Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

giovedì 2 maggio 2019

Primo maggio, una routine senza memoria.

Luciano Granieri

Ceccano  1 maggio 2019. Deposizione di Rose per commemorare i morti sul lavoro.



Dopo il 25 aprile viene il primo maggio. 

Coraggio eroi penta leghisti siamo al “due”  la vostra sofferenza è finta.  Voi che non avete nè storia (se non una  revisionista e fascista riscrittura né di destra, né di sinistra, come voi amate dire)  né memoria,  soffrite maledettamente quando la storia, quella vera,  fa riemergere certe conquiste  sociali e civili    ottenute  grazie a lotte  dure, cruente  ma condivise. Mi riferisco alla  liberazione del 1945 e la manifestazione di Chicago del 1 maggio 1867 in cui si festeggiava l’ottenimento delle otto ore lavorative giornaliere. Chi  condivide solo i ricordi su  Facebook cosa volete ne sappia della memoria storica? 

A dire il vero la ricorrenza del primo maggio comincia ad essere una sofferenza anche per chi come me contrappone i valori socialisti e comunisti  alla criminalità fascista e liberista .  Una sofferenza causata dal fatto che  questa data, con il procedere degli anni,  si è ridotta    più a  commemorare  caduti su  cantieri  e  fabbriche,  anziché festeggiare il lavoro come promozione della dignità umana.  Non è un caso che nella mattinata del  primo maggio scorso eravamo a Ceccano  con l’ANPI a deporre  rose sulla stele che ricorda i morti ceccanesi  sul lavoro .  Nel pomeriggio doverosa è stata  la partecipazione   ad Isola del Liri   alla presentazione del libro di  Paolo Ceccano “Il 1° Maggio a sinistra del fiume Liri , storie del corteo di Isola Liri”. Un prezioso  volume di  testimonianze fotografiche e di storie dei cortei del 1 maggio tenuti nel passato  in quella che veniva definita la Manchester d’ Italia. 

Commemorazione delle vittime  e memoria del bel tempo che fu, a  questo è ridotto il primo maggio? 

 Neanche il concertone di Piazza San Giovanni è più lo stesso.  A farla da padrone il rap, stile musicale di lotta per autonomasia è vero, ma oggi  reso innocuo dal   business. Però in fondo è meglio così. Anche questa ipocrisia è giusto che finisca. La kermesse organizzata dal CGIL, CISL e UIL, inizia nel 1990. 

Già 6 anni prima il protocollo Scotti aveva introdotto i contratti a termine. Iniziava l’era della riduzione del costo e   della dignità del lavoro. Il clamore del primo concertone organizzato dalla "triplice"  non scongiurò la legge del giugno ’90 sulla limitazione del diritto di sciopero. Nel 1996 i Modena City Ramblers, che dal palco cantavano Contessa, non impedirono a CGIL CISL e UIL di sponsorizzare l’accordo per il lavoro redatto il 24 settembre dello stesso anno. Il viatico definitivo all’approvazione del pacchetto  Treu del giugno  1997  in cui la dignità dei lavoratori, attraverso  l’introduzione del lavoro interinale, l’estensione dei contratti a termine e di formazione lavoro, venne  completamente svenduta ai padroni. A questa seguì  la privatizzazione del collocamento e il predominio della chiamata individuale su quella numerica. 

Dopo  la mega manifestazione contro l’abolizione dell’articolo 18 indetta da Cofferati nel marzo del 2002,  gli stessi sindacati si fecero turlupinare dal governo Berlusconi con la legge Biagi in cui, grazie alla modifica che rendeva legale e libero il trasferimento del ramo d’azienda e l’ammissibilità della somministrazione della mano d’opera,  le grandi aziende poterono eludere le tutele dell’art.18 formando tante piccole attività con meno di 15 dipendenti  cui l’obbilgo di reintegro per licenziamento ingiusto non era applicabile. 

Nel 2011 mentre Neri Marcorè  guidava dal palco di San Giovanni la pattuglia dei cantanti resistenti, CGIL, CISL e UIL nulla avevano da obiettare  al  decreto Sacconi che sanciva, di fatto, la fine del contratto collettivo dei lavoratori. Nella normativa  era prevista    la possibilità per le aziende di stipulare accordi  in deroga avendo mano libera su temi come licenziamento,  modalità di assunzione e disciplina del rapporto di lavoro  -con  ampia libertà di ricorrere  alle collaborazioni coordinate  continuative  e a progetto- 

 Nel  2012   irrompe la legge Fornero che elimina la causale obbligatoria per le aziende che intendono ricorrere ai  contratti a tempo determinato per la  durata di un anno.  Normativa resa ancora più penalizzante  dal ministro renziano  Poletti e , ad oggi, leggermente mitigata da Di Maio con  il decreto dignità  che reinserisce la causala solo dopo il primo anno di precariato . Per non parlare del jobs act.   La resa definitiva dei lavoratori alle imprese  decretata dal governo Renzi.

