"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"
“Credo
di aver suonato con i due musicisti più logorroici di tutta la
musica jazz". Questo soleva dire Miles Davis, riferendosi a Charlie
Parker e John
Coltrane. Ed
era vero. Due
personalità geniali, debordanti e
rivoluzionari. Ma, per
certi versi, contrastanti con la poetica di Miles. Una
poetica, forse ancora
più geniale, basata
sulla magneticità del fraseggio, fatto di note taglienti, o soffuse
dalla sordina Harmon. Una genialità che travalicava i flussi
melodici per andare oltre, indirizzando
la ricerca verso
nuove soluzioni nel
campo armonico,
ritmico.
Ma, a fronte di un approccio melodico misurato, Miles Davis è stato
logorroico a modo suo, vulcanico,
per meglio dire,
nell’inventare, nel
rivoluzionare forme e stilemi. Impareggiabile nello scoprire
nuovi talenti dalle doti straordinarie inizialmente incomprese, il già citato
Coltrane ne è un esempio. Un iperattività creativa ed innovativa
che non ha eguali.
Volendo intraprendere un viaggio in trent’anni dall’attività di Miles, a partire dalla
collaborazione con Parker, si possono apprezzare: una
nuova variazione nel
fraseggio bop, più riflessiva
rispetto a quella
di Gillespie, si
ascoltino le registrazione del 1948; l’invenzione di un nuovo
stile basato sulla creazione
di melodie ed armonie
meno frenetiche, piùricercate,
improvvisazioni meditate, intime.
Parliamo ovviamente della nascita del Cool
Jazz, dove “cool”
non sta per “freddo”, ma per “calmo”. “The
Birth of the Cool”,
col nonetto diretto da
Gil Evans,
è il disco manifesto di questo nuovo stile, che avrà uno sviluppo
nel jazz della West Coast. Non
a caso, insieme con Miles suonavano Gerry Mulligan e
Lee Konitz,
icone della corrente bianca sviluppatasi negli anni ‘50 a Los
Angeles e dintorni.
Non finisce qui. Nel passare in rassegna i
protagonisti della rivincita nera dell’hard bop newyorkese, come
non aggiungere, ad
Horace Silver, i
Messanger di Art
Blakey, Sonny
Rollins, la nuova
vena creativa di Davis? Rinnovato
sia nel morale che nel fisico, dopo
essere uscito dalla tossicodipendenza, Miles
sfoderò una serie di dischi fenomenali per la casa discografica
Prestige,
con un quintetto destinato ad entrare nella storia. Coltrane al
Sax tenore, Red
Garland al
pianoforte, Paul
Chambers al
contrabbasso e Philly
Joe Jones alla
batteria. Relaxin’
with the Miles Davis quintet, Steamin’with the Miles Davi quintet,
Workin’ with Miles Davis quintet, Cookin’ with the Miles Davis
quintet furono
album straordinari registrati tutto d’un fiato necessari per
assolvere gli impegni
con la Prestige prima
di passare alla casa
discografica Columbia,
anche in questo caso stabilendo un record, quello di essere il primo
jazzista a registrare per una grande etichetta dal fatturato
milionario il cui
catalogo era composto da dischi di sicuro successo in ambito
commerciale.
Non
bastava. Da
qui iniziò la sperimentazione per la nuova rivoluzione. Quella
dell’armonizzazione modale basata
su scale e non su
accordi. Preannunciato
dalle musiche per il film “Ascensore
per il patibolo”
di Louis Malle,irruppe nello scenario
discografico quello che
ad oggi viene considerato l’album di jazz più bello in
assoluto, “Kind
of Blue”, con
Coltrane, Julian Cannonbal Adderley, al sax alto, Jimmy Cobb alla batteria Paul Chambers al contrabbasso e il nuovo astro nascente del pianoforte Bill
Evans, oltre a Wynton Kelly.
L’evoluzione
del modale contraddistinse tutti gli anni ‘60 con un altro
quintetto storico: Wayne
Shorter al sax
tenore e soprano, Herbie
Hancock al
pianoforte, Ron
Carter al
contrabbasso e
Tony Williams
alla batteria. Fu il
gruppo che mosse i primi passi verso la rivoluzione elettrica.
Infatti
l’irrequietezza di Miles spinse il
trombettista verso
altri orizzonti: la contaminazioni con sonorità elettrificate,
frutto
dell’apprezzamento verso il
re di Woodstock
Jimi Hendrix.
In a Silent Way
e, soprattutto, il capolavoro Bitches
Brew, costituirono
l’ennesima rivoluzione: la musica Fusion. I protagonisti saranno destinati a diventare
le
nuove stelle
nel firmamento musicale: Chick
Corea, Jack
De Johnette, Keith Jarrett, Joe Zawinul, John
McLaughling e molti
altri . Bitches Brew segna un altro record è il primo disco di jazz
ad entrare nelle classifiche degli album più venduti.
Sono passati
più o meno trent’anni dall’inizio del nostro viaggio.
L’attività di Miles continuerà ancora con altre scoperte e
sperimentazioni, magari
non tutte riuscite. Ma
il confronto di quei trent’anni mette in risalto il sordo silenzio
dell’oggi. Il silenzio creativo
di altri trent’anni passati senza Miles che veniva
a mancare il 28
settembre del 1991. Poco
prima di morire egli
aveva in animo di riproporre, con
arrangiamenti nuovi,
proprie esecuzioni degli anni ‘50-’60. Forse
il fisico, minato da una salute precaria, aveva fiaccato il musicista
dell’Illinois, e lo aveva convinto che il tempo delle rivoluzioni
era finito, era il momento di guardarsi indietro.
Non fece in tempo. A Miles Davis, non era concesso di fermare il suo
impulso rivoluzionario.
Quando il fondo d’investimento inglese Melrose, licenziò a mezzo
WhatsApp, i 422 addetti della Gkn di Campi Bisenzio, azienda
controllata dallo stesso fondo, membri autorevoli del Governo si
mostrarono sdegnati, nonostante qualche giorno prima avessero
accontentato i loro capi confindustriali, eliminando il blocco dei
licenziamenti post-Covid. L’indignazione in realtà non derivava
tanto dal fatto che 422 operai di un’azienda altamente produttiva e
in attivo venissero licenziati per un crudele gioco di speculazione
finanziaria, ma perché la comunicazione era arrivata tramite
WhatsApp. Cosa c’è da meravigliarsi?
A comandare il fondo Melrose
(fra i cui maggiori azionisti figurano: la Select Equity group,
società finanziaria che vanta un portafoglio di 30 mld di dollari,
Vanguard Group e Black Rock, due dei più grandi
fondi speculativi al mondo oltre alla Capital Research &
Management che fa parte della Capital Group, un
agglomerato finanziario di 67 aziende ) sono il Ceo Simon
Packman, che nel 2014 guadagnava 2000 volte più del salario
minimo inglese, ed il vice presiednte Chtistopher Miller.
