Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

sabato 2 luglio 2011

La ControTremonti

 http://www.sbilanciamoci.info

La manovra di Tremonti varata in queste ore dal governo affossa ancora di più il paese nella depressione economica, deprime le possibilità di ripresa dell'economia, fa pagare alla parte più esposta del paese il peso e le conseguenze di questa crisi. Il pareggio di bilancio del 2014 non ci è stato imposto dall'Unione Europea. È una scelta politica di Tremonti che in questo mondo rischia di portare il paese ancora di più nella recessione. È una manovra tutta concentrata furbescamente nel 2013-2014, quando – speriamo – potrebbe esserci un altro governo a fronteggiare l'emergenza economica.
Dopo mesi di inutile ottimismo e di stupida sottovalutazione della portata della crisi, il governo si trova a dover prendere amaramente atto del fallimento della sua politica economica, della fallacia delle sue previsioni iniziali, della futilità delle speranze dell'"effetto traino" legato alla possibile ripresa dell'economia mondiale. Dopo tre anni di provvedimenti tappabuchi, di mezzemisure all'insegna del marketing e di fumo negli occhi, la situazione economica del paese è gravissima, ed il peggio deve ancora venire. Avere tenuto sotto (parzialissimo) controllo i conti pubblici, senza rilanciare l'economia e la domanda interna, senza dare adeguata protezione sociale ed ai redditi si è dimostrata una strategia fallimentare ed autolesionista, senza futuro.
La manovra di queste ore ne è la dimostrazione, e ora ne paghiamo il prezzo E ancora una volta a subirne le conseguenze è la parte più debole del paese: pensionati, lavoratori a basso reddito, consumatori, utenti dei servizi pubblici.. La reintroduzione dei ticket, l'inserimento dei costi standard nella sanità, la riduzione dei trasferimenti agli enti locali, il blocco degli stipendi nella pubblica amministrazione, l'intervento sulle pensioni stanno lì a dimostrare quanto ancora una volta il prezzo della crisi è pagato dalla fasce sociali più deboli. Tra i più colpiti sono i giovani+
È possibile, era possibile fare diversamente?
Sbilanciamoci – con la sua manovra da 51 miliardi di euro in 3 anni (per le proposte nel dettaglio v. il pdf allegato) – dimostra che si può fare. Anche tagliando la spesa pubblica: quella militare, delle grandi opere, per le scuole private, per il business della sanità privata. E con una politica fiscale che colpisca le rendite e non i salari, i grandi patrimoni e non i bassi redditi, i consumi ecologicamente dannosi e non i consumi pubblici ed i servizi sociali. È possibile garantirsi in questo modo un flusso costante di risorse da destinare da una parte all'abbattimento del debito e dall'altra a dare protezione sociale a chi è colpito dalla crisi e a rilanciare un'economia diversa fondata su un nuovo modello di sviluppo.
Serve una tassa sui patrimoni milionari (che ci porterebbe oltre 10 miliardi di euro di entrate), bisogna portare la tassazione delle rendite al 23% e bisogna aumentare l'imposizione fiscale sui redditi superiori ai 70mila euro annui dal 43 al 45%. Nel contempo è necessario ridurre del 20% la spesa militare e cancellare il programma di 131 cacciabombardieri F35 (che ci costano più di 16miliardi di euro). Questi sono passi obbligati in tempi di crisi: in Germania e in Gran Bretagna sono state ridotte le spese militari, in Italia, ancora no.
E servono misure per rilanciare l'economia attraverso un programma di "piccole opere" (cancellando Ponte sullo Stretto e Tav), di sostegno alla green economy (energie rinnovabili, mobilità sostenibile, agricoltura biologica, ecc), di incentivo e difesa dei redditi, unica garanzia perchè possa riattivarsi una domanda interna. In questo senso la lotta al precariato, il sostegno alle pensioni più basse, il recupero del fiscal drag e il reddito di cittadinanza sono misure assolutamente necessarie in questa fase.
L'Italia con questo governo e con le politiche fatte negli ultimi tre anni rischia di "uscire" dalla crisi ancora peggio da come ci era entrata. Altri paesi stanno aggiustando la mira, stanno cambiando in parte le loro politiche, si stanno dando, almeno in parte, una vera politica economica ed industriale. Il governo Tremonti ha assecondato un nefasto mix di corporativismo, assistenzialismo e neoliberismo che sta portando l'economia italiana verso una situazione di neofeudalesimo economico. La distruzione del capitale umano e sociale (l'università, la scuola, la coesione sociale, il welfare) rischia di avere effetti nefasti per il futuro e di produrre un livellamento verso il basso accompagnato però dall'accentuazione della forbice delle diseguaglianze, dalla crescita dei privilegi e del disagio sociale. E' ora di cambiare rotta, mettere questo governo quanto prima nelle condizioni di non nuocere e ricostruire le ragioni della speranza di un paese diverso: con un modello di sviluppo fondato sulla sostenibilità ed i diritti.

