Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

venerdì 14 aprile 2023

LA RESISTENZA BEATIFICATA

 

(Pietro Secchia - Botte - in “Rivista storica del socialismo” n. 22 maggio-agosto 1964)

Mancano una decina di giorni al 25 Aprile, festa della liberazione dal nazifascismo. Viste le facezie sentite dai dirigenti governativi, temo altre dichiarazioni fuori luogo in vista della ricorrenza. Ma la presenza al governo di forze che si richiamano al fascismo, in modo più o meno velato, non è un caso. E’ il frutto di mancanze, sottovalutazioni, quando non convenienze a fornire letture improprie, incomplete della Resistenza. Dal bel libro "La Resistenza accusa 1945 - 1973" delle edizioni Mazzotta, di Pietro Secchia (dirigente comunista, dirigente partigiano, dirigente dell'ANPI), propongo un articolo scritto per il ventennale della Resistenza che vi consiglio di leggere non solo per la sua immutata attualità, ma principalmente come chiave per una corretta lettura della Resistenza; lotta non solo di avanguardie, ma di forze sociali, di uomini e donne, di operai, contadini e lavoratori, di città e di paesi, che maturarono una più avanzata coscienza democratica trasformando il fine della sconfitta del nazifascismo in programma per una società di pace, libera, uguale e solidale, come poi venne scritto nella nostra Costituzione. Un programma che Secchia lamentava non essere ancora attuato nel 1964. Non poteva sapere, ahimè, che ad oggi, 2023, non solo è rimasto inattuato, ma sta subendo una tremenda regressione. 

Luciano Granieri



Di seguito il testo: 

Cari compagni della “Rivista storica del socialismo”, ho fatto, in questi giorni, una scoperta sensazionale che mi costringe a cospargermi il capo di cenere e a scusarmi per la grave lacuna insita nel mio scritto sulla Fiat nel periodo della Resistenza, pubblicato nel n. 21 della vostra rivista. Ignoravo un grande testo, un’opera veramente monumentale, edita ben sedici anni or sono a cura dei grandi industriali, che porta nuova luce sul possente, decisivo contributo di questa emerita categoria al successo della Resistenza. I dirigenti dei più grandi monopoli, la Fiat in testa, sono stati tutti in prima linea nella lotta partigiana, e noi non lo sapevamo!

Un forte numero di questi uomini, ponendo risolutamente a repentaglio le proprie aziende, i loro averi, a volte e non poche, la loro libertà e la loro vita hanno completato, aiutato, integrato l’azione delle forze clandestine. In molti, infiniti casi, l’azione degli industriali a favore della Resistenza è stata così decisa ed aperta da apparire risolutiva e determinante. (Resistenza, Editoriale Italica 1948)” Non ci rimane che fare solenne ammenda e accingerci a rivedere molti giudizi, a rielaborare profondamente non soltanto lo studio sulla Fiat, ma tutta la storia delle Resistenza, poiché ad aver peccato, e ciò mi è di sollievo, siamo in molti e mi trovo in buona compagnia.

Avevamo, è vero, un pò tutti nei nostri studi tenuto in considerazione l’atteggiamento positivo e il contributo dato da un certo numeri di piccoli e medi industriali, alcuni dei quali pagarono con la vita il loro amore alla libertà. Ma non si tratta di questo. Ci eravamo dimenticati dei grandissimi industriali; ancor peggio, avevamo posto in cattiva luce il loro comportamento ed in genere quello dei gruppi monopolistici.

Molti di questi grandi capitani d’industria erano dei cospiratori, dei partigiani e noi lo ignoravamo. Essi hanno armato, finanziato la Resistenza, ridotto al minimo la produzione, organizzato il sabotaggio e gli scioperi nelle loro fabbriche, opposto coraggiosamente i loro petti al tentativo tedesco di deportare gli operai. Non c’è direzione di grande complesso industriale che non rivendichi “di essersi opposta energicamente” all’invio delle masse lavoratrici in Germania; ognuno dei dirigenti lottò sino alla fine  con forza e abilità”

L’errore nel quale siamo incorsi è veramente imperdonabile. Gli operai avviati a migliaia oltre il Brennero, a Mauthausen, a Buchenwald, negli altri campi della morte, non dovevano essere italiani, forse erano marziani.

C’è di più. In molti posti i combattimenti ebbero luogo all’interno degli stabilimenti o nelle immediate vicinanze ed i feriti erano ricoverati nelle infermerie delle aziende; il reciproco soccorso, l’affetto, l’amor di patria era uguale in industriali e partigiani.” Tutte cose da noi sempre ignorate, e tutte sono documentate fabbrica per fabbrica, cantiere per cantiere. Non c’era officina, a cominciare dalla Fiat, che non nascondesse  un comando partigiano, missioni alleate, stazioni radiotrasmittenti e riceventi, depositi di armi, servizi informativi, comitati di agitazione. Veramente questo era stato da noi documentato, ma con una grave omissione di fondo: non avevamo detto che tutto ciò avveniva per iniziativa, con il consenso ed il pieno appoggio dei grandi industriali.

Ignoravamo che “al mattino del 25 luglio il Sen. Giovanni Agnelli arrivò presto in ufficio e il suo primo atto fu quello di telegrafare a Badoglio per salutare a nome di tutta la Fiat il ritorno alla libertà e per mettere a disposizione del nuovo governo l’opera della Fiat ed il giornale La Stampa di proprietà della Fiat”. Ignoravamo che “il pomeriggio del 10 settembre alla Fiat si attendeva che da Roma si confermasse chiaro, risoluto, l’ordine della resistenza militare ai tedeschi. La cosa era possibile con l’appoggio del popolo. Il direttore generale della Fiat, professor Vittorio Valletta, si precipitò al comando militare ed ebbe con il generale Adami-Rossi un colloquio drammatico: bisogna opporsi, resistere, combattere, mandare contro le forze germaniche le nostre forze armate, sollevare la popolazione”.

Valletta si pone così alla testa dell’insurrezione nazionale, la lettura diventa, di pagina in pagina, sempre più avvincente. Sono elencate, ad una ad una, tutte le date in cui, nei 18 mesi di occupazione, Giovanni Agnelli e Vittorio Valletta vennero dai tedeschi minacciati d’arresto, chiamati, alcune volte anche di notte, portati in certe ville dove si svolgevano fieri colloqui con i comandi tedeschi. Fortunatamente la scamparono sempre, ma ogni volta proprio per un pelo.

Proseguendo nella lettura troviamo tutti gli altri, i compagni Donegani, Farina, Mariotti, Pirelli, Rivetti, i Crespi del Corriere della sera, i dirigenti della Montecatini, delle Ferriere Lombarde, delle Officine Reggiane, dei Cucirini Cantoni Coats, dell’Isotta Fraschini, delle Officine Falck, della Dalmine, fior fiore dei patrioti al cento per cento. Non manca nessuno. E dire che siamo stati così ingiusti! Ma una qualche attenuante ci deve essere concessa, perché questi grandi industriali che hanno provveduto con un così grosso e ricco volume a fornirci tutte queste notizie, confessano che avevano in passato, per modestia, taciuto di “ avere svolto quella rischiosa attività in modo invisibile, quanto verrà qui esposto”, essi concludono, per molti apparirà una rivelazione. Il tedesco non bisognava affrontarlo, occorreva aggirarlo. Si può dire che tutta la lotta antitedesca si svolse con questa tattica giudiziosa, specialmente considerata oggi “.

