Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

mercoledì 17 maggio 2017

La battaglia di Caracas: il potere popolare e la guerra non convenzionale

Militant blog collettivo politico comunista


Da qualche mese l’esercito degli Stati Uniti sta preparando un’inedita esercitazione militare in Brasile, con il pieno appoggio del presidente Michel Temer, subentrato a Dilma Rousseff dopo un golpe istituzionale lo scorso agosto. Con il significativo slogan di “America Unida”, il prossimo novembre le forze armate statunitensi mostreranno i muscoli, e coordineranno unità speciali dell’esercito peruviano e colombiano in territorio brasiliano. L’esercitazione si svolgerà nella città di Tabatinga, non lontano dal confine con la Bolivia (dove lo scorso 17 agosto Evo Morales ha inaugurato la prima scuola militare antimperialista latinoamericana) e a poca distanza dal Venezuela[1]. Dopo la smilitarizzazione delle Farc-Ep in Colombia (la più grande organizzazione guerrigliera nel paese e un possibile alleato della resistenza popolare venezuelana in caso di conflitto militare), gli Stati Uniti approfittano del momento di crisi del blocco progressista latinoamericano per riprendere il controllo militare dell’area. In quest’ottica, il ritorno di governi neoliberisti in paesi come il Brasile e l’Argentina ha infatti riaperto la strada all’utilizzo delle forze armate ufficiali in territorio latinoamericano, che così potranno supportare il lavoro sporco realizzato da attori “non convenzionali” già attivi nello smembramento della resistenza popolare del “continente rebelde” (come le organizzazioni paramilitari e il narcotraffico). Dopo la “decada ganada” (il decennio vinto) della sinistra latinoamericana, il sistema capitalista ha bisogno dell’appoggio dello Stato nordamericano per eliminare fisicamente le forze politiche che si oppongono alla sottomissione dell’intero continente. Non per niente, l’imperialismo può essere definito come la fusione tra la logica intrinsecamente espansiva del sistema economico capitalista e l’azione politico-militare di uno Stato, o un blocco di Stati, volta a supportare questa espansione.
Oggi il Venezuela bolivariano e socialista rappresenta la più grande forza di resistenza contro l’egemonia neoliberista in America Latina, e per questo soffre un martellante assedio nazionale e internazionale, portato avanti dagli Stati Uniti con l’appoggio dell’Unione Europea. Un’aggressione in piena regola, che non ha ancora visto il dispiego di forze armate ufficiali, ma sì una complessa articolazione di vecchie e nuove tecniche imperiali di destabilizzazione, al cui centro c’è una strategia mediatica volta a terrorizzare la popolazione e preparare il terreno per un’eventuale radicalizzazione dell’azione di ingerenza straniera. Purtroppo, infatti, così come valse per Cuba più di cinquant’anni fa, l’incessante e astuta campagna del latifondo mediatico contro il Venezuela non solo è riuscita nell’intento di mettere il processo bolivariano in cattiva luce con la “società civile” globale, ma ha anche confuso ancora di più le idee alla sinistra occidentale: giacché, vista la scomparsa di reali spazi di costruzione politica internazionalista, anche la sinistra anticapitalista spesso conosce gli avvenimenti latinoamericani solamente attraverso le narrazioni mediatiche o materiale prodotto in ambito accademico.
Così, mentre negli Stati Uniti progetti di crowfounding lanciati da “associazioni della società civile” supportano economicamente i “guarimberos” (gruppi paramilitari di destra in Venezuela)[2], in Italia persino alcuni siti indipendenti e di movimento abboccano alle tesi di una fantasiosa “insorgenza popolare contro la dittatura”, affascinati dall’estetica del ribelle costruita attorno alle mobilitazioni della destra, oltre che da visioni accademiche che in America Latina non hanno alcun peso nell’attuale dibattito dei movimenti.
Infatti, proprio il coordinamento continentale dei movimenti popolari, Alba Movimientos[3] (con il Movimento Sem Terra brasiliano in prima fila) si sta rivelando, insieme al governo boliviano e a quello cubano, il più attivo difensore del processo bolivariano in questo momento difficilissimo. Dietro al tentativo di Golpe in Venezuela si celano infatti interessi molto più grandi, decisivi per l’alterazione delle correlazione di forze a livello continentale, e chissà mondiale.
Per comprendere il perché, a livello geopolitico, il Venezuela bolivariano rappresenta una minaccia per gli Stati Uniti e i suoi alleati nella regione, occorre analizzare ciò che accade dentro i confini del paese sudamericano. Infatti, come c’insegna il marxismo, c’è sempre una relazione dialettica tra la posizione che uno Stato prende nello scacchiere internazionale e le dinamiche di classe che si svolgono al suo interno. È dunque impossibile spiegare in termini puramente geopolitici il perché dell’inconciliabilità tra le parti nel conflitto tra il processo bolivariano e la restaurazione neoliberista; bisogna addentrarsi nella materialità dell’infuocata lotta di classe che imperversa nel paese, in cui il chavismo (inteso come corrente politica) gioca ancora il ruolo cruciale di vettore unificante delle classi popolari e dei soggetti subalterni.
Infatti, come spiega il giovane militante del movimento delle Comunas Marco Teruggi, la questione non è mai stata Chávez o non Chávez, così come oggi non è Maduro o non Maduro: nel processo bolivariano il governo non è che il fulcro di un’unione civico-militare, cui forza più importante si è però rivelata la capacità d’organizzazione e di mobilitazione permanente delle organizzazioni territoriali e di base. Effettivamente, il chavismo è uno dei processi “più ricchi e radicali della storia politica contemporanea” proprio per la sua capacità di essere un “movimento di movimenti”, fondato sull’attivazione sociale e la responsabilizzazione politica dei settori popolari, di una variegata composizione di soggetti sociali tradizionalmente esclusi dalle dinamiche politiche, quelli che Frantz Fanon definì i “dannati della terra”[4].
Ovviamente, questo non significa sminuire l’importanza del blocco rivoluzionario che guida gran parte del potere costituito, e in generale delle dinamiche istituzionali; infatti, senza un’egemonia rivoluzionaria nelle forze militari con molta probabilità in Venezuela già sarebbe avvenuto un Golpe di Stato come nel Cile di Salvador Allende. Detto ciò, nel paradigma bolivariano, è stato e continua ad essere il potere popolare e costituente il motore delle trasformazioni sociali, e il nucleo più duro della resistenza all’aggressione imperialista in atto. D’altronde, nonostante il blocco socialista abbia conseguito (ripetutamente) la maggioranza alle elezioni, in Venezuela la lotta di classe non si è mai affievolita, anzi si è forse acuita con il processo bolivariano. A differenza di Cuba, dove successivamente al trionfo della rivoluzione le ricche famiglie latifondiste si rifugiarono a Miami, in Venezuela la borghesia (forte anche dell’insegnamento cubano) ha iniziato fin da subito una strategia di destabilizzazione e logoramento del processo socialista, appoggiandosi a una larga schiera di alleati internazionali. Fino ad arrivare allo scenario attuale, quello di una vera e propria guerra non convenzionale di ultima generazione, che non è pero ancora riuscita a normalizzare (in senso capitalista) il paese.