Costoro, pochi mesi prima di decretare i licenziamenti con un
semplice click sulla tastiera hanno incassato rispettivamente, 7 e 15
milioni di sterline, vendendo azioni e titoli in previsione dell'azione speculativa che stavano per attivare contro gli addetti Gkn. Cioè con una semplice
operazione al computer di pochi attimi, si sono messi in tasca il
costo annuo dell’intero personale licenziato.
E’ quindi una
prassi consolidata fare profitti digitando su device alla moda e di
ultima generazione anche quando si tratta di inviare dei WhatsApp per
licenziare operai della cui sorte non interessa nulla, basta
acquisire quei profitti che tali associazione a delinquere realizzano
attraverso il loro licenziamento. Questi squali si arricchiscono, non
attraverso il processo produttivo, ma grazie alle speculazioni di
borsa, per cui si comprano le aziende a un prezzo irrisorio, si
ristrutturano, delocalizzando e licenziando, poi si
rivendono ad una quota molto più alta, realizzando profitti
miliardari, senza curarsi della devastazione sociale che lasciano sul
campo.
Mr Packman e Mr. Miller, in realtà, convinti che
l’establishment politico internazionale svolgesse appieno il
proprio compito di sterilizzazione del conflitto sociale, non si
aspettavano che ai click contro gli addetti Gkn, rispondesse la
grande mobilitazione dei lavoratori della fabbrica , che sabato
scorso, sono scesi in piazza a Firenze, accompagnati da altre 25.000
persone. Infatti ,a fianco del collettivo di e alla Rsu della Gkn,
si sono mobilitati, i lavoratori di tutte le altre migliaia
vertenze aperte al Mise, dalla Whirpool, all’Embraco, fino
all’Alitalia, oltre che movimenti, associazioni, perfino i
sindacati, confederali, pezzi di partiti più o meno riformisti.
Hanno sfilato per le vie fiorentine l’Anpi Oltrearno e di
Campi Bisenzio, protagonisti della liberazione della città dal
nazifascismo nel 1944, a dimostrare che la lotta per la democrazia,
passa per la lotta al diritto al lavoro. A seguire Cgil, Cisl, Uil,
Fiom Cobas, Usb, Sinistra Italiana, Rifondazione, Potere al Popolo e
perfino qualche esponente del Pd.
Forse Mr. Packman e Mr. Miller lo
ignorano, ma può darsi che il loro WhatsApp abbia innescato
consapevolezze nuove in chi combatte per la difesa del proprio posto
di lavoro.
Innanzitutto il collettivo degli operai della Gkn ha messo
alla base della propria vertenza il concetto per cui nessuno si salva
da solo: la lotta della fabbrica toscana ha aggregato tutte le lotte
delle altre crisi aziendali in corso, non solo, ma punta ad allargare
il conflitto, ai precari ai disoccupati, al mondo della scuola, della
sanità, che ha come unica controparte il sistema della accumulazione
finanziaria che crea povertà e precarietà diffusa.
In secondo
luogo si è reso evidente che il padrone, non esiste più. Ma c’è
un intero sistema da combattere, quello che basa il profitto sui
capitali e il management a scapito dell’attività produttiva, del
lavoro.
Questa vicenda conflittuale pone, quindi, un’ulteriore
riflessione. Quando si sente dire che è necessario attrarre gli
investitori privati attraverso agevolazioni fiscali, allentamento dei
controlli sull’impatto ambientale e sul rispetto delle tutele sulla
salute dei lavoratori, per creare nuovo lavoro, forse vale la pena
porre un domanda. Tali agevolazioni favoriscono veramente la
creazione di occupazione oppure sono funzionali alla cuccagna di chi
prende i soldi e scappa lasciando sul territorio povertà e
devastazione ambientale?
Dal 15 ottobre, fino al 31 dicembre, tutti i lavoratori del settore
privato, dovranno esibire il Green Pass per svolgere la propria
attività. La decisione è stata presa dopo il confronto con le
parti sociali (Confindustria - per cui improvvisamene la carta verde
è diventata fondamentale, dopo che durante la prima crisi Covid,
hanno strepitato per non chiudere le fabbriche, concorrendo a provocare i centinaia di morti nel centro produttivo
della Bergamasca e della Brianza – i sindacati confederali i quali,
pur dicendosi favorevoli all’obbligo vaccinale hanno accettato,
come al solito, il compromesso al ribasso – per i lavoratori-
sull’obbligatorietà del Green Pass.)
La notizia è nota ma, leggendo dichiarazioni ed interviste, emergono grande incoerenza ed
enormi ipocrisie. In un di queste, pubblicata su “Repubblica”
di oggi, condotta da Stefano Cappellini al Ministro del Lavoro Andrea
Orlando, risulta che la richiesta di Landini in merito alla gratuità
dei tamponi, necessari ai lavoratori non vaccinati per ottenere il
Green Pass obbligatorio, è stata rifiutata, con la lapalissiana
obiezione che se un lavoratore vuole la carta verde gratuitamente non
ha che da vaccinarsi. In un altra parte del testo, il Ministro
ammette che il lascia passare anti Covid è stato adottato per
convincere i resistenti alla vaccinazione ad effettuarla.
Ma allora
come richiesto dai sindacati, perché non porre l’obbligo
vaccinale? La risposta del ministro è stata: “Abbiamo spiegato
che in questo momento preferiamo evitare una polarizzazione delle
posizioni sul vaccino che sarebbe dannosa e controproducente”
Già ma per chi? Il Green Pass, è una certificazione attestante, o
la presenza di anticorpi (vaccino-guarigione dalla malattia) o la
temporanea assenza del virus (tampone). Quest’ultima certezza può
venir meno anche il giorno stesso dell’effettuazione dell'esame che non rileva un’infezione eventualmente contratta prima
delle 48 ore necessarie al test successivo.
Per chi è, dunque, controproducente?
Per chi non vuole trovarsi a condividere luoghi
con i contagiati,? Il tampone non assicura, come detto la certificazione dell’assenza
della malattia, (come affermato dagli scienziati, checchè ne dica
Salvini).
E’ controproducente per chi frequenta tutti quei luoghi,
in cui il Green Pass non è obbligatorio, supermercati, mezzi
pubblici locali, e per cui non è certificabile, la presenza, o meno
fra gli utenti di una persona infetta?
E’ controproducente per gli
operai succubi di un’ulteriore forma di ricatto in mano ai padroni?
E' controproducente per le aziende farmaceutiche che confezionano i
tamponi?
