Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

venerdì 12 febbraio 2021

Quando la morte di un jazzista è quasi simile alla perdita di un vecchio amico. Ciao Chick

 Luciano Granieri




Quando scompare un musicista di jazz, al sottoscritto, appassionato di musica afroamericana, sembra di perdere un amico, magari lontano, ma amico. Accade un po’ con tutti. Nell’anno appena trascorso, tanti amici ci hanno lasciato. 

Ma ce ne sono alcuni per i quali la triste sensazione di aver perso un saggio compagno di vita è ancora più forte e dolorosa, perchè a certe incisioni o esibizioni sono legati momenti della tua esistenza di fatto significativi. Chick Corea è uno di questi. 

Dall'ammiccante copertina del “Live in New York” del 1974, con la sua faccia che usciva da una tazza, si aprì per me un mondo musicale inesplorato. Un disco di solo due brani, uno per facciata, nel quale suonavano due quartetti diversi, con gente del calibro di Wayne Shorter, Barry Altschul, Dave Holland, Anthony Braxton. Un’ esplosione sonora che spesso accompagnava i miei viaggi in treno o dietro la macchina di mio padre, riversata su una cassetta consumatasi nel walkman. 

Oppure la scoperta del suo primo capolavoro, il disco in trio “Now He Sings, Now he Sobs” con Roy Hines e Mirolas Vitous, spesso oggetto di ascolti appassionati insieme ad un  pugno di amici incantati dai quei solchi e protagonista di una vera e propria storia personale  che potete leggere QUI. 

O ancora  dei rigatoni all’arrabbiata pagati quanto una cena intera per entrare in quel jazz club di Pescara, per ascoltare Chick in piano solo e poi in jam session con Steve Grossman. Mai un piatto di pasta, per quanto scotto e arrabbiato solo nel prezzo, fu tanto gradito. Mi permise di ascoltare un concerto memorabile e di ricevere  il regalo di un autografo, tanto agognato, quanto semplice da ottenere, grazie alla grande disponibilità di Corea (autografo che qui riporto). 

E poi  l’anno scorso, quando con gli amici Alberto, Raimondo e Antonello, abbiamo suonato nelle nostre esibizioni in giro per la Provincia “Spain” un classico di Corea. E il compiacimento  quando quei passaggi ritmici complicati riuscivano ad integrarsi nel sound della band. Una soddisfazione  per  un batterista dilettante come il sottoscritto.  

Tutto questo è stato Corea per la mia vita di appassionato. Da questo scritto, triste ma accorato, altro non mi resta che ringraziarlo

Che la terra ti sia lieve Chick




sabato 6 febbraio 2021

"Draghi" a Frosinone

 Luciano Granieri, Rigenerare Frosinone




Il possibile, quanto probabile, insediamento del governo Draghi, avvallato da quasi tutte le forze politiche in un assembramento indegno, elemosinante briciole del Recovery Fund, cambierà qualcosa per Frosinone? Nonostante la questione nazionale possa sembrare scollegata dalle vicende cittadine, non lo è.
Qualcuno ricorderà come nell’estate scorsa Rigenerare Frosinone, con tutte le restrizioni del Covid, diede vita ad una campagna sul bilancio del Comune frusinate , bocciato sonoramente dalla Corte dei Conti, parte in causa a seguito dell’adesione dell’Ente al piano di riequilibrio economico e finanziario, proprio perchè la pianificazione di rientro era troppo sbilanciata su politiche di taglio alla spesa sociale.
Nel corso di quella campagna, oltre ad illustrare le clamorose inadempienze formali e sostanziali, compiute dal Comune, evidenziammo come, in senso più generale, gli enti locali dovessero sottostare al patto di stabilità interno, ovvero la realizzazione di avanzi di bilancio e l’impossibilità di pianificare politiche sociali a debito, nonostante la stessa norma fosse stata sospesa a livello europeo per consentire, a fronte della crisi pandemica, le spese necessarie al rafforzamento della coesione sociale e dei sistemi sanitari, precedentemente definanziati proprio per rispondere alle politiche di austerity imposte dall’Unione.
A tal proposito predisponemmo - anche per togliere l’alibi al sindaco di un’irreparabile definanziamento da parte centrale, riconosciuto, se si trattava di tagliare servizi sociali essenziali, inesistente, se bisognava finanziare azioni propagandistiche - una proposta di deliberazione, il cui testo trovate QUI, da presentare in consiglio comunale, attraverso alcuni consiglieri d’opposizione, nella quale, fra i punti tesi a liberare i Comuni dagli oneri di un debito mai contratto, si impegnava il sindaco a :” richiedere, in analogia con l'avvenuta sospensione del Patto di Stabilità per gli Stati, la deroga della Legge n. 243 del 2012, con particolare riferimento alle disposizioni di cui ai capi II, III, IV, V e VI, riguardanti le regole del pareggio di bilancio degli Enti locali, sanitari, regionali e statali” ovvero ad adottare lo stesso indirizzo europeo anche per i Comuni.