Per fronteggiare le strategie reazionarie, fin dalle prime fasi del processo bolivariano, la sinistra venezuelana ha lavorato nella costruzione di un vero e proprio apparato politico alternativo (e a tratti antagonista) all’infrastruttura statale borghese ereditata dalla Rivoluzione. Da questa intuizione nasce la concettualizzazione e la creazione delle Comunas, istanze territoriali di autogoverno, che dovrebbero essere (perché ancora non lo sono) le unità fondamentali, oltre che il principale soggetto propulsore, del progetto rivoluzionario. Al di là del fallimento (sino ad ora) nella consecuzione di una trasformazione dello Stato borghese in senso socialista comunale, resta però la forza accumulata attorno un’immensa trama di organizzazioni popolari e di realtà territoriali. Stiamo parlando di quasi 1500 Comunas, collettivi e realtà autogestite, movimenti indigeni, di donne, di studenti, di giovani, che ancora conformano il nucleo duro del fronte rivoluzionario in Venezuela, forgiato –dal basso – grazie alla politicizzazione e alla presa di coscienza di ampi settori sociali.
In altri termini, con il governo di Chávez, il processo socialista ha saputo coniugare la strategia leninista di “presa del potere” statale con la costruzione (gramsciana) del potere popolare, tessendo una complessa trama di relazioni politiche ed economiche orientate alla trasformazione dei rapporti di classe. Questo perché, come spiegava magistralmente Chávez, la necessità di un coordinamento centrale (quindi di un’avanguardia) per portare avanti in maniera efficace ed efficiente il processo, non ha mai soppiantato un protagonismo democratico e partecipativo delle masse al progetto rivoluzionario. Così, la lotta di classe in Venezuela ha assunto una forma (per forza) diversa dalle rivoluzioni avvenute nel ventesimo secolo, in cui il soggetto politico non è conformato da un partito, un sindacato e un movimento, ma (come già accennato) da un “movimento di movimenti” capace di agire creativamente sia sul piano istituzionale che sociale per conquistare il potere politico.
Proprio negli spazi di costruzione politica aperti da questo protagonismo democratico e partecipativo va ricercata l’essenza del potere costituente di un nuovo ordine socialista in Venezuela. Ovviamente, queste spinte dal basso del potere popolare sono entrate spesso in un conflitto dialettico anche con parte del potere costituito chavista. Lo scorso febbraio, per esempio, un’organizzazione comunitaria di base ha occupato una tenuta abbandonata, rivelatasi poi di proprietà di un ex sindaco e militare chavista[5]. Le organizzazioni vi ci hanno ricostruito un tessuto economico territoriale e rurale, imponendo il loro progetto anche ad alcune parti della dirigenza del PSUV (Partido Socialista Unido de Venezuela). Spiace per chi si spaventa di fronte a contraddizioni del genere, ma la ricchezza del processo chavista sono anche queste “tensioni creative”. La forza più grande del processo bolivariano radica nell’intelligenza politica del potere popolare, in grado di serrare i ranghi di fronte alle mobilitazioni delle classi alte, e allo stesso tempo di costruire una dialettica costruttiva dentro il blocco socialista, partendo però dal rifiuto di qualsiasi ipotesi di frammentazione del variegato fronte rivoluzionario.
Questo spiega perché, di fronte alla complessità dello scenario attuale, il presidente Nicolás Maduro ha convocato “la classe operaia e il popolo” a formare una nuova Assemblea Nazionale Costituente, che dovrà ampliare e migliorare la Costituzione (riscritta con il governo di Chávez), mediante un processo pensato per essere il più partecipativo e inclusivo possibile. Tra gli obiettivi principali dell’Assemblea Nazionale Costituente ci sarà la costruzione di un nuovo modello economico post-petrolifero, e la consolidazione delle Comuni come entità di autogoverno, garantendogli potere decisionale vincolante con un’apposita legge costituzionale: due questioni cruciali da cui dipende il futuro del processo bolivariano.
Vista la complessità della situazione, e con il potere economico ancora saldamente in mano della borghesia, l’esito della strategia è ovviamente incerto. Intanto, resta il dato di fatto che, ancora una volta, nel suo momento più difficile, il chavismo, punta sul protagonismo popolare e sugli spazi di democrazia diretta per sconfiggere il piano golpista della destra. D’altronde, il potere popolare non è solamente partecipazione a livello territoriale e sociale. Al contrario, nel suo sviluppo arriva ad aprire canali di partecipazione popolare anche nei temi più importanti e complessi della vita politica di un paese. Di fatto, come ben spiega il giornalista argentino Marcelo Colussi: “Il potere popolare è democrazia reale, diretta, effettiva, partecipativa del popolo sovrano, non solo per occuparsi di problemi pratici ma anche per definire e controllare la messa in atto di macro-politiche a livello nazionale e, persino, internazionale.”
Arrivati a questo punto, lo scenario sembra essere il seguente. Da una parte le grandi potenze occidentali, Stati Uniti in primis, insieme all’Unione Europea o l’Organizzazione degli Stati Americani, che appoggiano economicamente, politicamente e soprattutto mediaticamente una destra, quella venezuelana, così buffamente frammentata da non riuscire a portare avanti nemmeno un dialogo istituzionale. Dall’altra, il chavismo, un “movimento di movimenti” fortemente logorato dalla guerra economica, dal golpe permanente, dal terrorismo mediatico e dalle grandi contraddizioni interne, che però può fare ancora leva su quell’impressionante trama popolare di organizzazioni sociali e politiche, capace di inondare di magliette e cappelli rossi le più grandi avenidas del paese.
Lo scontro di classe è già cruento, ma con molta probabilità si acuirà nei prossimi tempi, giacché la destra ha rifiutato e continua a rifiutare qualsiasi richiamo al dialogo e alla pace. I tempi stringono e la posta in gioco è altissima. Sul piano nazionale, le carte in gioco sembrano ormai scoperte, anche se da un momento all’altro la violenza fascista potrebbe rovesciare il tavolo; negli ultimi giorni si sono intensificati gli omicidi di attivisti e militanti del potere popolare. Sul piano internazionale, la socialdemocrazia e la destra si sono unite globalmente contro il governo di Maduro. Qualche giorno fa, a Madrid, la polizia spagnola ha lasciato prendere d’assalto l’ambasciata venezuelana da una folla inferocita inneggiante al dittatore Franco[6]. Spetta quindi alla sinistra anticapitalista mobilitarsi a difesa del legittimo governo di Maduro, contro il consumarsi di un nuovo golpe in America Latina. La complessità della situazione venezuelana e le contraddizioni del processo bolivariano non possono certo essere motivo di silenzio di fronte all’ennesima prepotenza contro i popoli latinoamericani. Il potere popolare in Venezuela fa scuola.