E dire che noi e i nostri comandi partigiani non conoscevano una tattica così abile. Eravamo proprio degli scriteriati, sprovveduti dei principi più elementari dell’arte militare.

A parte le amenità, ritengo che il tema meriti di essere ripreso in modo sereno e pacato. Anche quel cumulo di facezie, di bugie, di invenzioni, di dati affastellati, ma non tutti falsi, ha il suo interesse. Le menzogne sono anch’esse, a modo loro, delle testimonianze; ci spingono intanto a verificare i dati, ad approfondire la ricerca, ad esplorare più da vicino certi aspetti della Resistenza, trattati finora piuttosto sommariamente.

Recenti studi hanno affrontato il problema dell’amministrazione tedesca in Italia e dei suoi rapporti con le organizzazioni economiche e industriali; ma nessuno di noi ha mai ignorato che legami finanziari e quindi politici i grandi capitalisti li hanno avuti anche  con gli Alleati, con il CLN, con certi uomini dell’antifascismo e della Resistenza. Abbiamo sempre riconosciuto che, dopo il 25 luglio e specialmente dopo l’8 settembre, i grandi industriali andarono mutando il loro atteggiamento, non tanto perché toccati dalla grazia divina e convertiti improvvisamente agli ideali dell’antifascismo e della Resistenza, ma poiché era ormai evidente la sconfitta del nazismo. Da qui la loro cauta fronda nei confronti dei tedeschi, della Repubblica di Salò, il loro doppiogiochismo. abbiamo mai taciuto delle influenze che essi riuscirono ad esercitare nella situazione (l’attesismo) ed all’interno stesso dei CLN. Non so però se le abbiamo tutte soppesate ed adeguatamente valutate anche in rapporto al modo come andarono a finire le cose. Problemi tutti sui quali ancora molto dovremo scavare e che ci potranno servire a meglio comprendere anche il presente.

Ma in questo momento siamo in altre faccende affaccendati. Le celebrazioni del ventennale della Resistenza si susseguono a ritmo serrato: è tutta una processione di discorsi, di inaugurazioni di lapidi, monumenti, tra preci, fiori, musiche, fanfare e l’elevarsi al vento di inni di gaudio.

Su questo ventennale della Resistenza, ha osservato Alessandro Galante Garrone, sembra spirare uno zefiro soave; sembra “un’aura dolce, senza turbamento, avere in sé” , come diceva il padre Dante, all’insegna del volemose bene.


Tutti oggi celebrano la Resistenza, non manca proprio nessuno. L’Italia ufficiale e popolare, laica e cattolica. persino i gesuiti di Civiltà Cattolica hanno sentito il bisogno di essere presenti. Naturalmente la celebrano a modo loro, aprendo un editoriale con le autorevoli parole pronunciate da Paolo VI per dichiarare che la ricorrenza è per l’Italia piena di memorie tragiche e grandi”. La celebrano come “ una lotta fratricida che ha lasciato degli strascichi dolorosi nell’animo degli italiani, una ferita non ancora rimarginata; una guerra civile combattuta con spaventosa violenza che ha portato le tre parti in lotta (partigiani, tedeschi e fascisti) ad efferatezze, ad eccidi, a rappresaglie e vendette terribili “

Il bene ed il male, il torto e la ragione, l’umanità e la barbarie stavano naturalmente, secondo i reverendi padri, dalle due parti. Vittime e carnefici, oppressi ed oppressori sono messi in fascio e accumunati in un solo destino.

Al coro s’é unito persino Indro Montanelli, che tutto giulivo va cantando a distesa che bellissima cosa rievocare la Resistenza”.

Non mancano, è vero, alcuni brontoloni, ai quali l’amico Parri paternamente ricorda che “ l’ufficialità, spesso refrigerante, l’abbiamo voluta noi, perché in questo paese dalla memoria così breve, una prima garanzia contro i dietrofront la dà, e questo passaporto occorre per arrivare alla scuola. Io mi sono sinceramente rallegrato”, continua Maurizio, “ quando ho sentito uomini di governo, lontani spesso dalle nostre esperienze, onorare i fatti della Liberazione con lo stesso accento di chi ha combattuto per essa. Ed hanno torto i compagni brontoloni, desiderosi ed insieme diffidenti di quanto sa di ufficiale”.

Appartengo anch’io, modestamente, alla schiera dei celebratori ed al tempo stesso dei brontoloni. Non c’é domenica e spesso anche sabato che non mi ritrovi in qualche piazza o teatro a commemorare la Resistenza assieme a uomini che hanno combattuto per essa, o ad altri che, per usare il diplomatico eufemismo suggerito da Parri, furono   in quegli anni “lontani dalle nostre esperienze” di ciò non posso anch’io che essere lieto.

Altro è il motivo del brontolio. In troppe manifestazioni ufficiali la Resistenza è celebrata soltanto da uomini che furono lontani dalle nostre, ed assai vicini, ad altre esperienze, per cui ne viene fuori la celebrazione di una Resistenza che non fu certo la nostra né quella di Maurizio.

Non è l’ufficialità, non sono i nuovi cantori della Resistenza a dare fastidio. Che siano uomini di governo ed alte autorità dello Stato a celebrarla può essere elemento positivo e contribuire a farla penetrare negli studi, nelle scuole e nelle aule magne. Purché celebrino la Resistenza quale essa fu, con i suoi ideali ed il suo programma e non una sorta di mito o di divinità fatta ad immagine e somiglianza dell’odierno governo        di  centro-sinistra più che non a quello che stava alla testa della Liberazione nazionale: il CLN.

E’ vero che oggi sta sugli altari la teoria del minor male, del “meglio accontentarci di poco”, “da cosa nasce cosa”, “meglio l’uovo oggi che la gallina domani”. E sia purché, come diceva Antonio Gramsci, non si tratti di un uovo di pidocchio.

Ciò di cui non pochi brontolano, e con ragione, non sono tanto gli amen che spesso chiudono, quasi a dare loro sepoltura, le manifestazioni celebrative, quanto il tentativo aperto e sfacciato da parte dei nuovi arrivati di deformare, rovesciare la Resistenza, presentarla con un volto ministeriale, dall’aspetto piuttosto “sinistro”, funereo.

I circoli dirigenti di governo monopolizzando, o quasi, manifestazioni, quanto meno le più ufficiali, sia sulle piazze che nei teatri e alla televisione, cercano di presentare una Resistenza evirata, senza principi, senza obiettivi, senza programmi sociali, come un grande movimento a cui tutti hanno partecipato, da Pio XII a Vittorio Valletta, e nel quale, come ha scritto il generale Cadorna, “la grande maggioranza dei caduti diede la vita  non per creare in Italia un nuovo regime di libertà, ma in nome degli ideali tradizionali: Dio, patria, famiglia”.