Il Mediterraneo non è proprietà di Israele

Freedom Flotilla Italia   


Freedom Flotilla Italia – Comunicato stampa 1 luglio 2011
La nave Statunitense "Audacity of Hope" ha deciso di tenere fede al proprio nome ed è salpata, per essere bloccata dopo un quarto d’ora di navigazione dalle autorità portuali greche che hanno intimato agli attivisti di tornare in porto ad Atene minacciando l’equipaggio ed i passeggeri con le armi. Stesso tentativo e stesso esito per la nave canadese Taharir. Intanto una nota del Ministero per la sicurezza interna greco mostra tutta la subalternità del governo di Papandreou alle politiche israeliane, dichiarando che la Grecia vieta alle barche della Freedom Flotilla 2 di salpare per Gaza. Nel mare greco, in queste ore, si sta giocando un vero e proprio braccio di ferro tra i sostenitori del diritto internazionale e quelli del diritto di Israele, diritti che come è dimostrato sin dalla nascita dello Stato di Israele non fanno che confliggere. Come ignora Gianni Letta che risponde alla sollecitazione della Freedom Flotilla Italia con un comunicato dove dice che non è in grado di garantire la sicurezza degli italiani diretti a Gaza “…trattandosi di iniziative in violazione della vigente normativa israeliana”. “Non immaginavamo che tutto il Mediterraneo fosse proprietà di Israele” hanno commentato dalla FF2 gli attivisti internazionali determinati a portare a termine la missione, non solo umanitaria, ma soprattutto politica di fare approdare le navi a Gaza. L’obiettivo è quello di rompere un assedio che si protrae da troppo tempo ai danni di una popolazione che subisce una punizione collettiva, laddove sono proprio il diritto internazionale, le convenzioni e i trattati, nati per salvaguardare le popolazioni oppresse, ad affermare che tutto questo oltre a essere inumano, è fuorilegge.
 MOBILITIAMOCI PER FARE PRESSIONE SUL GOVERNO GRECO  
Freedom Flotilla Italia indice un presidio davanti all’Ambasciata greca in Via Mercadante a Roma  
Lunedì 4 luglio alle 17,00 e invita alla mobilitazione in tutta Italia 
Invitiamo tutte e tutti a scrivere all’ambasciata di Grecia in Italia, all’indirizzo gremroma@tin.it, a telefonare al n. 06-8537551 e ad inviare fax al n. 06-8415927.

