di Francesco Ricci
La parabola del Pcl (di Ferrando):
una
vicenda da studiare per non ripeterla
E' utile scrivere del Pcl (il gruppo di Ferrando), ci
chiederà qualche lettore?
A nostro avviso sì, per due motivi. Primo, è vero
che, nonostante l'enorme visibilità mediatica che ha avuto negli anni scorsi (a
causa dello "scandalo" per la mancata candidatura al senato di Ferrando da parte
di Bertinotti), il Pcl è una piccola organizzazione. E' però anche una delle
poche, oltre al Pdac, a richiamarsi (almeno a parole) al trotskismo. Ciò induce
una parte dei compagni che si avvicinano al trotskismo a entrare nel Pcl o a
chiederci come mai Pdac e Pcl non si unifichino.
Secondo, indagare sulla
crisi del Pcl, che sta producendo in questi mesi uscite continue di compagni, è
interessante non tanto per quanto rappresenti (o meglio non rappresenti) il Pcl,
ma perché ci consente di studiare una forma di menscevismo odierna e di vedere
quali danni ancora produce quell'impostazione.
Nelle ultime settimane più di
un militante del Pcl, preoccupato per la crisi del suo partito, ci ha posto la
domanda su una possibile unificazione con noi. In termini ancora più espliciti
un dirigente del Pcl di una città importante (non facciamo il nome perché sarà
lui, se lo riterrà, a esporsi) è andato oltre. Incontrandoci a una
manifestazione ci ha detto questo (riassumiamo mantenendo il senso): il
progetto del Pcl non è decollato, si moltiplicano anzi le uscite come quelle in
Calabria, Sicilia ecc. e crescono i compagni che si chiedono che senso abbia
proseguire su questa strada. Voi del Pdac, viceversa, mi sembrate attraversare
un momento positivo: leggo di nuovi ingressi importanti di esponenti delle
lotte, ho visto che state costruendo anche un'organizzazione giovanile, che
avete un importante intervento tra i lavoratori immigrati. E poi avete un gruppo
dirigente e per questo riuscite a formare nuovi quadri e ad avere vari strumenti
di intervento. Tutte cose che noi non riusciamo a fare. Perché non ci
unifichiamo? potremmo così dare vita a una organizzazione più grande e con più
possibilità.In questo articolo cercheremo di spiegare sia perché
l'ipotesi (quasi una richiesta di salvataggio del Pcl) che ci è stata avanzata
da questo compagno non è praticabile; sia perché pensiamo che conoscere il Pcl
sia utile per evitarlo, cioè per evitare (come è capitato a tanti) di starci
dentro qualche mese per poi uscirne delusi e scoraggiati verso ogni tipo di
militanza.
Un modo diverso
di confrontarsi
Secondo il nostro costume faremo una
polemica puramente politica, senza mai ricorrere (a differenza di quello che
fanno altri) a insulti o calunnie. Vogliamo dialogare con i compagni che sono
usciti dal Pcl (alcuni dei quali stanno entrando nel Pdac o ci hanno chiesto
l'iscrizione), così come con quelli che stanno per uscirne e anche con coloro
che al momento meditano di costituire nel loro partito (così abbiamo appreso)
una tendenza contrapposta ai vertici.
Per questa nostra abitudine al
confronto politico franco ci viene detto che siamo polemici. Lo confermiamo: la
polemica politica aperta è sempre stato il metodo di Lenin e Trotsky, a cui ci
ispiriamo. Nella seconda parte di questo articolo faremo riferimento a testi di
compagni siciliani usciti dal Pcl. Si tratta di testi pubblici (di cui
riportiamo la fonte) che ci sembrano particolarmente utili perché attraverso
un'esperienza diretta quei compagni sono arrivati a sviluppare analisi molto
simili alle nostre.
Prima di iniziare è infine utile invitare a partecipare
a questa riflessione non solo i compagni che sono usciti dal Pcl o che ancora ne
fanno parte. A nostro dalla crisi del Pcl possono trarre insegnamento tutti. Si
tratta infatti di capire quali strade non vanno percorse nel processo di
costruzione di quel forte partito rivoluzionario che ancora non c'è (e che certo
non abbiamo la pretesa di incarnare oggi noi).