L’abolizione totale delle tutele dell’art.18, per altro bollata come incostituzionali dalla Consulta, non ha smosso minimamente Cisl e Uil, mentre la Cgil ha rinunciato alla protesta di piazza  imbarcandosi nella vicenda del referendum abrogativo del jobs act. Un quesito referendario  scritto talmente male da essere rigettato dalla Corte Costituzionale lasciando i lavoratori senza lotta né giustizia sociale . 

Questi signori, i riformisti e il corporativismo sindacale loro sodale, ancora al 1 maggio 2019 continuano a lamentare la perdita di dignità del lavoro , le inesistenti tutele per la sopravvivenza  dei lavoratori. Se la prendono con  il governo giallo-verde fautore delle peggiori politiche antisociali. 

Forse sarebbe bene che anche i sedicenti riformisti facessero esercizio di memoria.  Si renderebbero conto che se oggi siamo tornato allo schiavismo e al lavoro a cottimo la responsabilità più grave è la loro . Non c’è futuro senza memoria? Appunto. Affidarsi ancora a gente smemorata non è umano ma diabolico. E non c’è da stupirsi se oggi siamo alla mercè dei penta- fascio-leghisti. 

Dal palco di Bologna Landini invocava, per l’ennesima volta,  l’unità sindacale. E’ sacrosanto.  Mai come in questi tempi servirebbe un movimento sindacale forte e unito a difesa dei lavoratori. Ma senza la  memoria di come si è arrivati a questa deriva schiavista, senza fare i conti con il passato ed operare una decisa inversione di tendenza su come si è operato negli ultimi quarant’anni, il prossimo primo maggio sarà l’ennesimo rituale fondato sull’amarcord e la commemorazione delle vittime sul lavoro.

lunedì 29 aprile 2019

Nuova pagina Facebook

Luciano Granieri



La nuova pagina  Facebook  di  Aut   nasce con lo scopo di diffondere con più efficacia   i contenuti di questo blog. Aut Frosinone nasce nel 2007. Da allora ha documentato 12 anni  di eventi politico-sociali per lo più legati alla Ciociaria ed in particolare a Frosinone. E’ stato , e lo è ancora, la voce dell’Osservatorio Peppino Impastato. Il suo  modo di raccontare, si ispira proprio alla narrazione graffiante e ironica di Radio Aut, da cui il blog prende il nome. La cultura, ed in particolare la musica, rivestono una sezione molto importante. Sezione che s’intende  ulteriormente implementare. Aut ha appoggiato massicciamente movimenti di lotta locali impegnati nella difesa dei diritti sociali e civili. Ha  sostenuto campagne referendarie come quella sull’acqua e la più recente  contro la riforma costituzionale targata Renzi. Aut  Frosinone è un area web (defascistizzata) evidentemente di parte, perché chi la cura , come Gramsci, odia  chi non parteggia. Ad  Aut si affianca il  canale   You Tube del sottoscritto  dove più di mille video documentano, più o meno efficacemente  quanto accaduto in questi anni  . In realtà questa attività di diffusione di Aut su Facebook non è nuova. I contenuti del blog venivano veicolati attraverso il mio profilo personale. Penso però che l’ individualismo,  e l’esaltazione del proprio “capitale umano” per usare una triste terminologia molto di moda, siano comportamenti indotti da un sistema che ci vuole sempre più connessi ma sempre meno  capaci di  socializzazione fra donne e uomini reali. Facebook è un potente catalizzatore di autopromozione e a volte di autoesaltazione . Un’autopromozione tanto più apprezzata, quanto più mostra ciò che si possiede, ciò che si vuole mostrare di sé  secondo gli schemi  indotti dal marketing applicato alla singola persona. Il guaio è che tutto ciò è diventata anche comunicazione politica, di adulazione leaderistica . Non interessa sapere come la pensi (anche se dubito pensino)  un Di Maio o un Salvini o un Renzi, ma è molto più interessante sapere cosa mangiano a colazione, dove vanno  in vacanza quante fidanzate hanno. La popolarità si misura sul numero dei selfie e dei like .  Queste riflessioni mi hanno convinto a scomparire da Facebook come persona, le cui abitudini non ritengo possano interessare ai più. Preferisco curare una pagina dove siano esclusivamente le idee a contraddistinguere me e chiunque voglia condividere i contenuti di Aut. Lo spazio è aperto.

venerdì 26 aprile 2019

Come lo festeggi tu il 25 aprile?

Luciano Granieri Antifascista


Carla Corsetti, Silan Ekinci, Giovanni Morsillo 

In quale veste sei qui oggi?” Questa è la domanda che ieri, 25 aprile, mi ha posto Giovanni Morsillo Presidente Provinciale dell’ANPI. Eravamo a Ceprano. Stava per iniziare il convegno pomeridiano  organizzato da Potere al Popolo di Frosinone con la partecipazione dell’ANPI, di Democrazia Atea dal titolo: Itala e Kurdistan storie di  Partecipazione democratica. Ospite Silan Ekinci attivista curda la quale  , proprio insieme a Giovanni, avrebbe provato mettere in relazione  la resistenza curda con  quella partigiana. 


