"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"
In vista delle prossime elezioni amministrative di Frosinone, il
Collettivo “Rigenerare Frosinone” ritiene opportuno
comunicare alle forze politiche e ai cittadini quanto segue:
1) Indifferenti e
poco appassionati alle dinamiche di stampo elettoralistico, ma
concentrati sui contenuti, siamo
interessati a confrontarci con chiunque voglia prendere in
considerazione il nostro contributo
che, nel corso dell'anno, si è esplicitato nell'affrontare,
operativamente, i temi sensibili della
città: bilancio, rifiuti, ambiente, sanità, cultura.
2) Non ci interessa,
almeno in questa fase, fare accordi con chicchessia. Le eventuali
alleanze avverranno
esclusivamente di fronte a precise proposte programmatiche,
partecipate e condivise, che rispecchino la nostra visione della
città.
3) Nel gennaio 2020
il Collettivo lanciava un appello alle forze politiche e sociali che
si oppongono alla
Giunta attuale, nel quale concludeva << Dobbiamo cambiare
pagina; è necessario mettere
insieme tutti coloro che si battono, senza tornaconti, per ritrovare
l'anima di questa prostrata
città e di coloro che la popolano >>. A questo appello
Rigenerare Frosinone ha fatto seguire le
iniziative politiche, sociali e culturali sui temi già elencati al
punto uno. Al contrario, le forze
politiche, giova dirlo a chiare lettere, non hanno fatto la loro
parte: soltanto qualche sporadica
apparizione di qualche Consigliere dell'opposizione alla quale
nessuna azione di nessun
tipo è seguita!
4) Tutto ciò
considerato, Rigenerare Frosinone fa appello a tutti coloro che
lavorano per una città diversa, politici e
cittadini, per trovare forme di incontro e modi comuni per affrontare
un percorso di reale
cambiamento. Particolare attenzione, infatti, Rigenerare Frosinone
pone sull'associazionismo,
che in questi anni ha svolto un'azione di grande efficacia a sostegno
dei bisogni dei
cittadini. Spesso questo operare è stato ignorato, se non
ostacolato, dalle maggioranze
consiliari che si sono succedute, attente ad altri interessi, alla
guida del capoluogo. E' venuto
il tempo di mettere fine a questo modo di governare, agli accordi di potere e agli uomini
buoni per tutte le stagioni. Il futuro del Capoluogo deve essere
costruito sulla capacità di
realizzare “ il nuovo”, in una rinnovata sintonia di cittadini e
di politici nei quartieri e nelle
contrade. Un centrosinistra come quello attuale, tristemente noto,
portatore quasi esclusivamente di
politiche neoliberiste, non ci interessa affatto.
La principale confederazione sindacale italiana, la Cgil (5 milioni di iscritti) e la Uil (2 milioni di iscritti) pochi giorni fa hanno deciso di proclamare lo sciopero generale per giovedì 16 dicembre. È stato, quindi, annullato lo sciopero dei metalmeccanici della Fiom del 10 dicembre che convergerà sulla giornata del 16. La Cisl, il secondo sindacato per numero di iscritti, ha invece deciso di sfilarsi: il segretario generale Sbarra ha definito la proclamazione dello sciopero una scelta «sbagliata, esasperata e distorta» (sic!): parole che si commentano da sole.
Una proclamazione non scontata Quello del 16 dicembre è uno sciopero proclamato in pochi giorni, senza l’adeguata preparazione che sarebbe necessaria e che, soprattutto, vedrà esclusi molti settori lavorativi: oltre alla scuola (che ha mantenuto lo sciopero il 10 dicembre) e alla sanità, probabilmente – su richiesta della Commissione di garanzia degli scioperi – saranno esclusi anche i trasporti, le poste, le pulizie, alcuni comparti del pubblico impiego. Per ora, il sindacalismo di base non si è pronunciato rispetto allo sciopero: è probabile che solo alcuni settori decideranno di proclamare sciopero lo stesso giorno, mentre altri opteranno per una scelta settaria. Iniziamo col sottolineare gli aspetti positivi di questa proclamazione. Anzitutto, non era affatto scontata. Sempre che le direzioni di Cgil e Uil non decidano di ritirarlo in cambio di qualche vuoto contentino da parte del governo – ipotesi da non escludersi – va evidenziato che hanno fatto di tutto per evitarne la proclamazione. Da mesi è in corso una campagna, animata dalle realtà più combattive del Paese, per chiedere a gran voce la proclamazione dello «sciopero generale e generalizzato» per contrastare gli attacchi del governo Draghi e dei padroni. Per mesi gli appelli sono rimasti inascoltati, anche se, soprattutto nella base della Cgil, la pressione per lo sciopero ha iniziato a crescere e diffondersi, a partire dai metalmeccanici: la Fiom aveva infatti già deciso di proclamare una giornata di sciopero nazionale il 10 dicembre con manifestazioni regionali (sciopero poi ritirato per convergere sul 16 dicembre). Se fino ad oggi Landini ha evitato accuratamente di porre all’ordine del giorno lo sciopero generale il motivo è presto detto: la burocrazia Cgil, per i suoi legami con settori del Pd e della sinistra (Leu) che sostengono il governo, non aveva alcune intenzione di alzare lo scontro con il «governo amico». Poco importa che questo governo stia, da mesi, sferrando attacchi pesantissimi ai lavoratori e ai proletari: dallo sblocco dei licenziamenti (non a caso sottoscritto da Cgil, Cisl e Uil) all’allentamento delle misure di sicurezza nei luoghi di lavoro (col pretesto del green pass). Il livello dello scontro lo ha, in realtà, alzato lo stesso Draghi che, annunciando un’ulteriore stretta sulle pensioni, ha deciso di abbandonare il tavolo con i sindacati confederali (tra l’altro più che accondiscendenti a una revisione di quota 100). Ecco, allora, che la necessità di battere un colpo è diventata obbligata. Ma come si proclama uno sciopero generale degno di questo nome?
