Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

martedì 28 settembre 2021

Un insopportabile "Silent Way" che dura da trent'anni

 Luciano Granieri



Credo di aver suonato con i due musicisti più logorroici di tutta la musica jazz". Questo soleva dire Miles Davis, riferendosi a Charlie Parker e John Coltrane. Ed era vero. Due personalità geniali, debordanti e rivoluzionari.  Ma,  per certi versi, contrastanti con la poetica di Miles. Una poetica, forse ancora più geniale,  basata sulla magneticità del fraseggio, fatto di note taglienti, o soffuse dalla sordina Harmon. Una genialità che  travalicava i flussi melodici per andare oltre, indirizzando la ricerca verso nuove soluzioni nel campo armonico, ritmico.

Ma, a fronte di un approccio melodico misurato, Miles Davis è stato logorroico a modo suo, vulcanico, per meglio dire, nell’inventare, nel rivoluzionare forme e stilemi. Impareggiabile nello  scoprire nuovi talenti dalle doti straordinarie inizialmente incomprese, il già citato Coltrane ne è un esempio. Un iperattività creativa ed innovativa che non ha eguali. 

Volendo intraprendere un viaggio in  trent’anni dall’attività di Miles, a partire dalla collaborazione con Parker, si possono apprezzare: una nuova variazione nel fraseggio bop, più riflessiva rispetto a quella di Gillespie, si ascoltino le registrazione del 1948; l’invenzione di un nuovo stile basato sulla creazione di melodie ed armonie meno frenetiche, più ricercate, improvvisazioni meditate, intime. Parliamo ovviamente della nascita del Cool Jazz, dove “cool” non sta per “freddo”, ma per “calmo”. “The Birth of the Cool”, col nonetto diretto da Gil Evans, è il disco manifesto di questo nuovo stile, che avrà uno sviluppo nel jazz della West Coast. Non a caso, insieme con Miles suonavano Gerry Mulligan e Lee Konitz, icone della corrente bianca sviluppatasi negli anni ‘50 a Los Angeles e dintorni. 

Non finisce qui. Nel passare in rassegna i protagonisti della rivincita nera dell’hard bop newyorkese, come non aggiungere,  ad Horace Silver, i Messanger di Art Blakey, Sonny Rollins, la nuova vena creativa di Davis? Rinnovato sia nel morale che nel fisico, dopo essere uscito dalla tossicodipendenza, Miles sfoderò una serie di dischi fenomenali per la casa discografica Prestige, con un  quintetto destinato ad entrare nella storia. Coltrane al Sax tenore, Red Garland al pianoforte, Paul Chambers al contrabbasso e Philly Joe Jones alla batteria. Relaxin’ with the Miles Davis quintet, Steamin’with the Miles Davi quintet, Workin’ with Miles Davis quintet, Cookin’ with the Miles Davis quintet furono album straordinari registrati tutto d’un fiato necessari per assolvere gli impegni con la Prestige prima di passare alla casa discografica Columbia, anche in questo caso stabilendo un record, quello di essere il primo jazzista a registrare per una grande etichetta dal fatturato milionario il cui catalogo era composto da dischi di sicuro successo in ambito commerciale

Non bastava. Da qui iniziò la sperimentazione per la nuova rivoluzione. Quella dell’armonizzazione modale basata su scale e non su accordi. Preannunciato dalle musiche per il film “Ascensore per il patibolo” di Louis Malle, irruppe nello scenario discografico quello che ad oggi viene considerato l’album di jazz più bello in assoluto,Kind of Blue”, con Coltrane, Julian Cannonbal Adderley, al sax alto, Jimmy Cobb alla batteria Paul Chambers al contrabbasso  e il nuovo astro nascente del pianoforte Bill Evans, oltre a Wynton Kelly.

L’evoluzione del modale contraddistinse tutti gli anni ‘60 con un altro quintetto storico: Wayne Shorter al sax tenore e soprano, Herbie Hancock al pianoforte, Ron Carter al contrabbasso e Tony Williams alla batteria. Fu il gruppo che mosse i primi passi verso la rivoluzione elettrica. Infatti l’irrequietezza di Miles spinse il trombettista verso altri orizzonti: la contaminazioni con sonorità elettrificate, frutto dell’apprezzamento verso il re di Woodstock Jimi Hendrix .

In a Silent Way e, soprattutto, il capolavoro Bitches Brew, costituirono l’ennesima rivoluzione: la musica Fusion. I protagonisti saranno  destinati a diventare le nuove stelle nel firmamento musicale: Chick Corea, Jack De Johnette, Keith Jarrett, Joe Zawinul, John McLaughling e molti altri . Bitches Brew segna un altro record è il primo disco di jazz ad entrare nelle classifiche degli album più venduti. 

 Sono passati più o meno trent’anni dall’inizio del nostro viaggio. L’attività di Miles continuerà ancora con altre scoperte e sperimentazioni, magari non tutte riuscite. Ma il confronto di quei trent’anni mette in risalto il sordo silenzio dell’oggi. Il silenzio creativo di altri trent’anni passati senza Miles che veniva a mancare il 28 settembre del 1991. Poco prima di morire egli aveva in animo di riproporre, con arrangiamenti nuovi, proprie esecuzioni degli anni ‘50-’60. Forse il fisico, minato da una salute precaria, aveva fiaccato il musicista dell’Illinois, e lo aveva convinto che il tempo delle rivoluzioni era finito, era il momento di guardarsi indietro. 

Non fece in tempo. A Miles Davis, non era concesso di fermare il suo impulso rivoluzionario.


lunedì 20 settembre 2021

Gkn. I click della Melrose innescano una nuova modalità di conflitto

 Luciano Granieri



Quando il fondo d’investimento inglese Melrose, licenziò a mezzo WhatsApp, i 422 addetti della Gkn di Campi Bisenzio, azienda controllata dallo stesso fondo, membri autorevoli del Governo  si mostrarono sdegnati, nonostante qualche giorno prima avessero accontentato i loro capi confindustriali, eliminando il blocco dei licenziamenti post-Covid. L’indignazione in realtà non derivava tanto dal fatto che 422 operai di un’azienda altamente produttiva e in attivo venissero licenziati per un crudele gioco di speculazione finanziaria, ma perché la comunicazione era arrivata tramite WhatsApp. Cosa c’è da meravigliarsi?

A comandare il fondo Melrose (fra i cui maggiori azionisti figurano: la Select Equity group, società finanziaria che vanta un portafoglio di 30 mld di dollari, Vanguard Group e Black Rock, due dei più grandi fondi speculativi al mondo oltre alla Capital Research & Management che fa parte della Capital Group, un agglomerato finanziario di 67 aziende ) sono il Ceo Simon Packman, che nel 2014 guadagnava 2000 volte più del salario minimo inglese, ed il vice presiednte Chtistopher Miller

Costoro, pochi mesi prima di decretare i licenziamenti con un semplice click sulla tastiera hanno incassato rispettivamente, 7 e 15 milioni di sterline, vendendo azioni e titoli in previsione dell'azione speculativa che stavano per attivare contro gli addetti Gkn. Cioè con una semplice operazione al computer di pochi attimi, si sono messi in tasca il costo annuo dell’intero personale licenziato. 