Di fronte a tali ed altre simili falsificazioni, come ritenerci soddisfatti, come non brontolare?

La televisione brilla nella sua opera di discriminazione e di deformazione. Certo, le trasmissioni dedicate alla Resistenza costituiscono qualcosa di nuovo, un passo avanti rispetto all’aperta denigrazione degli anni della guerra fredda, al punto che la stampa fascista s’é scagliata contro l’andata in onda dei documentari delle atrocità compiute     dai  tedeschi e dai fascisti e del martirio dei patrioti.

Ma la lettura dei brani, la scelta delle lettere, delle ultime parole dei condannati a morte è sempre fatta con sottile discriminazione (i comunisti non vi figurano mai né come idee né come persone) nell’intento evidente di mettere in luce l’eroismo, il sacrificio, le sofferenze, il pensiero rivolto a Dio. Mai si illuminano e si precisano gli ideali per      cui i caduti lottarono.

Molti dei discorsi celebrativi e delle trasmissioni televisive abbondano di questa retorica del sacrificio, dell’eroe senza volto tanto lontano e diverso dai vivi, appunto perché morto. Nell’esaltazione astratta della forza d’animo e della nobiltà dei caduti appare chiara la volontà di svuotare la Resistenza della sua realtà ignorandone gli ideali e il programma.

Non possiamo certo dichiararci soddisfatti, né tantomeno prestarci a simili deformazioni della verità e della storia. I giovani vogliono sapere, ma non vogliono essere ingannati. Per di più stiamo osservando come coloro che contribuiscono a trasformare la    Resistenza in una sorta di mito,  di fenomeno religioso, già cominciano a credere alla leggenda che essi stessi mettono in circolazione.

No, la Resistenza non fu un fenomeno religioso, Né semplicemente la manifestazione del sublime sacrificio di un popolo e neppure soltanto un grande movimento di lotta contro lo straniero, o la rivolta dell’uomo per la salvezza dell’onore e della dignità umana. Non è lecito ignorare gli ideali, le classi, le forze sociali che furono il nerbo, le forze       motrici della Resistenza. E’ giusto cogliere l’elemento unitario che mosse gli antifascisti, i patrioti, i combattenti della libertà, ma si deforma, si nega la Resistenza quando si tace del suo programma che venne poi riassunto e tradotto in formule giuridiche nella Costituzione, rimasta ancora oggi, nelle sue parti fondamentali, inattuata.

Nessuno pretende che gli uomini di governo e le alte autorità dello Stato celebrando la Resistenza ci parlino delle aspirazioni, delle esigenze che mossero le correnti più avanzate (le quali furono anche le più numerose, le più combattive, quelle che diedero  il  maggior contributo di idee, di sacrificio, di forza operante e dirigente), ma è giusto chiedere che almeno ci parlino degli obiettivi comuni, di quel programma di rinnovamento democratico che attende ancora di essere realizzato: la Costituzione.

Gli uomini della Resistenza non hanno lottato soltanto per cacciare i tedeschi, per battere i fascisti e lasciare poi le cose come prima; essi hanno lottato per dare all’Italia un altro ordinamento, un regime fondato sulla libertà e sulla giustizia, si sono battuti per un rinnovamento totale della nostra vita nazionale, per ricostruire dalle fondamenta il nostro paese.

Celebrare il ventennale della Resistenza significa riconoscere che, in questi vent’anni trascorsi, dei passi in avanti sono stati compiuti, che quella lotta non fu combattuta invano; ma significa altresì sottolineare che molta strada rimane da percorrere per rinnovare l’Italia, per fare un paese - come pensavano i resistenti e come fu scritto nella Costituzione - dove il popolo fosse veramente sovrano ed il benessere la condizione di vita di tutti gli italiani e non il privilegio di pochi.

Nel gennaio 1951 Pietro Nenni, ora vicepresidente del Consiglio, scriveva: “La Costituzione è ridotta ad un pezzo di carta che annuncia diritti quotidianamente violati dal potere esecutivo, la democrazia è ridotta a delega di potere, il Parlamento è diventato un organismo decorativo dominato da oligarchie d’interessi, l’autonomia promessa ai comuni è imbrigliata dall’arbitrio dei prefetti, l’ordinamento regionale è tuttora da attuare, i regolamenti di polizia ed i codici sono ancora quelli fascisti, l’amministrazione statale è anchilosata e risponde a criteri accentratori divenuti incompatibili con la vita moderna, l’esercito e le forze armate tendono a ricostituirsi come una casta, la polizia è il braccio secolare del partito al potere”.

C’é forse uno solo di questi aspetti così diligentemente elencati tredici anni or sono dall’attuale vicepresidente del Consiglio, che sia venuto meno? Sussistono tutti e ad essi si potrebbero aggiungere gli scandali che si susseguono a ritmo serrato, la corruzione che dilaga, il sottogoverno elevato a regime. Eppure sono passati tredici anni di discorsi, di parole, di promesse non mantenute, di inadempienze, e tutto è rimasto come prima, in questo campo beninteso, perché non siamo così ciechi da non vedere che per altri aspetti alcune cose sono andate avanti, sono mutate, per merito soprattutto delle lotte delle masse lavoratrici.

Alcuni si chiedono se oggi possiamo ancora riallacciarci alla Resistenza oppure se dobbiamo constatare che in questi anni è avvenuta una frattura così profonda che la continuità è ormai perduta. Ritengo che la Resistenza come fatto politico e culturale, malgrado le fratture, non soltanto è presente e valida ancora, ma vuole altresì essere studiata perché lo stesso presente con i vuoti, le contraddizioni ed i problemi che esso pone, può essere compreso soltanto se volgiamo lo sguardo al passato. Dobbiamo ricercarci ancora lo spirito, i valori ed anche i limiti, che forse oggi ci appaiono più chiari. Le celebrazioni dovrebbero servire, più di quanto non stia avvenendo, ad approfondire, allargare, dare nuovo slancio agli studi e alle interpretazioni della Resistenza, che sembra invece che debbano lasciare il posto soltanto alla retorica ed ai discorsi di circostanza. Ciò è soprattutto necessario nel momento in cui alle deformazioni storiche          si accompagna la pressione revisionista a cedere, a non essere più noi stessi, ad adattarci al conformismo dilagante.

Noi siamo, beninteso, per le manifestazioni unitarie purché da esse non siano escluse, messe in un angolino, quasi in castigo, le forze effettive della Resistenza. Siamo per le manifestazioni unitarie, anzi siamo noi dirigenti della lotta di Liberazione che le vogliamo effettivamente unitarie, senza discriminazioni, tese a fare comprendere che cosa è stata, che cosa voleva e vuole la Resistenza, quale fu il suo programma e che cosa deve essere ancora fatto affinché sia realizzato.

Qualcuno disse un tempo: “Parigi val bene una messa”, ma se ci si offre una messa  in  cambio delle riforme di struttura, allora diciamo: NO.