Bari, contestato il G7

Salvo de Lorenzo, Pdac Bari

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In un'atmosfera surreale, con una città blindata da oltre 5000 poliziotti armati sino ai denti, droni che sorvolavano la città, cecchini posizionati sui tetti delle abitazioni, un centro completamente blindato, la normale vita cittadina paralizzata da controlli di polizia e carabinieri a ogni angolo di strada, si è svolto a Bari il G7 economia e finanze, con la presenza dei 7 ministri economici dei 7 tra i Paesi capitalistici più ricchi e la partecipazione dei vertici della Bce e del Fmi.
L'apparato repressivo dello Stato aveva peraltro già preventivamente avviato, un mese or sono, una campagna di intimidazione contro gli attivisti del variegato arcipelago dell'estrema sinistra barese, attraverso i fogli di via ai compagni che avevano contribuito all'esperienza di socializzazione di Villa Roth, proseguendo poi con una serie di operazioni di fermo nei punti nevralgici del mondo dei centri sociali. Nello stesso periodo venivano eseguite una serie di operazioni repressive contro i No Tap del Salento. Con l'approssimarsi del summit sono stati infine i lacché della borghesia in servizio presso i giornali e le televisioni locali e nazionali, ad alimentare ad arte il  clima di terrore, con una campagna mediatica tutta tesa ad indicare l'arrivo dei fantomatici black block in città. L'obiettivo non dichiarato era chiaramente uno ed uno solo: tenere le masse lontane dai posti dove si discutono modelli di sviluppo sociale alternativi all'attuale e folle sistema di produzione dei beni materiali.
In questo clima di tensione, la partecipazione di diverse centinaia di manifestanti al corteo contro il G7, seppur rappresentando in valore assoluto un numero relativamente modesto, costituisce un successo del comitato organizzatore, costituito dai centri sociali e da Alternativa Comunista, unica forza partitica massicciamente presente sia ai tanti presidi che si sono svolti nei vari quartieri popolari della città che al corteo del 13 maggio.
Il corteo del 13 maggio si è svolto in un clima di grande vivacità e partecipazione cosciente, al grido dello slogan “ammin'abbasc' u g7” (buttiamo giù il G7), e la partecipazione di esponenti del fronte di lotta “No Austerity”, dei Cobas, dei comitati “No Tap”, del sindacato Cib-Unicobas dell'università di Bari e di varie altre realtà di lotta, associative e sindacali provenienti da tutta la Puglia.
Se, in una fase di arretramento, si è riusciti a tenere botta al terrorismo psicologico dell'ideologia dominante, è anche grazie all'enorme lavoro organizzativo dell'evento da parte del partito di Alternativa Comunista, che si è speso in una impegnativa campagna contro-informativa, sia sugli organi di informazione locali e nazionali, sia attraverso il volantinaggio sulle fabbriche e nei luoghi di lavoro.
La critica del sistema capitalistico e le parole d'ordine dei rivoluzionari
E' compito dei rivoluzionari quello di indicare alle masse, attraverso la semplice descrizione dei fatti, le ragioni profonde della crisi del sistema capitalistico. In tal senso il Partito di Alternativa Comunista è intervenuto al corteo ricordando la rapina sociale perpetrata ai danni dei lavoratori, dei precari, dei disoccupati, dei pensionati da parte degli Stati capitalistici che si riunivano a Bari. Ricordando in particolare gli oltre 760 miliardi di euro di soldi dei lavoratori versati dai governi borghesi italiani negli ultimi dieci al sistema delle banche, sotto forma di pagamento dei soli interessi sul debito pubblico e sottratti ai salari, alle pensioni, alla sanità e alla scuola pubblica. E ricordando l'aggressione ai diritti dei lavoratori da parte del governo Renzi, attraverso l'abolizione dell'articolo 18 e l'introduzione del jobs-act.
Ma è anche compito dei rivoluzionari spiegare ai lavoratori le ragioni delle loro attuali sconfitte. E le ragioni, come spiegato al corteo, sono nel tradimento da parte di quelle organizzazioni sindacali e partitiche cui i lavoratori si erano rivolti per tutelare i loro interessi, dalle grandi organizzazioni sindacali confederali sino a quei partiti riformisti (Sel) e socialdemocratici (Rifondazione Comunista) che, da un lato, continuano indegnamente a fregiarsi ancora dei simboli nobili del movimento operaio e, dall'altro, continuano ad appoggiare quei governi, come il governo Tsipras, responsabile di operazioni di massacro sociale nella vicina Grecia a tutela degli interessi del sistema capitalistico.
E infine è compito dei rivoluzionari quello di indicare alla classe lavoratrice qual è la direzione di uscita da questo disastro. E Alternativa Comunista, ricordando che non esistono forme di conciliazione con il capitale, ha indicato le misure transitorie necessarie all'uscita dalla crisi: abolizione del debito pubblico; nazionalizzazione delle banche sotto il controllo dei lavoratori; esproprio delle fabbriche che licenziano, senza indennizzo per i padroni e gestione della produzione sotto controllo operaio; uscita dalla Nato, braccio armato dell'imperialismo e, infine, la prospettiva della costruzione degli Stati Uniti Socialisti d'Europa.
Invertire la rotta è possibile, ma per far questo è necessaria l'unità della classe lavoratrice. E' necessario lavorare a  superare le divisioni tra i sindacati conflittuali più combattivi e indire uno sciopero generale del mondo del lavoro che unisca le infinite vertenze sparse in tutta Italia, da Almaviva ad Alitalia, dagli operai della logistica sino ai braccianti di colore di Rignano Garganico, dai precari della scuola a quelli dell'università, dagli operai della Natuzzi a quelli della Bridgestone, seguendo l'esempio della classe operaia brasiliana.
Solo l'unione internazionale dei lavoratori può sconfiggere il governo mondiale del capitale.

