Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

giovedì 7 febbraio 2013

A voi il referendum, ai lavoratori la lotta di classe!


di Adriano Lotito
(candidato premier per Alternativa Comunista)

Ecco ci risiamo! Gli ideologi di una presunta "democrazia popolare" ci spiegano che devono essere i “cittadini” a “decidere le regole del lavoro e dei licenziamenti” (Travaglio), dimenticando forse l’esito reale del referendum su acqua e nucleare dello scorso anno. E così, eccoci qua a parlare nuovamente di referendum, questa volta sui temi del lavoro. Lo scorso mese il comitato referendario ha depositato le firme raccolte per i due quesiti referendari alla Corte di Cassazione. Questi due quesiti hanno l’obiettivo di ripristinare l’art.18 dello Statuto dei Lavoratori nella sua versione originale e di abrogare l’art.8 del decreto-legge n.138 (la manovra Sacconi dell’estate 2011). Dal momento che riteniamo la verità essere sempre rivoluzionaria, abbiamo la premura di schiarire la confusione di queste eminenze del clero intellettuale ed evitare che si producano altri equivoci in grado di sviare il conflitto sociale verso mete compatibili con l’ordine di cose esistente.

La sconfitta del percorso referendario del giugno 2011 Il referendum “vittorioso” del giugno 2011 è stato palesemente calpestato da amministrazioni e governi regionali, come dimostrano le tariffe sull’acqua rimaste invariate nella Puglia di Vendola, e occultato negli ultimi decreti sulle liberalizzazioni del governo Monti. E' un fatto! Ma leggiamo direttamente cosa c’è scritto sul Forum dei movimenti per l’acqua bene comune, che il 25 e 26 gennaio ha lanciato una mobilitazione nazionale contro il nuovo metodo tariffario dell’acqua: “Il 28 Dicembre 2012 l'Autorità per l'Energia Elettrica ed il Gas ha approvato il nuovo Metodo Tariffario Transitorio 2012-2013 per il Servizio idrico Integrato sancendo, nei fatti, la negazione dei Referendum del giugno 2011, con cui 27 milioni di cittadini italiani si erano espressi per una gestione dell'acqua che fosse pubblica e fuori dalle logiche di mercato. Già il Governo Berlusconi, solo due mesi dopo i referendum, aveva varato un decreto che, reintroducendo sostanzialmente la stessa norma abrogata, avrebbe portato alla privatizzazione dei servizi pubblici locali. Tale decreto è stato poi dichiarato incostituzionale. In egual modo l'Autorità vara una tariffa che nega, nello specifico, il secondo referendum sulla remunerazione del capitale e lascia che si possano fare profitti sull'acqua, cambiando semplicemente la denominazione in “costo della risorsa finanziaria”, ma non la sostanza: profitti garantiti in bolletta” (1).
Se passiamo al nucleare, pochi sono a conoscenza del fatto che anche dopo il referendum del 1987, e ancora dopo quello del 2011,  in Italia sono rimasti in servizio 4 reattori nucleari (due in provincia di Milano, uno in provincia di Roma e uno a Pavia) (2). Il nostro Paese è ancora lontano dall’essere denuclearizzato. Diversi siti fanno i conti con una quantità di scorie radioattive che complessivamente si aggira sui 60-100mila metri cubi. I lavoratori italiani pagano ancora il nucleare in bolletta: per lo smantellamento delle scorie radioattive i contribuenti pagano circa 300-400 milioni di euro ogni anno (3).

Il nuovo referendum sul “lavoro”: il ricorso illusorio alla “iniziativa popolare”Oltretutto c’è da considerare che il referendum dell’anno scorso aveva un carattere chiaramente interclassista, dal momento che bere acqua a prezzi ragionevoli e vivere in uno spazio non radioattivo è un interesse comune agli operai come ai padroni. Diverso significato ha un referendum che a parole pretende di essere "di classe": è un referendum perdente in partenza, come già fu nel caso del referendum sull'estensione dell'art. 18, perché è illusorio (e truffaldino) dire che la maggioranza dell'elettorato si pronuncerà a difesa dell'articolo 18, anche per i mezzi che ha a disposizione la borghesia per contrastare l'esito del referendum stesso.
Le forti potenzialità espresse dal voto del 12 e 13 giugno 2011 sono state forse organizzate in una lotta prolungata e di massa che continuasse aldilà del voto referendario? Domanda retorica, certo che no! Perché non sarebbe stato nell’interesse di quelle forze politiche che hanno organizzato (pilotato) la campagna referendaria. Quel referendum è servito, ma non alle masse popolari schiacciate da crisi e privatizzazioni, non al movimento di base che in quei giorni volantinava per le strade di tutto il Paese, bensì è servito a rilanciare mediaticamente quelle forze riformiste (Sel e Rifondazione) e populiste (Idv), in vista delle amministrative di Milano e Napoli (che infatti videro il “successo” di Pisapia e De Magistris).
Oggi come ieri quelle stesse forze lanciano il referendum sui temi del lavoro; oggi come ieri il progetto referendario non mira a realizzare gli interessi reali dei lavoratori e delle lavoratrici, ma serve unicamente al rilancio elettorale della socialdemocrazia in vista delle prossime elezioni politiche; oggi come ieri la giusta rabbia sociale delle masse viene deviata, calpestata e strumentalizzata dalle burocrazie di partiti (e movimenti) per una poltrona al prossimo governo (Vendola), per una misera percentuale elettorale (Ferrero) o per un briciolo di visibilità mediatica. Per la conservazione di qualche privilegio (concreto  o astratto che sia) queste forze sono disposte ancora una volta a nutrire le masse popolari di false illusioni nei confronti degli istituti formali della democrazia borghese.

