Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

mercoledì 19 marzo 2014

Niente segreti sulla morte di Ilaria Alpi e sul traffico di armi e rifiuti

Petizione  



  •  Lanciata da Stefano Corradino e Beppe Giulietti



  • I giornalisti Ilaria Alpi e Miran Hrovatin sono stati uccisi a Mogadiscio il 20 marzo del 1994. Erano in Somalia per indagare su un traffico internazionale di armi e di rifiuti tossici illegali. Ed è per questa ragione che sono stati assassinati. Ma a venti anni di distanza siamo ancora in attesa di conoscere tutta la verità su quella vicenda. 
    Questa verità potrebbe essere contenuta nella pila di carta (ottomila documenti) che i servizi di sicurezza militare, l’ex Sismi, oggi Aise hanno accumulato su fatti che attengono all’esecuzione dei due giornalisti.
    Carte messe sotto chiave negli archivi della Camera a cui sembra essere stato negato l'accesso dall’Agenzia Aise - come rivela un'inchiesta de "Il Manifesto" firmata dai giornalisti Andrea Palladino e Andrea Tornago - che pare "abbia negato l’autorizzazione a un ufficio di Montecitorio che chiedeva la declassificazione dei documenti riservati acquisiti dalla Commissione parlamentare sui rifiuti presieduta da Gaetano Pecorella".
    "E’ fondamentale che queste carte siano rese pubbliche e che ai cittadini sia data la possibilità di sapere" ha affermato sul sito di Articolo21 Domenico D'Amati, legale della famiglia Alpi. "C’è molto da fare e speriamo che tutti gli organi dello Stato collaborino. In primo luogo la Camera dei deputati che deve desecretare questi documenti fondamentali sui traffici dei rifiuti tossici". 
    Per questo, facciamo appello al Presidente della Camera Laura Boldrini, di cui conosciamo e apprezziamo la sensibilità umana e civile, affinché si possa consentire l'accesso ai dossier, per squarciare "il muro di gomma" dei poteri che hanno ostacolato la ricerca della verità.FIRMA LA PETIZIONE




  • martedì 18 marzo 2014

    Pieno sostegno alla rivoluzione siriana!

    Nacho Lavalle (*)

    Parla un dirigente della guerriglia siriana

    Il 29 novembre abbiamo organizzato, in Argentina, una assemblea in appoggio alla rivoluzione siriana con 220 compagni presenti. E' stato un passo importante nella campagna mondiale che stiamo promuovendo dalla Lit-Quarta Internazionale per circondare di solidarietà un popolo che si sollevò tre anni fa contro  una dittatura sanguinaria come quella di Al Assad e l'intervento imperialista che già hanno spezzato migliaia di vite. 
    Il fatto importante in questo caso è stata la visita di Abou Maen che dopo aver svolto incontri ed attività in Svizzera, Spagna, Portogallo e Brasile è arrivato in Argentina. Membro eletto democraticamente del Consiglio Popolare della città di Minbej e comandante della Brigata di Sicurezza della stessa città nella zona liberata. La sua presenza e testimonianza, che ha attraversato fabbriche, università, giornali e conferenze, è una riflessione d'impatto di una  rivoluzione che continua a vivere e si scontra con l'isolamento internazionale. 
    Dalla Lit stiamo nel campo politico e militare della rivoluzione. Vicino alle brigate dell'Els che affrontano l'assedio della dittatura di Assad, appoggiata da Russia, Iraq, Iran, Hezbollah ed innumerevoli gruppi. Contro gli estremisti islamici come Al Qaeda, Al Nusra e la Fratellanza Musulmana che lungi dal combattere il regime, cercano di soffocare la rivoluzione. E risolutamente contro ogni intervento imperialista in Siria, nelle parole di Abou Maen: “Abbiamo dichiarato pubblicamente di affrontare in uguale maniera i soldati nordamericani, del regime o di Al Qaeda,  sono tutti nemici della rivoluzione". 
     
    La sinistra che piace alla destra 
    Da lì lamentiamo insieme a migliaia di combattenti l'astensionismo della sinistra mondiale che volta la schiena a una vera rivoluzione, a un fenomeno di massa. 
    Alcuni, i guevaristi o i chavisti, confondono la dittatura di Assad, da più di 40 anni al potere, con un governo socialista, antimperialista e progressivo. Dimenticano che il petrolio siriano lo estrae Shell, che le ditte costruttrici sono francesi e che non è esistito diritto ad organizzarsi in sindacati, associazioni di studenti o partiti in tutte queste decadi nelle quali ha governato la milionaria famiglia Assad. 
    Altri, con posizioni realmente vergognose, come il Pts [partito argentino, ndt], tentano dai libri  di esigere dalla rivoluzione che compia una "ricetta da manuale", atteggiamento tante volte respinto dai maestri della rivoluzione russa, Lenin e Trotsky. Esigono espropriazioni sotto controllo operaio, ed Abou Maen risponde con  semplicità e profondità: "Nelle zone liberate non possiamo fare funzionare le fabbriche, ogni volta  che esce fumo da un camino il regime bombarda. Abbiamo ricostruito una raffineria due volte, entrambe le volte distrutta. Quello che molti non capiscono è che in Siria non ci sono mai stati sindacati né organizzazioni operaie, oggi in città come Minbej, i granai, le installazioni elettriche e le dighe di sbarramento sono sotto controllo popolare, dei lavoratori". 
    "Con l'inizio della rivoluzione la maggioranza della popolazione rimase senza lavoro, ritornando a  gestire fattorie familiari o a vendere qualcosa per sopravvivere"; "Il Consiglio Popolare lo compongono gli abitanti delle città, operai metallurgici, docenti, venditori. Quando il regime attacca tutti prendiamo le armi, non c'è distinzione tra noi". Così Abou Maen rappresenta la complessa situazione dei lavoratori ed il popolo siriano, che lontano dagli schematismi, ha dato luce, al caldo della rivoluzione alle sue prime federazioni studentesche e unioni di lavoratori. 
     