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martedì 16 maggio 2017

Frosinone, elezioni comunali. Per la vittoria finale non c'è storia.

Luciano Granieri


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Riformisti, piddisti, pentastellisti,  macchinisti, fuochisti, civici di ogni ordine e grado, rassegnatevi. Anche in queste elezioni l’esagerato sindaco uscente vi asfalterà senza appello. 

E’  pura follia  osare  contrastare un candidato sostenuto dalla mano di Dio.  Come pensate, riformisti, tendisti, piddisti, pentastellisti,  di battere un primo cittadino  che  ha trasformato i debiti in carrettate di soldi, così come Gesù trasformò l’acqua in vino?  

E’ secondo voi solo minimamente ipotizzabile superare uno statista esagerato che,  in cinque anni di consilatura, non solo è riuscito a rigenerare  il malsano PM10 in aria salubre, ma a sanificare  l’intera Valle del Sacco? Lo ha certificato, senza tema di smentita, l’attuale ministra della salute Beatrice  Lorenzin nel corso di una corroborante   visita in quella che una volta era denominata la “Seveso del Sud”. 

Ma la lista dei miracoli non finisce qui. Un inutile progetto di parco, quello delle fontanelle, si è trasformato in lauto finanziamento per lo stadio, così come la struttura geodetica per l’UNITALSI si è dissolta nelle tribune della nuova Arena dei Leoni Giallazzurri.  

Alcuni  vecchietti cui il comune pagava parte della retta presso le case di riposo, finiranno i loro giorni abbarbicati sulla balaustra del ponte Bailey. Tanto ci pensa la mano di Dio a proteggere “lo moderno cavalcone militare”.  

Senza contare che il nostro ha dalla sua parte anche la matematica. L’imponente esercito di truppe cammellate, raccolto in nove liste, conta ben 281 legionari, compresi diversi mercenari soffiati alla concorrenza. Ogni ascaro, al soldo del latinista podestà, potrà contare, fra parenti, amici, e amici degli amici,  su un minimo di 30 voti per un totale che supererà abbondantemente gli ottomila consensi. Certo molti fra i 281 saranno degli utili idioti, buoni solo per portare acqua al mulino del sindaco uscente-entrante. 

Ma al condottiero azzeccagarbugli che non si può dire di no. Perché  sempre e comunque l’importante è esagerare.

  

