Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

mercoledì 9 ottobre 2013

12 OTTOBRE: PER LA DEMOCRAZIA, PER I DIRITTI SOCIALI. SENZA COMPROMESSI!

Andrea Martini fonte:  Sinistra Anticapitalista


Forze potenti, politiche e sociali, nazionali e internazionali, da tempo vogliono ridurre o annientare gli spazi di democrazia presenti nella vita politica del nostro paese. Questo disegno si condensa attorno al progetto di riforma costituzionale e istituzionale che da decenni attraversa il dibattito tra e nelle principali forze politiche.

Il progetto non riflette solo la vocazione autoritaria della destra italiana. Esso si basa piuttosto sulla brutalità delle politiche di austerità che si vogliono imporre alla stragrande maggioranza della popolazione. Si tratta di politiche che per gli espliciti costi sociali che comportano mai riuscirebbero a imporsi se il governo riflettesse veramente i bisogni e le aspirazioni di questa maggioranza.

Queste politiche sono solo all’inizio. Non sono legate al passato berlusconiano ma si proiettano sul nostro avvenire. Ciò che sta accadendo in Grecia è il modello al quale vogliono richiamarsi tutte le classi dirigenti europee e in particolare quella italiana.


Il Fiscal Compact voluto dall’Unione europea e sottoscritto dal nostro governo impone feroci tagli di bilancio per i prossimi due decenni, pretende la sostanziale cancellazione di tutto ciò che resta dello stato sociale, vuole un ulteriore abbassamento delle retribuzioni ai lavoratori dipendenti e la cancellazione delle loro tutele sindacali e giuridiche.