Degnamente si celebra il ventennale della Resistenza se le forze democratiche assumono l’impegno unitario di operare perché la Costituzione sia finalmente attuata nella sua pienezza oggi e non nel duemila (sic), perché le riforme di struttura siano attuate  oggi e non tra un secolo. Se invece le celebrazioni devono risolversi semplicemente in tanti discorsi retorici      e rievocativi, seguiti da cortei e banchetti, il pericolo, dallo stesso amico Parri denunciato, che passata la festa e spenti i lumi tutto finisca con l’ultima     eco delle  prediche e la Resistenza sia fregata un’altra volta”, esiste realmente.

Questo pericolo è già in atto nel tentativo di giubilare la Resistenza beatificandola. E’ contro questo pericolo che dobbiamo batterci e non soltanto brontolare, rifiutandoci      di aiutare il centro-sinistra a coprire una politica sostanzialmente conservatrice (blocco dei salari e della scala mobile, alti profitti ai padroni, offensiva contro l’unità e l’autonomia dei sindacati, applicazione della linea Carli) sotto il manto e l’aureola della Resistenza.

Ci opponiamo a che i gruppi capitalisti, i cui giornali partecipano anch’essi alle celebrazioni del ventennale e che si gloriano essi stessi d’aver preso parte a quella grande lotta, tentino di portare avanti, all’ombra di una bandiera che a loro non appartiene, la politica di sfruttamento, di oppressione, di discriminazione che è la negazione della democrazia e della libertà.




COSA ALTRO SERVE PER SCENDERE IN PIAZZA!

 Luciano Granieri : post pubblicato su Fb il 28 marzo 2023

Secondo un’ indagine del Censis, sono 21 milioni gli Italiani che nell’ultimo anno hanno fatto almeno un accertamento specialistico (radiografia, ecografia,risonanza magnetica, Tac, elettrocardiogramma, pap-test, ecc.): 5,4 milioni hanno pagato per intero la prestazione ( 1,7 milioni di questi sono persone a basso reddito). 2,8 hanno dovuto rinunciare ad almeno una prestazione a causa dei costi e dei, tempi di attesa, 4 milioni hanno rinunciato completamente a curarsi. Pagare diventa per tutti, anche per le persone con redditi bassi, la condizione per accedere alla prestazione in tempi realistici. Il Censis aggiunge che «emerge una dinamica inversamente proporzionale tra costi e tempi di attesa» per cui ad un maggiore esborso corrisponde una tempistica accelerata. E stima che ogni singolo giorno di attesa risparmiato abbia un valore monetario che va dai 4 euro per la colesterolemia ai 28 euro per il trattamento endodontico. Sempre il Censis riporta che « sono 10 milioni gli italiani i quali dichiarano che negli ultimi anni hanno aumentato il proprio ricorso al privato. Tale crescita è ascrivibile ad una ragione fondamentale che prevale su tutto il resto: la lunghezza delle liste di attesa (72,6%). Sempre le liste di attesa spiegano il ricorso all’intramoenia da parte di 7 milioni di italiani in un anno. Colpisce in questo caso la quota di cittadini i quali affermano esplicitamente che è stato il medico a consigliarlo (22,9%).

MENO SANITA’ PUBBLICA, PIU’ SANITA’ PRIVATE, SIGNIFICA MENO SANITA’ e quindi anche meno salute per chi ha difficoltà economiche, o comunque non riesce a pagare di tasca propria le prestazioni nel privato o in intramoenia.

Se dal Censis ci trasferiamo ai dati dell’OCSE, emerge come l’Organizzazione per lo Sviluppo Economico abbia identificato nella elevata spesa della sanità pubblica verso i privati in convenzione il principale fattore di destabilizzazione del Sistema Sanitario Nazionale. In sostanza, afferma l’OCSE, se all’interno di una drastica diminuzione di denari a disposizione della sanità pubblica, la maggior parte di essi viene adoperata per finanziare le strutture private , la divaricazione fra i ricchi, che possono permettersi di curarsi, e coloro a cui questo diritto vitale è precluso, aumenta in modo crudele. La stessa OCSE suggerisce a ciascun paese membro dell’Unione Europea, di aumentare la spesa in sanità almeno al 10,1% del Pil. Nel nostro Paese, il disinvestimento è stato costante ed importante. Ha avuto un eclatante crollo con il governo Renzi -Gentiloni. Nel piano triennale allora pianificato si andava dal 6,7% del 2017, fino al 6,4% per il 2019. In seguito la pandemia aveva innescato una sorta di rialzo, per cui al 2021 la spesa era del 7,2%. Ma il nuovo governo nel Def, documento di programmazione economica, ha fatto ripartire la decrescita. Per cui si prevede che nel 2025 la spesa sanitaria tornerà al 6% del Pil. Secondo un andamento così definito: 6,6 (2023) 6,2 (2024) 6 (2025) Tanto che le Regioni (tutte, a guida destra e centro), in un documento presentato il 7 marzo scorso al ministro della salute Orazio Schillaci e a quello dell’economia Giancarlo Giorgetti, hanno dichiarato quanto segue: «SE DAVVERO IL LIVELLO DI FINANZIAMENTO DEL SSN PER I PROSSIMI ANNI DOVRA’ ASSESTARSI AL 6% del PIL …..OCCORRERA’ ALLORA ADOPERARE UN LINGUAGGIO DI VERITA’ CON I CITTADINI , AFFINCHE’ VENGANO RICALIBRATE AL RIBASSO LE “LORO ASPETTATIVE NEI CONFRONTI DEL SSN.”

Della serie: cari cittadini, o ce li avete i soldi per curarvi o potete anche morire.
Tutto ciò secondo me suscita una profonda riflessione: Perchè se in Francia scendono in piazza contro un aumento dell’età pensionabile, di due anni (da 60 a 62), perché se in Israele scendono in piazza contro la riforma della giustizia, noi per un motivo di pura sopravvivenza contro un sistema che apertamente sancisce la regola per cui camperà chi potrà permetterselo, stiamo ancora a ciurlar nel manico, senza neanche l’ipotesi di una protesta?


mercoledì 8 marzo 2023

S.C.U.M. (Society for Cutting Up Men). Delirio anti misogino o radicalità femminista?

 A cura di Luciano Granieri

" In questa società, per bene che ci vada, la vita è una noia sconfinata. In questa società, nulla, assolutamente nulla riguarda le donne. Dunque. A tutte le donne che non hanno paura, ne' delle responsabilità, nè delle emozioni sconvolgenti, non rimane che: rovesciare il governo, abolire il sistema monetario, istituire l'autonomazione completa e distruggere il sesso maschile"

MANIFESTO S.C.U.M



Feroce squilibrato dissacrante, il manifesto SCUM di Valerie Solanas delineava l’agenda della Society for Cutting Up Men “Società per l’eliminazione dell’uomo” (SCUM, appunto). Un’organizzazione rivoluzionaria di cui Solanas era unica fondatrice e attivista. Prodotto per la prima volta come ciclostile nel 1967 (Solanas lo vendette per le strade di New York chiedendo 50 centesimi alle donne, 1 dollaro agli uomini), il manifesto apparve in forma di libro nell’agosto del 1968, due mesi dopo che l’autrice tentò di assassinare Andy Warhol

Il manifesto SCUM è stato il prodotto di anni di riflessione da parte di una donna che viveva ai margini. Nata nel 1936 da una famiglia della classe operaia del New Jersey, abusata dal nonno e dal patrigno, a quindici anni da' alla luce una bambina (Linda) , probabilmente frutto dello stupro subito dal padre. Ha un altro bambino da un marinaio, già sposato con tre figli, molti più grande di lei , che l’abbandona, ma le offre di dare in adozione il neonato ad una coppia di amici, i quali, in cambio, gli finanzieranno gli studi. 