    La questione delle armi 
    Un'altra polemica, frutto di accuse da parte della dittatura, è quella sulle armi. Da dove le tirano fuori? Li finanzia l'imperialismo? Abou Maen ha risposto con fatti: "nelle prime città che liberammo, combattevamo con molotov ed armi da caccia, fucili principalmente (…) molte armi  le costruiamo noi stessi, il principale ruolo l'hanno i lavoratori metallurgici, fanno mortai, lancia razzi ed un mese fa costruirono il primo carro armato casalingo (... ) via via che si inasprivano gli scontri, molti gruppi dell'esercito siriano ruppero le file per unirsi all'eterogeneo Esercito Libero Siriano, portando con loro le armi (…) la maggioranza delle armi le otteniamo dopo che sconfiggiamo le truppe del regime, qualunque esperto che venisse in Siria saprebbe subito che le armi che possediamo sono state in Siria da molto tempo, non abbiamo M16, M4 né niente di simile  [riferendosi alle armi dell'esercito nordamericano]". 
    Ora tra chi si definisce rivoluzionario c'è una polemica maggiore, bisogna esigere o no le armi dall'imperialismo per affrontare la dittatura? "La peggiore paura nelle città sono gli aeroplani Mig-29, i Sukhoi russi ed i missili Scud, volano a più di 12km di altezza e non c'è modo di abbatterli coi fucili (…) esigiamo armi dal Nord America e da qualunque Paese possa darceli, ma non permetteremo che con esse vengono truppe, vogliamo le armi per lottare per il nostro futuro,  come popolo siriano (... ) se non vogliono che esigiamo armi dal Nord America ci dicano da dove  tirarle fuori, perfino il mercato nero è controllato dall'imperialismo (... ) affrontiamo con fucili e  razzi una dittatura armata fino ai denti con carri armati, aeroplani e missili balistici". 
     
    Sui gruppi religiosi  Abou Maen ha raccontato nella conferenza e in chiacchierate precedenti come i supposti gruppi  "antimperialisti estremisti" in realtà funzionano come quinta colonna dell'esercito del regime. "Al Qaeda, Al Nusra e la Fratellanza Musulmana si dedicano a parassitare le zone liberate, non stanno nel fronte di combattimento contro il regime, si stabiliscono in città come Minbej e cercano di distruggere quello che costruiamo (...) Tentarono innumerevoli volte di attaccare il Consiglio Popolare di Minbej, non possono farlo direttamente perché ci appoggia il popolo, ogni volta che ci provarono rispondemmo con manifestazioni con migliaia di persone in città", "è semplice, a Minbej sventola una bandiera di Al Qaeda di 12 per 6 metri, non fu mai bombardata. 
    La nostra base, invece, senza bandiera e nascosta, fu bombardata decine di volte", "io stesso ed i miei compagni abbiamo subito ordine di cattura e minaccia di morte da Al Qaeda", "noi prospettiamo una Siria democratica, laica e con libertà di culto, di espressione e di stampa, per quel motivo ci vogliono eliminare". Inoltre spiega come le differenze tra le sette sono sfruttate dal regime chi dà il controllo dell'esercito agli Alauiti ma non permette loro di accumulare ricchezze né di uscire dal Paese. Dicono loro "che vogliamo ammazzarli e per quel motivo devono combatterci, ma questa non è una guerra religiosa, è una rivoluzione contro una dittatura". “Nella mia brigata ci sono due cattolici, un alauita ed un sheik, e poi ci siamo noi atei".
     
    La donna nella rivoluzione siriana 
    Uno dei dubbi emersi più volte nelle discussioni e nella conferenza è stato sul ruolo della donna nella rivoluzione siriana. “Non è mai agevole rispondere a questo perché non essendo donna non posso sentire realmente quello che loro sentono", “ci sono brigate composte interamente da donne, la zona di Salahadin è sotto il controllo di una brigata di donne, è una delle più forti ed efficaci di tutto l'Els", "a Minbej affrontiamo il ritardo culturale e l'oppressione alle donne, nessuno si domanda perché in così poche votano al consiglio locale, si domandano perché dovrebbero votare?", “noi pensiamo a come far sì che gli uomini imparino a rispettare le donne a Minbej. Le mettiamo al comando dei compiti centrali di rifornimento, una di esse controlla la somministrazione del grano, ogni volta che gli uomini hanno bisogno di grano per panificare devono accettare le condizioni che lei determina". "Senza dubbio le donne affrontano due rivoluzioni contemporaneamente, una contro il regime ed un'altra contro una cultura che le opprime da secoli". 
     
