Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

venerdì 15 maggio 2020

La magia del cofanetto n.374

Luciano Granieri


Premessa
Il pezzo che segue è dedicato a Ezio Bosso, in una giornata triste come quella in cui Ezio ci ha lasciato , tutto ciò che parla di musica, che ne descrive la bellezza e la passione deve essere dedicato a lui.



“Un concerto perfetto se non fosse che il contrabbassista assomigliava a Peppino Di Capri” Queste erano le valutazioni che, in una mattinata del 1979, a scuola ,stavo scambiando con Vincenzo,  mio compagno di classe e di banco di allora (Vincenzo oggi è uno dei più autorevoli critici di jazz, scrittore,saggista musicale,  nonché docente presso diversi conservatori)  Si trattava del concerto  del pianista Bill Evans, con  Marc Johnson al contrabbasso (quello che assomigliava a Peppino di Capri) e Joe La Barbera alla batteria. Lo aveva trasmesso la Rai la notte prima. 

La musica di Bill Evans aveva su di  me  uno strano effetto. Non riusciva a prendermi subito  .  Un aspirante batterista, “ormonale” come ero io in quel periodo,  tutto sbaradam-bam-dish, preferiva bearsi delle evoluzioni di band    sfavillanti   dove il drummer  rutilava acrobaticamente     bacchette e spazzole   su pelli e cimbali.  Quelle atmosfere eteree, quei fraseggi raffinati  e curati, all’inizio di ogni ascolto mi lasciavano un po’ interdetto, ma inspiegabilmente mi tenevano inchiodato alla sedia. 

Non era il seguire con la testa o con il piede il ritmo, era consegnarsi completamente a quelle armonizzazioni a qui colori ritmici soffusi, che solo grandi musicisti   potevano eseguire .  Una sensazione strana ma  bellissima che ti portava fuori dalla  corporeità comunicativa e gestuale tipica della maggior parte dei brani jazz . Anch’io come Vincenzo ero rimasto abbagliato da quel concerto e ne stavo condividendo  le mirabilie attirando gli strali della professoressa di Filosofia. 

Un anno dopo,  a settembre, Bill Evans venne a mancare. Una perdita enorme non solo per il jazz ma per la musica in generale. Su la rivista Musica Jazz di novembre si dava conto dell’imminente uscita di un cofanetto con 4 dischi . L’opera  raccoglieva  tutte le incisioni che Bill Evans, insieme al bassista  Paul Motian, e al contrabbassista Scott La Faro,  fra il 1959 e il 1961, aveva realizzato per la Riverside etichetta guidata da Orrin Keepnews. Era un omaggio che la Fonit Cetra voleva dedicare alla memoria di Bill attraverso la pubblicazione dell’intera espressione creativa del   grande trio jazzistico, precursore di una nuova concezione formale del  rapporto armonia –melodia -ritmo. Quell'esperienza fu interrotta dalla morte prematura di Scott La Faro a causa di un incidente stradale occorsogli  nel luglio  del 1961.  

La particolarità di quel cofanetto era che sarebbe uscito in edizione limitata . Solo  2000 copie
Al desiderio dell’appassionato di musica si aggiunse la fregola del collezionista.  Una  di quelle 2000 copie non doveva  mancare nella mia discoteca jazz. 

Sulla rivista diretta da Arrigo Polillo, erano elencati i negozi presso cui era possibile prenotare il cofanetto. Non accettavano prenotazioni telefoniche, e bisognava presentarsi di persona. Il punto vendita più vicino, ovviamente era a Roma, più esattamente Millerecords  vicino alla stazione Termini. In un uggioso pomeriggio di novembre presi il treno con la preoccupazione che le prenotazioni fossero chiuse.  Per i soldi non c’erano problemi. Monetizzai i regali di compleanno e di natale per disporre della cifra necessaria. 

Roberto, il vero e proprio deus ex machina, di Millerecords, mi consegnò il biglietto di prenotazione, con la promessa di avvisarmi all'arrivo del cofanetto . Un mese dopo, con una certa solennità, mi fu consegnata da Roberto  la copia n.374.

Sarà stato il  fatto di possedere un'opera  dall’emissione limitata, sarà stata la forma austera della confezione, il cofanetto, a differenza degli altri dischi, rivestì per me  un’aurea di straordinaria  sacralità  . Non che gli altri vinili di cui ero in possesso non avessero  valore, ma quelli del cofanetto erano  speciali. Ad esempio non li riversai su cassetta,  come era mia abitudine fare per gli altri dischi. Non mi andava di ascoltare quelle incisioni in macchina o sul  walkman, oppure provare a seguire Evans, La Faro e Motian con la batteria attraverso le cuffie, altra consuetudine consolidata per  gli altri vinili. 

Ascoltare quei quattro dischi era un rito che cominciava dall’aprire il cofanetto , estrarre la prima sottocopertina  , sfilare il vinile e porlo sul piatto, apprezzando la consistenza della carta, il luccichio dei solchi.   Poi sorbire l’inebriante  effluvio di quelle note. Così per ogni disco dei quattro, fino all’ultimo Village Vanguard session 2. Mai quel cofanetto è uscito da casa, spesso invitavo i mie amici per condividere con loro quell’inimitabile esperienza d’ascolto ma erano loro  venire da me, giammai una puntina che non fosse quella del mio piatto avrebbe potuto solcare quelle tracce.  

Era un atteggiamenti maniacale, me ne rendo conto, ma invito chi mi sta leggendo a cercare in rete perle come  Blue in Green, Solar, My Romance, o Waltz for Debbie -  solo per citare alcuni brani di quelle registrazioni -ed ascoltarle. Potrà almeno immaginare come ci si potesse  sentire nell'apprezzare   quella musica, al netto della ritualità tipica  della fruizione in vinile. 

Di seguito pubblico un video in cui provo a raccontare la storia di quel cofanetto, con la riproposizione finale del brano My Romance. Spero di riuscire a condividere con chi mi vorrà ascoltare  la magia del cofanetto n.374.