Contro gli attacchi al mondo del lavoro, solo la lotta paga! Ma non è con una crocetta sul Sì che si respingono gli attacchi alla classe lavoratrice, ma organizzando una lotta di massa ad oltranza, costruendo lo sciopero generale, bloccando totalmente la produzione, occupando fabbriche, scuole e università; in altri termini: lottando per rovesciare questo assetto istituzionale compatibile con le logiche di mercato e per costruire un governo dei lavoratori e per i lavoratori! Un progetto (rivoluzionario) che né Vendola, né Ferrero (ma certo neppure il sedicente "trotskista" Ferrando) sono intenzionati a costruire! Non è con i referendum che si respingono gli attacchi della Troika, del governo Monti e dei padroni, ma con le lotte e le mobilitazioni di massa! Il nostro impegno va quindi prima di tutto nella costruzione delle lotte dei lavoratori che anche nel nostro Paese si vanno diffondendo pur tra i mille ostacoli rappresentati dai giochi di prestigio della sinistra politica e sindacale. Lotte che vogliamo costruire in un rapporto unitario anche con quegli attivisti della sinistra che in buona fede si sono impegnati nella raccolta di firme per il referendum, con intenzioni soggettive opposte ai burocrati che il referendum hanno promosso.
A voi il referendum, ai lavoratori la lotta di classe!
 
 
 

mercoledì 6 febbraio 2013

L'Imu e il non voto dei poveri

Mario Pianta, fonte http://www.sbilanciamoci.info/


Metà degli italiani poveri non vota. Secondo l’ultimo sondaggio Swg (1), l’area del non voto viene data al 30%, ma sale al 45% tra chi ha un reddito basso. E, tra chi vota, la lista di Beppe Grillo ottiene il 18% dei consensi. Altre rilevazioni danno percentuali ancora superiori per non voto e indecisi, che potrebbero ridursi all’avvicinarsi delle urne. Alle scorse elezioni politiche i non votanti sono stati il 20%; se l’affluenza al voto restasse la stessa, ci sono – secondo Roberto D’Alimonte sul Sole 24 Ore – sette milioni di indecisi che decideranno l’esito del voto. 
La composizione del non voto è importante; i giovani questa volta sembrano più decisi a votare (soprattutto Bersani e Grillo) che in passato. Tra i più lontani dalla rappresentanza politica sono invece i “perdenti”: gli italiani impoveriti dalla crisi, più vulnerabili, con minor istruzione. Oggi un italiano su sei vorrebbe lavorare ma è senza occupazione, un dipendente su quattro è precario, la produzione industriale è caduta del 25%.
È soprattutto a quest’area che si è rivolto domenica scorsa Silvio Berlusconi con la sua proposta di rimborsare l'Imu sulla prima casa: la promessa di una mancia di qualche centinaio di euro per famiglie che non arrivano a fine mese, quando i veri vantaggi andrebbero ai ricchi con le case di valore. Berlusconi ha parlato di 4 miliardi di entrate per l'Imu sulla prima casa (sui 24 miliardi di gettito totale) che potrebbero essere finanziate dai 25-30 miliardi di possibili entrate per l'accordo con la Svizzera per la tassazione dei capitali esportati clandestinamente. Brunetta ha aggiunto che la Cassa depositi e prestiti potrebbe anticipare i soldi del rimborso 2013 (in attesa dell’accordo con Berna) e, per i prossimi anni, ha proposto nuovi giochi d’azzardo e tasse su alcol e sigarette per compensare le minori entrate Imu. Al diffuso bisogno di una redistribuzione di reddito, di una “restituzione” da parte del fisco, la destra offre questa risposta illusoria, e Berlusconi promette un nuovo condono fiscale che, ancora una volta, sarebbe un favore ai più ricchi e agli evasori.
La risposta del centro sinistra dev’essere quella di una redistribuzione effettiva. Un esempio? Con gli stessi 4 miliardi, si potrebbero azzerare le tasse su chi guadagna meno di mille euro lordi al mese per lavoro dipendente. Ci sono 4 milioni e 300 mila contribuenti che nel 2011 (su redditi 2010) hanno pagato imposte dirette sul lavoro dipendente, con redditi lordi che vanno da zero a 15 mila euro, versando al fisco 3,6 miliardi di euro. Sono questi i “working poor” di casa nostra, giovani precari, donne part-time, cassintegrati a rischio disoccupazione. Rappresentano una parte rilevante dei 7 milioni di elettori ancora indecisi. Hanno bisogno di una proposta politica che li riguardi, di una prospettiva di lavoro e di reddito. Un altro esempio? Con i soldi dell'accordo con la Svizzera – come sostiene Sbilanciamoci!(www.sbilanciamoci.info/Sezioni/alter/Le-cose-da-fare-nei-primi-cento-giorni-16334) 
– si potrebbe rilanciare l'economia e creare subito 50 mila posti di lavoro in produzioni “verdi”.