    Imparando nella pratica 
    Abou Maen ha spiegato come avendo vissuto per anni senza accesso ad esperienze politiche, la rivoluzione ha risvegliato differenti esperienze negli attivisti. "È necessario che si intenda che nessuno di noi ha fatto mai  parte di un partito, di un'associazione studentesca o di un sindacato, prima della rivoluzione non avevamo esperienza politica di nessun tipo." "A Minbej abbiamo provato  differenti forme di organizzazione, oggi quella del Consiglio Popolare, eletto ogni 3 mesi alle urne in maniera democratica, che ha la responsabilità di tutte le decisioni della città" "Sul piano militare, i militari decidono solo gli aspetti tattici, di esecuzione, tutte le altre decisioni le prende il Consiglio popolare perché non crediamo che i militari debbano stare al potere", "le strutture produttive, la diga di sbarramento, il granaio, le installazioni elettriche, le abbiamo poste sotto il controllo dei lavoratori, essi presentano liste e si vota quale sarà quella che dirigerà l'installazione e farà parte del consiglio locale", "quando la Lit è venuta a Minbej ed abbiamo cominicato a conoscere in profondità le opere di Marx, Lenin, Trotsky, Moreno, ci siamo sentiti molto concordi e pensiamo che abbiamo messo in  pratica molto di quello che essi dicono", "in questo giro sto raccontando la realtà siriana che i mezzi di informazione vogliono occultare e sto imparando anche come dobbiamo organizzarci e l'importanza di costruire un partito dei lavoratori  in Siria".
     
    (dicembre 2013)
     
    (*) da Avanzada socialista, periodico del Pstu, sezione argentina della Lit-Quarta Internazionale
     
    (traduzione dallo spagnolo di Mauro Buccheri)

    lunedì 17 marzo 2014

    Incontro con la D.ssa Isabella Mastrobuono direttrice della Asl di Frosinone. Preoccupazione del Comitato Salviamo l'Ospedale di Anagni

    Comitato Salviamo l'Ospedale di Anagni


    Giovedì 13 marzo 2014 si è tenuto un incontro tra le Associazioni di volontariato della Provincia di Frosinone che si occupano di Sanità e il nuovo direttore generale della ASL di Frosinone Prof. Isabella Mastrobuono. Il Presidente della Consulta Francesco Notarcola ha illustrato tutte le criticità della sanità in Ciociaria con la prioritaria necessità di ripristinare la legalità nella gestione della Asl e l’urgenza di attivare tutte le iniziative opportune per un' efficace lotta agli sprechi. Ha ricordato che la tradizione organizzativa e sociale  del territorio provinciale ha sempre considerato 4 punti di riferimento a cui afferiscono i principali servizi tra cui l'Ospedale: Frosinone, Cassino, Sora e Anagni. La Prof. Mastrobuono ha concordato con le valutazioni di Notarcola soprattutto con il giudizio che in questi anni la Asl di Frosinone non è stata governata. Si è dichiarata disponibile a proseguire il dialogo per affrontare più nel dettaglio le questioni poste. Verso la fine della riunione, da parte dei rappresentanti del Comitato Salviamo l'Ospedale di Anagni, è stata sottolineata la carenza del servizio di emergenza che ha nel reparto di Pronto Soccorso del nuovo Ospedale di Frosinone, uno dei punti più critici. E' stato evidenziato che, contrariamente alle aspettative e nonostante la chiusura e il ridimensionamento di numerosi ospedali, il servizio non è migliorato e, rispetto alla situazione del vecchio Umberto I, il nuovo ospedale di Fr non è dotato neanche del pronto soccorso pediatrico, aggravando ulteriormente l'inaccettabile disastrosa situazione di promiscuità che sono costretti a sopportare cittadini di ogni età, sesso, patologie e gravità. Nel caso di Anagni e della zona nord i tagli eccessivi hanno provocato un aumento di mortalità sia per ritardo nei soccorsi, date le caratteristiche del territorio e le distanze,  sia per assenza spesso di personale medico a bordo delle ambulanze, per cui, anche nei casi più gravi, i mezzi si recano prima all'ospedale di Frosinone, Dea di primo livello (privo, ad es., della chirurgia toracica e cerebrale), e poi, i pazienti, vengono dirottati verso ospedali romani più specializzati, perdendo tempo prezioso. Questa situazione si deve soprattutto alla mancanza di oltre 600 posti letto in Ciociaria e,  in particolare, nella zona nord della provincia, a seguito della chiusura dell'ospedale di Anagni. Una situazione completamente illegale in quanto in Ciociaria non sono affatto rispettate le prescrizioni di legge in fatto di Livelli essenziali di assistenza (3,9 posti letto per mille abitanti). La Prof.ssa Mastrobuono ritenendo che il nuovo modello di sanità non deve basarsi più sui posti letto, ha dichiarato che attraverso l'istituzione di quattro  Case della Salute sul territorio provinciale, ci sarebbe una notevole diminuzione dell'affluenza nei P.S. soprattutto riguardo a patologie da codice bianco e verde. Però, ha ammesso la Mastrobuono, il progetto delle Case della salute funziona se vicino esistono degli ospedali di riferimento. Ha fatto il caso della prossima apertura della Casa della Salute di Pontecorvo che avrà sicuro successo proprio perché sorge in prossimità dell'Ospedale di Cassino. A richiesta di precisare meglio le modalità di funzionamento della Casa della Salute ha detto che saranno aperte  per 12 ore al giorno con presenza di medici soprattutto di base. Saranno proprio i medici di base a dover stabilizzare il paziente dove esiste il punto di primo intervento. Negli orari notturni l'assistenza sarà garantita dalla guardia medica e infermieri. Il Comitato ha esternato le proprie perplessità sulle Case della Salute in particolare perché non tutte sono vicine a Ospedali funzionanti e poi perché non assicurano le emergenze. In particolare è stato chiesto alla Prof. Mastrobuono come possa un medico di famiglia operare da rianimatore. La Prof. Mastrobuono ha dichiarato che in Europa i medici di famiglia operano anche come rianimatori e subito dopo ha abbandonato la riunione senza fornire altre risposte ai dubbi che pure sono emersi in abbondanza. Sicuramente uno in particolare è quello sugli anestesisti visto che in Italia esistono due categorie di medici la cui specializzazione per legge non è fungibile, cioè non sostituibile: il medico radiologo e l'anestesista rianimatore.
    Il Comitato Salviamo l'Ospedale di Anagni esprime profonda preoccupazione per come sta peggiorando la situazione dei servizi sanitari nella provincia di Frosinone, la cui azienda ASL è destinata a conferire, suo malgrado, proprie risorse alla sanità privata e alle altre ASL vicine, soprattutto dell'area romana, visti gli oltre 250 milioni di euro di mobilità passiva che annualmente è costretta a pagare per prestazioni che i cittadini ciociari richiedono in strutture sanitarie operanti al di fuori della provincia di Frosinone. Senza l'abolizione delle macroaree sarà difficile recuperare una sanità pubblica degna per la nostra provincia.

