Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

sabato 15 giugno 2019

Rapporto Gimbe 2019: “Sanità pubblica cade a pezzi e si avvia in silenzio verso la privatizzazione.

fonte: quotidiano sanità.it





Fotografia impietosa nel 4° report della Fondazione sullo stato del Ssn. “Troppi Lea garantiti solo sulla carta, sprechi, inefficienze e chiari segnali di privatizzazione rendono infausta la prognosi del servizio sanitario nazionale. Senza un adeguato rilancio il disastro sanitario, sociale ed economico è dietro l’angolo, ma negli ultimi 10 anni nessun esecutivo ha avuto il coraggio di mettere la sanità pubblica al centro dell’agenda politica, né i cittadini sono mai scesi in piazza per difendere un fondamentale diritto costituzionale”. Da Gimbe le proposte per evitare la “catastrofe”


 11 guigno 
Definanziamento pubblico, sostenibilità ed esigibilità dei nuovi LEA, sprechi e inefficienze ed espansione del “secondo pilastro””. Sono queste le 4 malattie che secondo la Fondazione  GIMBE rappresentano la causa che rende “infausta la prognosi del servizio sanitario nazionale”. La fotografia emerge dal 4° Rapporto sulla sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) presentato oggi al Senato.

“Davanti al lento e progressivo sgretolamento della più grande opera pubblica mai costruita in Italia – esordisce il Presidente Nino Cartabellotta – negli ultimi dieci anni nessun Esecutivo ha mai avuto il coraggio di mettere la sanità pubblica al centro dell’agenda politica, ignorando che la perdita di un servizio sanitario pubblico, equo e universalistico, oltre a compromettere la salute delle persone e a ledere un diritto fondamentale tutelato dalla Costituzione, porterà ad un disastro sociale ed economico senza precedenti”.
Dal Rapporto GIMBE emerge la “mancanza di un disegno politico di lungo termine per “preservare e potenziare” la sanità pubblica – già invocato dal Presidente Mattarella nel discorso di fine anno –  oltre che la scarsa attitudine degli attori della sanità a rinunciare ai privilegi acquisiti per tutelare il bene comune e soprattutto, constata amaramente il Presidente, che ‘cittadini e pazienti, ignorando il valore inestimabile del SSN di cui sono “azionisti di maggioranza” non sono mai scesi in piazza per rivendicare la tutela della sanità pubblica e costringere la politica a tirarla fuori dal dimenticatoio’”.
L’Italia – affonda il Presidente – siede nel G7 tra le potenze economiche del mondo, ma la politica ha fatto precipitare il finanziamento pubblico per la sanità ai livelli dei paesi dell’Europa orientale, considerando la sanità come un mero capitolo di spesa pubblica da saccheggiare e non una leva di sviluppo economico da sostenere, visto che assorbe solo il 6,6% del PIL e l’intera filiera della salute ne produce circa l’11%. In tal senso, mentre il mondo professionale e i pazienti aspirano alle grandi (e costose) conquiste della scienza e l’industria investe in questa direzione, l’entità del definanziamento pubblico allontana sempre di più l’accessibilità per tutti alle straordinarie innovazioni farmacologiche e tecnologiche oggi disponibili”.