E’ quindi una prassi consolidata fare profitti digitando su device alla moda e di ultima generazione anche quando si tratta di inviare dei WhatsApp per licenziare operai della cui sorte non interessa nulla, basta acquisire quei profitti che tali associazione a delinquere realizzano attraverso il loro licenziamento. Questi squali si arricchiscono, non attraverso il processo produttivo,   ma grazie alle speculazioni di borsa, per cui  si comprano le aziende a un prezzo irrisorio, si ristrutturano, delocalizzando e licenziando, poi si rivendono ad una quota molto più alta, realizzando profitti miliardari, senza curarsi della devastazione sociale che lasciano sul campo. 

Mr Packman e Mr. Miller, in realtà, convinti che l’establishment politico internazionale svolgesse appieno il proprio compito di sterilizzazione del  conflitto sociale, non si aspettavano che ai click contro gli addetti Gkn, rispondesse la grande mobilitazione dei lavoratori della fabbrica , che sabato scorso, sono scesi in piazza a Firenze, accompagnati da altre 25.000 persone. Infatti ,a fianco del collettivo di e alla Rsu della Gkn, si sono mobilitati, i lavoratori di tutte le altre migliaia vertenze aperte al Mise, dalla Whirpool, all’Embraco, fino all’Alitalia, oltre che movimenti, associazioni, perfino i sindacati, confederali, pezzi di partiti più o meno riformisti. 

Hanno sfilato per le vie fiorentine l’Anpi Oltrearno e di Campi Bisenzio, protagonisti della liberazione della città dal nazifascismo nel 1944, a dimostrare che la lotta per la democrazia, passa per la lotta al diritto al lavoro. A seguire Cgil, Cisl, Uil, Fiom Cobas, Usb, Sinistra Italiana, Rifondazione, Potere al Popolo e perfino qualche esponente del Pd. 

Forse Mr. Packman e Mr. Miller lo ignorano, ma può darsi che il loro WhatsApp abbia innescato consapevolezze nuove in chi combatte per la difesa del proprio posto di lavoro. 

Innanzitutto il collettivo degli operai della Gkn ha messo alla base della propria vertenza il concetto per cui nessuno si salva da solo: la lotta della fabbrica toscana ha aggregato tutte le lotte delle altre crisi aziendali in corso, non solo, ma punta ad allargare il conflitto, ai precari ai disoccupati, al mondo della scuola, della sanità, che ha come unica controparte il sistema della accumulazione finanziaria che crea povertà e precarietà diffusa. 

In secondo luogo si è reso evidente che il padrone, non esiste più. Ma c’è un intero sistema da combattere, quello che basa il profitto sui capitali e il management a scapito dell’attività produttiva, del lavoro.

 Questa vicenda conflittuale pone, quindi, un’ulteriore riflessione. Quando si sente dire che è necessario attrarre gli investitori privati attraverso agevolazioni fiscali, allentamento dei controlli sull’impatto ambientale e sul rispetto delle tutele sulla salute dei lavoratori, per creare nuovo lavoro, forse vale la pena porre un domanda.  Tali agevolazioni favoriscono veramente la creazione di occupazione oppure sono funzionali alla cuccagna di chi prende i soldi e scappa lasciando sul territorio povertà e devastazione ambientale?

venerdì 17 settembre 2021

Obbligo vaccinale "me ne frego" contro "mi interessa, ho cura"

Luciano Granieri




Dal 15 ottobre, fino al 31 dicembre, tutti i lavoratori del settore privato, dovranno esibire il Green Pass per svolgere la propria attività. La decisione è stata presa dopo il confronto con le parti sociali (Confindustria - per cui improvvisamene la carta verde è diventata fondamentale, dopo che durante la prima crisi Covid, hanno strepitato per non chiudere le fabbriche, concorrendo a provocare i centinaia di morti nel centro produttivo della Bergamasca e della Brianza – i sindacati confederali i quali, pur dicendosi favorevoli all’obbligo vaccinale hanno accettato, come al solito, il compromesso al ribasso – per i lavoratori- sull’obbligatorietà del Green Pass.) 

La notizia è nota ma, leggendo dichiarazioni ed interviste,  emergono grande incoerenza ed enormi ipocrisie. In un di queste, pubblicata su “Repubblica” di oggi, condotta da Stefano Cappellini al Ministro del Lavoro Andrea Orlando, risulta che la richiesta di Landini  in merito alla gratuità dei tamponi, necessari ai lavoratori non vaccinati per ottenere il Green Pass obbligatorio, è stata rifiutata, con la lapalissiana obiezione che se un lavoratore vuole la carta verde gratuitamente non ha che da vaccinarsi. In un altra parte del testo, il Ministro ammette che il lascia passare anti Covid è stato adottato per convincere i resistenti alla vaccinazione ad effettuarla. 

Ma allora come richiesto dai sindacati, perché non porre l’obbligo vaccinale? La risposta del ministro è stata: “Abbiamo spiegato che in questo momento preferiamo evitare una polarizzazione delle posizioni sul vaccino che sarebbe dannosa e controproducente” Già ma per chi? Il Green Pass, è una certificazione attestante, o la presenza di anticorpi (vaccino-guarigione dalla malattia) o la temporanea assenza del virus (tampone). Quest’ultima certezza può venir meno anche il giorno stesso dell’effettuazione dell'esame che non rileva  un’infezione eventualmente contratta prima delle 48 ore necessarie al test successivo. 

 Per chi è, dunque,  controproducente? 

 Per chi non vuole trovarsi a condividere luoghi con i contagiati,? Il tampone non assicura, come detto la certificazione dell’assenza della malattia, (come affermato dagli scienziati, checchè ne dica Salvini). 

E’ controproducente per chi frequenta tutti quei luoghi, in cui il Green Pass non è obbligatorio, supermercati, mezzi pubblici locali, e per cui non è certificabile, la presenza, o meno fra gli utenti di una persona infetta?

 E’ controproducente per gli operai succubi di un’ulteriore forma di ricatto in mano ai padroni?

E'  controproducente per le aziende farmaceutiche che confezionano i tamponi?

 E’ controproducente per questo Esecutivo che non può essere più di tanto disturbato, dalla frenesia no-vax del Salvini di lotta e di governo, nel salvaguardare le inattaccabili ed incontestabili ragioni del profitto, e dunque un contentino al bolso padano deve pur concederlo?