La proposta di deliberazione non è stata mai calendarizzata, forse perchè non era interesse di nessun membro, nè del consiglio, nè della giunta, farla giungere in aula. Ma se una piccola e flebile speranza che la richiesta potesse essere recepita dal governo - anche perchè la stessa deliberazione fu adottata da Comuni importanti, come quello di Roma e Torino-oggi con la probabile salita a palazzo Chigi di Mario Draghi i giochi saranno definitivamente chiusi.
Infatti nella famosa lettera inviata nel 2011 al governo italiano dalla Banca Centrale Europea, e dal Governatore della Banca d’Italia di allora , Mario Draghi per l’appunto, al punto 3 si pretendeva : “l’anticipo sul conseguimento del pareggio di bilancio “principalmente attraverso tagli di spesa”, in particolare sulle pensioni e sul pubblico impiego, se necessario riducendo gli stipendi; l’introduzione di una “clausola di riduzione automatica del deficit”; la messa “sotto stretto controllo” dell’indebitamento delle Regioni e degli enti locali anche con “una riforma costituzionale che renda più stringenti le regole di bilancio”.
Come è noto il tutto fu realizzato con l’immissione del pareggio di bilancio in Costituzione. A questo punto la domanda sorge spontanea: come si fa a chiedere la sospensione del patto di stabilità interna ad un governo presieduto da chi quel patto ha fortemente imposto agli enti locali? Ecco dunque che, alla quasi totale ritrosia comunale a recepire certe istanze necessarie al benessere dei cittadini, si aggiunge la perentoria chiusura dell’esecutivo centrale, guidato dal fautore, ed estensore più convinto, delle politiche incardinate sul pareggio di bilancio da ottenersi attraverso tagli alla spesa sociale e privatizzazioni dei servizi essenziali per la cittadinanza.
Cari cittadini di Frosinone, evidentemente per vivere decentemente in questa città, oltre a mobilitarsi contro una giunta comunale antisociale, bisognerà scendere in piazza contro un’esecutivo altrettanto antisociale.
E’ quanto mai necessario prendere una posizione di contrasto se si vuole difendere almeno quel poco di diritto alla sopravvivenza che ci è rimasto.

mercoledì 3 febbraio 2021

Draghi Presidente, ce lo spiega l’Unione Europea

     Coniare Rivolta



La crisi politica che si svolge sotto i nostri occhi appare difficile da decifrare se ci limitiamo alle dinamiche partitiche e personali. Sicuramente c’è stato un duello tra Conte e Renzi, sicuramente Italia Viva vorrebbe avere più peso nel governo e, soprattutto, nella spartizione delle risorse pubbliche che sarà definita nel Recovery Plan. Eppure, ci sembra impossibile comprendere quello che sta succedendo se non si allarga lo sguardo al contesto economico e sociale entro cui si svolge il teatrino dei tavoli di trattativa, del toto-ministri e delle conferenze stampa. Il contesto è quel piano inclinato che determina le tendenze di fondo, ovvero le dinamiche principali, più importanti, che trascinano dietro di sé tutti gli altri eventi, le carriere politiche dei singoli, le fortune dei partiti.