    Comitato Salviamo l'Ospedale                                                 
    Per informazioni:  mail:info@dirittoallasalute.com.  telefonare al  n.:  3930723990. 
    Per aggiornamenti:
    www.anagniviva.org
    www.dirittoallasalute.com

    http://anagniscuolafutura.blogspot.it/ 

    Le nostre stime sui risultati del congresso

    Il sindacato è un'altra cosa

    Comunicato del coordinamento nazionale de “Il sindacato è un’altra cosa” – Ottimo risultato per il documento 2 che prende 42.000 voti essendo presente in circa 1/5 della platea congressuale. I dati ufficiosi della partecipazione al voto non hanno riscontro con quanto da noi verificato empiricamente: oltre 650.000 voti non hanno giustificazione. Per questo non certificheremo i risultati finali.
    Visto che – incredibilmente – a congressi provinciali già conclusi, in tutta Italia, mancano ancora i risultati nazionali, diamo noi i nostri risultati elaborati da dati ufficiali che rappresentano oltre il 97% del corpo elettorale della CGIL. Dai dati delle commissioni di garanzia territoriali e regionali emerge che la partecipazione segnerebbe soltanto una leggera flessione rispetto al precedente congresso, mentre noi abbiamo registrato, quasi ovunque siamo stati presenti, una forte caduta rispetto al 2010: secondo i nostri calcoli ci sono almeno 650.000 voti non giustificati e non giustificabili. Per queste ragioni i nostri rappresentanti nelle commissioni di garanzia congressuali ai vari livelli hanno deciso, salvo eccezioni, di non certificare i risultati congressuali e per questo, se non vi saranno novità positive, non verranno certificati neppure da noi a livello nazionale. Questo sarà il primo congresso della CGIL con una certificazione dei risultati decisa a maggioranza. (…)
    LA PARTECIPAZIONE AL VOTO
    La CGIL ha oltre 5.700.000 iscritti e iscritte, ma di questi oltre 1 milione non è stato raggiunto dal congresso. Sottolineiamo la gravità di questo fatto, come se in intere regioni del paese alle elezioni politiche non fossero stati neppure aperti i seggi.
    La platea formalmente coinvolta è di circa 4.680.000 iscritti, tra questi cioè si è svolto formalmente il congresso. Attualmente i votanti registrati sono 1.555.700, potrebbero alla fine essere oltre 1.600.000.
    I congressi si sono svolti in molti casi senza permettere alla minoranza di esercitare i suoi diritti, in diversi casi si sono rilevate sopraffazioni e violazioni che sono state denunciate e che le commissioni di garanzia quasi sempre hanno respinto con assurde motivazioni procedurali; a volte, addirittura, senza neanche motivare. Ci sono casi scandalosi che non intendiamo lasciar cadere. Per questo stiamo raccogliendo un dossier che cresce e che renderemo pubblico nella sua versione completa al congresso nazionale della CGIL.
    Oltre le diffuse violazioni rilevate, emerge però un dato di grande importanza e che colpisce l’intera attendibilità dei risultati: la differenza enorme di partecipazione al voto tra i congressi dove entrambi i relatori dei due documenti erano presente e quelli dove era presente soltanto la maggioranza.
    Dai dati che abbiamo raccolto, i relatori del documento 2 hanno partecipato a circa il 15% delle assemblee di base, per una platea congressuale di riferimento di circa 1.053.000 iscritti, pari al 22,5% della platea complessiva. In queste assemblee la media dei votanti è stata pari al 19,3% degli aventi diritto per un totale di circa 203.300 iscritti. Tra
    questi ci sono anche quelli con procedure che noi abbiamo subìto, con numerosissimi seggi in cui si è votato nelle 48 ore successive allo svolgimento delle assemblee.
    Invece nel restante 85% dei congressi di base, quelli dove non abbiamo partecipato, il tasso di partecipazione al voto quasi si raddoppia. Infatti – secondo i dati ufficializzati dalle commissioni di garanzia territoriali e regionali – in queste assemblee, dove sono stati coinvolti oltre 3.629.000 iscritti, avrebbero votato 1.352.354 iscritti, più del 37% degli aventi diritto. Questo raddoppio della partecipazione media al voto non ha nessuna giustificazione di categoria, di condizione o di territorio, ma ha come unico punto unificante il fatto che si verifica laddove non c’è la presenza e il controllo della minoranza nello svolgimento congressuale. L’aumento ingiustificato e ingiustificabile dei votanti dove noi non ci siamo avviene, certo, in misura molto diversa a seconda della categoria e del territorio, ma avviene ovunque e dà appunto come risultato medio quel raddoppio dei votanti che emerge come dato assurdo. Anche perché come minoranza, non avendo potuto o essendoci stato impedito di partecipare a tutti i congressi, abbiamo scelto di concentrare le nostre forze nelle realtà meglio organizzate e più sindacalizzate.
    Paradossalmente dalla fotografia dei dati ufficiali emerge un ribaltamento della geografia politica normalmente usata in CGIL: le categorie più precarie, che lamentano più dispersione e difficoltà, i territori più deboli hanno un più alto tasso di votanti delle realtà tradizionalmente più forti!
    Cosa sarebbe successo se nei congressi dove non siamo stati presenti avesse votato la stessa percentuale degli altri congressi? Avrebbero votato 700.400 iscritti invece degli oltre 1.352.700. Questo significa che, al netto di tutte le altre nostre contestazioni, ci sono circa 652.000 votanti che non hanno spiegazione e giustificazione statisticamente significativa.