Azione incisiva o arma spuntata? Ciò che è avvenuto in altri Paesi negli ultimi anni – dalla Francia alla Catalogna al Brasile – ci dimostra che, per costruire un’azione di lotta incisiva contro gli attacchi dei governi, è necessario costruire lo sciopero generale con un’adeguata preparazione. Lo sciopero generale, in Italia, andava messo all’ordine del giorno mesi fa, preparato nei luoghi di lavoro con assemblee, riunioni, appelli all’unità e alla mobilitazione. Non basta segnare sul calendario una data all’ultimo minuto e, voilà, lo sciopero generale è fatto. I lavoratori, in Italia, hanno subito per anni umiliazioni e attacchi violenti. Le loro direzioni – sindacali e politiche – anziché chiamarli alla lotta li hanno, spesso, convinti della necessità di rassegnarsi: gli interessi burocratici e il sostegno ai governi Conte e Draghi sono sempre stati più importanti degli interessi dei proletari (persino della loro necessità di sopravvivere, si pensi ai protocolli sicurezza, una farsa pericolosa). Dopo che gli apparati sindacali hanno spiegato per mesi che «scioperare non serve», disabituando i lavoratori alla lotta, ora li chiamano a mobilitarsi… con una settimana di anticipo! Chiamare allo sciopero generale in questo modo, tra l’altro alla vigilia delle feste, rischia di essere un’arma spuntata. E, probabilmente, è proprio questo l’obiettivo delle burocrazie sindacali di Cgil e Uil: trasformare il 16 dicembre in un’innocua passeggiata romana, magari tra i fiocchi di neve, per giustificare, ancora una volta, l’ennesima capitolazione al governo borghese. È anche improbabile che i segretari di Cgil e Uil non sapessero che le leggi antisciopero – da loro stessi rivendicate – avrebbero impedito a molti settori cosiddetti «essenziali» di scioperare: l’intento delle burocrazie è quello di depotenziare al massimo la giornata del 16 dicembre. Le dichiarazioni dello stesso Landini, del resto, sembrano proprio andare in questo senso: «per quello che ci riguarda il dialogo non è interrotto, si può riprendere a dialogare in ogni momento». Un po’ come prepararsi a una battaglia rassicurando il nemico sul fatto che non si intende procurargli alcun danno. Altrettanto paradossale è il tentativo, da parte del segretario generale della Cgil, di presentare Draghi come un premier «sensibile alle richieste sindacali» ma ostaggio della propria maggioranza che lo costringerebbe a innalzare lo scontro «contro la sua volontà». È inoltre vergognosa la capitolazione delle direzioni di Cgil e Uil ai diktat della Commissione di garanzia degli scioperi: se volessero, Cgil e Uil (che raggruppano milioni di lavoratori e hanno bilanci milionari) avrebbero la forza per ignorare questi diktat e proclamare sciopero anche nei settori sottoposti alle leggi antisciopero (coprendo economicamente eventuali multe che dovessero arrivare ai lavoratori). Va aggiunto che la stessa esclusione consapevole della sanità dallo sciopero – il settore più in sofferenza e che più di tutti avrebbe bisogno di scioperare per contrastare il disastro in corso – rende l’idea di come le direzioni sindacali vogliano dare al governo garanzie di «responsabilità».
Un possibile punto di partenza? Se lo sciopero generale a metà dovesse essere mantenuto, sono due i possibili scenari che si aprono. Il peggiore è che questa giornata si trasformi in un’azione meramente dimostrativa, totalmente controllata dalle direzioni sindacali che mirano a traghettarla verso un nuovo accordo col governo padronale. Ma c’è anche la possibilità che questo sciopero si trasformi nell’inizio di un’azione prolungata di lotta. Tutto dipenderà dalla capacità che avranno le realtà operaie nelle fabbriche più combattive di andare oltre le intenzioni delle loro direzioni sindacali. Gli scioperi operai del marzo 2020 ? così come le più importanti pagine della storia del movimento operaio in Italia ? ci dimostrano che questo è possibile. A tal fine, sarebbe importante che, nonostante tutti i limiti burocratici dello sciopero, anche i sindacati di base e conflittuali, anziché limitarsi a criticare (giustamente) le modalità di proclamazione, decidessero di incrociare le braccia lo stesso giorno con una piattaforma alternativa, provando a dare a questa giornata un significato diverso, cioè conflittuale e di lotta. È quello che fanno i sindacati di base di altri Paesi – da Solidaires in Francia alla Csp-Conlutas in Brasile – che, pur attaccando le direzioni sindacali concertative, non disertano le piazze e gli scioperi proclamati dai sindacati burocratici per costruire un’azione unitaria con la base di tutti i sindacati e innalzare il livello dello scontro di classe. Alternativa comunista non fa sconti alle burocrazie della Cgil e della Uil (né tantomeno a quelle della Cisl): li riteniamo complici del massacro in corso e invitiamo i lavoratori e le lavoratrici a non riporre in loro nessuna fiducia. La stessa piattaforma dello sciopero, assolutamente inadeguata, conferma il ruolo nefasto svolto da questi apparati. Ma il 16 dicembre saremo in sciopero e in piazza al fianco dei lavoratori che incroceranno le braccia: ci batteremo perché lo sciopero diventi l’inizio di un’azione prolungata che arrivi a cacciare il governo Draghi e per porre all’ordine del giorno la costruzione di un governo dei lavoratori che espropri le fabbriche che chiudono e licenziano, aumenti l’assegno pensionistico abbassando l’età pensionabile, dia finalmente dignità e sicurezza al lavoro.