La più efficace fotografia del contesto ce la offre, su un piatto d’argento, una figura chiave dell’establishment europeo, Marco Buti, il capo di gabinetto (ruolo tecnico-politico) del Commissario Europeo agli Affari Economici e Finanziari Paolo Gentiloni. In una lectio magistralis all’Università di Firenze del 29 gennaio, Buti sintetizza i possibili scenari che aspettano l’Italia dietro l’angolo della crisi politica, attraverso l’immagine di una “trilogia impossibile”. Lo scenario A, per Buti indubbiamente il migliore, è quello che vede un popolo italiano coscienzioso scegliere una guida illuminata che provveda immediatamente – cioè mentre la società corre verso i 100.000 morti per Covid e la crisi economica inizia a bruciare – a varare quelle importanti riforme che “servono” al Paese: taglio delle pensioni e dello stato sociale, stop al reddito di cittadinanza, sblocco dei licenziamenti, liberalizzazioni, privatizzazioni e tutto l’armamentario di misure lacrime e sangue che da trent’anni è usato contro i lavoratori per piegarli e costringerli alla povertà e alla precarietà, a salvaguardia del profitto di pochi. Secondo Buti, dunque, nello scenario A un governo saggio dovrebbe sfruttare il Recovery Plan per varare queste riforme: ogni euro prestato dall’Europa porterebbe con sé un carico di sacrifici che però, ci dice Buti, sono resi necessari dai peccati originali e dai mali strutturali che affliggerebbero l’Italia da decenni. Una cura dura ma necessaria! La convocazione di Mario Draghi al Quirinale per ricevere l’incarico di formare un governo sarebbe, in questo senso, il sogno di Buti che si realizza.

Ma, ci dice Buti, c’è anche uno scenario B: si continua a tamponare la crisi con “bonus e piccoli progetti a pioggia” senza affrontare il nodo – impopolare – delle riforme strutturali. Notiamo subito che questo scenario rappresenta bene l’azione, fino ad oggi, del governo cosiddetto “giallorosso”, che nel 2020 – tra cassa integrazione straordinaria, bonus vari, ristori e l’esplosione del reddito di cittadinanza – ha provato a mitigare gli effetti sociali della pandemia aumentando il deficit pubblico di oltre 100 miliardi in pochi mesi. Ciò che Buti ci sta dicendo è: avete speso e spanso nei mesi più duri, per carità, avete fatto bene. Ora però serve il cambio di passo, perché la pazienza dell’establishment europeo nei confronti di questa maniera tutta italiana di affrontare la crisi sta per finire. Il tempo dei bonus a pioggia deve finire e lasciare il campo all’azione della cosiddetta distruzione creatrice, ben rappresentata dal recente report del Gruppo dei 30 redatto sotto la supervisione di Mario Draghi: un approccio alla gestione della crisi che dovrebbe sfruttare la violenza della pandemia per far cadere i rami morti, le cosiddette “imprese zombie”, e lasciar fiorire solo quei settori dell’economia che sono in grado di competere sui mercati internazionali, facendo leva sulla crescente fragilità dei lavoratori, spaventati dalla crescente disoccupazione e dunque sempre più disposti ad accettare strette salariali e un generale peggioramento delle condizioni di lavoro. Sotto ogni evidenza, l’approccio del governo Conte bis è stato assolutamente insufficiente ad affrontare l’emergenza pandemica, come abbiamo messo in luce in più occasioni. La critica sottesa alla narrazione di Buti, tuttavia, è diametralmente opposta alla nostra. Per noi servirebbe un governo capace di varare misure strutturali di sostegno al lavoro e all’intervento pubblico in economia, per Buti serve invece un governo capace di imporre ulteriori e definitivi tagli allo stato sociale e alle retribuzioni. Questo dato è il primo tassello utile a comprendere l’attuale crisi politica: l’azione del governo ormai uscente è insufficiente agli occhi dell’establishment europeo. Mentre preparano il prestito del Recovery Plan, le istituzioni europee pretendono un interlocutore capace di imporre all’Italia quell’ulteriore svolta neoliberista, quella stretta di austerità che serve a chiudere i conti con il modello sociale europeo novecentesco. Ecco emergere il contesto politico: il contesto naturale della pandemia rappresenta solo una preziosa occasione per la classe dirigente, la possibilità di rompere i ponti con una organizzazione sociale basata sul compromesso tra Stato e mercato. 

