Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

lunedì 9 settembre 2019

Governo giallo-fucsia? Non in mio nome

Luciano Granieri





Il governo “Bisconte” ha ottenuto, come previsto, la fiducia alla Camera . Un’indegna gazzarra ha coinvolto, in una giornata convulsa,  gli astanti dentro e fuori il palazzo. La mattina in Piazza Montecitorio  con la manifestazione contro il nascente esecutivo  e per l’indizione immediata  di elezioni - carnevalata organizzata dai Fratelli di Salò e dall’autogolpista bacia rosari - quindi fra i banchi della Camera  con gli stracci che   volavano, in particolare fra il nuovo-vecchio presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il pollaio avverso , urlante  e livoroso  inzeppato di autogolpisti sovranisti   e di manipoli  Fratelli Italioti.  

Che questo governo sia nato non proprio nell’interesse del popolo italiano, o almeno della stragrande maggioranza di esso , non è una boutade    di chi, invocando pieni poteri,   si è auto disarcionato dalla tolda della nave anti immigrati, o dei fascisti variamente declinati, o dei vecchi  turbo liberali in salsa berlusconiana ,  ma è una triste verità.  A dire il vero è dall’inizio del ventennio  maggioritario  che tutti i governi succedutisi nel corso degli anni hanno operato non tenendo conto degli interessi della collettività , ma in tutela della ristretta cerchia degli  invadenti potentati finanziari. Dunque   siamo nell’alveo dell’assoluta normalità.  

Del resto basta dare un’occhiata ai punti programmatici presentati dal governo giallo-fucsia per capire quanto questi siano  irrealizzabili. Perché l’archibugio dello stato sociale, caricato con i pallettoni delle maggiori risorse per la sanità, dell’aumento degli asili nido, della lotta alla diseguaglianze , del salario minimo garantito,  ed altre mirabilie simili,   non potrà mai sparare. Così come farà cilecca il cannone della politica economica espansiva caricato con i proiettili degli investimenti pubblici a sostegno della crescita .  Infatti a bagnare le polveri di queste macchine da guerra santa c’è quel proposito ben saldo  scritto nel punto uno del programma in cui si afferma che tutto ciò dovrà avvenire “senza mettere a rischio l’equilibrio di finanza pubblica” cioè senza mettere in dubbio il pareggio di bilancio  che pure abbiamo messo in Costituzione. Una codicillo che, alla luce di 2300 miliardi  e passa di debito, per lo più dovuti a speculazione e  ad interessi passivi, non consente di disporre neanche di mezzo copeco per finanziare tutte le fantasticherie  dei  giallo-fucsia. 

Si spera, con la potente infornata di ministri europeisti, capitanata dal titolare del dicastero economico Roberto Gualtieri, di spuntare qualche mezzo punto di flessibilità in più, in una congiuntura per altro favorevole  visto  che anche l’austera Germania  pare abbia bisogno di fare del deficit (almeno 50 miliardi) utile a  far ripartire la sua economia impantanatasi nelle secche da essa stessa create.  Infatti se  per spuntare  guadagni spropositati  impoverisci i tuoi clienti esteri ,tanto da non consentirgli più di acquistare i tuoi prodotti, se  metti sul lastrico i tuoi clienti interni a colpi di decurtazione di diritti e salari, tanto da costringere anch’essi a non comprare più nulla, è normale che, prima o poi,  ti trovi in braghe di tela . 


Si spera nel tesoretto dei soldi risparmiati   da quota 100 e di un nuovo corso europeo teso a modificare le regole del patto di stabilità, da rendere  meno rigido e vincolante per    investimenti  pubblici  necessari  a finanziare politiche espansive . Si confida nella nuova ondata di acquisto di debito pubblico da parte della BCE guidata  dalla neo presidente Christine Lagarde.  Briciole. Se  si arriva a tirare su 10-15 miliardi è grasso che cola. Considerato che solo per scongiurare l’aumento dell’IVA ne  servono 24 le conclusioni arrivano di conseguenza. 

Perché, anziché cianciare di flessibilità e golden rule per gli investimenti sulla green new deal, non s’impone una moratoria sul pagamento degli interessi sul debito per 5 anni,  quello almeno detenuto dalla BCE? Si risparmierebbe una cosuccia come 40 miliardi l’anno, centesimo più centesimo meno, altro che Quantitative Easing!  Ovviamente di tutto ciò non c’è traccia nel piano di governo. 

