Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

domenica 14 ottobre 2012

Il 27 ottobre dica anche no alla guerra

Il Comitato per la verità sulle guerre  


Diversi appelli dalle realtà No War chiedono che la manifestazione nazionale del 27 ottobre, No Monti Day, faccia proprie anche le preoccupazioni e le iniziative contro la guerra.
Crescono esponenzialmente le aspettative e le adesioni per la manifestazione nazionale No Monti Day che si terrà a Roma il prossimo 27 ottobre. Alcuni reti chiedono di dare valore aggiunto ad una piattaforma che configura già una opposizione a tutto campo alle politiche del governo e dell'Unione Europea. Lo striscione che chiama alla No Monti day è comparso ieri a Napoli anche sulla Estelle diretta a Gaza per rompere l'assedio israeliano. Altre reti, come il Comitato per la verità sulle guerre e il Comitato contro la guerra di Milano hanno inviato delle lettere al comitato promotore che riproduciamo qui di seguito.

Nel giugno di quest anno, decine di organizzazioni antagoniste, tra cui la redazione di www.sibialiria.org hanno firmato l’appello “Giù le mani dalla Siria!” che, tra l’altro, denuncia la guerra per procura condotta contro la Siria dal governo Monti; un governo che ha dapprima rotto le relazioni diplomatiche con Damasco riconoscendo nel contempo i banditi del CNS come “unici rappresentanti del Popolo siriano” , poi ha imposto pesanti sanzioni economiche che stanno affamando la popolazione siriana e oggi finanzia e addestra, più o meno apertamente, i cosiddetti “ribelli” alimentando così atrocità e distruzioni.
Come firmatari di quell’appello, quindi, salutiamo con soddisfazione il No Monti Day impegnandoci, già da ora, a promuovere iniziative per far sì che il 27 ottobre sia un momento di vigorosa ripresa dell??opposizione sociale e politica nel nostro Paese e vi comunichiamo che intendiamo partecipare al corteo del 27 ottobre a Roma portando avanti le parole d’ordine già presenti nell’appello “Giù le mani dalla Siria”.
Facendo seguito alla riunione del 30 settembre, e aderendo, inoltre, al vostro invito in calce all’appello, suggeriamo che, pur nel rispetto delle sensibilità delle varie componenti che animano il Comitato promotore "No Monti Day, il NO alla guerra, e in particolare all’attuale guerra che il nostro governo sta conducendo contro la Siria, trovi il suo giusto spazio. Proponiamo, quindi l’inserimento nel testo che indice la manifestazione del 27 ottobre a Roma (tra i paragrafi “NO all'attacco autoritario” e “SÌ al lavoro dignitoso”) la frase “No alla guerra, anche a quella “per procura” condotta contro la Siria, con gli alleati euro-atlantici e le petromonarchie, dal governo Monti",.

Dal Comitato contro la guerra di Milano scrivono:
Ieri mattina" scontri anche ad Aleppo, dove tre autobombe sono esplose nel centro della città provocando "decine di morti e feriti". Il bilancio è di almeno 48 morti e di un centinaio di feriti. Secondo quanto riferito da testimoni, le vetture sono esplose nella famosa piazza Saadallah Al-Jabiri, dove si trovano gli uffici governativi. La maggior parte delle vittime sono militari." Nella stessa giornata "5 persone sono morte e 13 sono rimaste ferite dall'esplosione di un proiettile di mortaio caduto in territorio turco lungo la frontiera con la Siria, nel villaggio di Akcakale. Morte due donne e le tre figlie di una delle due, tra cui una bambina di sei anni. Negli ultimi giorni Akcakale è stato spesso colpito da proiettili vaganti."
Il Comitato contro la Guerra Milano, di fronte alle notizie di cui si è discusso nella riunione di ieri sera, vede con preoccupazione il comunicato di solidarietà della NATO verso la Turchia e ritiene, così come gli stessi mass media riportano(Repubblica, TG Rai News 24), che sarebbe a dir poco paradossale addebitare alla Siria la volontà di attaccare il potente vicino turco. Non si riuscirebbe a capire come la Siria possa trarre vantaggio da un'entrata in guerra della Turchia. Non è un caso che il governo siriano ha già dichiarato di voler indagare sull'episodio, che ha già causato la reazione turca attraverso bombardamenti che hanno colpito obiettivi siriani presso il confine.
Il Comitato contro la Guerra Milano ritiene questi fatti come parte di un possibile preludio di guerra aperta, attraverso l'internazionalizzazione di un conflitto che è già internazionalizzato all'interno dei confini siriani; è ben noto che combattenti, mercenari e non, così come uomini legati al governo italiano, siano già sul terreno siriano a guerreggiare contro le truppe di Damasco.
L'episodio del Golfo del Tonchino che servì da innesco per la guerra al Vietnam è ancora ben presente nella memoria; è molto verosimile che questa provocazione (che avviene attraverso un colpo di mortaio) sia stata opera degli uomini delle stesse organizzazioni che hanno fatto esplodere le bombe nel centro di Aleppo, dove si trovano gli uffici governativi.
Nella riunione di ieri sera il Comitato contro la Guerra Milano ha deciso che alla prossima assemblea nazionale dei promotori dell'Appello "Giù le mani dalla Siria!" proporrà una data, ancora da convenire, in cui ci si mobiliti contro la guerra alla Siria nelle diverse città italiane.
Nel frattempo occorre tenere ben presente che il livello di allarme si è elevato. È bene dunque avere chiaro che, visti i venti di guerra, potrebbe occorrere una risposta immediata al possibile conflitto aperto che la NATO e i suoi amici - il governo italiano incluso - vogliono far scoppiare; inquietanti a questo riguardo le parole del "Professor Monti", che senza mezzi termini ha voluto rassicurare circa la possibilità che l'Italia non si tirerebbe indietro laddove occorresse...
Nelle stesse ore oltre a notizie di venti di guerra giunge la notizia che la Corte dei Conti valuta le "manovre finanziarie" del "Professor Monti" manovre che portano recessione e miseria per il Paese.
Suggeriamo a tutte le realtà promotrici dell'Appello "Giù le mani dalla Siria!" di riunirsi frequentemente per tenersi pronti.
Oggi più che mai tenersi pronti è cosa saggia ricordando che la politica estera dell'Italia è strettamente connessa alla sua politica interna, tesa a piegare i lavoratori e a generare miseria.