“Peraltro – continua il Presidente – la scarsa attitudine ad investire in sanità va a braccetto con la facilità a disinvestire, visto che dal 2010 tutti i Governi hanno ridotto la spesa sanitaria per fronteggiare le emergenze finanziarie, fiduciosi che il SSN fornirà sempre risultati eccellenti e consapevoli che qualcun altro raccoglierà i cocci. Ma al tempo stesso, con l’obiettivo (fallito) di aumentare il consenso elettorale, hanno puntato sui sussidi individuali (bonus 80 euro, reddito di cittadinanza, quota 100), indebolendo di fatto le tutele pubbliche in sanità ed aumentando la spesa delle famiglie”.
“Per progettare il SSN del futuro – puntualizza il Presidente – bisogna innanzitutto uscire dal perimetro della spesa sanitaria, perché la spesa sociale di interesse sanitario e la spesa fiscale per detrazioni e deduzioni sono custodite nello stesso “salvadanaio”: quello utilizzato per la salute degli italiani”.
Secondo le analisi effettuate la spesa per la salute in Italia 2017 ammonta complessivamente a € 204.034 milioni:
Spesa sanitaria: € 154.920 di cui € 113.131 milioni di spesa sanitaria pubblica e € 41.789 milioni di spesa sanitaria privata. Di questa € 35.989 milioni a carico delle famiglie e € 5.800 milioni intermediati da fondi sanitari/polizze collettive (€ 3.912 milioni), polizze individuali (€ 711 milioni) e da altri enti (€ 1.177 milioni).
Spesa sociale di interesse sanitario: € 41.888,5 milioni di cui € 32.779,5 milioni di spesa pubblica, in larga misura relative alle provvidenze in denaro erogate dall’INPS, e € 9.109 milioni stimati di spesa delle famiglie.
Spesa fiscale: € 7.225,5 milioni.  Per deduzioni e detrazioni di imposta dal reddito delle persone fisiche per spese sanitarie (€ 3.864,3 milioni) e € 3.361,2 milioni per contributi versati a fondi sanitari integrativi, (cifra ampiamente sottostimata per l’indisponibilità dei dati relativi al welfare aziendale e alle agevolazioni fiscali a favore delle imprese).
“Al di là delle cifre – spiega Cartabellotta – oggi la vera sfida è identificare il ritorno in termini di salute delle risorse investite in sanità (value for money): secondo le nostre analisi il 19% della spesa pubblica, almeno il 40% di quella delle famiglie ed il 50% di quella intermediata non migliorano salute e qualità di vita delle persone. Ecco perché bisogna avviare riforme sanitarie e fiscali, oltre che azioni di governance a tutti i livelli, per ridurre al minimo i fenomeni di sovra-utilizzo di servizi e prestazioni sanitarie inefficaci o inappropriate e sotto-utilizzo di servizi e prestazioni efficaci e appropriate, aumentando il value for money delle tre forme di spesa sanitaria e pervenendo ad una loro distribuzione ottimale”.
Il Rapporto conferma le 4 determinanti della crisi di sostenibilità del SSN: definanziamento pubblico, sostenibilità ed esigibilità dei nuovi LEA, sprechi e inefficienze ed espansione del “secondo pilastro”.
Definanziamento pubblico. “Nel periodo 2010-2019 – precisa Cartabellotta – sono stati sottratti al SSN circa € 37 miliardi e l’incremento complessivo del fabbisogno sanitario nazionale è stato di € 8,8 miliardi, con una media annua dello 0,9% insufficiente anche solo a pareggiare l’inflazione (+ 1,07%). Nessuna luce in fondo al tunnel visto che il DEF 2019 riduce progressivamente il rapporto spesa sanitaria/PIL dal 6,6% nel 2019-2020 al 6,5% nel 2021 e al 6,4% nel 2022 e le buone intenzioni della Legge di Bilancio 2019 (+€ 8,5 miliardi nel triennio 2019-2021) sono subordinate ad ardite previsioni di crescita e alla stipula, tutta in salita, del Patto per la Salute”.
Sostenibilità ed esigibilità dei nuovi LEA. Il Rapporto analizza le criticità per definire e aggiornare gli elenchi delle prestazioni e quelle che condizionano l’omogenea erogazione ed esigibilità dei nuovi LEA : “È ormai inderogabile – sottolinea il Presidente – un consistente “sfoltimento” delle prestazioni basato su evidenze scientifiche e princìpi di costo-efficacia per mettere fine ad un paradosso inaccettabile: in Italia il finanziamento pubblico tra i più bassi d’Europa convive con il “paniere LEA” più ampio, garantito però solo sulla carta. Quale prova tangibile, la mancata pubblicazione del “decreto tariffe” in ostaggio del MEF per mancata copertura finanziaria non permette l’esigibilità dei nuovi LEA su tutto il territorio nazionale, trasformando un grande traguardo politico in una cocente delusione collettiva”.
Sprechi e inefficienze. Il Rapporto aggiorna le stime sull’impatto degli sprechi sulla spesa sanitaria pubblica 2017: € 21,59 miliardi erosi da sovra-utilizzo di servizi e prestazioni sanitarie inefficaci o inappropriate (€ 6,48 mld), frodi e abusi (€ 4,75 mld), acquisti a costi eccessivi (€ 2,16 mld), sotto-utilizzo di servizi e prestazioni efficaci e appropriate (€ 3,24 mld), inefficienze amministrative (€ 2,37 mld) e inadeguato coordinamento dell’assistenza (€ 2,59 mld).
