Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

venerdì 2 settembre 2022

Taglio dei parlamentari e modifica della Costituzione, la deriva autocratica è alle porte?

 

Jacopo Ricci  2022 LEFT




Chi si è battuto per il no al referendum costituzionale del 2020 aveva ragione: ora, la riduzione del numero degli eletti produrrà un effetto maggioritario a tutto vantaggio delle destre portando alla delegittimazione ulteriore della rappresentanza parlamentare

Avevamo ragione, ma avremmo preferito avere torto.

Avevamo ragione quando decidemmo di batterci in una dura battaglia contro i media mainstream e contro tutte le principali forze politiche per contrastare il taglio dei parlamentari promosso dal Movimento 5 Stelle.

Avevamo ragione quando, isolati e additati come profeti di sventura, sommessamente facevamo presente che la riduzione del numero dei parlamentari avrebbe ingenerato un effetto ulteriormente maggioritario sul sistema elettorale, determinando un innalzamento implicito della soglia di sbarramento e una dote in seggi più generosa per le coalizioni in grado di conseguire la maggioranza relativa dei voti.

Avevamo ragione quando, in un angolo, sostenevamo che il taglio avrebbe consentito alle destre di accentuare l’esito numerico di una vittoria già scontata rendendo plausibile il conseguimento di un numero di seggi idoneo a consentire la modifica della Costituzione senza necessità di ricorrere al successivo voto referendario.

Avevamo ragione quando vedevamo nel taglio del numero dei parlamentari la prima avvisaglia di un’onda più grande, antiparlamentare, contraria alla cultura del costituzionalismo democratico, che si sarebbe abbattuta sull’Italia e sulle sue istituzioni già fragili.

Avevamo ragione quando rimproveravamo al Partito democratico guidato da Nicola Zingaretti di assecondare un processo di modifica strutturale degli assetti istituzionali solo per omaggio ad un governo e a una alleanza legati alle contingenze, un governo che sarebbe caduto dopo soli un anno e cinque mesi, un’alleanza che avrebbe resistito, per forza d’inerzia, per meno di due anni.

Avevamo ragione quando, in più di sei milioni, ci recammo al seggio per segnalare contestualmente un disagio e un senso di appartenenza alla cultura costituzionale italiana.

Avevamo ragione quando decidemmo di manifestare, il nostro dissenso a costo di passare per “quelli che difendevano le poltrone”. Ora di poltrona, rischia di restarne soltanto una: quella del decisore unico, dell’amministratore delegato della Repubblica Italiana che le destre vorranno introdurre modificando la Costituzione del 1948 a colpi di maggioranza. Ora il rischio di una deriva autocratica e cesarista, di una svolta gaullista, di un superamento non soltanto sul piano fattuale ma anche su quello giuridico del parlamentarismo nato dalla Resistenza, è più attuale e concreto che mai.

In piena onestà, non si può far finta di credere che la delegittimazione del Parlamento derivante dal contingentamento della rappresentanza politica per un risibile risparmio di spesa non abbia contribuito a creare i presupposti giuridico-culturali per la messa in discussione della stessa forma di governo parlamentare. Contrastare una tendenza all’avvitamento del sistema istituzionale ed impedire lo stravolgimento delle istituzioni democratiche saranno le sfide più difficili che saremo chiamati a intraprendere nella prossima legislatura, senza garanzie di buona riuscita. Anche questa volta ci additeranno come profeti di sventura. Speriamo solo, stavolta sul serio, di avere torto.


*L’autore: Jacopo Ricci è portavoce nazionale di Nostra – Attuare la Costituzione

mercoledì 31 agosto 2022

Legge Truffa 4.0 Uno schiaffo alla Costituzione e alla partecipazione democratica.

 Luciano Granieri



Ciò che emerge chiaramente dalla seguente trattazione è che tutta l’impalcatura che sorregge il dispositivo elettorale è una grossa presa in giro, è una truffa ordita, per altro, da legislatori del tutto digiuni, consapevolmente o inconsapevolmente, del dettato costituzionale. Anzi dietro questo vero e proprio complotto c’è il desiderio di evitare che la libera espressione dei cittadini possa sovvertire un sistema consolidato messo a guardia degli interessi del capitale. Questo si declinerà in modo diverso, a seconda di chi vincerà le elezioni, ma nella sostanza eserciterà le stesse prerogative

Analizziamo punto per punto le fasi della truffa.