Una concezione
vecchia di centodieci anni
Se dovessimo riassumere la concezione
politica del gruppo dirigente del Pcl (quando usiamo questa espressione ci
riferiamo in realtà ai soli Ferrando e Grisolia, non esistendo, come vedremo, un
effettivo "gruppo dirigente" nazionale più largo) proveremmo a dirla come segue.
Pensano che il partito rivoluzionario si costruisca in due tempi. In un
primo tempo si iscrive chiunque lo chieda, senza verificare la condivisione di
un programma comune (basta un vago riferimento al comunismo) né alcun effettivo
impegno alla militanza, nella convinzione che il problema sia fare numero e non
lasciare fuori nessuno. In un secondo tempo si costruirà un'omogeneità attorno
al programma che nel frattempo è stato salvaguardato dai vertici che svolgono la
funzione delle antiche vestali col fuoco. Da questa impostazione risulta
un'organizzazione che è un variopinto insieme di concezioni politiche e
programmatiche (anche inconciliabili tra loro) collegate da una struttura
federalista, cioè un insieme di gruppi il cui unico collante è rappresentato dal
leader pubblico e dall'altro dirigente.
Prima di vedere se questa modalità di
costruzione sia condivisibile o meno, occorre osservare che essa non regge alla
prova dei fatti perché il "secondo tempo" (quello dell'omogeneità attorno a un
programma comune) non arriva mai: pratiche politiche differenti non fanno
infatti che consolidare concezioni differenti. Non solo: lo stesso "fuoco"
preservato dalle due vestali è sottoposto a continue correnti, sia correnti
d'aria che politiche, alle quali non resiste, spegnendosi.
Questa concezione
di costruzione non funziona nella prassi perché è sbagliata in teoria. Si tratta
infatti del capovolgimento della teoria leninista del partito in cui a partire
dalla condivisione di un programma fondamentale e di una concezione
politico-organizzativa si ha la più ampia discussione interna e quindi l'unità
nell'azione.
E' bene aver presente che questa concezione di un partito privo
di delimitazioni programmatiche e organizzative (cioè in cui, al di là di ciò
che viene proclamato, non vi è differenza di fatto tra chi fa militanza
quotidiana e i simpatizzanti passivi, cioè per dirla con Lenin tra il partito e
la classe, tra il reparto più avanzato del partito e i settori da far avanzare)
non è nuova. E' esattamente la concezione contro cui, quasi centodieci anni fa,
nel 1903, nacque il bolscevismo. E' la concezione di Martov e Akselrod, quella
menscevica. A quel dibattito fondamentale e attualissimo abbiamo dedicato vari
testi e in particolare un lungo saggio sul n. 2 della nostra rivista teorica
(Trotskismo oggi) a cui rimandiamo chi fosse interessato ad
approfondire il tema.
Quando il
virtuale sostituisce il reale

Leggendo le lettere e i testi
pubblici di compagni usciti dal Pcl colpisce un punto comune: tutti sottolineano
il fatto che nel partito non esiste un gruppo dirigente e che questo ruolo è
assolto nei fatti dalla coppia Ferrando e Grisolia.
Questo leaderismo spiega
molte cose: perché è difficile vedere testi o articoli del Pcl che non siano
firmati da Ferrando; perché l'unico dirigente che gira per partecipare ai
dibattiti sia Ferrando; perché all'esterno molti non conoscano il Pcl ma spesso
soltanto il nome di Ferrando.
Le forme di culto, più o meno velate, del
leader (la cui immagine campeggia su molti siti web del Pcl, quasi fosse il
simbolo del partito), sono il frutto di una modalità organizzativa che
assomiglia a quella che ritroviamo sempre più spesso in varie formazioni
riformiste o borghesi che spesso hanno addirittura il nome del capo scritto nel
simbolo (si pensi ai partiti di Pannella, Grillo, Di Pietro, Vendola ecc.). Un
dirigente locale del Pcl, uscito in queste settimane, ha raccontato questo culto
della persona (inquietante per un partito che si definisce "trotskista")
ironicamente scrivendo che nel Pcl c'è qualche cardinale e qualche vescovo ma un
solo papa, Ferrando.