Come  poco,  della tanto invocata discontinuità, si rileva nel capitolo che riguarda i decreti sicurezza dove si legge  che” è necessaria la definizione di una organica normativa che persegua la lotta al traffico illegale di persone e all'immigrazione clandestina, ma che - nello stesso tempo - affronti i temi dell'integrazione. La disciplina in materia di sicurezza dovrà essere rivisitata, alla luce delle recenti osservazioni formulate dal Presidente della Repubblica”. Cioè campa cavallo!!!! Perché per una legge organica occorre tempo. Intanto  ogni volta che  una nave delle ONG si avvicinerà alle acque territoriali, continuerà lo squallido teatrino dei porti chiusi e dei  tira e molla su dove far sbarcare gli immigrati, provati e prostrati dalla permanenza nei lager libici. Fortunatamente a scrostare la legislazione dalle barbarie dei decreti sicurezza ci penserà la Corte Costituzionale, chiamata ad esprimersi sulla incostituzionalità, per altro conclamata,  delle farneticazioni salviniane,  da due ordinanze:  una emessa  un giudice di Milano, l’altra dal tribunale di Ancona.  

Alla luce di questi rilievi appare evidente che gli obiettivi di questo governo non vertono sul benessere dei cittadini, ma su qualcosa d’altro. Non è il mantenimento delle poltrone, o almeno lo è in minima parte.  Il governo giallo-fucsia, è nato per mantenere gli equilibri delle    correnti interne ai partiti spiazzati dall’improvviso autogolpe salviniano . 

Renzi, evitando le elezioni , ha salvaguardato il suo potere di condizionamento del partito attraverso la pattuglia parlamentare a lui fedele . Zingaretti, invece, avrebbe preferito votare  in modo da candidare  uomini suoi, togliendo il controllo di Deputati e Senatori dem  dalle mani  dello stesso  Renzi.  Alla fine temendo l’ennesima batosta nelle urne il segretario ha salvato capra e cavoli,   cedendo all’ex premier di Rignano , ma proponendosi come grande tessitore e mediatore con gli sprovveduti grillini   a salvaguardia  della tenuta democratica del Paese. 

Nei 5 stelle alla fronda dei parlamentari, non troppo incline a perdere la poltrona in caso di non ricandidatura e dunque contrarie ad elezioni,  si è opposta la fazione Casaleggio  al quale nuove elezioni avrebbero assicurato ulteriori profitti alla piattaforma Rousseau, con Di Maio battitore libero favorevole o contrario alle governo giallo-fucsia a seconda degli umori di giornata, comunque con il fermo proposito di rimanere aggrappato quanto più possibile  alla poltrona. La soluzione del "Bisconte" è stata quella più confacente all’equilibrio delle correnti interne ai partiti. Questa è la ragione sociale del nuovo governo e non altre.  


Infine una notazione su quei deficienti che stavano in piazza ieri mattina  invocando elezioni in nome del rispetto della sovranità popolare che, ricordiamo,  si esprime attraverso  elezioni,  magari svolte con una legge proporzionale, e non seguendo i sondaggi. Le manifestazioni di piazza sono una cosa seria.  Prima di scendere a protestare che si vada a studiare che si rivendichino istanze  vere ! Infatti,  nonostante questo esecutivo sia un obbrobrio, è l’espressione del Parlamento e, fino a prova contraria, la nostra è una Repubblica Parlamentare, dove si vota per i rappresentanti di Camera e Senato, non per i governi. Il dramma è  che questa sguaiata manifestazione, fra saluti fascisti (fuori legge) e crocifissi ostentati a mo’ di talismani esorcisti,  è stata organizzata proprio da rappresentati eletti in Parlamento. Che pena! 

Personalmente, se dovrò  scendere in piazza, lo farò insieme a chi è convinto che  per assicurare dignità, uguaglianza, benessere sociale ed economico a tutti i cittadini, sia  necessario smantellare totalmente le politiche liberiste che, da trent’anni almeno,  hanno vessato e impoverito la maggioranza della popolazione.  Ciò è oggi ancora più necessario visto che il governo giallo-fucsia ha realizzato la tanto invocata   unità della sinistra (Pd, LeU, quindi Si,  con la possibile confluenza di  Rifondazione come alle europee).