Iter di approvazione della legge incostituzionale.

Il Rosatellum è stato approvato con voti di fiducia dal governo Gentiloni nel 2017. L’articolo 72 della Costituzione precisa che le leggi in materia elettorale devono essere approvate per via ordinaria, non sono quindi previste procedure d’urgenza come il ricorso alla fiducia.

Il sistema di raccolta firme e l’obbligo di presentazione del certificato elettorale è incostituzionale oltre che illegittimo.

L’obbligo di di presentare il certificato di iscrizione alle liste elettorali, insieme con l'accettazione della candidatura è previsto dal dpr n. 361/1957 al suo art. 20. Ad oggi tale richiesta è illegittima perché il 2 settembre del 1990 è entrata in vigore la legge 7 agosto 1990, n. 241. in cui all’art.18 si specifica che il certificato di iscrizione alle liste elettorali, come tanti altri documenti inerenti la pubblica amministrazione può essere sostituito da una semplice autocertificazione.

Modifiche all’art.18 della legge n.241 sono state apportate dalle leggi 6 maggio 2015 n. 52 (Italikum), 3 novembre 2017 n. 165 (Rosatellum), 27 dicembre 2017 n. 205, e da ultimo dalla legge 30 giugno 2022 n. 84 di conversione del decreto-legge 4 maggio 2022 n. 41. Tuttavia, questi interventi non hanno mai toccato le norme obsolete dell'art. 20 del dpr, sull’obbligo della raccolta firme e la consegna del certificato elettorale, ma sono servite per esentare le formazioni presenti in Parlamento dalla raccolta firme, con criteri di volta in volta diversi e valevoli solo per la prima elezioni successive.

Tale produzione legislativa di parte , e a totale vantaggio di chi già occupa uno scranno parlamentare, viola il codice di buona condotta elettorale così come definito dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo con la sentenza definitiva 24 marzo 2020 della Sez. IV nel Ricorso n. 25560/13, Cegolea contro Romania.

L’ultima modifica sulla raccolta delle firme viene introdotta nel già citato decreto legge n. 41 del 4 maggio 2022 recante il seguente titolo: “disposizioni urgenti per lo svolgimento contestuale delle elezioni amministrative e dei referendum previsti dall'articolo 75 della Costituzione da tenersi nell'anno 2022, nonché' per l'applicazione di modalità operative, precauzionali e di sicurezza ai fini della raccolta del voto”. Norme dunque relative ai referendum e alle elezioni amministrative. Ma l’art. 6 bis inserito nello stesso decreto è intitolato “Dispositivo in materia di elezioni politiche” Che c’entra considerato che a maggio le elezioni politiche non erano minimamente in cantiere?

Tale dispositivo,recependo parzialmente le modifiche all’art. 18 della legge 241 si articola nel seguente modo: “Le disposizioni dell'articolo 18-bis, comma 2, primo periodo, del testo unico delle leggi recanti norme per la elezione della Camera dei deputati, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 marzo 1957, n. 361, si applicano, per le prime elezioni della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica successive alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, anche ai partiti o gruppi politici costituiti in gruppo parlamentare in almeno una delle due Camere al 31 dicembre 2021 o che abbiano presentato candidature con proprio contrassegno alle ultime elezioni della Camera dei deputati o alle ultime elezioni dei membri del Parlamento europeo spettanti all'Italia in almeno due terzi delle circoscrizioni e abbiano ottenuto almeno un seggio assegnato in ragione proporzionale o abbiano concorso alla determinazione della cifra elettorale nazionale di coalizione avendo conseguito, sul piano nazionale, un numero di voti validi superiore all'1 per cento del totale”.

Come detto nel maggio del 2022 le Camere non erano state sciolte e le elezioni politiche non erano alla vista. Quindi oltre a non sussistere la motivazione dell’urgenza, è improprio inserire l’art. 6 in un decreto, che, fra l’altro, si occupa di tematiche diverse. Ma soprattutto non si rispetta l’art. 72 Cost. in base alla quale, come abbiamo visto, le leggi sui sistemi elettorali devono essere sempre approvate con procedimento ordinario.