Già in quale veste ero lì? Come iscritto a PaP, ma anche come iscritto all’ANPI. La risposta non era così scontata. La  mattina avevo partecipato ai festeggiamenti del 25 aprile a Frosinone, davanti alla stele dei Martiri Toscani.  Ero li in veste di militante di PaP?  Come ANPI? Certamente, ma anche come attivista degli amici della Mezzaluna Rossa Palestinese. Insomma un rebus. Alla fine ho trovato la risposta.   

Ho festeggiato il 25 aprile da antifascista. Pur   nella gioia di vedere una buona partecipazione di giovani, sia a Frosinone che a Ceprano, una cosa mi ha fatto male. Silan, il cui racconto sui soprusi subiti del popolo curdo è stato angosciante, quanto terribile ,  auspicava  che un giorno anche la sua gente avrebbe potuto festeggiare un 25 aprile. Ma come? Un popolo vessato, pur  indomito e resistente invoca,  e forse ci invidia, il grande  valore  del  25 aprile e noi, che godiamo di quanto quella lotta ci ha dato in termini di dignità umana,    lo svalutiamo  sotto una serie di distinguo, di ambigue prese di posizioni? Questa riflessione mi ha molto intristito .  

Solo qualche mese fa, era la fine di agosto, a Castelliri  ho assistito ad un esaltante concerto di Goran Bregovic , il cui culmine si è  raggiunto quando il musicista, di madre serba e padre  croato,  ha eseguito, non senza orgoglio e felicità “Bella Ciao” come se fosse un canto  suo.  Un   inno  di liberazione universale  gridato  in tutte le piazze,  da Istanbul ad Honk Kong, da Atene a Parigi, che tutto il mondo ci invidia,  solo nel luogo d’origine è visto come un elemento divisivo. Divisivo di che?  In che modo quel canto  potrebbe dividere   un popolo liberato dalla lotta antifascista? Chi considera la liberazione ottenuta con la resistenza un fatto di parte è fascista. 

Ecco perché mi considero antifascista prima di ogni cosa . Perchè sono contro quei fascisti che in l’altro ieri hanno inneggiato a Mussolini a Piazzale Loreto, che invocano i gerarchi dalle curve dello stadio. Ma sono anche contro colori i quali considerano il 25 aprile come la messa in scena di un derby fra opposti estremismi,  questi  sono i fascisti della peggior specie.  

Fascista  è chi dice di non essere né di destra né di sinistra.  Fascista è chi giustifica le intemperanze dei militanti di Casapound e di Forza Nuova derubricandole a semplici goliardate, fascista è chi consente a queste forze di partecipare  alle elezioni.  Fascista è chi  ordina lo sgombero delle case popolari  occupate da poveracci,  ma   non ha il coraggio di sgomberare i nipotini del duce  del terzo millennio dall’elegante  palazzetto di proprietà dello Stato  che abusivamente occupano.  

Fascisti sono i sovranisti nazionalisti  fautori del motto Dio Casa e Famiglia.   Fascisti sono coloro che si spacciano per difensori degli interessi popolari ingegnandosi invece  nell’alimentare la propria consorteria elitaria. 

Fascista è colui che, rinnegando la propria provenienza , il 25 aprile del 2017  fece   sfilare gli iscritti del suo partito con  le bandiere europee,  rivendicando  l’obiettivo  non già di celebrare i partigiani , vecchi orpelli di un passato da rottamare , ma di esaltare  personaggi di sicuro valore nei loro rispettivi campi, ma che nulla avevano a che fare con la resistenza. 

 Potrei andare avanti all’infinito. Come è evidente  siamo circondati dai fascisti, forse non ce ne siamo mai liberati. Ecco perché bisogna essere prima di ogni altra cosa  antifascisti senza se e senza.  Esibire in modo palese il proprio antifascismo cantando  a squarciagola  Bella Ciao in ogni occasione, anche in chiesa come fece Don Gallo.  Restando umani e antifascisti sempre, oggi domani e dopo domani, forse la speranza in un mondo migliore non si spegnerà definitivamente.  

P.S. A Bella Ciao preferisco Fischia il Vento ma questa è un’altra storia.

Il 25 aprile a Frosinone



mercoledì 24 aprile 2019

Festa d'Aprile, festa di liberazione e impegno di lotta per renderci completamente liberi.

Luciano Granieri




25 aprile  festa di liberazione. Liberazione dal nazifascismo, liberazione dal giogo tedesco. Dopo una lotta crudele e cruenta che ha coinvolto  presone normali, quelle che mai avrebbero immaginato di impugnare un fucile, si è  arrivati a quel giorno di primavera del 1945. Da li è partito il lungo percorso che, attraverso la Costituzione ci ha donato la consapevolezza di essere cittadini,  ispirati dai principi di solidarietà  iscritte nella stessa Carta. 