Ogni papa (in qualsiasi chiesa) deve essere riconosciuto
infallibile, pena la scomunica. Nel caso del Pcl però la scomunica - si badi
bene - non colpisce chi sostiene e pratica posizioni politiche diverse da quelle
di Ferrando, ma soltanto chi ne contesta il modello organizzativo (la
federazione lassa attorno al "papa") e quindi indirettamente l'autorità. Questo
spiega come mai in un partito che porta sulle bandiere il nome della "Quarta
Internazionale" si esprimano a livello locale posizioni politico-programmatiche
le più disparate e in maggioranza estranee e ostili al trotskismo: dal castrismo
al chavismo, dal maoismo all'anarchismo, dal riformismo togliattiano a quello
berlingueriano. (1).
Il leaderismo e il federalismo che lo accompagna non
sono altro che gli effetti collaterali della concezione menscevica del partito.
Se infatti, in osservanza della concezione menscevica, si rinuncia a costruire
il partito di militanti d'avanguardia (sperando con una scorciatoia di crescere
più rapidamente), inevitabilmente si deve trovare un modo per far convivere
programmi diversi: ecco il federalismo. E il federalismo, cioè la rinuncia al
centralismo, inevitabilmente richiede un'altra forma che assicuri una qualche
unità del gruppo: ecco il leaderismo. Ma federalismo e leaderismo a loro volta
richiedono (come hanno segnalato i compagni siciliani usciti dal Pcl) che si
consolidi il verticismo (dei due leader) e quindi che non si cerchi, o meglio
che di proposito si eviti, di formare quadri che potrebbero mettere in
discussione il "papa" e la sua infallibilità. L'assenza di formazione determina
poi la difficoltà ad avere quadri che intervengano nelle lotte, scrivano
articoli, facciano un giornale o una rivista, ecc.: di qui la necessità che
questo lavoro ricada nei fatti sul solo leader.
Come hanno notato in molti,
quello che abbiamo fin qui descritto è un partito più virtuale che reale.
Infatti. Siccome però nel mondo materiale ciò che è virtuale e non reale non può
crescere, ecco la necessità da parte dei vertici del Pcl di inventarsi numeri
inesistenti: i famosi tremila o duemila militanti dichiarati in pubblico che poi
si scoprono essere quattrocento (2). Quattrocento non sarebbero pochi per una
organizzazione di militanti e quadri: ma il problema è, come testimoniano altri
compagni poi usciti proprio per questo dal Pcl, che le stesse tessere militanti
non definiscono nulla, in quanto sono date a chiunque, così che tra quei
quattrocento "militanti" una buona parte è composta di iscritti che si sono
visti una volta soltanto a un'assemblea. "Militanti" che oltre a non fare
militanza non partecipano nemmeno alle manifestazioni e alle lotte: per questo
un partito che vanta pubblicamente migliaia di iscritti e ne certifica (al suo
interno) quattrocento è assente da molte manifestazioni locali o regionali e si
concentra in genere su un paio di manifestazioni all'anno, dove con grande
sforzo porta un centinaio di compagni per poi vantare subito dopo di aver
composto lo spezzone "più lungo" dopo quello di Rifondazione.
In questa
catena perversa si aggiunge un altro anello. La finzione dei numeri come ogni
finzione non sta in piedi da sola nel mondo reale, funziona solo nei comunicati.
Ed è qui che nasce la vera e propria ossessione per la "visibilità mediatica".
Ovviamente il riuscire a far passare sui mass media il proprio messaggio
politico è cosa corretta e che tutti cercano di fare. Il problema è che nel caso
del Pcl la cosa è spinta al punto che il messaggio è definito non in base al
progetto politico ma alla sua appetibilità per la stampa borghese. Ecco allora
il moltiplicarsi di comunicati "scandalosi", gli appelli, la "sfida a Grillo",
ecc.
E ancora: l'ossessione per la "visibilità" mediatica si accompagna ad
un'altra ossessione non meno pericolosa: quella per le elezioni. Per dei
leninisti la presentazione alle elezioni non è un fine in sé (per raccogliere
voti ed eletti) ma un mezzo per amplificare la visibilità del proprio programma.
Per il vertice del Pcl l'impostazione è rovesciata, come giustamente commentano
i compagni siciliani, e questo determina che il programma con cui il Pcl si
presenta alle elezioni, specie a quelle locali, sia spesso ben più minimalistico
di quello dei riformisti (3), venendo visto solo come qualcosa che è utile nella
misura in cui garantisce uno spazio sui giornali. E i giornali notoriamente non
sono interessati alle tematiche rivoluzionarie.