Figli e figliastri

L’art 6 bis, di cui sopra, è anche una cosiddetta “legge-provvedimento” visto che si riferisce alla situazione precisa di alcune liste. Le leggi provvedimento sono illegittime per irragionevolezza e disparità di trattamento (vedi la recente sentenza cost. n. 186 del 2022). Inoltre, sempre per l’art.6, Potere al Popolo, che alle scorse elezioni ha ottenuto voti validi superiori all’1% concorrendo “alla determinazione della cifra elettorale di coalizione” avrebbe dovuto essere esentata dalla raccolta delle firme così come le formazioni con esso coalizzate (Rifondazione, ManifestA e DemA che costituiscono Unione Popolare). Ciò non è avvenuto, mentre altre liste autonome sono state ammesse. Questa disparità è stata giustificata con la discrezionalità del legislatore e con riferimento alla giurisprudenza costituzionale (Corte Costituzionale sentenza n. 48 del 2021, 394/2006, n. 84 del 1997, n. 83 del 1992 e n. 45 del 1967) di interpretazione dell’art. 51 Cost., per il quale le condizioni di eguaglianza del diritto di candidarsi è subordinato “ai requisiti stabiliti dalla legge”. Tuttavia, la discrezionalità del legislatore non può sconfinare nell’arbitrarietà e nell’irragionevolezza, ovvero nella disparità di trattamento, con violazione dell’art.3 della Costituzione che, ricordo, recita: “ Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale (quindi anche concorrere alle elezioni) e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua di religione, di opinioni politiche di condizioni personali e sociali.

E ancora, la legge esenta dalle firme : “….i partiti o gruppi politici costituiti in gruppo parlamentare in almeno una delle due Camere al 31 dicembre 2021 o che abbiano presentato candidature con proprio contrassegno alle ultime elezioni della CAMERA DEI DEPUTATI o alle ultime ELEZIONI DEI MEMBRI DEL PARLAMENTO EUROPEO” E il Senato se lo sono scordato? Il legislatore è a conoscenza che il nostro (per adesso in futuro chissà)è un sistema paritario fra Camera e Senato? Il Parlamento europeo vale più del Senato? O è un provvedimento ad hoc per fare rientrare il gruppo di Calenda ed affini?

Incostituzionalità del voto.

Se un elettore vota per il candidato al collegio uninominale, ma non intende accordare una preferenza ad una dei partiti presenti nel listino proporzionale ad esso collegato, questo si estende ugualmente alla formazione che in percentuale prende più voti. Se a me sta simpatico un candidato che si presenta nel maggioritario, per fatti miei personali, ma non ho intenzione di votare per i partiti a lui collegati nel proporzionale, perché comunque il mio voto espresso nel maggioritario deve incidere anche nel proporzionale? In pratica io delego la mia scelta nel listino plurinominale ad altri elettori che con le loro preferenze determinano il partito più votato nella coalizione. Il mio voto non sarà personale, perché nel plurinominale sarà condizionato dagli altri elettori, non sarà libero perché comunque andrà al partito più votato contro la mia volontà, tutto ciò in palese violazione dell’art. 48 della costituzione che afferma: “ Il voto è personale, libero ed uguale….” Va sottolineato che anche l’impossibilità, imposta dal sistema, di scegliere il candidato che si ritiene più meritevole di fiducia, con l’unica opzione di ratificare una candidatura calata dai partiti non rende il voto libero.

Cosa faro? (anche se la cosa potrebbe non interessare ad alcuno)

Mi  repelle partecipare a questo esercizio plebiscitario mascherato da democrazia. Mi verrebbe di andare a votare per Unione Popolare, per affinità ideologiche e perché, almeno loro, hanno rifiutato il gioco degli ammiccamenti e degli accorddicchi di bassa lega,  con i capi bastone  delle preferenze, pur di  evirare le firme ed elemosinare uno scranno in Parlamento.  I militanti di Unione popolare, pur di partecipare con il proprio  programma senza essere tiranneggiati dalle ragioni del voto utile,  si sono messi a raccogliere le firme in agosto con la gente in ferie, e sono riusciti a raggiungere l’obiettivo,  dimostrando che forse una via democratica, seppur piccola  è ancora aperta. Ma anche in questo caso l’obbligo di votare  candidati  in questa formazione nel mio collegio, che non ritengo consoni a rappresentarmi, senza poterne sceglierne  altri, mi frena molto.