Tutte queste politiche non possono basarsi su di un ampio consenso democraticamente espresso; anche qui le dure manifestazioni di opposizione del popolo greco ai memorandum della Troika europea e alle politiche del governo Samaras sono la dimostrazione dell’assenza strutturale di consenso sociale in un contesto di politiche di questa natura.
E, dunque, per gestire queste politiche occorre un assetto istituzionale e costituzionale nel quale la vera volontà del popolo possa essere piegata ai bisogni delle classi dirigenti. Da qui tutta la campagna basata sulla presunta necessità di “ammodernare” la costituzione, di doverla adeguare alle nuove necessità, tacendo che questa necessità vuole in realtà rendere le istituzioni più agilmente manovrabili al fine di gestire le politiche dell’austerità con la minore opposizione possibile.
E’ questa la radice della ostinazione con cui tutta la politica del palazzo vuole violentare le forme e la sostanza della democrazia nel nostro paese.
Ecco perché riteniamo giusto batterci per difendere quelle forme e, soprattutto quella sostanza. La manifestazione del 12 ottobre è stata convocata a partire da un appello (“La via Maestra”) lanciato ai primi di settembre da alcune personalità del sindacato, dell’associazionismo e della cultura. Essa può perciò polarizzare tante e tanti che oggi sono sinceramente preoccupati per l’attacco alla democrazia e alle garanzie costituzionali.
Occorre però puntualizzare anche limiti, ambiguità e rimozioni insiti in quell’appello e, più in generale, nell’iniziativa del 12 ottobre.
In primo luogo occorre dire che tutto l’appello sembra alludere alla necessità di contrastare il disegno autoritario della destra. Questo disegno c’è, e c’è da tempo (era il progetto della P2 e di Gelli). Ma non è più solo il progetto della destra. Esso è diventato il progetto di tutte le forze politiche istituzionali.
Anzi, occorre ricordare che il PD (oltre che i suoi predecessori PDS e DS) si è a volte battuto più del centrodestra per una riforma costituzionale in senso efficientistico e sostanzialmente presidenzialista. Basta ricordare l’iniziativa della commissione bicamerale per le riforme costituzionali presieduta da Massimo D’Alema alla fine degli anni 90, la riforma del Titolo V fatta nel 2001, che ha differenziato i servizi, in particolare sanitari, tra le regioni più ricche e quelle più povere e, da ultimo, ma estremamente signifiativo, l’introduzione nell’articolo 81 della Costituzione dell’obbligo al pareggio di bilancio, approvato dal parlamento nel 2012 quasi all’unanimità, che nei fatti impedisce ogni intervento pubblico nell’economia.
Ma non solo. Oggi, c’è un grande regista della riforma costituzionale, ed è il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che, con i suoi comportamentio concreti, sia nel settennato precedente, sia in quello appena riapertosi dopo la sua elezione nell’aprile di quest’anno sta già operando con uno spirito presidenzialista, facendo e disfacendo i governi, intervenendo pesantemente nelle scelte politiche e nella gestione dei complessi equilibri richiesti dalle “larghe intese”.
Ma nell’appello c’è un limite più di fondo.
La rivendicazione del rilancio della Costituzione del 1948 elude il fatto che quel testo era il frutto del compromesso stipulato nel nostro paese all’indomani della caduta del fascismo sul piano politico tra i principali partiti e sul piano sociale tra la borghesia italiana (uscita sconfitta dalla guerra e dalla Resistenza) e coloro che si proponevano come rappresentanti delle classi lavoratrici. Quel compromesso (che sottintendeva un progetto di ampio progresso sociale in cambio del rispetto della legge del profitto, della proprietà privata, dei privilegi ecclesiastici) si fondava su rapporti di forza sempre più favorevoli per le classi subalterne, dovuti sia alle lotte di quei decenni sia alla crescita numerica e sociale della classe operaia, sullo slancio dello sviluppo economico postbellico. Tant’è che una serie di indicazioni formali contenute nella Costituzione sono state realizzate solo negli anni 70 a seguito di imponenti lotte sociali.
Ora quel compromesso sociale non esiste più. Non esiste più perché non ne esistono più i presupposti. Non c’è più l’equilibrio internazionale tra le “grandi potenze” che ne era stato il retroterra geopolitico, non ci sono più i partiti politici che lo stipularono, soprattutto non ci sono più i rapporti di forza tra le classi favorevoli ai lavoratori, che escono fortemente sconfitti da tre decenni di aggressione padronale.
Ormai la Costituzione italiana, giustamente ritenuta tra le più avanzate del mondo occidentale, è stata pesantemente violentata nella forma (dalle ripetute incursioni controriformistiche venute da destra e dal centrosinistra e negli ultimi tempi perfino congiuntamente) e nella sostanza con la distruzione o la devastazione di tutte le conquiste sociali che avevano cercato di concretizzarne il disegno (degrado della scuola e della sanità pubbliche, cancellazione della progressività dell’imposizione fiscale, violazione del ripudio della guerra, ecc.). Allora rivendicare che si possa reimbiancare quel compromesso e rilanciarne lo spirito risulta utopistico e velleitario e rischia di spingere i movimenti di lotta contro l’attacco padronale e governativo in un binario morto, di illuderli sulla possibilità di trovare interlocutori disponibili e amichevoli.
In realtà è invece necessaria la più netta consapevolezza sulla compattezza della classe dominante dietro la politica antioperaia e antipopolare, sulla necessità di sconfiggerla nel suo complesso, senza illudersi sulla presunta esistenza di un settore borghese progressista e disponibile al compromesso. D’altra parte, già nei primi anni 2000, Sergio Marchionne venne irresponsabilmente descritto da qualcuno come progressista. Come sia andata a finire ormai è noto a tutti.
Infine, quell’appello allude alla possibilità di costruire un nuovo spazio politico, solleticando la diffusa insoddisfazione per ciò che esiste e, soprattutto, per ciò che non esiste a sinistra. Non saremo certo noi a negare la necessità di colmare il vuoto politico alla sinistra del PD. Un vuoto che non può certo essere riempito da SEL, completamente integrata come anima sinistra del centrosinistra, né dal PRC, non solo perché ridotto a poca cosa dalle sue ripetute scissioni ma, soprattutto, per la verticale perdita di credibilità nella disastrosa vicenda del governo Prodi, mai riconquistata anche per la ostinata ambiguità politica nei confronti del centrosinistra. Un progetto di costruzione di un soggetto politico nuovo va dunque perseguito. Ma può essere l’appello per il 12 ottobre il contesto in cui lavorare a questo scopo? Certamente non può essere il rilancio della Costituzione del 1948 il programma politico del soggetto di cui c’è bisogno.
In particolare le giovani generazioni di quella Costituzione hanno vissuto solo lo stravolgimento.
La sua sostanziale incapacità di impedire il massacro sociale in corso da anni. Una Costituzione che non ha impedito né limitato le privatizzazioni, la precarietà dilagante, le guerre, la distruzione dei diritti, la crescita delle diseguaglianze…
Perché dunque impegnarsi per riaffermare un documento che ha dimostrato tutta la sua irrilevanza? E soprattutto quale collocazione politica e quale strategia dovrebbe adottare il soggetto politico in questione?
Dovrebbe puntare a stimolare il riaffiorare nel PD delle presunte radici di sinistra o, piuttosto, prendere atto che sia la destra che il centrosinistra sostengono entrambi, seppure con impostazioni a volte diverse, la politica dell’austerità e della controriforma autoritaria? La nostra risposta a queste domande è chiara. Per noi lo spazio politico da costruire deve essere nettamente alternativo al centrosinistra e al PD (oltre che alla destra, ovviamente). E deve avere un profilo dichiaratamente anticapitalista, individuare cioè nel capitalismo, nella logica del profitto e nella proprietà privata dei mezzi di produzione la radice del degrado sociale di questa epoca. Deve certo difendere le libertà democratiche messe pesantemente in discussione dal PD, dal PdL e dalla presidenza della Repubblica, ma senza illudersi nel sogno di un nuovo patto sociale.
L’ideologia della difesa della Costituzione purtroppo non ha impedito allo stesso Landini di avallare il patto antidemocratico del 31 maggio che demolisce i diritti sindacali o a Stefano Rodotà di accodarsi  alla criminalizzazione dei movimenti, accostando le giuste lotte dei NoTav in Val di Susa con pratiche mafiose. La manifestazione del 12 non può essere contrapposta con le giuste lotte dei movimenti sociali e dei sindacati di base che si esprimeranno in piazza il 18 e 19 ottobre.