E’ controproducente per questo Esecutivo che non può
essere più di tanto disturbato, dalla frenesia no-vax del Salvini
di lotta e di governo, nel salvaguardare le inattaccabili ed
incontestabili ragioni del profitto, e dunque un contentino al bolso
padano deve pur concederlo?
In poche parole è controproducente per
la tutela della salute, e dalla convivenza sociale.
Si preferisce fare appello alla responsabilità dei singoli cittadini, affinché si
vaccinino, anziché imporre la norma dell’obbligo vaccinale,
indispensabile per evitare la circolazione del virus. Si invoca una
sensibilità al rispetto delle ragioni collettive, pur sacrificando
qualche libertà individuale, fiduciosi che con l’introduzione, di
una semplice certificazione si possa muovere la popolazione ad una
così alta percezione del principio di convivenza civile.
Ma cosa credono
queste anime belle, che dopo decenni d’imposizione liberista della
competitività spinta come valore assoluto, basata sull'individualismo sfrenato, non riemergesse il “Me ne frego”
fascista? Non solo è riemerso, ma si è radicato fortemente nei
gangli peggiori della società.
Il “me ne frego della libertà
degli altri, conta solo la mia libertà di fare quello
che mi pare” è ormai una regola quasi inderogabile e ad essa
deve sacrificarsi anche l’obbligo vaccinale. Dunque si ha un bel
convincere i No Vax, o anche solo gli indecisi e poco convinti a
vaccinarsi, con l’onere dell’esibizione di una certificazione.
Bisogna imporsi. Imporre l’obbligo vaccinale, perché la libertà
di non volersi vaccinare (una libertà stupida, di fatto significa
libertà di stare male), deve piegarsi alla libertà della
collettività di rimanere in salute diminuendo i rischi di
contagio. Se il “me ne frego” fascista non soccombe a
colpi di moral suasion, al civile “mi interessa, ho cura degli
altri, perché solo la cura degli altri rafforza la
mia libertà e dignità”, allora bisogna farlo soccombere
d’imperio.
La convinzione che le ragioni della collettività sono
superiore alle ragioni individuali, a questo punto, deve essere
imposta. Poi si potrà anche mettere in piede, anzi si deve, un
processo culturale di rieducazione al valore della comunità. Ma per
il vaccino non c’è tempo. Lo si imponga.
Qualcuno potrà
obiettare che è una posizione stalinista? Forse. Ma faccio notare
che anche l’articolo 32 della Costituzione al secondo comma prevede
che “nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento
sanitario se non per disposizione di legge” dunque si faccia la legge. Non sarebbe la prima volta: nel 1963 è stata imposta la
vaccinazione antitetanica, nel 1966, quella antipoliomelitica e nel
1991 contro l’epatite B.
E’ il green pass che non ha una vera e
propria legittimazione costituzionale, perché non è né un diritto
né un dovere. Non è una misura sanitaria ne’ un certificato
abilitante, non si sa cosa sia.
Quasi tre anni fa, nel novembre 2018, i cittadini romani vennero chiamati a esprimersi tramite referendum sulla possibile liberalizzazione e privatizzazione dell’azienda del trasporto pubblico locale Atac. Con un’affluenza molto bassa il referendum consultivo non ottenne l’effetto politico voluto dai suoi promotori, ma la spinta liberista che lo aveva animato è viva e vegeta e segnerà, con ogni probabilità, le scelte di politica del trasporto pubblico romano nei prossimi mesi. Da molti anni le politiche di affidamento alla logica del mercato dei servizi pubblici sono divenute un pezzo costitutivo della politica economica di impronta neoliberista. Sotto la scorta della retorica del pubblico inefficiente e delle imprese pubbliche carrozzone indebitate fino al collo, in numerosi ambiti dell’economia si è avanzato a tappe forzate verso forme di parziale o totale privatizzazione, liberalizzazione e deregolamentazione. Dopo aver scientemente sottofinanziato le aziende pubbliche non consentendone una gestione all’altezza dei bisogni dei cittadini e costringendole ad un’elevata esposizione debitoria, si sono potute facilmente montare campagne mediatiche sull’inefficienza delle gestioni pubbliche in quanto tali e la conseguente necessità dell’intervento benefico dei privati.
L’Atac romana rappresenta un esempio di questa strategia. I problemi dell’organizzazione del Trasporto Pubblico Locale romano affondano le radici in una storia pluridecennale iniziata con lo sviluppo urbano incontrollato e privo di pianificazione dell’epoca fascista e poi continuata nel secondo dopoguerra con l’edificazione di quartieri mal collegati con il resto della città, l’assenza di una rete metropolitana degna di questo nome e una presenza deficitaria di mezzi pubblici in una città che ha sempre fatto del trasporto privato l’asse fondamentale della mobilità. Questi atavici problemi si sono tuttavia aggravati drammaticamente nel corso degli ultimi due decenni. Al netto delle torbide vicende di scandali e mala gestione, un taglio del finanziamento pubblico ha via via gonfiato il debito di Atac fino all’ultimo passaggio della procedura di concordato avviata dalla giunta Raggi, che ha costretto l’azienda a tagliare il servizio erogato sotto forma di diminuzione delle corse, soppressione di intere linee, fino all’uso di un parco mezzi datato e inquinante. Il sottofinanziamento cronico rispetto alle esigenze di una città come Roma, caratterizzata da un’enorme estensione geografica, è alla base delle condizioni disastrate in cui versa il trasporto pubblico della città. Del resto, i dati al riguardo sono impietosi. In Figura 1 più sotto si vede l’evoluzione del livello di finanziamento del trasporto pubblico locale ad opera del Comune di Roma, nel periodo 2010-2019. La linea blu mostra l’inesorabile diminuzione dei fondi stanziati per i trasporti, che non a caso ha inizio a partire dal 2012. In tale periodo, infatti, prende avvio la fase più dura delle politiche di austerità che hanno colpito tutti i livelli di governo, dallo Stato ai territori, con l’inasprimento dei già rigidi vincoli di bilancio nazionali e locali e una generale ricaduta sui servizi pubblici. Una forte diminuzione si riscontra anche andando a vedere gli investimenti messi in atto da ATAC, in Figura 2. Qui il calo è ancora più marcato, segno inequivocabile di una deliberata scelta politica di prosciugare le risorse necessarie a un buon funzionamento dell’azienda nel presente e, dati gli effetti di lungo periodo degli investimenti, anche nel futuro.