Difendiamo la nostra dignità, il nostro territorio, il nostro futuro e quello dei nostri figli

Francesco Notarcola


Dal 1990 ad oggi i governi regionali e nazionali di centro-destra e di centro-sinistra hanno fatto terra bruciata del nostro territorio e delle nostre risorse, con la complicità di una classe dirigente locale che ha coperto e difeso l’immobilità e l’indifferenza dei poteri rispetto ad un processo di deindustrializzazione e di disgregazione sociale senza precedenti. Mentre la Valle del Sacco ci restituiva i frutti di una devastazione ambientale, ampia e profonda, che ha contaminato e ucciso animali e piante e messo a rischio la salute umana con l’aumento delle patologie oncologiche, al territorio ed alle popolazioni della Ciociaria e del Cassinate hanno tolto tutto: ospedali, scuole, posti di lavoro, gestione pubblica dell’acqua, Banca d’Italia, Distretto militare, Centro di addestramento reclute, Uffici postali periferici, ecc. ecc.
Ora, siccome siamo stati buoni e bravi, vogliono regalarci 450-500 tonnellate di rifiuti al giorno, vale a dire 4500-5000 quintali di monnezza  prodotta dalla Capitale e dal Vaticano.
QUESTO E’ TROPPO. Dopo aver assassinato la Valle del Sacco, in nome del potere e del profitto, vogliono assassinare anche la Valle del Liri e mettere in ginocchio l’intera provincia.  Da Colleferro al Castellaccio di Paliano, da Anagni a Colfelice, da Roccasecca a San Vittore del Lazio vogliono continuare  ad appestare terra,  acqua ed aria.
Occorre dire BASTA ad ogni costo.
Dire NO ai rifiuti di Roma significa chiedere il rilancio economico-sociale, civile e culturale del nostro territorio che ha bellezze e risorse naturali incomparabili, da salvaguardare e da valorizzare perchè rappresentano un patrimonio che può garantire la  crescita e lo  sviluppo.
Certo è  che queste bellezze e queste risorse non hanno una vocazione monnezzaria e di discarica.
L’Incapacità a gestire i rifiuti dal parte del Comune   e della Provincia di Roma non la possiamo e non la dobbiamo pagare noi.
La monnezza di Roma la scaricassero in Piazza del Campidoglio, o a Piazza San Pietro, oppure davanti alle Piazze di  Palazzo Madama e di  Montecitorio,  siti più consoni a questo uso.
L’esercito dei candidati al Parlamento, alla Presidenza della Regione  ed al Consiglio regionale del Lazio cosa intende fare per scongiurare questa calamità che sta per abbattersi sulla nostra testa?
A tutti loro noi proponiamo di chiedere un incontro urgente con il Governo e con  il  Presidente del Consiglio.
Ai Sindaci e ai Consiglieri provinciali l’onore e   l’onere di organizzare la rivolta delle coscienze per imporre un cambiamento radicale della politica, per difendere la nostra dignità e per favorire le possibilità di crescita e di rilancio del nostro territorio e delle sue popolazioni.
Per questo occorre dare una risposta coraggiosa, di massa, univoca e senza tentennamenti. Da San Vittore del Lazio a Colleferro scendiamo tutti sulla Casilina a bordo di ogni automezzo in grado di muoversi ( auto, trattori, veicoli commerciali e da trasporto di ogni tipo, ecc.) e andiamo a Roma a far sentire la nostra voce per rivendicare dignità e lavoro, rispetto e progresso.
Se non ci sarà una risposta forte la monnezza arriverà e non per colpa altrui.
E’ ora di decidere. Le sole parole non servono più.