Quella  sinistra che, spacciando il riformismo come  efficace strumento di  controllo della voracità capitalista, ne asseconda le peggiori rapine.  Finalmente nelle piazze a combattere la privatizzazione del profitto e la socializzazione delle perdite, a contrastare il potere delle banche, degli hedge fund,  della  speculazione finanziaria , ci va chi è ben connotato,   fuori da quell’ambiguità di una cosa che oggi definiamo sinistra ma  che agisce non in nostro nome.


domenica 8 settembre 2019

MA CHI PARLA DI ELEZIONI SA QUEL CHE DICE?

di Felice Besostri|



Caro Manifesto, perché per invocare elezioni subito, si dice che bisogna dare voce al popolo?

In una democrazia i cittadini hanno naturalmente il diritto di parlare.
Nessuno deve dare a voce al popolo, ce l’ha per conto suo, senza bisogno di gridare in piana.
Più che voce al popolo bisognerebbe dare capacità di ascolto ai governanti, che si parlano tra loro, a ruoli invertiti di maggioranza e opposizione, intercambiabili.
Se non cambiano i partiti si cambia di partito/gruppo parlamentare, nella scorsa legislatura, 566, ma per soli 347 parlamentari su 945 elettivi, un buon 36,7%.
Voce a popolo?

Da noi gli appartiene addirittura la sovranità, che, però, gli e stata rubata come corpo elettorale.
Il corpo elettorale in alcune Costituzioni è, accanto a legislativo, esecutivo e giudiziario, il quarto potere dello Stato: anzi il primo da cui tutti gli altri derivano.
Persino le sentenze sono rese in suo nome.

In una democrazia rappresentativa il voto è la manifestazione più importante del popolo, che elegge i rappresentanti della Nazione (art. 67 Cost.)
un altro nome del popolo, come comunità.
Ebbene il diritto di voto secondo Costituzione gli è stato rubato nel 2005 mai più restituito.
Gliel’hanno rubato con leggi elettorali incostitiazionli dopo il Porcellum, l’ ltalikum e il Rosatellum.
Le prime due sono state annullate dalla Corte costituzionale, un record europeo.
La terza, la più ipocrita, il Rosatellum, la sarà appena un giudice la monderà in Corte costituzionale, si spera già in ottobre.

Chi non è complice del furto sa che come votare è più importante di quando, o almeno altrettanto. Purtroppo, questa verità non la solleva nessuno perché le leggi elettorali incostituzionali le hanno votate in molti, utilizzate tutti e facilitate anche chi poteva bloccarle nei suoi ruoli istituzionali.
Nessuno contrasta la demagogia dicendo “Cari signori non dovete darci la voce ma ascoltarci tutti i giorni, anche se non Gridiamo” o “Cari signori basta chiamarci a ratificare i vostri rappresentanti, la cui incapacità è evidente se si dovrà votare a poco più di un anno e mezzo dalle ultime elezioni”.

Adesso basta!
Per prima cosa, se credete che al popolo spetti decidere, invece di dargli la voce ridategli il diritto di scegliere i suoi portavoce, come in ogni democrazia che si rispetti.
Pubblicato su Il Manifesto

sabato 7 settembre 2019

Salvini non è un raffreddore

Marco Bersani




Con una recessione alle porte, allinearsi al telaio liberista e austeritario dell’attuale Unione Europea, barattando qualche margine di flessibilità nei conti aritmetici, significa non aver capito cosa si muove nelle viscere del Paese