Espansione del secondo pilastro. Ruolo e potenzialità dei fondi sanitari integrativi sono compromessi da una normativa frammentata e incompleta, che da un lato ha permesso loro di diventare prevalentemente sostitutivi, con la garanzia di cospicue agevolazioni fiscali, dall’altro consente all’intermediazione assicurativa di gestire i fondi invadendo il mercato della salute con “pacchetti” di prestazioni superflue che alimentano il consumismo sanitario e possono danneggiare la salute. “Continuare a dirottare risorse pubbliche sui fondi sanitari tramite le agevolazioni fiscali e non riuscire a rinnovare contratti e convenzioni e, più in generale ad attuare le inderogabili politiche sul personale – spiega il Presidente –  è un chiaro segnale di privatizzazione del SSN che configura un grave atto di omissione politica”.
Accanto a queste quattro “patologie”, due “fattori ambientali” peggiorano ulteriormente lo stato di salute del SSN: la non sempre leale collaborazione tra Governo e Regioni, oggi “ulteriormente perturbata dalle istanze di regionalismo differenziato, e le irrealistiche aspettative di cittadini e pazienti che da un lato condizionano la domanda di servizi e prestazioni, anche se inutili, dall’altro non accennano a cambiare stili di vita inadeguati che aumentano il rischio di numerose malattie”.
La prognosi del Ssn. Con questa diagnosi, la prognosi per il SSN al 2025 non può che essere infausta: secondo le stime del Rapporto GIMBE per “riallineare il SSN a standard degli altri paesi europei e offrire ai cittadini italiani un servizio sanitario di qualità, equo e universalistico sarà necessaria nel 2025 una spesa sanitaria di € 230 miliardi. Visto che la soluzione offerta dal “secondo pilastro” non è che un clamoroso abbaglio collettivo, il rilancio del SSN richiede la convergenza di tutte le forze politiche e un programma di azioni coraggiose e coerenti: dal consistente aumento del finanziamento pubblico alla ridefinizione del perimetro dei LEA, dalla rivalutazione delle agevolazioni fiscali per i fondi sanitari al ripensamento delle modalità con le quali viene erogata la spesa sociale di interesse sanitario al fine di pervenire ad un fabbisogno socio-sanitario nazionale”. «
“Ma soprattutto – spiega il Presidente – bisogna “mettere in sicurezza” le risorse ed evitare le periodiche revisioni al ribasso, ovvero definire sia una soglia minima del rapporto spesa sanitaria/PIL, sia un incremento percentuale annuo del fabbisogno sanitario nazionale pari almeno al doppio dell'inflazione”.
“Riprendendo parole di gattopardiana memoria – conclude Cartabellotta – se vogliamo rilanciare il SSN dobbiamo cambiare tutto – entità del finanziamento, criteri di riparto, verifica adempimenti LEA, pianificazione e organizzazione dei servizi sanitari, modalità di rimborso delle prestazioni – affinché non cambi nulla, ovvero per non perdere i princìpi di equità, solidarietà e universalismo che da 40 anni costituiscono il DNA del nostro Servizio Sanitario Nazionale”.
Il “piano di salvataggio” del SSN della Fondazione GIMBE:
- Mettere la salute al centro di tutte le decisioni politiche non solo sanitarie, ma anche ambientali, industriali, sociali, economiche e fiscali
Rilanciare il finanziamento pubblico per la sanità e evitare continue revisioni al ribasso
- Aumentare le capacità di indirizzo e verifica dello Stato sulle Regioni nel rispetto delle loro autonomie
Costruire un servizio socio-sanitario nazionale, perché i bisogni sociali condizionano la salute e il benessere delle persone
- Ridisegnare il perimetro dei livelli essenziali di assistenza secondo evidenze scientifiche e princìpi di costo-efficacia
Ridefinire i criteri di compartecipazione alla spesa sanitaria ed eliminare il superticket
Lanciare un piano nazionale per ridurre sprechi e inefficienze e reinvestire le risorse recuperate in servizi essenziali e innovazioni
Avviare un riordino legislativo della sanità integrativa per evitare derive consumistiche e di privatizzazione
Regolamentare l’integrazione pubblico-privato e la libera professione secondo i reali bisogni di salute
Rilanciare politiche e investimenti per il personale e programmare adeguatamente il fabbisogno di medici, specialisti e altri professionisti sanitari
- Finanziare ricerca clinica e organizzativa con almeno l’1% del fabbisogno sanitario nazionale
- Promuovere l’informazione istituzionale per contrastare le fake news, ridurre il consumismo sanitario e favorire decisioni informate
Per l’attuazione del Piano di Salvataggio il Rapporto avanza proposte di riforme di rottura per l’attuale sistema di finanziamento, pianificazione, organizzazione ed erogazione dei servizi sanitari, auspicando possano informare sia la stesura del Patto per la Salute 2019-2021, sia le prossime decisioni dell’Esecutivo. 