Domenica scorsa, 5 dicembre, si è tenuta da Spazio Arte Rigenesi, in Piazza Garibaldi a Frosinone il
secondo appuntamento della rassegna “Metti un disco, storie dal
giradischi di musica&jazz”. Dopo Oscar Peterson e Stephane
Grappelli, stavolta a girare sul piatto è stato il disco “Jazz
series 4000 FC Dizzy Gillespie, Charlie Parker, Bud Powell, Charlie
Mingus Max Roach” Il titolo del vinile, edito dalla Fonit Cetra,
non dice nulla. In realtà si tratta dell’edizione italiana, del
più noto “Jazz at Massey Hall, The quintet”.
Parliamo dunque di
una gran “BOTTA” di Be Bop, suonato dai suoi profeti Bird,
Gillespie, Powell, con l’aggiunta di Mingus e Roach. Il bello di
questi incontri è, a mio giudizio, il piacere di condividere una
passione, in questo caso la musica jazz, con tanti altri amici, non
tutti appassionati di jazz, ma sicuramente affascinati dalla bella
musica in generale. Ed è proprio questo uscire dalla casta, un po’
chiusa e autoincensatoria di noi jazzofili, per cui Parker è un
semi Dio, l’elemento più affascinante dell’incontro.
L’apparente trasgressione formale, tipica del Be Bop, l’esuberanza
delle esecuzioni giudicate mere esibizioni di virtuosismo fine a se
stesso, hanno lasciato un po’ perplessi soprattutto colori i quali
nel precedente incontro avevano apprezzato l’accuratezza delle
interpretazioni di Peterson e Grappelli.
Altri invece si sono
lasciati coinvolgere ed ammaliare dal magma sonoro che ci ha
investiti, con tutte quelle note sparate alla velocità della luce.
Ne è sortito un bel confronto che si è allargato a tutta la
musica, fra classica, rock e prog. Comunque per me Charlie “Bird”
Parker è un Dio.
Voglio ringraziare
tutto gli intervenuti, Riccardo e Fabiana che hanno messo a
disposizione “Rigenesi” e …...il giradischi, Maria Lucia che
ha scattato le foto.
L’ALBUM
Il
disco contiene le incisioni del concerto tenutoal
Massey Hall
di Toronto il 15 maggio del 1953 da, Charlie
Parker al Sax alto,
Dizzy Gillespie
alla tromba, Charlie
Mingus al
contrabasso e Max
Roach alla
batteria. La registrazione fu effettuata dalla Toronto
New Jazz Society,
con dei risultati estremamente modesti. Charlie Mingus chiese ed
ottenei nastri. L’obiettivo era quello di utilizzare quel master al
fine di realizzare un disco per la nuova casa discografica che il
contrabbassista aveva appena aperto con Max Roach, la Debut.
Tornati a New York, Mingus e Roach cercarono di migliorare la
qualità del materiale sonoro. Reincisero le linee di basso,
totalmente impercepibili, modificarono l’assolo di contrabbasso in
“All the Thing You
Are”. La prima
produzione Debut era dunque pronta.
Nacque un album doppio, dal
titolo “Jazz at
Massey Hall” in
cui nel primo vinile erano raccolti
i
brani in quintetto, con Parker e Gillespie, nel secondo quelli in
trio solo con Mingus, Powell e Roach . Nella primissima edizione non
figurava il nome di Parker ma di Charlie Chan, pseudonimo scelto da
“Bird” impossibilitato ad usare il suo nome per motivi di diritti
discografici. La scelta fu ispirata ad un famoso personaggio di film
gialli e al nome della moglie di Parker, Chan appunto.
Purtroppo la
Debut, ebbe vita breve. Nel 1957 dovette chiudere i battenti.
L’intero catalogo venne prima acquisito in affitto da un libraio
danese, che ripubblicò i dischi sotto la denominazione Danish
Debut, poi nel 1960
Mingus cedette l’intera produzione al compagno della sua ex moglie
Clelia, Saul Zaentz,
futuro capo della Fantasy
Record . Del
resto i soldi per aprire la Debut provenivano in gran parte dalla
madre di Clelia. Fu proprio la Fantasy ripubblicare il catalogo ex
Debut.
Nel 1973 il materiale sonoro del concerto canadese venne
rilevato dalla Prestige che riprodusse il doppio album. Nel 1978 la
Fonit Cetra
acquisì i diritti per l’Italia proprio dalla Prestige, e distribuì
il primo vinile, quello con il quintetto al completo, nella
Jazz Series 4000 FC,
indicando semplicemente i nomi dei musicisti e il titolo dei brani,
senza note di copertina. Nel 2004 la casa discografica Spagnola
Jazz Factory ha
rimasterizzato tutto il materiale raccolto in due Cd dal titolo
“Complete Jazz at Massey Hall”.