    Va detto che abbiamo chiesto di verificare questa non attendibilità dei dati in tutte le sedi e che ovunque questa verifica ci è stata negata a maggioranza dalle commissioni di garanzia, che si sono perfino rifiutate di ufficializzare il dato della differenza di partecipazione al voto tra i congressi dove eravamo presenti e quelli dove eravamo assenti, dato chiaramente riscontrabile dai verbali congressuali. Nessuna verifica dei verbali è stata possibile laddove abbiamo denunciato il rigonfiamento enorme dei voti.
    I CONSENSI VERI ALLE DUE MOZIONI
    Il nostro documento ha finora raggiunto quasi 42.000 voti, raccolti e certificati uno per uno. Ma quanti sono i voti al documento della maggioranza? Secondo i dati ufficiosi sarebbero oltre 1.500.000. Sulla base di questi dati la percentuale finale del documento “Il sindacato è un’altra cosa” sarebbe del 2,7%.
    Tuttavia, se scomponiamo i voti tra quelli dei congressi dove siamo stati presenti e quelli dove siamo stati assenti, emerge che la quasi totalità dei voti del documento 2 è stata raccolta dove era effettivamente presente un nostro relatore, circa 40.000 su 42.000 voti!
    Come abbiamo visto in questi congressi hanno votato poco più di 200.000 iscritti, quindi, tenendo conto di bianche e nulle, la percentuale del nostro documento è circa del 19,6%. Ricordiamo che in molti congressi di grandi e significative realtà il nostro documento è risultato maggioritario come, soltanto per fare alcuni esempi, alla Same, alla Piaggio, al Corriere della Sera, negli stabilimenti Fiat di Atessa e di Termoli, alle Meccaniche di Mirafiori, all’ospedale S.Orsola di Bologna, in Tiscali a Cagliari, in Fincantieri a Napoli, ai musei di Venezia.
    Sugli altri 1.352.000 votanti nei congressi senza controllo, abbiamo preso poco meno di 2.000 voti, pari allo 0,15%!
    Certo è singolare questo dato schizofrenico: da un lato percentuali di consenso sorprendenti, dall’altro, guarda caso nelle assemblee in cui nessun rappresentante del documento 2 era presente, percentuali da prefisso telefonico.
    Basta però estendere a tutti i votanti la percentuale di partecipazione da noi effettivamente riscontrata nei congressi cui abbiamo partecipato e le cose cambiano. Se infatti ci fosse stata ovunque quella stessa percentuale media di partecipazione, pari al 19,3%, che, lo ripetiamo, tiene già conto delle differenze di categoria e territoriali, i votanti complessivi sarebbero stati circa 903.700, sui quali la nostra percentuale, pur tenendo conto dell’assurdità dei neanche 2.000 voti raccolti nella grande maggioranza dei congressi dove non siamo stati, sarebbe stata del 4,6%
    GLI EMENDAMENTI
    Allo stato attuale non esiste alcun dato nazionale riassuntivo del voto agli emendamenti all’interno del documento di maggioranza e neppure un riscontro sulla partecipazione al voto di essi tra gli iscritti. Sappiamo che sono stati votati, ma non sappiamo dove e quanto.
    CONCLUSIONI
    Ci sono circa 652.000 voti privi di alcuna giustificazione che, se verrà confermato il rifiuto della maggioranza di procedere a qualsiasi verifica, non possiamo che considerare falsi.
    Il nostro documento senza questi voti sfiora il 5% su tutta la CGIL, ma raggiunge il quasi il 20 % nei congressi dove abbiamo potuto essere presenti e controllare il voto. Se si considera che questi congressi sono meno di un quarto della platea totale, si intuiscono le potenzialità che il documento esprime e quale sarebbe stato l’esito del congresso se ovunque ci fossero state democrazia, trasparenza e parità di condizioni.
    L’assenza di queste tre condizioni nel percorso congressuale ci porta quindi a non riconoscere i risultati del voto con la certificazione e a considerare ancora una volta decisiva la lotta per la riforma democratica della CGIL e di tutto il sindacato.
    È ovvio che alla luce di questa esperienza la consultazione decisa dal direttivo nazionale sul Testo Unico sulla rappresentanza, che ha ancora minori regole di trasparenza e democrazia del congresso, per noi non ha alcuna credibilità e validità.
    Il coordinamento nazionale de Il sindacato è un’altra cosa
    TABELLE RIASSUNTIVE (voti non ancora completi)
    Iscritti CGIL: 5.712.642 (relativi al 2012)
    Platea coinvolta: 4.682.705
    Votanti ufficiosi: 1.555.700.
    A – Votanti dove è presente il documento 2: 203.346 – Percentuale sulla platea pari al 19,3%
    B – Votanti dove è assente Il documento 2: 1.352.354 – Percentuale sulla platea pari al 37,3%
    Votanti in più dove il documento 2 è assente: 651.938 – Percentuale su 1.352.724 pari al 48,2%, su 3.629.096 pari al 17,9%
    Percentuale di presenza del documento 2 alle assemblee sul totale degli iscritti coinvolti: 22,5%
    Voti raccolti dal documento 2: 41.345. Percentuale sui voti ufficiosi pari al 2,7%
    Voti raccolti dal documento 2 dove è stato presente: 39.980. Percentuale sui voti, al netto di bianche e nulle, pari al 19,6%
    Voti raccolti dal documento 2 dove è assente: 1.365. Percentuale sui voti pari allo 0,15%
    Percentuale del documento 2 se B partecipa come A (cioè se la partecipazione fosse stata ovunque come quella che abbiamo constatato dove siamo stati presenti): 4,6%