lunedì 3 giugno 2019

Un due giugno sinceramente democratico grazie al fronte unitario antifascista della Provincia di Frosinone

Luciano Granieri




La manifestazione   di ieri, organizzata a Frosinone  per lanciare la costituzione di un fronte unitario antifascista nella nostra provincia , ha avuto il merito di rimetter al centro le reali  motivazioni  su cui poggiano   le  celebrazione della festa della Repubblica. Radici  che spesso si  sono confuse in una sorta di esaltazione patriottarda,   fra sfilate delle forze armate (da qualche anno fortunatamente  con meno carri armati ad occupare i fori imperiali), schieramento  di  alte cariche istituzionali, spesso annoiate, ma comunque impettite a salutare i corpi militari. 

Ieri a  Frosinone, in Piazza VI dicembre di fronte al Comune, è stato subito  chiaro che si stava festeggiando  la Repubblica, non le forze armate.  Ma soprattutto era del tutto evidente che si stavano celebrando    le fondamenta antifasciste radicate nel patto sociale scritto nella  Costituzione figlia della resistenza. 

Ai vari Caudilli  del “prima gli Italiani” , alla paccottiglia razzista nostalgica di una sciagura storica che probabilmente non conoscono neanche bene, è stato sonoramente ricordato che vivono in una Repubblica democratica fondata sul lavoro, in cui "tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali". 

Al  “bacia crocifissi”, con annesse litanie alla “Gasperino er Carbonaro” vestito da marchese, è stato ricordato che le leggi  disumane licenziate per acchiappare consensi - dopo aver diffuso  fiumi di  paura in gente già resa insicura da una devastante crisi economica  - sono incostituzionali.  La giurisprudenza costituzionale le smonterà pezzo per pezzo. Le sentenze del tribunale di Firenze, e più recentemente di quello di Bologna, che  hanno giudicato incostituzionale la norma del decreto sicurezza per la quale si  vietava la registrazione all’anagrafe dei richiedenti asilo,  stanno li a dimostrarlo. Meno male che c’è la Costituzione! 

Piuttosto si è levato alto dalla piazza l’appello  ad un maggior  rispetto della Costituzione. Non è tollerabile che gruppi i quali  fanno orgogliosa mostra di iconografia nazifascista  possano tranquillamente partecipare ad elezioni per eleggere soggetti istituzionali che dovranno giurare su quella Costituzione   così tanto odiata. 

Non è tollerabile che uno di questi gruppi, i sedicenti fascisti del terzo millennio, occupino abusivamente  un palazzetto di proprietà dello Stato democratico ed antifascista senza pagare alcun affitto. 

Non è tollerabile che un ministro legiferi in pieno disprezzo dei principi costituzionali ignorando il ruolo del Parlamento e le elementari regole istituzionali. 

Non è tollerabile che, in qualsiasi forma venga declinato, il fascismo sia considerata un’idea. Il Fascismo è un crimine. 

Questo è stato ribadito più volte dal variegato  e pluralista fronte riunito dall’Anpi della provincia di Frosinone. Un fronte composto da partiti politici, sindacati, movimenti studenteschi e associazioni antifasciste,  che da ieri ha iniziato il suo percorso fatto di incontri, manifestazioni, confronti nelle piazze. 

A proposito, non sarebbe male andare nelle periferie a spiegare a chi ha votato Salvini  che, nonostante i rom siano stati cacciati, nonostante gli immigrati siano sempre di meno, il loro condottiero li sta per derubare di 41 miliardi di euro. Sono quelli che dovremo  restituire in interessi per il debito di 17,5 miliardi  che il difensore del popolo italico si sta accingendo a contrarre  con i mercati europei allo scopo  finanziare la famosa flat tax. 

Una riforma della tassazione che, per consentire a chi più ha di pagare di meno (alla faccia della progressività fiscale scritta in costituzione), accolla ai poveracci un ulteriore  debito di 41 miliardi. Un salasso   che li renderà ancora più poveri indipendentemente dal numero dei rom o degli immigrati che popoleranno il loro quartiere.  Al di la di tutte le discriminanti fasciste e razziste, gli conviene?   ci conviene?





Gli aderenti al fronte unitario antifascista della Provincia di Frosinone: 

Anpi della provincia di Frosinone (sezioni di Ceccano e Frosinone)
Frosinone Libera
Collettivo UgualMente
Lazio Pride
Rete degli studenti medi  
CGIL (Spi Mfe)  
Rete delle Comunità Solidali
Osservatorio Peppino Impastato
Cittadinanzattiva TDM
Blog Aut Frosinone
Giovani Democratici 
Possibile
Potere al Popolo
Democrazia Atea
Rifondazione Comunista
Partito Comunista dei lavoratori
Partito Socialista Italiano
Partito Democratico 

 Si attendono altre adesioni sia di movimenti che di singoli cittadini. 

venerdì 31 maggio 2019

2 giugno: Frosinone è Antifascista

Per la fondazione di un fonte antifascista unito.



-Contro  il vento  di   odio e d’intolleranza che imperversa nel Paese.

-Contro lo spirito di divisione e di rancore fra i cittadini  che questo vento diffonde.

-Contro ogni razzismo e discriminazione di genere.

-Contro la  palese sottovalutazione, e in qualche caso accettazione, da parte delle Istituzioni del rifiorire di movimenti che apertamente manifestano apologia di fascismo e la esprimono indisturbati attraverso aggressioni e  comportamenti violenti nelle piazze.

Tutte le forze e i movimenti antifascisti  della Provincia di Frosinone 

scenderanno in piazza Domenica 2 giugno alle ore 10,00 presso  Piazza VI dicembre a Frosinone.

-Per  dar vita ad un largo fronte antifascista e democratico a difesa della libertà di tutti, a partire dai cittadini della Provincia di Frosinone, non risparmiata anch’essa dalla marea nera che sta invadendo l’Italia e l’Europa.