Le forze di occupazione attaccano il FPLP a Nablus con incursioni e arresti

http://www.palestinarossa.it/ 

Le forze di occupazione hanno lanciato un raid e una campagna di arresti nelle prime ore di Venerdì 4 ottobre, contro i quadri e gli attivisti del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina nella zona di Nablus.  

Il leader del FPLP a Nablus, il compagno Zahir al-Shishtary, è stato arrestato insieme a Yousef Abu Ghoulmeh di Beit Furik, Mohamed Shathawi del campo profughi di Al-Ain, e Thabet Nassar di Madama. Queste azioni sono state seguite da una campagna di arresti in varie parti della città aventi come obiettivo i giovani palestinesi. Le forze di occupazione israeliane hanno fatto irruzione nell'ufficio del FPLP a Nablus, hanno confiscato il suo contenuto, documenti e computer, saccheggiando tutti gli spazi. Anche iIl compagno Shishtary è stato arrestato alcuni mesi fa da parte delle forze di sicurezza dell'Autorità Palestinese per motivi politici. Il compagno Emad Abu Rahma, membro del Comitato Centrale del PFLP, ha detto che tali campagne di arresti sono la conseguenza dell’impegno del Fronte nella resistenza, del rifiuto di riconoscere la legittimità dell'entità sionista e della posizione contraria ai falsi negoziati di pace ed al percorso di Oslo. Ha detto che la campagna di reclusione diretta contro l'intero popolo palestinese, così come l'espansione degli insediamenti, la confisca delle terre, la giudaizzazione di Gerusalemme ed altre aggressioni e sopprusi, rappresentano il vero volto dello stato di occupazione, l'incarnazione del regime razzista di insediamento sionista basato sulla spoliazione del popolo palestinese e della sua terra. Abu Rahma chiedeva la fine della collaborazione delle forze di sicurezza palestinesi con l'occupazione, che in sostanza agiscono come alleati delle forze di occupazione nella ricerca, l'arresto e la detenzione di attivisti palestinesi. Ha anche chiesto la fine immediata dei negoziati con l'occupazione, perché ingannano l'opinione pubblica internazionale e prevedono la copertura per i crimini dell'occupazione. Abu Rahma ha detto che gli arresti non faranno altro che rendere il Fronte più determinato a continuare la lotta per porre fine all'occupazione e raggiungere gli obiettivi di ritorno dei profughi, di liberazione e di autodeterminazione.  

lunedì 7 ottobre 2013

L’ISTRUZIONE E’ UN DIRITTO E NON UNA MERCE

Coordinamento delle Scuole di Roma

LANCIAMO UNA CAMPAGNA
PER UNA DELIBERA DI INIZIATIVA POPOLARE
CHE ELIMINI I FINANZIAMENTI ALLE SCUOLE PRIVATE
E LI UTILIZZI PER LE SCUOLE COMUNALI



APPLICHIAMO LA NOSTRA COSTITUZIONE, NATA DALLA RESISTENZA

Art. 33 …La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.
Art. 34 La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.
COSTRUIAMO LA PROPOSTA DI DELIBERA CONSILIARE DI INIZIATIVA POPOLARE PER INTERVENIRE SUL BILANCIO COMUNALE PER L’ESCLUSIVO RIFINANZIAMENTO DELLA SCUOLA DELL’INFANZIA COMUNALE, UTILIZZANDO I FONDI GIA’ DESTINATI ALLE “SCUOLE PARITARIE PRIVATE”.
Bologna e il referendum per togliere i finanziamenti alle scuole paritarie private ci hanno indicato una strada che oggi possiamo portare avanti a Roma con la proposta di una delibera consiliare di iniziativa popolare, PER INTERVENIRE CON STRUMENTI DI PARTECIPAZIONE DIRETTA E “POPOLARE”, nella gestione del BILANCIO COMUNALE della nostra città.