In poche parole è controproducente per la tutela della salute, e dalla convivenza sociale. 

Si preferisce  fare appello alla responsabilità dei singoli cittadini, affinché si vaccinino, anziché imporre la norma dell’obbligo vaccinale, indispensabile per evitare la circolazione del virus. Si invoca una sensibilità al rispetto delle ragioni collettive, pur sacrificando qualche libertà individuale, fiduciosi che con l’introduzione, di una semplice certificazione si possa muovere la popolazione ad una così alta percezione del principio di convivenza civile. 

 Ma cosa credono queste anime belle, che dopo decenni d’imposizione liberista della competitività spinta come valore assoluto, basata sull'individualismo sfrenato, non riemergesse il “Me ne frego” fascista? Non solo è riemerso, ma si è radicato fortemente nei gangli peggiori della società. 

Il “me ne frego della libertà degli altri, conta solo la mia libertà di fare quello che mi pare” è ormai una regola quasi inderogabile e ad essa deve sacrificarsi anche l’obbligo vaccinale. Dunque si ha un bel convincere i No Vax, o anche solo gli indecisi e poco convinti a vaccinarsi, con l’onere dell’esibizione di una certificazione. 

Bisogna imporsi. Imporre l’obbligo vaccinale, perché la libertà di non volersi vaccinare (una libertà stupida, di fatto significa libertà di stare male), deve piegarsi alla libertà della collettività di rimanere in salute diminuendo i rischi di contagio. Se il “me ne frego” fascista non soccombe a colpi di moral suasion, al civile “mi interessa, ho cura degli altri, perché solo  la cura degli altri rafforza la mia libertà e dignità”, allora bisogna farlo soccombere d’imperio. 

La convinzione che le ragioni della collettività sono superiore alle ragioni individuali, a questo punto, deve essere imposta. Poi si potrà anche mettere in piede, anzi si deve, un processo culturale di rieducazione al valore della comunità. Ma per il vaccino non c’è tempo. Lo si imponga. 

Qualcuno potrà obiettare che è una posizione stalinista? Forse. Ma faccio notare che anche l’articolo 32 della Costituzione al secondo comma prevede che “nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge” dunque si faccia la legge.  Non sarebbe la prima volta: nel 1963 è stata imposta la vaccinazione antitetanica, nel 1966, quella antipoliomelitica e nel 1991 contro l’epatite B. 

E’ il green pass che non ha una vera e propria legittimazione costituzionale, perché non è né un diritto né un dovere. Non è una misura sanitaria ne’ un certificato abilitante, non si sa cosa sia.

martedì 14 settembre 2021

Roma: l’attacco del profitto al trasporto pubblico non è finito

 Fonte:  Coniare rivolta



Quasi tre anni fa, nel novembre 2018, i cittadini romani vennero chiamati a esprimersi tramite referendum sulla possibile liberalizzazione e privatizzazione dell’azienda del trasporto pubblico locale Atac. Con un’affluenza molto bassa il referendum consultivo non ottenne l’effetto politico voluto dai suoi promotori, ma la spinta liberista che lo aveva animato è viva e vegeta e segnerà, con ogni probabilità, le scelte di politica del trasporto pubblico romano nei prossimi mesi. Da molti anni le politiche di affidamento alla logica del mercato dei servizi pubblici sono divenute un pezzo costitutivo della politica economica di impronta neoliberista. Sotto la scorta della retorica del pubblico inefficiente e delle imprese pubbliche carrozzone indebitate fino al collo, in numerosi ambiti dell’economia si è avanzato a tappe forzate verso forme di parziale o totale privatizzazione, liberalizzazione e deregolamentazione. Dopo aver scientemente sottofinanziato le aziende pubbliche non consentendone una gestione all’altezza dei bisogni dei cittadini e costringendole ad un’elevata esposizione debitoria, si sono potute facilmente montare campagne mediatiche sull’inefficienza delle gestioni pubbliche in quanto tali e la conseguente necessità dell’intervento benefico dei privati.

L’Atac romana rappresenta un esempio di questa strategia. I problemi dell’organizzazione del Trasporto Pubblico Locale romano affondano le radici in una storia pluridecennale iniziata con lo sviluppo urbano incontrollato e privo di pianificazione dell’epoca fascista e poi continuata nel secondo dopoguerra con l’edificazione di quartieri mal collegati con il resto della città, l’assenza di una rete metropolitana degna di questo nome e una presenza deficitaria di mezzi pubblici in una città che ha sempre fatto del trasporto privato l’asse fondamentale della mobilità. Questi atavici problemi si sono tuttavia aggravati drammaticamente nel corso degli ultimi due decenni. Al netto delle torbide vicende di scandali e mala gestione, un taglio del finanziamento pubblico ha via via gonfiato il debito di Atac fino all’ultimo passaggio della procedura di concordato avviata dalla giunta Raggi, che ha costretto l’azienda a tagliare il servizio erogato sotto forma di diminuzione delle corse, soppressione di intere linee, fino all’uso di un parco mezzi datato e inquinante. Il sottofinanziamento cronico rispetto alle esigenze di una città come Roma, caratterizzata da un’enorme estensione geografica, è alla base delle condizioni disastrate in cui versa il trasporto pubblico della città. Del resto, i dati al riguardo sono impietosi. In Figura 1 più sotto si vede l’evoluzione del livello di finanziamento del trasporto pubblico locale ad opera del Comune di Roma, nel periodo 2010-2019. La linea blu mostra l’inesorabile diminuzione dei fondi stanziati per i trasporti, che non a caso ha inizio a partire dal 2012. In tale periodo, infatti, prende avvio la fase più dura delle politiche di austerità che hanno colpito tutti i livelli di governo, dallo Stato ai territori, con l’inasprimento dei già rigidi vincoli di bilancio nazionali e locali e una generale ricaduta sui servizi pubblici. Una forte diminuzione si riscontra anche andando a vedere gli investimenti messi in atto da ATAC, in Figura 2. Qui il calo è ancora più marcato, segno inequivocabile di una deliberata scelta politica di prosciugare le risorse necessarie a un buon funzionamento dell’azienda nel presente e, dati gli effetti di lungo periodo degli investimenti, anche nel futuro.