P.S. Vincenzo, l’allora mio compagno di banco, è Vincenzo Martorella,  Ha insegnato ed insegna tutt’ora Storia del Jazz e Analisi dei Processi Compositivi e Improvvisativi del Jazz presso numerosi Conservatori. Da vent’anni tiene conferenze, guide all’ascolto e corsi di storia del jazz in tutt’Italia. Ha pubblicato e tradotti diversi libri sul jazz e sulla musica in generale, oltre ad aver collaborato con le maggiori riviste e giornali.

Buona Visione.


martedì 12 maggio 2020

Dona "il nero" alla Patria

Luciano Granieri





Ci mancavano i bot patriottici! Giorgia Meloni ha proposto l’emissione  di bot a 50 anni, dal basso rendimento non soggetti a tassazione. E chi li comprerebbe? Non certo i mercati finanziari, ai quali del patriottismo non interessa nulla. Un’emissione tale, anzi,  ingolosirebbe  gli stessi squali della finanza  nel  mettere in piedi  una speculazione monstre .  Bastarono  le dichiarazioni  di Christine Lagarde del 12 marzo scorso -in merito alla non competenza della Bce sul contenimento degli spread, con la conseguente  ipotesi di non difendere il valore del debito italiano - per far balzare in pochi minuti il rendimento dei titoli di Stato dall’ 1,20% all’1,88.  Figuriamoci cosa potrebbe accadere in presenza di un’emissione così sconclusionata come i bot patriottici.  

L’indebitamento sarebbe insostenibile . Hai voglia a rientrare!  Per evitare il disastro dovrebbe intervenire la Bce secondo delle modalità di Q.E. inimmaginabili, e impossibili. L’unica alternativa potrebbe essere ricorrere all’OMT, cioè a quel dispositivo che rende possibile l’acquisto da parte dell’Eurotower di stock illimitati di debito di uno Stato, a patto che questi aderisca al Mes, quello cattivo, quello della Troika . Senza contare che   la Bce ,  davanti alla grande   genialata della Meloni, ove si verificasse,  potrebbe  lasciare l’Italia in balia della speculazione finanziaria, allora veramente  non ci salveremmo. 

Mi permetto di proporre un’alternativa . Se gli italiani sono così patrioti, perché anziché prestare il loro denaro non lo regalano? L’ideale sarebbe una bella  “PATRIMONIALE PATRIOTTICA” Come dovrebbe funzionare? Vi ricordate la campagna “DONA L’ORO ALLA PATRIA "di mussoliniana memoria?  Anziché donare la fede d’oro, si potrebbe donare un po’ di quei soldi ammonticchiati in banca, fermi  e inetti senza alcuna valenza patriottica, buttati  come sono in conti esteri. 

“DONA IL NERO  ALLA PATRIA”, questa dovrebbe essere la nuova campagna, che, anche a livello cromatico, avrebbe un suo perché.  

 La realtà è che come siamo messi oggi, le risorse  possiamo cavarle  solo dalla Bce e dal Mes, gli unici organismi ad avere fondi . Soldi nostri. Giova infatti ricordare che, oltre a contribuire al capitale della Bce, l’Italia finanzia anche il Mes con 14 miliardi di euro. Considerato che i titoli acquistati dalla Bce, vanno alle banche e al mercato finanziario, per reperire soldi subito non rimane, per l’appunto  il Meccanismo Europeo di Stabilità, quello nuovo senza condizionalità se non l’esclusività dell’utilizzo dei fondi a scopo  sanitario. 

In realtà per accedere al finanziamento, checché se ne dica, è necessario firmare un Memorandum  of Understanding , come per il vecchio Mes. Un documento da sottoporre all’approvazione del  board  dove indicare: quanti soldi andranno alle strutture ospedaliere, quanti  alla prevenzione, agli ambulatori, all’assunzione di nuovi  operatori sanitari, e in quanto tempo. 

Risulta ridicola e pretenziosa la proposta  dell’Abi e di Forza Italia sull’abolizione dell’Irap per le imprese, cioè la  tassa che finanzia il sistema sanitario,  con recupero del gettito, 14 miliardi,  direttamente dal finanziamento del Meccanismo Europeo di Stabilità. Se ciò avvenisse, dal momento che il Mes sanitario è annacquato solo di facciata, a seguito della sorveglianza rafforzata, che non   è disattivata, ci ritroveremmo la Troika direttamente in casa.  Infatti  è di tutta evidenza che l’operazione sarebbe di fatto un favore ai padroni, più che un finanziamento alla sanità pubblica. 

La Meloni ahimè   non ha torto  (guarda te se mi tocca dare ragione a GGiorgia) quando dice che il Mes è una trappola. Non ha spiegato bene perché, forse non lo sa. Un ripassino sembra appropriato. Una volta concesso il credito, dopo aver accettato il Memorandum sanitario, sono comunque attive le regole  3-5 e 10: 

Punto  3:Le norme del Mes continuano ad applicarsi

Punto 5:Il Mes applicherà anche il suo ‘Early  Warning  System’ (sistema di allarme preventivo sulla solvibilità del debitore) per assicurare il puntuale ripagamento del credito. 

Punto 10: Per ciascuno Stato membro richiedente assistenza finanziaria attraverso la linea di credito legata al Covid-19 è necessaria  l’approvazione del ‘Pandemic Response Plan’ (il piano di utilizzo delle risorse ricevute in prestito) secondo  quanto previsto dall’art 13, ovvero:  Una volta ricevuta la domanda [di assistenza finanziaria da uno Stato membro], il presidente del consiglio dei governatori assegna alla Commissione europea, di concerto con la BCE, i seguenti  compiti: … b) valutare la sostenibilità del debito pubblico. Se opportuno e possibile, tale valutazione dovrà essere effettuata insieme al FMI”. 

In buona sostanza una volta dentro la linea di finanziamento viene valutata la solvibilità del creditore da parte dell’Eurogruppo in base ai punti sopra richiamati  e, dal momento che già oggi siamo al 160% del debito in rapporto al Pil, la nostra solvibilità è a rischio.  E’ dunque fortemente probabile che si verifichino le condizioni per far scattare, per statuto  le condizioni dell’art. 13 ovvero: il programma di aggiustamento macroeconomico (il memorandum vero e proprio) con tanto d'intervento della Troika .  