A fronte di questa drammatica situazione, il dibattito viene sviato dalle vere cause del disastro verso una campagna ideologica contro l’assetto pubblico e la gestione in house dell’azienda. Malgrado la giurisprudenza comunitaria da anni spinga per politiche di liberalizzazione, a seguito dell’esito del cosiddetto referendum sulla gestione dell’acqua del 2011, esistono ancora due alternative di gestione di un servizio pubblico locale: affidamento in house ad una società di proprietà dell’ente locale stesso senza gara; oppure gara pubblica per l’affidamento ad una società esterna. Una norma approvata nel 2017, in violazione sostanziale dell’esito politico del referendum sui servizi pubblici locali di 6 anni prima, prevede tuttavia una decurtazione dei fondi pubblici destinati al trasporto pubblico locale in caso di affidamento in house senza gara. Del resto anche il recente Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) suggerisce un ricorso “più responsabile” al meccanismo di fornitura di servizi in-house sostenendo che (PNRR, p. 76): “andranno introdotte specifiche norme finalizzate a imporre all’amministrazione una motivazione anticipata e rafforzata che dia conto delle ragioni del mancato ricorso al mercato, dei benefici della forma dell’in house dal punto di vista finanziario e della qualità dei servizi e dei risultati conseguiti nelle pregresse gestioni in auto-produzione, o comunque a garantire una esaustiva motivazione dell’aumento della partecipazione pubblica. Sarà inoltre previsto un principio generale di proporzionalità della durata dei contratti di servizio pubblico, compresi quelli affidati con la modalità dell’in house.” Un vero e proprio gioco delle tre carte, sfacciato e spietato: i vincoli di bilancio europei impongono l’austerità e rendono la gestione pubblica dei trasporti (e non solo) difficoltosa e accidentata. In risposta a ciò, le autorità europee chiedono a chi volesse continuare a tenere fuori i privati dal trasporto locale di dimostrare che la gestione pubblica è stata impeccabile e fila liscia come l’olio, pena la decurtazione dei fondi europei destinati alla ripresa economica post-Covid.
Ma cosa cambia nella sostanza tra le due forme di gestione possibili?
Il trasporto pubblico locale, così come molti altri servizi pubblici, è per sua natura costituito da tratte in perdita a bassa densità di traffico e tratte ad alta densità generatrici di utili. È evidente che, se il servizio fosse rimesso alla mera logica della massimizzazione del profitto, le tratte in perdita sparirebbero e numerosissime aree di una città a bassa densità di popolazione o con caratteristiche viarie e di traffico complesse non verrebbero servite. In linea di massima, con i prezzi esistenti oggi di biglietti e abbonamenti nella gran parte dei comuni italiani, un servizio di trasporto cittadino copre circa il 30%-40% dei costi di gestione, manutenzione e investimento tramite entrate da traffico (biglietti). Il resto viene coperto da fondi pubblici locali e statali tramite un fondo nazionale per i trasporti. Se, come in effetti avviene nel concreto nelle pratiche di affidamento tramite gara, si volesse mantenere un’offerta universale che copra capillarmente una città indipendentemente dalla capacità di generare utili in ogni tratta, allora occorrerebbe versare al soggetto privato, a compensazione delle perdite, ciò che l’ente pubblico versa analogamente ad una società propria in house. Tuttavia, con una differenza non da poco. Nel caso di affidamento in house la società, sebbene SpA, oggetto cioè di diritto privato, è comunque di proprietà dell’ente pubblico e non segue una logica di mera massimizzazione del profitto. L’eventuale utile conseguito nelle tratte redditizie verrebbe automaticamente reinvestito nel servizio stesso o versato a copertura delle tratte strutturalmente in perdita. L’affidamento ad un soggetto privato, invece, implica, per definizione, che venga riconosciuto un margine di profitto complessivo su tutta la rete oggetto del servizio, senza il quale nessun imprenditore entrerebbe mai nel settore. Nei meccanismi di regolazione delle imprese che operano in tali servizi, si fa sempre riferimento ad un tasso di remunerazione normale del capitale che, in un settore in perdita strutturale, viene per forza di cose coperto dalla spesa pubblica.
Nel caso di Atac, i fautori della messa a gara puntano il dito sull’ingente debito di 1,3 miliardi di euro accumulato dall’azienda, sull’inefficienza organizzativa della società romana e sui costi legati a fenomeni di corruzione, prebende e uso politico di ruoli chiave nell’azienda e invocano la gara come panacea di tutti i mali. Le critiche suddette naturalmente fanno leva su verità innegabili, ma l’analisi delle cause e soprattutto la soluzione prospettata ignorano passaggi fondamentali.
1. Un’azienda pubblica inefficiente e afflitta da una gestione sbagliata e dannosa non è in quanto tale irriformabile. La sua riformabilità è semplicemente legata alla volontà politica di farlo espressa dai governi in carica. Che Atac abbia sofferto di una gestione manageriale deplorevole è una realtà comunemente nota. Che ciò sia una buona scusa per rimuovere, anziché i responsabili di questo scempio, il modello di società pubblica in quanto tale è un salto logico privo di giustificazioni;
2. Le inefficienze e i costi da corruzione non sono esclusivi di un’azienda pubblica. Sono sotto gli occhi di tutti i casi di corruzione e inefficienza manageriale dimostrati anche in grandi colossi del mondo industriale, finanziario e bancario;
3. Tutti i processi di liberalizzazione, ivi compresi quelli del trasporto pubblico locale, dimostrano che la massimizzazione del profitto di un gestore privato e la capacità di proporre offerte competitive si scarica prevalentemente sul costo del lavoro, sulla riduzione di organico, e sulla capillarità dei servizi;
4. Ammesso e non concesso che non vi sia alcuna ripercussione sul mercato del lavoro e sulla capillarità dell’offerta del servizio, per immaginare che una liberalizzazione porti a ridurre i costi gestionale a parità di servizio, occorrerebbe che i costi da inefficienza e corruzione di Atac eccedano i costi da sovvenzionamento pubblico dei profitti di un operatore privato che sorgono inevitabilmente in caso di privatizzazione. Si tratta quanto meno di un azzardo visto e considerato che i primi sono per definizione evitabili con una migliore gestione pubblica mentre i secondi sono connaturati ad una gestione privata e dunque ineliminabili a priori;
5- Il vero elemento dirimente della storia recente di Atac, così come di tante aziende di gestione dei servizi pubblici locali, al netto degli scandali e della mala gestione, è proprio un livello cronicamente insufficiente di finanziamento pubblico che ha via via gonfiato il debito, fino all’ultimo passaggio della procedura di concordato avviata dalla giunta Raggi. Proprio il sottofinanziamento cronico rispetto alle esigenze peculiari di una città come Roma, ad enorme estensione geografica ma piena di aree a bassa densità abitativa e fortemente isolate, spiega l’elevato debito dell’azienda cresciuto esponenzialmente negli ultimi anni.