A fronte di questa drammatica situazione, il dibattito viene sviato dalle vere cause del disastro verso una campagna ideologica contro l’assetto pubblico e la gestione in house dell’azienda. Malgrado la giurisprudenza comunitaria da anni spinga per politiche di liberalizzazione, a seguito dell’esito del cosiddetto referendum sulla gestione dell’acqua del 2011, esistono ancora due alternative di gestione di un servizio pubblico locale: affidamento in house ad una società di proprietà dell’ente locale stesso senza gara; oppure gara pubblica per l’affidamento ad una società esterna. Una norma approvata nel 2017, in violazione sostanziale dell’esito politico del referendum sui servizi pubblici locali di 6 anni prima, prevede tuttavia una decurtazione dei fondi pubblici destinati al trasporto pubblico locale in caso di affidamento in house senza gara. Del resto anche il recente Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) suggerisce un ricorso “più responsabile” al meccanismo di fornitura di servizi in-house sostenendo che (PNRR, p. 76): “andranno introdotte specifiche norme finalizzate a imporre all’amministrazione una motivazione anticipata e rafforzata che dia conto delle ragioni del mancato ricorso al mercato, dei benefici della forma dell’in house dal punto di vista finanziario e della qualità dei servizi e dei risultati conseguiti nelle pregresse gestioni in auto-produzione, o comunque a garantire una esaustiva motivazione dell’aumento della partecipazione pubblica. Sarà inoltre previsto un principio generale di proporzionalità della durata dei contratti di servizio pubblico, compresi quelli affidati con la modalità dell’in house.” Un vero e proprio gioco delle tre carte, sfacciato e spietato: i vincoli di bilancio europei impongono l’austerità e rendono la gestione pubblica dei trasporti (e non solo) difficoltosa e accidentata. In risposta a ciò, le autorità europee chiedono a chi volesse continuare a tenere fuori i privati dal trasporto locale di dimostrare che la gestione pubblica è stata impeccabile e fila liscia come l’olio, pena la decurtazione dei fondi europei destinati alla ripresa economica post-Covid.



Ma cosa cambia nella sostanza tra le due forme di gestione possibili? 

Il trasporto pubblico locale, così come molti altri servizi pubblici, è per sua natura costituito da tratte in perdita a bassa densità di traffico e tratte ad alta densità generatrici di utili. È evidente che, se il servizio fosse rimesso alla mera logica della massimizzazione del profitto, le tratte in perdita sparirebbero e numerosissime aree di una città a bassa densità di popolazione o con caratteristiche viarie e di traffico complesse non verrebbero servite. In linea di massima, con i prezzi esistenti oggi di biglietti e abbonamenti nella gran parte dei comuni italiani, un servizio di trasporto cittadino copre circa il 30%-40% dei costi di gestione, manutenzione e investimento tramite entrate da traffico (biglietti). Il resto viene coperto da fondi pubblici locali e statali tramite un fondo nazionale per i trasporti. Se, come in effetti avviene nel concreto nelle pratiche di affidamento tramite gara, si volesse mantenere un’offerta universale che copra capillarmente una città indipendentemente dalla capacità di generare utili in ogni tratta, allora occorrerebbe versare al soggetto privato, a compensazione delle perdite, ciò che l’ente pubblico versa analogamente ad una società propria in house. Tuttavia, con una differenza non da poco. Nel caso di affidamento in house la società, sebbene SpA, oggetto cioè di diritto privato, è comunque di proprietà dell’ente pubblico e non segue una logica di mera massimizzazione del profitto. L’eventuale utile conseguito nelle tratte redditizie verrebbe automaticamente reinvestito nel servizio stesso o versato a copertura delle tratte strutturalmente in perdita. L’affidamento ad un soggetto privato, invece, implica, per definizione, che venga riconosciuto un margine di profitto complessivo su tutta la rete oggetto del servizio, senza il quale nessun imprenditore entrerebbe mai nel settore. Nei meccanismi di regolazione delle imprese che operano in tali servizi, si fa sempre riferimento ad un tasso di remunerazione normale del capitale che, in un settore in perdita strutturale, viene per forza di cose coperto dalla spesa pubblica. 

Nel caso di Atac, i fautori della messa a gara puntano il dito sull’ingente debito di 1,3 miliardi di euro accumulato dall’azienda, sull’inefficienza organizzativa della società romana e sui costi legati a fenomeni di corruzione, prebende e uso politico di ruoli chiave nell’azienda e invocano la gara come panacea di tutti i mali. Le critiche suddette naturalmente fanno leva su verità innegabili, ma l’analisi delle cause e soprattutto la soluzione prospettata ignorano passaggi fondamentali.

1. Un’azienda pubblica inefficiente e afflitta da una gestione sbagliata e dannosa non è in quanto tale irriformabile. La sua riformabilità è semplicemente legata alla volontà politica di farlo espressa dai governi in carica. Che Atac abbia sofferto di una gestione manageriale deplorevole è una realtà comunemente nota. Che ciò sia una buona scusa per rimuovere, anziché i responsabili di questo scempio, il modello di società pubblica in quanto tale è un salto logico privo di giustificazioni; 

2. Le inefficienze e i costi da corruzione non sono esclusivi di un’azienda pubblica. Sono sotto gli occhi di tutti i casi di corruzione e inefficienza manageriale dimostrati anche in grandi colossi del mondo industriale, finanziario e bancario; 

3. Tutti i processi di liberalizzazione, ivi compresi quelli del trasporto pubblico locale, dimostrano che la massimizzazione del profitto di un gestore privato e la capacità di proporre offerte competitive si scarica prevalentemente sul costo del lavoro, sulla riduzione di organico, e sulla capillarità dei servizi;

4. Ammesso e non concesso che non vi sia alcuna ripercussione sul mercato del lavoro e sulla capillarità dell’offerta del servizio, per immaginare che una liberalizzazione porti a ridurre i costi gestionale a parità di servizio, occorrerebbe che i costi da inefficienza e corruzione di Atac eccedano i costi da sovvenzionamento pubblico dei profitti di un operatore privato che sorgono inevitabilmente in caso di privatizzazione. Si tratta quanto meno di un azzardo visto e considerato che i primi sono per definizione evitabili con una migliore gestione pubblica mentre i secondi sono connaturati ad una gestione privata e dunque ineliminabili a priori;

5- Il vero elemento dirimente della storia recente di Atac, così come di tante aziende di gestione dei servizi pubblici locali, al netto degli scandali e della mala gestione, è proprio un livello cronicamente insufficiente di finanziamento pubblico che ha via via gonfiato il debito, fino all’ultimo passaggio della procedura di concordato avviata dalla giunta Raggi. Proprio il sottofinanziamento cronico rispetto alle esigenze peculiari di una città come Roma, ad enorme estensione geografica ma piena di aree a bassa densità abitativa e fortemente isolate, spiega l’elevato debito dell’azienda cresciuto esponenzialmente negli ultimi anni. 