La scelta è quella di fare una battaglia per riportare alla scuola pubblica i fondi impegnati e stanziati (fin dalla metà degli anni Novanta, Giunta Rutelli 1 e Assessorato comunale gestito all’epoca da Fiorella Farinelli) a favore delle scuole private.
Per una “OPERA DI RI-PUBBLICIZZAZIONE” che serva a spostare finanziamenti dal “privato” verso il “pubblico” e per proseguire una campagna politico culturale che riporti tutti  i finanziamenti  del bilancio dello Stato e degli Enti locali alla Scuola Pubblica, invertendo la tendenza attuale, costituiamo un COMITATO PROMOTORE per questa Delibera di Iniziativa Popolare, il più ampio e capillare possibile nella città, attraverso una campagna di informazione e sensibilizzazione nelle scuole e nei quartieri.

Per contatti: coordinamentoscuoleroma@gmail.com

La comunità che prega con la Bibbia e il giornale

Luca Kocci. da "il manifesto" del 05/10

Dalla parte dei poveri, le omelie discusse insieme ai fedeli, per il divorzio e il sostegno alla Palestina... La storia di un impegno cattolico nato con il '68. Ma siamo sicuri che Gesù voleva i preti di oggi?

Era il 2 settembre 1973 quando le donne, gli uomini e i giovani della comunità della basilica di San Paolo fuori le mura riuniti attorno all'ex abate Giovanni Franzoni uscirono fuori dal tempio e celebrarono la loro prima messa in un salone della via Ostiense, a poche centinaia di metri dalla basilica dove erano soliti incontrarsi, discutere e pregare. 
Nacque così la Comunità cristiana di base di San Paolo - che oggi festeggia i suoi 40 anni -, una delle esperienze più significative della stagione del post-Concilio, del «dissenso cattolico» e di quella Chiesa di base lontana dal Vaticano ma vicina al Vangelo che, come un fiume carsico, continua a scorrere nelle profondità nel corpo della Chiesa.
Non è la più anziana delle Comunità di base italiane. Prima di lei, alla fine del 1968, a Firenze era nata quella dell'Isolotto, attorno a don Enzo Mazzi, in seguito all'episodio che diede il via al '68 cattolico: l'occupazione del duomo di Parma da parte di un gruppo di giovani cattolici che denunciavano i finanziamenti delle banche alla Curia per la costruzione di una nuova cattedrale.
Dopo il '68 il «dissenso» cresce sia in Italia che all'estero - in America latina sboccia la teologia della liberazione -, messo in moto dalle istanze di rinnovamento del Concilio Vaticano II, e arriva fino a Roma, il «cuore dell'impero» ecclesiastico: don Roberto Sardelli lascia la sua parrocchia al Tuscolano e i privilegi che essa gli garantiva per andare a vivere fra i senza casa dell'Acquedotto Felice - uno dei tanti «borghetti» dove migliaia di persone avevano costruito delle abitazioni di fortuna e vivevano ai margini della città - dando vita ad una scuola popolare (la Scuola 725) sul modello di quella di Barbiana; i salesiani allontanano - e poi espellono dalla congregazione - due professori dalla loro università, don Giulio Girardi, fra i maggiori protagonisti del dialogo fra cattolici e marxisti e dei Cristiani per il socialismo, e don Gerard Lutte, che aveva scelto di andare ad abitare con i baraccati di Pratorotondo, alla periferia nord est di Roma, e di sostenerli nelle loro lotte fino all'assegnazione delle case popolari alla Magliana; nasce una moltitudine di gruppi di base riuniti nell'Assemblea ecclesiale romana che si mobilita contro il Concordato e per una «Chiesa povera e dei poveri».
Nella basilica di San Paolo fuori le mura, retta dai benedettini cassinesi, dal 1964 c'è un giovane abate, Giovanni Franzoni, che aveva partecipato alle fasi finali del Concilio e iniziava a farsi interrogare dalle contraddizioni della città e di un quartiere popolato e popolare come San Paolo, animato anche dalla convinzione che la vita monastica non significava isolamento dal mondo ma impegno nella storia. Prende forma così una comunità «orizzontale» di laici, donne e uomini, che cominciano a riflettere sul che fare per vivere un Vangelo ancorato alla società e alla città e si immergono nelle vicende sociali e politiche: l'opposizione alla parata militare del 2 giugno e ai cappellani militari, le manifestazioni contro la guerra in Vietnam, il sostegno all'obiezione di coscienza al servizio militare, le lotte degli operai licenziati della Crespi (una fabbrica di infissi non lontana dalla basilica), l'attenzione agli emarginati e agli esclusi, in particolare i reclusi nell'ospedale psichiatrico Santa Maria della Pietà. A San Paolo si realizza anche quella piena partecipazione dei laici alla vita della Chiesa proclamata dal Concilio e mai compiuta: l'omelia della messa domenicale, celebrata in basilica dall'abate Franzoni, viene preparata il sabato sera in un confronto collettivo e paritario con i laici.