A fronte di una simile situazione la via della liberalizzazione e del mercato non potrebbe che aggravare i problemi esistenti creandone di nuovi, come numerose esperienze di liberalizzazione e privatizzazione del trasporto pubblico locale dimostrano (emblematico il caso di Genova e quello più recente di Firenze): attacco ai diritti del lavoro e peggioramento del servizio con taglio o marginalizzazione delle aree non remunerative. Insomma, danni a carico dei lavoratori e dei cittadini utenti. Malgrado la recente legislazione nazionale in Italia sia andata persino oltre le prescrizioni pro-liberalizzazione favorite dall’Unione europea, indicando la via del mercato come quella preferenziale anche nel campo dei servizi pubblici locali, l’esito positivo della battaglia del cosiddetto referendum per l’acqua pubblica ha reso inapplicabili, almeno fino ad ora, i tentativi di rendere cogente e inevitabile la strada del ricorso alle gare. I margini di resistenza nel settore sono ancora ampi e le possibilità legislative, come il caso della riforma del sistema di gestione dell’acqua a Napoli dimostrano, esistono.
La prospettiva va allora radicalmente rovesciata rispetto ai termini del dibattito attuale. Il punto non è scegliere tra l’Atac Spa a capitale pubblico dissestata e dissanguata di oggi oppure la sua privatizzazione e cessione alle sorti limpide e progressive del mercato. La vera sfida deve essere basata sul rilancio dell’azienda pubblica in un’ottica però di riforma radicale rispetto allo stato attuale. Una riforma che in primo luogo riaffermi la centralità della funzione pubblica e sociale dell’azienda.
Per farlo occorre agire su due livelli, uno generale ed uno particolare. Il rilancio di un servizio pubblico che abbisogna di ingenti investimenti a priori non può che passare per una radicale rimessa in discussione dei vincoli di bilancio locali e nazionali discendenti in via diretta dall’austerità europea e per un ripensamento dei rapporti tra potere pubblico e mercato. Una battaglia che va svolta a monte e attiene alla generale visione del ruolo dello Stato nell’economia e nella gestione dei servizi pubblici. A valle di questa battaglia, nello specifico, esistono concrete possibilità di intervento sul fronte dei servizi pubblici locali anche nel quadro della legislazione attuale. Tra queste vi è il passaggio dalla forma giuridica di Società per azioni a capitale pubblico all’Azienda Speciale. Quest’ultima, pur essendo un organismo posto al di fuori della pubblica amministrazione e agendo con autonomia imprenditoriale, si distingue profondamente dalla SpA. Infatti, l’azienda speciale è ente strumentale dell’ente locale dotato di personalità giuridica e di proprio statuto, approvato dal consiglio comunale o provinciale. Due sono le differenze cruciali tra un’Azienda Speciale e una SpA: il grado di internità rispetto all’ente pubblico cui è legata e la declinazione specifica del concetto di economicità della gestione. Nella società per azioni si ha separazione totale tra l’ente che la possiede e la società stessa, che finisce per operare come organismo del tutto distaccato e dotato di propri obiettivi. Un’Azienda Speciale, pur autonoma rispetto all’ente da cui emana, ha un livello di integrazione e prossimità assai maggiore, che consente la realizzazione di finalità politiche e sociali in maniera assai più flessibile. In merito al secondo punto, sebbene anche l’Azienda Speciale in quanto ente economico debba operare “con economicità di gestione”, con questa locuzione si intende soltanto la necessità di coprire i costi di produzione con entrate proprie, al netto ovviamente della copertura garantita da finanziamenti per scopi sociali a carico dell’ente emanatore. In una società per azioni, invece, il concetto di economicità deriva dalla redditività e dal profitto, i quali impongono che il servizio offerto sia remunerativo ovvero che vi sia la remunerazione del capitale commisurata a criteri di “normale rendimento del capitale” anche laddove la proprietà sia interamente pubblica.
Queste differenze rendono l’Azienda speciale un istituto profondamente più adeguato all’esigenza di fornire servizi pubblici fuori dalla logica del mercato. Il caso dell’azienda di gestione del servizio idrico a Napoli, unico esempio di “ripubblicizzazione” tramite trasformazione di una SpA in Azienda Speciale, ha avuto in tal senso una forte eco nazionale e può essere considerato un possibile modello cui ispirarsi nei processi di ri-collettivizzazione di ciò che nel tempo è stato privatizzato o comunque profondamente snaturato nella sua vocazione pubblica.
La battaglia per servizi pubblici di qualità accessibili universalmente e orientati al soddisfacimento dei bisogni e non al profitto, è uno degli architravi irrinunciabili di una strategia politica di promozione degli interessi delle classi subalterne e della collettività, contro la sete di profitto di un’oligarchia che vorrebbe mettere mano su ogni residuo di economia pubblica ancora esistente. È anche una cartina al tornasole perfetta per mostrare la sostanziale identità di vedute tra chi governa e ha governato Roma negli ultimi decenni (centro-destra-sinistra e 5Stelle) e rimarcare la differenza con chi invece fa di Roma Città Pubblica non uno slogan vuoto ma una dichiarazione di intenti e un principio guida. Cambiare lo stato delle cose si può, basta volerlo (e votarlo).
Il 27 agosto scorso ho avuto il piacere di presentare il libro di
Diego Protani "Sunshine tutti i colori della musica" edito da LFA
Publisher. Un volume che, attraverso la testimonianza di grandi
musicisti degli anni ‘60 e ‘70 descrive il clima culturale e
sociale di quei due decenni. Diego Protani, nel corso della
presentazione, ha chiarito che aveva scritto un libro di politica,
perché le sue interviste a gente come Al Kooper,James Litherland,
Leo Lyons e tanti altri artisti, protagonisti della scena rock e
progressive del tempo, rimandano un quadro che è intriso di
politica, la testimonia e la indirizza negli interstizi più profondi
delle masse popolari.
Nel preparare quell’intervista mi è tornato
alla memoria il bel libro di Adriano Bassi, dal titolo “Giorgio
Gasllini, vita, lotte, opere di un protagonista della musica
contemporanea” la cui prima edizione è uscita nel 1986 per Franco
Muzzo editore. Un testo in cui il pianista jazz milanese, intervistato
dall’autore, rivela un quadro dai contorni netti e chiari del
periodo storico in cui ha suonato e operato nel campo della cultura
e dalla didattica a partire dagli anni ‘40.
Da questo libro ho
voluto trarre un frammento in cui Gaslini spiega come il jazz in
Italia, agli albori degli anni ‘70, sia stato in grado di unire sinistra parlamentare, extra parlamentare e masse giovanili,
nell’identificare la musica afroamericana come ineguagliabile icona di
liberazione nel campo dei diritti umani, civili e sociali,
trasformandola in un potente strumento di lotta . Ma allo, stesso
tempo, come il jazz stesso abbia tratto linfa dai mega festival di stampo
politico e di massa per ritrovare un protagonismo perso all’inizio
degli anni ‘60. In particolare dall’avvento del rock incardinato
per lo più nella musica dei Beatles.