COME
VENNE REALIZZATO
L’esibizione al Massey Hall
ci rivela un Charile Parker illuminato da uno dei suoi ultimi
sprazzi di lucidità creativa. Era un periodo in cui Bird, era ormai
sprofondato quasi definitivamente nel limbo della droga. Ma quando,
come in questo caso, riusciva a emergere dall’abisso della
dipendenza le sue straordinarie doti di strumentista e improvvisatore
eruttavano prepotentemente come da un vulcano che si risvegliava in
modo deflagrante.
In realtà leggenda vuole che durante l’esibizione
canadese, sia Parker che Gillespie fossero completamente ubriachi.
Non solo, ma, e questa è più’
che una ipotesi, Bird ha suonato con un sassofono di plastica scovato all’ultimo minuto in sostituzione del suo Selmer
impegnato per comprarsi la droga. Mingus, aveva cercato di rimediare
a Parker qualche esibizione in un periodo in cui il sassofonista di
Kansas City era sempre più schiavo della droga, forse per
riconoscenza verso colui il quale lo aveva tirato fuori dall’ufficio
postale in cui era finito a lavorare dopo le prime esperienze
musicali negative passate a New York.
Un primo tentativo operato da
Mingus di procurare una scrittura a Parker, accompagnato da Bud
Powell fu per un concerto al Birdland, in cui anch’egli doveva
essere della partita. Bird e Powell entrarono in scena inebetiti,
incapaci di suonare, stravolti dalle sostanze
e Mingus, dovette pubblicamente dissociarsi dalla performance.
Il
successivo tentativo al Massey Hall si rivelo’ invece un successo,
nonostante la sala, fosse mezza vuota (non piu’ di 700 persone)
perchè quella stessa sera l’attenzione popolare era calamitata
dall’incontro di boxe per il titolo mondiale dei pesi massimi fra
Rocky Marciano
e Jersey Joe
Walcott. Inoltre è
da rimarcare che quella fu l’ultima occasione in cui Gillespie,
Parker e Powell suonarono insieme. Il disco, quindi, segna una sorta
di passaggio di testimone dalla generazione Bop
(Parker-Gillespie-Powell) alla generazione Hard Bop con prodromi free
(Mingus-Roach).
LATO 1
Perdido:
E’ un brano scritto nel 1941 da Juan Tizo trombonista e
arrangiatore dell’orchestra di Ellington. Guarda caso proprio a
Tizol si deve l’esperienza fallimentare di Mingus nella formazione
del Duca, ruolo quanto mai desiderato dal contrabbassista cresciuto
in ghetto alla periferia di Los Angeles. Accadde che nel gennaio
1953, Mingus riuscì ad ottenere l’agognata scrittura
nell’orchestra di Ellington dove ad arrangiare i brani era Tizol,
un portoricano con la puzza sotto il naso e diffidente nei confronti
dei musicisti neri. Il trombonista affidò al nuovo arrivato
un assolo scritto da eseguire con l’archetto. Mingus lo traspose
all’ottava superiore per renderlo piu’ cantabile e fare bella
figura. Tizol non gradì e avendolo preso da parte sotto il palco lo
apostrofò asserendo che “non sapeva leggere bene la musica come
il resto dei negri della banda”. Mingus, in un moto di rabbia,
prese a calci il trombonista portoricano fin sopra il palco, quindi
si accomodò nella sua postazione. Ma nel momento in cui Ellington
fece partire la musica, Tizol si avventò su Mingus con un truce
coltellaccio. Questi,
per evitare il colpo, saltò sul pianoforte con tutto il
contrabbasso. Apparve
chiaro che la carriera di un tale ribelle non poteva continuare
nella elegante e rassicurante
orchestra ellingtoniana. L’esecuzione del brano presenta un
Assolo di Parker un po’ controllato, nonostante si senta Gillespie
sollecitarlo con la voce. Dizzy riprende la sequenza melodica
dell’ultimo chorus di Parker, sprigionando dei sovracuti
spaventosi. Preziosa la poliritmia di Roach, affascinante i
contrappunti finali di Parker e Gillespie che introducono l’assolo
di Roach.
SALT
PEANUTS: Classico
del repertorio Be Bop, pezzo, non a caso, scritto da Gillespie e
Kenny Clarke i padroni di casa del Minton’s
dove il Be Bop era
nato.
Salt Peanuts, ovvero, noccioline salate, punta
a prendere in giro i
gestori di locali che offrivano agli avventori noccioline salate, con
lo scopo di fargli venire sete ed indurli a comprare bevande per
lenire l’arsura, in particolare alcolici. L’esecuzione è
al fulmicotone, con il tema sparato in alternanza con le parole
‘’Salt Peanuts’’ gridate da Dizzy. Sontuosi gli assoli di
Powel e quello di Max Roach che con i tamburi imita l’intonazione
vocale della frase “Salt Penauts” .L’uso
della cassa di Roach durante la
sua sortita
anticipa figurazioni
ritmiche che saranno usate , in futuro, da batteristi prog e rock,
come Karl Palmer e Ian Paice.
A
giudicare dai rumori di fondo, il pubblico
sembra divertirsi come non mai.
ALL
THE THINGS YOU ARE . L’esecuzione
del classico composto da Jerome
Kerne
Oscar
Hammerstein,
scritto
nel 1939 per il musical Very
Warm for May, e’
il tipico esempio di come Parker e Gillespie si impegnavano a
stravolgere le linee melodiche, a partire dall’esecuzione del tema
suonata in alternanza. Gli assoli successivi chiariscono meglio il
concetto con arpeggi velocissimi su un giro armonico moderato.