Fascisti e cattolici tradizionalisti protestano - passando anche all'azione con irruzioni durante le assemblee e con scritte contro Franzoni sui muri dei palazzi del quartiere -, i gerarchi ecclesiastici mugugnano e guardano a vista la comunità, ma non trovano elementi per intervenire con delle sanzioni. Fino all'aprile del 1973. «Durante la messa, un giovane andò al microfono per pronunciare la sua preghiera, che veniva proclamata spontaneamente da chiunque - ricorda Franzoni -. In quei giorni sui giornali si parlava di un'operazione speculativa sul dollaro compiuta dallo Ior che era stata criticata addirittura dagli organismi finanziari internazionali. E quel giovane, nella preghiera, chiese che i suoi figli potessero crescere in una Chiesa che non si dovesse vergognare perlomeno di fronte ai santuari del capitalismo. Due giorni dopo venni convocato da mons. Mayer, segretario della Congregazione vaticana dei religiosi, il quale mi chiese di censurare le preghiere. Ne parlammo in comunità. Alcuni mi suggerivano di accettare, aggiungendo però che in tal caso l'esperienza della comunità sarebbe finita perché avrebbe perso l'autonomia. Tornai dal monsignore, gli dissi che non avrei obbedito e contestualmente fissammo la data delle mie dimissioni da abate di San Paolo: il 12 luglio 1973. Credo che tirò un grande sospiro di sollievo».
Prima di lasciare la basilica, Franzoni fa in tempo a pubblicare La terra è di Dio, una lettera pastorale - quindi a pieno titolo un documento del magistero perché San Paolo era sede vescovile - che conteneva un severo atto d'accusa contro la speculazione fondiaria ed edilizia portata avanti con il silenzio e la complicità dell'istituzione ecclesiastica e contro gli stretti legami fra Chiesa e potere economico, all'ombra della Democrazia cristiana. Il 26 agosto Franzoni celebra la sua ultima messa in basilica, davanti a 3mila persone. E il 2 settembre c'è la prima eucaristia nel salone di via Ostiense: partecipano in più di 800. È nata la Comunità cristiana di base di San Paolo.
Desacralizzare e riappropriarsi del Vangelo per incarnarlo nella storia, in piena autonomia e libertà di coscienza, sarà la linea della Comunità, che in questi 40 anni camminerà «tenendo in mano la Bibbia e il giornale». Nel referendum del 1974 si schiera a favore del divorzio e in questa circostanza Franzoni viene sospeso a divinis, gli viene cioè proibito di amministrare i sacramenti, che in Comunità continueranno ad essere celebrati comunitariamente, con o senza prete. Nel 1976, dopo la sua dichiarazione di voto per il Pci pubblicata sul settimanale Con Nuovi Tempi, viene dimesso dallo stato clericale. Poi il referendum sul divorzio e il coinvolgimento in tutte le lotte sociali degli anni '80 e '90. 
In tempi più recenti l'opposizione alle guerre in Iraq e Afghanistan, la partecipazione al World Gay Pride del 2000, nell'anno del Giubileo; nel 2005 il referendum sulla legge 40, contro l'ordine di astensionismo arrivato dal card. Ruini; poi il sostegno alle battaglie di Beppino Englaro e Piergiorgio Welby, commemorato a San Paolo mentre Ruini gli aveva negato il funerale religioso; oggi le attività con i profughi afghani accampati alla stazione Ostiense, nell'indifferenza delle istituzioni capitoline; le storiche battaglie contro il Concordato e i cappellani militari, ma anche i percorsi di fede con il gruppo biblico e il gruppo donne che, seguendo il filone della ricerca teologica e biblica femminista, approfondisce le tematiche riguardanti la condizione della donna nella Chiesa e nella società. Non un'altra Chiesa ma una Chiesa altra.