Ospedale di Frosinone, malati senza acqua


Francesco Notarcola – Presidente Consulta associazioni Capoluogo, Renato Galluzzi – Coordinatore Cittadinanzattiva –Tribunale per i  diritti del  malato, Antonio Marino – Presidente AIPA, Sandro Compagno – Presidente Associazione diritto alla salute –DAS-

Dal 12 gennaio c.a. ai cittadini-pazienti ricoverati negli ospedali della provincia di  Frosinone è stata tolta  la bottiglia di acqua ( ½ litro) che veniva distribuita ai due pasti.
Per il nosocomio del Capoluogo la notizia è stata annunciata con un comunicato emesso in data 11 gennaio u.s. a firma dell’Economo.
Lo staff dirigenziale della ASL  non ha avuto il coraggio  di emettere un comunicato  per informare i cittadini-pazienti e i loro familiari, le associazioni, i sindaci, la popolazione  con l’indicazione del numero della delibera e delle motivazioni.
La suddetta lettera dell’Economato dice soltanto che “ …in applicazione delle linee guida di cui all’art. 15 comma 13 del DL 95/2012,  “spendine rewiew” a partire dal 12 gennaio 2013 non si procederà più alla distribuzione dell’acqua.”
Sottolineiamo che la legge “ Spendine rewiew”, proposta dal governo Monti, è stata approvata e votata da PD,PDL,UDC,
L’esercito dei candidati al Parlamento Italiano ed al Consiglio regionale non si è accorto di nulla e nessuno ha elevato la bensì minima protesta. Il fatto grave e vergognoso è  che nemmeno i Sindaci, a cominciare da quello del Capoluogo che è anche il Presidente della conferenza locale della sanità, hanno fatto sentire la loro voce.
In una ASL dove gli sprechi sono enormi (contenzioso, spese legali, acquisto prestazioni aggiuntive, straordinario, insufficiente   verifica dell’appropriatezza dei ricoveri e delle cure prestate dalle strutture sanitarie convenzionate, irrazionale uso delle risorse umane e strutturali, ecc.) l’unica cosa che si va a tagliare l’acqua ai ricoverati nell’ospedale.
A solo titolo indicativo degli sprechi, vogliamo ricordare che è stata lasciata inutilizzata dal 2010 nell’ex Ospedale Umberto I del Capoluogo una TAC fino al 3/12/2012. Da questa data è stata trasferita a Sora  ove giace ammucchiata in qualche locale.
Questa TAC poteva eseguire se funzionante  300 esami al mese. Circa 7200 cittadini non hanno potuto eseguire  tempestivamente un esame di risonanza in questi due anni tenuto conto che si incassano, per questo tipo di esame, 61 euro di ticket, la ASL ha perso in due anni 532.000 euro.
Per eliminare la vergognosa decisione che ha tolto la bottiglietta d’acqua chiediamo  l’immediato intervento dei Sindaci, del Presidente f.f. dell’Amministrazione provinciale e di tutti i candidati alla Camera dei deputati, al Senato ed  alla Presidenza della Regione  Lazio. 