Particolare la performance di Gillespie con la sordina. Particolari
gli scambi, fra Parker e Gillespie, all’unisono, che lanciano
l’assolo di Mingus prima del tema finale. Tema
che
presenta un’inaspettata quanto improvvisa coda velocissima.
LATO
2
WEE:
Scritto da
Gillespie e’ il manifesto del Be Bop, armonizzazioni blues,
improvvisazioni velocissime, se stavano ubriachi nessuno se ne era
accorto.
HOT
HOUSE: Classico Bop
composto dal pianista Tadd
Dameron sfruttando
la struttura armonica dello strandard di
Cole Porter‘’What
is this thing called love”
Degno di attenzione il growl di Parker in assolo. L’accompagnamento
di Roach è
assolutamente
futuristico. L’assolo di Mingus viene un po’ penalizzato da una
registrazione non perfetta, e comunque mette in risalto le
straordinarie
doti del contrabbassista.
A
NIGHT IN TUNISIA:
Composto da Gillespie nel 1941 quando militava nell’orchestra di
Earl Hines. Come
co-autore viene indicato Frank
Paparelli. Ma
Gillespie ha sempre rivendicato la paternita’ totale del pezzo
perche’ Paparelli ne ha solo curato la trascrizione per
l’orchestra. Bellissimo lo stacco nel tema fra la parte in tempo di
rumba, qui Gillespie
è alla
tromba con sordina, e l’esplosione in quattro a piena sonorità.
La struttura
stessa di Night in Tunisia è
assolutamente magnetica.
L’introduzione di Parker senza accompagnamento e bellissima. Così
come la performance di Powell. Se
posso permettermi un rilievo personale, direi che questo è il brano
che preferisco del disco.
Si è tenuto domenica 21 novembre, presso Spazio Arte Rigenesi in Piazza Garibaldi a
Frosinone il primo appuntamento della rassegna “Metti un disco,
storie dal giradischi di Musica & Jazz” L’audizione del
doppio album “Oscar Peterson-Stephane Grappelli quartet” è stata
preceduta dalla presentazione del libro “In viaggio con il mio
violino” tratto dall’autobiografia di Stephane Grappelli, scritto
da Joseph Oldhenove e Jean Marc Bramy, tradotto in italiano da Paola
Rolletta che era presente all’evento.
E’ stato un viaggio
affascinante attraverso la storia e la musica di Stephane Grappelli, violinista, pianista, compagno di avventure del grande Django
Reinhardt, Violinista da strada, Stefano, poi Stephane ha anche frequentato il conservatorio, figlio di Ernesto Grappelli nato da Alatri e da qui partito per Parigi in cerca di fortuna.
L’audizione dell’album doppio con
Grappelli al violino, Oscar Peterson al pianforte, Kenny Clarke alla
batteria, e Niels Henning Orsted Pedersen, al contrabbasso, è stata
un’eccellente occasione per apprezzare del buon jazz e per
confrontarsi sulle origini di questa musica, incardinata su
molteplici culture musicali generatrici, attraverso la loro
contaminazione, di un linguaggio musicale completamente nuovo.
E’
stata un’occasione per entrare, senza tecnicismi, nelle modalità
esecutive dei musicisti e di come le loro origini abbiano
influenzato il loro stile. Insomma una bel pomeriggio di musica e
cultura, per dirla con Peppino Impastato. Un pomeriggio dove
ascoltando “due dischi” si sono condivise emozioni e riflessioni.
Ringraziamo tutti coloro che sono intervenuti. Un grazie particolare
va a Paola Rolletta per aver descritto, attraverso il libro “In
viaggio con il mio violino” l’affascinante mondo di Stephane
Grappelli e il suo rapporto con la terra da cui discende, Alatri.
L'ALBUM
Oscar Peterson-Stephane Grappelli quartet è un doppio album
registrato il 22 e 23 febbraio del 1973 a
Parigi per la Disque
Festival, una etichetta satellite
della francese Musidisc Europe.Nel
1979 esce una nuova
edizione a cura dallaDecca Rercords of
France (la Decca è stata la casa discografica di Grappelli). La veste grafica rimane
la stessa ma con
l’aggiunta di note
di copertina, praticamente assenti nella
pubblicazione precedente.
Nel 2000 il materiale
inciso viene raccolto in due Cd
distinti,
“Jazz in Paris Vol 1, Jazz
in Paris Vol 2”,
pubblicatidalla Universal e
distribuiti anche in Italia. Rispetto
alle incisioni
originarie mancano i
brani: “My
heart stood still” e “Let’s Fall in Love”
COME VENNE REALIZZATO
Siamo agli inizi del 1973. Stephane Grappelli si accingeva a compiere i 50 anni di carriera. Bernard Lion, all’epoca direttore artistico
della ORTF, la TV
francese,aveva
in animo di dedicare al violinista
un programma televisivo celebrativo. L'idea prevedeva il coinvolgimento di
Duke Ellington, Bill Coleman, e
del violinista classicoYehudi Menhuin. Purtroppo
gli impegni di questi musicisti non consentirono di programmare
con certezza le date della trasmissione. Venne in aiuto di Bernard
Lion Oscar Peterson, il quale fu contentissimo di partecipare alla festa per i 50 anni di carrieradell’amico
Stephane. Fra l’altro
Lion aveva sempre sognato di avere il pianista canadese ospite di un
suo spettacolo. Peterson arrivo a Parigi accompagnato dalfido il contrabbassista Niels Henning Orsted Pedersen,fatto venire apposta dalla Danimarca. Per la batteria non ci furono problemi, Kenny Clarke risiedeva in Francia già dal 1965 e fu felicissimo di essere della partita. In tre giorni fu realizzata la trasmissione ed incise le tracce per l'album.