Ecco dove conduce la logica del menscevismo


di Francesco Ricci

La parabola del Pcl (di Ferrando):
una vicenda da studiare per non ripeterla
 E' utile scrivere del Pcl (il gruppo di Ferrando), ci chiederà qualche lettore? 
A nostro avviso sì, per due motivi. Primo, è vero che, nonostante l'enorme visibilità mediatica che ha avuto negli anni scorsi (a causa dello "scandalo" per la mancata candidatura al senato di Ferrando da parte di Bertinotti), il Pcl è una piccola organizzazione. E' però anche una delle poche, oltre al Pdac, a richiamarsi (almeno a parole) al trotskismo. Ciò induce una parte dei compagni che si avvicinano al trotskismo a entrare nel Pcl o a chiederci come mai Pdac e Pcl non si unifichino.
Secondo, indagare sulla crisi del Pcl, che sta producendo in questi mesi uscite continue di compagni, è interessante non tanto per quanto rappresenti (o meglio non rappresenti) il Pcl, ma perché ci consente di studiare una forma di menscevismo odierna e di vedere quali danni ancora produce quell'impostazione.
Nelle ultime settimane più di un militante del Pcl, preoccupato per la crisi del suo partito, ci ha posto la domanda su una possibile unificazione con noi. In termini ancora più espliciti un dirigente del Pcl di una città importante (non facciamo il nome perché sarà lui, se lo riterrà, a esporsi) è andato oltre. Incontrandoci a una manifestazione ci ha detto questo (riassumiamo mantenendo il senso): il progetto del Pcl non è decollato, si moltiplicano anzi le uscite come quelle in Calabria, Sicilia ecc. e crescono i compagni che si chiedono che senso abbia proseguire su questa strada. Voi del Pdac, viceversa, mi sembrate attraversare un momento positivo: leggo di nuovi ingressi importanti di esponenti delle lotte, ho visto che state costruendo anche un'organizzazione giovanile, che avete un importante intervento tra i lavoratori immigrati. E poi avete un gruppo dirigente e per questo riuscite a formare nuovi quadri e ad avere vari strumenti di intervento. Tutte cose che noi non riusciamo a fare. Perché non ci unifichiamo? potremmo così dare vita a una organizzazione più grande e con più possibilità.In questo articolo cercheremo di spiegare sia perché l'ipotesi (quasi una richiesta di salvataggio del Pcl) che ci è stata avanzata da questo compagno non è praticabile; sia perché pensiamo che conoscere il Pcl sia utile per evitarlo, cioè per evitare (come è capitato a tanti) di starci dentro qualche mese per poi uscirne delusi e scoraggiati verso ogni tipo di militanza.
Un modo diverso di confrontarsi
Secondo il nostro costume faremo una polemica puramente politica, senza mai ricorrere (a differenza di quello che fanno altri) a insulti o calunnie. Vogliamo dialogare con i compagni che sono usciti dal Pcl (alcuni dei quali stanno entrando nel Pdac o ci hanno chiesto l'iscrizione), così come con quelli che stanno per uscirne e anche con coloro che al momento meditano di costituire nel loro partito (così abbiamo appreso) una tendenza contrapposta ai vertici.
Per questa nostra abitudine al confronto politico franco ci viene detto che siamo polemici. Lo confermiamo: la polemica politica aperta è sempre stato il metodo di Lenin e Trotsky, a cui ci ispiriamo. Nella seconda parte di questo articolo faremo riferimento a testi di compagni siciliani usciti dal Pcl. Si tratta di testi pubblici (di cui riportiamo la fonte) che ci sembrano particolarmente utili perché attraverso un'esperienza diretta quei compagni sono arrivati a sviluppare analisi molto simili alle nostre.
Prima di iniziare è infine utile invitare a partecipare a questa riflessione non solo i compagni che sono usciti dal Pcl o che ancora ne fanno parte. A nostro dalla crisi del Pcl possono trarre insegnamento tutti. Si tratta infatti di capire quali strade non vanno percorse nel processo di costruzione di quel forte partito rivoluzionario che ancora non c'è (e che certo non abbiamo la pretesa di incarnare oggi noi).
Una concezione vecchia di centodieci anni
Se dovessimo riassumere la concezione politica del gruppo dirigente del Pcl (quando usiamo questa espressione ci riferiamo in realtà ai soli Ferrando e Grisolia, non esistendo, come vedremo, un effettivo "gruppo dirigente" nazionale più largo) proveremmo a dirla come segue.
Pensano che il partito rivoluzionario si costruisca in due tempi. In un primo tempo si iscrive chiunque lo chieda, senza verificare la condivisione di un programma comune (basta un vago riferimento al comunismo) né alcun effettivo impegno alla militanza, nella convinzione che il problema sia fare numero e non lasciare fuori nessuno. In un secondo tempo si costruirà un'omogeneità attorno al programma che nel frattempo è stato salvaguardato dai vertici che svolgono la funzione delle antiche vestali col fuoco. Da questa impostazione risulta un'organizzazione che è un variopinto insieme di concezioni politiche e programmatiche (anche inconciliabili tra loro) collegate da una struttura federalista, cioè un insieme di gruppi il cui unico collante è rappresentato dal leader pubblico e dall'altro dirigente.
Prima di vedere se questa modalità di costruzione sia condivisibile o meno, occorre osservare che essa non regge alla prova dei fatti perché il "secondo tempo" (quello dell'omogeneità attorno a un programma comune) non arriva mai: pratiche politiche differenti non fanno infatti che consolidare concezioni differenti. Non solo: lo stesso "fuoco" preservato dalle due vestali è sottoposto a continue correnti, sia correnti d'aria che politiche, alle quali non resiste, spegnendosi.
Questa concezione di costruzione non funziona nella prassi perché è sbagliata in teoria. Si tratta infatti del capovolgimento della teoria leninista del partito in cui a partire dalla condivisione di un programma fondamentale e di una concezione politico-organizzativa si ha la più ampia discussione interna e quindi l'unità nell'azione.
E' bene aver presente che questa concezione di un partito privo di delimitazioni programmatiche e organizzative (cioè in cui, al di là di ciò che viene proclamato, non vi è differenza di fatto tra chi fa militanza quotidiana e i simpatizzanti passivi, cioè per dirla con Lenin tra il partito e la classe, tra il reparto più avanzato del partito e i settori da far avanzare) non è nuova. E' esattamente la concezione contro cui, quasi centodieci anni fa, nel 1903, nacque il bolscevismo. E' la concezione di Martov e Akselrod, quella menscevica. A quel dibattito fondamentale e attualissimo abbiamo dedicato vari testi e in particolare un lungo saggio sul n. 2 della nostra rivista teorica (Trotskismo oggi) a cui rimandiamo chi fosse interessato ad approfondire il tema.
Quando il virtuale sostituisce il reale
Leggendo le lettere e i testi pubblici di compagni usciti dal Pcl colpisce un punto comune: tutti sottolineano il fatto che nel partito non esiste un gruppo dirigente e che questo ruolo è assolto nei fatti dalla coppia Ferrando e Grisolia.
Questo leaderismo spiega molte cose: perché è difficile vedere testi o articoli del Pcl che non siano firmati da Ferrando; perché l'unico dirigente che gira per partecipare ai dibattiti sia Ferrando; perché all'esterno molti non conoscano il Pcl ma spesso soltanto il nome di Ferrando.