Marxismo moderno e primato della legge

Mario Zorzetto


Un grande merito del pensiero di Carlo Marx  contro la sregolatezza del capitalismo è la sua teoria del plusvalore che nasce dallo sfruttamento delle classi che producono ricchezza senza riceverla in corrispondente misura, argomento sempre attuale, moderno che è stato motivo storico rivoluzionario  prima, e poi alla base delle conflittualità sindacali con il capitalismo e i grandi capitalisti anche quando  politicamente le democrazie hanno mostrato di evolversi in forme più mature qual è il nostro costituzionalismo parlamentare.  Senza entrare in merito alle responsabilità delle forze politiche e sindacali che, vicine politicamente alla classe operaia, non hanno saputo dare alla stessa gli strumenti utili e necessari per la rimodulazione della distribuzione della ricchezza prodotta da plusvalore, è un fatto che l’affermarsi della democrazia parlamentare costituzionale, fondata sulla Carta Costituzionale,  ha sancito il primato della politica e dell’autonomia politica sulla economia affidando ai governi e al parlamento il destino dello sviluppo economico del Paese. Negli anni più recenti, dal 1993 ad oggi almeno, il sistema di rappresentanza di questi partiti ha mostrato sempre più evidenti limiti, distacco dall’osservanza dei principi costituzionali (vedi sentenze della Corte) e lontananza dai problemi reali del Paese, incapacità di proteggere l’economia nazionale  e di rispondere alla grave sfida rappresentata dalla globalizzazione economica senza regole e dallo sviluppo della speculazione finanziaria a danno dei risparmiatori. La globalizzazione ha generato un incremento degli scambi e della concorrenza sul costo del lavoro con mercati in cui esistono condizioni di “schiavitù moderna”, (definibile come il possesso o il controllo di una persona privata dei propri diritti con l'intenzione di sfruttamento) ed esportato questo modello nel mondo del lavoro interno tramite l’illegalità d’impresa ed evasione  fiscale (un immenso mercato sommerso). Il sistema dei partiti al governo ha incrementato  nello stesso tempo il suo intreccio con il mondo affaristico e finanziario, con il commercio internazionale e con la globalizzazione dei mercati, perdendo in  quote di autonomia politica, in immagine della classe politica, autorevolezza e qualità della legge (legiferazione “populista”). Se in essi, tramite i suoi membri più corrotti, si rafforza l’intreccio tra affari e politica, va da se che  premiata è  la natura “privatistica e affaristica” del contenuto delle leggi. Non vi sarà l’intento di migliorare la progressività fiscale e i diritti sociali,  e se  possibile, nelle riforme istituzionali ed elettorali,  si lascerà sterilizzare i principi costituzionali di sovranità popolare e di solidarietà sociale per avvantaggiare il proprio potere. Il problema è quindi sempre quello di  salvaguardare l’autonomia politica delle istituzioni democratiche dello Stato per mezzo di una  autorevole classe politica attenta ai principi politici costituzionali ,  autonoma (indipendente per interesse generale) nelle decisioni politiche  da prendere verso le realtà economiche e gli interessi delle singole categorie  e settori economici, bancari inclusi, contro le leggi ad personam e i conflitti di interesse. Il sistema (non si tratta di un singolo partito) appare difficilmente riformabile dalle forze organizzate nei più grandi partiti tradizionali  ed anche l’azione  delle  frammentate forze minoritarie della sinistra appare incapace di arginare il fenomeno e a volte ancorata a modelli e linguaggi passati. Appare quindi necessaria, come è stato nel referendum, l’azione riformatrice di cittadini organizzati e indipendenti, singoli o riuniti in comitati, che si sentono democratici (fattore culturale essenziale) e lottano per la costruzione della democrazia costituzionale (per renderla più “partecipativa” e dare voce e potere alle minoranze escluse e più “diretta” con una base più ampia di iscritti che condividono ed approvano ciascuna proposta politica o la scelta dei candidati locali e nazionali alle elezioni. Sentirsi democratici per la Costituzione , essere privi temporaneamente di tessera  e incarichi di partito, limitati nei mandati ricevibili e rispettosi della Costituzione costituirebbero requisiti di idoneità per essere nominati candidati nelle liste della nuova Associazione e per operare con metodo democratico nell’interesse generale del Paese .
Il metodo democratico è il metodo costituzionale adottato da un Parlamento eletto con legge proporzionale e senza premio ai partiti. Per 47 anni la nostra Repubblica ha legiferato con esso. Non  è dunque una novità e fu proposto, senza successo,  anche ai partiti da un maestro costituente, Costantino Mortati.. Nella seduta dell’Assemblea del 22 maggio 1947, egli cercò di imporlo, senza successo, nell’organizzazione interna e nell’azione diretta alla determinazione della politica nazionale» (La Costituzione della Repubblica nei lavori preparatori dell’Assemblea Costituente, Camera dei deputati, III, Roma, 1970, p. 4159). In quella stessa seduta Moro, intervenendo a favore dell’emendamento Mortati, sostenne la proposta di costituzionalizzare il vincolo democratico interno, sulla base della considerazione che «se non vi è una base di democrazia interna, i partiti non potrebbero trasfondere indirizzo democratico nell’ambito della vita politica del Paese» (La Costituzione, cit., p. 4164). Esso si fonda sul principio  della rappresentanza di eletti e quindi pone il problema della qualità e requisiti perché essa sia  la migliore possibile A pieno sostegno della proposta di Mortati e dell’intervento di A. Moro, e con impegno di lavorare con metodo democratico, si può concepire la Associazione (delle forze politiche aderenti e non rappresentate, e associazioni civiche e dei comitati a difesa dei principi costituzionali ) come un movimento di cittadini rispettosi della Costituzione che non hanno nel loro Statuto un Segretario politico (il Capo) ma un Collegio Scientifico di illustri cultori e politici (talvolta nominati o criticati come “professoroni”) che stimola, promuove e discute le proposte politiche, e le approva con la maggior partecipazione attuabile di suoi iscritti, incluse legge elettorale e modifiche costituzionali del sistema  parlamentare in un ottica di trasformazione del Parlamento in “rappresentanza mista” in cui  essi possano avere un ruolo rilevante di contrappeso politico alle oligarchie di partito, incuranti di attuare la Costituzione o ad essa avversa per atti e patti incostituzionali concepiti per spartirsi  il potere .
…C’è bisogno di una nuova rappresentanza politica che ripudi la concezione della politica del partito  unico vincitore e del suo governo, e che diffondi cultura politica nel Paese lavorando con metodo democratico (quello voluto da Mortati per i partiti e nella Costituzione dai Costituenti) e orientata a trasfondere indirizzo democratico nella vita politica. Una rappresentanza convinta che la  buona legge elettorale è quella che non assicura a nessuno di essere il giorno dopo le elezioni vincitori unici per premio o per magia di meccanismi elettorali  .. ma che obblighi il partito più votato  a confrontarsi con le altre forze politiche per fare un programma di governo.. Perché non fare  un referendum demoscopico con questo quesito: “nella legge elettorale ritieni giusto che il tuo voto dovrebbe pesare come quello di un altro cittadino elettore?”. L’unico premio permesso (comunque piccolo) potrebbe essere necessario per la governabilità solo nel caso di due coalizioni e in una situazione di bipolarismo (naturale o forzato, che non è quella attuale), negli altri casi si deve richiedere (ai partiti) quello che abbiamo chiesto nella Petizione:cultura democratica. La democrazia rappresentativa non si fonda in generale su un vincitore di premio e su un partito unico, anzi ripudia questa possibilità ed evenienza, richiedendo solo che vincitrice sia la legge che è approvata con principio maggioritario da un  Parlamento eletto secondo Costituzione e nell’interesse generale e secondo regolamenti di vita parlamentare. Lo stravolgimento democratico della rappresentanza dovuto ad una “disonesta” legge elettorale ricade inevitabilmente in tutti i contenuti delle leggi delle future legislature. La buona governabilità dipende dalla capacità di fare un buon programma di politica nazionale e questo non dipende dalla legge elettorale, ma dalla sensibilità, responsabilità e capacità politica dei governanti, a bocce ferme e giocando in un Parlamento eletto in modo costituzionale (art.1,3=uguali davanti la legge elettorale,48). Di questo il Popolo italiano dovrebbe essere informato con campagne di cultura politica ad hoc in  cui diffondere i principi secondo cui la sovranità politica è sovranità collettiva del Popolo. Non è un caso che i dem, fuoriusciti da Renzi e dal suo PDR, si siano dati per nome Art.1 …I  nostri documenti politici dovrebbero dare questa riflessione, questo messaggio ai cittadini unito a quello della  solidarietà per ridurre le disuguaglianze economiche (con soluzioni di ridistribuzione della ricchezza sia strutturali (modifica aliquote irpef) che straordinarie, una tantum).

Vergognose dichiarazioni del ministro Lorenzin sulla Valle del Sacco

Ufficio Stampa del Deputato Luca Frusone Movimento 5 Stelle

BELLINCAMPI E FRUSONE (M5S) LE DICHIARAZIONI DELLA LORENZIN SULLA VALLE DEL SACCO DURANTE LA PRESENTAZIONE DI UNA LISTA A SUPPORTO DEL SINDACO USCENTE SONO STATE VERGOGNOSE, MA NESSUNO HA REPLICATO