Ma ad oggi possiamo definirci completamente liberi, pienamente in grado di disporre  della nostra dignità umana?  Evidentemente no perché quelle lotte  ci hanno liberato solo in parte dal complesso coercitivo che il nazifascismo portava con se.  Nelle analisi e negli scritti dei maggiori esponenti del partito comunista italiano  del tempo, dal 1929 in poi,  emerge come  il fascismo fosse  considerato la “serra artificiale del capitalismo”. Con la lotta di liberazione ci siamo disfatti della serra, ma il suo contenuto è ancora pienamente in vita, è diventato  sempre più coercitivo costituendo a sua volta una dittatura globale spesso più crudele di quella da cui ci siamo liberati. 

Se la lotta al nazifascismo ha avuto un esito vittorioso, quella al capitalismo è naufragata .  Questa parte di conflitto  proprio dalla resistenza aveva tratto nuova linfa, fluido vitale, ma  con il passare del tempo, anche con  il concorso di forze cosiddette democratiche nate dopo la liberazione, si è essiccato.

 La voracità predatoria capitalistica  era ben viva nel ventennio.   Il 4 novembre del 1931  il regime fascista salvò, con denaro pubblico,   la Banca Commerciale italiana dal fallimento  assorbendone i debiti attraverso   Banca d’Italia e Cassa depositi e prestiti. La Banca Commerciale Italiana deteneva  quote azionarie della più grandi imprese italiane dell’epoca, dall’industria chimica, a quella idroelettrica, tanto da concentrare nel suo capitale la proprietà di tutto il panorama industriale che, ovviamente, veniva gestito in regime di monopolio. La crisi della Comit  fu determinata  dalla mancata affluenza di capitali americani (7 miliardi) prosciugati dalla grande crisi del ’29. Dopo poco meno di un secolo le dinamiche non sono cambiate.  Come non trovare analogie con i recenti salvataggi delle banche in dissesto costati 20 miliardi di euro. Allora come oggi il drenaggio di denaro pubblico verso le banche costò molto caro alla popolazione e ai lavoratori in particolare. 

La stessa finanzianziarizzazione da parte della Banca Commerciale di tutte le più importanti imprese fu ordita in combutta con il regime fascista attraverso la rivalutazione della lire messa in atto da Mussolini. La maggior parte delle attività produttive  basate sull’esportazione rischiarono il tracollo se la Banca Commerciale Italiana non ne avesse acquisito le azioni di fatto assumendone il controllo . Così come per mantenere la competitività delle imprese, a fronte di una lira più forte, furono compressi pesantemente i salari elargendo agli operai stipendi da fame. Non si rileva qualche affinità a quanto capita  oggi ai lavoratori italiani dopo l’adozione dell’euro?  

Ma veniamo ai  grandi trusts  che oggi definiremmo multi nazionali .  La  più importante, senza ombra di dubbio,  fu  la Montecatini. Durante il ventennio ha controllato la quasi totalità della produzione   siderurgica, estrattiva, energetica, chimica e  bellica . La battaglia del grano voluta da Mussolini nel 1925 fu una manna per la Montecatini, unica produttrice di concimi chimici necessari ad implementare i raccolti di cerali . Ma il boom avvenne con l’avvio delle politiche di guerra e dell’autarchia. Lo  studio per la produzione di “ersatz”(carburanti, gomme, e altri elementi da ottenersi, in mancanza di materia prima,  con sostitutivi chimici), la produzione di zinco e coke metallurgico   sancirono il decollo finanziario dell’impresa  . Nel 1938 la Montecatini chiuse il bilancio con un ricavo netto di 180 milioni di lire, in tre anni assicurò 260 milioni di dividendi agli  azionisti i quali si arricchirono a dismisura proprio  grazie a Mussolini con l’autarchia e le  politiche di guerra che nel contempo, per i prezzi elevati di beni e merci, stavano  affamando la popolazione. 

Come non trovare analogie con gli  attuali player privati  dell’energia e dell’erogazione idrica che, grazie allo shock dell’economia a debito, piegano i governi ai loro desiderata favorendo leggi e provvedimenti  utili ad assicurare  dividendi milionari ai propri azionisti, espropriando i cittadini  dei beni fondamentali alla vita come l’acqua.  Anch’essi realizzano  profitti tali da impoverire gran parte della popolazione. 

In un comunicato del maggio 1941, scritto  della federazione giovanile  comunista d’Italia si legge: “Il fascismo aveva promesso di liberare il popolo dalla schiavitù del regime capitalistico; ma oggi tutte le ricchezze del paese sono nelle mani dei grandi capitalisti, sono monopolizzate dai trusts e dai consorzi. Alcune centinaia di pescecani, affaristi e di speculatori le amministrano nel loro interesse esclusivo, schiacciando i produttori piccoli e medi”

Oggi come allora dunque il mondo finanziario-speculativo guida  i governi totalitari e non. Oggi come allora  la ricchezza smisurata di pochi  è la causa dell’estrema precarietà di molti . La classe subalterna durante il ventennio  vedeva nella propaganda fascista un’effimera promessa di riscatto, lasciando guidare  la propria  rabbia dal regime verso l’intolleranza razziale, verso la discriminazione spinta nei confronti di chi non corrispondesse all’archetipo del  maschio italico   e della donna incubatrice di prole.  