Per adesioni: roma@freedomflotilla.it

Contatti: 333/5601759 – 338/1521278



Il coraggio di divorziare dalla CGIL

Matteo Iannitti  dell'  Esecutivo Nazionale Giovani Comuniste/i

La Camusso, l’accordo ed il ruolo della sinistra.
Chissà se Susanna Camusso ha pensato alle straordinarie giornate del 16 ottobre, del 28 gennaio e del 6 maggio mentre firmava l’accordo su contratti e democrazia sindacale con Confindustria, Cisl, Uil e Ugl? Probabilmente ha rivisto nei suoi occhi quei migliaia di giovani, di cui il 29,6 % disoccupati, che sfilavano davanti alle fabbriche e nelle piazze di tutte le città d’Italia. Ha ricordato quelle tute blu che minacciate da Marchionne hanno comunque, nonostante le sue velate direttive, votato per la dignità, anche a costo di perdere il posto di lavoro. Per alcuni secondi sarà addirittura ritornata a quelle contestazioni a Bonanni, Angeletti, Confindustria, Marchionne di chi non accettava di svendere i propri diritti.  Chissà se ha rivisto quegli studenti arrabbiati che chiedevano da ottobre uno sciopero generale? Sicuramente Susanna Camusso e con lei tutti coloro che in CGL hanno condiviso quella firma su quell’inaccettabile accordo hanno pensato a tutto questo. E proprio per questo hanno firmato.


Non era normale per l’Italia infatti la straordinaria mobilitazione dell’autunno e dell’inverno, non era normale uno sciopero generale convocato in assurdo ritardo ma comunque partecipatissimo, non era normale la rabbia di operai e studenti, dalla Sapienza ai Cantieri Navali, che, per la prima volta da tanto tempo, affrontava potenti e potere senza la paura della loro repressione. E occorreva ritornare alla normalità: lasciare gratuitamente lotta e conflitto per restaurare una concertazione al ribasso. Troppo schiamazzo facevano quei rozzi operai e quegli ignoranti degli studenti. Avevano perfino vinto un referendum palesemente antiliberista, per il pubblico contro le privatizzazioni, per i beni comuni contro i profitti. Infondo non si poteva fare altrimenti, l’Italia si prepara al post-Berlusconi e bisogna apparire affidabili, migliori di quelli che c’erano prima, più coraggiosi e meno combattivi, pacati e moderati. Ovviamente agli occhi dei poteri forti.
Non credo che in questa sede occorra addentrarsi nella valutazione sistematica dell’accordo sottoscritto. Per capire a cosa va incontro tutto il mondo del lavoro probabilmente basta leggere le reazioni di Governo e Confindustria o gli articoli di Loris Campetti su Il Manifesto o le dichiarazioni di Giorgio Cremaschi.
Ciò su cui vorrei che con onestà ci confrontassimo, senza quell’orrendo opportunismo politico che contraddistingue qualsiasi discussione che tira in ballo il maggiore sindacato italiano, è il ruolo della sinistra alla luce del ricompattamento di destra, Confindustria e Cgil, il nostro ruolo nei confronti di coloro che credono ancora nell’efficacia della lotta e del conflitto, il nostro rapporto con la dirigenza sindacale della Cgil francamente incompatibile con tutte le parole d’ordine urlate in piazza nello scorso autunno e durante le mobilitazioni dell’inverno.
La Cgil infatti non è più davanti ad un bivio. Ha legittimamente imboccato una strada. Quella sbagliata. Al vento di cambiamento si è preferita l’afa della compatibilità di sistema, al sollevamento di intere fasce della popolazione italiana si è preferito l’ossequioso inchino ai soliti potenti. Proprio mentre un referendum puntellava gli equilibri e il silenzio intorno al sistema neoliberista dominante, mentre si affacciava la speranza di mettere all’ordine del giorno del dibattito politico la critica ed il cambiamento dell’attuale modello di sviluppo, la Cgil ha deciso di salire sul carro di quei perdenti che, purtroppo e speriamo ancora per poco, detengono il potere.
E di fronte a ciò, che fare? Certo non si può fare di tutta l’erba un fascio, la Cgil non è tutta uguale, il suo dibattito interno è composito e acceso, le sue categorie, a partire da FIOM e FLC, hanno spesso osato e dato battaglia. Ma ci sono delle regole “democratiche” e chi parla, chi firma, lo fa a nome di tutti. La sinistra, quella vera, quella che continua ad avere le stesse posizioni dell’autunno su CCNL e diritti dei lavoratori, da una parte non può che caldeggiare un cambiamento di rotta della Cgil, un mutamento dei rapporti di forza al suo interno. Ma dall’altro non può che prendere una posizione netta, drastica, efficace sul più grande sindacato italiano.
Basterebbe, con chiarezza, rompere la subalternità. La sinistra assomiglia infatti sempre più ad un coniuge continuamente cornificato, tradito, umiliato ma che, chissà se per amore o interessi, non ha mai uno scatto d’orgoglio, non chiede mai la separazione. Continua a subire, con la consapevolezza di non essere più amato. Forse, dopo trent’anni di concertazione al ribasso nei quali stipendi e diritti si sono via via assottigliati, è ora di emanciparsi. Di chiedere il divorzio. Infondo abbiamo ragione noi, lo hanno dimostrato i fatti. Se l’amore si dovesse riaccendere e chi ha tradito e fallito riconoscerà gli errori commessi allora la grande madre o moglie o marito che è la Cgil potrà pure tornare. Chiedendo scusa. E certamente non dovrà inginocchiarsi di fronte ad un ceto politico della sinistra sistematicamente complice delle cattive scelte del sindacato, ma di fronte a migliaia di donne e uomini che credono ancora nel conflitto, nella dignità del lavoro, nell’imprescindibilità dei diritti, di fronte a tante e tanti che proprio per la delusione verso un sindacato moderato e troppo opportunista, hanno perso la voglia di combattere.