Le forme di culto, più o meno velate, del leader (la cui immagine campeggia su molti siti web del Pcl, quasi fosse il simbolo del partito), sono il frutto di una modalità organizzativa che assomiglia a quella che ritroviamo sempre più spesso in varie formazioni riformiste o borghesi che spesso hanno addirittura il nome del capo scritto nel simbolo (si pensi ai partiti di Pannella, Grillo, Di Pietro, Vendola ecc.). Un dirigente locale del Pcl, uscito in queste settimane, ha raccontato questo culto della persona (inquietante per un partito che si definisce "trotskista") ironicamente scrivendo che nel Pcl c'è qualche cardinale e qualche vescovo ma un solo papa, Ferrando.
Ogni papa (in qualsiasi chiesa) deve essere riconosciuto infallibile, pena la scomunica. Nel caso del Pcl però la scomunica - si badi bene - non colpisce chi sostiene e pratica posizioni politiche diverse da quelle di Ferrando, ma soltanto chi ne contesta il modello organizzativo (la federazione lassa attorno al "papa") e quindi indirettamente l'autorità. Questo spiega come mai in un partito che porta sulle bandiere il nome della "Quarta Internazionale" si esprimano a livello locale posizioni politico-programmatiche le più disparate e in maggioranza estranee e ostili al trotskismo: dal castrismo al chavismo, dal maoismo all'anarchismo, dal riformismo togliattiano a quello berlingueriano. (1).
Il leaderismo e il federalismo che lo accompagna non sono altro che gli effetti collaterali della concezione menscevica del partito. Se infatti, in osservanza della concezione menscevica, si rinuncia a costruire il partito di militanti d'avanguardia (sperando con una scorciatoia di crescere più rapidamente), inevitabilmente si deve trovare un modo per far convivere programmi diversi: ecco il federalismo. E il federalismo, cioè la rinuncia al centralismo, inevitabilmente richiede un'altra forma che assicuri una qualche unità del gruppo: ecco il leaderismo. Ma federalismo e leaderismo a loro volta richiedono (come hanno segnalato i compagni siciliani usciti dal Pcl) che si consolidi il verticismo (dei due leader) e quindi che non si cerchi, o meglio che di proposito si eviti, di formare quadri che potrebbero mettere in discussione il "papa" e la sua infallibilità. L'assenza di formazione determina poi la difficoltà ad avere quadri che intervengano nelle lotte, scrivano articoli, facciano un giornale o una rivista, ecc.: di qui la necessità che questo lavoro ricada nei fatti sul solo leader.
Come hanno notato in molti, quello che abbiamo fin qui descritto è un partito più virtuale che reale. Infatti. Siccome però nel mondo materiale ciò che è virtuale e non reale non può crescere, ecco la necessità da parte dei vertici del Pcl di inventarsi numeri inesistenti: i famosi tremila o duemila militanti dichiarati in pubblico che poi si scoprono essere quattrocento (2). Quattrocento non sarebbero pochi per una organizzazione di militanti e quadri: ma il problema è, come testimoniano altri compagni poi usciti proprio per questo dal Pcl, che le stesse tessere militanti non definiscono nulla, in quanto sono date a chiunque, così che tra quei quattrocento "militanti" una buona parte è composta di iscritti che si sono visti una volta soltanto a un'assemblea. "Militanti" che oltre a non fare militanza non partecipano nemmeno alle manifestazioni e alle lotte: per questo un partito che vanta pubblicamente migliaia di iscritti e ne certifica (al suo interno) quattrocento è assente da molte manifestazioni locali o regionali e si concentra in genere su un paio di manifestazioni all'anno, dove con grande sforzo porta un centinaio di compagni per poi vantare subito dopo di aver composto lo spezzone "più lungo" dopo quello di Rifondazione.
In questa catena perversa si aggiunge un altro anello. La finzione dei numeri come ogni finzione non sta in piedi da sola nel mondo reale, funziona solo nei comunicati. Ed è qui che nasce la vera e propria ossessione per la "visibilità mediatica". Ovviamente il riuscire a far passare sui mass media il proprio messaggio politico è cosa corretta e che tutti cercano di fare. Il problema è che nel caso del Pcl la cosa è spinta al punto che il messaggio è definito non in base al progetto politico ma alla sua appetibilità per la stampa borghese. Ecco allora il moltiplicarsi di comunicati "scandalosi", gli appelli, la "sfida a Grillo", ecc.
E ancora: l'ossessione per la "visibilità" mediatica si accompagna ad un'altra ossessione non meno pericolosa: quella per le elezioni. Per dei leninisti la presentazione alle elezioni non è un fine in sé (per raccogliere voti ed eletti) ma un mezzo per amplificare la visibilità del proprio programma. Per il vertice del Pcl l'impostazione è rovesciata, come giustamente commentano i compagni siciliani, e questo determina che il programma con cui il Pcl si presenta alle elezioni, specie a quelle locali, sia spesso ben più minimalistico di quello dei riformisti (3), venendo visto solo come qualcosa che è utile nella misura in cui garantisce uno spazio sui giornali. E i giornali notoriamente non sono interessati alle tematiche rivoluzionarie.
Le elezioni, se concepite in quest'ottica, devono produrre risultati in termini di voti (non tanto di nuovi militanti, come invece è nella logica di un'organizzazione bolscevica). Ecco allora che prima delle elezioni, per mesi, si presenta il Pcl come "il partito dell'1%", "l'unico esistente a sinistra di Rifondazione", nella speranza che la stampa borghese offra qualche riquadro. Poi, quando arrivano i numeri (modesti e in linea con quelli di Sinistra Critica e del Pdac, cioè delle altre forze che si presentano a sinistra del Prc), si tace. Tanto che a sei mesi dalle elezioni amministrative, che furono precedute da non meno di venti comunicati di Ferrando, non è ancora stato pubblicato un bilancio dei risultati del Pcl, evidentemente nella speranza che i giornalisti non facciano caso agli zero virgola e alla elezioni successiva si possa ricominciare il gioco da capo.
Lo stesso voto al secondo turno per Pisapia (candidato dei banchieri), che giustamente ha sollevato molte perplessità nello stesso Pcl, ancora prima di essere un fatto politicamente grave era un mezzo per cercare di avere qualche riga sui giornali (effetto mancato perché la dichiarazione di voto del Pcl che a Milano aveva preso esattamente lo 0,06% dei voti non è risultata interessante per la stampa borghese).
Così sembrerebbe chiudersi il circolo vizioso, quella catena che ha come primo anello il menscevismo e i cui altri anelli sono il federalismo, il leaderismo, la volontà di non formare quadri, l'assenza di un giornale reale, la finzione dei numeri, l'ossessione per la visibilità mediatica, l'elettoralismo. Ma mancano ancora qualche anello.