    LAZIO: VINCONO L'ACQUA PUBBLICA E LA PARTECIPAZIONE

    Approvata la prima legge in Italia per la gestione pubblica e partecipata dell’acqua, presentata da cittadini e comuni. 
    Dopo la straordinaria vittoria referendaria di giugno 2011, dopo un percorso durato due anni che ha intrecciato le esperienze dei comitati e di numerosi comuni del Lazio, dopo 12 mesi di pressioni sul Governo Regionale, oggi, 17 marzo, finalmente, è stata approvata all’unanimità la proposta di Legge popolare n°31, per la gestione pubblica e partecipata del servizio idrico nella Regione Lazio.

    Una legge che recepisce i risultati referendari, a partire dalla definizione di servizio idrico come servizio di interesse generale da gestire senza finalità di lucro, fino al fondo stanziato per incoraggiare la ripubblicizzazione delle gestioni in essere. Una legge che rimette al centro finalmente gli enti locali, delineando gli ambiti territoriali ottimali sulla base dei bacini idrografici e dando la possibilità ai comuni di organizzarsi in consorzi e di affidare il servizio anche ad enti di diritto pubblico, tutelando al contempo la partecipazione delle comunità locali nella gestione di questo bene fondamentale, anche rispetto alle generazioni future.

    Una discussione in Aula Consiliare niente affatto semplice che, in prima seduta,  si è protratta fino a tarda notte, per essere poi aggiornata a questa mattina.  Decisiva è stata la costante presenza di rappresentanti dei comitati e degli enti locali che hanno contribuito a sventare i tentativi di ostruzionismo e di modifica dei principi cardine della legge.
    Una pressione dal basso che assolutamente non dovrà attenuarsi nei prossimi mesi, quando a livello regionale dovranno essere elaborati atti legislativi fondamentali , quali la legge sugli ambiti di bacino idrografico e la nuova convenzione di cooperazione tipo. Saranno queste infatti le prossime occasioni per applicare concretamente i principi contenuti nella legge approvata oggi e di  valorizzare gli spazi di partecipazione da questa aperti.  Nel frattempo ci si aspetta che, coerentemente alla legge approvata, venga salvaguardata la libertà di quei comuni del Lazio che rischiano il passaggio forzato al gestore dell’ATO di riferimento pur volendo gestire il servizio in autonomia. Unico neo della discussione odierna è stato, infatti, il poco coraggio della maggioranza nell’affermare con chiarezza tale principio.
    Oggi quindi si festeggia  insieme a tutti gli altri comitati che, in altrettante regioni, stanno lavorando per l'approvazione di testi di legge analoghi.
    L'auspicio è che, a partire dal Lazio, si inneschi finalmente una reazione a catena che veda i governi regionali rispettare la volontà dei cittadini e il diritto all'acqua, proprio in un momento in cui questo viene nuovamente minacciato dal vento privatizzatore che soffia dal governo.
    Frosinone, 17/03/14
    Coordinamento Acqua Pubblica Frosinone

    del Coordinamento regionale acqua pubblica Lazio

    domenica 16 marzo 2014

    Con il III appuntamento de "ll lavoro rende liberi" si conclude il primo ciclo di seminari dell'Osservatorio Peppino Impastato.