Anche oggi la frustrazione di che si sente solo, titolare del proprio  misero “capitale umano”  la     rabbia sorda, guidata dalla propaganda populista,  si scaglia contro gli altri ultimi, i migranti, i discriminati di ogni genere. Oggi come allora non ci siamo liberati dalla dittatura del capitale, reso ancora più vorace dall’ideologia liberista. Un regime liquido, etereo che  opprime e umilia, disseminando la vita di quegli ostacoli che la Repubblica dovrebbe rimuovere per consentire il pieno sviluppo della persona umana. 

Ma fra le tante cose importanti che la resistenza ha insegnato c’è  la necessità di unire  forze, pur culturalmente diverse  fra loro,  contro l’oppressore. Facendo tesoro di questo insegnamento, gli oppressi delle periferie, gli esclusi dal triturante ciclo economico, i precari della vita dovrebbero unirsi a chi soffre come loro ma arriva dall’altra parte del mediterraneo. Dovrebbero considerare queste persone non come usurpatori di miseria ma come compagni di lotta. Buon  25 aprile  a tutti.

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Informazioni  tratte da: 

"Il dissesto della Commerciale" articolo comparso nella pubblicazione bimestrale  "Lo stato Operaio"(ottobre-novembre 1931)

"I grandi lineamenti dell'economia italiana visti attraverso la Montecatini" articolo di Paolo Tedeschi, pseudonimo di Velio Spano, pubblicato il 7 maggio 1938 su "La Corrispondence internationale"





lunedì 22 aprile 2019

PER UN 25 APRILE ANTIFASCISTA E ANTIRAZZISTA, PER RIAFFERMARE I VALORI DELLA RESISTENZA, PER UNA SOCIETA’ GIUSTA, LIBERA, ACCOGLIENTE, CONTRO OGNI GUERRA



Mai come quest’anno la ricorrenza del 25 aprile e della liberazione dal nazifascismo, è caduta in un periodo cupo, che vede crescere il razzismo contro persone di colore, arabi, musulmani, rom e camminanti, aumentare gli attacchi antisemiti in Europa, coinvolgendo in alcuni casi gli stessi governi come in Italia e altrove. Il razzismo e la disumanità si vanno di nuovo stendendo in Europa e nel mondo, e sono a rischio la libertà, la pace e la giustizia sociale.

 Il Mediterraneo che per secoli ha unito i popoli dell’Europa del Sud con quelli dell’Africa e dell’Oriente è diventato un cimitero senza che questo turbi minimamente i nostri governi. Anzi, intorno ad esso aumentano guerre disastrose attraverso cui si confrontano le potenze imperialiste, in testa gli Stati Uniti, cui l’Europa e l’Italia partecipano direttamente o indirettamente fornendo armi. 

L’Europa dominata dalle politiche dei mercati e della finanza, dalla paura, dalla sfiducia, dall’odio, resa ostile alle sue stesse popolazioni, costruisce muri e rischia la disgregazione e il suicidio politico. 

Quest’Europa, ha anche una grande responsabilità nel protrarsi dell’occupazione in Palestina da parte del governo israeliano, che, forte dell’impunità concessagli, calpesta il diritto internazionale e i diritti fondamentali del popolo palestinese, chiudendolo in un regime di Apartheid. A questo regime i palestinesi resistono nonostante le uccisioni quotidiane, gli omicidi mirati, gli arresti, la tortura, il furto della terra, la distruzione delle case, l’annessione strisciante. 

Questa stessa Europa, lascia sola la popolazione Kurda, che cerca di opporsi al capitalismo e alla repressione turca, attraverso la costruzione del Confederalismo Democratico, in controtendenza alle spinte sovraniste in Europa, per la costruzione di una società dal basso che metta al centro le comunità e le donne. 

Tutto questo porteremo con noi al corteo del 25 aprile indetto dall’ANPI, appoggiando le forze e i movimenti che lottano per la libertà dei popoli e perché tutte e tutti, senza distinzione alcuna, abbiano gli stessi fondamentali diritti, in Italia sempre più disattesi e sotto attacco. 