Capito GGiorgia? Resta comunque il fatto che tutto questo Ambaradam  fa parte delle regole Ue.   In particolare  dell’obbligo  di perseguire il pareggio di bilancio che Giorgia Meloni  votò insieme alla maggioranza di Forza Italia nel 2011, con tanto d’inserimento in costituzione. Adesso si  lamenta?  Se siamo in queste condizioni è colpa anche sua. 

Allora anziché proporre baggianate tipo bot patriottici, almeno su questo tema , sarebbe quanto mai utile un patriottico silenzio. Perché l’Unione Europea non è altro che una costruzione nata per favorire la realizzazione  compiuta  di quell’ordoliberismo vorace , teso a favorire l’arricchirsi di pochi speculatori finanziari, a fronte dell’impoverimento di lavoratori e cittadini. Se non si porta la discussione su questo tema, la questione non avrà mai risoluzione. 

Anzi le uscite becere dei sovranisti    non fanno altro che rafforzare la costruzione europea schiava degli interessi finanziari, spacciata invece  come comunione di popoli di fronte all’egoismo sovranista.  Un appello: 

 Sovranisti variamente allocati, per favore tacete…..se potete.

sabato 9 maggio 2020

Il 9 maggio del 1978 moriva Peppino Impastato ucciso dalla mafia.

Luciano Granieri



Come tutti i 9 maggio i Tg sono concentrati sulle  commemorazioni della morte di Aldo Moro, con annesse  analisi sulla stagione della lotta armata. Ad esse, da qualche anno a questa parte, diciamo   dopo l’uscita del film “I cento passi” di Marco Tullio Giordana,   alla vicenda di Aldo Moro si aggiunge il ricordo dell’omicidio di Peppino Impastato trucidato dalla mafia. 

Una commemorazione in tono minore, quasi sbiadente di fronte all’enormità del delitto Moro. E’ strano constatare come Peppino, un anno sia ricordato come giornalista, l’anno dopo come proprietario di una radio, mai, o raramente, si evidenzia il suo impegno politico, scomodo non solo per la mafia, ma anche per  gli establishment di ieri, di oggi e forse di domani.  

Mentre scrivo queste note, siamo alle 8,20 di sera, da tutti i Tg ascoltati fino ad ora Peppino Impastato sembra scomparso. Sarà a causa del poco spazio lasciato dalle notizie sul Coronavirus, fatto sta che si è parlato di Moro, si sono celebrati i 70 anni dell’Unione Europea - ricordando con enfasi il discorso di  Robert  Schuman del 9 maggio 1950  in cui  l’allora ministro degli esteri francese proponeva la creazione di una comunità europea del “Carbone e dell’Acciaio” (non dei popoli), in cui i membri, avrebbero messo in comune la produzione di carbone e acciaio, per l’appunto, ( non la difesa dei diritti sociali) - di Peppino nulla . 

In realtà oggi ricorre il giorno della memoria dedicato alle vittime del terrorismo e forse qui ci poteva entrare anche Peppino. Se ricordate nei giorni successivi la morte dell’attivista membro di Democrazia Proletaria, si avanzò in modo autorevole l’ipotesi che Impastato fosse saltato in aria vittima del proprio  fallito attentato  terrorista  finalizzato all’esplosione della ferrovia .  In fondo in fondo, quindi,  Peppino poteva essere considerato   vittima di un attentato terroristico uscito male e quindi meritare un ricordo. Ma sfortunatamente per i primi estensori dell’ipotesi terrorista  ad uccidere Peppino Impastato fu la mafia.

 La  commemorazione dei 70 anni del discorso di Schuman ha  forse oscurato la memoria di Peppino?  Già l’Unione Europea. Chissà cosa avrebbe pensato il ragazzo di Cinisi dell’Europa? Non lo so,  non parlo con i morti come fa Renzi.  Posso solo provare ad immaginare come Impastato avrebbe rifiutato  un’Istituzione in  cui,  ad un Paese membro che  gli chiede  aiuti economici, necessari a risolvere una catastrofe sanitaria, i soldi,  non li concede ma li  presta,  con tanto di interessi, costi annuali e di gestione.  

Avrebbe reagito male Peppino alle raccomandazioni di chi, nel prestare  quei soldi,  obbliga il Paese richiedente   a rientrare di certe pesanti condizioni debitorie aperte  in precedenza, una volta risolta l’emergenza sanitaria. Questo lo fanno le banche non un unione di popoli. Ed infatti chi pone  certe condizioni   è Klaus Regling il direttore del Meccanismo Europeo di Stabilità (Mes)  che, anche se non sembra,  è di fatto una banca .  

Penso che Peppino avrebbe sottolineato come  rientrare di un debito così elevato, per giunta accresciuto da necessità gravissime  come una crisi sanitaria, non sia  possibile a meno che non si faccia  altro debito. Una dinamica tesa ad    assicurare il pagamento, sempre a comunque,  di ulteriori e  sempre più alti interessi,  rimanendo in balia di strozzini che sembrano molto più vicina alla mafia che non ad una banca.  E - questo lo sappiamo per certo - Peppino Impastato è morto per averla  combattuta , la mafia.

Ricordiamo Peppino, riascoltando la sua voce.



venerdì 8 maggio 2020

BCE: la sentenza della Corte costituzionale federale tedesca, 5 maggio 2020


Franco Russo





Questa vuole essere una nota breve sulla sentenza della Corte federale costituzionale tedesca del 5 maggio, una sorta di avviso sugli effetti deflagranti che essa avrà sulle politiche della BCE e dell’Unione Europea nella gestione della drammatica crisi sociale ed economica provocata dal coronavirus. Non può che essere breve perché esporre analiticamente  i 236 punti della sentenza richiederebbe innanzitutto più tempo per studiarla a fondo al fine di coglierne il significato nel lungo periodo sia delle sue argomentazioni sia delle sue decisioni. 