 Cominciò a definirsi lesbica. La sua acuta intelligenza le valse un posto all’Università del Maryland, dove nel 1958 conseguì la laurea con lode in psicologia. Per un certo periodo è rimasta nell’ambiente universitario come ricercatrice, poi abbandonò il mondo accademico per attraversare il Paese e arrivare a New York nel 1962. Mantenendosi attraverso prostituzione e accattonaggio, riuscì a scrivere una commedia satirica intitolata “Up Your Ass”. Nel 1965 registrò il copy right del testo e ne inviò una copia ad Andy Wharol che rifiutò di produrla perché troppo volgare, salvo poi utilizzarne molte battute nei suoi lavori, senza il consenso di Valerie e senza mai restituire la copia ricevuta, nonostante le insistenze della scrittrice. Per questi motivo la Solanas ferì gravemente Wharol in un attentato il 3 giugno 1968. 

Up Your Ass fu una sorta di incubatrice di idee da cui venne tratto SCUM. Al centro del “Manifesto” è presente una specie  di freudismo capovolto. L’uomo è il frutto di una struttura genetica difettosa: il cromosoma Y è un X frammentato, il maschio è una femmina incompleta, un aborto ambulante. La forza corrosiva dell’invidia del sesso femminile da parte degli uomini, li ha spinti, non solo verso la misoginia, ma anche verso ogni male sociale: guerra, denaro, odio di classe, pregiudizio autoritarismo. Eppure gli uomini, così abili nelle pubbliche relazioni, la loro unica qualità, sono riusciti a convincere molte donne “Il maschio-ha scritto Solanas- ha svolto un lavoro brillante nel convincere milioni di donne che gli uomini sono donne e le donne sono uomini”. L’unica reazione a quel lavaggio del cervello di massa era il sabotaggio.

 Nel manifesto SCUM, si pianifica il reclutamento di un gruppo di donne, libere, ribelli e spietate, il cui obiettivo è quello di destabilizzare  sistematicamente lo status quo, con  sabotaggi continui: nel mondo del lavoro, attraverso atti di guerriglia, come la distruzione di automobili, vetrine, ed altri simboli del potere commerciale, oppure insinuandosi nel rapporto fra coppie miste (maschio-femmina) per farlo a pezzi. 

Con il tempo SCUM si sarebbe rilevato implacabile nel voler annientare prede come: stupratori, politici, cantanti e musicisti scadenti, presidenti di consigli di amministrazioni, capifamiglia, proprietari terrieri, magnati bugiardi e falsi, disc jockey, immobiliaristi , agenti di borsa, uomini che parlano quando non hanno niente da dire. In SCUM strumenti di lotta come manifestazioni, picchetti, scioperi, o qualsiasi altra forma di resistenza convenzionale, erano considerati assolutamente inefficaci,. L’azione violenta era un’ipotesi più che concreta. 

Se Solanas non avesse sparato ad Andy Wharol il manifesto SCUM si sarebbe perso nella storia? Questo non potremmo saperlo mai. E’ un fatto però che, nei mesi successivi all’attentato SCUM,  è diventata la stella polare per quelle femministe radicali, frustrate dai limiti delle forme della protesta tradizionale. Ti-Grace Atkinson e Florynce Kennedy, due militanti nella sezione di New York dell’organizzazione nazionale per le donne NOW, (National Organization for Woman), anch’esse non proprio acquiescenti verso le forme di lotta convenzionale, visitarono Solanas in prigione e le offrirono supporto morale e legale.

 Roxanne Dunbar,  una veterana delusa dal movimento dei diritti civili, il cui disincanto l’aveva portata a lasciare gli Stati Uniti e trasferirsi in Messico, apprese della vicenda del ferimento di Warhol, da parte di Solanas in un bar di Città del Messico. La notizia la spinse a tornare negli Stati Uniti. “Ero stanca di partecipare al concorso di chi fosse più oppresso nel sud e volevo un cambiamento”- dichiarò alla biografa di Solanas, Breanne Fahs. “Tornerei negli Stati Uniti per lanciare la nuova rivoluzione basata sulla ideologia delle superdonne.

 Roxanne Dunbar, fondò un gruppo a Boston, il Cell 16, nel quale si pianificava l’organizzazione di un gruppo avanzato di donne il cui obiettivo era di sensibilizzare le altre donne sulla possibilità di un nuovo tipo di società. Le militanti della Cell 16, portavano i capelli corti , praticavano il karate per prepararsi alla guerriglia. In ogni loro incontro leggevano il manifesto SCUM, come se fosse il primo punto all’ordine del giorno. 

Ciò che Dunbar ed altre avevano trovato nel manifesto era qualcosa di nuovo che nessun movimento aveva elaborato. Fu un tonico per molte donne frustrate nella loro esperienza nella nuova sinistra dove il sessismo, quando riconosciuto, veniva liquidato come un sottoprodotto minore del capitalismo, e le obiezioni delle militanti, in merito alla questione di genere venivano ridicolizzate e addirittura disprezzate. In altri movimenti come la già citata NOW, l’oppressione delle donne veniva inquadrata come una semplice questione di diritti civili da trattare con decoro e giudizio . 

Il manifesto SCUM non si curava della moderazione né della rispettabilità. Ciò che esprimeva era una rabbia nuova, incandescente.  Avvincente, senza dubbio, poco femminile. Una volta scatenata, quella rabbia cambiò radicalmente il paradigma di lotta dei movimenti femministi. Gli anni successivi al Manifesto SCUM vedranno la proliferazione di movimenti radicali come il Cell. 16, Redstockings, New York Radical Feminist e THE FEMINIST. Quest’ultimo, fu fondato dalla  Atkinson quando venne cacciata da NOW, perché il suo sostegno pubblico a Solanas, aveva scandalizzato la dirigenza del gruppo. La fondatrice di NOW, Betty Friedan non perdonò mai la Atkinson dichiarando: “Nessuna azione, nessuna politica, mai votata dal consiglio di amministrazione di New York NOW e di National NOW, ha sostenuto di sparare agli uomini nelle palle, o l’eliminazione dei maschi come proposto dal Manifesto SCUM”. Dare sostegno a Solanas, significava etichettare l’organizzazione come un movimento di odio per gli uomini. Un etichetta che Friedan non avrebbe mai voluto appiccicata al gruppo. 