Giovanni Franzoni: «Bergoglio è simpatico e popolare ma non tocca i nodi della chiesa»


La Comunità di base di San Paolo è nata 40 anni fa. Giovanni Franzoni, all’epoca abate della basilica di San Paolo fuori le mura, prima di essere sospeso a divinis e dimesso dallo stato clericale dal Vaticano per le sue posizioni sociali e politiche – dalla denuncia delle collusioni fra Chiesa e poteri forti, alla presa di posizione a favore del divorzio, fino alla dichiarazione di voto per il Pci – ne racconta le origini.
«La domenica celebravo in basilica la messa di mezzogiorno e nelle omelie tentavo di seguire l’insegnamento del teologo protestante Karl Barth: tenere insieme la Bibbia e il giornale. Ovvero attualizzare il Vangelo, incarnarlo nelle contraddizioni della società. Dopo un po’, con un gruppo di 30-40 persone, decidemmo di incontraci il sabato sera per preparare insieme l’omelia. Leggevamo i testi, discutevamo insieme, i laici portavano il loro contributo che per me, monaco, era molto importante. E la domenica la mia predica era il risultato di quel confronto: quindi un’omelia partecipata, non un indottrinamento dall’alto. Fu quello, di fatto, il primo nucleo della comunità».
Cominciò tutto da lì?
«Ci coinvolgemmo sempre più anche nel sociale: l’opposizione alla parata militare del 2 giugno e ai cappellani militari, le lotte con i disoccupati e i senza casa, le denunce della speculazione edilizia ecclesiastica, le manifestazioni contro la guerra in Vietnam. Arrivarono le contestazioni dei fascisti e dei cattolici tradizionalisti, arrivarono anche le visite apostoliche, cioè le ispezioni, delle gerarchie ecclesiastiche, da cui però passai sempre indenne. Fino al 1973.
Quando nacque la Comunità di base di San Paolo
Ci riunivamo in alcuni locali sulla via Ostiense dove iniziammo a celebrare la messa, con il cardinal Poletti, vicario del papa per la città di Roma, che “non approvava ma non proibiva”. E ancora oggi siamo lì
Siete degli scissionisti?
No, non vogliamo un’altra Chiesa, anche perché mi sembra che ce ne siano già tante, ma una Chiesa altra. Siamo dei riformatori, vogliamo che la Chiesa cambi per essere più fedele al Vangelo e al Concilio.
Che ne è del Concilio?
Lo spirito e le istanze del Concilio Vaticano II sono state soffocate da Ratzinger e da Wojtyla: la collegialità, la partecipazione, la sinodalità sono parole vuote. Certo i Sinodi dei vescovi si svolgono, ma hanno un valore solo consultivo, quindi sono totalmente inefficaci. Si continua ad ignorare il ruolo delle donne nella Chiesa, valorizzate solo a parole. C’è stata la sistematica repressione dei teologi che esprimevano un punto di vista diverso, a cominciare dai teologi della liberazione.
Papa Bergoglio sta raccogliendo molti consensi, anche dall’opinione pubblica laica e di sinistra. Qual è il suo giudizio?
È ancora presto per esprimere una valutazione complessiva. Ha cominciato il suo pontificato con una grande retorica pauperistica. La retorica è lecita, ci mancherebbe altro. L’immagine crea simpatia e consenso, ma devono arrivare anche delle decisioni su questioni controverse, altrimenti è solo apparenza.
Per esempio?
Per esempio sulla collegialità. Deve essere vera. I Sinodi devono avere potere decisionale, sennò non servono a nulla. Poi la riabilitazione dei teologi, dei vescovi e dei preti repressi da Wojtyla e Ratzinger, non solo quelli vivi ma anche quelli che sono morti da “eretici”. Non per un riconoscimento post mortem, ma per dire che oggi è possibile parlare liberamente, senza timori di vedersi tolta la cattedra, senza paura di subire emarginazioni e scomuniche. E poi le donne, esaltate a parole ma escluse da ogni ruolo decisionale nella Chiesa.
Parliamo di sacerdozio femminile?
No, parlo di ruoli decisionali e di responsabilità. Durante il Concilio un vescovo indiano, totalmente inascoltato, fece notare che molte responsabilità nella Chiesa non sono legate allo stato clericale. Cioè non bisogna essere per forza preti per ricoprirli. Questi ruoli possono essere affidati ai laici e quindi anche alle donne: i nunzi apostolici, i capo dicasteri, anche i cardinali. Gli otto “saggi” nominati da Bergoglio per riformare la Curia sono tutti cardinali maschi. Ci sarebbe potuto essere tranquillamente qualche laico e qualche donna, senza necessità che fosse prete. La questione del sacerdozio femminile è più ampia: il rischio è di clericalizzare anche le donne. E poi siamo sicuri che Gesù volesse dei preti così come sono oggi?
E sui principi non negoziabili?
Il discorso è analogo. Papa Francesco usa toni concilianti, parla in modo spontaneo. Ma bisogna affrontare i nodi. Va bene che il papa dica “chi sono io per giudicare un gay”, ma se poi quella persona chiede che la sua unione omosessuale venga benedetta dalla Chiesa cosa gli si risponde? Che non è possibile. E allora le parole non sono sufficienti. Bisogna invece aprire le porte, discutere insieme e decidere.