L'accettazione come militante di chiunque apre la strada insieme a compagni onesti anche a qualche personaggio e a qualche arrivista. Dei personaggi loschi dovremo occuparci tra poco, per quanto riguarda gli arrivisti la cosa può essere osservata nella silente presenza del Pcl nei vari sindacati e in particolare nella Cgil e nella Fiom. Ferrando non vuole disturbare le burocrazie non perché ne tragga un qualche tornaconto personale, ma perché vuole essere riconosciuto e legittimato come cosa esistente, come parte del gioco (e quindi poter partecipare a un dibattito con Landini, essere chiamato da Cremaschi a costituire il "coordinamento", da lui stesso nominato, del cosiddetto Comitato No Debito, ecc.). Ma in questa logica capita poi che si accodino alcuni che un interesse personale e materiale (e non solo di prestigio) lo coltivano: sono quelli che puntano a un distacco, a un incarico nella burocrazia sindacale. (4)
L'isolamento nazionale aggrava la malattia
Le caratteristiche del Pcl che abbiamo definito col termine di "menscevismo" (istituendo ovviamente solo un paragone, non certo un'identità, visto che il menscevismo russo fu una cosa ben più importante e reale di quello di Ferrando) sono in parte anche favorite dall'isolamento nazionale di quell'organizzazione. Costruire il partito e contemporaneamente l'internazionale non è infatti una necessità solo per far vincere la futura rivoluzione ma anche una immediata necessità proprio per evitare distorsioni politiche e organizzative.
Il Pcl invece è nato e sta crescendo nell'isolamento nazionale. L'organizzazione di cui il Pcl sostiene di far parte (il Comitato per la Rifondazione della Quarta Internazionale), che fino a qualche anno fa era un gruppo di discussione (privo di organismi) tra quattro o cinque organizzazioni (di cui l'unica con peso reale era il Po argentino), si è di fatto liquidata, tanto che lo stesso Altamira (leader-guru del Po) nel recente congresso del suo partito ha riconosciuto che "ormai il Crqi è inattivo". Espressione appropriata se si considera che l'ultima dichiarazione congiunta del Crqi risale ormai a tre anni fa. E pensare che questa ulteriore struttura virtuale è stata definita da Ferrando in un'intervista come "la principale forza trotskista nel mondo".
I gravi fatti siciliani: ultima clamorosa conferma
Da tempo il Pcl continua a perdere militanti e sezioni. La cosa si capiva dall'assenza del Pcl da tante manifestazioni e iniziative ma poteva anche intuirsi guardando i siti locali che ancora fanno bella mostra di sé nella pagina dei link del Pcl: circa la metà rimanda a pagine in vendita o non più aggiornate da anni. In ogni caso oggi abbiamo conferma di questa crisi dai documenti pubblicati dai compagni di Palermo usciti (di fatto tutti) dal Pcl nelle scorse settimane.
Oltre a raccontare la loro battaglia e la loro scelta di uscire dal Pcl, questi compagni danno conto di altre uscite di gruppo precedenti e raccontano di un crescente malcontento interno che avrebbe spinto alcuni compagni a dar vita a una tendenza per cercare di salvare il salvabile.
Si fa riferimento a una lettera dei principali dirigenti della sezione di Catanzaro che denunciarono l'anno scorso un tesseramento gonfiato, l'ingresso di elementi dubbi, nonché (citiamo) "imbrogli, familismo" e una deriva elettoralistica. Per questa loro critica alla struttura furono commissariati. Dopo poco decisero di uscire denunciando "una strategia che vede sacrificare sull'altare delle elezioni i fondamenti etico-politici di un partito che si richiama alla tradizione trotskista."
L'attivo regionale calabrese del Pcl (riportiamo sempre da un testo citato dai compagni siciliani) parla di "tesseramento gonfiato e cammellaggio", di militanti che lasciano "disgustati dagli episodi di burocrazia", ecc.
Non molto diversa è la vicenda dei compagni palermitani. Mesi fa avviarono una battaglia nel loro partito contro un tesseramento di "militanti fantasma", che ha condotto all'ingresso non solo di iscritti "estranei alla cultura comunista" ma -citiamo testualmente- persino di figure "riconducibili a famiglie legate ad ambienti mafiosi". Uno di questi ultimi, spiegano, dimostratosi affidabile e rispettoso dei vertici (del partito, intendiamo), fu promosso dirigente regionale, incarico che gestì ricorrendo a metodi che -sempre secondo quanto raccontano questi compagni- arrivavano sino a imporre la propria volontà ad altri militanti con minacce, qualche "buffetto" (fatto confermato dallo stesso interessato) e convocazione di riunioni in un locale quantomeno equivoco (che proprio nei giorni scorsi è stato chiuso in seguito a una retata poliziesca: non per motivi politici ma per fatti di mafia).
Questi episodi furono minimizzati da Ferrando e Grisolia, come si può leggere nella documentazione pubblicata. Anzi: visto che i compagni di Palermo mettevano in discussione il modello organizzativo fu contro di loro (non contro le figure diciamo così "dubbie") che si iniziò una battaglia a base di sofismi e di abusati metodi retorici, buttandola infine "in caciara", come dicono a Roma, confidando che nella confusione il resto del partito, non riuscendo a capire cosa sia effettivamente successo, si affidi alla versione del capo. A coronare il tutto è partita poi - così denunciano questi compagni - una campagna denigratoria (un metodo che Ferrando e Grisolia hanno usato frequentemente anche contro il Pdac).
I compagni palermitani sono stati però capaci di mantenersi lucidi e razionali, non accettando questo terreno e pubblicando una serie di testi molto chiari, con riferimenti precisi, su cui ognuno potrà farsi la propria opinione sui fatti. Quello che più conta è che questi compagni sono riusciti, a partire dalla loro esperienza, a trarre alcune generalizzazioni sul Pcl che a nostro avviso combaciano con l'analisi che abbiamo sviluppato in questo articolo e in altre nostre analisi precedenti.
Suggeriamo in particolare la lettura della lettera aperta di Mauro Buccheri (ex coordinatore del Pcl di Palermo) dal titolo "Perché sono uscito dal Pcl".
Conoscendo l'espediente retorico cui alcuni fanno ricorso in questi casi (difendersi da un'accusa infondata che nessuno ha mosso, per poter così parlare d'altro) è bene precisare e sottolineare che né Buccheri né gli altri compagni siciliani accusano Ferrando e Grisolia di avere responsabilità diretta per i fatti citati. Nessuno (nemmeno noi) muove verso Ferrando e Grisolia la ridicola accusa di avere rapporti con la mafia. Qui stiamo discutendo di altro: degli "infortuni" che capitano a chi applica una concezione menscevica del partito, aprendo le porte a chiunque.
Dopo Progetto Comunista, due concezioni alla prova dei fatti
Ripetiamolo: l'episodio siciliano citato, pur gravissimo (laddove fosse confermato), non è importante di per sé e non deve quindi distogliere l'attenzione dal fatto politico. E' importante perché rivela a quali disastri può condurre una concezione di tipo menscevico del partito. Come scrive Buccheri, l'episodio siciliano è servito a lui e ad altri compagni per conoscere meglio il Pcl e per comprendere i guasti che può provocare la "rinuncia all'impostazione militante del partito".
Come si vede è esattamente il meccanismo che abbiamo descritto in questo articolo.