-Affinchè   la democrazia,  la libertà conquistate con il sangue con la Resistenza e  la Liberazione nel 1945 non  vengano infangate dal ritorno di  fantasmi del passato attraverso  biechi revisionismi storici e pericolose nostalgie totalitarie .  

-Per ribadire  con forza che Frosinone è antifascista perché il fascismo non è un’idea è un crimine.

lunedì 27 maggio 2019

Un' Europa al passo con i tempi

Luciano Granieri





Tanto tuonò che non piovve. Una caotica caciara sta accompagnando i risultati delle elezioni europee. Maratone, mezze maratone, podistiche amatoriali, rimandano clamori sul risultato eclatante  dei sovranisti difensori della cultura giudaico cristiana in Italia, in Ungheria, in Francia. 

Salvini,  baciando e  giocherellando con il suo cromato luccicante rosario, promette sfaceli continentali  preservando in Italia  l’unità del governo a patto che da oggi in poi si farà  come dice lui senza se e senza ma. 

I verdi, trainati  dalla ragazzina terribile Greta Thunberg, capitalizzano in senso civile il malcontento diffuso a piene mani da un’oligarchia europea schierata sempre e comunque contro i più deboli. Non sarà comunque l’approdo in Parlamento di qualche fascista in più, o di una nouvelle vague verde a cambiare l’antifona. Tanto a decidere sarà la Bce, l’Ecofin,  i singoli Stati, i cui capi occupano  il consiglio ed eleggono a loro immagine e somiglianza la Commissione. 

La realtà vera è che le elezioni continentali non sono altro che una presa in giro per legittimare democraticamente delle decisioni prese sopra la testa dei cittadini e sistematicamente antisociali. Non a caso le tematiche sviluppatesi,  sia in campagna elettorale, che nell’analisi del voto, riguardano per lo più tematiche interne non solo in Italia. 

E’ andata in scena la nuova edizione di un talent che di solito premia chi c'ha la pagina social più bella e strilla di più. Nel 2014 incoronò il “bomba” Renzi, nel 2018  il burattino Di Maio e oggi l’urlante e rancoroso Salvini. Chi sarà   nella prossima edizione l'acclamato    dal tripudio popolar-mediatico? Già perché la demonizzazione delle tanto vituperate ideologie (ideologie, non crimini  fascisti e postfascisti) ha  lobotomizzato la coscienza civile  dell’elettore che, di volta in volta ,propende per il concorrente più a la page. 

Oggi come oggi, il "dagli al negro" va molto di moda, così come nel 2014 era in voga la rottamazione renziana ed in seguito i vaffa grillini. Aspettando il prossimo "conducator" di tendenza, una questione mi rammarica e rattrista. 

Per decenni ci hanno raccontato che  la  coscienza di classe, la  lotta al capitalismo erano storie desuete, vecchio orpello di una stagione politica morta e sepolta. Roba da reduci nostalgici. I più assidui ad affermare certe verità inoppugnabili sono stati proprio quelli che una volta venivano da lontano per andare lontano. 

Oggi  si va imponendo   una classe dirigente formata da  altri nostalgici; i nostalgici dei regimi nazi-fascisti. Oggi   viene spacciato per nuovo corso politico un processo di devastazione di  diritti sociali, civili e perfino umani tipico  all’ancient regime dell ‘800 con lavoratori sfruttati, schiavismo diffuso, razzismo imperante. Quando si dice corsi e ricorsi storici! Ma è la post-modernità bellezza!


venerdì 24 maggio 2019

L'Europa che vorrei passa dallo smantellamento di quella attuale.

Luciano Granieri


foto tratta dal sito:Contropiano.org



L’Europa che vorrei è quella dei popoli, non dei mercati.  I  tratti fondanti  dell’attuale UE   identificano una  costruzione  europea destinata al  governo di un mercato sovranazionale. Una struttura in cui  diritti dei  popoli vanno gaiamente a farsi benedire.  

Non è un caso che la  crisi finanziaria del  2008, provocata dal fallimento delle scorribande speculative delle banche d’investimento,  ha visto l’Unione Europea impegnata a trasferire sulle spalle dei propri  cittadini i debiti contratti dai banchieri privati. Come? Gli stretti vincoli determinati dal trattato di Maastricht, per cui ogni singolo Stato deve rispettare un rapporto debito/pil non superore al 3%, ha spinto i governi, impossibilitati a mettere in campo uno straccio di politica sociale, a  ricorrere a sistemi di finanziamento  i cui tassi d’interessi usurai , imposti  da quelle stesse banche che hanno prodotto il disastro  e veicolati dalla Bce, hanno appesantito ulteriormente una situazione debitoria non creata dai cittadini. Se a ciò aggiungiamo che  i  prodotti finanziari,   venduti agli Stati  dai delinquenti delle banche d’affari tipo Deutsch Bank , J.P Morgan o ancora Goldman Sachs,   pullulavano di  titolo tossici,  (con  la cartolarizzazione dei  mutui subprime e dei  derivati), l’imbroglio ai danni della comunità  è del tutto evidente. 