A fronte di una simile situazione la via della liberalizzazione e del mercato non potrebbe che aggravare i problemi esistenti creandone di nuovi, come numerose esperienze di liberalizzazione e privatizzazione del trasporto pubblico locale dimostrano (emblematico il caso di Genova e quello più recente di Firenze): attacco ai diritti del lavoro e peggioramento del servizio con taglio o marginalizzazione delle aree non remunerative. Insomma, danni a carico dei lavoratori e dei cittadini utenti. Malgrado la recente legislazione nazionale in Italia sia andata persino oltre le prescrizioni pro-liberalizzazione favorite dall’Unione europea, indicando la via del mercato come quella preferenziale anche nel campo dei servizi pubblici locali, l’esito positivo della battaglia del cosiddetto referendum per l’acqua pubblica ha reso inapplicabili, almeno fino ad ora, i tentativi di rendere cogente e inevitabile la strada del ricorso alle gare. I margini di resistenza nel settore sono ancora ampi e le possibilità legislative, come il caso della riforma del sistema di gestione dell’acqua a Napoli dimostrano, esistono. 

La prospettiva va allora radicalmente rovesciata rispetto ai termini del dibattito attuale. Il punto non è scegliere tra l’Atac Spa a capitale pubblico dissestata e dissanguata di oggi oppure la sua privatizzazione e cessione alle sorti limpide e progressive del mercato. La vera sfida deve essere basata sul rilancio dell’azienda pubblica in un’ottica però di riforma radicale rispetto allo stato attuale. Una riforma che in primo luogo riaffermi la centralità della funzione pubblica e sociale dell’azienda. 

Per farlo occorre agire su due livelli, uno generale ed uno particolare. Il rilancio di un servizio pubblico che abbisogna di ingenti investimenti a priori non può che passare per una radicale rimessa in discussione dei vincoli di bilancio locali e nazionali discendenti in via diretta dall’austerità europea e per un ripensamento dei rapporti tra potere pubblico e mercato. Una battaglia che va svolta a monte e attiene alla generale visione del ruolo dello Stato nell’economia e nella gestione dei servizi pubblici. A valle di questa battaglia, nello specifico, esistono concrete possibilità di intervento sul fronte dei servizi pubblici locali anche nel quadro della legislazione attuale. Tra queste vi è il passaggio dalla forma giuridica di Società per azioni a capitale pubblico all’Azienda Speciale. Quest’ultima, pur essendo un organismo posto al di fuori della pubblica amministrazione e agendo con autonomia imprenditoriale, si distingue profondamente dalla SpA. Infatti, l’azienda speciale è ente strumentale dell’ente locale dotato di personalità giuridica e di proprio statuto, approvato dal consiglio comunale o provinciale. Due sono le differenze cruciali tra un’Azienda Speciale e una SpA: il grado di internità rispetto all’ente pubblico cui è legata e la declinazione specifica del concetto di economicità della gestione. Nella società per azioni si ha separazione totale tra l’ente che la possiede e la società stessa, che finisce per operare come organismo del tutto distaccato e dotato di propri obiettivi. Un’Azienda Speciale, pur autonoma rispetto all’ente da cui emana, ha un livello di integrazione e prossimità assai maggiore, che consente la realizzazione di finalità politiche e sociali in maniera assai più flessibile. In merito al secondo punto, sebbene anche l’Azienda Speciale in quanto ente economico debba operare “con economicità di gestione”, con questa locuzione si intende soltanto la necessità di coprire i costi di produzione con entrate proprie, al netto ovviamente della copertura garantita da finanziamenti per scopi sociali a carico dell’ente emanatore. In una società per azioni, invece, il concetto di economicità deriva dalla redditività e dal profitto, i quali impongono che il servizio offerto sia remunerativo ovvero che vi sia la remunerazione del capitale commisurata a criteri di “normale rendimento del capitale” anche laddove la proprietà sia interamente pubblica.

Queste differenze rendono l’Azienda speciale un istituto profondamente più adeguato all’esigenza di fornire servizi pubblici fuori dalla logica del mercato. Il caso dell’azienda di gestione del servizio idrico a Napoli, unico esempio di “ripubblicizzazione” tramite trasformazione di una SpA in Azienda Speciale, ha avuto in tal senso una forte eco nazionale e può essere considerato un possibile modello cui ispirarsi nei processi di ri-collettivizzazione di ciò che nel tempo è stato privatizzato o comunque profondamente snaturato nella sua vocazione pubblica. 

La battaglia per servizi pubblici di qualità accessibili universalmente e orientati al soddisfacimento dei bisogni e non al profitto, è uno degli architravi irrinunciabili di una strategia politica di promozione degli interessi delle classi subalterne e della collettività, contro la sete di profitto di un’oligarchia che vorrebbe mettere mano su ogni residuo di economia pubblica ancora esistente. È anche una cartina al tornasole perfetta per mostrare la sostanziale identità di vedute tra chi governa e ha governato Roma negli ultimi decenni (centro-destra-sinistra e 5Stelle) e rimarcare la differenza con chi invece fa di Roma Città Pubblica non uno slogan vuoto ma una dichiarazione di intenti e un principio guida. Cambiare lo stato delle cose si può, basta volerlo (e votarlo).

martedì 7 settembre 2021

Anni '70. Al jazz riesce l'impresa unica ed assoluta di unire la sinistra in Italia

 A cura di Luciano Granieri

Il 27 agosto scorso ho avuto il piacere di presentare il libro di Diego Protani "Sunshine tutti i colori della musica"  edito da LFA Publisher. Un volume che, attraverso la testimonianza di grandi musicisti degli anni ‘60 e ‘70 descrive il clima culturale e sociale di quei due decenni. Diego Protani, nel corso della presentazione, ha chiarito che aveva scritto un libro di politica, perché le sue interviste a gente come Al Kooper, James Litherland, Leo Lyons e tanti altri artisti, protagonisti della scena rock e progressive del tempo, rimandano un quadro che è intriso di politica, la testimonia e la indirizza negli interstizi più profondi delle masse popolari. 

Nel preparare quell’intervista mi è tornato alla memoria il bel libro di Adriano Bassi, dal titolo “Giorgio Gasllini, vita, lotte, opere di un protagonista della musica contemporanea” la cui prima edizione è uscita nel 1986 per Franco Muzzo editore. Un testo in cui il   pianista jazz milanese, intervistato dall’autore,  rivela un quadro dai contorni netti e chiari del periodo storico in cui ha suonato e operato nel campo della cultura e dalla didattica a partire dagli anni ‘40. 

Da questo libro ho voluto trarre un frammento in cui Gaslini spiega come il jazz in Italia, agli albori degli anni ‘70, sia stato in grado di unire sinistra parlamentare, extra parlamentare e masse giovanili, nell’identificare la musica afroamericana come ineguagliabile  icona di liberazione nel campo dei diritti umani,  civili e sociali, trasformandola in un potente strumento di lotta . Ma allo, stesso tempo, come il jazz stesso abbia tratto linfa dai mega festival di stampo politico e di massa per ritrovare un protagonismo perso all’inizio degli anni ‘60. In particolare dall’avvento del rock incardinato per lo più nella musica dei Beatles. 