lunedì 4 febbraio 2013

Mauro Bottini: il trio diventa quartetto

Luciano Granieri


 Dopo più di due anni dal primo incontro con l’ensemble di MAURO BOTTINI IN QUEL DI ITHACA a Frosinone  torno a riascoltare volentieri il trio del sassofonista e clarinettista originario di Alatri che nel frattempo è diventato quartetto. Infatti a  Matteo Nizzardo,  organo Hammond e a Cristiano Coraggio batteria si è aggiunto il potente e talentuoso bassista Marco Massimi. Mi rincresce commentare  l’eccellente performance del quartetto -realizzata il 18 gennaio scorso  in quel di Serrone presso il ristorante “Du Casette” - per interposto “You Tube” e non direttamente. Sinceramente invidio un po’ coloro i quali hanno potuto partecipare al concerto,  deve essere stata una serata di gran bella musica. Del resto c’era da aspettarselo. Infatti la propulsione ritmica e la sensibilità improvvisativa del gruppo erano  già eccellenti due anni fa, ciò nonostante riascoltare il quartetto impreziosito anche dall’apporto di Marco Massimi è stata  un’esperienza nuova e interessante. Il brano del video  è “Flower Shop”, un blues scritto dallo stesso Bottini, inciso nel 2010 e inserito nel CD “Self Portrait”. Protagonisti di quelle registrazioni oltre a Mauro anche fior di musicisti come Paolo Tombolesi al piano, Stefano Micarelli alla chitarra, Massimo Manzi alla batteria e Massimo Moriconi al contrabbasso e al basso elettrico. L’esecuzione del brano  in questione è scintillante.  Mauro al  sax tenore  è sorprendente nell’unire un fraseggio estremamente blusey con una straordinaria pulizia del suono. Emotività ed eleganza sono elementi che fanno dell’improvvisazione di Bottini  un piccolo eccellente saggio di fervida vena creativa e di ottima tecnica. Ancora più sorprendente la prestazione di Matteo Nizzardo. Liberato dall’incombenza di eseguire anche le linee di basso, la creatività e l’esuberanza del giovane tastierista prorompono in un’improvvisazione coinvolgente ed entusiasmante. Notevoli i progressi di Cristiano Coraggio, il vero motore pulsante del gruppo, ma anche pronto a proporre soluzioni ritmiche complesse degne del miglior Elvin Jones. Piacevole la sorpresa di Marco Massimi. Un bassista energico e fluido, il suo assolo è veramente degno di nota. Ciò che emerge nell’ascoltare questa interpretazione di Flower Shop è il divertimento che ogni musicista mostra di provare nell’improvvisare , uno stato  che inevitabilmente coinvolge anche il pubblico, del locale ma anche della rete. Questo è un elemento fondamentale , perché quando i musicisti sono dotati e si divertono a suonare il risultato non può che essere straordinario.
Good Vibrations.


Grande il Capitano

da una segnalazione di Sandro Medici


Ennesimo gesto di solidarietà da parte di Francesco Totti. Stavolta il capitano ha sostenuto con un gesto simbolico "La locanda dei girasoli" un ristorante nel quartiere del Quadraro gestito da ragazzi affetti da sindrome di Down e a rischio chiusura. Negli studi della trasmissione televisiva 'Domenica 5' è intervenuto Simone, uno dei ragazzi che gestisce il locale in zona Tuscolana, che ha ricevuto in regalo una maglia autografata del numero 10 giallorosso.

Aureliade (Roma-Cagliari 2-4)

Kansas City 1927


Aurelio Marco Tullio Abelardo Antunes Coimbra Limonov Ruzzle Andreazzoli, meglio noto come Aurelio Andreazzoli dal giorno in cui Taddei gli dedicò un dribbling sbagliato con relativo avvitamento di caviglie durante una partita di Champions, nasce tra Massa e Carrara il 5 novembre 1953, su un blocco di marmo.

Di famiglia umile ma cazzuta, il piccolo Aurelio Marco Tullio Abelardo Antunes Coimbra Limonov Ruzzle s'appassiona da subito al giuoco del calcio grazie alla clandestina frequentazione di Corrado Orrico, chiacchierato massese di tredici anni più grande di lui, che di lì a qualche anno il fato avrebbe voluto allenatore dell'Ambrosiana Inter. I genitori tentano senza esito di ostacolare quella pericolosa amicizia fatta di spinelli, Aldo Spinelli, canzoni di Piero Ciampi, escavazioni e sovrapposizioni di blocchi di marmo, ma dati gli eccellenti risultati scolastici frutto di un'innata predisposizione per la matematica e le geometrie, abbozzano e fanno pippa.

Iniziato precocemente alle gioie del sesso, del fumo e dell'alcol (conosciute tutte in un’unica notte grazie a una prostituta russa di nome Hulk), Andreazzoli è già uomo di calcio a 11 anni, allorché, come narra la leggenda che avrebbe plasmato l’immaginario delle giovani leve locali che nel suo culto cresceranno (Evani, Coda, Francini, Lorieri e l’indimenticato Cristiano Zanetti), Aurelio si presenta al campo della Massese con il volto insolitamente ricoperto di ispida peluria. E’ febbraio, il carnevale impazza, ma il burbero tecnico della scuola calcio Giovanni Pascoli Footbal Club è omofobo uomo d'altri tempi intollerante a quelle che lui chiama "frocerie".
Giustappostosi al giovane Aurelio ecc. ecc., con un colpo secco prova a strapparne la peluria pensandola posticcia. Un rigagnolo di sangue zampilla dal bulbo sotto al mento del piccolo Andreazzoli. La sua è barba vera. Aurelio è già uomo.

E un uomo di calcio, per quanto giovane, spesso è un uomo in pericolo.