domenica 6 ottobre 2013

Competenze costituzionali

Luciano Granieri


Barbera Augusto, De Vergottini Giuseppe, docenti dell’Università di Bologna, Salazar Carmela, dell’Università di Reggio Calabria, Violini Lorenza, dell’Università di Milano, Caravita di Toritto  Beniamino,  della sapienza di Roma, sono fra le 38 persone denunciate dalla guardia di finanza di Bari per truffa, corruzione,  atti contrari ai doveri d’ufficio e falso ideologico per aver costituito un’associazione a delinquere allo scopo di pilotare negli ultimi tre anni i concorsi nella università italiane. 

Che c’è di così clamoroso!  Ci  troviamo di fronte all’ennesima brutta storia di corruzione  maturata nell’ambiente accademico. Ma non è tutto. La professoressa Violini aveva appoggiato la legge ad personam del legittimo impedimento, dichiarata incostituzionale dalla Consulta. De Vergottini e Caravita di Toritto avevano firmato un’appello in favore del lodo Alfano, anch’esso cassato dalla Corte Costituzionale perché violava gli articoli: 3 (principio di uguaglianza) e 138 (procedimento per la revisione della Costituzione e per l’approvazione delle leggi costituzionali) quest’ultimo non a caso ritornato sotto attacco del governo   Letta 2.0. 

Inoltre Caravita di Toritto e De Vergottini, insieme con un certo Zanon,  firmavano un parere “pro veritate” a sostegno del ricorso inoltrato a Strasburgo da Berlusconi contro la legge Severino. Un documento  nel quale si sosteneva la ben nota tesi delle inapplicabilità della pena di decadenza per reati commessi prima della promulgazione della legge stessa. Parere originale in quanto, come spiegato più volte da illustri giuristi,  la Severino non determina una pena, ma un atto da applicare in conseguenza di una pena, per cui se non si definisce una pena non si possono neanche definire i tempi della sua applicabilità. Ma perché scandalizzarsi anche di questo?  

Non sarà né la prima né l’ultima volta che accademici  indagati   per truffa e associazione a delinquere, si spendono a venire in soccorso di ben noti e accertati delinquenti, mostrando consapevolmente o inconsapevolmente la loro incompetenza in materia costituzionale. Già perché scandalizzarsi? 

Stavolta un motivo ci sarebbe.  Si da il caso infatti che Barbera, De Vergottini, Salazar, Violini e Caravita di Toritto, facciano parte dei 42 saggi, nominati per decreto da Letta, su  input di Napolitano, incaricati di stravolgere la Costituzione. E per approvare in tempi brevi i loro strafalcioni si sta tentando di manomettere per via parlamentare le difese dell’articolo 138. 

Dal momento che  si aspira  a modificare, di fatto,   anche la prima parte della Carta, ossia i  principi fondamentali,  ammesso che tale   operazione fosse ritenuta così indispensabile, decenza vorrebbe che in luogo dei saggi si eleggesse  una costituente formata da giuristi votati dal popolo. 

Perché è chiaro che la Costituzione non va toccata, ma se proprio si ritenesse necessario il suo sovvertimento, che sia un collegio di rappresentanti democraticamente eletti  a farlo e non ambigui giuristi definiti insigni solo dalla parte politica a cui interessa lo smembramento di importanti tutele sociali. 

E’ evidente come  tutta questa operazione sia l’ennesimo e forse più subdolo tentativo di rimuovere l’ultimo ostacolo all’alienazione della partecipazione politica dei cittadini, al   pieno dispiegamento del potere capitalistico finanziario, al libero fluire dell’accumulazione di risorse per pochi, con il conseguente aumento della diffusione della povertà per molti. 

E’ quindi ancora più   impellente scendere in piazza sabato 12 ottobre per difendere la Costituzione come ultimo baluardo dei principi di uguaglianza e solidarietà. E, a seguito del genocidio di Lampedusa, è necessario esibire, durente il corteo,   il lutto al braccio perché le stragi del mediterraneo indicano brutalmente che anche l’articolo 10 della Costituzione non viene rispettato nel suo principio per cui  si afferma che “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge”. Arrivederci a Roma

Un documentario sulla resistenza palstinese

Samantha Comizzoli






Questo documentario nasce da immagini catturate con videocamera e telefonino durante i tre mesi di attivismo per i diritti umani che l’autrice ha svolto in Palestina con l’International Solidarity Movement.
E’ una testimonianza sulla resistenza palestinese non violenta e sui crimini perpetrati da Israele.
Il documentario dura all’incirca novanta minuti ed è arricchito da alcuni filmati del reporter palestinese Odai Qaddomi.
Due protagonisti della Resistenza palestinese saranno presenti per il tour del documentario: Murad per Kuffr Qaddum e Hakima per Asira.
Il titolo “Shoot” (sparo) si riferisce a ciò che ha colpito l’autrice.

