Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

lunedì 28 febbraio 2011

Concerto PFM


da  Assessorato alla cultura al tempo libero e attività ricreative del Comune di Frosinone


04 marzo 2011 PFM canta De André e PFM Antology
FROSINONE - palasport Città di Frosinone
Ore: 21.00
30,00 € + d.p.
www.Bookingshow.com




domenica 27 febbraio 2011

Container Funebri

di Luciano Granieri






“Sti pagliaccaite li fanno solo e vive, nui simme serie appartenimmo aa morte”. Cosi finisce “A livella” la poesia di Totò che ascoltiamo  dal grande attore  nel video sopra pubblicato. Mai frase fu più azzeccata a quanto andremo a mostrarvi. E’ vero la morte è una livella, è un fatto democratico. La morte prima o poi coglie tutti. Ricchi poveri belli e brutti. Sono i vivi che continuano a marcare le differenze di censo  con   il   tipo di sepoltura  che riservano al caro estinto.  Ne è un esempio  l’edilizia funeraria. Come esistono le grandi ville, così esistono i mausolei, stile Tutankhamun, alla Berlusconi, per rimanere nell’attualità. Così come si ammirano delle graziose villette con giardino, nei cimiteri si vedono cappelle allestite elegantemente o tombe singole decorate con raffinatezza. Come   nelle  periferie la gente è ammassata e ristretta in grandi palazzoni,  al camposanto incombono infinite  file di loculi  l’uno ammassato all’altro dove i congiunti devono arrampicarsi su impervie scale per mettere un mazzolino di fiori. In periferia, inoltre, soprattutto nelle grandi città esistono persone che vivono in alloggi di fortuna, container in cui d’inverno la temperatura scende sotto lo zero e d’estate supera i 50 gradi........EBBENE NON VI STUPITE, PERCHE’ I CONTAINER ESISTONO ANCHE PER ACCOGLIERE I MORTI.  Le foto che seguono mostrano ciò che si può ammirare entrando nel cimitero di Frosinone. Un bel container rigorosamente metallico e rigorosamente orrendo. Sicuramente non è una bella vista per chi si appresta a varcare i cancelli del camposanto con la tristezza nel cuore  o in preda alla  disperazione per la scomparsa di un proprio caro.  E che ne sarà delle salme tristemente li  ricoverate  quando la temperatura esterna raggiungerà i 30-40 gradi durante il periodo estivo  che si tradurrà in un inferno di oltre 50 dentro quei forni di metallo?  Il culto e il rispetto dei morti  fanno parte di tradizioni millenarie che travalicano le religioni. Queste tradizioni sono nate con l’uomo  e costituiscono  forme di humanitas che ancora non hanno subito l’aggressione  della pochezza culturale e dell’insensibilità sociale che oggi ci attanaglia.  E’ possibile che  gli amministratori della nostra città  abbiano potuto dimostrare una tale insensibilità nel ordinare l’allestimento di tale bruttura?  Quei container sono un insulto sia per i vivi che per i morti. A proposito nelle città esistono anche i clochard che vivono per strada,  a quando i cadaveri  senza sepoltura buttati affianco alle tombe nei cimiteri? 




sabato 26 febbraio 2011

Oreste Scalzone parla di Garibaldi, La Comune, Risorgimento e altro....

da Danielesepevideo



LA RIVOLUZIONE SOLCA IL MEDITERRANEO E L’EUROPA

da lega Internazionale dei Lavoratori  - Lit



Dopo Ben Ali, Mubarak e Gheddafi,
cacciamo Berlusconi con lo sciopero generale prolungato e l’assedio dei palazzi!
 