Un periodo in cui qualche concerto veniva organizzato nei teatri, ma esclusivamente delle grandi città, e i soli
festival del jazz di Sanremo e di Bologna, pur costituendo una
vetrina importante, erano insufficienti per la diffusione della
musica afroamericana. I musicisti italiani,
relegati nei sottoscala dei night club, erano sopraffatti dall’
imperversare delle prime discoteche, o meglio, per dirla con
Adriano Mazzoletti, di “locali da ballo con musica riprodotta”.
Penso che il testo possa costituire, inoltre, testimonianza
dell’evoluzione di un indirizzo culturale e sociale, seppellito poi
dall’appiattimento creativo imposto dalle esigenze del mercato, eletto a sistema unico ed incontrovertibile dalle politiche
liberiste esplose a partire dagli anni ‘80.
Buona Lettura.
Luciano Granieri
Fabbrica Occupata
di Giorgio Gaslini.
Fabbrica occupata è brano ispiratomi dal senso spettrale di angoscia, di tragedia, ma
anche di forza all’interno di una fabbrica occupata, coi macchinari
coperti dai teli, con le maestranze raccolte in un salone, sedute per
terra attorno ad una stufa accesa a discutere per ore e ore del
giorno e della notte, i bambini, i familiari, il vitto portato da
casa. Tutto questo durava magari quindici giorni. Io passai tante ore
con loro in varie fabbriche, poi mi invitarono gli operai stessi in
molte parti d’Italia a tenere concerti all’interno delle
fabbriche occupate. Andai in forma di solidarietà, assolutamente a
titolo gratuito, anzi molte volte mi pagavo le spese di viaggio, ma
ho la grande soddisfazione di aver contribuito nel portare a
conoscenza dell’opinione pubblica queste situazioni. Una volta feci
un concerto sul tetto di una fabbrica di Genova, con gli altoparlanti
sulla città. Il giorno dopo fu riportato l’accaduto su una pagina
intera del quotidiano ligure. Tutto ciò servì come documentazione,
perché il Ministero e il Ministro si mossero finalmente e la
fabbrica fu riaperta. Altre volte successe nell’hinterland
milanese. Mi ricordo di un ultimo dell’anno passato con le
maestranze di una fabbrica occupata vicino a Parma.
Fabbrica
occupata non fu un brano scritto
al tavolino, ma qualcosa di
molto vissuto. La
prima esecuzione avvenne nel ‘72 ad Umbria Jazz, sulla piazza di
Perugia, era la prima edizione del festival, con 10.000 ragazzi
seduti nella piazza di Perugia fino in fondo alla via. Era successo
un fenomeno stranissimo. Qualche giorno prima era stato programmato
una specie di mega festival rock vicino Modena. All’ultimo momento
questi ragazzi si erano già messi in cammino a decine di migliaia
per andare in autostop, a piedi e con mezzi di fortuna a questo
festival, dove avevano addirittura promesso la presenza di Bob Dylan
(cose leggendarie).
Io partii con la macchia per andare in Umbria ed
in autostrada trovai centinaia di ragazzi che chiedevano l’autostop.
Un paio di giorni prima avevano sospeso questo festival, quelli che
già si erano messi in cammino dirottarono tutti su Umbria Jazz e
scoprirono di colpo questo festival. Fu la sua stessa fortuna, perché
già nella prima serata arrivarono in decine di migliaia, erano
almeno 20.000 ragazzi con il sacco a pelo. Quella sera dopo di me si
sarebbe esibito Sun Ra, tra le altre cose dovevo suonare la sera
prima con i Weather Report, ma era venuto a piovere e il concerto era
stato sospeso. Chiesi di poter suonare la sera dopo, nonostante
il festival dovesse pagarmi lo stesso e mandarmi a casa. Dissi che
non volevo i soldi senza aver lavorato ed allora ecco questa serata a
Perugia, condivisa con Sun Ra. Dentro di me pensavo: “succeda quel
che succeda io faccio questo pezzo”.
Bisogna pensare che non si
erano ma visti 10.000 ragazzi seduti per terra ad un festival di jazz
e non si sapeva se questi lo conoscessero e che tipo di reazione
avrebbero avuto essendo abituati al rock. La reazione fu incredibile:
si alzarono tutti in piedi applaudendo. In quel momento incominciò
una nuova fase non solo della mia musica, ma della musica in Italia.
Quando scesi ai piedi del palco c’erano gli organizzatori di
“Libertà 1”, un festival che si teneva a Pisa dopo qualche
giorno. Mi chiesero di
partecipare a Libertà 1 solo come pianista. Accettai e provai delle
sensazioni indimenticabili per il calore diomostratomi dal pubblico.
Ho ancora un manifesto di quella serata, che fu in realtà una non
stop di dieci ore, dal pomeriggio alla notte, in cui ogni numero
musicale si alternava ad un personaggio di spicco del movimento
generale di rinnovamento che si era creato in Italia: dalla prima
femminista, alla prima ragazza che era riuscita a denunciare una
violenza subita, all’anarchico messo in galera per sbaglio,
all’obiettore di coscienza, oppure a gruppi che semplicemente
testimoniavano il loro modo di essere. Ricordo che suonai alle due di
notte, nello stadio dove si svolgeva la manifestazione. Avevano
costruito un grande palco altissimo dove non vi si era potuto mettere
sopra il pianoforte perché il palco non lo reggeva.
Erano tutte
soluzioni di fortuna, con un pianoforte a coda sotto, a livello del
pavimento, e tutta la gente seduta non solo sugli spalti, ma anche
dentro, per cui ero sepolto da circa 8.000 persone. Mi ricordo che
chiamai uno del servizio d’ordine, un tipo alto e grosso come un
armadio e dissi: “Guarda
che questo pianoforte ha due o tre note che non funzionano”. Questo
era il clima in cui si svolgevano le manifestazioni, dove non si
andava troppo per il sottile, dove l’importante era l’ideologia
oltre che la musica e così lui rispose: “Ci sono due o tre note
che non funzionano? E tu saltale!”. Io da musicista rabbrividii, ma
poi pensai che era importante la testimonianza, in quanto la musica
la suonavo come volevo e
sapevo, non c’era un handycap musicale, ma una predominanza della
presenza e della testimonianza. Anche in questo caso ci fu una
reazione travolgente.
Contemporaneamente mi successe un altro fatto.
Fui contattato dai rappresentanti del Festival dell’Unità, che mi
dissero: “Il jazz al Festival dell’Unità non l’abbiamo
praticamente mai fatto, vogliamo provare a Firenze, alle Cascine, è
un festival provinciale e vediamo cosa succede”. Era il 1973 e mi
invitarono con il mio gruppo. Andai nel pomeriggio, c’era un palco
organizzatissimo con i microfoni, un pianoforte a coda e una grande
platea; gli organizzatori erano terrorizzati e si chiedevano se
sarebbe venuta gente con la vecchia mentalità istituzionale del
Festval dell’Unità, dove i divi erano stati per dieci anni Claudio
Villa e Sergio Endrigo. Per rincuorali dissi: “Sentite, io facci
concerti dal dopoguerra, ho sempre avuto pubblico e non vedo perché
non dovrebbe venire questa sera”.