Probabilmente praticherò l’astensionismo con le motivazioni del diniego fatte annotare dal segretario del seggio nel verbale. A me non va di essere preso in giro, soprattutto in relazione ad un esercizio alto quale dovrebbe essere il momento elettorale. Momento che, invece, una massa di burocrati, servi della irreversibilità della dittatura del mercato, sta derubricando a passerella di personaggi improponibili, attenti più all’eclatanza di annunci pubblicitari da propagandare sui social, piuttosto che a spiegare i propri programmi. 

Ma del resto chi glielo fa fare?. Di programmi per lo più irrealizzabili non frega nulla a nessuno, neanche a loro.

mercoledì 24 agosto 2022

Non per un voto utile, ma utile per il voto e la Costituzione.

 Felice Besostri Coordinamento per la Democrazia Costituzionale




Cosa fare?

Andare a votare, comunque, tenendo conto che siamo un sistema bicamerale perfetto e che gli effetti distorsivi maggiori delle leggi elettorali sono pericolosi se si avverano nella stessa misura nelle due Camere: per esempio per evitare persino il referendum su leggi costituzionali i 2/3 vanno raggiunti nelle due Camere. 

Chi è in imbarazzo voti in modo disgiunto tra Camera e Senato. Nella Camera le norme per la percentuale dei seggi tra i 3/8 maggioritari e i 5/8 proporzionali sono più favorevoli al proporzionale, mentre al Senato al maggioritario. Pochi sanno che in una regione il Trentino Alto Adige, al Senato non c'è nemmeno un seggio proporzionale.

 E' più facile raggiungere la soglia del 3% nazionale alla Camera, perciò chi supera la soglia avrà sicuramente seggi, mentre la base regionale del Senato non garantisce che chi supera la soglia li abbia perché ci sono le soglie regionali. Per avere un'idea si deve dividere 100 per il numero dei seggi senatoriali assegnati alla proporzionale (nel Lazio 5,5).  Nel senso che chi raggiunge quella percentuale ha la certezza di avere un seggio, ma anche con una percentuale minore ma non di molto, dipende dal numero di seggi da assegnare coi resti. 

Al Senato per avere un voto non disperso bisogna votare per liste che possano vincere anche seggi uninominali. In tal caso occorre anche che il candidato sia digeribile, non un impresentabile.

 L'elettore può far verbalizzare suoi reclami, e il segretario che si rifiuti deve tenere presente quanto dispone l'art. 104 c. 5 dpr n. 361/1957 che stabilisce che "Il segretario dell'Ufficio elettorale che rifiuta di inserire nel processo verbale o di allegarvi proteste o reclami di elettori e' punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa sino a lire 20.000."Pertanto si può chiedere al presidente l'intervento della forza pubblica perché è un reato. Per facilitare le operazioni è meglio che il reclamo sia stato redatto per iscritto. 

I reclami  ai sensi dell'art. 87 dpr 361/1957 devono giungere fino alla giunta delle elezioni delle due Camere. Attraverso questa via un gruppo di elettori nel 2008 verbalizzo censure di costituzionalità, che riprendevano le censure dei ricorsi contro il Porcellum. Questo esposti furono esaminati dalle GIUNTE DELLE ELEZIONI di Camera e Senato un anno dopo e respinti con varie motivazioni, ma la GIUNTA del Senato ritenne che in teoria poteva investire la Corte Costituzionale, ma non lo fece perché il Porcellum era costituzionale. 

Della smentita della Corte Costituzionale 4 anni dopo con la sentenza n. 1/2014, (frutto di un ricorso dell'avv. Bozzi con gli interventi ad adiuvandum, degli avvocati Claudio Tani e Felice Besostri fino alle discussioni in Cassazione e Corte Costituzionale) non c'è traccia nei verbali della Giunta delle elezioni.

Stavolta potrebbe essere diverso, se veramente la difesa della Costituzione non è mero flatus voci per chiedere voti.

domenica 21 agosto 2022

Le ombre del passato sulla Costituzione

 Davide Conti, tratto da "il manifesto" del 21/08/2022

POST-FASCISMO ED ELEZIONI. Per tracciare un profilo storico-identitario dell'estrema destra è necessario fare i conti con il passato. Non solo con quello del regime fascista ma anche con quello che ha drammaticamente attraversato gli anni della Repubblica giungendo ai giorni nostri.



Il 27 gennaio 1995 il congresso di Fiuggi chiudeva la storia dell’ultimo partito della «prima repubblica» rimasto in vita dopo il crollo del muro di Berlino e l’inchiesta giudiziaria «mani pulite».