Ma la parte più interessante della lezione di Buti è la sua conclusione, quella che lui chiama “soluzione C”. Già, perché Buti ci avverte che l’opzione B non è affatto stabile, bensì appare precaria e temporanea. Fuori dalla retorica della lectio magistralis, uno scenario B di continuità con le misure tampone non sarebbe consentito a lungo. Ed è lo stesso Buti a dirci chiaramente quali sarebbero le forze che, qualora ci rifiutassimo di abbracciare l’opzione A, ci richiamerebbero all’ordine e ci porterebbero a varare le fatidiche riforme strutturali, che nello scenario C verrebbero “imposte dai mercati finanziari”. È il ricatto dello spread, che Buti ci propone con l’innocenza di un bambino: “fino ad ora il potenziale effetto negativo del debito pubblico è stato neutralizzato dagli interventi dell’UE e, soprattutto, della BCE – ma sarebbe un errore fondamentale pensare che il vincolo di finanza pubblica non esista più…”. Più chiaro di così si muore: Buti ammette apertamente che è la BCE a governare gli spread, e dunque la minaccia dei mercati finanziari non è altro che la minaccia delle istituzioni europee a qualsiasi governo che si dimostri incapace di sfruttare la pandemia per distruggere gli ultimi residui di stato sociale sopravvissuti in Europa. 

Questo è il contesto politico ed economico che spiega i movimenti di fondo che agitano la politica nostrana. Una volta compresi, ci consentono, a prescindere da chi si intesterà la vittoria politica di questa crisi, di trarre una conclusione: il piano inclinato della crisi conduce inevitabilmente a una stretta dell’austerità imposta dalle istituzioni europee. Il cerchio tracciato Buti nella sua lezione si chiude oggi con Draghi che sale al Quirinale: dopo aver piegato il Paese sotto il ricatto dello spread attraverso le leve della politica monetaria che manovrava da Presidente della BCE, ora Draghi fa il suo ingresso trionfante sulla scena politica italiana dalla porta principale. Contro questa nuova ondata di austerità occorre iniziare ad organizzare una resistenza, e contro quelle istituzioni una strategia di ampio respiro mirata a ricomporre la società intorno alla centralità del lavoro e fuori dalle logiche del profitto.

sabato 30 gennaio 2021

FRANCO CERRI'S B-DAY PER I SUOI 95 ANNI



 Racconta Franco Cerri...

«Eravamo e siamo rimasti diversi» racconta Cerri parlando di Intra, «io sono tonale. Già il be-bop, al primo incontro, mi aveva un po’ frastornato. Figuriamoci il free, un altro mondo. C’era stato un concerto al Lirico, il gruppo di Miles Davis con John Coltrane al sassofono e gli appassionati milanesi si erano divisi. Alcuni ne erano usciti entusiasti, altri poco convinti. Io capivo che si trattava di musica di altissima qualità ma facevo fatica a digerirla, avevo bisogno di tempo. Enrico, invece, assorbiva tutto, si sentiva a suo agio in tutto ciò che ci arrivava di nuovo, come accadeva ad Enrico Rava, a Massimo Urbani, a Giorgio Gaslini e ad altri ancora. Io faccio musica come se scrivessi un racconto, ho bisogno di seguire una certa logica, il free spezza ogni cosa, sconvolge i temi, li disperde in tante schegge; un’operazione molto intellettuale, nella quale non mi ritrovavo. Ciononostante, o forse proprio per questo, le nostre due nature riuscivano a conciliarsi. Sentivo che Enrico a volte doveva tenere a freno la fantasia, così come io cercavo di adeguarmi, mi sentivo demodé e volevo allargare il mio panorama. Eppure le nostre due nature finivano per conciliarsi. E più avanti nel tempo avevamo formato un Quartetto, con Azzolini al basso e Gilberto Cuppini alla batteria, che dura ancora, sia pure cambiando a volte basso e batteria, Lucio Terzano e poi Marco Vaggi, Paolo Pellegatti e Tony Arco. Una sera Cuppini non era arrivato a Lecce. Avevamo pensato di far saltare l’esibizione, poi Enrico aveva detto: suoniamo in Trio, come Art Tatum, come Oscar Peterson e ci eravamo resi conto che anche così la musica funzionava»