“Le parole pronunciate dal Ministro della Salute Lorenzin sulla Valle del Sacco sono vergognose. Affermare che al ministero non risulta alcun allarme sanitario riguardo questa zona, significa smentire i dati epidemiologici raccolti dal nuovo rapporto di “Sorveglianza sanitaria ed epidemiologica della popolazione residente in prossimità del fiume Sacco” identificato come “rapporto tecnico delle attività 2013-2015” del Dipartimento Epidemiologia e Prevenzione Lazio che afferma che “La contaminazione del fiume Sacco rimane un disastro ambientale di proporzioni notevoli che ha comportato una contaminazione umana di sostanze organiche persistenti considerate tossiche dalle organizzazioni internazionali.” La situazione nella nostra Valle è drammatica, ne è a conoscenza persino l’Europa che ci multerà pesantemente perché non si sta facendo nulla per la bonifica, ed è vergognoso che un ministro della salute faccia tali dichiarazioni, pregne di superficialità e ignoranza. Ho per questo deciso di scriverle, allegandole tutti i dati, le interrogazioni, ma soprattutto le testimonianze della nostra popolazione, che da questo governo, ne è l’ennesima conferma, è totalmente inascoltata.” – a dichiararlo è il Deputato 5 Stelle Frusone che lascia la parola al candidato sindaco Bellincampi – “Quello su cui vorrei porre l’attenzione è che la Lorenzin ha fatto una serie di dichiarazioni sconcertanti durante la presentazione di una lista a supporto del sindaco uscente e nessuno è stato capace di smentire quella serie di menzogne, come ad esempio quella sull’attivazione del registro tumori regionale, tale strumento infatti proposto dal MoVimento 5 Stelle ben 2 anni fa, se pur approvato all’unanimità da tutti i gruppi politici, non è stato ancora finanziato. Da quanto denunciato dal nostro consigliere Barillari, il Presidente Zingaretti non ha mai voluto trovare i 100mila euro necessari per far partire realmente il registro tumori a livello regionale. Non si tratta di chissà quanti soldi, c’è di mezzo la salute delle persone, ma a quanto pare al PD non interessa. Concludo dicendo che è grave che Ottaviani non abbia in qualche modo detto nulla sulle dichiarazioni della Lorenzin, ma d’altronde il sindaco uscente non si è mai particolarmente interessato delle problematiche ambientali.”

domenica 14 maggio 2017

Si scrive legalità, si legge deserto sociale

Coordinamento regionale Acqua Pubblica Lazio




Sono passati tre mesi dal primo sgombero e tre giorni dall'ultimo ... 

Un breve racconto di quanto avvenuto.
Per chi l’ha visto e per chi non c’era e per chi quel giorno lì inseguiva una sua chimera.


Sono 13 anni che chiediamo una soluzione definitiva attraverso l'attuazione della delibera di Consiglio Comunale 40/04 (tuttora vigente) che prevede lo spostamento delle realtà del Rialto all'ex autoparco dei Vigili Urbani di Via delle Mura Portuensi.
Questa è la soluzione che abbiamo sottoposto da oltre due mesi e mezzo anche a questa Amministrazione, sin dopo il primo sgombero del 16 febbraio scorso.
Ma, in esatta continuità con quelle passate, non ha mai inteso prenderla realmente in considerazione.

Ci teniamo a ribadire che la soluzione esiste ed è sotto gli occhi di tutti:
- nulla osta a completare l'iter procedurale e amministrativo di detta delibera avendo già superato i vari passaggi della Conferenza dei Servizi;
- l'Amministrazione Comunale negli anni ha già acquisito i progetti, ha utilizzato soldi pubblici a tal fine ed il mancato completamento dell'opera configura un sicuro danno erariale;
- la ricollocazione delle realtà del Rialto è, dunque, un atto approvato dal Consiglio Comunale e ora necessita solo della volontà politica della Giunta di attuarla;

Il vero danno erariale per il Comune sta proprio nella mancata attuazione di questa delibera e non negli affitti degli spazi sociali che, tra l'altro, laddove fossimo stati messi nelle condizioni, non ci saremo sottratti dal corrispondere.

Ma veramente qualcuno pensa di ridurre lo sgombero di uno spazio come il Rialto e della sede del Forum dei Movimenti per l'Acqua al mancato saldo di un affitto?
La questione è ben più complessa e negli ultimi mesi gli sgomberi a Roma sono stati un incubo che ha toccato centinaia di realtà.

La banalizzazione che sta costruendo l'Amministrazione, trincerandosi dietro il semplice ripristino della legalità, è preoccupante.

Parafrasando un nostro caro slogan referendario potremo dire: si scrive la legalità, si legge deserto sociale.

Il confronto con l'amministrazione è stato avviato all'indomani del primo sgombero e in quell'occasione l'Ass.re Mazzillo e il suo staff si erano presi l'impegno di approfondire i termini dell'attuazione della delibera 40/04.
"Pochi giorni e vi riconvochiamo": questo era stato l'impegno assunto in quell'occasione.

Il 24 febbraio le catene che avevano chiuso il Rialto vengono spezzate e questo spazio viene restituito alla città.

Poi per due mesi, nonostante le nostre reiterate richieste d'incontro, silenzio più assoluto. La risposta dell'Amministrazione è sempre la stessa: "stiamo ancora studiando".

All'improvviso, qualche giorno prima di Pasqua, ci giunge notizia fondata di un nuovo sgombero. 
Richiediamo con urgenza un incontro allo staff dell'Assessore che inizialmente viene negato e infine concesso per sfinimento.
Dopo due mesi ci viene comunicato che ancora non si ha la più pallida idea sul come e se la delibera sia attuabile.
Due mesi persi, gettati al vento come nella migliore tradizione italica!

In cambio ci vengono "offerti" dei locali del tutto inaccettabili. 
Principalmente per due ragioni:
- non garantiscono la possibilità di ricollocazione unitaria delle associazioni ora presenti al Rialto, facendo così venir meno il riconoscimento politico dell'insieme del Rialto e dello spazio sociale in sé, del suo percorso e quindi delle attività che lì vengono svolte in sinergia;
- i locali hanno come finalità di utilizzo l'emergenza abitativa e nessuna delle realtà del Rialto ha intenzione di sottrarre casa a chi ne ha fortemente bisogno, soprattutto alla luce della drammatica situazione degli sfratti che, procedendo incessantemente, vanno ad aggravare un'emergenza abitativa atavica.

Abbiamo sempre ribadito di essere disponibili a soluzioni transitorie nel momento in cui viene individuata la soluzione definitiva attraverso atti formali (delibera di Giunta e protocollo d'intesa).
Altrimenti non si capisce perché definire transitorio qualcosa che evidentemente non lo è.
Per usare una metafora: abbiamo segnalato a più riprese che non sussistono problemi da parte nostra ad accettare soluzioni ponte e quindi uscire dal Rialto, purchè siano ben definite le due sponde del guado.