Si compiva così una parabola iniziata il 26 dicembre 1946 con la fondazione semi-clandestina e terminata con il ritorno al governo del Paese dopo le elezioni del 1994.

Il mezzo secolo di vita del neofascismo nella Repubblica, la sua ascesa al governo (nella veste di Alleanza Nazionale e la sua riemersione dopo la crisi sistemica del 2011 (Fratelli d’Italia nasce l’anno seguente) confermano come nella complessa realtà italiana la destra abbia costituito, in virtù della sostanziale estraneità al moto di rinnovamento antifascista di ampi settori sociali, economici e politici, un’area molto più estesa della rappresentanza parlamentare del Msi.

Per contrastare le istanze regressive di oggi appare importante cogliere i caratteri del fenomeno della destra nostrana che con sbrigative dichiarazioni di opportunità ha cercato goffamente di «consegnare alla storia» i pesanti lasciti del suo passato che informano il suo presente. Così nel messaggio registrato in più lingue da Meloni, la condanna del fascismo si appaia a quella del nazismo e del comunismo nel quadro di una ripetitiva formulazione qualunquistico-retorica tesa all’equiparazione di ciò che la storia ha mostrato essere non accomunabile.

Tuttavia tale espediente non è pratica limitata all’estrema destra. Nel settembre 2019 la risoluzione del Parlamento europeo sulla «importanza della memoria», non a caso proposta dai governi di Ungheria e Polonia fu approvata a larga maggioranza (anche con il voto del Pd) e parificò nazismo e comunismo con crisma «ufficiale».

Su quella linea proseguono in campo «liberale» prese di posizione che attingono a piene mani (con il risultato di sdoganare l’ascesa al governo in Italia i dell’estrema destra) a questa mistificazione della realtà. Così sul Corriere della Sera si legge che fascismo e comunismo rappresentano «un tutto unico» e vengono proposti parallelismi strabici tra la violenza squadrista del 1919, che instaurò la dittatura, e quella praticata nella Resistenza del 1943-45 dai comunisti (insieme a socialisti, cattolici, monarchici, repubblicani, azionisti e liberali) grazie a cui venne fondata la Repubblica democratica.

Per tracciare un profilo storico-identitario dell’estrema destra è necessario fare i conti con il passato. Non solo con quello del regime fascista ma anche con quello che ha drammaticamente attraversato gli anni della Repubblica giungendo ai giorni nostri.

Lungo questa strada si incontrano i presidenti onorari del Msi, Junio Valerio Borghese (a capo della X Mas a Salò; salvato dai servizi segreti Usa; promotore del fallito «golpe» del dicembre 1970) e Rodolfo Graziani (criminale di guerra in Africa; ministro della Guerra della Rsi; oggi omaggiato da un monumento ad Affile).

Con loro il segretario Giorgio Almirante (segretario di redazione de La Difesa della Razza, capo di Gabinetto del Ministero della Cultura Popolare a Salò; rinviato a giudizio e amnistiato per favoreggiamento nell’inchiesta sulla strage di Peteano del 1972) e Pino Rauti (esponente di Salò e poi fondatore di Ordine Nuovo, gruppo responsabile della strage di Piazza Fontana del 1969).

Le effigi di questi fantasmi del passato campeggiano nelle sedi post-fasciste di oggi. I loro nomi sono orgogliosamente rivendicati nelle piazze e proposti per intitolazioni di strade. Forse per meglio «consegnarli alla storia»

Nel frattempo, in nome delle «radici profonde che non gelano» si propongono: lo stravolgimento della Costituzione tramite il presidenzialismo; una legge fiscale che trasferisce ricchezza alle classi agiate e scarica povertà sui ceti popolari; i blocchi navali contro i migranti; la negazione dei diritti civili; il sostegno alla guerra; il populismo storico che equipara foibe e Shoah. Il tutto in un quadro di «affinità elettive» con Orbàn, Trump, Putin (indicato da Meloni nel suo libro Io sono Giorgia come «difensore dei valori europei») e Kaczynski, i conservatori inglesi fautori della Brexit e i postfranchisti spagnoli di Vox.