Tanto per dare l’idea dell’importanza di questa sentenza, basta dire che rispetto ad altre famose sentenze, per esempio la Solange I e II o il Maastricht-Urteil, che pure hanno inciso sui rapporti tra la Germania federale e  l’UE, e tra la Corte di Karlsruhe e la Corte di Giustizia europea, questa relativa alle politiche della BCE avrà effetti molto più dirompenti. Infatti mette in discussione l’armamentario messo su da Mario Draghi dal famoso ‘whatever it takes’ del luglio 2012 , per gestire la crisi esplosa quatto anni prima. Certo la sentenza riguarda solo il Public Sector Purchase Programme, il PSPP, e non l’insieme degli strumenti attivati in questi anni, o solo predisposti e mai usati come l’OMT; tuttavia ciò che viene sollevato dalla sentenza riguarda il fondamentale rapporto tra la politica economica e fiscale e la politica monetaria. 

Sono ben note le prescrizioni del Trattato sul Funzionamento dell’UE contenute nell’articolo 123, che al primo paragrafo afferma: ‘Sono vietati la concessione di scoperti di conto o qualsiasi altra forma di facilitazione creditizia, da parte della Banca centrale europea o da parte delle banche centrali degli Stati membri (in appresso denominate «banche centrali nazionali»), a istituzioni, organi od organismi dell'Unione, alle amministrazioni statali, agli enti regionali, locali o altri enti pubblici, ad altri organismi di diritto pubblico o a imprese pubbliche degli Stati membri, così come l'acquisto diretto presso di essi di titoli di debito da parte della Banca centrale europea o delle banche centrali nazionali’. Con ciò si vieta la  monetizzazione del debito, una delle più tradizionali prerogative delle banche centrali, che nella loro funzione di prestatore di ultima istanza possono acquistare direttamente sia titoli del debito pubblico sia titoli di emittenti privati. In Italia la Banca d’Italia smise di acquistare titoli pubblici invenduti all’asta in seguito ad un semplice scambio di lettere nel 1981 tra Andreatta, ministro del Tesoro, e Ciampi, governatore della Banca d’Italia.

La necessità di salvare banche e Stati membri dell’UE ha spinto la BCE, attraverso vari strumenti indicati genericamente come quantitave easing, a intervenire sui mercati secondari per  acquistare titoli pubblici (e non solo). Una sentenza della Corte di Giustizia Europea dell’11 dicembre 2018 - sollecitata da una richiesta di interpretazione giurisprudenziale da parte della Corte costituzionale tedesca - aveva sancito la legalità delle decisioni della BCE in relazione al PSPP. Ebbene è contro questa sentenza della Corte di Giustizia Europea che si scaglia, con virulenza, la Corte tedesca. Ripeto, non è questa la sede per affrontare i molteplici temi sollevati negli anni da pronunce della Corte di Karlsruhe, che si è eretta a difensore della sovranità del Bundestag e dello Stato tedesco rispetto alle sempre più invasive decisioni dell’UE, che hanno via via sottratto ai Parlamenti nazionali competenze fino all’espropriazione delle politiche di bilancio con i regolamenti del Semestre europeo e con il Fiscal Compact, e al contempo a paladina dell’ortodossia liberista nel campo della politica economica. Nella recente sentenza si sollevano di nuovo con estrema forza i temi della Kompetenz-Kompetenz, per ribadire il principio di attribuzione  delle competenze di cui gli Stati membri si spogliano, o della supremazia della Corte di Lussemburgo nell’interpretazione e applicazione del diritto dell’UE, o della riaffermazione dell’UE come ‘unione di Stati’, che rimangono i  ‘signori dei Trattati’, e dunque i garanti ultimi della loro applicazione.

Ciò che occorre mettere a fuoco è l’attacco che la Corte tedesca fa allo sconfinamento compiuto dalla BCE nei campi della politica economica e fiscale. In nome del principio di proporzionalità, prescritto nell’articolo 5 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea, la Corte tedesca afferma che la BCE non può assumere di nuovo i compiti di una tradizionale banca centrale e dunque sostenere con i suoi interventi le politiche di deficit spending, monetizzando il debito pubblico attraverso l’acquisto di titoli sui mercati secondari. Sostenere questa tesi in un periodo in cui molti degli Stati membri si vanno indebitando contando sugli acquisti della BCE, come è il caso dell’Italia, significa aprire un’ulteriore crisi finanziaria, oltre a quella politica, economica e sociale prodotta dal coronavirus. La Corte tedesca si fa paladina dell’ortodossia liberista chiedendo che la BCE si occupi solo della stabilità dei prezzi e del valore dell’euro, insomma essa deve pensare all’inflazione e non a promuovere le politiche pubbliche di sostegno dell’economia. 

Non devo sottolineare la portata devastatrice in questa fase della posizione della Corte tedesca, ma non solo in questa fase perché è in gioco la gerarchia di potere all’interno dell’UE. Non è in discussione l’egemonia tedesca nell’UE, ciò che la Corte costituzionale tedesca vuole è una Germania egemone e custode dell’ortodossia liberista, che affonda le sue radici culturali nell’Ordoliberismo. La risposta data dalla BCE è, a mio avviso, fortemente difensiva. Infatti, nel suo comunicato ufficiale del 5 maggio, sostiene che il suo obiettivo rimane l’inflazione e che la sua politica monetaria è volta a preservare la stabilità dei prezzi, assicurandosi che essa si trasmetta a tutte le parti e alle giurisdizioni della’area dell’euro.  

È sicuro che la BCE proverà a resistere e a continuare le sue politiche di monetizzazione, di fatto, del debito, legandole naturalmente a programmi di ‘riforma strutturali’ cioè a condizionalità, e al contenimento del debito pubblico. Per questo insiste molto sull’utilizzo del MES, che richiede appunto condizionalità perché si attivino gli aiuti finanziari, che aprirebbero poi la via al ricorso alle OMT (mai finora utilizzate dalla BCE). Tuttavia sono proprio queste prospettive ad essere messe in discussione dalla Corte tedesca la quale, ai punti dal 229 al 235 della sentenza, afferma che: 1) il governo federale e il Bundestag devono  - questo il termine usato nella sentenza - intervenire per ricondurre l’azione della BCE nell’ambito delle sue competenze che sono solo monetarie; 2) la Bundesbank non deve più eseguire entro tre mesi gli acquisti di titoli sovrani a meno che la BCE non assuma una nuova decisione, che riporti il PSPP nell’ambito di finalità strettamente monetarie.  