 Un periodo in cui qualche concerto veniva organizzato nei teatri, ma esclusivamente delle  grandi città, e i soli festival del jazz di Sanremo e di Bologna,  pur costituendo una vetrina importante, erano insufficienti per la diffusione della musica afroamericana. I  musicisti italiani, relegati nei sottoscala dei night club, erano sopraffatti dall’ imperversare delle  prime discoteche, o meglio, per dirla con Adriano Mazzoletti, di “locali da ballo con musica riprodotta”. 

Penso che il testo possa costituire, inoltre, testimonianza dell’evoluzione di un indirizzo culturale e sociale, seppellito poi dall’appiattimento creativo imposto dalle esigenze del mercato, eletto a sistema unico ed incontrovertibile  dalle politiche liberiste esplose a partire dagli anni ‘80.

Buona Lettura.

Luciano Granieri



 Fabbrica Occupata

di Giorgio Gaslini.

Fabbrica occupata è brano ispiratomi dal senso spettrale di angoscia, di tragedia, ma anche di forza all’interno di una fabbrica occupata, coi macchinari coperti dai teli, con le maestranze raccolte in un salone, sedute per terra attorno ad una stufa accesa a discutere per ore e ore del giorno e della notte, i bambini, i familiari, il vitto portato da casa. Tutto questo durava magari quindici giorni. Io passai tante ore con loro in varie fabbriche, poi mi invitarono gli operai stessi in molte parti d’Italia a tenere concerti all’interno delle fabbriche occupate. Andai in forma di solidarietà, assolutamente a titolo gratuito, anzi molte volte mi pagavo le spese di viaggio, ma ho la grande soddisfazione di aver contribuito nel portare a conoscenza dell’opinione pubblica queste situazioni. Una volta feci un concerto sul tetto di una fabbrica di Genova, con gli altoparlanti sulla città. Il giorno dopo fu riportato l’accaduto su una pagina intera del quotidiano ligure. Tutto ciò servì come documentazione, perché il Ministero e il Ministro si mossero finalmente e la fabbrica fu riaperta. Altre volte successe nell’hinterland milanese. Mi ricordo di un ultimo dell’anno passato con le maestranze di una fabbrica occupata vicino a Parma. 

Fabbrica occupata non fu un brano scritto al tavolino, ma qualcosa di molto vissuto. La prima esecuzione avvenne nel ‘72 ad Umbria Jazz, sulla piazza di Perugia, era la prima edizione del festival, con 10.000 ragazzi seduti nella piazza di Perugia fino in fondo alla via. Era successo un fenomeno stranissimo. Qualche giorno prima era stato programmato una specie di mega festival rock vicino Modena. All’ultimo momento questi ragazzi si erano già messi in cammino a decine di migliaia per andare in autostop, a piedi e con mezzi di fortuna a questo festival, dove avevano addirittura promesso la presenza di Bob Dylan (cose leggendarie). 

Io partii con la macchia per andare in Umbria ed in autostrada trovai centinaia di ragazzi che chiedevano l’autostop. Un paio di giorni prima avevano sospeso questo festival, quelli che già si erano messi in cammino dirottarono tutti su Umbria Jazz e scoprirono di colpo questo festival. Fu la sua stessa fortuna, perché già nella prima serata arrivarono in decine di migliaia, erano almeno 20.000 ragazzi con il sacco a pelo. Quella sera dopo di me si sarebbe esibito Sun Ra, tra le altre cose dovevo suonare la sera prima con i Weather Report, ma era venuto a piovere e il concerto era stato sospeso. Chiesi di poter suonare la sera dopo, nonostante il festival dovesse pagarmi lo stesso e mandarmi a casa. Dissi che non volevo i soldi senza aver lavorato ed allora ecco questa serata a Perugia, condivisa con Sun Ra. Dentro di me pensavo: “succeda quel che succeda io faccio questo pezzo”

Bisogna pensare che non si erano ma visti 10.000 ragazzi seduti per terra ad un festival di jazz e non si sapeva se questi lo conoscessero e che tipo di reazione avrebbero avuto essendo abituati al rock. La reazione fu incredibile: si alzarono tutti in piedi applaudendo. In quel momento incominciò una nuova fase non solo della mia musica, ma della musica in Italia. Quando scesi ai piedi del palco c’erano gli organizzatori di “Libertà 1”, un festival che si teneva a Pisa dopo qualche giorno. Mi chiesero di partecipare a Libertà 1 solo come pianista. Accettai e provai delle sensazioni indimenticabili per il calore diomostratomi dal pubblico. 

Ho ancora un manifesto di quella serata, che fu in realtà una non stop di dieci ore, dal pomeriggio alla notte, in cui ogni numero musicale si alternava ad un personaggio di spicco del movimento generale di rinnovamento che si era creato in Italia: dalla prima femminista, alla prima ragazza che era riuscita a denunciare una violenza subita, all’anarchico messo in galera per sbaglio, all’obiettore di coscienza, oppure a gruppi che semplicemente testimoniavano il loro modo di essere. Ricordo che suonai alle due di notte, nello stadio dove si svolgeva la manifestazione. Avevano costruito un grande palco altissimo dove non vi si era potuto mettere sopra il pianoforte perché il palco non lo reggeva. 

Erano tutte soluzioni di fortuna, con un pianoforte a coda sotto, a livello del pavimento, e tutta la gente seduta non solo sugli spalti, ma anche dentro, per cui ero sepolto da circa 8.000 persone. Mi ricordo che chiamai uno del servizio d’ordine, un tipo alto e grosso come un armadio e dissi: “Guarda che questo pianoforte ha due o tre note che non funzionano”. Questo era il clima in cui si svolgevano le manifestazioni, dove non si andava troppo per il sottile, dove l’importante era l’ideologia oltre che la musica e così lui rispose: “Ci sono due o tre note che non funzionano? E tu saltale!”. Io da musicista rabbrividii, ma poi pensai che era importante la testimonianza, in quanto la musica la suonavo come volevo e sapevo, non c’era un handycap musicale, ma una predominanza della presenza e della testimonianza. Anche in questo caso ci fu una reazione travolgente. 

Contemporaneamente mi successe un altro fatto. Fui contattato dai rappresentanti del Festival dell’Unità, che mi dissero: “Il jazz al Festival dell’Unità non l’abbiamo praticamente mai fatto, vogliamo provare a Firenze, alle Cascine, è un festival provinciale e vediamo cosa succede”. Era il 1973 e mi invitarono con il mio gruppo. Andai nel pomeriggio, c’era un palco organizzatissimo con i microfoni, un pianoforte a coda e una grande platea; gli organizzatori erano terrorizzati e si chiedevano se sarebbe venuta gente con la vecchia mentalità istituzionale del Festval dell’Unità, dove i divi erano stati per dieci anni Claudio Villa e Sergio Endrigo. Per rincuorali dissi: “Sentite, io facci concerti dal dopoguerra, ho sempre avuto pubblico e non vedo perché non dovrebbe venire questa sera”. 

