Michele Prospero fonte "Profondo Rosso" supplemento del quotidiano "il manifesto"
La
generazione dei quadri post ’68 non ha assorbito il nucleo del
togliattismo, ha tenuto il realismo politico e ha rinunciato alla
strategia di cambiamento. La svolta ha alzato un’onda che alla
lunga ha lesionato le stesse istituzioni.
Prima
ancora che
i pezzi di muro lo graffiassero, il Pci aveva già subito una
mutazione. L’inizio anagrafico del partito risale al gennaio del
’21. E al mito dell’ottobre è connessa la formazione del suo
primo gruppo dirigente, per tanti versi eroico. Ma la nascita, per
così dire, logica del soggetto politico è databile solo 1944. Il
congresso di Lione e altre fantasiose ricostruzioni di oggi,
suggerite pigramente dal Gramsci, c’entrano ben poco. Un partito
clandestino in dottrina non è infatti considerato un vero partito, o
lo è in un senso molto sui generis. Un organismo deve partecipare al
voto competitivo, svolgere attività pubblica per essere una
forma-partito.
È
quindi il ’44, ovvero
la lotta armata contro il nazifascismo e la ricostruzione dello Stato
in virtù del moderno Principe, che segna la genesi reale del Pci da
avanguardia combattente a partito con vocazione maggioritaria. Le
categorie politiche del nuovo partito sono quelle messe a punto da
Togliatti: rinnovato mito sovietico, che si proietta dalla epica
trincea di Stalingrado all’armata rossa liberatrice che alza la
bandiera con la falce e martello sopra Berlino, partito di massa,
democrazia rappresentativa, elementi di socialismo graduali. Il
realismo politico e il radicamento nella società, l’insediamento
nella cultura alta e in quella di massa: questi sono gli ingredienti
della giraffa. Capace di pubblicare Rinascita
e
Vie
nuove,
Società
e
il Calendario
del popolo,
il Pci sapeva come calibrare alto e basso, élite e massa, propaganda
e pensiero.
Questo
modello di partito, ideato
nel ’44 per saldare classe dirigente e popolo, ha retto per
quarant’anni e ha espresso un ceto politico di prim’ordine. La
assorbente sintesi togliattiana, entro cui si distinguevano
sensibilità plurali con differenziazioni anche accentuate come
quelle sorte tra Ingrao e Amendola, che si affrontavano sul piano
dell’analisi e però lo facevano nella condivisione dei pilastri di
una stessa enciclopedia teorica, esplode negli anni Ottanta. Più che
con la morte di Berlinguer è con l’elezione di Occhetto alla
segreteria che il Pci subisce una irreversibile alterazione del
marchio identitario delle origini.
Di
recente Occhetto ha dichiarato che egli apparteneva, per cultura
politica, a un filone molto eccentrico, eterodosso rispetto al ceppo
togliattiano. E, in effetti, come leader ha rivoltato per intero il
paradigma togliattiano, cercandone un altro. Da Togliatti a Flores,
dal partito di integrazione alla cosa-carovana, dalle sezioni ai
club, dalla democrazia che si organizza alla società civile che
invia fax: ha tentato, da leader della discontinuità, una
metamorfosi che va oltre la riarticolazione degli scopi, evoca una
sostituzione dei fini, un altro sistema di credenze.
Quando
Veltroni ha
asserito che non è mai stato comunista in effetti, sia pure con il
ricorso all’assurdo sotto il profilo della certificazione
dell’itinerario biografico, diceva a suo modo una verità. Toccava
anche a lui celebrare i sessant’anni dell’Ottobre al teatro
Adriano o mostrare quanto meno di condividere gli altri riti
dell’ortodossia rossa che andavano rappresentati in pubblico. Ma la
generazione politica dei quadri del dopo ’68 non ha mai compreso o
assorbito il nucleo del togliattismo, che poi è l’anima autentica
del Pci. Il canone del realismo politico, secondo una retorica della
svolta di Salerno concepita sempre più come un accomodamento
furbesco, è stato recepito ma esso, depurato dalla strategia
togliattiana di un cambiamento radicale della società, si riduce a
semplice ambizione di carriera, a gioco tattico per alimentare
incentivi di status.
Con
la conquista del
comando a Botteghe Oscure, questo nuovo gruppo dirigente non ha
cambiato soltanto simbolo, nome, organizzazione. Ha destrutturato
anche le «cose» che il Pci ha edificato lungo la storia
repubblicana. Quando Occhetto ha inaugurato la «fuoriuscita dal
sistema politico» ha intrecciato la rinuncia all’orizzonte del
comunismo con la critica alla democrazia «consociativa»
togliattiana in una miscela di elementi rivelatasi da subito, con il
trionfo annunciato di Berlusconi, micidiale.
La
Bolognina non
ha soltanto spezzato il mito salvifico del grande salto, per cui ai
militanti spaesati, e senza più la meta ultima promessa a chi viene
da lontano e va lontano, tocca percepire che sanza
speme vivemo in disio.
La svolta ha avviato un’onda lunga che ha lesionato le strutture
dell’organizzazione statale. A compimento della sua impresa
Occhetto non a caso invocò la necessaria «rivolta profonda contro
la società politica». Con la sua candidatura a dirigere «una
alternativa al regime, non solo alla Dc» aveva appiccato la miccia
per far deflagrare ogni cosa.
Lo
scioglimento del Pci, unito
alla decapitazione giudiziaria e referendaria dei partiti storici, è
stato l’elemento più traumatico dell’Italia repubblicana che ha
finito per travolgere l’ordinamento, le culture, la società
civile. Senza Partito, è ovvio, niente democrazia dei partiti, puro
conteggio delle schede. E quindi, a conclusione della nefasta
parabola discendente, da un sistema di partito in cui nei tempi
migliori la sinistra alle elezioni aveva il volto di Berlinguer, De
Martino, Magri e il centro moderato contava su Zaccagnini, La Malfa,
Saragat, Zanone, oggi tocca scegliere tra Conte, Renzi, Salvini,
Meloni. Una tragedia che affonda le radici anche nel sacrificio del
Pci ordinato in nome della rimozione della democrazia bloccata.
Più
che la nostalgia di
ciò che è venuto a mancare, il sentimento di oggi dovrebbe essere
ispirato a un senso di vergogna, nella accezione marxiana del
concetto. «La vergogna è una sorta di ira che si rivolge contro se
stessa. Chi si vergogna realmente è come il leone, che prima di
spiccare il balzo si ritrae su se stesso». Per ricominciare un
giorno a spiccare il balzo serve ritrarsi in un principio di vergogna
per ciò che la chiusura del Pci ha provocato in una repubblica senza
più una striscia di rosso e perciò sfregiata e irriconoscibile.