Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

giovedì 15 ottobre 2020

Convergenza per la società della cura (firma il manifesto)

 


per firmare il manifesto andate su societadellacura@gmail.com

MANIFESTO

USCIRE DALL'ECONOMIA DEL PROFITTO

COSTRUIRE LA SOCIETA' DELLA CURA

 

Premessa

 

Un virus ha messo in crisi il mondo intero: il Covid 19 si è diffuso in brevissimo tempo in tutto il pianeta, ha indotto all'auto-reclusione metà della popolazione mondiale, ha interrotto attività produttive, commerciali, sociali e culturali, e continua a mietere vittime.

 

Dentro l'emergenza sanitaria e sociale tutt* abbiamo sperimentato la precarietà dell'esistenza, la fragilità e l’interdipendenza della vita umana e sociale. Abbiamo avuto prova di quali siano le attività e i lavori essenziali alla vita e alla comunità. Abbiamo avuto dimostrazione di quanto sia delicata la relazione con la natura e i differenti sistemi ecologici: non siamo i padroni del pianeta e della vita che contiene, siamo parte della vita sulla Terra e da lei dipendiamo.

 

Decenni di politiche di tagli, privatizzazione e aziendalizzazione della sanità, di globalizzazione guidata dal profitto, hanno trasformato un serio problema epidemiologico in una tragedia di massa, dimostrando quanto essenziale ed ampia sia invece la dimensione sociale del diritto alla salute.

 

La pandemia ha messo in evidenza come un sistema basato sul pensiero unico del mercato e sul profitto, su un antropocentrismo predatorio, sulla riduzione di tutto il vivente a merce non sia in grado di garantire protezione ad alcun*.

 

La pandemia è una prova della crisi sistemica in atto, le cui principali evidenze sono determinate dalla drammatica crisi climatica, provocata dal riscaldamento globale, e dalla gigantesca diseguaglianza sociale, che ha raggiunto livelli senza precedenti.

 

L’emergenza climatica è vicina al punto di rottura irreversibile degli equilibri geologici, chimici, fisici e biologici che fanno della Terra un luogo abitabile; la diseguaglianza sociale si è resa ancor più evidente durante la pandemia, mostrando la propensione del sistema economico, sanitario e culturale vigente a selezionare tra vite degne e vite di scarto.

 

Giustizia climatica e giustizia sociale sono due facce della stessa medaglia e richiedono in tempi estremamente brevi una radicale inversione di rotta rispetto all'attuale modello economico e ai suoi impatti sociali, ecologici e climatici.

 

Niente può essere più come prima, per il semplice motivo che è stato proprio il prima a causare il disastro.

 

Oggi più che mai, ad un sistema che tutto subordina all'economia del profitto, dobbiamo contrapporre la costruzione di una società della cura, che sia cura di sé, dell'altr*, dell'ambiente, del vivente, della casa comune e delle generazioni che verranno.

 

1. Conversione ecologica della società

 

L'emergenza climatica è drammaticamente vicina al punto di non ritorno. Il tempo a nostra disposizione si sta esaurendo: il riscaldamento climatico si aggrava, aumentano gli incendi, accelera la scomparsa dei ghiacciai, la morte delle barriere coralline, la sparizione di interi ecosistemi e di specie animali e vegetali, aumentano le inondazioni e i fenomeni meteorologici estremi.

 

Anche la nostra crescente vulnerabilità alle pandemie ha la sua causa profonda nella distruzione degli ecosistemi naturali, nella progressiva industrializzazione della produzione, in primo luogo di quella agroalimentare, e nella velocità degli spostamenti di capitali, merci e persone. Un modello produttivo basato sulla chimica tossica e sugli allevamenti intensivi ha provocato un verticale aumento della deforestazione e una drastica diminuzione della biodiversità. Tutto questo, sommato a una crescente urbanizzazione, all'estensione delle megalopoli e all’intensificazione dell’inquinamento, ha portato a un cambiamento repentino degli habitat di molte specie animali e vegetali, sovvertendo ecosistemi consolidati, modificandone il funzionamento e permettendo una maggiore contiguità tra le specie selvatiche e domestiche.

 

Una radicale inversione di rotta in tempi estremamente rapidi è assolutamente necessaria e inderogabile.

 

Occorre promuovere la riappropriazione sociale delle riserve ecologiche e della filiera del cibo, sottraendola all'agro-business e alla grande distribuzione, per garantire la sovranità alimentare, ovvero il diritto di tutt* ad alimenti nutritivi e culturalmente adeguati, accessibili, prodotti in forma sostenibile ed ecologica.

 

Occorre avviare una profonda conversione ecologica del sistema tecnologico e industriale, a partire dalla decisione collettiva su “che cosa, come, dove, quanto e per chi” produrre e da un approccio eco-sistemico e circolare ai cicli di lavorazione e alle filiere, dall'estrazione dei materiali alla produzione, dalla valorizzazione ai mercati, al consumo finale.

 

Occorre invertire la rotta nel sistema del commercio internazionale e degli investimenti finanziari, sostituendo l'inviolabilità dei diritti umani, ambientali, economici e sociali all'attuale intoccabilità dei profitti, e rendendo vincolanti tutte le norme di tutela sociale e ambientale per tutte le imprese, a partire da quelle multinazionali, anziché concedere loro di agirle solo volontariamente o come forme di filantropia.

 

Un nuovo paradigma energetico, con l’immediato abbandono dei combustibili fossili, deve fondarsi su energia “pulita, territoriale e democratica” invece che “termica, centralizzata e militarizzata”. Un approccio sano al territorio e alla mobilità deve porre fine al consumo di suolo e alle Grandi e meno grandi Opere inutili e dannose, per permetterci di vivere in comunità, città e sistemi insediativi che siano luoghi di vita degna, socialità e cultura, collegati tra essi in modo sostenibile.

 

Va profondamente ripensata la relazione di potere fra esseri umani e tutte le altre forme di vita sul pianeta: non possiamo assistere allo sterminio di molte specie animali e al brutale sfruttamento di diverse altre, pensando di restare indenni alle conseguenza epidemiologiche, climatiche, ecologiche ed etiche.

 

Occorre una conversione ecologica, una rivoluzione culturale, che ispiri e promuova un cambiamento economico e degli stili di vita.