Arrivarono le 21,00 e anche 3.000
persone, famiglie complete con bambini. Sbalorditi dal grande
successo avuto, da quel momento per 10 anni i Festival dell’Unità
hanno fatto il jazz. Tutto ciò dimostra come il PCI nella sua
maggioranza di base era più all’avanguardia di alcuni suoi
intellettuali di vertice.
L’importanza di tutto ciò non era tanto
nel risultato economico, ma nel fatto che si erano accorti del jazz
tutti in sintonia: i grandi movimenti giovanili che provenivano dal
rock con Umbria Jazz, i movimenti della sinistra istituzionale con i
Festival dell’Unità, e i movimenti della sinistra extra
parlamentare con Libertà 1
Note Biografiche tratte dal sito “giorgiogaslini.it”
Pianista,
compositore, direttore d’orchestra milanese, musicista jazz di fama
internazionale, ha al suo attivo più di tremila
concerti e cento dischi,
per i quali ha vinto
dieci volte il Premio della Critica.
Iniziatore
di correnti musicali e portatore della musica ai giovani in scuole,
università, fabbriche, ospedali psichiatrici ha tenuto concerti e
partecipato a festival inoltre
60 nazioni.
E’
stato titolare dei primi
corsi di jazz nei
Conservatori S. Cecilia di Roma (1972-73) e G. Verdi di Milano
(1979-80), facendo conoscere una nuova generazione di talenti
musicali e aprendo la strada all'ingresso ufficiale del jazz come
materia di studio in tutti i conservatori italiani.
Ha
collaborato per le musiche
di scena con
i più prestigiosi registi di teatro e per la televisione.
Per
il cinema ha composto numerose colonne
sonore:
celebri le sue musiche per il film “La
Notte”
di MICHELANGELO ANTONIONI, premiate con il NASTRO
D’ARGENTO.
Ha collaborato inoltre con registi quali CARLO LIZZANI, MIKLOS JANCSO
e DARIO ARGENTO.
E’
autore dei libri
Musica
Totale (Feltrinelli),
Tecnica
e arte del Jazz (Ricordi),
Il
tempo del musicista totale (Baldini
e Castoldi).
Grande
artista milanese. Compositore, Direttore d'orchestra, pianista oltre
che intellettuale autentico. In oltre sessant'anni di carriera ha tradotto la sua
creatività in suoni, versi e parole.
Protagonista assoluto
nella storia della musica italiana, ha contribuito all'affermazione
del jazz, ha posto le fondamenta della musica totale europea.
Dopo
aver conseguito sei diplomi al Conservatorio di Milano, ha composto
lavori sinfonici, opere e balletti rappresentati al Teatro alla Scala
e nei più importanti teatri italiani e internazionali.
Giorgio
Gaslini è morto il 29 luglio 2014 all'ospedale di Borgotaro
(Parma), dove era ricoverato da circa un mese dopo una caduta. Era
nato a Milano il 22 ottobre 1929.
Nella sua lunga carriera
ha tenuto circa quattromila concerti in tutto il mondo e all'impegno
nel jazz ha affiancato anche la musica classica, con una copiosa
discografia.
Ritengo fondamentale per una discussione sulla modalità di partecipazione alle elezioni comunali di Frosinone, a cui manca ancora un anno, proporre l'articolo che segue di Marco Bersani. E mi domando se veramente esista qualcuno di buona volontà, in questa città, disposto ad aggregare soggetti sulla base di un programma di amministrazione del Comune imperniato sull'uscita dalla trappola del debito e la ricusazione delle politiche di austerità che da decenni strozzano gli enti locali. Come sappiamo la popolazione frusinate ha subito, e sta subendo, una devastazione sociale scandita da un piano di rientro terribile imposto ai cittadini per debiti, non accumulati da loro, ma frutto della speculazione fondiaria privata. Debito, per altro, peggiorato dalla giunta Ottaviani. La possibilità di opporsi a questa deriva - anche alla luce del prossimo giro di privatizzazione dei servizi pubblici imposto dal PNRR, per cui gli enti locali verranno totalmente espropriati degli ultimi beni a loro rimasti - secondo me deve costituire obbligatoriamente la base di un programma elettorale da cui partire. Perchè è inutile promettere agli elettori la luna se poi non ci sono i soldi neanche per guardarla. Tutto ciò per evitare, come sottolinea Marco Bersani, di assistere per l'ennesima volta al doppio spettacolo della promessa di ricchi premi ecotillonda una parte e del deprimente voto “utile” dall’altra. Il guaio di Frosinone è che da diverse tornate elettorali non ci si ferma al voto utile ma si confezionano "liste utili"
Nel prossimo autunno andranno al voto 1347 Comuni, pari al 17% del totale. Fra questi, la capitale (Roma), 5 capoluoghi di regione (Milano, Napoli, Torino, Bologna, Trieste) e 15 capoluoghi di provincia.
I faccioni dei candidati e delle candidate tappezzano già i muri delle città con mirabolanti promesse di cambiamento, senza che nessun* di loro si periti di spiegare con quali risorse andranno a realizzarle.
Già, perché dopo due decenni di politiche di austerità e di trappola del debito, la situazione finanziaria dei Comuni è drammatica: sono 1083, pari al 14% del totale, quelli in condizioni di dissesto o di pre-dissesto; fra questi, anche grandi città metropolitane come Napoli, Catania, Messina, Reggio Calabria.
E’ infatti sui Comuni che sono state scaricate in questi anni tutte le politiche di “risanamento” della finanza pubblica, con una sproporzione evidente: nonostante il peso del comparto sulla spesa della finanza pubblica nel suo insieme non superi il 7,4%, e nonostante il peso sul debito pubblico sia irrisorio (1,6%), nel periodo 2011-2018 ai Comuni sono stati sottratti 12,5 miliardi di euro, con immaginabili conseguenze sull’erogazione dei servizi per i rispettivi abitanti.
Una progressiva espropriazione di risorse, che, se forse ha permesso ai governi di presentarsi in Europa “con i compiti fatti”, non è riuscita a conseguire neppure la famosa stabilità finanziaria, come si evince dalla situazione dell’indebitamento, che, per quanto molto basso in valori assoluti (35,2 miliardi a giugno 2020), sta letteralmente strangolando moltissimi enti locali, in particolare i più piccoli.