    Luciano Granieri, Osservatorio Peppino Impastato di Frosinone


    Sabato 8 marzo si è concluso il primo ciclo dei seminari organizzati dall’Osservatorio Peppino Impastato e dalla scuola di Formazione sociale e politica Don Gallo. Dopo gli incontri relativi alla “storia delle Mafie e del movimento antimafia”, è giunto a conclusione anche il seminario “Il reddito rende liberi”.  Lasceremo passare qualche settimana di intervallo poi  il ciclo dei seminari riprenderà con due appuntamenti, sempre distribuiti su più incontri. Il primo tratterà delle modalità  di lettura dei bilanci delle amministrazioni locali, il secondo porrà l’attenzione alle dinamiche di partecipazione politica dei cittadini e alle forme di rappresentanza. Traendo un primo bilancio, non possiamo che ritenerci soddisfatti. Il gradimento di questa forma divulgativa, ma anche di confronto e condivisione, è stato tale che alcuni istituti scolastici, di Sora ci hanno invitato a replicare i seminari presso le loro sedi.  Tutto ciò ci incoraggia a proseguire in questa attività con rinnovato slancio e passione.

    Di seguito pubblichiamo, oltre che il filmato proiettato nel corso del 3° appuntamento del “Il reddito rende liberi” , anche alcune considerazioni finali del sottoscritto, relatore del corso, in merito alle questioni affrontate nel corso dei tre incontri.



    Siamo arrivati alla fine del viaggio che ci ha accompagnato  nei  tempi e nei  luoghi dei complessi equilibri sociali createsi nelle società occidentali dalla rivoluzione Francese ad oggi. Lo studio delle diverse forme di sostegno al reddito e più in generale dei diversi sistemi di welfare, ha rivelato come sia stato sempre difficile mantenere in equilibrio  il rapporto fra acquisizione della ricchezza e assicurazione dei diritti sociali. Il principale degli  elementi regolatori di questi equilibri,  il lavoro, dopo le aspettative che le innovazioni ideologiche della rivoluzione Francese e gli stravolgimenti produttivi successivi alla rivoluzione industriale inglese, avevano suscitato presso le civiltà occidentali,  ha continuato ad essere strumento di controllo sociale. Nonostante quanto scritto   nella diverse  Costituzioni poste a fondamento degli ordinamenti civili dei vari Stati, il lavoro non è mai riuscito ad assurgere a elemento distintivo di appartenenza alla collettività. Non si è mai realizzato, attraverso l’accesso all’occupazione, una piena liberazione dell’individuo dal ricatto del bisogno. Anche la nascita del welfare probabilmente si è realizzata più come forma del controllo del dissenso  di quella parte di popolazione indigente, che non come elemento di lotta alla povertà. Fortunatamente filosofia, scienze umane e antropologiche, hanno modificato nel corso della storia questo strumento, da mero controllo delle classi più deboli, a vero e proprio strumento di liberazione civile e sociale. La formulazione del reddito di cittadinanza, incondizionato, destinato a tutti i cittadini,   inteso cioè  come dividendo sociale, ossia come diritto di ogni cittadino a godere del frutto dell’attività condivisa della propria comunità di appartenenza, è apparso per lo più utopistico, ma come abbiamo dimostrato, non solo economisti e eminenti personalità del mondo accademico hanno fornito prove concrete sulla sua applicabilità, ma forme molto vicine alla sua organizzazione sono presenti in Francia, Germania e Inghilterra. Abbiamo analizzato la differenza fra il reddito di cittadinanza e il reddito minimo garantito. Questo, a differenza del primo, si applica solo  a chi ha perso il lavoro o non è in grado di lavorare per motivi avulsi dalla propria volontà. La discussione sulla legittimazione morale di una misura che consenta a chiunque di percepire un reddito non legato a dinamiche del lavoro è complessa e variegata. Abbiamo illustrato le diverse posizioni di economisti in merito. Dalla discussione si può dedurre che in realtà le difficoltà all’applicazione di un reddito incondizionato sono più legate a caratteri culturali che economici. I programmi di tutela sociale espressi dalla Germania dalla Francia e dall’Inghilterra,   anche dalla regione Trentino , infatti, mostrano che con una diversa organizzazione della spesa è possibile sostenere una forma di reddito di cittadinanza. E’ proprio sull’organizzazione dello Stato Sociale che emerge l’estrema inadeguatezza delle nostre, quasi inesistenti, misure di welfare. Anche su questo abbiamo fornito esempi concreti di come è possibile, con una diversa ripartizione delle entrate fiscali, fra previdenziali, generali, e locali, reperire risorse da indirizzare al consolidamento delle tutele sociali. E’ fuori dubbio che un programma del genere deve partire necessariamente dalla rinegoziazione del debito pubblico e dalla ridefinizione dei trattati europei. Nel senso di promuovere il rispetto della carta dei diritti europea, più che il Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea che, secondo noi, va totalmente abolito. Infatti proprio dal lato dell’inclusione sociale, è dal 1992 che la Comunità europea esorta gli stati membri a dotarsi di strumenti di sostegno al reddito. Esortazione che l’Italia ha sempre ignorato a differenza delle prescrizioni di carattere economico che invece sono state puntualmente adottate, rendendo ancora più crudi gli effetti della crisi. La conclusione che ho  tratto nel redigere questa dispensa e nell’animare le discussioni durante gli  incontri che abbiamo avuto nella divulgazione di questo seminario, è la seguente. Noam Chomsky ha detto: Se aiuto i poveri con l’elemosina, mi apprezzano come benefattore, se mi batto contro la povertà  mi danno del comunista. La mia idea ricalca un po’ questa espressione di Chomsky. E’ indubbiamente più urgente concentrarsi sulla crisi del lavoro, spendere ogni energia per risolvere una crisi occupazionale che comunque deve passare per una nuova e diversa definizione del rapporto fra lavoratore-detentore dei mezzi di produzione,  attore della speculazione finanziaria. Ma è di tutta evidenza che questa azione richiede tempi lunghi e sforzi immani. E’ necessario sicuramente combattere affinchè i poveri flagellati dalla disoccupazione siano sempre meno. Ma disgraziatamente l’attuale emergenza sociale non può aspettare. E’ dunque ineludibile la questione sull’opportunità di un sostegno al reddito. Sono convinto che l’impegno per la buona e piena occupazione, unito  alla definizione di  un welfare che preveda un reddito di cittadinanza, sia possibile, a patto di rovesciare completamente l’attuale quadro che privilegia le accumulazioni da speculazione finanziaria alla ricchezza prodotta dal lavoro. Ignoro quando e come ciò potrà avverarsi, ma la speranza comincia sin dalle discussioni nate attorno a questo seminario.