 

2. Lavoro, reddito e welfare nella società della cura

 

La pandemia ha reso più evidente che nessuna produzione economica è possibile senza garantire la riproduzione biologica e sociale, come il pensiero eco-femminista e la visione cosmogonica dei popoli nativi sostengono da sempre.

 

La riproduzione sociale - intesa come tutte le attività e le istituzioni necessarie per garantire la vita, nella sua piena dignità - significa cura di sé, dell'altr* e dell'ambiente: ed è è attorno a questi nodi che va ripensato l'intero modello economico-sociale.

 

La pandemia ha fatto ancor di più sprofondare nella disperazione le fasce deboli della popolazione, dai migranti ai senza casa, dai disoccupati ai disabili, dalle persone fragili ai non autosufficienti, e ha allargato la condizione di precarietà, con altri milioni di persone che si sono trovate senza alcun reddito.

 

Non può esserci società della cura senza il superamento di tutte le condizioni di precarietà e una ridefinizione dei concetti di benessere sociale, lavoro, reddito e welfare.

 

La conversione ecologica è una lotta per abbandonare al più presto tutte le attività che fanno male alla convivenza degli umani, tra di loro e con la Terra, per promuovere altre attività che prevedono la cura di sé, dell'altr* e di tutto il vivente: la riproduzione della vita nelle condizioni migliori che si possono conseguire.

 

L'attività lavorativa deve basarsi su un'ampia socializzazione del lavoro necessario, accompagnata da una netta riduzione del tempo individuale a questo dedicato, affinché l'accesso al lavoro sia l'esito di una redistribuzione solidale e non di una feroce competizione fra le persone e i Paesi, dentro un orizzonte che subordini il valore di scambio al valore d'uso e organizzi la produzione in funzione dei bisogni sociali, ambientali e di genere.

 

Se la cura di sé, dell'altr* e dell'ambiente sono gli obiettivi del nuovo patto sociale, il reddito è il dividendo sociale della cooperazione tra le attività di ciascun*, e il diritto al reddito è il riconoscimento della centralità dell'attività di ogni individuo nella costruzione di una società che si occupa di tutt* e non esclude nessun*, eliminando la precarietà, l'esclusione e l'emarginazione dalla vita delle persone.

 

Va pienamente riconosciuto il diritto alla conoscenza, all'istruzione, alla cultura, all'informazione corretta, al sapere, come fattore potente di riduzione della diseguaglianza, di cui la povertà culturale è una causa chiave.

 

Va realizzato un nuovo sistema di welfare universale, decentrato e depatriarcalizzato, basato sul riconoscimento della comunità degli affetti e del mutualismo solidale, sull'autogoverno collettivo dei servizi e sulla cura della casa comune.

 

3. Riappropriazione sociale dei beni comuni e dei servizi pubblici

Nessuna protezione è possibile se non sono garantiti i diritti fondamentali alla vita e alla qualità della stessa. Riconoscere i beni comuni naturali -a partire dall'acqua, bene essenziale alla vita sul pianeta- e i beni comuni sociali, emergenti e ad uso civico come elementi fondanti della vita e della dignità della stessa, della coesione territoriale e di una società ecologicamente e socialmente orientata, richiede la sostituzione del paradigma del pareggio di bilancio finanziario con il pareggio di bilancio sociale, ecologico e di genere.

 

La tutela dei beni comuni, e dei servizi pubblici che ne garantiscono l'accesso e la fruibilità, deve prevedere un'immediata sottrazione degli stessi al mercato, una loro gestione decentrata, comunitaria e partecipativa, nonché risorse adeguate e incomprimibili. 

 

Occorre socializzare la produzione dei beni fondamentali, strategici ai fini dell'interesse generale: dai beni e servizi primari (i prodotti alimentari, l'acqua, l'energia, l'istruzione e la ricerca, la sanità, i servizi sociali, l'edilizia abitativa); a quelli senza l'uso dei quali una parte considerevole delle altre attività economiche non sarebbe possibile (i trasporti, l'energia, le telecomunicazioni, la fibra ottica); alle scelte d'investimento di lungo periodo di carattere scientifico, tecnologico e culturale, in grado di modificare, nel tempo e in maniera significativa, la vita materiale e spirituale della popolazione.

 

4. Centralità dei territori e della democrazia di prossimità

 

La crescita interamente basata sulla quantità e velocità dei flussi di merci, persone e capitali, sulla centralità dei mercati globali e delle produzioni intensive e sulla conseguente iperconnessione sregolata dei sistemi finanziari, produttivi e sociali, è stata il principale vettore che ha permesso al virus di diffondersi in tutto il pianeta a velocità mai viste prima, viaggiando nei corpi di manager e tecnici specializzati, così come in quelli di lavoratori dei trasporti e della logistica, e di turisti.

 

Ripensare l'organizzazione della società comporta la ri-localizzazione di molte attività produttive a partire dalle comunità territoriali e dalla loro cooperazione associata, che dovranno diventare il fulcro di una nuova economia trasformativa, ecologicamente, socialmente ed eticamente fondata.

 

Le comunità sono i luoghi dove convivono umani, altri animali, territorio e paesaggio, ciascuna con la propria storia, cultura e identità insopprimibile. La pialla della globalizzazione ha provato a omologare differenze e peculiarità, producendo resistenze che sono state troppo spesso governate verso una versione chiusa ed escludente del comunitarismo. La sfida, anche culturale, è progettare il futuro come un sistema di comunità aperte, cooperanti, includenti e interdipendenti.

 

Questo comporta anche la ri-territorializzazione delle scelte politiche, con un ruolo essenziale affidato ai Comuni, alle città e alle comunità territoriali, quali luoghi di reale democrazia di prossimità i cui abitanti partecipano fattivamente alle decisioni collettive.

 

Attraverso forme di riappropriazione popolare delle istituzioni di livello nazionale ed internazionale si potrà garantire, tutelare ed affermare l’uguaglianza nei diritti e nelle relazioni fra le diverse aree dei sistemi paese, dei sistemi regionali e continentali e del sistema mondo.