TANTI AUGURI AD UN GRANDE DELLA MUSICA JAZZ


giovedì 28 gennaio 2021

Pratiche e atti inqualificabili sul piano politico, morale e storico, si stanno moltiplicando da parte di alte cariche istituzionali cittadine.

 

Frosinone, 28/01/2021



L’ANPI di Frosinone esprime la propria profonda indignazione per il ripetersi di atti, esternazioni e comportamenti da parte di personaggi con alte responsabilità politiche ed amministrative in merito ad argomenti che meriterebbero la più seria considerazione.

Da tempo si susseguono dichiarazioni e fatti concreti che spiegano molto chiaramente quale sia la concezione di questi soggetti del ruolo che ricoprono. Una idea arrogante, padronale del potere che li porta a sbeffeggiare non solo i loro oppositori ma addirittura la storia e le sofferenze di coloro che subirono la ferocia dei carnefici nazisti e fascisti.

Solo negli ultimi giorni, e solo per parlare degli Amministratori di Frosinone, abbiamo assistito a multe indegne comminate a volontari ambientalisti per “affissione abusiva” (mentre non si perde occasione per riempirsi la bocca di ecologismo di maniera, tanto per sembrare alla moda), a spiritosi tentativi di accostamento della pandemia con il concentrazionismo e la “soluzione finale”, all’uso di sedi istituzionali per propaganda di partito (naturalmente neofascista, perché per gli altri vige il regolamento che vieta tutto e le numerose istanze che presentano rimangono inevase al protocollo per anni) fino alla carnevalata del tatuaggio che scimmiotta il dramma dei deportati dei lager. Cos’altro ci aspetta? I cittadini che ci chiamano (perché non tutti si divertono a queste indegne manifestazioni di cinismo) vorrebbero capire. Ma è difficile prevedere fino a che punto il potere possa infischiarsene delle regole e dei valori fondanti una democrazia sostanziale e non solo formale, nell’intento di acquisire consensi a buon mercato.

Siamo convinti che il sindaco di Frosinone, così come il consigliere autore del post infamante e delle successive scuse forse peggiori del post stesso, non avessero l’intenzione di ridicolizzare l vittime dell’Olocausto, ebree o no; anche perché le loro espressioni fanno ritenere che non abbiano nemmeno troppo chiaro di cosa si tratti, visto che ne parlano come si parlerebbe di una scampagnata. Tuttavia il ruolo che ricoprono richiede la massima consapevolezza, la massima serietà, quella “disciplina e onore” scritti nero su bianco nella Costituzione (art. 54, ma il sindaco lo sa). E prendere come un giochino la memoria di ciò che è stato fatto nella civilissima Europa, farsi i numerini sul braccio (o sulla mano, dove si vedono meglio) può aiutare nella degenerazione mediatica della politica, non certo nella consapevolezza del terrore, così ridotto a barzelletta. Sarebbe invece ora, se davvero volessero dimostrare e non solo dichiarare in occasioni rituali, di aderire alla Repubblica che rappresentano ed amministrano, a partire dalla Costituzione sulla quale giurano e dalla Storia che l’ha prodotta, di liberarsi e liberare l’Amministrazione della Città da ingombranti presenze di nostalgici dichiarati che operano indisturbati coltivando nella società l’odio e nelle Istituzioni l’arroganza e l’autoritarismo.