Siamo insomma di fronte all'ennesima riprova di quanto denunciammo nel 2006 e che portò alla divisione in due parti dell'allora Progetto Comunista: Pdac e Pcl. Oggi tutti hanno la possibilità di fare un bilancio di quelle due esperienze, di come si sono sviluppati quei due progetti contrapposti, uno ispirato alle concezioni bolsceviche, l'altro a quelle mensceviche. Da una parte il Pdac che, con tutti i suoi limiti, è una forza reale e presente nelle lotte, composta da quadri e militanti, dall'altra il Pcl che non sapremmo definire meglio di quanto ha fatto il compagno Buccheri che lo ha conosciuto dall'interno: "una illusione", "un imbroglio puramente mediatico", un'organizzazione "centrista" che cioè ha assunto "una connotazione ambigua e ibrida fra la vocazione rivoluzionaria e il riformismo." Un gruppo, soprattutto, che grazie al richiamo (abusivo) al trotskismo e alla visibilità guadagnata nei modi detti, attira compagni che poi brucia rapidamente (appena si accorgono dove sono finiti) moltiplicando i casi, scrive Buccheri, di chi finisce "alle volte con l'abbandonare tout court l'attività politica per sconcerto."
L'insieme dei testi a cui abbiamo fatto riferimento e che abbiamo citato sono leggibili sul sito:
http://www.paginerosse.altervista.org/pcl_e_la_questione_siciliana/distribuibili/index.htm
I compagni li hanno pubblicati non per alimentare una polemica sterile ma nella speranza che la loro esperienza possa evitare ad altri compagni, a dei giovani, di sprecare preziose energie con quell'"imbroglio puramente mediatico". Questo articolo ha il medesimo intento.
Perché non possiamo "salvare" il Pcl
Ci sembra che adesso possa essere più chiaro perché non abbiamo nessuna intenzione di fonderci col Pcl per in qualche modo "salvarlo", come ci viene chiesto in buona fede da qualche compagno dello stesso Pcl cui facevamo riferimento all'inizio. Una concezione bolscevica e una menscevica del partito non possono trovare una sintesi comune. Come si è visto, al comune riferimento alla parola "trotskismo" non corrisponde un comune riferimento teorico né pratico: non più di quanto l'uso comune della parola "comunismo" avvicini il Pdac a Diliberto o a Ferrero che sono in attesa di essere imbarcati dal prossimo governo di centrosinistra.
Dal Pcl ci si può solo salvare: uscendone come hanno fatto e stanno facendo tanti compagni.
Perché la realtà è che con quanto abbiamo descritto sopra, cioè col Pcl, il trotskismo non c'entra nulla.
Il termine parabola che usiamo nel titolo di questo articolo con riferimento al Pcl va allora inteso nei due sensi della parola: parabola per indicare la traiettoria discendente, parabola per alludere all'insegnamento che può venire dallo studio di quell'esperienza per tutti coloro che, ovunque oggi collocati, vogliono costruire il partito rivoluzionario. E l'insegnamento principale è studiare il Pcl per dire, parafrasando il poeta: ecco ciò che non siamo, ciò che non vogliamo. Ecco cosa non bisogna fare.
 Note
(1) La lista delle posizioni presenti nel Pcl porterebbe via troppo spazio. Non ci riferiamo alle diverse provenienze dei compagni: cosa che è naturale. Ci riferiamo alle diverse concezioni programmatiche e politiche. A puro titolo di esempio: si trovano: sezioni che difendono "la democrazia partecipata", la Costituzione repubblicana e, con accenti dipietristi, manifestano sostegno alla magistratura (che i rivoluzionari, abitualmente, definiscono "borghese"). Citiamo: "Noi, Pcl di Parma, diamo il massimo appoggio alla magistratura, affinché possa lavorare nella totale serenità ed obiettività". Un'altra sezione, su posizioni più vicine alla Lega, protesta perché "La forza pubblica di questo territorio può contare" su scarsi organici (tra carabinieri e polizia), il che porta (come ha fatto presente il Pcl in "un incontro col viceprefetto vicario") a una "emergenza sicurezza". Un'altra (Molise) moltiplica gli esposti alla magistratura (con tanto di richiami al codice penale) e gli appelli personali a Napolitano. Un'altra (Marche) si pronuncia a favore delle nazionalizzazioni delle aziende: purché fatte secondo quanto previsto "dagli articoli 42 e 43 della Costituzione". Un'altra (Massa Carrara) pare più vicina a posizioni neo-proudhoniane e propone "l'autogoverno solidale e cooperativo". Un'altra organizza iniziative su Berlinguer. Un dirigente (nella pagina "teorica" del sito nazionale) spiega perché la rivoluzione spagnola avrebbe insegnato che "bisogna unire anarchici e marxisti" (non esattamente l'insegnamento che ne trasse Trotsky...).
(2) All'assemblea fondativa il Pcl vantava 1300 iscritti. Numeri contestati dall'allora minoranza interna, raccolta intorno a posizioni mao-staliniste. Di quei presunti 1300 iscritti solo 500 parteciparono alle assemblee congressuali; gli altri (se esistenti) erano dunque solo simpatizzanti. L'anno dopo, nel 2007, Ferrando informava la stampa, in occasione del congresso fondativo, di aver raggiunto i "2000 militanti". E, incredibilmente, in un'intervista di tre settimane dopo comunicava di aver già superato questo numero: la nuova cifra annunciata era di 3000 (tremila) militanti (cfr. il Manifesto, 23 dicembre 2007). Peccato che il Regolamento congressuale del II Congresso Pcl, nel 2011, testo che doveva nelle intenzioni restare interno ma che è invece trapelato, affermasse all'articolo 2.2: "Ogni componente del Comitato Politico, o in alternativa, almeno il 2% dei militanti al 30 giugno 2010 (cioè 8 compagni/e), ha diritto..." Di qui si ricava la cifra di 400: visto che 8 iscritti sono il 2%. Questi 400 peraltro non sono da considerarsi tutti "militanti" nel senso bolscevico del termine (dato che ci sono "militanti" che non hanno mai partecipato nemmeno a una riunione, come testimoniano i compagni di Palermo). Secondo varie fonti interne, i militanti effettivi (chiaramente non in senso bolscevico, visto che altrimenti dovrebbero non solo fare militanza ma anche condividere un comune programma generale) saranno oggi intorno al centinaio.
(3) Per limitarsi a un paio di esempi: a Milano (città dove il Pcl aveva fino a poco tempo fa la sede nazionale, poi chiusa) il candidato sindaco Montuori ha basato la sua presentazione su questioni come le piste ciclabili, i "gradini troppo alti della metropolitana", senza nessun riferimento (nemmeno generico) a questioni di classe o a un programma anche vagamente rivoluzionario. Montuori ha persino sottolineato come con il Pd il Pcl ritenga che vi possa essere "un fronte di collaborazione" su "questioni come il lavoro, l'immigrazione" (su youtube si trovano ancora i filmati). A Sanremo (v. programma della primavera scorsa) il Pcl ha presentato un programma in cui compaiono esclusivamente punti di questo tipo: "la rimozione di erba alta e erbacce degli spazi verdi", la "ripulitura della bocciofila" e persino "il ripristino della festa patronale". Chiunque può trovare decine di altri casi simili, solo facendo un giro su internet.
(4) E' il caso di tre fuoriusciti dal Pdac (Doro, Marceca e Margiotta) che, dopo aver rotto qualche anno fa col nostro partito perché indisponibili a fare una battaglia aperta nella Cgil e nella Fiom contro le burocrazie, sono andati nel Pcl (che notoriamente non conduce questa battaglia). Poco dopo Francesco Doro è stato cooptato, non a caso, nel Comitato Centrale della Fiom, dove non conduce nessuna battaglia visibile contro la burocrazia.