 

5. Pace, cooperazione, accoglienza e solidarietà

 

La pandemia non ha rispettato nessuna delle molteplici separazioni geografiche e sociali e nessuna delle gerarchie costruite dagli esseri umani: dalle frontiere alle classi sociali, passando dal falso concetto di razza. Ha dimostrato che la vera sicurezza non si costruisce contro, e a scapito degli altri: per sentirsi al sicuro bisogna che tutt* lo siano.

 

Perché questo succeda, occorre che ad ogni popolazione venga riconosciuto il diritto ad un ambiente salubre, all'uguaglianza sociale, all'accesso preservativo alle risorse naturali.

 

Occorre porre termine ad ogni politica di dominio nelle relazioni fra i popoli, facendo cessare ogni politica coloniale, che si eserciti attraverso il dominio militare e la guerra, i trattati commerciali o di investimento, lo sfruttamento delle persone, del vivente e della casa comune. Non possiamo più accettare che i nostri livelli di consumi si reggano sullo sfruttamento delle risorse di altri Paesi e su rapporti di scambio scandalosamente ineguali, né l'esistenza di alleanze militari che hanno l'obiettivo del controllo e sfruttamento di aree strategiche e delle loro risorse.

 

La società della cura rifiuta l'estrattivismo perché aggredisce i popoli originari, espropria le risorse naturali comuni e moltiplica la devastazione ambientale. Per questo sostiene l'autodeterminazione dei popoli e delle comunità, un commercio equo e solidale, la cooperazione orizzontale e la custodia condivisa e corresponsabile dei beni comuni globali.

 

La guerra contro i migranti è ormai uno degli elementi fondanti del sistema globale attuale. Intere aree del pianeta – mari, deserti, aree di confine – sono diventati giganteschi cimiteri a cielo aperto, luoghi dove si compiono violenze e vessazioni atroci, e dove a milioni di esseri umani viene negato ogni diritto e ogni dignità.

 

La società della cura smantella fossati e muri e non costruisce fortezze. Rifiuta il dominio e riconosce la cooperazione fra i popoli. Affronta e supera il razzismo istituzionale e il colonialismo economico e culturale, attraverso i quali ancora oggi i poteri dominanti si relazionano alle persone fisiche, ai saperi culturali e alle risorse del pianeta.

 

La società della cura rifiuta ogni forma di fascismo, razzismo, sessismo, discriminazione e costruisce ponti fra le persone e le culture praticando accoglienza, diritti e solidarietà.

 

6. Scienza e tecnologia al servizio della vita e non della guerra

 

La ricerca scientifica e l'innovazione tecnologica sono fondamentali per la costruzione di una società della cura che permetta una vita degna a tutte le persone, ma possono divenire elementi di distruzione se non sono messe al servizio della vita ma del dominio e della guerra. Indirizzi e risultati vanno ricondotti all’emancipazione delle persone e non al controllo sociale autoritario, in direzione della redistribuzione della ricchezza e non dell’accumulazione, verso la pace e la solidarietà e non in direzione della distruzione di vite, società e natura.

 

E’ di particolare gravità che continui la corsa al riarmo atomico e al perfezionamento dei sistemi di puntamento delle armi nucleari, mentre si allentano gli impegni internazionali per il bando al ricorso all’arma più micidiale. I saperi e le risorse di una società non possono essere indirizzati alla costruzione di armi, al mantenimento di eserciti, all'appartenenza ad alleanze basate sul dominio militare, alla partecipazione a missioni militari e a guerre, al respingimento dei migranti, alla costruzione di una realtà manipolabile e falsificabile digitalmente.

 

Il controllo sui Big Data, l’Intelligenza Artificiale e le infrastrutture digitali determineranno la natura delle istituzioni del futuro e le persone devono essere in grado di esercitare una sovranità digitale su tutti gli aspetti sensibili della propria esistenza. Occorre immaginare un futuro digitale democratico in cui i dati siano un’infrastruttura pubblica e un bene comune controllato dalle persone.

 

7. Finanza al servizio della vita e dei diritti

 

La pandemia ha dimostrato che per curare le persone l’Unione europea ha dovuto sospendere patto di stabilità, fiscal compact e parametri di Maastricht. Significa che questi vincoli non solo non sono necessari, ma sono contro la vita, la dignità e la cura delle persone.

La finanziarizzazione dell'economia e la mercificazione della società e della natura sono le cause della profonda diseguaglianza sociale e della drammatica devastazione ambientale.

Mettere la finanza al servizio della vita e dei diritti significa riappropriarsi della ricchezza sociale prodotta, cancellando il debito illegittimo e odioso e applicando una fiscalità fortemente progressiva, che vada a prendere le risorse laddove si trovano, nei ceti ricchi della società, nei grandi patrimoni, nei profitti delle grandi imprese.

 

Nessuna trasformazione ecologica e sociale sarà possibile senza fermare l'unica globalizzazione che il modello capitalistico è riuscito a realizzare compiutamente: quella dei movimenti incontrollati di merci e capitali. Un capitale privo di confini che può indirizzarsi senza vincoli dove gli conviene, determinando le scelte di politica economica e sociale degli Stati, costretti a competere tra loro, offrendo agli investitori nazionali e esteri benefici sempre più lesivi dei diritti dei propri cittadini e dell’ambiente.

 

Per questo bisogna socializzare il sistema bancario, trasformandolo in un servizio pubblico per risparmi, credito e investimenti, gestito territorialmente con il coinvolgimento diretto degli utenti organizzati, dei lavoratori delle banche, degli enti locali e dei settori produttivi territoriali.

 

Senza una nuova finanza pubblica e partecipativa, nessuna trasformazione ecologica e sociale del modello economico e produttivo sarà possibile, e le decisioni di lungo termine sulla società rimarranno appannaggio delle lobby finanziarie e delle grandi multinazionali.

 

 

 

Vogliamo una società che metta al centro la vita e la sua dignità, che  sappia di essere interdipendente con la natura, che costruisca sul

valore d'uso le sue produzioni, sul mutualismo i suoi scambi,

sull'uguaglianza le sue relazioni, sulla partecipazione le sue decisioni.

 

 

Lotteremo tutte e tutti assieme per renderla realtà

martedì 13 ottobre 2020

La solita sorpresa della NADEF

 Luciano Granieri



Nota di Aggiornamento al Documento di Economia e finanza alias NADEF. 

E che è?