Nel corso del tempo la questione se,  il sesso fosse qualcosa che liberava le donne, o qualcosa da cui le donne dovessero essere liberate, sarebbe diventata una linea di frattura importante nel mondo femminista, che ha diviso il movimento per i decenni a venire. Ma per Valerie Solanas tutte queste discussioni erano irrilevanti. Sin dall’inizio valutò le sue aspiranti alleate femministe come , opportuniste, non meno di Warhol, intente solo ad appropriarsi della sua lotta e del suo lavoro per scopi personali. 

Prima del processo scrisse ad Atkinson: “E’ ovvio, dal comunicato stampa che hai letto in tribunale, che non capisci SCUM. Non fa per te.  SCUM è per le puttane, lesbiche, i criminali, i maniaci omicidi. Pertanto astieniti dal commentare SCUM e dal difendermi”. Quell’ostilità non si placò mai, anche dopo, quando, a seguito di una diagnosi di schizofrenia paranoica, fu condannata a tre anni di reclusione. “Ho un sacco di motivi molto coinvolgenti” aveva risposto Solanas il giorno della sparatoria, quando i giornalisti le chiesero perché avesse premuto il grilletto.

 Solanas aveva consegnato una copia di “Up your Ass” alla drag queen Candy Darling, che faceva parte della cerchia ristretta di Wharol, pregandola di consegnarla al regista. Quando Wharol sostenne di aver perso il testo il sospetto che il suo lavoro fosse sfruttato, divenne certezza e furia. 

Divulgare il suo lavoro nel mondo divenne priorità assoluta per Valerie Solanas ,anche dopo il suo rilascio dalla prigione. Trascorse gran parte degli anni ‘70 a rielaborare il manifesto SCUM, e a lavorare ad una sua autobiografia, ma la povertà e la malattia la costrinsero a vivere in strada. Mori a San Francesco in una casa di accoglienza per senza fissa dimora nel 1988. Nessun dipendente della struttura la ricorda, a parte un muratore che, entrato nella sua stanza,  la trovò a picchiare sui tasti di una macchina da scrivere con una pila di pagine dattiloscritte sulla scrivania . 

“In quasi tutte le donne si può scoprire una furia incredibile - osservò Bernardine Dhorm attivista del movimento “Weather Underground” spesso non si è coscienti della soglia da superare per scatenare questa furia. Ma c’è, e può trasformarsi in una potente forza radicalizzante”. 

La rabbia che possedeva Valerie Solanas era così corrosiva e totalizzate, da condurla a rifiutare ogni vicinanza solidale . Ma la sua pura ferocia rimane esplosiva ed inebriante per chiunque legga il suo lavoro. Nemmeno il movimento #Me Too (che comunque ha manifestato impulsi d’odio verso l’uomo) è in grado a dare voce ad un livello di rabbia così conclamato. Il tono predominante di #Me Too è basato sull’indignazione. Ma si tratta di rivendicazioni a volte corrive e non troppo caustiche. 

Delle tante donne che si sono espresse pubblicamente, solo Rose McGowan, ha proferito parole che si avvicinano alla furia lacerante del Manifesto. Forse non è un caso che sia stata tacciata di instabilità mentale e pesantemente ridicolizzata.

 “Non mi dispiace per niente”, ha detto Solanas ai giornalisti dopo aver sparato ad Andy Warhol. “Leggi il mio Manifesto e ti dirà chi sono” Quel Manifesto in realtà non era altro che una voce nel deserto, ma costituisce, inequivocabilmente, un disgusto incontenibile per la profondità e la vastità della misoginia che ancora oggi fornisce quell’insana energia che manda avanti una diseguale ed incancrenita quotidianità.


Notazioni tratte da un articolo di Marybeth Hamilton scritto per History Workshop


mercoledì 1 marzo 2023

Cittadinanzattiva Lazio: monitoraggio sulle liste d'attesa.

 Cittadinanzattiva Lazio sulle liste di attesa: necessario attivare percorsi di garanzia per i cittadini che non accedono ai servizi sanitari e che “scompaiono” dai percorsi di cura.




 

“Cittadinanzattiva Lazio" ha condotto un monitoraggio sulle liste di attesa nel periodo 15-25 febbraio, di cui rimettiamo di seguito i principali dati.


IL CAMPIONE INTERESSATO:


“Hanno partecipato 534 cittadini, il 68,1% donne, il 49,3% over 65, ; il 19,2% ha un’età compresa tra 55 e 64 anni; il 17,8% ha tra i 45-54 anni; il 12,3% ha tra 31-44 anni.

Il 79,7% risiede nella Provincia di Roma; 8,1% risiede nelle Province di Latina e Frosinone, il 4,1% dalla Provincia di Viterbo. Non ci sono risposte dalla Provincia di residenti nella provincia di Rieti.


Le ASL di residenza.


La ASL RM1 totalizza un 27% di risposte; ASL RM3 16,2%; ASL RM 4 14,9%; ASL RM2 13,5%. Via via tutte le altre ASL territoriali.

 

2.Tipologie di problemi.

Il 36,5% ha segnalato la difficoltà a prenotare prestazioni sanitarie; il 17,6% ha segnalato due distinte problematiche: tempi lunghi di attesa al CUP per parlare con operatori e Mancato rispetto dei codici di priorità previste (le famose letterine U,B,D,P).

Il 10,8% delle segnalazioni riguardano la voce del Medico che non prenota/prescrive successivi controlli. Via via con percentuali molto più basse le altre voci.

 

La tipologia delle liste di attesa.

Con il 42,5% gli Esami diagnostici sono la prima voce come maggiormente problematica segnalata dai cittadini seguita con il 28,8% delle Prime visite specialistiche, con l’8,2% degli Interventi chirurgici5,5% Visite controllo/Follow up4,1% Screening Oncologici e via via tutte le altre voci.

 

Rispetto dei tempi.

Abbiamo chiesto se la Prestazione avesse rispettato i tempi della prescrizione contenuta nella ricetta (U urgente entro 3 giorni, B Breve entro 10 giorni, D Differibile entro 30 giorni, P Programmata entro 120 giorni).

Il dato è stato che per tutte e 4 le tipologie la non osservanza dei tempi è la regola,  con un rapporto che va da 1 rispettata ogni 2 non rispettata Urgente; 1 a 3 per Breve; 1 a 5 Differita; 1 a 2 Programmata.

 

Distanza dal luogo di residenza.

Abbiamo voluto capire dove si andassero  a fare le prestazioni pubbliche.

Il 35,7% dei rispondenti è dovuto andare in una ASL differente dalla propriail 28,6% è andato in un Distretto della propria ASL ma non nel proprio di residenza; il 21,4% ha trovato la prestazione nel proprio Distretto di residenza.

 

Prestazione fatta o non fatta.

Abbiamo quindi chiesto se la prestazione è stata fatta o meno.

Il 41,4% ha fatto la prestazione nel Pubblico; il 20% l’ha fatta in Intramoenia; un altro 20% Non ha fatto la prestazione8,6% ha fatto la prestazione in Extramoenia; il 5,7% ha fatto la prestazione Fuori Regione. Via via le altre voci con percentuali più basse.

 

Per chi non ha fatto la prestazione quale è stato il motivo.