CONCENTRAMENTO ORE 9.30, LARGO B. BOMPIANI, NELLO SPEZZONE DELLE FORZE SOLIDALI CON LA PALESTINA, PER SFILARE INSIEME AL CORTEO DELL’ANPI FINO A PORTA S. PAOLO 

Rete Romana di Solidarietà con il Popolo Palestinese, reteromanapalestina@googlegroups.com

Dalle Lettere dei condannati a morti della resistenza europea

 “Oggi muoio….il mio spirito sarà sempre con voi. Al mattino con l’aurora, vi sorriderò, con l’imbrunire vi saluterò. Che l’amore, e non l’odio, domini il mondo.” “Dell'amore per l'umanità fate una religione e siate sempre solleciti verso il bisogno e le sofferenze dei vostri simili. Amate la libertà e ricordate che questo bene deve essere pagato con continui sacrifici e qualche volta con la vita. Una vita in schiavitù è meglio non viverla. Amate la madrepatria, ma ricordate che la patria vera è il mondo e, ovunque vi sono vostri simili, quelli sono i vostri fratelli.”

giovedì 18 aprile 2019

Our black sisters

Luciano Granieri


Rhiannon Giddens, Allison Russell, Leyla McCalla and Amythyst Kiah


Da tempo sono convinto  che un importante antidoto contro la barbarie razzista, antifemminista, fascista, classista che oggi ci sovrasta e opprime   è l’arte. Un espressione artistica, sia essa letteraria, teatrale, cinematografica, pittorica o musicale, genera una grande  varietà di sentimenti ed emozioni spesso motori di rivendicazioni sociali, politiche e civili. La  musica ha spesso accompagnato, o addirittura suscitato, vere e proprie ribellioni dando forza a chi stava lottando. In tutti le ere musicali, dal melodramma alla musica contemporanea, non sono mancati compositori che hanno evocato e supportato   rivolte. Se poi guardiamo al jazz, risulta evidente come  la valenza ribelle  nella rivendicazione di diritti negati sia   la genesi di tutto il linguaggio espressivo, anche se spesso intaccato dalla  normalizzazione  dalle ragioni del mercato. 

Ancora oggi in tutto il mondo, e in particolare in America,  numerosi sono  i musicisti guerrieri che si battono  contro ineguaglianze, razzismi,  pulsioni antifemministe e omofobe , non solo nel  jazz. “La commistione fra razzismo e sessismo devasta la donna afroamericana. Usate, maltrattate,  ignorate e disprezzate le donne di colore sono  stata incredibilmente caparbie, coraggiose,  rivoluzionarie. Esse storicamente hanno avuto sempre  da perdere e per questo sono state le più fiere combattenti per la giustizia sociale”. Questo vera rivendicazione di lotta è scritta da Rhiannon Giddends nelle note di copertina dell’album “Songs of our native daughter”. Un lavoro straordinario  per la potenza che emana , per il gruppo che lo esegue, e per lo stile contraddistinto da un sound  particolare. 

Ma cominciamo  dall’inizio. Rhiannon Ghiddens, quarantaduenne banjonista, violinista, fisarmonicista  e cantante del North Carolina, da sempre appassionata di musica celtica, un bel giorno decide di mettere su un gruppo i Carolina Choccolate Drops. Un ensemble molto particolare:  ragazze e ragazzi di colore armati di banjo, fisarmoniche,mandolini, chitarre e percussioni   che si mettono  in testa di suonare una musica carica di echi blues, suggestioni da  New Orleans  mischiate con un po’ di musica celtica e country folk. 

Nonostante i brani parlassero  di discriminazione razziale e fossero  molti duri con la società bianca  borghese americana,  il gruppo  vinse un buon numero di premi. Ma la lotta alla discriminazione razziale non è  abbastanza. Non è  solo una questione di colore della pelle,   la violenza gretta  colpisce   donne,  gender,  gay,  i poveri in generale  . Bisogna riunire tutto in un’unica grande lotta. 

La  Ghiddens rimase colpita ed  indignata da  una scena del film Birth of  a Nation  (2016) del regista Nate Parker. Nella sequenza in cui lo stupro della moglie dello schiavo Nat Turner scatena in lui la voglia di ribellarsi, tanto da capeggiare la prima rivolta di massa di schiavi afroamericani, la macchina da presa si concentra solo sullo stupratore, ignorando le sofferenze della donna: “Ero furiosa molte storie sono raccontate da un solo punto di vista, bisogna invertire la prospettiva” disse  Rhianna. Fu così che nacque il progetto “Our Native Daughter”.  

Dopo aver passato molto tempo a studiare  la storia degli schiavi afroamericani presso il Smithsonian National Museum  di cultura e storia afroamericana  a Washington, Rhiannon Giddens aveva acquisito  il materiale per incidere il disco. Ma ci volevano dei validi compagni di viaggio, anzi valide compagne di viaggio, ovviamente di colore, ed esperte banjoniste. 

Niente di meglio di ragazze come Leyla McCalla, già collaboratrice della Giddens nei Carolina Choccolate Drops, una ragazza di origine haitiana che attinge alla tradizione creola e cajun ma scrive spesso delle lotte politico-sociali. Anche la cantante poli strumentista canadese Allison Russell poteva a pieno titolo essere della partita, così come Amythyst Kia una potente cantante di country blues del Tenessee. 