 
Dopo Tunisia, Egitto, l’ondata rivoluzionaria sta colpendo gran parte dei Paesi dell’area mediterranea e mediorientale. Yemen, Algeria, Bahrein (domani l’Arabia Saudita?) sono in questi giorni scossi da imponenti manifestazioni popolari che assumono sempre di più un carattere rivoluzionario. Le cronache ci informano che carri armati e pallottole non fermano le rivolte né ad Algeri né a Manama (capitale dello Stato fantoccio del Bahrein). Ma è la Libia che in queste ore rappresenta la punta più avanzata dell’insurrezione che sta sconvolgendo tutto il mondo arabo. Come quello di Ben Ali e Mubarak, anche il regime di Gheddafi, che fino a pochi giorni fa sembrava potesse durare in eterno, vede la sua esistenza a rischio. Nonostante la pesante repressione da parte del governo – attuata grazie all’impiego di truppe mercenarie e con l’ausilio di caccia bombardieri – la rivolta non si piega.
 
Sono molti gli interessi dei Paesi imperialisti in questa regione: dal controllo del Canale di Suez in Egitto agli affari delle multinazionali (Eni in testa) nella gestione di gas e petrolio nella regione libica (la Libia è il primo fornitore di petrolio dell’Italia). Non solo: il governo libico controlla fette consistenti dei mercati europei. Basta pensare al ruolo che gioca la finanza libica in Italia: Tripoli è il primo azionista di Unicredit e controlla consistenti quote azionarie anche in Finmeccanica, Eni e Telecom Italia. Non è un caso che da parte delle principali potenze imperialiste europee e americane vengano solo timidi appelli a Gheddafi a “non esagerare” con la forza (quando il dittatore libico vanta 10 mila morti per mano della repressione!). Nulla di cui stupirsi: il capitalismo internazionale sa che la rivoluzione può minacciare anche i suoi interessi e i suoi affari. Non a caso, i governi italiani di entrambi gli schieramenti hanno sempre siglato accordi con la Libia, legittimando tra l’altro la dura repressione dei migranti da parte della guardia costiera libica.
 
Soprattutto, il vento della rivoluzione soffia anche in Europa. In Grecia, dove le barricate per le strade delle principali città sono all’ordine del giorno, in occasione dell’ultimo sciopero generale (23 febbraio) i manifestanti hanno assediato il Parlamento. Gli slogan urlati dai manifestanti e impressi sugli striscioni si richiamavano alla rivoluzione in Nord Africa: “Dopo Ben Ali e Mubarak ora tocca a Papandreu”. E’ uno slogan che dobbiamo riprendere anche noi in Italia. Non si fermano gli attacchi di governo, padronato e burocrazie sindacali agli operai, ai precari, agli immigrati. Ora più che mai è urgente l’indizione dello sciopero generale. Ma un solo giorno di sciopero generale non basta: occorre costruire uno sciopero generale prolungato fino alla cacciata di Berlusconi. Le masse arabe ci danno l’esempio: solo con la forza delle masse proletarie potremo piegare governo e padronato. 