Le elezioni, se concepite in
quest'ottica, devono produrre risultati in termini di voti (non tanto di nuovi
militanti, come invece è nella logica di un'organizzazione bolscevica). Ecco
allora che prima delle elezioni, per mesi, si presenta il Pcl come "il partito
dell'1%", "l'unico esistente a sinistra di Rifondazione", nella speranza che la
stampa borghese offra qualche riquadro. Poi, quando arrivano i numeri (modesti e
in linea con quelli di Sinistra Critica e del Pdac, cioè delle altre forze che
si presentano a sinistra del Prc), si tace. Tanto che a sei mesi dalle elezioni
amministrative, che furono precedute da non meno di venti comunicati di
Ferrando, non è ancora stato pubblicato un bilancio dei risultati del Pcl,
evidentemente nella speranza che i giornalisti non facciano caso agli zero
virgola e alla elezioni successiva si possa ricominciare il gioco da capo.
Lo
stesso voto al secondo turno per Pisapia (candidato dei banchieri), che
giustamente ha sollevato molte perplessità nello stesso Pcl, ancora prima di
essere un fatto politicamente grave era un mezzo per cercare di avere qualche
riga sui giornali (effetto mancato perché la dichiarazione di voto del Pcl che a
Milano aveva preso esattamente lo 0,06% dei voti non è risultata interessante
per la stampa borghese).
Così sembrerebbe chiudersi il circolo vizioso,
quella catena che ha come primo anello il menscevismo e i cui altri anelli sono
il federalismo, il leaderismo, la volontà di non formare quadri, l'assenza di un
giornale reale, la finzione dei numeri, l'ossessione per la visibilità
mediatica, l'elettoralismo. Ma mancano ancora qualche anello.
L'accettazione
come militante di chiunque apre la strada insieme a compagni onesti anche a
qualche personaggio e a qualche arrivista. Dei personaggi loschi dovremo
occuparci tra poco, per quanto riguarda gli arrivisti la cosa può essere
osservata nella silente presenza del Pcl nei vari sindacati e in particolare
nella Cgil e nella Fiom. Ferrando non vuole disturbare le burocrazie non perché
ne tragga un qualche tornaconto personale, ma perché vuole essere riconosciuto e
legittimato come cosa esistente, come parte del gioco (e quindi poter
partecipare a un dibattito con Landini, essere chiamato da Cremaschi a
costituire il "coordinamento", da lui stesso nominato, del cosiddetto Comitato
No Debito, ecc.). Ma in questa logica capita poi che si accodino alcuni che un
interesse personale e materiale (e non solo di prestigio) lo coltivano: sono
quelli che puntano a un distacco, a un incarico nella burocrazia sindacale. (4)

L'isolamento
nazionale aggrava la malattia
Le caratteristiche del Pcl che
abbiamo definito col termine di "menscevismo" (istituendo ovviamente solo un
paragone, non certo un'identità, visto che il menscevismo russo fu una cosa ben
più importante e reale di quello di Ferrando) sono in parte anche favorite
dall'isolamento nazionale di quell'organizzazione. Costruire il partito e
contemporaneamente l'internazionale non è infatti una necessità solo per far
vincere la futura rivoluzione ma anche una immediata necessità proprio per
evitare distorsioni politiche e organizzative.
Il Pcl invece è nato e sta
crescendo nell'isolamento nazionale. L'organizzazione di cui il Pcl sostiene di
far parte (il Comitato per la Rifondazione della Quarta Internazionale), che
fino a qualche anno fa era un gruppo di discussione (privo di organismi) tra
quattro o cinque organizzazioni (di cui l'unica con peso reale era il Po
argentino), si è di fatto liquidata, tanto che lo stesso Altamira (leader-guru
del Po) nel recente congresso del suo partito ha riconosciuto che "ormai il Crqi
è inattivo". Espressione appropriata se si considera che l'ultima dichiarazione
congiunta del Crqi risale ormai a tre anni fa. E pensare che questa ulteriore
struttura virtuale è stata definita da Ferrando in un'intervista come "la
principale forza trotskista nel mondo".