D’altronde per la sinistra c’è in Italia un mare aperto e sconfinato, fatto di movimenti, comitati, sindacati di base, centri sociali, associazioni, sezioni di partito. C’è quel mare di gente che, nonostante tutto, ha detto no alla privatizzazione dell’acqua e al nucleare. Quella gente esasperata che a Napoli ha votato per il cambiamento radicale. C’è per la sinistra ed è la sinistra quella moltitudine che non ha mai smesso di lottare che spesso in solitudine ha creato conflitti e battaglie, che ha avuto il coraggio di mantenere passione e coerenza, che ha prodotto percorsi politici indipendenti e radicali. Non è una minoranza né inutile, né minoritaria. È la forza di un cambiamento che nel nostro Paese e nel mondo è quanto mai necessario.
La sinistra e non la Cgil è davanti a un bivio. Può continuare nel solco dell’ambiguità, come ben continua a fare Sinistra Ecologia e Libertà, da un lato retoricamente vicina ai movimenti sociali e dall’altro piegata alle logiche politiciste ed affariste del Partito Democratico, o come fa Lavoro e Solidarietà, area della CGIL interna alla Federazione della Sinistra, che da un lato chiede lo sciopero generale contro il piano Marchionne e poi difende la firma al piano Marchionne nazionale rappresentato dall’accordo con Confindustria sui contratti. Oppure possiamo guardare oltre.
Gli ultimi avvenimenti politici italiani dimostrano che cambiamento radicale, coerenza e determinazione sono vincenti, sono maggioritari. Bisogna, ora o mai più, trovare il coraggio di stare dalla parte del cambiamento. Che esso provenga da una minoranza della Cgil, dai sindacati di base, dai movimenti. Se vinceremo questa sfida, daremo una speranza in più a chi ogni giorno combatte. Se questa sfida decideremo di non affrontarla, schiavi dei nostri equilibri, allora avremo già perso. Il vento di cambiamento calerà definitivamente. E torneremo ad un’Italia normale. Ad un’Italia francamente insopportabile.

Non si può imbavagliare Internet

 Giulia, Luis, Ben, Ricken, Pascal, Benjamin e tutto il resto del team di Avaaz

La situazione si fà seria: oltre 100.000 di noi hanno inviato messaggi per fermare il bavaglio a internet e ora ci rimangono solo 5 giorni per agire. Inoltra questa e-mail a tutti!