sabato 13 ottobre 2012

Il ministro Di Paola alla commemorazione di due torturatori

Daniele Maffione


Il Ministro della Difesa, Giampaolo Di Paola, parteciperà alla commemorazione di due briganti neri della X MAS, Emilio Bianchi ed Andrea Gianoli, entrambi decorati di medaglie al "valor militare".

Tutte le istituzioni di Sondalo (SO), insieme ai vertici della Marina militare e dei reparti d'assalto, celebreranno la memoria di due torturatori di civili e partigiani, che servirono fedelmente Mussolini ed Hitler.

I Giovani Comunisti si mobiliteranno con l'ANPI e tutte le strutture democratiche ed antifasciste per impedire che venga sdoganato il revisionismo storico e cancellata la memoria delle atrocità compiute dai nazifascisti sul popolo italiano.


Bianchi e Gianoli non sono due "veri eroi", ma due porci assassini! Di Paola, che non è stato eletto da nessuno, si deve dimettere da Ministro della Repubblica italiana, fondata sull'antifascismo.

Il Capo dello Stato dovrebbe chiedere all'Ammiraglio di non partecipare in veste ufficiale a questa commemorazione oppure di destituirsi dalla sua carica istituzionale per alto tradimento nei confronti della memoria e della Costituzione!

Contro il governo Monti Per un'alternativa di classe che nasca dalle piazze

di Michele Rizzi


Il quadro della politica borghese in Italia non è del tutto definito. Infatti, rimangono libere ancora delle caselle da riempire per capire di quale governo si doterà la borghesia italiana il prossimo anno.
Stante l'inconsistenza del Pdl berlusconiano, alla ricerca di una formula (non ancora trovata) per tenere in piedi una baracca che fa acqua da tutte le parti, tra minaccia di scissione degli ex An e conflittualità perenni dei capi-bastone nazionali, la partita che si sta giocando è tra i sostenitori di un possibile governo Monti bis e i sostenitori di un esecutivo di centrosinistra, guidato dal segretario del Pd, Bersani, o dal suo sfidante alle primarie, Renzi.

I piani della borghesia
Un settore della grande borghesia italiana ha sicuramente interesse perché si mantenga un quadro politico di grande coalizione che assicura l'odierno governo Monti, capace di attuare le peggiori controriforme degli ultimi trent'anni, sia dal punto di vista pensionistico che lavorativo, con il placet dei sindacati concertativi che hanno di fatto appoggiato le sue politiche antioperaie. Il segretario Bersani e pezzi della borghesia “progressista” giocano invece una partita diversa che punta, oltre che a soddisfare le ambizioni personali del segretario Pd, ad offrire un quadro di governo allargato alla socialdemocrazia di Sel (con l'appoggio anche della triplice sindacale e della Fiom) che assicurerebbe un cuscinetto a sinistra come in passato è stata la Rifondazione comunista di Bertinotti con i due governi Prodi.
Quale delle due opzioni prevarrà? Al momento risulta difficile una previsione, anche perché il tutto sarà legato all'approvazione o meno di una nuova legge elettorale per le prossime politiche. In ogni caso entrambe le prospettive si porrebbero in continuità con le politiche antipopolari dell'odierno governo Monti.