Ho evidenziato il termine decisione perché i commentatori anche più avveduti hanno scritto che in fondo la Corte tedesca chiede solo dei chiarimenti alla BCE, e dunque la Bundesbank non sarebbe obbligata a dar seguito alle indicazioni contenute nella sentenza. Basta leggere la sentenza nell’originale tedesco (si parla di Beschluss), e nella versione autorizzata in inglese (si parla di a new decision), per capire che la Corte tedesca non chiede ‘chiarimenti’ alla BCE, ciò che ha già fatto per predisporre la sentenza del 5 maggio, pretendendo invece che la BCE proceda a una nuova decisione che comporti una correzione di rotta. Lo scontro, come si evince facilmente, è di una estrema durezza e purtroppo esso non prelude a niente di buono per i popoli dell’UE, perché se vincerà la linea della Corte tedesca avremo una nuova riedizione dell’austerità, se prevarrà la BCE avremo una gestione tecnocratica della politica economica, sottoposta alle condizionalità di una nuova Troika. A meno che …. il  cigno nero non apra la via al sovvertimento dell’ordine capitalistico dell’Unione Europea.

mercoledì 6 maggio 2020

La miccia ora è accesa ed è cortissima

Alfonso Gianni  ( il manifesto 6 maggio 2020)



Non si può che essere d’accordo con il giudizio scritto a chiare lettere dal Financial Times: la sentenza di ieri della Corte costituzionale tedesca di Karlsruhe ha messo una bomba sotto l’ordinamento giuridico dell’Unione europea. Anche se non del tutto inaspettata, e infatti temuta, questa giunge in un momento nel quale la Ue si gioca la sua esistenza. Da un lato la sentenza afferma che il programma di acquisto di titoli di Stato sul mercato secondario da parte della Bce, relativo sia al primo che al secondo Quantitative Easing, non costituisce finanziamento degli Stati. Quindi rispetta il divieto del Trattato di Maastricht alla monetizzazione del debito. Col che la Corte però ne ribadisce l’assoluta insormontabilità.

Dall’altro lato gli otto giudici di Karlsruhe mettono in discussione il comportamento della Bce che avrebbe violato il suo mandato scavalcando il principio di proporzionalità negli acquisti dei titoli di stato, approdando ad una sorta di monetizzazione indiretta, assumendo così un ruolo di natura politica. La sentenza non si applica al programma pandemico di acquisti (Pepp) recentemente varato (i 750 miliardi almeno fino al 31 dicembre 2020). Ma la miccia è accesa. Ed è corta, visto che la Bce dovrà entro tre mesi giustificare la presenza nel programma dell’azionista di maggioranza, cioè la Bundesbank. Non solo, ma i membri dell’Alta corte hanno invitato perentoriamente il governo e il Bundestag a pronunciarsi sulla questione del Quantitative Easing.

In effetti l’acquisto di titoli di Stato non proporzionati alla quota capitale dei paesi membri era uno dei punti qualitativamente più significativi dell’intervento della Bce. Una parte rilevante, 29,6 dei 38,5 miliardi di titoli raccolti sul mercato sono stati infatti destinati ai titoli di Stato e tra questi 10,9 miliardi sono stati impiegati per i Buoni del tesoro pluriennali italiani. Pur tenendo conto dei reinvestimenti effettuati per compensare le obbligazioni che già la Bce possedeva e che erano venute in scadenza, è certamente vero che per il secondo mese consecutivo presso l’istituto centrale è stato allocato un quantitativo di titoli di Stato italiani doppio rispetto alle nostre quote di capitale. Anche i titoli francesi e spagnoli hanno beneficiato della sospensione della regola della capital key, ma i titoli italiani hanno fatto la parte del leone aggiudicandosi un terzo dell’intero programma relativo ai titoli di Stato.

Mentre l’Eurotower ha comprato “appena” 600 milioni dei 7 miliardi di Bund previsti. Naturalmente ciò che dovrebbe risultare perfettamente logico e cioè che i paesi più in difficoltà ricevano maggiore sostegno in virtù di una semplice e solo parziale applicazione del principio di solidarietà, viene considerato insopportabile dalla parte più retriva delle classi dirigenti tedesche. E, come sappiamo, non solo da queste ultime. Prima della sentenza in diversi si chiedevano se il programma di acquisti della Bce può andare avanti anche senza la Bundesbank. Teoricamente e tecnicamente sì. Le altre 18 banche centrali potrebbero turare la falla e portare avanti i piani di acquisto previsti.  

Ma a pochi giorni dalla nuova riunione dei vertici europei che dovrebbe sciogliere il problema delle modalità di finanziamento e di erogazione, se aiuti o prestiti, del Recovery Fund, per non parlare delle condizionalità soft o presunte tali del Mes, la miccia diventa cortissima. E’ impossibile pensare che la decisione di Karlsruhe sia come un elefante che se ne sta pacifico nel corridoio. Inevitabilmente vorrà occupare un ingombrante posto d’onore. Tanto più che la decisione dei togati  non si limita a condizionare in senso regressivo le scelte del governo tedesco, ringalluzzendo sciovinismi e sovranismi di ogni sorta, ma apre un contrasto palese con la Corte di Giustizia europea che aveva dato il proprio placet al piano di acquisti nel dicembre del 2018, sostenendo che questo “non eccede e non travalica il mandato della Bce e non viola il divieto di finanziamento monetario”.