Questa dinamica, che  nega ogni diritto sociale alla  maggioranza  dei cittadini europei, non appartenenti alle èlite economiche, la cui rabbia viene indirizzata  verso gli immigrati, è permessa proprio dalle normative europee. Nel  trattato di Maastricht  si fa divieto  agli Stati  di ricorrere all’assistenza finanziaria dell’Unione, di altri Paesi membri, o delle Banche centrali, obbligando i governi  a rivolgersi ai mercati per soddisfare il proprio fabbisogno di denari, cedendo a questi  la propria autonomia politica. 

Il Patto di Stabilità e Crescita   inasprisce  la disciplina degli avanzi di bilancio. Il   rapporto debito Pil al  3% potrebbe risultare addirittura   eccessivo.   Ogni singolo Stato, in funzione della propria precaria  situazione economica,  potrebbe essere obbligato ad un’ulteriore macelleria sociale  riducendo  ulteriormente la situazione debitoria al di sotto del  3%. 

Il Fiscal compact cede  alla commissione europea la valutazione della condizione finanziaria dei singoli Paesi membri condizionandone le scelte di politica economica. Lo stesso Fiscal Compact   arriva ad imporre ai singoli enti locali un deficit strutturale non inferiore allo 0,5% del Pil, arrivando ad espropriare le prerogative democratiche fin dentro i Comuni. 

Tutta l’impalcatura su cui si fonda  l’Unione Europea sancisce la supremazia degli interessi finanziari su quelli dei cittadini. Ne consegue che per un’Europa di popoli,  tutto il sistema  va abbattuto  dalle sue fondamenta:  dal trattato  Maastricht, al Patto di Stabilità e Crescita,  dal Fiscal Compact al  sistema vessatorio dei salvataggio degli Stati  (Mes),  dal  Trattato sull’Unione (Tue) ,  a quello sul funzionamento dell’Unione (Tfue),    fino ai protocolli  del trattato di Lisbona. 

Tutto ciò sarebbe irrealizzabile senza un ripensamento della struttura  istituzionale della UE. I membri del Parlamento europeo, che andremo inutilmente ad eleggere domenica prossima, non avranno alcun potere decisionale.  Il Parlamento infatti  non può far altro che condividere le decisioni del Consiglio e della Commissione (istituzioni non  elette dai cittadini a livello europeo) depositari  delle   competenze legislative. Non solo, tale condivisione viene meno per quanto concerne le materie di politica estera, finanziaria e monetaria, di esclusiva competenza del Consiglio (i cui componenti sono i capi dei singoli stati) dell’ECOFIN ( composto dai ministri dell’economia dei Paesi Membri) e dalla Bce. 

Nell’Europa che vorrei  ogni Paese membro  dovrebbe eleggere i componenti di un’assemblea  costituente  chiamata alla   stesura  della  Costituzione europea da sottoporre al giudizio degli elettori. Una Carta  basata sui principi comuni a  tutti i dispositivi costituzionali nati nel corso della storia, a partire dalla dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del  1789. Principi in cui il benessere dei cittadini è posto come bene supremo, che nessun’altra prerogativa può scalfire , men che meno gli interessi dell’èlite finanziarie. Una Costituzione in cui venga sancito il potere legislativo del Parlamento, con il Consiglio deputato alle funzioni esecutive. 

Un Parlamento che sancisca diritti comuni e uguali  per i cittadini  dell’intera  Comunità europea, in termini di progressività fiscale,  di accesso al lavoro, alla salute, all’istruzione, con salari e condizioni economiche  decenti,    funzionali  ad assicurare il pieno sviluppo della persona umana. 

Nelle condizioni date non ha alcun senso sprecare un bene democraticamente prezioso come   il voto  per un rappresentate che non avrà alcun potere. Prima si procederà alla  rimozione totale dell’attuale assetto normativo e costitutivo della UE,  con la revisione totale dei rapporti di forza, in favore di una rappresentanza parlamentare reale  e di una   partecipazione fattiva e consapevole di tutti i cittadini europei alla vita politica,    e prima si otterrà un vero  cambiamento.  

Solo con una  nuova architettura  sarà  possibile il  raggiungimento di un   benessere sociale diffuso e globale. Solo così gli interessi pubblici potranno superare le    prerogative lobbistiche di singoli Stati e di  potentati  finanziari , quelli si totalmente globalizzati. 