I gravi
fatti siciliani: ultima clamorosa conferma
Da tempo il Pcl continua a perdere
militanti e sezioni. La cosa si capiva dall'assenza del Pcl da tante
manifestazioni e iniziative ma poteva anche intuirsi guardando i siti locali che
ancora fanno bella mostra di sé nella pagina dei link del Pcl: circa la metà
rimanda a pagine in vendita o non più aggiornate da anni. In ogni caso oggi
abbiamo conferma di questa crisi dai documenti pubblicati dai compagni di
Palermo usciti (di fatto tutti) dal Pcl nelle scorse settimane.
Oltre a
raccontare la loro battaglia e la loro scelta di uscire dal Pcl, questi compagni
danno conto di altre uscite di gruppo precedenti e raccontano di un crescente
malcontento interno che avrebbe spinto alcuni compagni a dar vita a una tendenza
per cercare di salvare il salvabile.
Si fa riferimento a una lettera dei
principali dirigenti della sezione di Catanzaro che denunciarono l'anno scorso
un tesseramento gonfiato, l'ingresso di elementi dubbi, nonché (citiamo)
"imbrogli, familismo" e una deriva elettoralistica. Per questa loro critica alla
struttura furono commissariati. Dopo poco decisero di uscire denunciando "una
strategia che vede sacrificare sull'altare delle elezioni i fondamenti
etico-politici di un partito che si richiama alla tradizione
trotskista."
L'attivo regionale calabrese del Pcl (riportiamo sempre da un
testo citato dai compagni siciliani) parla di "tesseramento gonfiato e
cammellaggio", di militanti che lasciano "disgustati dagli episodi di
burocrazia", ecc.
Non molto diversa è la vicenda dei compagni palermitani.
Mesi fa avviarono una battaglia nel loro partito contro un tesseramento di
"militanti fantasma", che ha condotto all'ingresso non solo di iscritti
"estranei alla cultura comunista" ma -citiamo testualmente- persino di figure
"riconducibili a famiglie legate ad ambienti mafiosi". Uno di questi ultimi,
spiegano, dimostratosi affidabile e rispettoso dei vertici (del partito,
intendiamo), fu promosso dirigente regionale, incarico che gestì ricorrendo a
metodi che -sempre secondo quanto raccontano questi compagni- arrivavano sino a
imporre la propria volontà ad altri militanti con minacce, qualche "buffetto"
(fatto confermato dallo stesso interessato) e convocazione di riunioni in un
locale quantomeno equivoco (che proprio nei giorni scorsi è stato chiuso in
seguito a una retata poliziesca: non per motivi politici ma per fatti di
mafia).
Questi episodi furono minimizzati da Ferrando e Grisolia, come si può
leggere nella documentazione pubblicata. Anzi: visto che i compagni di Palermo
mettevano in discussione il modello organizzativo fu contro di loro (non contro
le figure diciamo così "dubbie") che si iniziò una battaglia a base di sofismi e
di abusati metodi retorici, buttandola infine "in caciara", come dicono a Roma,
confidando che nella confusione il resto del partito, non riuscendo a capire
cosa sia effettivamente successo, si affidi alla versione del capo. A coronare
il tutto è partita poi - così denunciano questi compagni - una campagna
denigratoria (un metodo che Ferrando e Grisolia hanno usato frequentemente anche
contro il Pdac).
I compagni palermitani sono stati però capaci di mantenersi
lucidi e razionali, non accettando questo terreno e pubblicando una serie di
testi molto chiari, con riferimenti precisi, su cui ognuno potrà farsi la
propria opinione sui fatti. Quello che più conta è che questi compagni sono
riusciti, a partire dalla loro esperienza, a trarre alcune generalizzazioni sul
Pcl che a nostro avviso combaciano con l'analisi che abbiamo sviluppato in
questo articolo e in altre nostre analisi precedenti.
Suggeriamo in
particolare la lettura della lettera aperta di Mauro Buccheri (ex coordinatore
del Pcl di Palermo) dal titolo "Perché sono uscito dal Pcl".
Conoscendo
l'espediente retorico cui alcuni fanno ricorso in questi casi (difendersi da
un'accusa infondata che nessuno ha mosso, per poter così parlare d'altro) è bene
precisare e sottolineare che né Buccheri né gli altri compagni siciliani
accusano Ferrando e Grisolia di avere responsabilità diretta per i fatti citati.