Il nodo di fondo da sciogliere, tuttavia, resta quello relativo agli esiti della crisi del paradigma egemonico liberale. L’allineamento ideologico al «liberismo reale», presentato come archetipo unico, irreversibile e totale (accolto come tale dalla sinistra di mercato), si è tradotto da un lato come processo di passivizzazione della società nei confronti di un ordine rappresentato come «naturale» e dall’altro come funzione di mantenimento della pace sociale e ritiro dei cittadini dalla sfera pubblica.

La «democrazia liberale» (diversa da quella costituzionale che prevede la «funzione sociale della proprietà privata») con la sua crisi è stata l’innesco di un sistema reattivo, il sovranismo postfascista, che si pone come negazione e antitesi del principio costituente della sovranità popolare. È questo il vero duplice fronte del conflitto a difesa della Costituzione che riappare dentro questa decisiva scadenza elettorale

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mercoledì 10 agosto 2022

La mancanza di pensiero critico ha invaso tutti i partiti. Una reale speranza rimane l’Unione Popolare

 Professor  Paolo Maddalena



Dalla stampa odierna emerge con sempre maggior ampiezza che l’attuale campagna elettorale si svolge in un’atmosfera di totale povertà di idee.

Tutto mira alla cattura dei voti, per la quale diventa importante fare a gara a chi la spara più grossa, purché abbia la capacità di ingannare i cittadini, facendo passare come vera la più evidente menzogna.

ll caso più evidente è quello della Flat Tax, che viene definita da Berlusconi lo strumento attraverso il quale si assicura “la crescita dei redditi”.

Fatto assolutamente menzognero, poiché la tassazione dei meno abbienti produce una diminuzione della domanda e quindi agisce contro lo sviluppo economico. 

Sul piano generale si può dire che un filo comune, tranne una sola eccezione, di cui presto dirò, che unisce gli accennati  partiti, è quello neoliberista, cioè l’errato convincimento secondo il quale, ai fini del supposto sviluppo economico, la ricchezza deve essere tolta al Popolo e attribuita alle multinazionali e alla finanza internazionale.

Domina cioè un istinto di servaggio che copre quasi tutto l’arco costituzionale da Draghi alla Meloni, sia pur con qualche sfumatura per quanto riguarda la scelta fra l’Atlantismo ferreo di Draghi e la simpatia orbaniana della Meloni. Per il resto, come dicevo, c’è il vuoto più assoluto.

In questa situazione, nella quale pare che i partiti ai quali ho appena fatto cenno, mirano alla distruzione dell’economia del Popolo italiano, e il pericolo maggiore sta nel fatto che, a seguito della diminuzione del numero dei parlamentari è divenuto possibile che le forze di destra, raggiungendo i due terzi dei voti del Parlamento, modifichino l’intera Costituzione della Repubblica italiana senza dover passare per il referendum popolare.

In questo modo la vittoria del neoliberismo sarebbe definitiva. Per fortuna l’integerrimo sindaco di Napoli, già magistrato perseguitato per la sua rettitudine, il dottor Luigi De Magistris, ha istituito il partito: Unione Popolare che, secondo le sue parole, mira a dimostrare che: “il Popolo è più forte dei saltimbanchi della politica”.

In questa tragica situazione è inutile parlare del cosiddetto voto utile, perché i saltimbanchi sono soltanto dannosi, e lo sforzo massimo che si chiede ai votanti è quello di difendere la Costituzione e cioè il Popolo italiano elemento costitutivo, insieme con il territorio e le ricchezze che questo contiene, della nostra Repubblica democratica.

E si tenga presente che i frutti negativi dell’attuale sistema economico predatorio neoliberista cominciano ad esser sentiti a livello europeo. Tant’è vero che, dopo aver sospeso il patto di stabilità, il prossimo 28 settembre il Parlamento europeo voterà per istituire una infrastruttura pubblica comune di ricerca biomedica, al fine di trovare nuovi farmaci, vaccini e tecnologie medicali con il sostegno dei governi dell’Unione europea.