Arrivarono le 21,00 e anche 3.000 persone, famiglie complete con bambini. Sbalorditi dal grande successo avuto, da quel momento per 10 anni i Festival dell’Unità hanno fatto il jazz. Tutto ciò dimostra come il PCI nella sua maggioranza di base era più all’avanguardia di alcuni suoi intellettuali di vertice. 

L’importanza di tutto ciò non era tanto nel risultato economico, ma nel fatto che si erano accorti del jazz tutti in sintonia: i grandi movimenti giovanili che provenivano dal rock con Umbria Jazz, i movimenti della sinistra istituzionale con i Festival dell’Unità, e i movimenti della sinistra extra parlamentare con Libertà 1

   


 Note Biografiche tratte dal sito “giorgiogaslini.it”

Pianista, compositore, direttore d’orchestra milanese, musicista jazz di fama internazionale, ha al suo attivo più di tremila concerti e cento dischi, per i quali ha vinto dieci volte il Premio della Critica.

Iniziatore di correnti musicali e portatore della musica ai giovani in scuole, università, fabbriche, ospedali psichiatrici ha tenuto concerti e partecipato a festival inoltre 60 nazioni.

E’ stato titolare dei primi corsi di jazz nei Conservatori S. Cecilia di Roma (1972-73) e G. Verdi di Milano (1979-80), facendo conoscere una nuova generazione di talenti musicali e aprendo la strada all'ingresso ufficiale del jazz come materia di studio in tutti i conservatori italiani.

Ha collaborato per le musiche di scena con i più prestigiosi registi di teatro e per la televisione.

Per il cinema ha composto numerose colonne sonore: celebri le sue musiche per il film “La Notte” di MICHELANGELO ANTONIONI, premiate con il NASTRO D’ARGENTO. Ha collaborato inoltre con registi quali CARLO LIZZANI, MIKLOS JANCSO e DARIO ARGENTO.

E’ autore dei libri Musica Totale (Feltrinelli), Tecnica e arte del Jazz (Ricordi), Il tempo del musicista totale (Baldini e Castoldi). 

Grande artista milanese. Compositore, Direttore d'orchestra, pianista oltre che intellettuale autentico. In  oltre sessant'anni di carriera  ha tradotto la sua creatività in suoni, versi e parole.
Protagonista assoluto nella storia della musica italiana, ha contribuito all'affermazione del jazz, ha posto le fondamenta della musica totale europea.
Dopo aver conseguito sei diplomi al Conservatorio di Milano, ha composto lavori sinfonici, opere e balletti rappresentati al Teatro alla Scala e nei più importanti teatri italiani e internazionali.

Giorgio Gaslini è morto il 29 luglio 2014 all'ospedale di Borgotaro (Parma), dove era ricoverato da circa un mese dopo una caduta. Era nato a Milano il 22 ottobre 1929.

Nella sua lunga carriera ha tenuto circa quattromila concerti in tutto il mondo e all'impegno nel jazz ha affiancato anche la musica classica, con una copiosa discografia.






 


sabato 4 settembre 2021

Elezioni nei Comuni: il grande rimosso del debito

Ritengo fondamentale per una discussione sulla modalità di partecipazione alle elezioni comunali di Frosinone, a cui manca ancora un anno, proporre l'articolo che segue  di Marco Bersani. E mi domando se veramente esista qualcuno di buona volontà, in questa città, disposto ad aggregare soggetti  sulla base di  un programma di amministrazione del Comune imperniato sull'uscita dalla trappola del debito  e la ricusazione delle politiche di austerità che da decenni strozzano gli enti locali. Come sappiamo la  popolazione frusinate ha subito, e sta subendo, una devastazione sociale scandita  da  un piano di rientro terribile imposto ai cittadini per debiti, non  accumulati  da loro, ma frutto della  speculazione fondiaria privata. Debito, per altro, peggiorato dalla giunta Ottaviani. La possibilità di opporsi a questa deriva - anche alla luce del  prossimo  giro di privatizzazione dei servizi pubblici imposto dal PNRR, per cui  gli  enti locali verranno totalmente espropriati degli ultimi beni a loro rimasti -  secondo me deve costituire  obbligatoriamente la base di   un programma elettorale da cui partire. Perchè è inutile promettere agli elettori la luna se poi non ci sono i soldi neanche per guardarla. Tutto ciò  per evitare, come sottolinea Marco Bersani, di assistere per l'ennesima volta  al doppio spettacolo della promessa di ricchi premi e cotillon da una parte e del deprimente voto “utile” dall’altra. Il guaio di Frosinone è che da diverse tornate elettorali non ci si ferma al voto utile ma  si confezionano "liste utili"

Luciano Granieri.



 Marco Bersani, fonte Attac Italia https://www.attac-italia.org/

Nel prossimo autunno andranno al voto 1347 Comuni, pari al 17% del totale. Fra questi, la capitale (Roma), 5 capoluoghi di regione (Milano, Napoli, Torino, Bologna, Trieste) e 15 capoluoghi di provincia.

I faccioni dei candidati e delle candidate tappezzano già i muri delle città con mirabolanti promesse di cambiamento, senza che nessun* di loro si periti di spiegare con quali risorse andranno a realizzarle.

Già, perché dopo due decenni di politiche di austerità e di trappola del debito, la situazione finanziaria dei Comuni è drammatica: sono 1083, pari al 14% del totale, quelli in condizioni di dissesto o di pre-dissesto; fra questi, anche grandi città metropolitane come Napoli, Catania, Messina, Reggio Calabria.

E’ infatti sui Comuni che sono state scaricate in questi anni tutte le politiche di “risanamento” della finanza pubblica, con una sproporzione evidente: nonostante il peso del comparto sulla spesa della finanza pubblica nel suo insieme non superi il 7,4%, e nonostante il peso sul debito pubblico sia irrisorio (1,6%), nel periodo 2011-2018 ai Comuni sono stati sottratti 12,5 miliardi di eurocon immaginabili conseguenze sull’erogazione dei servizi per i rispettivi abitanti.

Una progressiva espropriazione di risorse, che, se forse ha permesso ai governi di presentarsi in Europa “con i compiti fatti”, non è riuscita a conseguire neppure la famosa stabilità finanziaria, come si evince dalla situazione dell’indebitamento, che, per quanto molto basso in valori assoluti (35,2 miliardi a giugno 2020), sta letteralmente strangolando moltissimi enti locali, in particolare i più piccoli.