 Penso che la maggior parte di chi mi legge lo sappia. Comunque lo ricordo.  Si tratta  di un documento che il Governo presenta ogni anno, verso settembre, in cui  vengono riconsiderate le politiche economiche definite nel DEF (documento di economia e finanza) varato in aprile, alla luce dei cambiamenti  sopravvenuti nel quadro economico. In pratica il NADEF definisce il contesto in cui l’esecutivo dovrà inserire la propria politica di bilancio. 

E’ un documento fatto di numeri e la sua lettura può  riservare  diverse  sorprese, come nell’ultima edizione licenziata poche settimane fa. Al di la del quadro negativo (caduta di Pil, aumento della disoccupazione e compagnia cantante) si rileva che nel  2021, per la prima volta dal 1990, l’Italia andrà in disavanzo nella misura del 3,7%. Ovvero lo Stato Italiano spenderà di più  rispetto a quanto incasserà in tasse. Come detto, non era mai accaduto dal 1990 ad oggi, salvo una pausa nel 2009

Notizia per i Frugali!!!! Un Paese costantemente in avanzo da 30 anni, cioè che incassa più in tasse - nonostante un’evasione fiscale che mangia 130 miliardi l’anno - rispetto a quanto spende in investimenti, (al netto degli interessi sul debito, quello che ci ha imposto la UE), non è precisamente uno Stato spendaccione. 

Certo nel 2021 andremo sotto, e anche nel 2022.  La  pandemia qualche danno l’ha fatto, ma solo perché il blocco delle attività economiche ha prodotto un minor introito fiscale, non perché il governo ha   speso di più. Comunque non c’è da preoccuparsi.  Nel 2023  usciremo dal “rosso”, parola del ministro Gualtieri. E’ evidente! Con la vagonata di soldi che arriverà dall’Europa attraverso  il Recovery Fund, sarà un gioco da ragazzi tornare in positivo.  

Ma siamo proprio  sicuri? Insomma…..forse no.   Sempre nel NADEF si prevede che la vagonata di soldi del Recovery Fund inciderà per lo 0,6% del Pil nel 2021, lo 0,4% nel 2022, e dello 0,8% nel 2023, l’anno in cui dovremmo tornare a veder le stelle. Non mi pare ci sia da scialare. Ma come?  il Recovery Fund non doveva essere la panacea di tutti i mali? Tutti contenti e  felici pronti  a salutare la svolta sociale dell’Europa. Ma è tutto qui?

 E allora, domando io,  se questo è,  come si spera di tornare in avanzo nel 2023 con tale  miseria da investire?  Semplice,  non investendo e tagliando su ciò che ancora si può tagliare. La  lotta all’evasione fiscale, che si mangia il 12% del Pil ogni anno,  sarà il solito enunciato di facciata senza alcun seguito, per cui l’avanzo sarà ottenibile, come al solito,  con la parsimonia nella spesa pubblica. 

Altro che investimenti per far ripartire l’economia, altro che finanziamenti sulla sanità e sulla scuola pubblica! Checchè se ne dica tutto  è rimasto come prima, tutto sarà come prima. Almeno il governo ci risparmi proclami e scenari di riscatto, che proprio  nel NADEF dichiara di non poter  conseguire.

Vaccinarci (contro il capitalismo) salverà il mondo

 Fonte:  Coniare Rivolta



Ci siamo già soffermati sulla natura bestiale dei tagli alla sanità pubblica italiana e sugli effetti nefasti di tali tagli sulla vita delle persone. Abbiamo visto che dal 2009 al 2018, nel nostro Paese, c’è stata una riduzione, in termini reali, della spesa sanitaria di circa 26 miliardi: una diminuzione pari, all’incirca, al 12%. Se si considerano spesa corrente e investimenti nel settore sanitario, la riduzione della spesa pubblica, tra il 2009 e il 2018, è stata pari al 13%.

Le conseguenze di questi tagli si sono viste nel pieno dell’emergenza epidemiologica da Covid-19, quando il servizio sanitario nazionale ha rischiato di collassare (e, in alcune aree, quelle più colpite dall’epidemia, è crollato) sotto il peso dei ricoveri giornalieri e dei malati in terapia intensiva. Il tutto, in omaggio all’austerità e alla disciplina di bilancio: un sacrificio rituale collettivo per fornire linfa vitale al capitale.

La ricerca del profitto a tutti i costi, però, non contribuisce solo a rendere palesemente inadeguati i sistemi sanitari nazionali nell’affrontare eventi imprevisti come una pandemia, ma incide anche, a livello nazionale e globale, sulla capacità di prendere misure preventive e di profilassi. Il capitalismo ci mostra, ancora una volta, il suo volto avido e ingordo nella corsa al vaccino contro il Sars-CoV-2: persino quando si decide della vita o della morte delle persone, la logica resta quella del profitto.

Oxfam, una confederazione internazionale di organizzazioni non governative (ONG) che operano nel campo della lotta alla povertà, denuncia che oltre la metà della futura fornitura dei principali vaccini anti-Coronavirus, attualmente in fase di sviluppo, è già stata acquistata da un piccolo gruppo di Paesi ricchi. Si tratta, dal punto di vista della popolazione mondiale, di un club molto esclusivo, poiché i Paesi in questione ospitano appena il 13% della popolazione mondiale. In altri termini, ciò vuol dire che anche laddove tutti e cinque i vaccini attualmente allo studio dovessero rivelarsi efficaci, oltre il 60% della popolazione mondiale dovrà fare a meno del vaccino fino al 2022.

A prevalere, dunque, al di là di tutti i proclami solidaristici, non è la fratellanza internazionale, ma la legge del più forte. Nel sistema capitalistico, anche un vaccino salva-vita diventa una merce da vendere e da cui trarre profitto. Sarà nei Paesi più ricchi che si produrrà prima il vaccino e, in ogni caso, saranno questi i Paesi che potranno permettersi l’acquisto delle prime dosi. 

In questo contesto, poi, i primi Paesi che saranno immunizzati dal virus potranno far ripartire più rapidamente le proprie economie, magari incrementando le esportazioni e attirando turisti. Ecco che il vaccino assume una valenza strategica e geopolitica, come se fosse una nuova tipologia di arma.