Cari amici,


Fra pochi giorni l'Autorità per le comunicazioni potrebbe votare un provvedimento che metterebbe il bavaglio alla rete, arrivando perfino a chiudere siti internet stranieri in modo arbitrario e senza controllo giudiziario. Inondiamo i membri dell'Autorità di messaggi per difendere la nostra libertà d'informazione su internet!

Il nostro governo ha lanciato un nuovo attacco alla libertà di accesso all'informazione, e fra qualche giorno un organo amministrativo sconosciuto ai più potrebbe ricevere poteri enormi per censurare internet.

L’Autorità per le comunicazioni, un organo di nomina politica, sta per votare un meccanismo che potrebbe perfino portare alla chiusura di qualunque sito internet straniero - da Wikileaks a Youtube ad Avaaz! - in modo arbitrario e senza alcun controllo giudiziario. Gli esperti hanno già denunciato l’incostituzionalità della regolamentazione, ma soltanto una valanga di proteste dell’opinione pubblica può fermare questo nuovo assalto alle nostre libertà democratiche.

Non c'è tempo da perdere. La prossima settimana l'Autorità voterà la delibera, e se insieme costruiremo un appello pubblico enorme contro la censura su internet potremo fare la differenza. Inondiamo i membri dell'Autorità di messaggi per chiedere di respingere la regolamentazione e preservare così il nostro diritto ad accedere all’informazione su internet. Agisci ora e inoltra l'appello a tutti!

http://www.avaaz.org/it/it_internet_bavaglio/?vl

Negli anni Berlusconi ha cercato più volte di controllare l’informazione su internet, ma finora i suoi tentativi sono sempre falliti. Ora, lontano dai riflettori, il governo ha la possibilità concreta di espandere i suoi tentacoli sulla rete, a meno che i cittadini non alzeranno la voce per fermarlo.

La nuova regolamentazione permetterebbe all'Autorità per le Comunicazioni di rimuovere contenuti sospetti di violazione del copyright da siti internet italiani senza alcun controllo giudiziario. Ancora peggio, la pubblicazione di una canzone o di un testo sospetto potrebbero perfino portare alla chiusura di interi siti internet stranieri, inclusi siti d’informazione, portali di software libero, piattaforme video come YouTube o d’interesse pubblico come WikiLeaks.

Se approvata, la nuova regolamentazione garantirebbe di fatto poteri legislativi e giudiziari a un organo amministrativo le cui funzioni dovrebbero essere esclusivamente consultive e di controllo, aprendo così la strada a un processo decisionale arbitrario e incontrollato. L'Autorità, nella speranza di passare inosservata, sta velocizzando al massimo la decisione, che è prevista per la prossima settimana.

Ma insieme possiamo costruire un enorme grido pubblico e convincere i membri chiave dell'Autorità che sono ancora indecisi a opporsi alla regolamentazione e rimandare così la questione all'unico organo che ha i poteri costituzionali per legiferare sulla materia: il Parlamento. Manda un messaggio ora e inoltra l'appello il più possibile:

http://www.avaaz.org/it/it_internet_bavaglio/?vl

I governi sono sempre più impauriti da internet, che è diventato uno strumento per aprire il dibattito pubblico e per la mobilitazione dei cittadini, e stanno cercando così di imporre regole più strette di censura. Ma i cittadini stanno rispondendo, come in Gran Bretagna, dove l'opposizione dell'opinione pubblica ha costretto il governo a ritirare la legislazione sul copyright che voleva mettere un bavaglio alla rete. In Italia lo scorso anno siamo riusciti a fermare la "legge bavaglio" liberticida. Vinciamo di nuovo!


venerdì 1 luglio 2011

Let our people go

Rabbi Alissa Wise, National Organizer
Jewish Voice for Peace


Dear Luciano,

Just an hour ago, I couldn't believe it when I heard that the US boat to Gaza had finally left port in Greece. But just a few minutes ago we learned they are not being granted passage out of Greek waters and they have issued an urgent call for our help THIS VERY MINUTE. Armed Greek soldiers are approaching the boat now as the passengers chant, afraid they are planning a raid.