Corre l’anno 1964, il Brasile ha vinto i mondiali di calcio da due anni, l’entusiasmo popolare è alle stelle, ma la federazione e ancora più in alto il governo sanno che tutto ciò non può durare a lungo. Occorre programmare, per vincere ancora. Ondate di calciatori verdeoro dalla scarsa levatura tecnica ma dall’infallibile fiuto per il bel calcio invadono il vecchio continente pronti a riferire al governo patrio. L’obiettivo è chiaro: di talento ce n’è da vendere, la disciplina europea è ciò che manca per il definitivo salto di qualità. Servono struttura, severità, metodo. Ben presto le attenzioni si concentrano sul giovane Andreazzoli.

Nei quotidiani dell’epoca, solo un trafiletto. “Il rapimento del piccolo Aurelio tiene Massa col fiato sospeso”. Dopo pochi giorni, il silenzio. Un silenzio che Brasilia ha pagato profumatamente.

Il viaggio non è breve. Per sfuggire ai controlli aeroportuali gli 007 sudamericani optano per un cargo battente bandiera boema, non senza difficoltà, dato che nessuno sa come sia fatta. Durante i 25 giorni di navigazione, Aurelio non si scompone: non chiede della mamma, non chiede giocattoli, non fa domande. Chiede solo tre cose: una lavagna, un gesso, e un pallone. Ottenuti gli strumenti del mestiere inizia a fare ciò per cui è nato: insegnare calcio. Di lì a pochi anni, quei marinai avrebbero giocato nei più prestigiosi club del mondo.

Un bambino a bordo, più piccolo di un anno di Aurelio, intelligente più della media dei suoi coetanei, lo osserva e metabolizza, poi un giorno, vinti i timori, gli chiede: “Ma perchè se abbiamo quasi la stessa età tu hai già la barba e io no?”
“Tu sei curioso, questo farà di te un grande uomo, asseconda la tua curiosità, e poi metti in pratica ciò che hai imparato su questa nave. Qual è il tuo nome?”
“Sócrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira, e voglio avere anche io la barba”.
“Ah però, anche tu genitori stronzi eh? Da oggi sarai solo Socrates, e quando avrai la barba lasciala crescere, così che io ti possa riconoscere nel mondo”.

Degli anni brasiliani di Andreazzoli non si hanno cronache ufficiali, ma vangeli apocrifi e diari trafugati raccontano di lezioni di tattica alla fine delle quali giovani calciatori piangono abbracciandosi, di schemi per i calci piazzati intagliati nel legno dell’Amazzonia e spediti sino ai confini dello stato, di diagonali tramandate oralmente e a passi di capoeira di villaggio in villaggio.

Il tempo passa, Aurelio insegna, i risultati, inderogabilmente, arrivano: nel 1970, il Brasile è nuovamente campione del mondo. Sono passati sei anni, “O Màgico” è ormai un culto clandestino in tutto il paese, nessuno sa il suo nome, tutti lo amano, ma lui sa che il suo tempo lì è ormai concluso: è ora di nuove sfide, avrebbe compiuto la maggiore età in Europa.

Dal Brasile migra in Bolivia, dove apprende i segreti del fuorigioco d’altura e delle uscite dei portieri sudamericani gravemente prive di gravità; dalla Bolivia arriva in Colombia, dove lo precede la fama e lo aspettano i narcotrafficanti del cartello di Zuniga i quali, informati dai colleghi rapitori brasiliani, gli dicono Senor Andrea, facci vincere el mundial pure a nosotros e te riempimos d’oro e de coca. Ma Aurelio insegna calcio per vocazione e non per vil denaro, non accetta e viene sequestrato per 8 mesi e 8 giorni, fino al giorno in cui un giovane bimbo dalla criniera bizzarra messo a guardia del prigioniero, lo libera di nascosto. Carlos Valderrama, intervistato sulla vicenda anni e anni dopo, confesserà: “quell’uomo mi ha insegnato tutto. Un giorno, portandogli del guacamole per colazione, guardandomi nei baffi me lo spalmò in testa e mi disse: “solo con questo colore di capelli potrai farti notare su un campo di calcio. Di guacamole mi tinsi e da calciatore mi finsi. Senza di lui non sarei quello che sono”.