Questa vicenda si inserisce nella più ampia questione dei brevetti sui farmaci. Senza brevetti sarebbe possibile produrre medicine oggi costosissime a prezzo bassissimo in qualunque Paese del mondo, anche in quelli più poveri. Come è possibile? Il motivo è che il profitto delle case farmaceutiche, grazie alla protezione garantita dai brevetti, è altissimo su ogni medicina venduta. Venuto meno il profitto, il costo di produzione sarebbe spesso risibile (si pensi alle vicende legate ai farmaci anti AIDS o alla questione della produzione dei farmaci in India senza brevetto).

Alcuni sostengono, però, che se le case farmaceutiche non fossero spinte dal profitto, non investirebbero in ricerca e non avremmo nessuna medicina, né a caro né a basso prezzo. Tuttavia, vi sono due ordini di obiezioni a questa idea infondata. In primo luogo, data l’elevatissima profittabilità delle imprese farmaceutiche, lo Stato e le organizzazioni sovranazionali potrebbero adottare scelte politiche volte a favorire l’accesso di gran parte della popolazione mondiale ai farmaci e ai vaccini, senza per questo rendere il settore così poco profittevole da ridurre gli investimenti privati. Inoltre, a priori, finanziando la ricerca pubblica si potrebbe sostituire gran parte di quella privata, potendo raggiungere risultati rilevanti anche in settori non remunerativi, ma necessari per la salute degli esseri umani (come farmaci per patologie diffuse nei Paesi poveri, si pensi alla triste vicenda dell’epidemia di ebola in Africa).

La realtà, però, è ben diversa. Negli USA la sanità è privata, mentre l’Europa, fiaccata da decenni di tagli a istruzione e ricerca, spende sempre meno nella ricerca pubblica. Il risultato è che la ricerca farmaceutica mondiale è portata avanti da pochi gruppi interessati alla massimizzazione dei profitti anziché al benessere degli esseri umani. Ne consegue che anche la decisione delle linee di ricerca è dettata da quanto queste possano rivelarsi redditizie. E la redditività di una produzione dipende in maniera cruciale dal potere d’acquisto dei consumatori nei mercati di sbocco (e dalla differenza rispetto ai costi di produzione).

I Paesi ricchi spendono moltissimo per acquistare farmaci sempre più costosi (in Italia nel 2019 la spesa farmaceutica è stata di oltre 18,5 miliardi di euro), prodotti da multinazionali che vedono aumentare esponenzialmente i propri profitti. Nei Paesi poveri, invece, la possibilità di accedere a molte cure è del tutto esclusa – ad esempio, alcuni farmaci oncologici costano centinaia di migliaia di euro, ma esistono anche farmaci ben più cari. Le stesse forze che nelle economie avanzate impoveriscono i lavoratori tengono fuori interi Paesi dall’accesso ai farmaci.

Come ormai ben sappiamo, tutto ciò non avviene per errore, non è un inconveniente che si è manifestato lungo il percorso, ma una realtà connaturata al capitalismo. È una logica che muove tutto nella nostra società: aumentare il più possibile i profitti. Laddove ci sarebbe bisogno di uno sforzo congiunto di tutti i Paesi intorno alla ricerca scientifica, alla produzione e alla diffusione di un vaccino, si procede in ordine sparso, e le prime preziosissime dosi saranno riservate al miglior offerente. A farne i conti, come sempre, saranno i più poveri, mentre il capitale potrà continuare a prosperare: una iniquità che trova nella storia del vaccino anti-Coronavirus una parabola esplicativa di drammatica potenza.

martedì 6 ottobre 2020

Come funziona l'odissea del Recovery Fund

 A cura di Luciano Granieri


Si moltiplicano gli appelli, locali e nazionali, affinchè i soldi del Recovery Fund vengano spesi per una programmazione rivolta realmente verso il benessere dei cittadini. Anche in provincia di Frosinone diversi movimenti e associazioni hanno sottoscritto un appello alle forze politiche  per non sprecare i soldi e  destinarli  alla rigenerazione ambientale e sociale del nostro territorio. Un appello condivisibile, che si può leggere cliccando su  Appello alle forze politiche, sociali e sindacali territoriali,   al quale ha aderito anche il sottoscritto, ma che, per puro realismo e a scanso di cocenti delusioni non può che essere considerato un auspicio, l’ennesimo grido di dolore che parte da una terra in dissesto sotto tutti i punti di vista: da quello ecologico, a quello economico a quello sociale. 

Il mio pessimismo è legato alle grandi, e forse insuperabili, imposizioni  a cui lo Stato Italiano deve far fronte per accedere al Recovery Fund. I fondi  arriveranno, se arriveranno, non prima del 2022. Anzi alla luce dei ritardi, dovuti all’approvazione dei programmi attuativi causati dai paesi di Visegard, che stanno bloccando tutto, reclamando l’eliminazione della clausole sul rispetto dei diritti umani e civili, è possibile che i termini potrebbero slittare ulteriormente. 

A tal proposito pubblico, di seguito,  un articolo di Guido Salerno Aletta, editorialista del giornale on line “Teleborsa.it” (non un organo d’informazione comunista quindi) in cui sono spiegati per filo e per segno tutti i salti mortali che l’Italia dovrà fare per accedere al Recovery Fund, delegando di fatto tutta la propria politica economica ai burocrati di Bruxelles. 

A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si indovina. A me sembra piuttosto evidente il tentativo di spingere i Paesi membri ad accettare il Mes rendendo quasi impossibile l'accesso al Recovery Fund. Non più il Mes  della Troika, certo, ma quello  le cui  uniche condizionalità sono  legate alla spesa sanitarie e con un tassi d’interessi quasi negativi, ma a preoccupare è la  prescrizione che si legge a margine del regolamento del Mes:

 La linea di credito sarà disponibile fino alla fine dell’emergenza, dopo gli Stati restano impegnati a rafforzare i fondamentali economici, coerentemente con il quadro di sorveglianza fiscale europeo.

Chiaro no? Alla fine dell’emergenza sanitaria lo Stato Italiano, che nel frattempo avrà accumulato un rapporto debito/pil del 160% e un rapporto deficit/pil  al 9% dovrà rafforzare i fondamentali economici secondo i dettami di sorveglianza fiscale dettati da Bruxelles. Quindi adoperarsi per riportare il rapporto debito/pil il più possibile vicino  al 60% e il deficit/pil al 2,qualcosa%. 