Per il 50% distanza troppo importante dal luogo di residenza; per il 18,4% la Disponibilità economica; per il 15,8% la Disponibilità di tempo.

 

Per chi ha fatto la prestazione in Intramoenia.

Il 79,3% ha fatto la prestazione in Intramoenia perché non aveva garanzia che nel pubblico avrebbe fatto in tempo la prestazione; il 13,8% è stato inviato dal CUP per tempi lunghi nel Pubblico; il 6,9% ha fatto Intramoenia per libera scelta dei cittadini.

 

Intramoenia: costi sostenuti per tipologia di intervento.

Riportiamo alcune risposte a testo libero.


200 euro visita cardiologica ed ECG


Visite specialistiche Esami diagnostici

Visite specialistiche

Superiori a  100


Visita neurologica, oltre 100


Urologia, impossibile a rivolgersi al pubblico. Speso circa .400 per più visite prima di essere operato di TURP alla Prostata


Clinica privata, 212 euro spesa sostenuta.

Controlli oncologici costi elevati


Non capisco l'intramoenia usando il pubblico

350 euro


Diagnostica strumentale – devono essere costi accettabili

250,00


Ecografia epatica ..110 Euro

 

 

 Le proposte di Cittadinanzattiva Lazio.

Tre anni fa avevamo sul tema lanciato queste proposte sul governo delle liste di attesa.

 

Sulla base del  Decreto Commissario ad Acta DCA 110 aprile 2018 ecco alcuni punti da dirimere:

1.   Personale sanitario: è necessario procedere con l’immissione in servizio di un numero di operatori sanitari sufficiente a garantire le attività sanitarie di diagnosi e cura altrimenti tutte le proposte si scontrano con l’insufficienza dovuta alla situazione decennale del blocco turno over, in via di risoluzione ma ancora pesantemente presente; in particolare si rileva come il fabbisogno di medici specialisti sia un obiettivo prodromico a qualsiasi operazione di abbattimento e governo delle liste di attesa;

2.   Attività intramoenia: tale attività deve essere costantemente monitorata e eventualmente bloccata se supera una percentuale di prestazioni del 5% sul totale. Quindi chiediamo che venga espressa chiaramente una percentuale di attività intramoenia rispetto alle normali attività e che questa sia visibile anche nei siti aziendali.

3.   Informazione ai cittadini: va attivata una procedura di corretta informazione sui percorsi di accesso, sui codici prescrittivi (U, B; D, P) con relative campagne informative da divulgare presso tutti gli studi dei medici di famiglia, dei pediatri di libera scelta, strutture sanitarie pubbliche e private, siti aziendali e della regione al fine di rendere edotti i cittadini dei corretti percorsi; così come è necessario mettere a disposizione dei cittadini la modulistica relativa alla possibilità di accedere a servizi sanitari pagando solo il ticket nel caso in cui le prestazioni superino i tempi massimi previsti così come previsto dal decreto legislativo 29 aprile 1998 n.124. Tale modulistica deve essere resa disponibile a richiesta del cittadino e oggetto di apposita campagna informativa. Inoltre, tale modulistica deve essere presente sui siti aziendali e sul sito della Regione Lazio.  Infine, tale modulistica deve essere accettata dopo semplice presentazione allo sportello ASL-AO senza aggravare con ulteriori spese legate ad invio di raccomandata o altro. Sulla base dell’analisi delle richieste le ASL e le AO, e in alternativa la Regione, dispongono controlli specifici e mirati, su quelle aree e prestazioni che risultano non adeguate al fine di migliorare la capacità di accesso dei cittadini entro i limiti previsti dalle leggi;

4.   Ampliamento orari degli ambulatori e dei luoghi dove effettuare visite ed esami diagnostici: tale azione deve diventare la normale attività del servizio sanitario regionale e non una situazione una tantum.

5.   Per le persone affette da patologie croniche: per tali situazioni, così come prevede il DCA 110 vi deve essere la reale presa in carico e la gestione diretta da parte del servizio sanitario con la diretta prenotazioni di tutti gli esami senza alcun tipo di attività da parte del cittadino. Queste persone devono afferire direttamente ai servizi di diagnosi e cura con lista di esami da svolgere comprensiva di orari, luoghi e quant’altro dove afferire durante il corso dell’anno. Ogni anno le persone in questione devono ricevere tutti gli appuntamenti inerenti la loro patologia, in modo da non dover accedere mai al servizio RECUP.

6.   Si chiede di strutturare il servizio di accesso ai servizi diagnostici e terapeutici direttamente tramite gli operatori prescrittori, senza che i cittadini passino dal RECUP, per le prescrizioni con priorità U, B e D. Mentre per le P il cittadino contatterà il sistema RECUP. Ciò significa che il servizio sanitario regionale deve avere necessariamente tutte le agende, pubbliche e private accreditate, immediatamente disponibili anche per i medici prescrittori, i quali, nel momento della prescrizione possano prenotare loro la prestazione sanitaria.

7.   Le sanzioni: ai DG spetta il controllo primario, in subordine alla Regione con sue strutture di missione. A tal fine si chiede che gli Osservatori aziendali e l’Osservatorio regionale si riuniscano obbligatoriamente ogni due mesi per verificare andamento e per portare soluzioni alle criticità rilevate. Nel caso di inottemperanza dei tempi massimi si prevedono sanzioni di tipo economico verso i Responsabili di ogni livello e, nei casi più gravi, la immediata rimozione dall’incarico. Negli Osservatori aziendali e in quello regionale devono essere obbligatoriamente presenti esponenti delle organizzazioni di tutela dei diritti dei cittadini.

8.   Obbligo di fornire e comunicare da parte delle Asl e delle AO, anche attraverso i siti istituzionali, tutte le informazioni relative al raggiungimento o meno degli obiettivi di governo delle liste di attesa.

 

Oggi a distanza di 3 anni e dopo il Covid, chiediamo che la Regione Lazio imponga alle ASL e alle A.O. pubbliche l’inserimento del 100% delle agende nel sistema RECUP (oggi probabilmente siamo lontanissimi da questo obiettivo di trasparenza...) entro 3 mesi.


Chiediamo che le agende pubbliche, una volta inserite nel sistema RECUP, siano il primo canale di accoglimento delle richieste di prestazioni sanitarie e, solo in via sussidiaria, si proceda con l’inserimento delle prestazioni presso le strutture accreditate.


Chiediamo che l’Osservatorio regionale per il Governo delle liste di attesa e gli Osservatori aziendali siano immediatamente riconvocati e strutturati in modo tale da garantire una riunione operativa ogni massimo 60 giorni.


Il precedente Osservatorio regionale si è riunto a settembre 2019 e poi a dicembre 2022 nonostante come Cittadinanzattiva Lazio avessimo a più riprese chiesto la convocazione.


Gli Osservatori aziendali sono andati anche peggio, fatte le dovute eccezioni, con riunioni mai convocate o convocate una tantum da parte della ASL/AO.

Gli istituti di partecipazione devono funzionare ed essere messi in grado di operare, incidere e modificare gli assetti.


martedì 14 febbraio 2023

Tutti i colori del pianoforte: "In a Haunted House”, il nuovo album in piano solo di Lorenzo Cellupica.