Quattro musiciste, donne, nere,  dall’abilità e dallo stile particolare e virtuoso, lanciate banjo in resta contro tutte le discriminazioni, costituiscono una macchina da guerra micidiale. Il cd “ Song of Our Native Daughter”si compone  di   reinterpretazioni di storie di schiavi e menestrelli, storie personali di abusi sessuali, sofferenza e sopravvivenza.  Raccontano di una straordinaria perseveranza femminile rinnovata nel tempo e nei luoghi. 

Testimonianze di crudeltà e sofferenza si alternano a momenti luminosi di gioia e ironia  ribelle. La storia di  un’antenata  di Allison Russell venduta come schiava  dalle coste del Ghana in America ha ispirato il brano Quasheba Quasheba. La Russell canta di un donna violentata e picchiata a cui vengono tolti i bambini, una donna non degna di ricevere amore. Il pezzo  di apertura “Black Myself” è una riproposizione di Amythyst Kia di una vecchia composizione  di Side Hemphill  contro la discriminazione razziale.  La singolare  storia di Etta Baker, invece, rivive  nella traccia   I Knew I Could Fly. Etta Baker era una chitarrista blues  ma nessuno lo sapeva perché il marito gli aveva proibito  di suonare  fino a quando la donne non ebbe compiuto  i 60 anni. Senza ogni ombra di dubbio il pezzo più suggestivo è  Mama’s  Cryin’long, il drammatico racconto di una bimba che assiste al linciaggio della madre colpevole di aver accoltellato il suo stupratore. Particolare e potente l’esecuzione:  un canto     condotto dalla Giddens, supportato da interventi corali liberi e fluidi delle sue compagne, il tutto  cadenzato   dal  solo battito delle mani. Un beat primordiale  che evoca la volontà di resistere attraverso l’orrore. 

Ma la    devastante sofferenza di quelle donne    non supera mai la loro intima gioia la loro speranza di riscatto. “Oh tu metti le catene ai nostri piedi ma noi stiamo ballando….. Ci rubi la lingua ma noi stiamo ballando….. Brown Girls scendiamo  in campo alziamo  la voce e cantiamo” Queste le parole di una strofa di “Moon Meets Sun”. 

Alla ricerca delle storie si accompagna la ricerca delle sonorità. Lo stile si può definire bluegrass, cioè una sorta di country folk  intimo, privo di forzature. Ma tale definizione è limitativa perché negli arrangiamenti, scarni ma evocativi, entra  molto di più :  il blues, la musica celtica, il folk delle origini - contraddistinto dall’uso del banjo tenore -  e un po’ d’improvvisazione che non guasta mai. 

Tutto in questo album è rivoluzionario. Giddens, McCalla, Kia e Russell mostrano come la musica possa veramente rendersi portatrice di lotte  forti e risolute. Ma bisogna conoscere le proprie radici culturali, condividerle, contaminarle fino a gridare forte che la razza è una sola, quella umana.  Una razza in cui tutti hanno diritto  ad una sopravvivenza dignitosa, donne, uomini, gender, gay, poveri e meno poveri. 

Un’operazione oggi complicata subissati come siamo da tanta istantanea immondizia che trabocca dai social, dai media asserviti e anche, ahimè, da una  parte dell’opinione pubblica che comunque non è la maggioranza. La Giddens ha ragione quando dice che storicamente le donne di colore non avendo avuto mai niente da perdere sono state le più fiere combattenti per la giustizia sociale. E l’augurio è che tutti coloro che storicamente non  mai avuto, e non hanno, niente da perdere, anziché scannarsi l’un l’altro in una guerra fra poveri,  prendano coscienza della straordinaria possibilità che hanno di lottare per la giustizia sociale e collaborino in questo conflitto contro chi, invece,  ha molto da perdere ma non ha paura di perderlo. 





lunedì 15 aprile 2019

Asl Frosinone. Vicenda Mastrobuono storia di uno spreco annunciato.

Luciano Granieri Potere al Popolo Frosinone


La Dottoressa Isabella Mastrobuono


Come giudichereste l’amministratore delegato di una grande azienda che licenzia un direttore di filiale per non aver raggiunto gli obbiettivi assegnati in un dato periodo, poniamo l’anno 2015, e poi  dopo quattro anni  a seguito di sentenza del giudice del lavoro  è costretto a riconoscere al manager medesimo un premio produzione relativo proprio al periodo in cui lo aveva rimosso? In una grande azienda  l’amministratore delegato in questione, avendo provocato con tale decisione ingenti perdite economiche e d’immagine,  verrebbe rimosso seduta stante. 

Lo scenario sopra descritto non è frutto di fantasia ma è realmente accaduto in un sistema regolato  da un’organizzazione di tipo  aziendale ma che ,ahinoi, gestisce la salute pubblica. La grande azienda è la Regione Lazio, l’amministratore è il commissario della sanità, nonché presidente della Regione stessa, oggi segretario del Pd, Nicola Zingaretti. Il manager rimosso e  successivamente premiato è la D.ssa Isabella Mastrobuono. 