Come potrà farlo? Intanto tagliando quelle stesse spese sanitarie per cui ha ricevuto il prestito, poi flagellando la scuola,  lo stato sociale e privatizzando quel poco che c’è rimasto da privatizzare. La realtà è una e una sola. Fino a quando i Paesi Europei per finanziare la spesa necessaria ad uno sviluppo sostenibile, alla creazione di posti di lavoro “VERI” dovranno prendere i soldi a prestito dai mercati finanziari -magari protetti dalle scorribande degli  squali investitori grazie allo scudo della BCE (leggi quantitative easing) teso a non innalzare troppo i tassi -  non ci sarà alcuna forma di Recovery  che non sia vincolata o a spese per interessi elevati, o a condizionamenti  di politica economica imposti dalla Ue ai governi  per tutelare gli interessi del Capitale.

Buona lettura


A Bruxelles piace il passo dell’Oca

Il Recovery Fund inchioda gli Stati ai tavoli burocratici, con vincoli di ogni genere e procedure defatiganti

 Guido Salerno Aletta

Editorialista dell'Agenzia Teleborsa



                                                        Il sogno europeo si è trasformato in un incubo: la robotizzazione dell'Unione procede inarrestabile, tra vincoli, condizioni, obiettivi e rendiconti. Con il Recovery Fund si prepara un nuovo manicomio burocratico che ci farà impazzire.

E' più di una camicia di forza, un vero e proprio letto di contenzione. Il calcolo astruso dell'output gap o del NAWRU, previsti per rientrare nei parametri del Fiscal Compact, era solo un gioco da ragazzi.

Da Bruxelles si completa giornalmente il quadro delle regole per l'
utilizzo delle risorse previste dal Recovery Fund, scritte apposta per inchiodare gli Stati al tavolo di un gioco di potere che ne limita ulteriormente la sovranità.

Più soldi si chiedono e più sarà alto il grado di interferenza di Bruxelles: altro che vincolo esterno, stavolta ci entrano fin dentro casa.

Ma ci sono ancora tanti illusi, che si fanno abbindolare dal luccichio dei denari!

In Italia c'è infatti chi ancora festeggia, da fine luglio ininterrottamente, perché non ha mai letto neppure uno dei tanti documenti che si accatastano per gestire il Recovery Fund: gongolano, perché pensano di spendere comodamente intanto i 65,4 miliardi di euro di "
grant". Sono "sovvenzioni", somme da non restituire in quanto saranno finanziate con il contributo degli Stati membri.

Pensano, ingenui che non sono altro, di poter incassare tutto subito, e poi di spendere liberamente.

 

Vediamo invece come si snoda il percorso.

L'Italia intanto verserà annualmente il proprio contributo per finanziare questo Fondo Straordinario della Unione, in proporzione al proprio PIL registrato nel 2019; ma in cambio riceverà assai di più, per tenere conto della gravità della crisi sanitaria ed economica che l'ha colpita: questo è il successo politico che ci si vanta di aver raggiunto.

In questo caso, si dice, l'Italia non sarà più un contributore netto al bilancio dell'Unione: sarebbe un percettore netto, anche se nessuno finora ha tirato giù i saldi complessivi, del dare e dell'avere tra il Piano straordinario Next Generation Ue ed il prossimo Quadro finanziario settennale 2021-2027. Si fanno i conti senza l'oste.

In ogni caso, il totale di queste "sovvenzioni" previste per il Recovery Fund a favore dei 27 Paesi dell'Ue è di 312,5 miliardi; di questi, il 70% va impegnato tra il 2021 ed il 2022, ed il restante 30% entro il 2023. I pagamenti saranno comunque scaglionati nel tempo, e già questo fa venire i sudori freddi.

Per accelerare gli interventi, visto che il macchinone di Bruxelles ha la lentezza di un elefante, si è deciso che il 10% degli importi assegnati a ciascuno Stato potrà essere concesso a titolo di prefinanziamento entro il 2021. Come vedremo più avanti, è meno di un piatto di lenticchie, ma di questi tempi non si butta via nulla.

A parte, rispetto alle sovvenzioni, verranno poi calcolati i prestiti, che ammonteranno a 360 miliardi di euro, concedibili nel limite del 6,8% del PIL di ciascun Paese, a meno che non ci siano circostanze eccezionali. Per l'Italia ci sarebbero teoricamente 119 miliardi di euro. Ma si tratta di un meccanismo ancora tutto da mettere in piedi.

In totale, dunque, il Programma Next Generation Ue vale 672,5 miliardi di euro. Ci sono altri progetti minori che portano alla cifra tonda di 750 miliardi.

Più che una cuccagna, Bruxelles ha preparato un vero e proprio percorso ad ostacoli, con tempi, scadenze e condizioni di enorme complessità tecnica, amministrativa e politica. Vediamo: a partire dal 15 ottobre prossimo, in pratica tra una ventina di giorni, i singoli Stati possono cominciare a presentare alla Commissione i primi Piani Nazionali per la Ripresa e la Resilienza (PNRR), con la scadenza ultima fissata a fine aprile 2021. In pratica, ci si allinea con i tempi della procedura standard del Braccio Preventivo del Programma di Stabilità e Crescita (PSG).


I Piani nazionali saranno valutati dalla Commissione europea entro due mesi dalla presentazione, tenendo conto della loro coerenza con le raccomandazioni specifiche che sono state elaborate per ciascun Paese: da fine aprile 2021 si arriva così a fine giugno.

Per l'Italia, il PNRR sarà valutato tenendo conto soprattutto delle raccomandazioni relative al 2019 (Raccomandazione del Consiglio sul programma nazionale di riforma - 10165/19): è un elenco sterminato di "prediche" e di richieste di riforme strutturali, che vanno dalla lotta all'evasione fiscale alla riduzione della spesa per le pensioni che è eccessiva. Finora erano sostanzialmente prediche inutili, perché poi il governo faceva ciò che voleva: bastava rientrare nei limiti del deficit ed avvicinarsi al pareggio strutturale. D'ora in poi, invece, queste raccomandazioni avranno valore cogente, perché se non seguiamo questi Comandamenti non ci approveranno i PNRR: ahi! Ecco che cominciano i dolori!