Il progetto di Vendola…
Vendola ha deciso di presentarsi alle primarie del centrosinistra pur sapendo di avere poche possibilità da giocarsi, per tre motivi molto semplici. Il primo è fare un piacere a Bersani, poiché la sua candidatura, con il doppio turno alle primarie e il probabile appoggio vendoliano al segretario del Pd al ballottaggio, favorisce indubbiamente la vittoria del segretario del Pd che dovrebbe in seguito sdebitarsi. La seconda è legata alla necessità di rivitalizzare il suo partito, ormai in crisi, dopo un'ascesa durata quasi un anno. La terza è legata al tentativo di far rientrare l'Idv di Di Pietro nel centrosinistra, con l'appoggio dell'ex magistrato alla candidatura dello stesso Vendola.
Quale sarà la politica di Vendola nel prossimo governo di centrosinistra se l'opzione Monti bis dovesse essere battuta? Semplicemente esportare nazionalmente la politica fatta in Puglia. Una politica incentrata su finanziamenti alle scuole private, a padroni di ogni tipo, da Marcegaglia a Riva, passando per Caltagirone e Ryanair.
Tant'è che Bersani, lo stesso che ha contribuito con il suo partito a cancellare l'art. 18 dello Statuto dei lavoratori, considera molto affidabile il governatore pugliese.
Proprio sull'affidabilità di Sel e sul suo sindacato di riferimento, la Fiom, si gioca la partita di Bersani che sa di poter offrire alla borghesia italiana un nuovo governo di centrosinistra che possa continuare ad assicurare la salvaguardia degli interessi del capitalismo italiano ed europeo, senza la necessità di ricorrere ad un nuovo governo Monti.

…e quello di ciò che resta della Federazione della Sinistra
A sinistra di Vendola, rimane una Federazione della sinistra ormai in disfacimento, divisa al suo interno tra quello che resta del Pdci, pattiani e Salvi, pronti a passare armi e bagagli con Bersani pur di ottenere una candidatura per il Parlamento; e il Prc, che al momento non sa cosa fare, diviso tra chi vorrebbe seguire la linea di Diliberto e chi auspicherebbe una rottura definitiva tra Idv e centrosinistra, al fine di creare un'alleanza con i dipietristi per tentare di raggiungere il quorum e rioccupare qualche poltrona parlamentare. Ma le novità che stanno emergendo sulla ipotesi di legge elettorale, con uno sbarramento al 5% e al 4% solo per le forze interne a una coalizione che raggiunga il 15% sembrano chiudere anche questa via.
Quanto a Bersani, non sa che farsene del Prc di Ferrero e l'Idv vuole (e in parte ha necessità di) rientrare (e forse attraverso Vendola ce la farà) nel centrosinistra. Quindi, al momento, Rifondazione non riesce a trovare una via d'uscita per tentare di salvare la carriera politica della sua burocrazia dirigente.

E il Movimento 5 Stelle di Grillo?
I grillini, forti di un consenso dovuto al rifiuto della politica borghese non trasformato in una coscienza di classe evoluta verso una mobilitazione rivoluzionaria delle masse popolari, vedono crescere il consenso verso il comico genovese e il suo movimento frutto anche di posizioni qualunquiste e razziste e di conservazione delle politiche borghesi in ogni settore della vita pubblica.
Naturalmente, i fatti dimostrano che qualsiasi opzione politica dovesse vincere le prossime elezioni garantirà la prosecuzione delle politiche antioperaie dei precedenti governi in carica. L'agenda del capitalismo europeo ed italiano impongono queste scelte dure contro i lavoratori italiani per continuare a far pagare la crisi economica del capitalismo proprio a loro e non certo a chi l'ha generata, appunto i capitalisti.

La necessità delle mobilitazioni per spazzarli via tutti
Le lotte delle masse popolari spagnole e greche, oltre a quelle meno note ai media ma non meno importanti in Portogallo e in altri Paesi europei, ci rendono ottimisti circa la possibilità di una prossima esplosione della conflittualità sociale anche in Italia, che unifichi le varie vertenze che ci sono e che sono spesso frammentate e parcellizate, in direzione di un vasto movimento di lotta che diventi antigovernativo prima e anticapitalista e rivoluzionario poi.

venerdì 12 ottobre 2012

Un popolo di formiche derubate.

Francesco Gesualdi . “Centro nuovo modelli di sviluppo”
La fortuna del potere è costruita sull’incuria e l’incompetenza, non la propria, ma quella dei sudditi. Sicuro che nessuno verifica la veridicità dei fatti, ma che tutti ripetono a pappagallo le notizie ben confezionate , ne fabbrica di proprie, false e tendenziose, per affidarle ai ripetitori acefali affinchè le trasformino in luoghi comuni. In idee, cioè, che nessuno mette in discussione perché assorbite come verità incrollabili. E’ successo quando hanno voluto imporci una globalizzazione a misura di multinazionali, quando hanno voluto rifilarci un’Europa al servizio di banche e speculatori, quando hanno voluto scipparci l’acqua e gli altri beni comuni a vantaggio delle imprese private. E oggi sta succedendo col debito pubblico.

La vulgata tanto cara ai tedeschi, è che ci siamo indebitati perché siamo un popolo sprecone. Una comunità che ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità usando i soldi degli altri per garantirci il diritto alla salute, all’istruzione, alla previdenza sociale. Questa idea è talmente radicata che nessuno (o quasi) osa contestare le politiche lacrime e sangue che oggi ci impongono . Anzi le salutiamo come la giusta punizione per i peccati commessi. Peccato, però, che il peccato non esista e lo dimostra una ricostruzione effettuata dal “Centro Nuovo modello di Sviluppo” sulla finanza pubblica degli ultimi 30 anni.

Nel 1980, il debito pubblico italiano ammontava a 114miliardi di euro pari al 56% del Pil. Quindici anni dopo lo troviamo cresciuto di 10 volte, più esattamente a 1150miliardi di euro. Effetto dei nostri sprechi? In parte si perché questo è un periodo in cui le spese per servizi e investimenti pubblici sono state superiori alle entrate fiscali. Ma solo per 140miliardi. Se il nostro eccesso di spese fosse stato la causa di tutti i mali, il debito pubblico avrebbe dovuto raddoppiare, non decuplicare. E allora cosa ha contribuito alla crescita incontrollata del debito? Risposta: gli interessi che in quel periodo oscillavano fra il 12 e il 20%. Bisognò attendere il 1996 per vederli scendere sotto il 9%. In parte l’Italia pagava per le scelta di Reagan che aveva bisogno di soldi per finanziare lo scudo spaziale. Non volendo alzare le tasse , si finanziava richiamando capitali del resto del mondo con alti tassi d’interesse. Gli altri paesi assetati di prestiti non avevano altra scelta che offrire di più. La politica di spese per servizi superiore alle entrate durò fino al 1992 e in ogni caso procurò un disavanzo complessivo inferiore al 6%. Poi, con l’eccezione del 2009-2010, la spesa per servizi è rimasta sempre al disotto delle entrate, permettendo un risparmio complessivo di 633miliardi di euro. Una cifra sufficiente ad assorbire non solo i disavanzi precedenti, ma anche il debito di partenza e continuare ad avere un avanzo di 370miliardi. Ma nonostante le politiche da formichine, il nostro debito è cresciuto all’astronomica cifra di 2000 miliardi. Solo per colpa degli interessi che nel trentennio ci hanno procurato un esborso pari a 2141 miliardi di euro. Dal che risulta che non siamo un popolo di spreconi, ma un popolo di risparmiatori spennati. Polli finiti in una macchina infernale messa a punto dall’oligarchia finanziaria per derubarci dei nostri soldi, con la complicità della politica. E poiché la politica è eletta da noi , ci troviamo nell’assurda situazione in cui scegliamo i nostri estorsori e li autorizziamo a sottoporci a ogni forma di angheria per servire meglio gli interessi degli strozzini. Una follia possibile solo perché viviamo nell’inganno dell’ignoranza. Per questo come Centro Nuovo Modello di Sviluppo abbiamo messo a ,punto un KIT FORMATIVO e abbiamo lanciato la campagna “Debito pubblico se non capisco non pago” con lo scopo di promuovere una corretta informazione e la nascita di gruppi locali che si dedichino alla formazione.