Nessuno (nemmeno noi) muove verso Ferrando e Grisolia la ridicola accusa di
avere rapporti con la mafia. Qui stiamo discutendo di altro: degli "infortuni"
che capitano a chi applica una concezione menscevica del partito, aprendo le
porte a chiunque.

Dopo
Progetto Comunista, due concezioni alla prova dei
fatti
Ripetiamolo: l'episodio siciliano
citato, pur gravissimo (laddove fosse confermato), non è importante di per sé e
non deve quindi distogliere l'attenzione dal fatto politico. E' importante
perché rivela a quali disastri può condurre una concezione di tipo menscevico
del partito. Come scrive Buccheri, l'episodio siciliano è servito a lui e ad
altri compagni per conoscere meglio il Pcl e per comprendere i guasti che può
provocare la "rinuncia all'impostazione militante del partito".
Come si vede
è esattamente il meccanismo che abbiamo descritto in questo articolo.
Siamo
insomma di fronte all'ennesima riprova di quanto denunciammo nel 2006 e che
portò alla divisione in due parti dell'allora Progetto Comunista: Pdac e Pcl.
Oggi tutti hanno la possibilità di fare un bilancio di quelle due esperienze, di
come si sono sviluppati quei due progetti contrapposti, uno ispirato alle
concezioni bolsceviche, l'altro a quelle mensceviche. Da una parte il Pdac che,
con tutti i suoi limiti, è una forza reale e presente nelle lotte, composta da
quadri e militanti, dall'altra il Pcl che non sapremmo definire meglio di quanto
ha fatto il compagno Buccheri che lo ha conosciuto dall'interno: "una
illusione", "un imbroglio puramente mediatico", un'organizzazione "centrista"
che cioè ha assunto "una connotazione ambigua e ibrida fra la vocazione
rivoluzionaria e il riformismo." Un gruppo, soprattutto, che grazie al richiamo
(abusivo) al trotskismo e alla visibilità guadagnata nei modi detti, attira
compagni che poi brucia rapidamente (appena si accorgono dove sono finiti)
moltiplicando i casi, scrive Buccheri, di chi finisce "alle volte con
l'abbandonare tout court l'attività politica per sconcerto."
L'insieme dei
testi a cui abbiamo fatto riferimento e che abbiamo citato sono leggibili sul
sito:
Perché non
possiamo "salvare" il Pcl
Ci sembra che adesso possa essere più
chiaro perché non abbiamo nessuna intenzione di fonderci col Pcl per in qualche
modo "salvarlo", come ci viene chiesto in buona fede da qualche compagno dello
stesso Pcl cui facevamo riferimento all'inizio. Una concezione bolscevica e una
menscevica del partito non possono trovare una sintesi comune. Come si è visto,
al comune riferimento alla parola "trotskismo" non corrisponde un comune
riferimento teorico né pratico: non più di quanto l'uso comune della parola
"comunismo" avvicini il Pdac a Diliberto o a Ferrero che sono in attesa di
essere imbarcati dal prossimo governo di centrosinistra.
Dal Pcl ci si può
solo salvare: uscendone come hanno fatto e stanno facendo tanti
compagni.
Perché la realtà è che con quanto abbiamo descritto sopra, cioè col
Pcl, il trotskismo non c'entra nulla.
Il termine parabola che usiamo nel
titolo di questo articolo con riferimento al Pcl va allora inteso nei due sensi
della parola: parabola per indicare la traiettoria discendente, parabola per
alludere all'insegnamento che può venire dallo studio di quell'esperienza per
tutti coloro che, ovunque oggi collocati, vogliono costruire il partito
rivoluzionario. E l'insegnamento principale è studiare il Pcl per dire,
parafrasando il poeta: ecco ciò che non siamo, ciò che non vogliamo. Ecco
cosa non bisogna fare.
Note
(1) La lista
delle posizioni presenti nel Pcl porterebbe via troppo spazio. Non ci riferiamo
alle diverse provenienze dei compagni: cosa che è naturale. Ci riferiamo alle
diverse concezioni programmatiche e politiche. A puro titolo di esempio: si
trovano: sezioni che difendono "la democrazia partecipata", la Costituzione
repubblicana e, con accenti dipietristi, manifestano sostegno alla magistratura
(che i rivoluzionari, abitualmente, definiscono "borghese"). Citiamo: "Noi, Pcl
di Parma, diamo il massimo appoggio alla magistratura, affinché possa lavorare
nella totale serenità ed obiettività". Un'altra sezione, su posizioni più vicine
alla Lega, protesta perché "La forza pubblica di questo territorio può contare"
su scarsi organici (tra carabinieri e polizia), il che porta (come ha fatto
presente il Pcl in "un incontro col viceprefetto vicario") a una "emergenza
sicurezza". Un'altra (Molise) moltiplica gli esposti alla magistratura (con
tanto di richiami al codice penale) e gli appelli personali a Napolitano.