Ulteriori criteri di valutazione per approvare i Piani sono il rafforzamento del potenziale di crescita, la creazione di posti di lavoro e la resilienza: non sono chiacchiere, perché il raggiungimento di questi obiettivi condizionerà il pagamento da parte della Unione delle somme che avremo speso. Questa è seconda la tagliola.

Praticamente, ci consegneremo legati mani e piedi, visto che nella valutazione del PNRR il punteggio più alto deriverà in primo luogo dalla sua coerenza con le raccomandazioni specifiche per Paese.

Solo successivamente si considerano il rafforzamento del potenziale di crescita, la creazione di posti di lavoro e la resilienza sociale ed economica dello Stato membro. Il contributo recato alla transizione verde e digitale è addirittura una precondizione ai fini di una valutazione positiva: altro che scrivere sotto dettatura! La discrezionalità degli Stati è ulteriormente limitata da una serie di obiettivi qualitativi e quantitativi che sono stati stabiliti dalla Commissione, attraverso le Indicazioni sulla redazione dei Piani nazionali di ripresa e resilienza e sui progetti da presentare ai fini del finanziamento - Comunicazione "Strategia annuale per una crescita sostenibile 2021" COM(2020) 575:

·         per la transizione verde, al fine di conseguire la neutralità climatica entro il 2050 e la riduzione significativa delle emissioni di gas entro il 2030, la spesa relativa al clima dovrà ammontare almeno al 37%. Occorrono dunque riforme ed investimenti nel campo dell'energia, dei trasporti, della decarbonizzazione dell'industria, dell'economia circolare, della gestione delle acque e della biodiversità. Bisogna pure accelerare la riduzione di emissioni tramite la rapida distribuzione di energie rinnovabili e di idrogeno, l'efficienza energetica degli edifici, gli investimenti nella mobilità sostenibile, la promozione di infrastrutture ambientali e la protezione della biodiversità;

·         per la transizione digitale e produttività, bisogna dedicare almeno il 20% delle risorse richieste.


C'è poi da rispettare il 
requisito della Stabilità macroeconomica, un punto assai dolente per l'Italia che ha un elevatissimo rapporto debito pubblico/PIL. Anche se è stato sospeso il processo di riaggiustamento previsto dal Fiscal Compact, l'equilibrio della finanza pubblica rimane un requisito fondamentale: gli investimenti pubblici devono aumentare, ma senza compromettere questo vincolo. Ci aspettano tagli su tagli. Per l'Italia, il sentiero si fa sempre più impervio.

Paletti su paletti: i PNRR dovranno essere coerenti con le informazioni contenute nei Programmi nazionali di riforma nell'ambito del Semestre europeo (PNR), nei Piani nazionali per l'energia e il clima (PNIEC), nei Piani territoriali per una transizione giusta, negli Accordi di partenariato e nei programmi operativi a titolo dei fondi dell'Unione: un ginepraio infernale.

Come se ancora non bastasse, la Commissione ha diffuso le "
Linee guida e modello standard per la presentazione dei Piani di ripresa e resilienza" (Commission Staff Working Document SWD(2020) 205 final). E' una guida pratica, con tanto di modelli e prospetti da riempire: un puzzle di dati di spesa, di tempi previsti, di obiettivi attesi, di criteri di valutazione, fatto apposta per avere ogni scusa buona per intervenire, sindacare, correggere, giudicare. E, ovviamente, per non pagare!

L'
esame dei PNRR sarà coordinato da un'apposita task force della Commissione per la ripresa e la resilienza, in stretta collaborazione con la Direzione generale degli Affari economici e finanziari (DG ECFIN).

La valutazione della Commissione, dopo aver ben aggiustato confrontandosi con i vari governi le loro proposte di PNRR, sarà quindi soggetta alla approvazione da parte del Consiglio della Unione europea, che decide a maggioranza qualificata entro 4 settimane: siamo arrivati a fine giugno, ed ora c'è luglio di mezzo.

Diciamo che, 
se tutto va bene, i PNRR saranno approvati ai primi di agosto del 2021. Insomma, tra un anno saremo finalmente al via.

C'è, come abbiamo visto, una procedura a stralcio per il 2021, ma vale appena il 10% del totale. In pratica, per l'Italia sono 6,5 miliardi: una cifra assolutamente ridicola.
Al di là di questa una tantum, la approvazione del PNRR servirà a dare il via libera per spendere la cifra concordata, praticamente nell'ambito del bilancio per il 2022.

Solo allora lo Stato potrà procedere alle spese concordate, ma dovrà rendicontarle e fare richiesta di pagamento da parte di Bruxelles delle somme usate "in conto Recovery Fund": la valutazione per la erogazione del rimborso sarà effettuata sempre dalla Commissione, ma sarà subordinata al raggiungimento dei "traguardi intermedi e finali in termini di risultati".

Spendere i soldi non basta: bisogna dimostrare che gli obiettivi macroeconomici ed i risultati socioeconomici che erano stati promessi sono stati effettivamente raggiunti.

Prima di decidere, la Commissione deve infatti attendere il vaglio di una sorta di Troika, cui spetta valutare il raggiungimento o meno dei traguardi concordati: la Commissione europea dovrà tenere conto del parere del "Comitato economico e finanziario", un organo consultivo istituito per promuovere il coordinamento delle politiche necessarie al funzionamento del mercato interno, formato da alti funzionari delle amministrazioni nazionali e delle banche centrali, della Banca centrale europea e della Commissione europea. Esce di scena il FMI, ma al suo posto subentrano altri "esperti".

Non basta, perché a questo punto è possibile la attivazione del cosiddetto "freno d'emergenza": ogni Stato membro può opporsi alla valutazione positiva della Commissione, e quindi al pagamento delle somme richieste dallo Stato che ha effettuato le spese, "per gravi scostamenti rispetto all'adempimento soddisfacente dei pertinenti target". Può richiedere, entro tre giorni dalla proposta della Commissione, che la questione venga deferita al Consiglio europeo: nessuna decisione riguardo i pagamenti potrà essere assunta finché il Consiglio europeo non abbia discusso la questione "in maniera esaustiva".