Nel frattempo il 18 aprile la Corte dei Conti si è pronunciata dichiarando nullo il danno erariale e non esigibili i canoni di mercato sul patrimonio indisponibile facendo venire meno le motivazioni alla base delle riacquisizioni degli immobili da parte del Comune.

Continuiamo per giorni a richiedere un nuovo incontro e a segnalare allo staff dell'Ass.re Mazzillo la necessità di una risposta chiara su tutto ciò.

Sabato 6 maggio 10.000 persone scendono in piazza, attraversano il centro di Roma per arrivare sotto al Campidoglio e ribadiscono anche alla Giunta Raggi che "Roma non si vende"!

L'8 maggio, all'improvviso sul sito di Roma Capitale, compare un avviso di bando finalizzato alla concessione di un immobile per lo svolgimento di attività sul tema dell'acqua e dei beni comuni.

Un bando cucito su misura del Forum Acqua che identificando l'oggetto nel solo tema dell'acqua e dei beni comuni cancella la pluralità degli ambiti su cui intervengono da anni le realtà presenti al Rialto. 

Ci domandiamo che differenza passa tra questo bando e le pratiche politiche che hanno portato a Mafia Capitale?

Un bando che non è neanche tale fino in fondo in quanto si tratta di un avviso e infatti si afferma "La documentazione del bando di gara per l’assegnazione dell’immobile, in concessione in comodato d’uso gratuito, verrà definita solo al perfezionamento delle procedure di acquisizione e della effettiva disponibilità del bene confiscato e, pertanto, la presente procedura non è vincolante per questa Amministrazione."

Un bando che svela il trucco: l'immobile non è ancora nell'effettiva disponibilità del Comune ma evidentemente c'era fretta di provare a costruirsi un'alibi in previsione dell'imminente sgombero che, guarda caso, avviene il giorno successivo alla sua pubblicazione.

Il 9 maggio, infatti, veniamo svegliati all'alba dalle telefonate delle forze dell'ordine che stavano sgomberando il Rialto. 
L'Ass.re Mazzillo dichiara soddisfatto che si tratta di un atto dovuto volto al ripristino della legalità. 
Giustizia è fatta!

L'ennesima goccia che fa traboccare il vaso.
Ci sottraiamo convintamente a questo ricatto, a questo tentativo di corruzione e intendiamo denunciarlo con forza.

Ora l'amministrazione può addurre mille altre scuse per lo sgombero, dall'ingiunzione di un fantomatico tribunale (quale, quando, a che titolo, per quali reati?) al rischio crollo dell'immobile. 
In questi anni, mesi, settimane e giorni non è mai stato notificato nulla, ne a noi ne all'Amministrazione. 

Chiunque ha un minimo di onestà intellettuale sa che si tratta solo di un ulteriore tentativo volto a rafforzare l'alibi.

Tutto ciò conferma che l'Amministrazione 5 Stelle di Roma sta compiendo una svolta reazionaria tinta di nero il cui unico obiettivo è accreditarsi con il sistema, dimostrare ai poteri forti di essere affidabile, così da candidarsi a governare il paese intero nel 2018.
Purtroppo, la strada intrapresa è quella giusta, poco importa se nel frattempo la legalità sarà trasformata in un simulacro, la trasparenza in opacità, il cambiamento in continuità, la comunità in solitudine competitiva, la città in un deserto sociale.

Il Rialto e il Forum dell'Acqua sono solo piccoli intralci nel cammino verso il potere, quello vero.

Colleferro, per la chiusura della discarica dove sono i soldi del post mortem?

Rete per la Tutela della Valle del Sacco



La discarica di Colle Fagiolara a Colleferro (Rm) è tornata agli onori delle cronache grazie alla proposta, da parte della sindaca di Roma Virginia Raggi, di utilizzarla per lo smaltimento dei rifiuti della capitale. A parte la confusione su chi abbia la proprietà –non la gestione- del sito attributo erroneamente alla regione mentre è del comune di Colleferro, questa dichiarazione crea ulteriori pesanti interrogativi sul suo futuro.

Cerchiamo allora di fare chiarezza laddove possibile o quanto meno cerchiamo di individuare i punti più controversi.

La discarica ha ottenuto parere positivo al rinnovo dell’Autorizzazione Integrale Ambientale (AIA), parere valido fino al 2022. Il fatto desta allarme poiché appare in contraddizione con le ripetute dichiarazioni di chiusura nel 2019 da parte delle istituzioni tra cui il sindaco di Colleferro, e come ribadito da diversi sindaci dei paesi limitrofi prima e dopo la notizia di rinnovo AIA. Noi vorremmo tanto credere a queste rassicurazioni ma ci sono diversi punti che non ci fanno stare tranquilli.

Una questione in particolare vorremmo che fosse chiarita, dirimente per la chiusura della discarica: dove sono i fondi per la gestione post-operativa del sito, il cosiddetto post mortem?

Per chiudere questo tipo di impianti, infatti, sono necessari importanti risorse finanziarie per gestire le operazioni di messa in sicurezza, manutenzione, sorveglianza e controllo per il periodo in cui può comportare rischi per l’ambiente secondo il Decreto Legislativo 36/2003, solitamente per trent’anni e a carico del gestore.   

La cifra necessaria non è indifferente e per legge deve essere accantonata durante tutta la vita attiva della discarica, attraverso una parte della tariffa pagata per il conferimento, fino ad oggi per i siti nella regione Lazio pari a 13,95 euro per ogni tonnellata di rifiuti sversati.
Il soggetto che deve provvedere all’accantonamento della somma per il post mortem è il gestore, nel caso di Colleferro il Consorzio Gaia fino al 2007 successivamente l’Amministrazione straordinaria del Consorzio Gaia fino al 31 luglio 2013, infine Lazio Ambiente S.p.A. di proprietà della Regione Lazio.

Stiamo parlando di cifre importanti, circa 29 milioni di euro, secondo la nota integrativa allegata al bilancio 2015 della società; ma questi soldi sono stati accantonati realmente? Pare proprio di no e pare anche che il problema fosse noto già da molto tempo. 