I DISCHI SUL PIATTO
Furono registrati quindici
brani distribuiti nei due vinili. Alcuni di essi sono
reinterpretazioni di canzoni presenti in musical scritti fra la fine degli anni '20 e l'inizio dei '30, come Makin’
Whopee,Thou Swell,Looking at You. Altri sono brani di colonne
sonore: The Folks Who Live on The Hill, ad esempio. Una bellissima ballad
in cui si esibiscono in duo Peterson e Grappelli. Non manca un blues
improvvisato per l’occasione, Blues for Musidisc, a cui si aggiungono degli standard, Autumn Leaves e If I Had You . Molto
particolari sono, l’altra
esecuzione in duo, Flamingo, brano composto da Ted Grouya per
l’orchestra di Duke Ellington, e Il pezzo di apertura, Them There Eyes, un classico del repertorio del Django Reinhardt et le Quintette
du Hot Club de France. Il mitico gruppo di soli strumentisti a corde, fondato dal
chitarrista manooche di origine belga, con l'amico fraterno Stephane, che spopolò in tutto il mondo. Ensemble composto, oltre che da Grappelli, dagli altri due chitarristi Joseph Reinhardt,
fratello di Django, e Roger Chaput, poi
sostituito da Eugène Vèes, e dal contrabbassista Roger Grasset.
L’ascolto
di questi quindici brani sorprende, non tanto per la straordinaria
tecnica emergente nei brani veloci, il fraseggio di Peterson e quello
di Grappelli sono proverbiali in questo senso, ma soprattutto per la coinvolgenre sensibilità armonica e finezza esecutiva delle
ballad. Un chiaro esempio di come Oscar Peterson sia pianista eccelso
non solo negli arpeggi velocissimi e nelle tambureggianti pressioni
ritmiche della mano sinistra, ma anche per le affascinanti
armonizzazioni che riesce ad imbastire nel corso delle sue
improvvisazioni più introspettive. Ugualmente Kenny Clarke, il batterista inventore del
drumming al fulmicotone caratterizzante la ritmica Be Bop, qui mostra
tutta la sua finezza cromatica nell’uso delle spazzole, così
come acquisito in anni di frequentazione dei gruppi cool, dal
nonetto di Miles Davis, con il quale, per l’appunto, ha inciso The Birth
of The Cool, al Modern Jazz Quartet di Milt Jackson e John Lewis.
Grappelli è immenso nelle linee melodiche che riesce ad
intrecciare con Peterson, sia nelle ballad che nei pezzi velocissimi
dove non credo sia esagerato intravedere un precursore del
fraseggio Be Bop di Parker e compagni. Il tutto viene tenuto insieme
dall’incedere swing e metronomico di Niels Pedersen, incisivo, come
sempre anche negli assoli e nei rientri mozzafiato in quattro.
Di seguito pubblichiamo il brano Them There Eyes nella versione del Quintette du Hot Club de France ed in quella che apre il disco di Oscar Peterson e Stephane Grappelli. Vi assicuro che il confronto è molto stimolante.
La Certosa di Trisulti è tornata al Popolo. Viva la Certosa, viva il
Popolo.
E’ il coronamento dell’impegno di associazioni e
cittadini che hanno lottato affinché quel bene dello Stato,
patrimonio di tutta la Ciociaria, e di tutto il mondo, fosse tolto
dalle mani dei sovranisti di Bannon. Mani, in realtà, pronte ad
accogliere il regalo che l’attuale esultante ministro della
Cultura gli aveva incautamente consegnato nel giugno del 2017.
Per
questo un po’ si giustifica qualche mal di pancia sofferto da
alcuni componenti delle associazioni che si sono visti scippare
l’onore della ribalta da ministri, presidenti di regione e altri
alti funzionari, saliti sul carro dei cittadini vincitori,
appropriandosi di meriti non loro, anzi, dimentichi che proprio loro
quel danno avevano arrecato.
Ma non c’è da stupirsi. E' sempre
accaduto che le conquiste ottenute con le lotte dei cittadini poi
siano state cavalcate, strumentalizzate, dai politici questuanti.
Accadde anche all’indomani della vittoria , ottenuta interamente
dai cittadini , sul referendum per l’acqua pubblica. Ricordo una
trasmissione della Berlinguer, andata in onda la sera dopo il
plebiscito contro la privatizzazione dei servizi pubblici, quando a
parlare di grande conquista di civiltà fu il Bersani sbagliato: non
Marco, coordinatore dei movimenti per l’acqua pubblica che avevano
condotto e vinto la battaglia, ma Pierluigi, l’allora segretario
del Pd, partito che non si era speso granchè per l’acqua
pubblica ma che si intestava un bel po’ di meriti per il risultato
raggiunto.
Tornando a Trisulti la buona notizia è che la Rete delle
Associazioni Trisulti Bene Comune è stata ammessa ad un tavolo
composto dal Ministero della Cultura, dalla Regione Lazio e dal
Comune di Collepardo per elaborare un “progetto condiviso”
inerente la gestione del bene che ricordiamo è dello Stato.