Quello che stiamo per narrare è l’ennesimo spreco sacrificato sull’altare del clientelarismo politico. La D.ssa Mastrobuono  assunse l’incarico di direttore generale della Asl di Frosinone nel gennaio  2014. Il medico era in possesso di un  curriculum inattaccabile: direttore sanitario aziendale della fondazione Policlinico di Tor Vergata….una fondazione privata? E che problema c’è meglio il privato del pubblico….. , assistente chirurgo e ricercatore presso l’ospedale pediatrico Bambin Gesù….struttura del Vaticano?  e che problema c’è il privato religioso è “mooolto” meglio del pubblico. 

Proprio in virtù di questo curriculum  la dottoressa costituiva  il profilo ideale per devastare  la sanità pubblica ciociara.  La mission (più che possible) ,affidatale dal commissario  Zinagaretti, fu quella di svendere  presidi e strutture sanitarie pubbliche  alle lobby   private.  Non vi è dubbio  che fu l’atto aziendale promosso dalla dottoressa romana a sancire la devastazione sanitaria   della provincia di Frosinone. 

Un atto, con dentro una  diminuzione dei posti letto tale da risultare inferiore al numero stabilito per legge,  approvato anche dalla conferenza provinciale  dei sindaci capeggiata dal primo cittadino del Capoluogo  Nicola Ottaviani  (ex FI oggi Lega), avvallata dal sindaco di Ferentino, nonché attuale presidente dalla Provincia Antonio Pompeo (Pd). Un’assise  trasversale (di destra e di  centro sinistra) che, alla luce dei fatti di seguito illustrati, avrebbe dovuto  dimettersi. 

La solerzia dalla Mastrobuono fu esemplare. Gli ospedali della provincia furono rasi al suolo. Rimasero attivi solo i presidi di Frosinone, con la promessa chiaramente  disattesa di diventare dea di II livello , Sora e Cassino. Il tutto in cambio di un incremento della medicina di prossimità miseramente  inattuato. Le case della salute, aperte dalla dottoressa, con tanto di partecipazione all’inaugurazione  in pompa magna del commissario Zingaretti, rimasero e sono a tutt’oggi scatole vuote. 

Perché mai, visto la puntuale messa in atto del programma commissionato da Zingaretti, la manager è stata rimossa? Possiamo ipotizzare   che  il ricorso alle forbici si sia  rivelato  eccessivo quanto improprio. D'accordo ridurre all'osso i presidi sanitari pubblici, però   perché tagliare strutture, inutili, esose per la cittadinanza,  ma funzionali a parcheggiare con lauti stipendi i membri della consorteria locale dem? Presumiamo che  l’attacco all’oligarchia locale piddina  possa essere stata la principale causa  del  ben servito alla solerte dottoressa. 

Figura  prima venerata dal Pd provinciale  e regionale - ricordiamo il consigliere regionale Buschini difenderla a spada tratta durante la sollevazione  delle associazioni  che contestavano  la svendita della salute pubblica ai privati  - poi defenestrata senza remore - ricordiamo sempre Buschini nell’estiva festa locale del Pd, rivendicarne con soddisfazione  la rimozione. 

Fatto sta che nel 2015 alla dottoressa Mastrobuono fu revocato l’incarico di direttore generale  dalla Asl di Frosinone. L’organismo indipendente della Regione Lazio valutò il suo operato insufficiente per il mancato abbattimento delle liste d’attesa ( oggi la situazione delle liste d’attesa rispetto ad allora  è pure  peggiorata) e il ritardo nell’adozione del bilancio.  Al suo posto fu designato il commissario Luigi Macchitella.  Azione caratterizzante del nuovo commissario è stata la pianificazione di strutture territoriali  del tutto simili e sovrapponibili fra di loro dall’efficacia insignificante , ma dalla forte valenza politico clientelare con uno spreco di denaro pubblico pari  2 milioni e 600mila euro. 

Ma spesso oligarchia propone e magistratura dispone. La dottoressa Mastrobuono ricorse contro il licenziamento considerato infondato ed illegittimo. Il Consiglio di Stato a chiusura dell’istanza ha riconosciuto le buone ragioni della ricorrente  e ha obbligato la Asl di Frosinone  ha corrispondere alla manager defenestrata stipendi arretrati, contributi, rivalutazioni ed interessi legali per un importo complessivo di 225 mila euro, più ovviamente il premio di produzione di quasi ventuno mila euro. Un importo insignificante in rapporto al risarcimento complessivo ma dalla valenza politica enorme. 

Il commissario Zingaretti ha talmente errato nel giudicare il lavoro della sua manager, da dover premiare un  programma precedentemente bocciato. Fatto sta che in tutta questa vicenda la Asl di Frosinone ha perso quasi 250mila euro solo per assecondare probabili  dinamiche di potere politico tutte interne al Pd ciociaro . Il giudizio politico dell’amministrazione Zingaretti, oggi alla guida partito democratico in merito a ciò  è evidentemente negativo, ma ci chiediamo se una tale dissennata operazione non possa prefigurare l’ipotesi di danno erariale ai danni dei cittadini della  Provincia di Frosinone.