 Un contrasto fra una istituzione di uno Stato dotato di Costituzione e un organismo istituito da un Trattato. Era ovvio che prima poi la questione esplodesse, mettendo a nudo l’intima fragilità della costruzione a-costituzionale dell’Unione europea e la natura intergovernativa del suo sistema di governance. I nodi vengono al pettine nei momenti di maggiore difficoltà, quando vi sarebbe bisogno del massimo del reciproco aiuto per affrontare una crisi sanitaria ed economica che ha il volto di una terribile recessione. I diavoli non fanno i coperchi.

martedì 28 aprile 2020

Proposta di delibera enti locali per attivazione di una commissione sull'audit del debito


PROPOSTA DI DELIBERA PER I COMUNI

IL COMUNE DI............................

Premesso che:

- in data 31 gennaio 2020 con Delibera del Consiglio dei Ministri è stato dichiarato per 6 mesi, dalla data del provvedimento, lo stato d’emergenza sanitaria per l’epidemia da Covid-19 a seguito della dichiarazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità di “emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale” del 30 gennaio 2020;

- con Decreto Legge n.6 del 23 febbraio 2020 sono state adottate misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da Covid-19;

- fino ad oggi si sono susseguiti vari provvedimenti del Governo e delle Autorità regionali e locali per l’adozione di misure urgenti di contrasto e contenimento della diffusione della predetta epidemia;

- l’emergenza economico-sanitaria ha condotto il Governo con Decreto Legge 17 marzo 2020, n. 18, ad introdurre misure volte a proteggere la salute dei cittadini, a sostenere il sistema produttivo e salvaguardare la forza lavoro, senza prevedere un piano strategico di interventi a favore degli Enti Locali, che a loro volta, in quanto istituzioni di prossimità, hanno dovuto assumere e continuano ad assumere ordinanze per proteggere dal rischio contagio da Covid-19 le loro popolazioni e sostenerne le fasce più deboli;

- in data 2 aprile 2020, Cassa Depositi e Prestiti ha approvato un'operazione di rinegoziazione dei mutui che, pur liberando alcune risorse nell'immediato, realizza una semplice procrastinazione del pagamento del debito con maggiori aggravi sui bilanci futuri dei Comuni;

Considerato che:

- sugli Enti Locali in questi anni sono state più pesantemente scaricate le scelte di riduzione delle risorse e delle capacità di spesa e di investimento, dovute all'applicazione dei vincoli del patto di stabilità interno e del pareggio di bilancio;

- in particolare in questa fase di emergenza, gli Enti Locali sono costretti a registrare un'ulteriore drastica riduzione delle entrate, in seguito alle misure prese a tutela del reddito delle persone, alle mancate riscossioni dovute al blocco delle attività economiche e alle difficoltà di onorare i tributi locali;

- contemporaneamente, i compiti degli Enti Locali si stanno moltiplicando, tanto nel far fronte all'epidemia e alla conseguente emergenza economica e sociale, quanto nel dover sostenere la ripartenza dei Comuni amministrati;

- la crisi prodotta dall’epidemia da Covid-19 impone di ripensare ad un modello sociale e democratico fondato su nuovi paradigmi, dentro i quali le azioni dei Comuni e dei territori saranno il volano di nuove politiche economiche orientate in senso ecologico e sociale, e che, pertanto, la vitalità dei Comuni rappresenta il fulcro su cui potranno ruotare la tenuta democratica e la rinascita del Paese;

- in questa emergenza socio-economica, che mette a durissima prova i Comuni, a partire da quelli che si ritrovano in procedura di riequilibrio finanziario, è indispensabile operare una “revisione del debito”, al fine di cancellare, laddove presente, la parte che risulti “debito illegittimo o ingiusto”,  perché causato da contratti da ritenere in contrasto con l’”utilità pubblica”, ovvero quelli che violano la norma di cui all'art.41 della Costituzione, secondo la quale le negoziazioni “non possono svolgersi contro l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”;

- gran parte dell'indebitamento del Comune è costituito dal volume di mutui accesi con la Cassa Depositi e Prestiti, che applica tassi d'interesse notevolmente più alti rispetto a quelli di mercato e al costo del denaro, in diretto contrasto con quanto stabilito dal Decreto del Ministero dell'Economia 6 ottobre 2004, art. 10, che definisce i finanziamenti di Cassa Depositi e Prestiti destinati agli enti locali "servizi di interesse economico generale";

- è assolutamente necessaria una ristrutturazione di questo indebitamento con una netta riduzione dei tassi di interesse praticati;

- l'art.39 del DL 162/2019, convertito nella Legge n.8/2020 (Legge di Bilancio 2020),  prevede l'accollo da parte dello Stato di questi mutui, proprio con l'obbiettivo di riduzione del tasso di interesse;

- è necessario che si arrivi velocemente all'attuazione di questa norma in modo da permettere ai Comuni di usufruire dal 2021 della riduzione degli oneri finanziari;


Valutato che:

- sono ascrivibili al debito illegittimo o ingiusto: a) i debiti che trovano la loro fonte generatrice in contratti di mutuo stipulati a tassi di interesse fuori mercato, perché assunti in conflitto di interesse con il perseguimento dell’interesse pubblico; b) i contratti di acquisto dei “derivati” e di altri simili “prodotti finanziari”, volti a procrastinare il pagamento del debito ponendo a carico del Comune tutti i rischi derivanti, da considerarsi contrastanti con gli artt. 1418 – 1419 del Codice Civile;

DELIBERA

- di promuovere da subito ogni utile azione per contrastare ed impedire che l’impatto economico e sociale del debito illegittimo o ingiusto, non contratto nel perseguimento dell’interesse pubblico dei cittadini, continui a generare effetti giuridici distorsivi nella corretta tenuta della contabilità pubblica, nella compiuta possibilità dell’adempimento dei doveri istituzionali e nell’erogazione dei servizi ancorati ai principi di uguaglianza, imparzialità, continuità, partecipazione, efficienza ed efficacia;

- di sollecitare l'approvazione del decreto attuativo dell'art. 39 della Legge n.8/2020, che prevede l'accollo dei mutui da parte dello Stato, a partire da quelli contratti con Cassa Depositi e Prestiti, ai fini di una riduzione dei loro interessi a partire dal 2021.