Personalmente  andrò al seggio, rifiuterò la scheda e farò verbalizzare dal Presidente i motivi del mio diniego, dovuto alla totale inutilità rappresentativa del voto. Probabilmente sarà un atto insufficiente, forse inutile. Ma  lo sarà fini a quando non ci si renderà conto che il campo la lotta per una reale  rinascita del benessere collettivo comune a tutta l’Europa e  a tutto il mondo, deve spostarsi sulla rivendicazione di un’agibilità democratica  oggi negata. Un totalitarismo determinato,  non già dai   pur pericolosi effetti collaterali di un Europa antisociale incarnati nei sovranismi  e nei  fascismi variamente declinati, ma dalla dittatura globale del neoliberismo.



lunedì 20 maggio 2019

Si può dare un valore monetario agli essere umani? Nel decreto sicurezza e nell'America schiavista dell''800 si

Luciano Granieri




Quanto vale in dollari o in euro una vita umana? E’ una domanda a cui, chiunque fosse dotato di un minimo di umanità e coscienza civile, si rifiuterebbe di rispondere. Anzi giudicherebbe barbaro colui il quale  la ponesse. Ancora più odiosa è la pratica di negare il valore inestimabile di un essere  umano, rendendolo quantificabile quando esso appartiene ad un’altra etnia. 

Eppure nell’articolo uno del decreto recante  disposizioni urgenti in materia di ordine e sicurezza pubblica, che un barbaro ministro degli interni - la cui attività è un insulto per il genere umano -   pretende di portare stasera all’esame del consiglio dei ministri, è sancita l’imposizione di una multa a tutte le imbarcazioni che dovessero effettuare operazioni di soccorso in acque internazionali. 

La sanzione può variare dai 3.500 ai 5.000 euro  per naufrago tratto in salvo. Tanto vale la  vita umana di persone in preda alla disperazione e agli stenti . Resta da capire come si esplica tale scala valoriale. Chissà. Proviamo ad ipotizzare: Per un profugo mulatto  la multa sarà di 3.500, mentre per un nero salirà a 5.000? 

In realtà la  stima economica di una vita umana non è cosa nuova. Trasferiamoci negli Stati Uniti, facciamo un salto nel passato fino alla prima metà del 1800. In questo periodo gli schiavi del sud erano  sette milioni, circa 350mila i loro padroni. I 234 più ricchi fra loro vessavano oltre  200mila persone. Era del tutto evidente come, in presenza di un numero così elevato di braccia da sfruttare, in enorme eccedenza rispetto alla necessità produttive, si sviluppasse una redditizia compravendita di donne e uomini che  potevano diventare merce venduta al mercato dal valore a volte inferiore ad  una bestia da soma. 

Come nel decreto  salviniano anche qui  il prezzo  di ogni singola persona poteva variare :  Ad esempio un ragazzo giovane e robusto aveva un valore maggiore rispetto ad un vecchio. Molto richieste anche le donne giovani perché in grado di fare figli da poter allevare e rivendere alle fiere . Leggiamo qualche inserzione dei giornali dell’epoca. 

Su un quotidiano di New Orleans del 1830 appare l’annuncio: “ Negri in vendita. Donna negra ventiquattrenne  e i sui figli uno di otto e l’altro di tre anni, saranno venduti separatamente o insieme, a piacere. La donna è una buona cucitrice . Viene venduta a buon prezzo, in contanti oppure scambiata con generi alimentari. Rivolgersi a Mathew Bliss & Co.” 

Un’altra inserzione  tratta da un giornale di Charleston invece promuoveva la vendita di una donna di 20 anni….è molto prolifica  e costituisce un’ottima occasione per chi volesse allevare una famiglia di servi robusti e sani per…proprio uso”.  

Thomas R.Drew, rettore del college  William e Mary negli stessi  anni si vantava del fatto che: “…la Virgnia alleva negri per gli altri Stati; ne produce a sufficienza per uso locale più  circa seimila da vendere….I virginiani li possono allevare a un costo inferiore di quello d’acquisto; in effetti questo allevamento costituisce una delle loro maggiori fonti di profitto”

Dunque non solo il decreto Salvini è paragonabile, così come bene descritto dagli studenti dell’Istituto Industriale Vittorio Emanuele di Palermo, alle leggi razziali del 1938  (in relazione alla mancanza di solidarietà per le minoranze con  l’effettiva inibizione e sterilizzazione di diritti fondamentali)  ma riporta alle pratiche in uso nell’America schiavista dell’ ‘800 in cui alla persone si poteva tranquillamente affibbiare un prezzo. Allora per affiancare allo sfruttamento il profitto sul commercio di appartenenti al genere  umano, oggi per rendere quegli stessi appartenenti al genere umano  misura monetaria al fine di quantificare sanzioni. 