Visto che i target sono estremamente complessi, e che riguardano una infinità di questioni, si rimane appesi a questo ulteriore giudizio: i Paesi Frugali ne hanno fatto una questione di principio. Chi si illudeva di avere risorse europee da spendere subito ed in libertà, si dovrà ricredere.

Si va oltre la robotizzazione: si mette in atto una vera e propria militarizzazione burocratica e politica, con gli Stati che devono marciare inquadrati, al passo dell'Oca.

Il Recovery Fund inchioda gli Stati ai tavoli burocratici, con vincoli di ogni genere e procedure defatiganti.

A Bruxelles piace il passo dell'Oca

Appello per il proporzionale e la democrazia

Comitato Democrazia Costituzionale



Alle forze democratiche presenti in Parlamento

  

La riforma costituzionale confermata dai cittadini nel referendum del 20-21 settembre nasce dal programma elettorale della Lega del 2018, con gli stessi numeri (400 deputati e 200 senatori), in vista del presidenzialismo, cavallo di battaglia della destra italiana.

L’inserimento della riduzione dei seggi nel “contratto di governo” giallo-verde e la successiva accettazione della riforma da parte del Partito Democratico hanno consentito una modifica fondamentale dell’assetto del Parlamento, tale da pregiudicare il funzionamento del Senato, assemblea ridotta a soli 200 membri (numero inferiore al Senato francese e a quello spagnolo).

L’attuale maggioranza ha già presentato dei disegni di legge vòlti a superare l’elezione a base regionale del Senato, che creerebbe notevoli squilibri con soli 196 seggi (tolti i quattro della circoscrizione Estero), e a equiparare l’elettorato della seconda Camera. Se è ragionevole l’idea di ridurre l’età minima per gli elettori (da 25 anni a 18), pare insensata l’idea di abbassare l’età anche per gli eletti (da 40 anni a 25), che toglierebbe al Senato (dal latino senex ‘anziano’) un tratto distintivo, ovvero la maggiore maturità dei suoi componenti.

L’auspicato ritorno a una legge elettorale proporzionale purtroppo non basta a garantire il popolo da svolte autoritarie, poiché le destre hanno già dimostrato di poter cambiare le regole del gioco a colpi di maggioranza per i propri interessi di parte (si veda la genesi del cosiddetto Porcellum, peraltro scritto dallo stesso senatore leghista che ha promosso la riforma del miniparlamento, Roberto Calderoli); inoltre le destre ormai non fanno mistero della loro adesione al sistema uninominale senza doppio turno, diametralmente opposto al proporzionale sotto il profilo democratico.

Pertanto chiediamo ai parlamentari che si riconoscono nei valori dell’antifascismo e della democrazia rappresentativa, princìpi ispiratori della carta del 1948, di inserire nella Costituzione la seguente norma, come secondo comma dell’articolo 55: “I parlamentari sono eletti con criterio proporzionale, nel rispetto delle libere scelte dei cittadini”.

Infine, chiediamo di mantenere il requisito dell’età minima di 40 anni per la carica di senatore, onde evitare il rischio che una perfetta equiparazione delle due Camere nella loro composizione (elettorato attivo e passivo, circoscrizioni elettorali) giustifichi, in un futuro non lontano, la soppressione del Senato o una sua rifunzionalizzazione (come nella riforma Renzi-Boschi, bocciata nel referendum del 2016), con una ulteriore compressione degli spazi democratici.

 


venerdì 25 settembre 2020

Jimi Hendrix e il referendum

 Luciano Granieri



Venerdì 18 settembre 2020 erano passati cinquant’anni dalla morte di Jimi Hendrix. Venerdì 18 settembre 2020 si svolgeva a Frosinone la kermesse di chiusura della campagna referendaria in favore del No al taglio dei parlamentari. 

Due accadimenti apparentemente  lontani fra di loro, ma non troppo. Già perché Jimi Hendrix - icona di un'era  conflittuale,  nonchè utopista del tempo a venire,  profeta della “violenza di seta” ovvero  il  conflitto portato avanti non con le pistole, ma con la forza dei riff, degli arpeggi fulminanti, degli amplificatori  “a palla”, lui figlio del sottoproletariato nero che con la sua chitarra  fiammeggiante (in tutti i sensi) scandiva il tempo  delle lotte dei movimenti contro la guerra in Vietnam, dei sit-in per le rivendicazioni sociali - era lì con noi. 

Era con noi, a nostra volta  figli di un sottoproletariato bianco, nero, giallo, rosso,  fatto di donne uomini , discriminati per orientamento sessuale e censo,  schiantato dalla perfidia e crudeltà irriducibile della dittatura neo liberista. Quel totalitarismo che da decenni attenta alla Costituzione, bollata come documento socialista e fuori tempo, ultimo baluardo in difesa dei diritti dei più deboli, per i quali la consolidata  teoria darwinian-liberista non prevede spazio di vita. 

Era con noi a difendere uno dei capisaldi della partecipazione democratica quale l’integrità del Parlamento, il cui depotenziamento, per ora numerico, ahimè ormai sancito, non sarà altro che il primo passo verso la piena legittimazione del GOVERNO “ESECUTIVO” delle varie J.P MORGAN di turno. 

Era lì con noi, band di popular-jazz-rock music,  riunita per l’occasione.  Un collettivo musicale aperto  che,  dopo  i comizi in favore del No, stava offrendo  il suo contributo in musica alla causa. Fra i vari brani da suonare  spunta il testo di “Little Wing” Pierluigi, l’amico chitarrista conosciuto solo poche ore prima, parte con le prime note,  Min  comincia a cantare. Noi dietro. 

“Little Wing”. Un brano conosciuto  da tutti, ma mai provato ed eseguito per la prima volta dalla band. Nonostante ciò l’esecuzione è stata precisa senza sbavature.......Eh si Jimi era con noi! E’ stato per me un onore celebrare uno straordinario personaggio nel  cinquantesimo della sua morte, suonando un suo brano...... e che brano!

Sono anche questi gli aspetti per cui è valsa  la pena fare una campagna referendaria che non è stata sufficiente a far prevalere le ragione del No, ma che personalmente mi ha arricchito moltissimo, culturalmente e politicamente.  Ringrazio tutti coloro, compagni, amici  e musicisti che hanno condiviso con me questo percorso. E non finisce qui.