Come al solito i nostri politici, tranne la dovuta eccezione appena riferita, camminano come il gambero , cioè vanno indietro anziché andare avanti.

lunedì 1 agosto 2022

TUTTOMERCATO CALCISTICO/PARTITICO

 Luciano Granieri



Notizie di mercato calcistico/partitico

ROMA: Dopo gli acquisti del terzino Celik, del portiere di riserva Svilar, l’acquisizione del parametro zero Nemanja Matic, centrocampista pupillo di Mourinho, e soprattutto dopo il grande colpo dell’ingaggio di Dybala, la Roma si appresta a chiudere la trattativa per il centrocampista nazionale olandese, in uscita dal Psg, Georginio Wijnaldum. A quanto sembra restano da definire alcuni dettagli prima di completare definitivamente il passaggio del centrocampista Orange alla Roma. A buon punto sembra anche la trattativa per portare alla corte di Josè Mourinho il “Gallo” Belotti, come vice Abraham. Il calciatore, svincolato dal Torino, avrebbe accettato la destinazione giallorossa, ma l’acquisto è legato alla cessione di un attaccante presente nella rosa della Roma. Da questo punto di vista gli accordi per il trasferimento di Shomurodov al Bologna sembrano in positiva via di definizione.

LAZIO: Non pervenuto

CENTRO DESTRA: La squadra è fatta, è  al completo, nonostante qualche defezione eccellente (Gelmini, Carfagna, Brunetta) . Lega, Fratelli D’Italia, e Forza Italia, più qualche elemento fascista svincolato, hanno definito la formazione. Ci sono ancora piccoli problemi legati alla divisione degli ingaggi, ma la probabile cospicua dote di collegi uninominali ottenibili, con il conseguente successo nelle liste proporzionali, non dovrebbe creare ostacoli di sorta. Sono loro i veri favoriti.

PARTITO DEMOCRATICO: Proseguono i contatti serrati con Carlo Calenda. La trattativa, intavolata sulla base della promessa di quattro collegi uninominali sicuri, ha visto un rialzo della posta, da parte del capo di "Azione" dopo l’ingaggio di Mariastella Gelmini e Mara Carfagna, in uscita da Forza Italia. Calenda ora non è disposto a ragionare se non si parte almeno da sei collegi uninominali sicuri più bonus: cinque o sei candidati in posizione privilegiata nelle liste proporzionali. L’Alleanza "Verdi, Sinistra Italiana", sembra accontentarsi dei tre collegi uninominali sicuri promessi, ma una presunta incompatibilità con il possibile nuovo acquisto Calenda, potrebbe determinarne, anche se l’ipotesi sembra molto difficile, il trasloco verso un fantomatico Terzo Polo. Alcuna possibilità ha Renzi di entrare nella squadra.  La sua richiesta di sei collegi uninominali sicuri è stata pesantemente rigettata dal Pd. Una contropartita ritenuta esagerate e fuori luogo per l’ormai ex presidente del consiglio, caduto in disgrazia dopo anni di guastatore al servizio dei poteri forti. Di Maio, accolto da Tabacci per evitare i play off della raccolta delle firme, ha messo insieme con il nuovo amico centrista il gruppo “Impegno Civico”. Per entrare nell’alleanza guidata dai Dem la contropartita sarebbe esigua, quasi nulla. Qualche bonus nelle liste proporzionali, al massimo un collegio uninominale sicuro. Altri soggetti girano intorno a questa coalizione ma per adesso non si ha notizie di trattative particolari.

TERZO POLO: Dovrebbe nascere attorno allo svincolato di lusso “Movimento 5 Stelle”, il quale, per ora, sembra orientato a comporre la squadra  in solitudine convinto di poter avere una residua dote di collegi uninominali e di buone posizione nelle liste proporzionali. Al soggetto, che non ha rinnovato con il Pd, guidato da Giuseppe Conte e sostenuto dal vecchio mentore Bebbe Grillo, potrebbe provare ad accasarsi la nuova formazione "Unione Popolare", una triade formata da Rifondazione Comunista, Potere al Popolo e Dema, guidata dall’ex sindaco di Napoli Luigi De Magistris. L’accordo consentirebbe ad e Unione Popolare, di evitare i   play off della raccolta firme, e ai 5 stelle di ottenere in contropartita qualche collegio in più al sud. A questa compagine, potrebbero guardare con favore Verdi e Sinistra Italiana, i quali,  nel caso in cui l’ingaggio di Calenda nella squadra Pd, dovesse intaccare la loro dote di tre seggi uninominali sicuri, potrebbero guardare con favore a questa terza squadra. E’ necessario precisare comunque che le trattative all’interno del terzo polo, non sono neanche state avviate. Lo scenario qui descritto è del tutto ipotetico e ancora lontano dal realizzarsi. 

Un quadro generale più preciso lo potremo avere a fine agosto.



venerdì 29 luglio 2022

Valore politico ed "istituzionale" dell'astensionismo.