Let our people go.


This is the traditional biblical cry of people fighting for freedom from slavery and oppression.

And it's exactly the message I want you to send now to the United States and the government of Greece, which is in this very moment preventing the remaining boats in the Gaza Flotilla from leaving port to break the illegal siege of Gaza.

Let our people go.

Our people are the 1.6 million Palestinian men, women and children who are virtual prisoners who cannot leave Gaza and who cannot get access to sufficient food, medical supplies and resources they need to live.

Our people are the Americans and internationals, including Jewish Voice for Peace members, who are risking their lives to show the world the injustice of the siege, and who bring a message of hope and solidarity to the Palestinians of Gaza.

You and I can't be there in Greece or Gaza right now, but we can stand with peace activists from all over the world, including and especially from Palestine, who have taken up the nonviolent struggle to end occupation and assert the full humanity of all people.

These modern-day Freedom Riders need our help right now. Please take a moment to send a letter now and then tell your friends to do the same.

They are facing extraordinary forces of opposition from the Israeli and US governments—and yet, we already have won by bringing the world's attention to the people of Gaza. But it's not over yet. They need your help. Now.

Let our people go:
Let the ships sail. Break the siege of Gaza.

As I hope and pray for safe passage, I can't help but smile at the name of the U.S. boat: "The Audacity of Hope." There is audacity in hope. Moses had it when he made his case to Pharoah. And we have it when we act to bring about a future where all of us are free.

Audaciously,

Rabbi Alissa Wise, National Organizer

Jewish Voice for Peace



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Solo un’ora fa non  avrei potuto crederci  La nave statunitense diretta a Gaza alla fine ha lasciato il porto di Grecia. Ma solo pochi minuti fa abbiamo appreso che non viene garantita l’uscita dalle acque territoriali greche.  Dalla nave hanno trasmesso un appello urgente chiedendo il nostro aiuto in questo preciso istante. I passeggeri segnalano che soldati armati greci si stanno avvicinando alla nave e temono  che questi stiano progettando un raid.


Lasciate andare la nostra gente.

Questo è il tradizionale pianto biblico  dei popoli che stanno lottando per la liberazione dalla schiavitù e dall’oppressione

E questo è esattamente il messaggio che vorrei inviaste ora agli Stati Uniti e al governo Greco per cui in questo preciso momento consentano alla navi  rimanenti della flottilla di lasciare il porto per interrompere l’assedio illegale a Gaza

Lasciate andare la nostra gente.

La nostra gente è quel  milione e seicentomila palestinesi fra donne bambini e uomini  che sono virtualmente prigionieri che non possono lasciare Gaza che non hanno cibo a sufficienza, forniture mediche  e tutte quelle risorse necessarie per vivere.

La nostra gente sono americani e internazionali, inclusi i membri di Jewish Voice for Peace che stanno rischiando la propria vita per mostrare al mondo l’ingiustizia dell’occupazione e che portano un messaggio di speranza e di solidarietà ai Palestinesi di Gaza. Voi ed io non possiamo fisicamente essere in Grecia o a Gaza ora ma possiamo essere accanto gli attivisti di pace da tutto il mondo compresi in particolar modo chi dalla Palestina ha intrapreso una lotta non violenta per porre fine all’occupazione e affermare la piena umanità di tutti i popoli. Questi moderni cavalieri di libertà hanno bisogno del nostro aiuto ora. Per favore, prendetevi un attimo di tempo per spedire una lettera ora e poi dite ai vostri amici di fare lo stesso.  Loro si trovano ad affrontare le straordinarie forze di opposizione di Israele e ancora degli Stati Uniti. Abbiamo già vinto portando l’attenzione del mondo al popolo di Gaza, ma non  è ancora finita. Hanno  bisogno del vostro aiuto ADESSO.