Non
vorremmo però che la vicenda finisca come per i referendum, quando
la gestione dell’acqua, non solo non è diventata pubblica, ma
anzi, per rispettare le condizionalità imposte dalla UE al nostro
Paese, in cambio di quei quattro spulciosi soldi che ci presteranno
da qui al 2026, nel PNRR è proprio sancito che i servizi di
monopolio naturale, compresa l’acqua, dovranno essere
obbligatoriamente gestiti dalle multinazionali private . In barba a
quanto deciso dai cittadini nei referendum del 2011.
Per scongiurare che anche la vicenda di Trisulti abbia gli stessi infausti esiti, esortiamo coloro i quali, fra i rappresentanti delle associazioni,
siederanno al tavolo progettuale con il Ministero e la Regione, a
fronteggiare con forza la consolidata politica del Ministro
Franceschini contraddistinta da una concezione mercenaria dell’arte
e della cultura, sottesa all’ossessione del pareggio di bilancio.
A fronteggiare cioè la logica perversa per cui ogni aspetto
dell’arte e della cultura dovrà essere ceduto alla gestione dei
privati.
Non vorrei che alla scuola di formazione per sovranisti si
sostituisca la scuola per supermanager, advisor borsistici,
organizzata da una qualche fondazione bancaria che avrà vinto il
bando per finanziare la gestione della Certosa. Vorrei ricordare
quanto è scritto nell’art. 9 della Costituzione: "La Repubblica
promuove lo sviluppo della cultura…….tutela il paesaggio e il
patrimonio storico e artistico della Nazione". La Repubblica appunto,
non le multinazionali, o le banche. Ma questo coloro che per le
associazioni si accomoderanno di fronte al ministro lo sanno bene. Spero.
Una dichiarazione di guerra all’acqua e ai beni comuni
Era il 5 Agosto 2011 quando l’allora Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, insieme al Presidente della Banca Centrale Europea Jean-Claude Trichet, scrisse la famigerata lettera al Presidente del Consiglio Berlusconi in cui indicava come necessarie e ineludibili"privatizzazioni su larga scala" in particolare della "fornitura di servizi pubblici locali".
Uno schiaffo ai 26 milioni di italianə che poco più di un mese prima avevano votato ai referendum indicando una strada diametralmente opposta, ossia lo stop alle privatizzazioni e alla mercificazione dell’acqua.
Oggi Draghi, da Premier con pieni poteri, ripropone in maniera esplicita e chiara quella stessa ricetta mediante il DDL Concorrenza approvato dal Consiglio dei Ministri giovedì scorso.
La logica che muove l'intero disegno di legge, oltremodo evidenziata nell'art.6, è quella di chiudere il cerchio sul definitivo affidamento al mercato dei servizi pubblici essenziali.
Un provvedimento ispirato da un’evidente ideologia neoliberista in cui lasupremazia del mercatodiviene dogma inconfutabile nonostante la realtà dei fatti dimostri il fallimento della gestione privatistica, soprattutto nel servizio idrico: aumento delle tariffe, investimenti insufficienti, aumento delle perdite delle reti, aumento dei consumi e dei prelievi, carenza di depurazione, diminuzione dell’occupazione, diminuzione della qualità del servizio, mancanza di democrazia.
Questa norma, di fatto, punta a rendere residuale la forma di gestione del cosiddetto “in house providing”, ossia l’autoproduzione del servizio compresa la vera e propria gestione pubblica, per cui gli Enti Locali che opteranno per tale scelta dovranno “giustificare” (letteralmente) il mancato ricorso al mercato.
Nel DDL emerge chiaramente la scelta della privatizzazione. Gli Enti Locali che intendano discostarsi da quell'indirizzo dovranno dimostrare anticipatamente e successivamente periodicamente il perchè di altra scelta, sottoponendola al giudizio dell’Antitrust, oltre a prevedere sistemi di monitoraggio dei costi".
Mentre i privati avranno solo l’onere di produrre una relazione sulla qualità del servizio e sugli investimenti effettuati.
Inoltre, si prevedono incentivi per favorire le aggregazioni indicando così chiaramente che il modello prescelto è quello delle grandi società multiservizi quotate in Borsa che diventeranno i soggetti monopolisti (alla faccia della concorrenza!) praticamente a tempo indefinito. Tutto ciò in perfetta continuità con quanto previsto dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.
Ed è proprio dal combinato disposto tra PNRR, DDL sulla concorrenza e decreto semplificazioni (poteri sostitutivi dello Stato) che il Governo intende mettere una pietra tombale sull’esito referendario provando così a chiudere una partita che Draghi ha iniziato a giocare ben 10 anni fa dimostrando, oggi come allora, di fare solo gli interessi delle grandi lobby finanziarie e svilendo strumenti di democrazia diretta garantiti dalla Costituzione.
L’art. 6 è un proditorio attacco alla sovranità comunale: i comuni da presidii di democrazia di prossimità ridotti a meri esecutori della spoliazione della ricchezza sociale.
E’ il punto di demarcazione tra due diverse culture, quella che considera un dovere il rispetto e la garanzia dei diritti fondamentali e quella che trasforma ogni cosa, anche le persone, in strumenti economici e merci.
Noi continueremo a batterci per la difesa dell’acqua, dei beni comuni e dei diritti ad essi associati e della volontà popolare.
A questo scopo, nelle prossime settimane, a partire dalla manifestazione nazionale in programma il 20 novembre a Napoli in cui chiederemo con forza anche lo stop alla privatizzazione delle partecipate della città partenopea (tra le quali l'azienda pubblica “Acqua Bene Comune”) paventate in questi giorni, metteremo in campo una rinnovata attivazione per ottenere il ritiro di questo provvedimento al pari del DDL Concorrenza e dei famigerati intendimenti in esso contenuti.