Vedere Matteo Salvini ringhiare sui social senza, per farlo, avere a disposizione il Ministero dell’Interno, voli di Stato per raggiungere le spiagge e un ufficio stampa di 43 addetti pagati dai contribuenti, è senz’altro un sollievo.
Pensare tuttavia che Salvini sia stato un raffreddore istituzionale, curabile con una semplice pasticca giallo-salmone (definirla giallo-rossa mi sembra indice di daltonismo), sarebbe un errore esiziale.
Non solo perché la metà del nuovo governo ha condiviso tutto con Salvini per oltre un anno e l’altra metà ne ha preparato il successo con le politiche precedentemente messe in campo; soprattutto perché Salvini, lungi dall’essere un problema di “Palazzo”, risolvibile all’interno dello stesso, è il sintomo di qualcosa che ha squassato la società nel profondo e che, se non viene compreso, rischia di far diventare il suo «arrivederci» una probabile realtà.
Da questo punto di vista, il programma del nascente governo sembra a dir poco sorvolare.
Con una recessione alle porte, allinearsi al telaio liberista e austeritario dell’attuale Unione Europea, barattando qualche margine di flessibilità nei conti aritmetici, significa non aver capito cosa si muove nelle viscere del Paese.
Continuare a non prendere di petto la trappola artificialmente costruita del debito pubblico, utile a disciplinare la società e a mettere sul mercato ciò che sinora ne era escluso perché garanzia di diritti, significa riprodurre il teatrino del «C’è il debito, non ci sono i soldi», a cui sarà facile, per il Salvini di turno, replicare «Se i soldi non ci sono, prima gli italiani!».
Ciò che da tempo scuote la società sono la precarietà esistenziale e la solitudine competitiva, nelle quali le persone sono state immerse, grazie a tre decenni di politiche liberiste e di pensiero unico del mercato.
È da questo che nasce il rancore che domina le relazioni sociali e l’angoscia che avviluppa il pensiero sul futuro, amplificati dalle sfide che abbiamo di fronte: diseguaglianza sociale, cambiamento climatico, innovazione produttiva 4.0, migrazioni.
In questo quadro, sono i movimenti sociali che ancora mancano all’appello, non tanto nell’insieme di lotte, pratiche ed esperienze che attraversano il Paese (più numerose e ricche di quanto si creda), quanto nell’intenzionalità di collocarle dentro un orizzonte collettivo di riappropriazione sociale, che si prefigga la costruzione di un contropotere dal basso, capace di incidere sull’agenda politica e di costruire, qui ed ora, le tappe di un percorso per una società diversa.
La società è, infatti, il campo di battaglia, e, mai come ora, servirebbe una mobilitazione sociale ampia, determinata, diffusa e reticolare, per costruire dal basso una nuova visione del mondo e praticare un nuovo modello ecologico, sociale e relazionale.

In questa direzione, un’occasione da non perdere è l’università estiva di Attac Italia, che, dal 13 al 15 settembre a Cecina Mare (Livorno), discuterà esattamente de «La società che vogliamo», attraverso sei seminari che proveranno a declinare i temi: «lavoro e reddito», «la rivoluzione ecologica», «pubblico, privato e comune», «la rivoluzione femminista», «la questione europea» e «la democrazia».

Lo faremo con Marco Bersani, Fiorella Bomè, Barbara Bonomi Romagnoli, Roberto Ciccarelli, Pino Cosentino, Alice Dal Gobbo, Paolo Gerbaudo, Vittorio Lovera, Giuseppe Micciarelli, Stefano Risso, Marco Schiaffino, Roberto Spini, Marina Turi
fonte: il manifesto del 07 settembre 2019

domenica 1 settembre 2019

UN ESPOSTO AL PREFETTO DI VITERBO RECANTE UNA NOTITIA CRIMINIS CONCERNENTE TRE MINISTRI



Al Prefetto di Viterbo
e per opportuna conoscenza al Presidente della Repubblica, alla Presidente del Senato ed al Presidente della Camera dei Deputati
e sempre per opportuna conoscenza alla Presidente del Tribunale di Viterbo


Egregio Prefetto di Viterbo,
i tre ministri, peraltro di un governo gia' caduto, che continuano ad impedire l'approdo in porto sicuro ai naufraghi salvati nel Mediterraneo da soccorritori volontari, negando questo approdo, e quindi impedendo che l'azione di soccorso trovi adeguato compimento, non violano le leggi oltre che la morale?

E lei, che e' un pubblico ufficiale, ricevendo questa "notitia criminis", questa segnalazione di una flagrante omissione di soccorso, non ha il dovere di richiedere l'intervento della magistratura?

Ogni essere umano ha diritto alla vita, alla dignita', alla solidarieta'.
Cessi la strage degli innocenti nel Mediterraneo.
Salvare le vite e' il primo dovere.
Auspicando un suo tempestivo intervento, voglia gradire distinti saluti,


Peppe Sini, responsabile del "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo

Viterbo, primo settembre 2019

giovedì 29 agosto 2019

Love&Liberation l'ultimo disco di Jazzmeia Horn

Luciano Granieri




E’ una serata di giugno molto particolare al Jazz Standard Club di Manhattan.  Quasi alla fine del set la cantante che si sta  esibendo , dopo aver deliziato  gli appassionati -  supportata da un quintetto composto dal trombettista Josh Evans, dal tenorsassofonista  Stacey Dillard, con  Keith Brown al pianoforte , Ben Williams al basso e l’immenso Ralph Peterson Junior alla batteria - si posiziona davanti al palco con una mano ben piantata su un fianco e guardando con la faccia dritta  verso il pubblico  ordina:”Alzate la mano se sapete cos’è Juneteenth”.  Il risultato non è dei migliori. Non molti spettatori alzano  mano.   Lei  fra il deluso ed il divertito risponde: “Nemmeno la metà di voi lo conosce, ma va bene lo stesso, ora vi mostrerò cos’è Juneteenth”.  Attacca, con voce solenne    -e la mano destra  sollevata a pugno alla stregua del Black Power -  Lift Every Voice and Sing”, l’inno di liberazione  della gente di colore, che irrompe in un fiammeggiante  Moanin anatema contro la discriminazione razziale  registrato da Art Blakey and tha Jazz Messanger nel 1959.  

Chi è la cantante?  E’ Jazzmeia Horn,   una ventottenne ragazza afroamericana   da Dallas Texas.  Giovane  musicista dalla tecnica straripante e dalla tenace voglia di lottare  in  difesa dei diritti  di tutti i  discriminati per razza, genere, censo ed orientamento sessuale. 

A proposito per  chi non sapesse cos’è Juneteenth dirò che è la commemorazione di un fatto storico molto importante per la comunità afroamericana avvenuto il 19 giugno del 1865.  Quel giorno  il generale della Union Army Gordon Granger entrò a Galvestone in Texas portando la notizia che, essendosi  conclusa la guerra civile, anche gli schiavi di quello Stato avrebbero acquistato la loro libertà .  E’di fatto una delle prime celebrazioni  relative all’abolizione della schiavitù nel mondo, anche se non viene festeggiata in tutti gli Stati americani. Naturalmente per Jazzmeia Horn, texana di Dallas, afroamericana,  Juneteenth non può che essere una delle ricorrenze più importanti. E’ il  primo atto che ha iniziato il processo di liberazione dei neri, una liberazione che però ancora deve compiersi completamente. 

Per Jazzmeia Horn  ogni forma di liberazione è un atto d’amore. Non a caso il suo secondo album uscito per la Concord Jazz il   23 agosto scorso è intitolato  “Love &Liberation”. Durante la conferenza stampa di presentazione del disco, organizzata dalla Concord, la Horn spiega in due parole l’essenza del CD : “Un atto d’amore è un atto di liberazione e scegliere di liberare – se stessi o altri- è un atto d’amore”.  Ecco spiegata in due parole la lotta partigiana!

 “Love & Lieration” esce due anni dopo  primo lavoro di Jazzmeia Horn “A Social Call” con il quale ha ottenuto la nomination ai grammy 2018. In realtà la cantante di Dallas ha fatto irruzione nel mondo del jazz in modo fulmineo e strabiliante, entusiasmando molti appassionati  critici per la sua straordinaria abilità di cantante, compositrice  e musicista a tutto tondo, dalla grande verve improvvisativa.  Vincitrice  sia della Thelonius Monk International Vocal Competition   che della Sarah  Vaughan International Vocal Competition, Jazzmeia Horn non ha perso la voglia d’imparare di emanciparsi di captare ogni piccola esperienza di vita ed artistica per evolvere il suo linguaggio. Infatti il nuovo CD riflette chiaramente il profondo completamento del suo linguaggio maturato in due anni passati quasi interamente in tournee, affinando le sue capacità non solo di performer ma anche di band leader. 

Le 12 tracce del disco, di cui 8 composizioni originali, sono la colonna sonora di un viaggio fatto di tanti incontri: musicisti, persone di ogni  tà razza religione cultura. Da ognuna di queste Jazzmeia Horn ha ricevuto, ma  ha  anche dato qualcosa in termini di emozioni consigli, istanti di vita. Ed è questo il messaggio inscritto nelle tracce del disco. E cioè che ognuno di noi deve impegnarsi nella vita a confrontarsi, anche a  scontrarsi, e deve sempre essere pronto a  cogliere e dare il meglio che si  ha da offrire  Insomma Love & Liberation è una chiamata all’azione. Un’esortazione diffusa trasmessa in tanti linguaggi. 