Stiamo dunque parlando di un decreto fascista e schiavista, caratteristiche che non dovrebbero nemmeno arrivare ad un giudizio di incostituzionalità, per altro acclarato, ma essere rigettate  immediatamente  perché indegne di un Paese civile.  Ritengo che il Presidente Mattarella, qualora il decreto dovesse passare il vaglio del Consiglio dei Ministri, debba obbligatoriamente rifiutare un tale incivile abuso, negando la propria firma. Se ancora viviamo in uno Stato di diritto tutti gli organi di garanzia vigilanti sull’integrità costituzionale, e sui valori civile e sociali che la Carta assicura, dovrebbero mobilitarsi per fare in modo di fermare una norma che getta nella vergogna tutto il Popolo italiano.

Un decreto incostituzionale da respingere

Coordinamento per la Democrazia Costituzionale



Fonti di stampa riportano la bozza di un “decreto legge” che il Consiglio dei Ministri si appresta a deliberare su proposta del Ministro dell’interno, recante “disposizioni urgenti in materia di ordine e sicurezza pubblica”.

Fermo restando che costituisce una grave scorrettezza annunziare un “decreto legge” e pubblicarne il testo prima che la procedura sia stata portata a termine, trattandosi di un espediente rivolto a condizionare la libertà di autodeterminazione del Governo e del Presidente della Repubblica, quello che allarma non è la violazione del galateo istituzionale, ma i contenuti gravemente incostituzionali che fanno apparire il decreto come un atto sovversivo dei valori che la Costituzione ha posto a fondamento della Repubblica italiana.

Innanzitutto gli invocati presupposti di straordinaria necessità ed urgenza sono frutto di una evidente falsificazione ideologica della realtà dal momento che la pressione migratoria dei flussi provenienti dal Mediterraneo si è  ridotta negli ultimi due anni del 98%, mentre, sotto il profilo dell’ordine pubblico, l’unica urgenza deriva dalla recrudescenza dei crimini d’odio per i quali non viene proposta alcuna forma di contrasto.

Nel merito, l’art. 1 del decreto introducendo una sanzione inconcepibile per tutte le imbarcazioni che si trovino in condizione di effettuare operazioni di soccorso in acque internazionali, impone nella sostanza di pagare un “riscatto” variante da 3.500 a 5.500 euro per ogni naufrago tratto in salvo. In pratica la norma pone un divieto di salvataggio dei naufraghi in alto mare, malgrado un richiamo apparente al rispetto della Convenzioni internazionali sul diritto del mare. Si tratta di una disposizione che non può avere altro effetto che quello di favorire la morte per annegamento dei profughi che tentano di attraversare il Mediterraneo con mezzi di fortuna. 

Una normativa simile non è mai stata emanata negli ordinamenti democratici; soltanto nella Germania dell’est sono state emanate delle disposizioni che favorivano l’uccisione di coloro che tentavano di passare irregolarmente la frontiera. Tali normative non hanno impedito la condanna dei responsabili politici di quello Stato, confermata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo (con la sentenza Krenz del 22 marzo 2001).

Le modifiche al Codice della Navigazione, con il conferimento al Ministro dell’interno di competenze specifiche del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, e del codice di procedura penale, con l’attribuzione alla Procura distrettuale della competenza per il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, si prestano ad una censura di incostituzionalità per la loro palese irragionevolezza.  Così come si prestano alle medesime censure le norme che introducono modifiche al codice penale, alle disposizioni a tutela dell’ordine pubblico ed al Testo unico di pubblica sicurezza, dove vengono addirittura raddoppiate le sanzioni previste dal legislatore fascista.

Costituisce, inoltre, una novità assoluta ed inconcepibile l’istituzione di un Commissario straordinario del Governo, proposto dal Ministro dell’interno, che intervenga nell’organizzazione degli uffici giudiziari, che in base all’art. 110 della Costituzione spetta al Ministro della Giustizia. 

Le norme in parola realizzano un’anomala concentrazione di poteri in capo al Ministro dell’Interno, che è anche il Capo di un partito politico, turbando gravemente i delicati equilibri istituzionali che presidiano le competenze statuali in materia di giustizia, difesa e sicurezza. Esse difficilmente potrebbero passare il vaglio di legittimità della Corte costituzionale; tuttavia di fronte a delle disposizioni che mettono in pericolo la vita di centinaia o migliaia di persone, le garanzie dell’ordinamento devono essere anticipate: è necessario che nel Consiglio dei Ministri si giunga ad una votazione per distinguere le responsabilità di ciascuno      ed è fondamentale il ruolo di controllo del Presidente della Repubblica che può rifiutarsi di emanare un provvedimento così oltraggioso per i valori repubblicani, come avvenne in passato per il c.d. “decreto Englaro”.   

Massimo Villone, Silvia Manderino, Alfiero Grandi, Mauro Beschi, Domenico Gallo, Antonio Pileggi, Alfonso Gianni, Pietro Adami, Antonio Esposito, Giovanni Palombarini, Maria Agostina Cabiddu, Armando Spataro, Giovanni Russo Spena, Livio Pepino, Francesco Baicchi, Antonio Caputo.