- di sollecitare e sostenere iniziative governative per l’attivazione di procedure volte all’accensione per il biennio 2020/2021 di mutui a tasso zero con Cassa Depositi e Prestiti, e l’apertura di un Fondo nazionale di solidarietà per i Comuni, attuale FSC, che permetta agli Enti Locali di avere le risorse necessarie a poter svolgere le proprie funzioni di garanzia per il soddisfacimento dei diritti fondamentali delle comunità amministrate;

- di esperire ogni idonea azione di impulso giuridico ed amministrativo finalizzata alla invalidità dei contratti di finanza derivata, con i quali è stato posticipato il pagamento dei debiti, scaricando sulle attuali amministrazioni e quelle future il peso economico e sociale di vere e proprie scommesse finanziarie.

- di sollecitare la sospensione degli effetti della sentenza n°4/2020 della Corte Costituzionale e, in analogia con la sospensione del Patto di Stabilità per gli Stati, la deroga della Legge n. 243 del 2012, con particolare riferimento alle disposizioni di cui ai capi II, III, IV, V e VI, riguardanti le regole del pareggio di bilancio degli Enti locali, sanitari, regionali e statali.





Per risolvere la crisi prendiamo esempio dal Comune di Napoli


Mentre con la fase 2  s’impone un nuovo ordine di controllo sociale per compensare lo sbraco totale sulle  aperture   delle grandi fabbriche,  ad oggi responsabili del 25% dei contagi riscontrati nell’area lombarda, (fonte Istat)  i fondi necessari a  limitare una crisi economica senza precedenti, oltre che ad essere insufficienti, non sono mai arrivati, a parte i 600-800 euro per alcune partite iva. 

La ragione è che, ad una crisi straordinaria e senza precedenti, si risponde con strumenti ordinari. Basati sulla difesa della catena del valore per le esportazioni, vero obiettivo della fase 2, e sulla tutela ancora più rafforzata delle prerogative dal capitale finanziario, l’unico comparto a cui non si può chiedere il minimo sacrificio neanche di fronte ad una strage sanitaria e sociale quale quella in corso. 

I soldi non arrivano perché impastoiati  nelle lungaggini che le banche impongono per cercare di erogare denaro senza rischi, il quanto più possibile garantito dallo Stato. I soldi non arrivano e quando arriveranno, essendo frutto di prestiti, aumenteranno il rapporto debito/pil, a fronte del quale, quando tutto sarà finito, dovremo pianificare ulteriori politiche di austerity con tagli alla sanità, alla scuola, ai  servizi pubblici con ulteriori imponenti piani di privatizzazione. Alla beffa di un’erogazione insufficiente si aggiungerà il danno di un ulteriore  impoverimento delle popolazioni strangolate dal  ripristinato del patto di stabilità. 

S’impone dunque l’attivazione di politiche adeguate alla straordinarietà della situazione. E’ necessario togliere alle banche e ai mercati finanziari la gestione degli aiuti  che devono essere a fondo perduto ed erogate direttamente dalle istituzioni pubbliche, a cominciare da quelle più vicine ai cittadini, come i Comuni, nell’ambito dei quali è possibile esercitare un controllo più stringente da parte dei cittadini. 

Proprio dai Municipi si possono pianificare consulte pubbliche per un   audit del debito   con lo scopo di alleggerire   la massa passiva e attivare programmi di tutela sociale. Si può fare. E’ ciò che sta facendo il comune di Napoli con la collaborazioni di giuristi ed economisti fra cui Marco Bersani.

A tal proposito  pubblico due articoli: Il primo  tratto da “il manifesto” di sabato 25 aprile sul programma del Comune di Napoli.  Il  secondo,  di Marco Bersani, tratto da “Attac Italia”. L’obiettivo è utilizzare un testo predisposto dalla stessa Attac   su questo tema   per   proporre al nostro comune un'operazione simile a quella di Napoli.   

Qualcuno obietterà che la giunta Ottaviani è totalmente insensibile a certe tematiche. E’ vero, ma intanto proviamo a proporre il testo , che è  pubblicato nel post precedente   poi vediamo. Come passerà il Coronavirus,  passerà anche  l’oscurantismo dell’amministrazione Ottaviani! Almeno lo speriamo.

Luciano Granieri.





«Il debito dei commissari lo deve pagare lo stato»


Adriana Pollice da "il manifesto" del 25 aprile 2020

Approvata ieri la delibera della giunta di Napoli. Solo per il post terremoto del 1980 risultano 200 milioni di euro fuori bilancio

La cancellazione del debito storico prodotto dalle gestioni commissariali succedutesi dagli anni Ottanta: ieri pomeriggio la giunta comunale di Napoli, su proposta del sindaco de Magistris e del vicesindaco Panini, ha approvato una delibera che innesca un nuovo contenzioso con lo stato. La pandemia sembra aver aperto un varco: «L’atto è finalizzato – recita il testo – a liberare risorse ingiustamente sottratte alla comunità locale per sostenere interventi connessi alla mitigazione dell’impatto sociale ed economico dell’emergenza Covid-19».
I commissariamenti sono stati 5: quello relativo al terremoto del 1980, emergenza rifiuti, Sin Bagnoli-Coroglio, sottosuolo, rischio idrogeologico. «La delibera è il frutto del contributo di importanti avvocati, primo fra tutti il vice presidente emerito della Corte costituzionale, Paolo Maddalena. Alla stesura del testo ha contribuito l’Audit sul debito pubblico, affiancato dai professori Marco Bersani e Andrea Fumagalli» ha spiegato Panini.
Oggetto dell’atto è «la revisione del debito, al fine di cancellare quella parte che risulti un “debito ingiusto”; la revisione dei tassi di interessi da pagare a Cassa depositi e prestiti per riportare tale rapporto nell’ambito dell’interesse economico generale». Il comune non è riuscito a quantificare la cifra totale per la complessità delle partite nonché del contenzioso che ha generato negli anni: per la sola ricostruzione post terremoto, «da una prima ricognizione effettuata sui debiti fuori bilancio 2012-2018, il peso è stato pari a circa 200 milioni di euro». Poi ci sono i 66 milioni per l’emergenza rifiuti del periodo 2006/2009.
Con la delibera il comune stralcia dal bilancio le somme «accollandole allo stato, cioè al soggetto che ha deliberato l’emergenza». Ma spetterà alla Corte costituzionale stabilire se i commissari hanno legittimamente trasferito al comune gli impegni da portare a termine. Il tema è soprattutto politico: «Cambiare le regole del pareggio di bilancio degli enti locali, sanitari, regionali e statali che strozzano le comunità».
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Enti locali e comunità territoriali: riprendiamoci la cassa!