Un'altra (Marche) si pronuncia a favore delle nazionalizzazioni delle aziende:
purché fatte secondo quanto previsto "dagli articoli 42 e 43 della
Costituzione". Un'altra (Massa Carrara) pare più vicina a posizioni
neo-proudhoniane e propone "l'autogoverno solidale e cooperativo". Un'altra
organizza iniziative su Berlinguer. Un dirigente (nella pagina "teorica" del
sito nazionale) spiega perché la rivoluzione spagnola avrebbe insegnato che
"bisogna unire anarchici e marxisti" (non esattamente l'insegnamento che ne
trasse Trotsky...).
(2) All'assemblea fondativa il Pcl vantava 1300
iscritti. Numeri contestati dall'allora minoranza interna, raccolta intorno a
posizioni mao-staliniste. Di quei presunti 1300 iscritti solo 500 parteciparono
alle assemblee congressuali; gli altri (se esistenti) erano dunque solo
simpatizzanti. L'anno dopo, nel 2007, Ferrando informava la stampa, in occasione
del congresso fondativo, di aver raggiunto i "2000 militanti". E,
incredibilmente, in un'intervista di tre settimane dopo comunicava di aver già
superato questo numero: la nuova cifra annunciata era di 3000 (tremila)
militanti (cfr. il Manifesto, 23 dicembre 2007). Peccato che
il Regolamento congressuale del II Congresso Pcl, nel 2011, testo che doveva
nelle intenzioni restare interno ma che è invece trapelato, affermasse
all'articolo 2.2: "Ogni componente del Comitato Politico, o in alternativa,
almeno il 2% dei militanti al 30 giugno 2010 (cioè 8 compagni/e), ha diritto..."
Di qui si ricava la cifra di 400: visto che 8 iscritti sono il 2%. Questi 400
peraltro non sono da considerarsi tutti "militanti" nel senso bolscevico del
termine (dato che ci sono "militanti" che non hanno mai partecipato nemmeno a
una riunione, come testimoniano i compagni di Palermo). Secondo varie fonti
interne, i militanti effettivi (chiaramente non in senso bolscevico, visto che
altrimenti dovrebbero non solo fare militanza ma anche condividere un comune
programma generale) saranno oggi intorno al centinaio.
(3) Per limitarsi a un
paio di esempi: a Milano (città dove il Pcl aveva fino a poco tempo fa la sede
nazionale, poi chiusa) il candidato sindaco Montuori ha basato la sua
presentazione su questioni come le piste ciclabili, i "gradini troppo alti della
metropolitana", senza nessun riferimento (nemmeno generico) a questioni di
classe o a un programma anche vagamente rivoluzionario. Montuori ha persino
sottolineato come con il Pd il Pcl ritenga che vi possa essere "un fronte di
collaborazione" su "questioni come il lavoro, l'immigrazione" (su youtube si
trovano ancora i filmati). A Sanremo (v. programma della primavera scorsa) il
Pcl ha presentato un programma in cui compaiono esclusivamente punti di questo
tipo: "la rimozione di erba alta e erbacce degli spazi verdi", la "ripulitura
della bocciofila" e persino "il ripristino della festa patronale". Chiunque può
trovare decine di altri casi simili, solo facendo un giro su internet.
(4) E'
il caso di tre fuoriusciti dal Pdac (Doro, Marceca e Margiotta) che, dopo aver
rotto qualche anno fa col nostro partito perché indisponibili a fare una
battaglia aperta nella Cgil e nella Fiom contro le burocrazie, sono andati nel
Pcl (che notoriamente non conduce questa battaglia). Poco dopo Francesco Doro è
stato cooptato, non a caso, nel Comitato Centrale della Fiom, dove non conduce
nessuna battaglia visibile contro la burocrazia.