Nascosto in un viaggio di rifornimento a ritroso dei guerriglieri del cartello di Asprilla, Aurelio torna finalmente nel vecchio continente, in Olanda. Siamo nel 71, il mondo è dei giovani, ma i 18 anni di Aurelio sono come quelli dei cani, ognuno ne vale almeno sette.
Ruzzle Andreazzoli impara il fiammingo in tre settimane durante le quali compra marijuana da un bullo locale di nome Johan, campione del mondo di palleggi in corsa. Il carisma del massese è tale che il capellone locale improvvidamente lo sfida ma al quattordicesimo palleggio viene colpito da cacarella fulminante e molla. “Aurelio mi si avvicinò, e invece di umiliarmi mi accarezzò la testa proprio mentre ormai mi stavo per cacare addosso; tutto si bloccò, quel che era già liquido tornò solido, mi sentii di nuovo forte e invincibile, grazie a quell’uomo venuto dal nulla cui regalai tutto il fumo che avevo e il 14 sulle spalle per tutta la vita”.
Dopo qualche anno l’Olanda insegnerà calcio totale a tutto il mondo sfiorando la Coppa Rimet. Nessuno tra i commentatori internazionali capisce quale sia il ruolo giocato nell’imperiosa ascesa orange dal terzo fratello dei fratelli Van De Kerkhof. Nessuno tranne tutta l’Olanda. Che sa e saluta commossa Aurelio Van De Kerkhof, una notte d’inverno, dal porto di Rotterdam.

Ancora un porto, ancora una nave, ancora un incontro. Nel viaggio che conduce a Genova, Auruzzle incontra un uomo pensieroso, lo avvicina e inizia a parlargli. Le ore passano come minuti, dopo tanti anni è bello confrontarsi di nuovo con un italiano seppur bofonchiante, un allenatore per giunta, una brava persona, alla quale durante la conversazione insegna anche un gioco di carte: lo scopone scientifico. Aurelio, che non subisce il destino ma lo plasma con pacata determinazione, capisce che è ora di tornare a casa, di aiutare quell’uomo a coronare il sogno suo e di una nazione.
“Enzo, lavorerò con te”.
Bearzot scende dalla nave sorridendo, felice.
E’ la particella elementare del big bang di gioia che, qualche anno dopo, in una torrida notte di luglio si propagherà dalla Spagna all’Italia sancito dal triplice “Campioni del Mondo” che Nando Martellini aveva segnato su un taccuino qualche mese prima, su suggerimento di un uomo di Massa, durante un caffè.Sul volo che riporta la Nazionale a casa, nella storica partita a carte con il Presidente della Repubblica, Bearzot ricorda i consigli di quella notte sulla nave e vince. Pertini chiede al Ct chi gli abbia insegnato a giocare così, l’allenatore indica un uomo in fondo all’aereo. Da quel giorno tutti gli inquilini del Quirinale si sono avvalsi dei consigli di Aurelio Andreazzoli nelle ore più buie della nostra Repubblica.

Ombra dell’ennesimo trionfo, a 29 anni, Aurelio fa perdere le sue tracce. Mezzo mondo del calcio lo vorrebbe su una panchina, l’altro mezzo vorrebbe sapere chi è per riuscire almeno a proporglielo. Lui, vampiro della fama, fugge dalla luce dei riflettori e, semplicemente, svanisce.

Biografie non autorizzate hanno fantasticato ogni possibile scenario per questo buco di vent’anni, dal padre di famiglia al rivoluzionario accanto ai deboli di ogni parte del pianeta, dall’esilio all’ibernazione, dal viaggio nel tempo allo studio di nuove discipline, ipotesi, quest’ultima, che gode di maggiore credito. Ingegneria, elettronica, chimica, medicina: è plausibile immaginare che ognuno degli oggetti che popolano la nostra quotidianità debba dire grazie all’intelletto di un uomo che ha dedicato la sua vita agli altri.

In molti pensano che Bora Milutinovic, in realtà, altri non sia che Aurelio Andreazzoli sotto mentite spoglie, ma il Milutinovic smentisce più volte in tutte le lingue del mondo, ma soprattutto perde troppo spesso per essere Aurelio.

Evitato il disastro mondiale legato al rischio Millenium Bug, riconosciuta la paternità di un giovane nerd australiano di nome Julianassange che minaccia di rivelare al mondo i segreti della sua scomparsa, Andreazzoli entra nel nuovo millennio con un desiderio antico e sempre nuovo: insegnare calcio.

In una splendida giornata primaverile, durante uno dei suoi consueti giri solitari in spider, accuditi e curati come ogni giorno alcuni randagi malati e consegnati alla giustizia due evasi, Aurelio vede un uomo alle prese con una macchina in panne. Si ferma, lo aiuta, ovviamente individua il guasto e risolve.
“Piacere, Luciano. Grazie per avermi aiutato” tende la mano rincuorato l’automobilista.
“Ho appena iniziato ad aiutarti, non dovrai mai ringraziarmi, Luciano”.

E’ l’inizio di una nuova avventura, prima nella fredda Udine, poi, ritenutosi soddisfatto di aver portato una squadra in Champions League per la prima volta nella sua storia, a Roma.