Non è un caso che  la struttura  dei brani non si basi  esclusivamente su una solida base jazzistica, comunque predominante,  ma si estende anche al R&B all’Hip Hop arrivando ad un duetto a cappella con il compagno di etichetta, il batterista e cantante Jamison Ross.  I brani non originali sono:” No More” di Jon Hendricks,  un pezzo importante  con le  radici ben piantate nella tradizione  jazzistica e non poteva essere diversamente visto che il brano   di  Hendricks è un’invettiva contro l’oppressione e il razzismo . “Green Eyes” di Eryka Badu,  è un’inspirata interpretazione sostenuta da una ritmica potente, di stile coltraniano (Jones- Tyner-Garrison ricordate?) tendente al free, “Reflection of my Heart  è un’elegante ballad  di Rachelle Farrell eseguita  insieme a  Jamison Ross, ed infine lo standard di Jimmy Van Heusen e Johnny Mercer “I tought about you” eseguito in duo con il contrabbassista Ben Williams, dove la Horn sfodera un’improvvisazione scat smagliante. Caratteristica presente anche in molti degli altri brani originali.  

I musicisti che accompagnano Jazzmeia Horn sono oltre che Williams al basso, il pianista abituale  Victor Gould, a cui si è aggiunto come ospite Sullivan Fortner , il tenor sassofonista  Stacey Dillard, il trombettista Josh Evans  e il batterista cantante Jamison Ross

Free Your Mind, il brano d’apertura, è un’esortazione a rimanere se stessi, lasciare dentro di   serenità  e lucidità senza farsi coinvolgere  dall’odio che c’investe proveniente   soprattutto dai social. Il pezzo è un potente esempio di hard bop suonato con determinazione in cui la Horn percorre in lungo e in largo sonorità dai colori sfavillanti.   

Time è una sorta di poesia che descrive un amore sognato ma mai realizzato completamente. Una ballad dove l’impasto sonoro formato da sassofono e tromba offre una tappeto ideale per il recitato della Horn. 

Out of the window  è un messaggio urlato  di una donna che mette in guardia un uomo del fatto che un’altra donna lo stia depredando ma questo gioco predatorio potrebbe piacere anche alla stessa signora che sta mettendo in guardia l’uomo.  E' un’arma a doppio taglio molto sottile dove l'ironia femminile sovrasta la prosopopea maschile . Un  brano trascinante pieno di groove dove l’incessante scat di Jazzmeia Horn apre la strada all’imponente assolo di Stacey Dillard. 

 Il già citato No more di Jon Hendricks, chiama la Horn ad un impeto di ribellione come donna afroamericana, riportandola allo spiacevole ricordo di lei bambina accompagnata alla fermata dell’autobus dai genitori o dalla nonna per evitare che ragazzini  bianchi la prendessero in giro o l’aggredissero. 

When I Say” è un brano dedicato da Jazzmeia alla figlie. E’ un tentativo di vedere il tempo da una prospettiva infantile, dove sono le voglie dei bimbi a decidere quando fare una cosa e per quanto tempo  anche se questa  cadenza temporale non coincide con quella degli adulti . Il tema è   complesso tanto da far sospettare l’intento di costruire il pezzo  direttamente improvvisando senza una linea melodica precisa. 

Legs and Arms, è  una ballad a swing moderato che parla di un amore morboso, quasi al limite della persecuzione. 

Searchin” è una cavalcata senza fiato attraverso il virtuosismo del fraseggio e dell’intonazione. Un  pezzo quasi impossibile da cantare che la Horn utilizzava per esercitarsi ma che è finito sul disco. 

Still Tryin” è un blues all’ennesima potenza con tutta la forza emotiva che un blues può dare. 

Only You è un brano a cappella eseguito con il cantante batterista Jamison Ross. E’ un dialogo intimo  fra due persone   che condividono pensieri reconditi ed espliciti, privati e pubblici, una piccola poesia Hip Hop. 

Insomma dopo aver ascoltato Love & Liberation non si può disattendere la chiamata all’azione di Jazzmeia Horn.  Un’azione sempre tesa al confronto e alla condivisione, perché confronto, condivisione e socializzazione  sono il sale di una vita, per e con gli altri, una vita liberata dall'odio dalla prevaricazione, in una parola dalla barbarie.



mercoledì 28 agosto 2019

Urgente: difendere l'Amazzonia da Bolsonaro

Pstu
(sezione brasiliana della Lit-Quarta Internazionale)