Il Sindaco sa bene che i primi, se non gli unici, a pagare le conseguenze dell’odio razziale e sociale sono i più deboli, i più poveri, quelli che a chiacchiere e genericamente tutti dicono di voler difendere ma che immancabilmente si trovano soli e indifesi di fronte ad ogni genere di difficoltà. Per questo, per l’importanza che ha il ruolo che ricopre, per le aspettative di tutti i cittadini ad essere rappresentati, più che imbrattarsi il polso sarebbe utile a commemorare degnamente le vittime dello sterminio che il Sindaco avviasse serie e concrete politiche di contrasto al razzismo, alla xenofobia, al negazionismo o al riduzionismo, all’esclusione sotto qualsiasi forma e da chiunque praticati. E ci risparmiasse scene disgustose e preoccupanti di sottovalutazione di drammi di cui ancora alcuni sembrano non riuscire ad avere piena coscienza.

L’ANPI non entra nel confronto elettorale e non sponsorizza partiti o coalizioni, fedele al suo ruolo sociale di promozione dei principi costituzionali e della conoscenza della storia che li ha determinati; pertanto per noi non si tratta di questioni di schieramento, se non sui fondamenti democratici e sul rispetto della storia, delle conquiste e delle legittime opinioni. Le nostre preoccupazioni investono fatti e comportamenti che, ripetuti su tutto il territorio della Penisola, stanno producendo un progressivo smottamento verso il degrado civile e di conseguenza sociale. Vorremmo poter confidare nella consapevolezza dei delegati del popolo nella loro decisiva funzione per impedirlo; ma temiamo che l’affezione al potere possa continuare a sottomettere ogni questione di rilevanza etica e ogni progetto di lungo respiro.

A.N.P.I. Sezione Cittadina di Frosinone Il Presidente (Simone Campioni)

martedì 26 gennaio 2021

Alla Bolognina si è chiusa la Repubblica

 Michele Prospero fonte "Profondo Rosso" supplemento del quotidiano "il manifesto"

La generazione dei quadri post ’68 non ha assorbito il nucleo del togliattismo, ha tenuto il realismo politico e ha rinunciato alla strategia di cambiamento. La svolta ha alzato un’onda che alla lunga ha lesionato le stesse istituzioni.



Prima ancora che i pezzi di muro lo graffiassero, il Pci aveva già subito una mutazione. L’inizio anagrafico del partito risale al gennaio del ’21. E al mito dell’ottobre è connessa la formazione del suo primo gruppo dirigente, per tanti versi eroico. Ma la nascita, per così dire, logica del soggetto politico è databile solo 1944. Il congresso di Lione e altre fantasiose ricostruzioni di oggi, suggerite pigramente dal Gramsci, c’entrano ben poco. Un partito clandestino in dottrina non è infatti considerato un vero partito, o lo è in un senso molto sui generis. Un organismo deve partecipare al voto competitivo, svolgere attività pubblica per essere una forma-partito.

È quindi il ’44, ovvero la lotta armata contro il nazifascismo e la ricostruzione dello Stato in virtù del moderno Principe, che segna la genesi reale del Pci da avanguardia combattente a partito con vocazione maggioritaria. Le categorie politiche del nuovo partito sono quelle messe a punto da Togliatti: rinnovato mito sovietico, che si proietta dalla epica trincea di Stalingrado all’armata rossa liberatrice che alza la bandiera con la falce e martello sopra Berlino, partito di massa, democrazia rappresentativa, elementi di socialismo graduali. Il realismo politico e il radicamento nella società, l’insediamento nella cultura alta e in quella di massa: questi sono gli ingredienti della giraffa. Capace di pubblicare Rinascita e Vie nuove, Società e il Calendario del popolo, il Pci sapeva come calibrare alto e basso, élite e massa, propaganda e pensiero.