venerdì 25 febbraio 2011

ARMI ITALIANE IN LIBIA NEL 2009 SENZA ALCUNA AUTORIZZAZIONE UFFICIALE

da www.articolo21.org



“Nel 2009 l’Italia ha triangolato attraverso Malta al regime del Colonnello Gheddafi oltre 79 milioni di euro di armi leggere ad uso militare della ditta Beretta. E’ anche con queste armi che l’esercito di Gheddafi sta sparando sulla popolazione”. Questa la denuncia documentata dalla Rete Italiana per il Disarmo e dalla Tavola della Pace che chiedono al governo Berlusconi di rispondere urgentemente in merito. Si tratta di armi che – come ha confermato direttamente a Rete Disarmo un funzionario del Ministero degli Esteri di Malta sono “di provenienza italiana, e non hanno mai toccato il suolo maltese”. Anche perché (conferma la stessa fonte) nel piccolo stato insulare non son presenti fabbriche di armi e munizioni. 
Il Ministero degli Esteri maltese ha precisato poi che “come confermato dall’ambasciata italiana a Tripoli, il destinatario finale della consegna era il Governo libico” e siccome nel 2009 non erano attive forme di sanzione verso il regime di Gheddafi “l’autorizzazione al traffico - comprese quelle doganali - sono state rilasciate senza problemi”. 
Ma dalle Relazioni della Presidenza del Consiglio italiano sull’export di armamenti non risulta alcuna autorizzazione all’esportazione di quelle armi né a Malta né alla Libia, creando quindi un buco impressionante in termini di controllo. 
“La notizia è certa e documentata” – afferma Giorgio Beretta di Unimondo e analista della Rete Disarmo. Il Rapporto dell’Unione Europea sull’esportazione di armamenti pubblicato nel gennaio scorso riporta per l’anno 2009 autorizzazioni e consegne da Malta verso la Libia di 79.689.691 di euro. 
Si tratta di armi della categoria ML 1 e cioè armi ad anima liscia di calibro inferiore a 20 mm, altre armi e armi automatiche di calibro 12,7 mm (calibro 0,50 pollici) e accessori e componenti appositamente progettati)”. 
Da nessun rapporto ufficiale della Presidenza del Consiglio (quelli dovuti per la legge 185 sull’export di armamenti militare) si evince che ci sia stata una qualche autorizzazione in merito. Anche i dati dell'ISTAT (che riportano tutte le esportazioni di armi italiane ad uso civile) non segnalano per il 2009 alcuna esportazione di quel valore né a Malta né alla Libia; per quell’anno si parla solo di 390.584 di euro di Armi, munizioni e loro parti ed accessori per Malta e per la Libia solo 8.171.698 di euro di forniture. “E allora i casi sono due: o una ditta italiana ha esportato queste armi senza l’autorizzazione del Governo italiano (ma allora avrebbero dovuto essere bloccate dalle dogane maltesi) o – come è più probabile – vi è stata un’autorizzazione da parte di qualche ufficio del Governo italiano che però non è stata mai notificata né nelle Relazioni al Parlamento né all’Unione Europea” – conclude Beretta.

Un valore così alto di armi leggere potrebbe significare (lo testimoniano i controvalori di forniture simili recentemente fatte proprio verso la Libia) centinaia se non migliaia di fucili e pistole, oltre a possibili forniture anche di munizioni e granate. In pratica proprio le armi protagoniste maggiormente delle uccisioni in questi giorni di rivolta. Secondo quanto dichiarato ad EU Observer da una fonte diplomatica dell’Unione europea (esperta delle documentazioni di autorizzazione per l‘export militare) tratterebbe di armi provenienti dalla Fabbrica d’armi Pietro Beretta di Gadone Valtrompia (Brescia). La ditta italiana ha però rifiutato qualsiasi commento affermando che “non risponde nel merito dei singoli trasferimenti”
“I fatti che oggi denunciamo sono di una gravità inaudita – afferma Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della Pace. Se ancora ieri chiedevamo al Governo e al Parlamento di fare chiarezza e di bloccare la vendita di armi italiane alla Libia oggi non possiamo che provare un grande senso di vergogna e di dolore. Il Governo deve dare subito delle spiegazioni su una situazione così problematica. 
Com’è potuto accadere? Chi sapeva? Chi ha taciuto? In quanti altri traffici siamo coinvolti? Il Parlamento deve intervenire subito. Mi auguro che nessun telegiornale, in particolare della Rai, il nostro servizio pubblico, si permetta di censurare questa denuncia e al contrario decida di chiedere conto ai principali responsabili della politica italiana” – conclude Lotti.