Facciamo appello alla mobilitazione generale, rivolgendoci alle tante realtà e organizzazioni sociali che in questi anni hanno saputo coltivare e arricchire un dibattito e una mobilitazione sui servizi pubblici locali e sui beni comuni per ribadire insieme che essi sono un valore fondante delle comunità e della società senza i quali ogni legame sociale diviene contratto privatistico e la solitudine competitiva l’unico orizzonte individuale.
Operatore
volontario Cittadinanzattiva
Tribunale per la Difesa dei diritti del Malato
Alla
direzione generale della Asl di Frosinone
Al
Sindaco di Frosinone
Al
procuratore della Repubblica di Frosinone
Epc
Agli
organi d’informazione
Il
26 ottobre 2021 ho accompagnato mia madre di 89 anni alla visita
nefrologica di controllo, come da terapia necessaria al trattamento
di una insufficienza renale cronica, presso l’ambulatorio
specialistico della asl di Frosinone (palazzina Q). Il piano
diagnostico-terapeutico prevede una visita nefrologica a cadenza
trimestrale, con rinnovo del piano terapeutico per il farmaco
Aranesp,
se necessario, la pianificazione della successiva visita di
controllo e prescrizione di nuove analisi.
Mia
madre si muove con il deambulatore perché ha difficolta a camminare
ed , in particolare, i giorni precedenti la visita, la malattia la
rende particolarmente debole. L’ambulatorio è al quarto piano e
l’ascensore
era rotto.
Si utilizzava una sorta di monta-carichi, di solito in uso al
personale di servizio che però, considerato il sovrautilizzo
determinato dalla rottura dell’ascensore normale, non era mai
disponibile. Quando lo era, bisognava fare in modo di entrare in
pochi, massimo due o tre persone, per non creare assembramento.
Passata circa mezz’ora d’attesa, con tutti i disagi del caso,
abbiamo intercettato la corsa giusta. Dopo un’ora la visita. A
conclusione del controllo la dottoressa ci informava , desolata, che
non risultavano al computer i codici esenzione: visita,
analisi e farmaco, avrebbero dovuti essere pagati.
La specialista trascriveva le prescrizioni sulla ricetta bianca
personale, e ci consigliava di far riportare il tutto sulle ricette
dematerializzate dal Medico di Base, sospettando che la mancanza dei
codici fosse un problema del sistema informatico della Asl . Mia
madre andava nel panico temendo di dover
pagare prestazioni oltremodo costose.
Ho cercato di rassicurarla. Di fatto la mancanza della ricetta
dematerializzata, non mi consentiva di prenotare la visita in
mattinata.
Avevo
già potuto constatare, entrando nella palazzina Q, come la zona
del Cup fosse molto affollata, determinando un pericoloso
assembramento, in barba alle norme anticovid. Mi ricordai, anche,
che la stessa deprecabile situazione sussisteva già del 31 agosto
scorso quando prenotai la visita nefrologica del 26 ottobre. Mi
domandai perché era così difficile, come noi del Tribunale dei
diritti del Malato abbiamo da sempre proposto, pianificare che la
prenotazione delle seconde visite avvenisse direttamente dal computer
dello specialista senza l’inutile passaggio al Cup.
Nel
pomeriggio mi sono recato presso l’ambulatorio del medico
curante il quale mi confermava che le esenzioni erano a posto, e mi
spiegava che ogni tre mesi il computer di ogni soggetto
prescrittore deve essere aggiornato, altrimenti i codici esenzioni si
perdono. Evidentemente l’ambulatorio di nefrologia non aveva il
computer aggiornato. La prenotazione della visita slittava al giorno
dopo, così
come la somministrazione delle iniezioni slittava a due giorni dopo,
dovendo queste essere ordinate, e ciò era molto grave, considerando
che mia madre ne aveva bisogno subito.
Con
le ricette dematerializzate il 27 ottobre mi recavo al Cup. Andai
nel primo pomeriggio, in un orario in apparenza decongestionato, per
evitare di aspettare molto tempo. Invano.
Ritiravo il numeretto alle 14,54. Lo sportello mi chiamava alle
17,03 dopo
più due ore.
Dovevo anche discutere con l’operatrice la quale mi diceva che
non poteva confermare la data della visita della nefrologa perché’
la ricetta era stata emessa dal medico generico. Raccontavo
tutta la storia dei codici di esenzione senza convincere la solerte
sportellista, fino a quando un’altra operatrice, presumo la
responsabile, autorizzava a confermare la data prescritta perché’
da alcuni giorni si registrava confusione nella gestione delle
esenzioni. Ad onor del vero sia sul display dei numeri di
prenotazione e su cartelli affissi alle pareti, si leggeva un avviso
nella quale la Asl si scusava con i pazienti per possibili
disservizi dovuti a lavori necessari a migliorare il ReCup. Disagi
persistenti, per quanto ho potuto verificare, almeno dal 31 agosto.
Mi sono quindi chiesto quali siano i criteri di scelta delle società
private che si occupano di manutenzione e aggiornamento delle
strutture, ma soprattutto, chi controlla lo svolgimento del lavori,
perché una operazione di miglioramento del servizio non può
provocare disagi per così lungo tempo.
Morale
della favola, per una semplice visita di controllo, da evadere al
massimo in una mattinata, mi sono trovato a dover sottrarre due
giorni al mio lavoro .