Questo modello di partito, ideato nel ’44 per saldare classe dirigente e popolo, ha retto per quarant’anni e ha espresso un ceto politico di prim’ordine. La assorbente sintesi togliattiana, entro cui si distinguevano sensibilità plurali con differenziazioni anche accentuate come quelle sorte tra Ingrao e Amendola, che si affrontavano sul piano dell’analisi e però lo facevano nella condivisione dei pilastri di una stessa enciclopedia teorica, esplode negli anni Ottanta. Più che con la morte di Berlinguer è con l’elezione di Occhetto alla segreteria che il Pci subisce una irreversibile alterazione del marchio identitario delle origini.

Di recente Occhetto ha dichiarato che egli apparteneva, per cultura politica, a un filone molto eccentrico, eterodosso rispetto al ceppo togliattiano. E, in effetti, come leader ha rivoltato per intero il paradigma togliattiano, cercandone un altro. Da Togliatti a Flores, dal partito di integrazione alla cosa-carovana, dalle sezioni ai club, dalla democrazia che si organizza alla società civile che invia fax: ha tentato, da leader della discontinuità, una metamorfosi che va oltre la riarticolazione degli scopi, evoca una sostituzione dei fini, un altro sistema di credenze.

Quando Veltroni ha asserito che non è mai stato comunista in effetti, sia pure con il ricorso all’assurdo sotto il profilo della certificazione dell’itinerario biografico, diceva a suo modo una verità. Toccava anche a lui celebrare i sessant’anni dell’Ottobre al teatro Adriano o mostrare quanto meno di condividere gli altri riti dell’ortodossia rossa che andavano rappresentati in pubblico. Ma la generazione politica dei quadri del dopo ’68 non ha mai compreso o assorbito il nucleo del togliattismo, che poi è l’anima autentica del Pci. Il canone del realismo politico, secondo una retorica della svolta di Salerno concepita sempre più come un accomodamento furbesco, è stato recepito ma esso, depurato dalla strategia togliattiana di un cambiamento radicale della società, si riduce a semplice ambizione di carriera, a gioco tattico per alimentare incentivi di status.

Con la conquista del comando a Botteghe Oscure, questo nuovo gruppo dirigente non ha cambiato soltanto simbolo, nome, organizzazione. Ha destrutturato anche le «cose» che il Pci ha edificato lungo la storia repubblicana. Quando Occhetto ha inaugurato la «fuoriuscita dal sistema politico» ha intrecciato la rinuncia all’orizzonte del comunismo con la critica alla democrazia «consociativa» togliattiana in una miscela di elementi rivelatasi da subito, con il trionfo annunciato di Berlusconi, micidiale.

La Bolognina non ha soltanto spezzato il mito salvifico del grande salto, per cui ai militanti spaesati, e senza più la meta ultima promessa a chi viene da lontano e va lontano, tocca percepire che sanza speme vivemo in disio. La svolta ha avviato un’onda lunga che ha lesionato le strutture dell’organizzazione statale. A compimento della sua impresa Occhetto non a caso invocò la necessaria «rivolta profonda contro la società politica». Con la sua candidatura a dirigere «una alternativa al regime, non solo alla Dc» aveva appiccato la miccia per far deflagrare ogni cosa.

Lo scioglimento del Pci, unito alla decapitazione giudiziaria e referendaria dei partiti storici, è stato l’elemento più traumatico dell’Italia repubblicana che ha finito per travolgere l’ordinamento, le culture, la società civile. Senza Partito, è ovvio, niente democrazia dei partiti, puro conteggio delle schede. E quindi, a conclusione della nefasta parabola discendente, da un sistema di partito in cui nei tempi migliori la sinistra alle elezioni aveva il volto di Berlinguer, De Martino, Magri e il centro moderato contava su Zaccagnini, La Malfa, Saragat, Zanone, oggi tocca scegliere tra Conte, Renzi, Salvini, Meloni. Una tragedia che affonda le radici anche nel sacrificio del Pci ordinato in nome della rimozione della democrazia bloccata.