Il 19 agosto la popolazione della città di San Paolo, capoluogo della regione più popolosa del Paese e dell'intero continente, ha visto il pomeriggio trasformarsi in notte, in uno strano fenomeno che ha causato paura e apprensione. Una densa nuvola nera si è abbattuta sulla regione e, in alcuni punti, è caduta una pioggia scura. Poco dopo, istituti come il National Institute of Meteorology (Inmet) hanno confermato che il fumo è nato dalla combustione in varie parti del Sud America, come il triplo confine tra Bolivia, Paraguay e Brasile, che fa parte del Pantanal, oltre che dell'Amazzonia. L'incendio, insieme a un fronte di aria fredda, avrebbe causato l'improvvisa oscurità. In altre città all'interno dello Stato, il cielo è apparso arancione.
Il caso ha attirato l'attenzione sullo scenario infernale che si sta verificando nella regione amazzonica dove bruciano da mesi le giungle dell'Amazzonia, dell’Acri e della Rondônia. Se è vero che questo periodo è da sempre epoca di roghi, è un dato di fatto che gli incendi sono i più grandi dal 2013 e che si stanno moltiplicando in un momento in cui di solito erano finiti.
La verità è che stiamo vivendo una vera catastrofe ambientale. Proprietari terrieri e taglialegna rimuovono e bruciano foreste per fare pascoli; i"Garimpeiros" [cercatori di minerali preziosi, ndt] e le miniere invadono le riserve indigene.
Il governo Bolsonaro non solo chiude gli occhi su questa tragedia. In precedenza, è stata la politica del governo a promuovere letteralmente la devastazione della terra e dell'ambiente per favorire le industrie agricole, quelle minerarie e i garimpos. Fin dalle elezioni, Bolsonaro promise di porre fine a qualsiasi tipo di protezione ambientale, di eliminare le riserve indigene e le quilombolas [piccoli nuclei i cui abitanti sono discendenti diretti di comunità di schiavi di origine africana fuggiti o liberatisi con la fine della schiavitù – ndt].
Una volta al governo, sta attuando quel progetto senza vie di mezzo.
Bolsonaro e il suo ministro dell'Ambiente, Ricardo Salles, smantellano l'Ibama (Istituto brasiliano per l'ambiente e le risorse naturali rinnovabili), l'organismo responsabile dell'esecuzione delle politiche ambientali.Viene modificato il consiglio direttivo dell'Icmbio, un istituto che sovrintende alle unità di conservazione, imponendo un colonnello della polizia militare di San Paolo alla presidenza; il culmine della persecuzione degli organismi ambientali e di ricerca sono state le dimissioni del presidente dell'Inpe (National Institute of Space Research), Ricardo Galvão. Bolsonaro ha contestato i dati del riconosciuto organismo di ricerca sulla progressione allarmante del disboscamento in Brasile e ha accusato i suoi scienziati di essere collegati alle Ong.
Bolsonaro ha negato di aver disboscato e poi ha contestato i dati degli istituti di ricerca. Ora, non potendo più nascondere i fatti, in modo intimidatorio accusa le Ong di aver bruciato l'Amazzonia.
Il ministro Salles, da parte sua, ritiene responsabile degli incendi la popolazione residente, povera gente che soffre più di tutti di questo inferno, causato da aziende di legname e industrie agricole. Ricardo Salles, per di più, era già stato condannato per aver favorito le compagnie minerarie quando faceva parte del governo di Geraldo Alckmin (Psdb).
La barbarie ambientale cui stiamo assistendo fa parte di quella politica del governo di Bolsonaro che incoraggia il progressivo disboscamento, i garimpos e gli incendi: e lo fa con il suo intervento politico, con la persecuzione di scienziati e organismi ambientali e con lo smantellamento di tutto il servizio pubblico nella zona, che gli è ostile. Per questo, perseguita gli indigeni e le quilombolas e, di recente, ha approvato una legge che autorizza il trasporto di armi nelle proprietà rurali.
È una politica di sterminio della foresta e delle persone che dipendono da essa. Questa politica è collegata al suo progetto di consegna del patrimonio nazionale al capitale straniero, compresa l'Amazzonia e le sue risorse, a grandi compagnie minerarie internazionali.
È necessario scendere in piazza e difendere la foresta pluviale contro questo governo criminale.
Difendiamo l'ambiente e le popolazioni indigene, quelle fluviali e le quilombolas da questo massacro.
Via Salles subito!
L'Amazzonia resta, Bolsonaro va!
(traduzione di Giacomo Biancofiore e Mario Avossa dal sito www.litci.org )

martedì 27 agosto 2019

"Aridatece glie pallone e jateuenne a casa, assi' finisce sta' commedia".....così si risolve la crisi di governo

