnalato con specifico riferimento all’applicazione del reddito di cittadinanza. La platea dei tre milioni e settecentomila soggetti che fino ad ora hanno percepito il sussidio beneficiari è infatti composta da un fiume di persone disoccupate di lungo periodo, scoraggiate, disabili e minori. In media l’importo percepito è stato di 583 euro. Questo tipo di intervento sarebbe quindi per Renzi diseducativo. Sì, ma per chi? Ci troviamo qui infatti di fronte a un caso da manuale di avversione dei ceti dominanti nei riguardi di quelle misure che possano in qualche modo costituire un seppur minimo trasferimento di risorse alle classi meno abbienti volto a, minimissimamente, alleviarne la povertà e ridurne la ricattabilità. In tale ottica, sembra chiaro come Renzi si faccia portavoce del desiderio di andare a fare uno screening certosino ad ogni tipo di contributo che possa anche solo pallidamente allontanare le grandi masse di poveri e disgraziati da quella che, in maniera altrettanto candida, Padoa Schioppa definì a suo tempo la “durezza del vivere”.  E allora perché non lasciare che proprio l’ex Ministro del fu Governo Prodi ci spieghi per filo e per segno qual è il (neanche tanto) retro pensiero che anima oggigiorno Renzi?

“Nell’Europa continentale, un programma completo di riforme strutturali deve oggi spaziare nei campi delle pensioni, della sanità, del mercato del lavoro, della scuola e in altri ancora. Ma dev’essere guidato da un unico principio: attenuare quel diaframma di protezioni che nel corso del Ventesimo secolo hanno progressivamente allontanato l’individuo dal contatto diretto con la durezza del vivere, con i rovesci della fortuna, con la sanzione o il premio ai suoi difetti o qualità. Cento, cinquanta anni fa il lavoro era necessità; la buona salute, dono del Signore; la cura del vecchio, atto di pietà familiare; la promozione in ufficio, riconoscimento di un merito; il titolo di studio o l’apprendistato di mestiere, costoso investimento. Il confronto dell’uomo con le difficoltà della vita era sentito, come da antichissimo tempo, quale prova di abilità e di fortuna. È sempre più divenuto il campo della solidarietà dei concittadini verso l’individuo bisognoso, e qui sta la grandezza del modello europeo. Ma è anche degenerato a campo dei diritti che un accidioso individuo, senza più meriti né doveri, rivendica dallo Stato.” In maniera esplicita, Padoa Schioppa afferma ciò che Renzi solo accenna: un distillato dell’odio delle classi dominanti, messo nero su bianco.

Eppure, oltre a questo c’è anche un ulteriore dato politico da sottolineare. Il reddito di cittadinanza, insieme a Quota 100, ha rappresentato una novità introdotta dal Governo giallo-verde rispetto al corso generale delle politiche economiche degli ultimi decenni. Ad oggi possiamo però vedere, su un orizzonte più ampio di quello dei mesi immediatamente successivi all’approvazione di queste misure, quale fosse il reale portato politico di quegli interventi. M5S e Lega non avevano infatti altro in mente se non un contentino necessario a dar seguito all’incredibile ondata anti-euro e fintamente anti-sistema che aveva sospinto entrambi i partiti verso percentuali fino ad allora impensabili. Tuttavia, tali contentini non sono stati accompagnati da una adeguata lotta ai vincoli europei, senza la quale, dal punto di vista strettamente economico, il mantenimento di qualsivoglia forma di tutela sociale viene posto immediatamente sotto pressione. In più, dal punto di vista politico, entrambi i partiti si sono immediatamente convertiti all’appoggio all’attuale Governo Draghi, vero alfiere delle ‘riforme strutturali’ che metteranno ulteriormente alle strette lo Stato sociale nostrano. 

Quel timidissimo e subito rimangiato passo in una direzione differente può quindi ora essere messo sotto attacco, in modo da potersi riprendere anche qualche briciola inopinatamente caduta dal tavolo dei ricchi verso terra. E’ allora qui il caso di ricordare come, se implementato a regime, il reddito di cittadinanza possa per vari canali non essere quella panacea di tutti i mali che i suoi sostenitori della prima ora credono possa rappresentare. Tuttavia, le critiche ad una misura di questo tipo volte a metterne in luce criticità e punti deboli nulla debbono avere a che vedere con un ignominioso rigurgito atto a togliere il pane a chi più ne ha bisogno, che in quanto tale va respinto con forza al mittente.