Questo caso di triangolazione, su cui chiediamo che sia fatta piena luce a breve, non è l’unico esempio di passaggio di armi leggere verso la Libia attraverso il nostro paese. “Nello stesso 2009 come ricostruito da un’inchiesta di Altreconomia poi rilanciata da altri organi di stampa - aggiunge Francesco Vignarca 
coordinatore della Rete Disarmo- la Magistratura italiana aveva bloccato un possibile traffico di centinaia di migliaia di Kalashnikov di produzione cinese che trafficanti italiani volevano vendere all’esercito di Gheddafi”. Anche in quel caso si utilizzava (in maniera però pienamente illegale) la triangolazione verso paesi terzi e la gestione del trasporto attraverso società con sede estera per coprire la fornitura alla Libia di armi leggere. 
“Qui invece ci troviamo di fronte o ad un’autorizzazione rilasciata con leggerezza e in qualche misura schermata dal passaggio a Malta (tanto è vero che anche i dati europei nei sono stati  tratti in inganno) oppure una vera e propria omissione per favorire il regime di Gheddafi, considerato ormai amico e funzionale alla nostra politica estera”. Quello che sicuramente si evince da  questo caso è la necessità di un controllo ferreo su tutte le forniture di armamenti come Rete Italiana per il Disarmo chiede da anni al Governo: “controlli che non devono ridursi a procedure formali ma devono essere sostanziali e ponderati, con prese di posizione forti anche negando contratti di vendita, perché qui ci troviamo di fronte ad armi e non caramelle. Armi che poi sono responsabili delle uccisioni e dei massacri che tutti vediamo e condanniamo in questi giorni”.

Rete Italiana per il Disarmo e Tavola della Pace esprimono quindi la loro preoccupazione anche per quanto riguarda la possibile modifica della nostra legge sull’export di armi a seguito del recepimento di alcune Direttive Europee (alcune di queste procedure sono ora in discussione al Parlamento inserite nella “legge Comunitaria”). “Non vorremo che con le nuove regole ed autorizzazioni ed una procedura di controllo ancora più debole quando si tratta di fornire armi attraverso partner europei (come ad esempio Malta) l’esempio di triangolazione di armi leggere verso la Libia sia solo il primo di tutta una serie di trasferimenti problematici di armi italiane” - commenta infine Giorgio Beretta.

“Lavoro, diritti e dignità: è ora di unire le lotte”

da USB Unione Sindacati di Base Coordinamento provinciale di Frosinone


Ai lavoratori pubblici e privati, precari, disoccupati, studenti, pensionati,
utenti dei servizi e alle loro associazioni, alle associazioni per la tutela
del territorio e della qualità della vita, a tutti coloro che sono interessati

La Confederazione U.S.B., in vista dello sciopero generale proclamato per l’11 marzo p.v.. organizza per mercoledì 2 marzo 2011 alle ore 17.00, in Frosinone, presso il salone di rappresentanza dell’Amministrazione Provinciale in piazza Gramsci un’

ASSEMBLEA PUBBLICA
dal titolo

“Lavoro, diritti e dignità: è ora di unire le lotte”

Perché di fronte ad una crisi economica e produttiva che si traduce in cassa integrazione, mobilità e disoccupazione; di fronte all’aggressione ai diritti e alle tutele del lavoro, di fronte all’attacco ai salari, sia dei dipendenti pubblici che di quelli privati, di fronte ai tagli alla spesa pubblica, alla sanità, alla scuola, ai servizi sociali, che significano tagli all’occupazione e tagli ai servizi, di fronte alla privatizzazione dei servizi pubblici e alla mercificazione dei diritti e dei beni comuni, occorre unire le lotte in una vertenza generale che indichi un’altra idea di paese e un’altra strada per uscire dalla crisi.

Introdurranno:

- Paolo Sabatini                    Esecutivo Confederale Nazionale U.S.B.
- Francesco Notarcola         Presidente della Consulta delle Associazioni di Frosinone
- Severo Lutrario                   Coordinamento Acqua Pubblica della Provincia di Frosinone e Esecutivo Provinciale U.S.B.

Sono stati inviati ad intervenire:
Michele Marini                     Sindaco di Frosinone, per parlare sulle difficoltà che incontrano gli enti locali in ordine ai tagli delle risorse disponibili a seguito delle politiche di bilancio del  governo, con particolare riguardo alle possibili ricadute sui servizi erogati ai cittadini dal Comune di Frosinone, sia direttamente e sia attraverso le esternalizzazioni
Francesco Trina                     Assessore Provinciale alle Attività Produttive, sulla crisi del tessuto produttivo provinciale e sulle iniziative istituzionali già in campo o programmate in relazione alla gravità della situazione.

Seguirà il dibattito


TUTTI SONO INVIATI AD INTERVENIRE