Lasciate andare la nostra gente:  Lasciate navigare le navi Rompete  l’assedio a Gaza

Come  spero e prego per una navigazione sicura, non posso aiutarli, ma sorridere al nome della nave americana “L’audacia della speranza” Esiste audacia nella speranza. Mosè l’aveva quando presentò il suo caso davanti al Faraone, noi l’abbiamo quando ci spendiamo per realizzare un futuro in cui tutti noi saremo liberi. 

Cliccando sulle frasi in rosso del testo in inglese si accede alle  lettere da inviare e agli indirizzi dei loro destinatari.



No a un treno pieno di signori

Luc Girello

Domenica prossima 3 luglio è prevista in Val di Susa una  manifestazione nazionale in appoggio ai comitati NO TAV  per rivendicare, in base  all’indirizzo espresso dai cittadini tramite i referendum sui beni comuni, che anche il territorio è bene comune e dunque non può essere oggetto di speculazione e profitto.  Tutto il programma legato alla TAV (Treni ad alta velocità) soggiace palesemente agli interessi speculativi dei soliti noti,  le lobby del cemento, e gli istituti finanziari   che andranno a gestire gli enormi  profitti distribuiti  dalla montagna di soldi europei incanalata nella   fitta rete di appalti e subappalti.  Il tutto senza alcun benefico per la popolazione, anzi. Questa dovrà subire il saccheggio di enormi porzioni di territorio, oltre che rischiare la propria salute minacciata dai veleni di cui i materiali di risulta degli scavi sono pieni. La pianificazione  di una modernizzazione della rete ferroviaria italiana risale a venti anni fa. In questo scenario si inseriva il progetto treni ad alta velocità con due direttrici principali: uno verticale: Napoli- Roma-Milano, l’altro orizzontale: Venezia-Milano-Torino con sconfinamento in Francia: Lione - Parigi. Il progetto avendo come priorità assoluta l’alta velocità, necessitava di tratte il più possibile rettilinee   con l’obbligo di attraversare  montagne e il gravoso impegno, sia economico, sia di impatto ambientale  di scavare chilometri e chilometri di gallerie stravolgendo l’equilibrio naturale del territorio. In relazione alla Torino Lione, all’epoca (1991) fu proposto dalle associazione ambientaliste un intervento molto meno impattante. La proposta prevedeva, non già la costruzione di una nuova tratta, ma il raddoppio di quella esistente, in modo da riservare al solo traffico passeggeri la nuova parallela e destinare la vecchia  al transito merci, incentivando il trasporto su ferro rispetto a quello su gomma, con inevitabili benefici per l’ambiente. Il programma si sarebbe realizzato nel giro di cinque sei anni con costi non elevatissimi,  avrebbe liberato la valle dall’inquinamento dei camion e reso disponibile una linea   per i passeggeri, sicuramente meno veloce della TAV , ma ugualmente molto confortevole. I partiti di allora, compreso i DS, così si chiamavano,  decisero che la velocità doveva essere la priorità. Per cui via al treno ad alta velocità e via alla perforazione dell’intera valle. Dunque pianificazione costi elevati, e rinvio della questione sull’incremento del trasporto merci su ferro che ancora oggi non è risolta e che la  soluzione TAV tenderà a peggiorare. Il progetto verticale Napoli-Roma-Milano della TAV ebbe inizio   nel 1993 e si concluse nel 2006. Nella nostra Provincia la ferrovia a scorrimento veloce  si estende nella già martoriata Valle del Sacco. Qui  l’impatto ambientale   è stato devastante , peggiorando le condizioni di una zona distrutta dall’inquinamento, dai liquami industriali sversati nel Fiume Sacco e dalla decomposizioni dei rifiuti tossici sotterrati dalla Snia diventata in seguito Simmel difesa. Le sponde del fiume per nove comuni da Roma e Frosinone sono state contaminate da B-HCHe dal LINDANO sostanze altamente tossiche che si erano diffuse anche nei terreni circostanti. Questa terra avvelenata  rimossa dallo sbancamento per i lavori della TAV è poi finita nel foraggio degli allevamenti circostanti e nelle coltivazioni della zona, estendendo l’area contaminata  per ettari ed ettari di terreno oltre le sponde del fiume. Intere coltivazioni a causa  dell'utilizzo di questra terra sono andate perdute chilometri di territorio sono stati bruciati dal terriccio che i dirigenti responsabili dei cantieri cedevano ai contadini spacciandolo come adatto alla coltivazioni . La vicenda è bene spiegata in una ricerca dell’università di Urbino consultabile sul sito. http://www.uniurb.it/giornalismo/lavori2006/minutola/terra.htm. Traendo un bilancio su i danni arrecati dalla TAV nel nostro territorio, si può tranquillamente affermare che per consentire ad un treno pieno di signori di raggiungere Napoli da Roma in un’ora circa, si sono distrutti e sottratti all’uso della collettività chilometri e chilometri di terra, si è compromessa la salute di intere popolazioni. In contemporanea i treni dei pendolari che seguono la tratta normale continuano ad essere sempre più sporchi e ad arrivare sempre più in ritardo. Dalla triste esperienza vissuta in Ciociaria, giunge il monito alla Val Di Susa. RESISTETE NON FATEVI BUGGERARE DALL’ENNESIMO TENTATIVO DI FURTO DI UN CAPITALISMO MALATO ORMAI ALLA FRUTTA.