In media, l’onere complessivo del debito raggiunge il 10% delle spese correnti comunali, ma, se consideriamo gli enti fino a 10 mila abitanti, sono 2.130 (30%) i Comuni che registrano un onere complessivo del debito superiore al 12% della spesa corrente; e, di questi, 727 enti (10%) superano un’incidenza del 18%.

Già, perché non tutti sanno che, mentre lo Stato si finanzia con tassi intorno all’1%, il tasso medio degli interessi pagati sui mutui dagli enti locali è intorno al 4,5%, con l’enorme paradosso che tre quarti di questi sono detenuti da Cassa Depositi e Prestiti (l’81% del cui capitale è in mano al Ministero dell’Economia e delle Finanze).

In poche parole, siamo di fronte a uno Stato che, dopo decenni di espropriazione degli enti locali, riveste nei loro confronti anche i panni dell’usuraio.

Eppure, ad un certo punto, le cose sembravano finalmente avviarsi a cambiamento: il 30 dicembre 2019, l’allora governo Conte approvò il decreto Milleproroghe, con all’interno l’art. 39, che prevedeva l’accollo da parte dello Stato dei mutui dei Comuni allo scopo di ricontrattarne una drastica riduzione dei tassi di interesse, con un risparmio ipotizzato per gli enti locali intorno ad 1 miliardo/anno.

La norma coinvolgeva tutti i mutui vigenti alla data del 30 giugno 2019, con scadenza successiva al 31 dicembre 2024, e con un debito residuo superiore a 50 mila euro o di valore inferiore nei casi di enti con un’incidenza degli oneri complessivi per rimborso prestiti o interessi sulla spesa corrente media del triennio 2016-2018 superiore all’8%.

Nonostante il percorso ipotizzato prevedesse un iter molto celere, si è dovuto aspettare un anno (gennaio 2020) per avere il primo, ancora generico, decreto attuativo, mentre è solo nel gennaio di quest’anno (due anni dopo!) che è stata istituita l’Unità di Coordinamento per la riduzione dell’onere del debito degli enti locali, primo passaggio per l’avvio dell’iter, dei cui tempi successivi non è dato sapere.

La prossima tornata elettorale si svolgerà di conseguenza senza nessuna novità su questo fronte e con i Comuni in difficoltà finanziarie ancor più amplificate dalla pandemia in corso.

C’è qualcun* che vuole aprire una discussione pubblica su questa situazione in tutte le città e i Comuni che andranno al voto? O anche questa volta dovremo assistere al doppio spettacolo della promessa di ricchi premi e cotillon da una parte e del deprimente voto “utile” dall’altra?

mercoledì 1 settembre 2021

A Piazza Garibaldi un'altra cultura è possibile.

 Luciano Granieri




"Sunshine, tutti i colori della musica, è un libro di politica”. E’ quanto ha premesso Diego Protani, nel corso della presentazione del suo ultimo volume, edito da LFA Pubblisher, sulla musica degli anni ‘60 e ‘70. Evento organizzato dalle associazione “Spazio Arte Rigenesi” e “Oltre l’Occidente” in Piazza Garibaldi a Frosinone venerdì scorso 27 agosto.

 In effetti far parlare i musicisti attivi in un periodo carico di risvolti conflittuali, rivoluzionari, definiti da alcuni utopici, costruisce una narrazione potente e significativa. Raccogliere le testimonianze degli artisti di allora, riportare le fasi di un percorso finalizzato alla piena librazione della propria espressività e partecipazione collettiva al panorama socio culturale di oggi è, di fatto, un’operazione politica a tutto tondo. 

Così come operazione politica è stata la modalità con cui si è svolta la presentazione in piazza del libro di Diego Protani. Unire le riflessioni scaturite dal confronto sui temi di “Sunshine tutti i colori della musica”, fra l’autore e il pubblico (sollecitato dal conduttore) con la musica eseguita dal vivo dal gruppo Dottor Louis & The Icebreakers, è stata una manifestazione  dai risvolti politici significativi.

Quell’evento, frutto di contaminazione fra parole e note, svoltosi in una piazza storica, fuori dai rigidi schemi imposti da un’amministrazione comunale accentratrice, è una vera rivoluzione politica. Dimostra che la nostra città non è così ingessata in uno schema in cui: da un lato c’è il festival de conservatori, evento indubbiamente meritorio ma dal costo, troppo esorbitante, riservato ad una èlite, o pseudo tale, dall’altro esistono manifestazioni grossolane utili a far fare affari ai commercianti, pensate per un pubblico, giudicato, a torto, bolso e ignorante.

 Ci riferiamo a  rassegne teatrali di bassa levatura e cinematografiche poco curate, come se il loro svolgimento fosse una scocciatura per l’amministrazione. Proiezioni mortificate da un’arena , ricavata dentro il "Matusa", (ma la Villa Comunale esiste ancora in questa città?),  in cui l’inquinamento luminoso non consente una visione ottimale,  locandine e brochure che riportano i titoli dei film sbagliati a dimostrazione di una penosa sciatteria. Tanto il popolo bue partecipa ugualmente. 

Ci riferiamo anche al Matusa (ex stadio trasformato in fiera di bassa lega) anch’esso costato uno sproposito, e alle Terrazze di C.so della Repubblica, da dove si può ammirare un belvedere, che di bello non ha proprio nulla, avvolti dai mefitici fumi di olio da frittura, stantio ed esausto,  che profluviano da orrende bancarelle di street food. Una pianificazione dettata da necessità commerciali più che culturali. Non è un caso che per chiedere l’occupazione di suolo pubblico al Comune è necessario rivolgersi all’assessorato per le attività produttive. 

La presentazione del libro di Diego Protani, con l’annesso concerto dei Dottor Louis & The Icebreakers, ha dimostrato che a Frosinone  un’altra cultura è possibile, evadendo dai rigidi schemi dettati dal padrone unico della città. Ha dimostrato, anche, che il Centro Storico può vivere fuori dalle quinte posticce che nascondono degrado ed abbandono. E questa è politica piena. E’ proposta. E’ servizio ai cittadini. 

Da rimarcare che tutto ciò ha avuto luogo senza utilizzare alcun finanziamento, né privato né pubblico, evitando di fare cassa di risonanza ad amministratori pubblici "mecenati" che pretendono di detenere il potere unico sugli eventi culturali in Provincia e che fanno passerella prima di ogni concerto per poi lasciare l’uditorio senza neanche ascoltare un brano. 

 Ciò a dimostrazione che non servono finanziamenti faraonici per fare cultura,(anche se qualche soldo è necessario) ma occorre soprattutto tanta passione ed impegno, quello che i comitati elettorali, denominati impropriamente partiti, oggi non hanno più. Abbiamo fatto politica con passione e vogliamo continuare, riqualificando, a modo nostro, un luogo bellissimo come Piazza Garibaldi, trasformando questo salotto popolare in una culla della cultura per tutti.