Andreazzoli diventa rapidamente l’eminenza grigia dell’epopea spallettiana, ma le luci della ribalta, anche per motivi di riflessi, sono tutte per Luciano. Aurelio ne soffre, Taddei gli dedica la finta sbagliata ma non basta a risollevarne il morale.La sua autostima tocca livelli talmente bassi da soffrire la presenza del quasi omonimo Andreolli.
Aurelio s’incupisce, chiede espressamente alla società “o me o Andreolli””, viene accontentato ma si chiude lo stesso in se stesso trovando rifugio nelle letture del giovane Stalin, per meglio capire le quali comincia a studiare il cirillico.
E’ lì che si consuma la rottura del sodalizio con Luciano, che temendo le intuizioni del collega, decide di anticiparne le mosse lasciando lui e la Roma al suo destino per volare in Russia ad insegnare il calcio imparato da Aurelio.

Presi i giusti contatti con i mecenati e la mala locali, vinti un paio di scudetti, Luciano pensa al suo amico abbandonato a Trigoria e lo richiama a sé. “Ciao Aurelio, vieni da noi, si beve e si tromba, si tromba e si beve. Ho pure fatto comprare Hulk apposta per te!”. Aurelio sviene per la commozione e rifiuta la proposta di incontrare di nuovo colei che lo sverginò adolescente.

Aurelio diventa inconsapevolmente amico di ogni rosa, e prima che lui stesso se ne accorga è già il dipendente non giocatore di Trigoria con più anni di anzianità romanista alle spalle. Andreazzoli detto “la chioccia di marmo”, supera il periodo di mobbing con cui un vendicativo e pavido Ranieri lo vessa obbligandolo a comunicare a Totti e De Rossi di dover uscire tra un tempo e l’altro di un derby compromesso, e torna ufficialmente a fare capolino nello staff tecnico con il ruolo di “tempera gessi per le linee del campo B” nei primi mesi di gestione americana.Luis Enrique e Tonin Llorente ci mettono poco a capire che quell’uomo ha una marcia in più, motivo per cui lo nominano “responsabile delle marce delle mountain bike da fotografare e  postare su twitter”, emarginandolo dal golfo mistico delle decisioni tecniche.

Lui, che con le mani in mano non ci sa stare, passa il tempo presso la carrozzeria di famiglia di un nuovo amico.
"Roberto, io sono homo faber, tu l'hai capito e mi hai aiutato in questo momento difficile, mi ricorderò di te".
"Più che altro sssss..... ssss... sei manodopera gggg... gggg... gratis, però figurate, ssss... sss.. sei pure così saggio che è mpiacere Au... au... areu....".
“Aurelio”.
“Ecco, appunto”.

Insomma, tutti gli vogliono bene, tutti lo salutano, tutti lo omaggiano e gli portano rispetto, ma nessuno gli chiede espressamente di fare il suo vero lavoro: insegnare calcio.

Il destino dell’uomo sembra segnato, finché un giorno tutto cambia.James Pallotta, memore delle figure di merda di Tom Di Benedetto, chiede espressamente di imparare calcio, nel senso delle regole. Tutti si fingono malati, tutti tranne Aurelio, che comincia a impartire al manager doppie sedute di ripetizioni private.

Il miracolo avviene, Pallotta capisce e ordina: il prossimo allenatore della Roma sarà Aurelio Andreazzoli. Ma bisogna procedere a fari spenti, la preda è ghiotta, il mondo potrebbe ricordarsi all’improvviso di quell’uomo capace di cambiare la vita di milioni di persone per poi scomparire. Ci vuole cautela, averlo non sarà facile.

Ma quando una società è forte, unita e compatta, non c’è obiettivo che sia impossibile.

Zeman, aziendalista, fondamentalista e zemaniano fino all’autolesionismo, riesce a far peggio di Luis Enrique.
La rosa, stimata come migliore di quella dell’anno scorso, riesce a sembrare peggiore.
Sabatini e Baldini usano a cazzo parole con molte sillabe riuscendo a sembrare più storditi dell’anno precedente, ma lo fanno talmente bene che a un certo punto riesce credibile pure la manovra di depistaggio che porta Baldini a New York a simulare interesse per Guardiola.
Gli americani sembrano meno autorevoli di Pippo e Pluto, le peggio radio tornano a ruggire e gracchiare, i tifosi riprendono a insultarsi e a dividersi in orfani e vedove, sognatori e pragmatisti, vittime di complotti di palazzo e amanti di filologia romanza.
Kansas City 1927, infine, nun fa più ride.

L’operazione funziona, il mondo ci casca, è il momento di agire.

Uno scarno comunicato rivela la notizia che tutti aspettavamo: Aurelio Andreazzoli è il nuovo allenatore della Roma, finalmente.

Corete, scappate, ariva lo squadrone giallorosso.

Giallorosso.