Appello per l’apertura di un canale umanitario fino all’Europa per il diritto d’asilo europeo

Ai Ministri della Repubblica, ai presidenti delle Camere, alle istituzioni europee, alle organizzazioni internazionali



A cadenza ormai quotidiana la cronaca racconta la tragedia che continua a consumarsi nel mezzo del confine blu: il Mar Mediterraneo.

Proprio in queste ore arriva la notizia di centinaia di cadaveri raccolti in mare, ragazzi, donne e bambini rovesciati in acqua dopo l’incendio scoppiato a bordo di un barcone diretto verso l’Europa.
Si tratta di richiedenti asilo, donne e uomini in fuga da guerra e persecuzioni, così come gli altri inghiottiti da mare nel corso di questi decenni: oltre 20.000.

Lo spettacolo della frontiera Sud ci ha abituato a guardare l’incessante susseguirsi di queste tragedie con gli occhi di chi, impotente, può solo sperare che ogni naufragio sia l’ultimo. Come se non vi fosse altro modo di guardare a chi fugge dalla guerra che con gli occhi di chi attende l’approdo di una barca, a volte per soccorrerla, altre per respingerla, altre ancora per recuperarne il relitto.

Per questo le lacrime e le parole dell’Europa che piange i morti del confine faticano a non suonare come retoriche.

Perché l’Europa capace di proiettare la sua sovranità fin all’interno del continente africano per esternalizzare le frontiere, finanziare centri di detenzione, pattugliare e respingere, ha invece il dovere, a fronte di questa continua richiesta di aiuto, di far si che chi fugge dalla morte per raggiungere l’Europa, non trovi la morte nel suo cammino
Si tratta invece oggi di mettere al centro i diritti. Di mettere al bando la legge Bossi-Fini e aprire invece, a livello europeo, un canale umanitario affinché chi fugge dalla guerra possa chiedere asilo alle istituzioni europee senza doversi imbarcare alimentando il traffico di essere umani e il bollettino dei naufragi.

Nessun appalto dei diritti, nessuna sollevazione di responsabilità ai governi europei, piuttosto la necessità che l’Europa cambi profondamente la sua politica di controllo delle frontiere, di gestione delle crisi umanitarie, la sua politica comune in materia di diritto d’asilo:
convertendo le operazioni di pattugliamento in operazioni volte al soccorso delle imbarcazioni, gestendo in maniera condivisa le domande di protezione superando le gabbie del regolamento Dublino, aprendo canali umanitari che permettano di presentare le richieste di protezione direttamente alle istituzioni europee presenti nei Paesi Terzi per ottenere un permesso di ingresso nell’Unione, dove le domande vengano esaminate con le medesime garanzie previste dall’attuale normativa europea, senza per questo affievolire in alcun modo il diritto di accesso diretto al Vecchio continente e gli obblighi degli Stati Membri.

Alle Istituzioni italiane, ai Presidenti delle Camere, ai Ministri della Repubblica, chiediamo di farsi immediatamente carico di questa richiesta.

Alle Istituzioni europee di mettersi immediatamente al lavoro per rendere operativo un canale umanitario verso l’Europa.
Alle Associazioni tutte, alle organizzazioni umanitarie, ai collettivi ed ai comitati, rivolgiamo l’invito di mobilitarsi in queste prossime ore ed in futuro per affermare
IL DIRITTO D’ASILO EUROPEO

Andrea Segre, Ascanio Celestini, Vinicio Capossela, Tre Allegri Ragazzi Morti, Sandrone Dazieri, Valerio Mastandrea, Daniele Vicari, Moni Ovadia, Anita Capriolo, Motus, Riccardo Iacona, Stefano Liberti, Alessio Genovese, Tatiana Negri, Giovanni Palombarini, Giuliana Sgrena, Costanza Quatriglio, Massimo Carlotto, Annamaria Rivera, Augusto Illuminati, Paolo Ferrero, Giuseppe Caccia, Raffaella Cosentino, Fulvio Vassallo Paleologo, Flore-Murard Yovanovitch, Alessandra Ballerini, Aurora D’Agostino, Luca Casarini, Giuseppe De Marzio, Antonello Mangano, Claudio Calia, ZeroCalcare, Salvatore Geraci, Marco Ferrero, Sandro Mezzadra, Tiziano Rinaldini, Vittorio Agnoletto,