 Luciano Granieri



Fra il diciannovesimo e ventesimo secolo, i proprietari, dei “Barrelhouse”, delle bettole lungo i cantieri ferroviari del midwest, delle case di tolleranza, a New Orleans e dintorni, per risparmiare gli ingaggi sui musicisti sostituirono i due chitarristi, impiegati nell’intrattenimento musicale, con un pianista. Una paga al posti di due. Infatti il pianista con la mano destra suonava la partitura del chitarrista solista, con la mano sinistra eseguiva la sequenza armonico-ritmica di competenza dell’altro chitarrista. E’ proprio la caratteristica del piano forte, ad offrire la completa possibilità di eseguire ritmica, armonia e melodia insieme. Lorenzo Cellupica nel suo ultimo album “In a Hounted House” utilizza a pieno tutti i colori espressivi del pianoforte. Si può dire, senza alcun dubbio, che la sua poetica musicale, più che a due chitarristi sia assimilabile ad un’orchestra. “In a Honted House” è il primo album inciso da Lorenzo Cellupica in piano solo, pubblicato dall’etichetta “Ma.Ra.Cash Records”. Per un pianista l’incisione in solitaria è una sorta di prova del fuoco. Una prova, mi sento di poter dire, ampiamente superata. In effetti ci troviamo di fronte ad un musicista compositore poliedrico, che spazia dal jazz al progressive rock, al blues, con già due dischi all’attivo all’interno del gruppo “Mobius Strip”. Il primo, Mobius Strip”, uscito nel 2017 per la Francese Musea Records, il secondo, distribuito nel 2021 dalla Ma.Ra.Cash Record dal titolo “Time Lag”. Giova ricordare che Cellupica fa parte della “Refice Jazz Big Band” , l’orchestra jazz del conservatorio di Frosinone, diretta dal maestro Filiberto Palermini. Tornando al disco, non vi è dubbio che in “In a Haunted House”, Lorenzo Cellupica si avvale di tutte le combinazione cromatiche del pianoforte, giocando spesso sui contrasti, appunto fra il “Piano”, fatto di armonizzazioni e figure melodiche eteree e preziose, ed il “Forte” consistente in pulsioni ritmiche potenti, solide. Ad unire il tutto agisce, una fonte contrappuntistica notevole. Ho ascoltato il disco con molto interesse, e non posso nascondere che mi sia veramente piaciuto. Di seguito propongo alcune valutazioni sui singoli brani.

Incipit. Che belle le introduzioni, oggi non si fanno quasi più. In questo caso ci troviamo davanti a 41 secondi di musica che introducono quello che si andrà a sentire. Ma non è così semplice…..ascoltare per credere.

A piece of Cake. Potenza alternata a delicatezza, momenti impetuosi con un incedere martellante, alternati a fraseggi delicati, eterei. Un manifesto del gioco di contrasti, che caratterizzerà gran parte dell’album.

Spider. Qui si gioca con il ritmo. Una sorta di “secundary ragtime”, si alterna a piccole, ma preziose, armonizzazioni, per poi ritornare ad una sequenza ritmica che mi ha ricordato Tank degli Elp. E’ una mia considerazione personale, ma l’esecuzione evoca lo stile anarchico-pianistico di Keith Emerson, a parte le sortite liriche di una bellezza unica.

Hide and Seek. Pezzo armonioso con una accattivante incrocio fra linea melodica e armonica. Al di la dei tecnicismi un pezzo arioso, che però non può non sfociare nel solido martellante sostegno ritmico, elemento portante di tutta l’opera.

We can work it aut. Un suggestiva rilettura del famoso brano dei Beatles che si sviluppa nell’alternanza di momenti diversi e contrastanti: ad un pedale ritmico potente, a sostegno di un esposizione del tema quanto mai decisa, segue una riproposizione più rilassata, carica di arpeggi che si incrociano, si inseguono. Contrasti che la rilettura del pezzo beatlesiano mette in risalto attraverso un’interpretazione assolutamente nuova e accattivante.

Eleventh Avenue. Omaggio a Jelly Roll Morton? Penso proprio di si. Attenzione, non al Boogie Woogie, di Teddy Wilson, in cui la mano sinistra monopolizza la cifra ritmica, ma proprio alla musica creola del downtown di New Orleans, dove il motore rimico si mescola con la tradizione mitteleuropea, ed il melodramma italiano. Ecco squadernato in un piccolo, ma grande, brano il paradigma di collettivizzazione culturale su cui si è strutturata la musica jazz.

Round Midday. E’ classico della poetica Be Bop, costruire sulla linea armonica di un brano conosciuto, un’improvvisazione melodica completamente diversa. Charlie Parker, su “How High the Moon”, costruì “Ornithology” un classico del Bop. Ma il sound, nel caso di Round Midday, evidentemente, non è quello. L’obiettivo del fraseggio bop era di stravolgere e fagocitare anche la costruzione armonica. E’ forse più appropriato, sia per le atmosfere, che per l’attualità musicale, citare “Odio l’Inverno” di Daniele Sepe, inciso nel CD “The Cat With the Hat” dove l’operazione di “mascheramento”, coinvolge pienamente “Odio l’Estate” il brano di Bruno Martino, diventato un standard jazz di successo. Al di la di queste elucubrazioni accademiche l’omaggio di Cellupica a Monk, nella rilettura di “’Round Midnight”, è di una bellezza sconvolgente. Probabilmente è il pezzo che preferisco dell’album, ma non ne sono sicuro. E’ difficile fare una classifica su cotanta magnificenza.

In a Hounted House. Impressionante inizio contrappuntistico dove si incrociano sequenze melodiche mozzafiato, quasi drammatiche , senza sottolineare gli accordi, che poi, però, si riprendono la scena. Il tutto sfocia in una suggestione lirica, delicata e preziosa. Ma, inevitabilmente, si ritorna alla potenza, in un gioco di contrasti fra tensione e rilassamento.

Anything to say. Tante pulsazioni, ma non ritmiche, assolutamente armonico-emotive, con uno sviluppo fra pause e riprese che crea un gioco di alternanza fra costruzione e destrutturazione della tensione emozionale veramente prezioso. Anche in questo caso a me sembra che Monk sia ben presente.

Egg Dance. Tempi dispari a profusione, ve lo ricordate Time Out” di Dave Brubeck? un album i cui pezzi erano basati su queste sdrucciole ritmiche frutto delle frequentazioni milhaudiane del pianista californiano. Ma anche in questo caso, il protagonismo ritmico lascia spazio ad esplorazioni melodiche accattivanti, semplicemente affascinanti.

In conclusione, siamo di fronte ad un gran bell’album, un altra tappa dell’evoluzione musicale di Lorenzo Cellupica, pianista compositore, che conferma l’abilità esecutiva e compositiva di un musicista capace di assorbire ogni sollecitazione musicale per trasformarla in una pagina di originalità e creatività assolutamente personale.

Link per l'acquisto:https://lorenzocellupica.bandcamp.com/album/in-a-haunted-house