      

    Togliere la vita, creare la morte.

    Samantha Comizzoli

    Il mostro ha tanti modi di mostrarsi, oggi ne ho conosciuto un altro. Sono stata nella Jordan Vally, precisamente nella valle di Maleh. Per arrivare qui ho passato un checkpoint particolare perchè è la vera e propria “porta d'ingresso” all'intera zona. Israle con gli accordi di Oslo ha chiuso tutta la valle denominandola “firing zone”, zona militare.
    Qui ci vivono più di 400 famiglie da trecento anni. Attualmente ci sono 400 bambini.
    Queste famiglie, trentacinque anni fa, si sono viste sorgere sui propri campi coltivati 7 basi militari e 6 insediamenti illegali. Uno di questi insediamenti è un contenitore di criminali israeliani pericolosi (non oso nemmeno immaginare).
    Nel contempo, sempre 35 anni fa, israele gli ha tolto il loro corso naturale d'acqua. Loro avevano costruito un sistema per portare l'acqua nelle varie zone della valle, con le pietre, antico. Ora non c'è più un goccio d'acqua. Vivono senza corrente elettrica. Non hanno più nulla.
    Ma ecco il peggio..... Essendo una firing zone tutte le settimane a queste famiglie viene notificato l'ordine di sgombero perchè ci saranno esercitazioni militari, ma loro rimangono. Tutte le settimane arrivano i bulldozer e gli distruggono tutto, ma loro ricostruiscono tutto. Tutte le settimane l'esercito esegue esercitazioni militari, ma loro resistono. Due bambini sono esplosi perchè mentre camminavano hanno calpestato una bomba.
    Le persone che vivono qui sono in completa armonia con la terra e con gli animali che vivono liberi. Sembra il paradiso, ma in realtà è un inferno.
    Israele qui ha confiscato tutto: acqua, case, tende, auto, trattori e animali. Due cammelli, pecore, capre, cani, mucche. All'uomo con il quale sto parlando hanno confiscato le mucche, lui si è rivolto al tribunale, ma il tribunale è israeliano..... La sentenza è stata che se rivuole le sue mucche deve pagare (400 shekel per mucca che è pari al prezzo di vendita). Le sue mucche ora sono assieme ai cammelli e agli altri animali confiscati (rubati) in una specie di prigione per animali vicino a Gerico.
    Sopra alle loro teste passano i fili della corrente elettrica per le basi militari e gli insediamenti, per chi vive qui da 300 anni non c'è nemmeno una candela. Il letto del fiume è solo un ammasso di sassi e qualche pozza d'acqua piovana. Mi imbatto in uno scheletro d'animale, è per me la miglior rappresentazione di ciò che crea israele.
    Lungo la strada ci sono dei blocchi di cemento con scritto “firing zone” e “forbidden”. Sui sassi più grandi lungo la strada principale hanno dipinto la bandiera israeliana. Chiedo all'uomo: “cosa succede se ci mettiamo a dipingergli sopra la bandiera palestinese?”. Mi risponde che in 5 minuti dalle torrette ci sparerebbero.
    Arriva il service per tornare a Tubas, ho lo stomaco in una morsa. Vorrei tornare lì con qualcosa per quei 400 bambini perchè non hanno nulla, nessun gioco, nulla.
    L'uomo mi dice che siamo sempre i benvenuti (io spero di tornarci con qualche gioco per i bimbi) e poi mi dice: “noi non chiediamo soldi, non chiediamo strutture, non chiediamo strade o ponti, vogliamo solo la nostra libertà, vogliamo solo quello che già avevamo, vogliamo vivere a casa nostra, con i nostri orti e con i nostri animali”.

    A questo articolo allego le foto degli animali di una famiglia che ora è metà nelle tende e metà in un antico albergo di origine turca e le contrappongo alle foto di ciò che crea il mostro.


    Foto : Samantha Comizzoli
    Clip a cura di Luciano Granieri.