In media, l’onere complessivo del debito raggiunge il 10% delle spese correnti comunali, ma, se consideriamo gli enti fino a 10 mila abitanti, sono 2.130 (30%) i Comuni che registrano un onere complessivo del debito superiore al 12% della spesa corrente; e, di questi, 727 enti (10%) superano un’incidenza del 18%.
Già, perché non tutti sanno che, mentre lo Stato si finanzia con tassi intorno all’1%, il tasso medio degli interessi pagati sui mutui dagli enti locali è intorno al 4,5%, con l’enorme paradosso che tre quarti di questi sono detenuti da Cassa Depositi e Prestiti (l’81% del cui capitale è in mano al Ministero dell’Economia e delle Finanze).
In poche parole, siamo di fronte a uno Stato che, dopo decenni di espropriazione degli enti locali, riveste nei loro confronti anche i panni dell’usuraio.
Eppure, ad un certo punto, le cose sembravano finalmente avviarsi a cambiamento: il 30 dicembre 2019, l’allora governo Conte approvò il decreto Milleproroghe, con all’interno l’art. 39, che prevedeva l’accollo da parte dello Stato dei mutui dei Comuni allo scopo di ricontrattarne una drastica riduzione dei tassi di interesse, con un risparmio ipotizzato per gli enti locali intorno ad 1 miliardo/anno.
La norma coinvolgeva tutti i mutui vigenti alla data del 30 giugno 2019, con scadenza successiva al 31 dicembre 2024, e con un debito residuo superiore a 50 mila euro o di valore inferiore nei casi di enti con un’incidenza degli oneri complessivi per rimborso prestiti o interessi sulla spesa corrente media del triennio 2016-2018 superiore all’8%.
Nonostante il percorso ipotizzato prevedesse un iter molto celere, si è dovuto aspettare un anno (gennaio 2020) per avere il primo, ancora generico, decreto attuativo, mentre è solo nel gennaio di quest’anno (due anni dopo!) che è stata istituita l’Unità di Coordinamento per la riduzione dell’onere del debito degli enti locali, primo passaggio per l’avvio dell’iter, dei cui tempi successivi non è dato sapere.
La prossima tornata elettorale si svolgerà di conseguenza senza nessuna novità su questo fronte e con i Comuni in difficoltà finanziarie ancor più amplificate dalla pandemia in corso.
C’è qualcun* che vuole aprire una discussione pubblica su questa situazione in tutte le città e i Comuni che andranno al voto? O anche questa volta dovremo assistere al doppio spettacolo della promessa di ricchi premi e cotillon da una parte e del deprimente voto “utile” dall’altra?
"Sunshine, tutti i colori della musica, è un libro di politica”.
E’ quanto ha premesso Diego Protani, nel corso della presentazione
del suo ultimo volume, edito da LFA Pubblisher, sulla musica degli
anni ‘60 e ‘70. Evento organizzato dalle associazione “Spazio
Arte Rigenesi” e “Oltre l’Occidente” in Piazza Garibaldi a
Frosinone venerdì scorso 27 agosto.
In effetti far parlare i
musicisti attivi in un periodo carico di risvolti conflittuali,
rivoluzionari, definiti da alcuni utopici, costruisce una narrazione
potente e significativa. Raccogliere le testimonianze degli artisti
di allora, riportare le fasi di un percorso finalizzato alla
piena librazione della propria espressività e partecipazione
collettiva al panorama socio culturale di oggi è, di fatto,
un’operazione politica a tutto tondo.
Così come operazione
politica è stata la modalità con cui si è svolta la presentazione
in piazza del libro di Diego Protani. Unire le riflessioni scaturite
dal confronto sui temi di “Sunshine tutti i colori della musica”,
fra l’autore e il pubblico (sollecitato dal conduttore) con la
musica eseguita dal vivo dal gruppo Dottor Louis & The
Icebreakers, è stata una manifestazione dai risvolti politici significativi.
Quell’evento, frutto di contaminazione fra
parole e note, svoltosi in una piazza storica, fuori dai rigidi
schemi imposti da un’amministrazione comunale accentratrice, è
una vera rivoluzione politica. Dimostra che la nostra città non è
così ingessata in uno schema in cui: da un lato c’è il festival
de conservatori, evento indubbiamente meritorio ma dal costo,
troppo esorbitante, riservato ad una èlite, o pseudo tale,
dall’altro esistono manifestazioni grossolane utili a far fare
affari ai commercianti, pensate per un pubblico, giudicato, a torto,
bolso e ignorante.
Ci riferiamo a rassegne teatrali di bassa levatura e
cinematografiche poco curate, come se il loro svolgimento fosse
una scocciatura per l’amministrazione. Proiezioni mortificate da
un’arena , ricavata dentro il "Matusa", (ma la Villa Comunale esiste
ancora in questa città?), in cui l’inquinamento luminoso non
consente una visione ottimale, locandine e brochure che riportano
i titoli dei film sbagliati a dimostrazione di una penosa
sciatteria. Tanto il popolo bue partecipa ugualmente.
Ci riferiamo
anche al Matusa (ex stadio trasformato in fiera di bassa lega)
anch’esso costato uno sproposito, e alle Terrazze di C.so della
Repubblica, da dove si può ammirare un belvedere, che di bello non
ha proprio nulla, avvolti dai mefitici fumi di olio da frittura, stantio ed esausto, che profluviano da orrende bancarelle di street food. Una
pianificazione dettata da necessità commerciali più che culturali.
Non è un caso che per chiedere l’occupazione di suolo pubblico al
Comune è necessario rivolgersi all’assessorato per le attività
produttive.
La presentazione del libro di Diego Protani, con
l’annesso concerto dei Dottor Louis & The Icebreakers, ha
dimostrato che a Frosinone un’altra cultura è possibile, evadendo
dai rigidi schemi dettati dal padrone unico della città. Ha
dimostrato, anche, che il Centro Storico può vivere fuori dalle
quinte posticce che nascondono degrado ed abbandono. E questa è
politica piena. E’ proposta. E’ servizio ai cittadini.
Da
rimarcare che tutto ciò ha avuto luogo senza utilizzare alcun
finanziamento, né privato né pubblico, evitando di fare cassa di
risonanza ad amministratori pubblici "mecenati" che pretendono di
detenere il potere unico sugli eventi culturali in Provincia e che
fanno passerella prima di ogni concerto per poi lasciare l’uditorio
senza neanche ascoltare un brano.
Ciò a dimostrazione che non
servono finanziamenti faraonici per fare cultura,(anche se qualche
soldo è necessario) ma occorre soprattutto tanta passione ed
impegno, quello che i comitati elettorali, denominati impropriamente
partiti, oggi non hanno più. Abbiamo fatto politica con passione e
vogliamo continuare, riqualificando, a modo nostro, un luogo
bellissimo come Piazza Garibaldi, trasformando questo salotto
popolare in una culla della cultura per tutti.