Nel resoconto stenografico della seduta del 14 maggio 2009 della Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti, il commissario straordinario del Consorzio Gaia, Andrea Lolli, dichiarava: “Nello stesso momento, ci siamo dovuti porre un altro problema: la discarica al servizio dei 44 comuni, quella di Colle Fagiolara a Colleferro, era esaurita. Inoltre, non erano state accantonate le risorse per il capping e per la gestione post mortem. Abbiamo verificato che vi era una condizione estremamente positiva per chiedere un riordino della discarica, in quanto la stessa era attraversata da due linee elettriche e la « calata » ne impediva il riempimento; lo spostamento delle linee avrebbe permesso un recupero molto importante di cubatura, senza aumentare il perimetro e l’altezza della discarica, anzi avvalendosi di tutte le infrastrutture già realizzate per il controllo della stessa. Ci siamo immediatamente attivati con TERNA per chiedere lo spostamento delle linee elettriche, così avremmo avuto a disposizione nel nostro territorio e nel territorio laziale circa due milioni di metri cubi di possibilità di smaltimento di rifiuti in discarica. Abbiamo, quindi, elaborato il progetto e chiesto l’autorizzazione integrale ambientale; sempre il giorno 8 maggio 2009 – giorno da festeggiare, quindi – finalmente abbiamo ottenuto l’autorizzazione. Siamo riusciti, perciò, a incrementare il patrimonio della società, avendo la possibilità di trasferire all’assuntore l’autorizzazione al completamento di questa discarica e anche il modo per reperire le risorse per far fronte al capping della discarica e alla gestione post mortem”.

Per inciso, il dott. Lolli con la sua ipotesi avrebbe ventilato l’ampliamento della discarica di 1.700.000 tonnellate, poi ottenuta come “riordino”, garantendone di fatto la vita per parecchi anni e per trovare i soldi per chiuderla!

Nella relazione sulla gestione relativa al bilancio al 31.12.2013, Lazio Ambiente specifica: ”Infine tra i fondi del passivo il bilancio accoglie l’accantonamento della quota di tariffa di conferimento in discarica, pari a 13,95€ per tonnellata, destinata al finanziamento della gestione post mortem ai sensi del D.lgs 36/2003 e l’accantonamento per le spese future relative al Capping della discarica”.

Lazio Ambiente SpA ne chiede conto anche nella relazione di gestione allegata all’ultimo bilancio pubblicato, quello del 2015: “Tanto più che -come ampiamente noto al Socio [ndr la regione Lazio]- allo stato, la Società non dispone delle garanzie finanziarie necessarie per garantire la fase di chiusura e gestione post operativa della discarica. Questo in quanto, come confermato dalla perizia di valutazione degli asset aziendali ex Agensel [ndr ex gestore della discarica di proprietà del Consorzio Gaia] veniva evidenziato che, a fronte di un accantonamento presente in bilancio per € 26 ML di euro, non corrispondeva una reale disponibilità finanziaria”.

In pratica si dichiara che Lazio Ambiente SpA ha acquistato sapendo che i fondi non erano stati accantonati, non è dato sapere se questa mancanza si è protratta nelle precedenti gestioni e in che misura. Ulteriore gravità è che il Consorzio Gaia SpA era partecipato dai Comuni e che l’Amministrazione straordinaria successiva era stata ammessa con Decreto del Ministero dello Sviluppo Economico. Entrambi a conoscenza della situazione? 

L’unico accantonamento economico certo o quantomeno dichiarato al momento è quello di Lazio Ambiente che, durante la sua gestione, ha aperto un conto corrente dedicato su cui ha accumulato la cifra dovuta, poca cosa rispetto a quanto servirà.

La situazione è talmente ingarbugliata che anche Lazio Ambiente, tramite il suo socio la regione Lazio, ha chiesto un parere alla Corte dei Conti, come si evince da quanto riportato nella nota integrativa sempre allegata al bilancio 2015: “il fondo ereditato dalle precedenti gestioni è pari a € 26.234.350 ed oggetto di quesito, attraverso la regione Lazio alla Corte dei Conti circa la legittimità della provvista, da parte di questa Società”. Vista la situazione la domanda è d’obbligo: è stata avanzata la richiesta alla Corte dei Conti e quali sono i tempi di risposta?

Stando ai fatti, però, il Consorzio Gaia non esiste più, l’Amministrazione Straordinaria dello stesso Consorzio con Decreto del Tribunale fallimentare di Velletri il 3 maggio del 2016 ha cessato l’esercizio d’impresa; Lazio Ambiente SpA ha notoriamente le casse disastrate e il socio Regione Lazio ha stanziato nell’ultimo bilancio di previsione relativo al 2017-2019 solo i fondi finalizzati al light revamping degli inceneritori.

Tra l’altro Lazio Ambiente SpA nell’ultimo bilancio disponibile ripropone come soluzione quella dello spostamento dei tralicci, idea già del Dott. Lolli, al fine di avere a disposizione volumetrie utili per ricavarne il necessario e coprire il buco del post mortem. Sarebbe bene che l’attuale Dirigenza imparasse a far di conto in quanto con il costo attuale di conferimento presso la discarica di Colleferro per coprire la mancanza di accantonamento del post mortem bisognerebbe conferire circa 350.000 tonnellate di rifiuti entro il 2019, intesa come data di chiusura e senza avere nessuna spesa, inverosimile e mai accaduto in tutti questi anni di funzionamento del sito, figuriamoci oggi che la raccolta differenziata nei Comuni sta iniziando a prendere piede.

In sostanza, allo stato attuale non esistono garanzie finanziarie sufficienti per chiudere la discarica e sinceramente non crediamo che esista una società assicuratrice che stipuli una polizza fidejussoria così rischiosa, stante la situazione economica di Lazio Ambiente. In riferimento alla DGR 239/2009 “Criteri generali per la prestazione delle garanzie finanziarie conseguenti al rilascio delle autorizzazioni all’esercizio delle operazioni di smaltimento e recupero” – Allegato 1 (Documento Tecnico) – punto 6.2.1, come pensa Lazio Ambiente di rispondere all’AIA con le garanzie necessarie nel termine di 90 giorni a partire dal 4 aprile 2017?

Senza garanzie finanziarie la Regione Lazio, socio unico di maggioranza della società attuale gestore della discarica, potrebbe anche diffidare dall’utilizzo ulteriore di questo impianto o addirittura decretarne la chiusura definitiva (art. 29-decies comma 9 della L. 152/2006, sostituito dal DLGS 46/2014).

Siamo giunti alla resa dei conti ed è necessario e dovuto un chiarimento pubblico sulla questione da parte delle autorità competenti che ci auguriamo abbiano già trovato una soluzione al problema.

Ci auguriamo inoltre che altri soggetti interessati si attivino con tutti i mezzi per chiedere di far luce sulla vicenda.