Luciano Granieri

con tutto il rispetto per le scimmie



Un golpe costituzionale

Mio nonno non era appassionato di calcio. Poco tollerava  fenomeni di coinvolgimento di massa come il pallone .  Guardava le partite distrattamente rassegnato al fatto che, o cambiava stanza, o doveva  rimanere con noi  ragazzini che negli anni ’60 seguivamo le gesta di Losi, Mazzola, Rivera, Riva,  in bianco e nero, dall’unica TV di famiglia. Mio nonno, in particolare, non sopportava il gioco scorretto : ad esempio quando un calciatore, buttava volontariamente  la palla in fallo laterale per evitare guai peggiori,  o si rotolava a terra fingendo chissà quale malanno per perdere tempo quando la sua squadra era in vantaggio. Già il calcio non l’appassionava, ma quando vedeva certe sceneggiate si arrabbiava proprio. Una volta lo sentii urlare: “ Ce teneua da sta’ i’ a fa gli arbitre, da mo’ che saria strillate “ Iamme, ridateme glie pallone e jateuenne tutti a casa, assì finisce sta’ commeddia”  Non so se l'idioma ciociaro è riportato fedelmente, però traduco: “Dovevo starci io a fare l’arbitro, avrei già urlato: forza ridatemi il pallone, andatevene tutti a casa così finisce  questa sceneggiata”. 

Ecco a me piacerebbe che Mattarella facesse come mio nonno   e ponesse fine all’infimo teatrino  che  politicanti maneggioni e cialtroni stanno mettendo in scena durante  questa crisi di governo.  Se fossi Mattarella caccerei tutti dal Parlamento . Li  manderei a studiare fino alla fine della legislatura e oltre, per imparare, ad esempio, che i cittadini eleggono il Parlamento, non il Governo Solo dopo essermi accertato dell'alfabetizzazione dei Parlamentari riaprirei le Camere . Imporrei il silenzio nell’agone politico dentro e fuori le istituzioni  perché di cazzate ne sono state dette e fatte tante. 

Nel frattempo istituirei un governo di "solidarietà  costituzionale", fatto da pochi ministri,  con pieni poteri.  Tutti costituzionalisti,  storici e filosofi, a cui sarebbe affidato il compito di portare avanti una legislatura di Solidarietà della Costituzione , basata  in particolare gli art.2 e 3. Cioè il riconoscimento e la garanzia dei diritti inviolabili dell’uomo,   la rimozione degli ostacoli che limitano di fatto la libertà e l’eguaglianza  dei cittadini.  

 Un esecutivo che guardasse anche alla Carta dell’ Onu, in particolare agli  articoli 55  e 56 in cui gli Stati aderenti sono obbligati a realizzare  l’elevamento dei livelli di vita dei cittadini, il pieno impiego,  condizioni di progresso e di sviluppo nell’ordine economico e sociale…. il rispetto universale ed effettivo dei diritti dell’uomo, delle libertà fondamentali per tutti senza distinzione”.  Se il rispetto di questi obblighi contrasta come è evidente con le politiche di austerity della UE, la stessa Carta dell’Onu impone di non tenere conto dei trattati europei. Infatti all’articolo 103 è scritto: “ In caso di contrasto fra gli obblighi contratti dai Membri delle Nazioni Unite con il presente statuto, e gli obblighi da essi assunti in base a qualsiasi accordo internazionale prevarranno gli obblighi derivanti dal presente Statuto”. Tradotto: fra l’obbligo di rispettare il rapporto debito/pil  e l’obbligo di elevare i livelli di vita, e realizzare  il rispetto universale ed effettivo dei diritti dell’uomo , prevale il secondo. 

Mi rendo conto che costituzionalmente il mio discorso è gravemente viziato dall’esautorazione del Parlamento in una Repubblica Parlamentare. Ma un Parlamento formato da gente totalmente ignorante, non può svolgere rappresentanza di alcun tipo né “adempiere con onore e disciplina al suo mandato  art. 54 Cost. 

Sarebbe uno strappo costituzionale enorme? Certo ma per far rispettare meglio lo spirito della  Carta.   Si tratta di un’emergenza democratica reale che, se è grave e pericolosa come i più asseriscono, non basta cambiare colore ad un governo , ci vuole  il golpe: un “golpe costituzionale necessario a porre  al centro i principi di solidarietà ed eguaglianza finalizzato a ripristinare una convivenza civile degna di questo nome senza odi e rancori. Insomma: “ardatece glie pallone, jateuenne a casa assì finisce stà commeddia”.