Più che la nostalgia di ciò che è venuto a mancare, il sentimento di oggi dovrebbe essere ispirato a un senso di vergogna, nella accezione marxiana del concetto. «La vergogna è una sorta di ira che si rivolge contro se stessa. Chi si vergogna realmente è come il leone, che prima di spiccare il balzo si ritrae su se stesso». Per ricominciare un giorno a spiccare il balzo serve ritrarsi in un principio di vergogna per ciò che la chiusura del Pci ha provocato in una repubblica senza più una striscia di rosso e perciò sfregiata e irriconoscibile.


lunedì 25 gennaio 2021

Boom della speculazione edilizia a Frosinone

 Luciano Granieri




“Boom nell’edilizia e gru nei quartieri” 

è il mirabolante messaggio che deborda dalla pagina Facebook del comune di Frosinone, nella quale si magnifica la lungimiranza dello Zar Ottaviani (evviva la rivoluzione russa, anche quella liberale, guarda un po’) nello sbloccare, in tempo di crisi per l’edilizia, 45 milioni di euro a favore delle solite lobby private del mattone. Già ma in cambio il munifico sindaco avrà opere compensative in modo da rendere possibile la“ricucitura e la riqualificazione del contesto urbano e sociale delle aree, oggetto d’intervento” testuale.  Ovvero concediamo pezzi di città al privato, in cambio questo ci sistema il tessuto urbano a favore della cittadinanza. 

Ma sarà proprio così? Facendo un rapido conto sulle cubature, si rileva che sui nove progetti in cui esse sono quantificate si cede al privato la bellezza di 104.491,51 metri cubi di città, in cambio di opere compensative per 13.355,46. Al netto regaliamo ai signori del mattone ben 91.136,05 metri cubi di cemento, in un contesto urbano che prolifica di case vuote,  preda di uno spopolamento irrefrenabile, con i giovani che, privi di prospettive, scappano da Frosinone. Un’operazione che cela, dietro la solita propaganda , una molto più concreta e devastante, speculazione urbanistica. In cui si privilegia l’interesse privato e lobbistico al benessere dei cittadini. 

Giova ricordare che di questa ulteriore colata di cemento la nostra città non ne ha bisogno, in quanto dal rapporto Ispra risulta che Frosinone ha realizzato un incremento del 29% dal 2018 ad oggi, di insediamenti abitativi e industriali, per area definita, rispetto alla media provinciale che è del 7%. E’ il cosiddetto consumo di suolo quattro volte superiore in città rispetto allo sfruttamento del territorio disponibile in tutta la Provincia. 

Una sciagura che comporta l’annullamento dell’effetto filtro del terreno sugli inquinanti, la drastica diminuzione dell’effetto di assorbimento del particolato da parte degli alberi. Una ferita enorme per l’equilibrio ambientale della città, che nessuna scala mobile, nessun ascensore inclinato, nessuna pista ciclabile potrà risanare. E pensare che con i 45 milioni sbloccati si sarebbe potuta pianificare una grande operazione di riqualificazione urbanistica basata sulla valorizzazione di siti ad alto interesse culturale e paesaggistico,  di aumento degli spazi di condivisione sociale, di salvaguardia dell’equilibrio idrogeologico della città, oggi notevolmente compromesso. 

Una pianificazione benefica per la cittadinanza, ma inaccettabile per l’industria del mattone. Infatti se andiamo ad analizzare la natura delle opere compensative che i privati dovrebbero realizzare in favore dei cittadini, ci rendiamo conto che molte di esse sono funzionali alla fruizione logistica del manufatto privato. Si tratta di strade di accesso e parcheggi utili ai futuri ipotetici inquilini degli immobili in costruzione. 

In relazione all’aumento di posti di lavoro connessi a questa ennesima colata di cemento, sappiamo bene come l’occupazione di questo comparto si basi su lavoro in subappalto, sullo sfruttamento degli addetti, senza garanzie e con paghe da fame. Ma mettiamo pure il caso, e non lo è, che una tale mole di  lottizzazioni sia indispensabile. Perché non richiedere, in cambio di inutili ed insufficienti opere compensative , un bel po’ di quattrini per oneri concessori? 

Ah dimenticavo! Mai parlare di oneri di urbanizzazione a Frosinone, è come parlare di corda in casa dell’impiccato.