Appello: la Tav questione nazionale

Paolo Beni, Marcello Cini, Luigi Ciotti, Beppe Giulietti, Maurizio Landini, Alberto Lucarelli, Ugo Mattei, Luca Mercalli, Giovanni Palombarini, Valentino Parlato, Livio Pepino, Carlo Petrini, Rita Sanlorenzo, Giuseppe Sergi, Alex Zanotelli


ll referendum del 12 e 13 giugno hanno cambiato lo scenario politico ponendo al centro dell’attenzione pubblica i beni comuni e il bene comune. Di fronte a noi – ai milioni di donne e uomini che hanno contribuito al successo referendario – sta ora l’obiettivo di costruire una agenda politica in grado di mettere in campo un nuovo progetto di società, di sviluppo e di partecipazione democratica.
Di questa prospettiva c’è oggi un banco di prova non eludibile: lo scontro tra istituzioni e popolazione locale sull’inizio dei lavori di costruzione, in Val Susa, di un cunicolo esplorativo in funzione preparatoria del tunnel di 54 km per la progettata linea ferroviaria ad alta capacità Torino-Lione. Per superare la situazione di stallo determinata da tale scontro si prospetta un intervento di polizia (o addirittura militare) che rimuova le resistenze in atto. Sarebbe una soluzione sbagliata e controproducente.
Ci possono essere opinioni diverse sulla necessità di potenziare il trasporto ferroviario nell’area e sulle relative modalità ma una cosa è certa. La costruzione della linea ad alta capacità Torino-Lione (e delle opere ad essa funzionali) non è una questione (solo) locale e l’opposizione delle popolazioni interessate non è un semplice problema di ordine pubblico. Si tratta, al contrario, di questioni fondamentali che riguardano il nostro modello di sviluppo e la partecipazione democratica ai processi decisionali.
Per questo, unendoci ai diversi appelli che si moltiplicano nel Paese, chiediamo alla politica e alle istituzioni un gesto di razionalità: si sospenda l’inizio dei lavori e si apra un ampio confronto nazionale (sino ad oggi eluso) su opportunità, praticabilità e costi dell’opera e sulle eventuali alternative. In un momento di grave crisi economica e di rinnovata attenzione ai beni comuni riesaminare senza preconcetti decisioni assunte venti anni fa è segno non di debolezza ma di responsabilità e di intelligenza politica.