 Sergio Bagnasco, tratto dal gruppo mail del Coordinamento per la Democrazia Costituzionale.



Dal 2001 a oggi abbiamo avuto:

- 9 leggi di revisione costituzionale approvate
- 2 respinte con referendum (entrambe non considerabili "revisioni" ma questo è altro tema)

Tutte le riforme approvate - con una sola eccezione - hanno deturpato la Costituzione inserendo nella Costituzione stessa autentiche mine vaganti; penso in particolare alla pessima riforma del Titolo V (2001) e quella del 2012 che introduce il principio del pareggio di bilancio. E l'eccezione? La riforma del 2007 dell'art. 27 che cancella la pena di morte anche dalle leggi militari.
  
Solo in questa legislatura sono state approvate 4 riforme costituzionali e la fine anticipata ha interrotto l'iter di altre 8 proposte di revisione; una proposta è stata respinta (l'elezione diretta del PdR).

Tutto questo lavorio intorno alla Costituzione mai si è svolto  per attuarla,  come dimostra il totale disinteresse per la legge elettorale, il vigente porcus rosatus, che priva i cittadini dei diritti costituzionali di scelta dei propri rappresentanti. 

Da anni il parlamento, con la complicità dei presidenti della repubblica pro tempore, è occupato da usurpatori che non rappresentano il popolo ma solo le imprese partitiche di cui sono al servizio.

Occorre prendere atto che viviamo, dal 1948, in un regime partitocratico di cui tutti i partiti - senza alcuna eccezione - sono responsabili anche se con gradazioni diverse.

Teniamolo presente in vista del 25 settembre, perché il nemico è la partitocrazia.

Per riprendere nelle nostre mani qualche scampolo di sovranità, dovremmo interrogarci su come dare valore politico all'astensione, che non è solo disinteresse ma soprattutto il prodotto della emarginazione politica voluta dai partiti ai quali non frega nulla sa a votare va solo il 50% degli aventi diritto.

Bisogna fare in modo che gliene freghi qualcosa.

Come?

Per esempio assegnando alle liste elettorali una quota di seggi corrispondenti alla quota di voti validi in rapporto agli aventi diritto.

I partiti devono essere premiati in base alla loro capacità di coinvolgere gli elettori e portarli al voto. Se le urne sono sempre più vuote, perché i partiti dovrebbero avere la totalità dei seggi predisposta per rappresentare tutti gli italiani?

Se i voti validi sono solo il 70%, ai partiti sarà distribuito solo il 70% dei seggi.

E il restante 30%?
Sarà distribuito, con criteri statistici e demografici, con sorteggio tra i cittadini che hanno i requisiti di legge e che hanno dato la loro disponibilità iscrivendosi nell'apposito registro pubblico.

Una cosa simile i partiti non la faranno mai, ma noi possiamo ottenerla.

Il 25 settembre si avvicina e sarà opportuno tenere presente che il "non voto" per tanti appare come un comportamento razionale dal momento che votare non porta benefici. Le promesse elettorali non sono mai mantenute, le persone elette fanno quel che vogliono, quel che dicono oggi non vale più domani, le alleanze elettorali sono effimere e utilitaristiche ... 

Perché dedicare tempo a informarsi per decidere chi votare se tanto non so in realtà CHI voto e cosa rappresenta ciò che voto? 

Dal punto di vista di chi decide di "non votare" è irrazionale chi vota, oltre ad apparirgli come un ingenuo, un illuso. 

Non ho mai cavalcato l'astensione, nemmeno negli ultimi referendum, ma capisco molto bene le ragioni di chi non vota e ritengo sia riduttivo e semplicistico ridurre l'astensione all'auto-esclusione quando il mondo dei partiti lavora alacremente da molti anni per scavare un fossato tra cittadini e politica istituzionale. 

L'astensione è soprattutto una forma di emarginazione politica generata dalle forze politiche che sono totalmente disinteressate alla partecipazione dei cittadini perché questa non influisca sul loro potere.
 
L'altra faccia della stessa realtà è che mentre cresce l'astensione si moltiplica il numero dei partiti (più di 70), delle liste civiche e delle associazioni politiche. La politica nella società riscuote quindi molto interesse, ma la politica nelle istituzioni lascia parecchio indifferenti. 

Per tutto ciò, occorre dare rappresentanza politica all'astensione per combattere l'emarginazione.