Marco Bersani Attac Italia

 L’epidemia da Covid-19 obbliga a mettere in discussione il paradigma della ricerca di una folle crescita, interamente basata sulla velocità dei flussi di merci, persone e capitali e sulla conseguente iperconnessione dei sistemi finanziari, produttivi e sociali. Sono esattamente i canali che hanno permesso al virus di portare il contagio a tutto il pianeta a velocità mai viste prima, viaggiando nei corpi di manager, amministratori delegati, tecnici iperspecializzati, così come in quelli di lavoratori dei trasporti e della logistica, e di turisti.
Ripensare l’organizzazione della società comporta la rilocalizzazione delle attività produttive a partire dalle comunità territoriali, che dovranno essere il fulcro di una nuova economia trasformativa, ecologicamente e socialmente orientata. Analogamente, saranno i Comuni e le città i luoghi dentro cui ripensare il nuovo modello sociale e democratico.
La precondizione perché questa strada sia finalmente imboccata è liberare gli uni e le altre dalla gabbia del debito e dai vincoli finanziari che in questi decenni ne hanno impedito il mantenimento della storica funzione pubblica e sociale.
Siamo di fronte a una biforcazione senza precedenti: la strada fin qui seguita porta dritto al default di tutti gli enti locali e alla definitiva spoliazione della ricchezza sociale delle comunità territoriali, fatta di territorio, patrimonio pubblico, beni comuni e servizi; l’alternativa è la riappropriazione sociale di tutto quello che ci appartiene e la realizzazione di una reale democrazia partecipativa di prossimità.
Intende intraprendere la prima strada il Comune di Firenze, il cui sindaco ha recentemente annunciato di essere pronto a “qualunque tipo di battaglia per salvare la città dal lastrico”, specificando che intende indebitare le casse comunali “mettendo a garanzia il patrimonio edilizio del Comune”. Cosa si salvi dopo aver consegnato alle banche musei, scuole, mercati, teatri, impianti sportivi, sedi amministrative e politiche è facile indovinarlo: nulla.
Ha decisamente imboccato la strada dell’alternativa la città di Napoli, che ha recentemente approvato una delibera, attraverso la quale rompe la gabbia del debito e reclama un nuovo protagonismo dell’ente locale, dopo decenni di politiche liberiste e di austerità.
Frutto di un percorso partecipativo, che ha visto in primo luogo il ruolo della Consulta pubblica per l’audit sul debito, la delibera pone alcuni elementi sostanziali: a) cancella i debiti prodotti da decenni di commissariamenti, accollandoli allo Stato, che aveva disposto quei provvedimenti; b) chiede la piena attuazione della Legge di Bilancio 2020, che, all’art.39, prevedeva l’accollo allo Stato di tutti i mutui accesi con Cassa Depositi e Prestiti, allo scopo di ridurne drasticamente i tassi di interesse; c) rivendica la possibilità per i Comuni -come si è fatto per le imprese- di accedere per tutto il periodo di emergenza a mutui con Cdp a tasso zero; d) si impegna ad annullare tutti i debiti conseguenti alla firma di contratti derivati; e) chiede anche per i Comuni, in analogia con quanto fatto per gli Stati, la sospensione del patto di stabilità e del pareggio di bilancio; f) rivendica, infine, la costituzione di un Fondo nazionale di solidarietà comunale, che garantisca a tutti i Comuni le risorse necessarie per l’emergenza economica e sociale e per il riavvio delle comunità locali.
La paradigmatica disputa fra le due importanti città evidenzia il conflitto in atto che, a seconda della  via che verrà imboccata in questa fase di emergenza, determinerà l’orizzonte per tutte le comunità locali amministrate: la solitudine competitiva e l’espropriazione autoritaria o la solidarietà cooperante e l’autogoverno partecipativo.
Un conflitto, per vincere il quale, sarà decisiva la mobilitazione delle comunità locali in due direzioni precise:
  1. a) il ridisegno della finanza locale, mettendo la priorità sul pareggio di bilancio sociale, ecologico e di genere, rivendicando risorse incomprimibili per la realizzazione dello stesso;
  2. b) la socializzazione di Cassa Depositi e Prestiti, che con i suoi 250 miliardi di risparmi dei cittadini, può diventare la leva finanziaria a tassi agevolati di tutti i progetti di riappropriazione sociale dei beni comuni e di costruzione di una nuova economia territoriale, ecologicamente e socialmente orientata.
Su entrambi questi fronti, Attac Italia ha da tempo preparato due proposte di legge d’iniziativa popolare (le puoi trovare qui https://www.attac-italia.org/riprendiamoci-il-comune-2/ ) che sono attualmente alla discussione di reti, movimenti e comitati e che potrebbero diventare una campagna collettiva nel prossimo autunno, quando le strade e le piazze potranno essere di nuovo lo spazio pubblico dell’incontro e la mobilitazione dovrà essere determinata e capillare per non farci ripiombare in un modello che, dopo aver sottratto diritti e ricchezza collettiva, non è stato in grado di garantire protezione alcuna.
Da questo punto di vista, diventa dirimente che la presa di posizione della città di Napoli non sia lasciata sola, ma sia la prima di centinaia di analoghe delibere che rendano evidente la volontà delle comunità territoriali di riprendere in mano il proprio destino.  Anche su questo Attac Italia ha predisposto un testo, che può essere richiesto inviando una email a segreteria@attac.org
Perseguendo il diritto al futuro di tutte e tutti e ripudiando ogni espropriazione di diritti finalizzata all’interesse dei pochi. Peraltro, i soliti noti.