Ulteriore dettagli sui siti

La rivolta comincia dalla scuola

Luciano Granieri

Oggi novanta città italiane sono state invase dalla comunità scolastica pubblica. E’ giusto parlare di comunità perché   in questa fase gravissima per la scuola si è mobilitata  tutto l’insieme dell’istituzione che ha la responsabilità   del nostro futuro. La “comune” scolastica formata da insegnanti, studenti  e genitori raramente era scesa in piazza tutta insieme in  modo così coeso e deciso. Infatti la situazione è drammatica. Mai la scuola pubblica era stata così umiliata. Non si tratta solo dei tagli che due ministri ignoranti, espressione di due governi ignoranti, hanno inferto alla istruzione pubblica, -una terribile decurtazione di 8 miliardi orditi dalla Gelmini e l’attuale miliardo a carico del ministro in carica  Profumo – ma  è proprio l’istituzione scuola come centro di formazione della dignità della persona umana , capace di discernere quali siano i propri diritti e i propri doveri, ad essere degradata ad improduttivo bubbone pubblico da eliminare.  Le continue umiliazioni subite dai docenti investiti da una sistematica dequalificazione della loro professionalità,  lo scientifico  depauperamento dei programmi formativi,  cha halo scopo di demotivare gli studenti e scoraggiare i genitori, la pervicace azione di demolizione  dell’autorevolezza di alcuni istituti storici (vedi il liceo classico Norberto Turriziani di Frosinone) , accorpati l’uno all’altro senza che vi sia una compatibilità didattica, stanno minando dalle fondamenta l’intero istituto pubblico  dell’istruzione, dell’università e della ricerca . E’ l’ignoranza che sta prevalendo sulla saggezza. Prima la cialtroneria di un ministro sciatto, espressione di un esecutivo  becero, in cui si sosteneva che con la cultura non si mangia, e poi l’ignoranza tecnicistica del governo bocconiano al quale l’unica sapienza che interessa è quella relativa alla gestione dei fondi d’investimento,  stanno attuando un piano di devastazione drammatico . Un sistema in cui l’istruzione deve essere commisurata alla richiesta del mercato, e non alle aspettative di crescita della scienza e della conoscenza, insite in ogni persona umana,  è il primo e più importante elemento che concorrerà alla formazione di una società individualistica e frammentata, in cui a pochi eletti sarà concesso di esercitare coercizione sul resto della collettività. Ecco perché la lotta che punta al rovesciamento del sistema capitalistico deve partire dalla scuola. Da quell’istituzione pubblica in cui le coscienze si formano attraverso l’interazione di studenti insegnanti con la società civile attraverso il confronto, la condivisione dei problemi e la capacità di risolverli secondo pratiche solidali.  Dinamiche che nascono e si sviluppano solo nella “comunarda” scuola pubblica. Ed è proprio nella percezione del pericolo della propria sussistenza che tutto la comunità scolastica oggi è scesa in piazza come un corpo unico e inossidabile.  
Di seguito pubblichiamo la clip editata con le foto di Eugenio Oi sulla manifestazione della rete degli studenti medi tenutasi a Sora e le musiche dei Modena City Ramblers: (Altra Italia)  e degli Altan (Tommy Peoples – The Windmill – Finana McManus’s)

Il Pd di Frosinone a supporto del lavoratori della Multiservizi

Luciano Granieri



Venerdì scorso 5 ottobre presso l’auditorium comunale di Via Grappelli a Frosinone, alcuni membri autorevoli del Pd cittadino e provinciale , (il consigliere comunale Massimo Parlanti, Il consigliere regionale Francesco Scalia, Il Dott.Paolo Bartolini, l’ex assessore al bilancio Stefania Martini e l’ex presidente del consiglio comunale Dott.Venturi) hanno voluto incontrare sindacati e lavoratori della Multiservizi di Frosinone per offrire un contributo politico alla risoluzione dei gravi problemi occupazionali degli addetti di questa società ormai posta in liquidazione. Alla fine del mandato della giunta Marini, dove il Pd era forza di maggioranza, l’iter per la salvaguardia occupazionale dell’organico in forza alla Multiservizi prevedeva la costituzione di una nuova società “IN HOUSE” “LA SERVIZI STRUMENTALI” . Questo nuovo soggetto avrebbe dovuto essere finanziato per 3milioni e 500mia euro dal comune di Frosinone e per 900mila euro dal comune di Alatri, ossia i due enti che con la provincia di Frosinone e la Regione Lazio erano già azionisti della Multiservizi. Nel piano messo a punto dal comune di Frosinone, la Multiservizi avrebbe dovuto cedere quei rami d’azienda, che sovraintendono ai soli servizi direttamente erogati ai comuni finanziatori, alla nuova società. Uno degli ultimi atti della giunta di centro sinistra, prima di passare la mano ai nuovi amministratori di segno opposto, fu quello di mettere a bilancio i 3milioni e 500mila euro per finanziare la Servizi Strumentali , che venne costituita con tanto di ratifica notarile. Dopodichè si rimaneva in attesa di un passaggio tecnico presso la regione Lazio che avrebbe dovuto assicurare ai lavoratori assorbiti dalla nuova società lo stesso tipo di ammortizzatori sociali che avevano nella Multiservizi. Tale passaggio non è mai avvenuto perché nel frattempo il comune di Frosinone, cambiato il sindaco (Ottaviani Pdl), chiedeva un rinvio dell’incontro. La novità era che la nuova giunta di centrodestra non aveva ,e non ha, la minima intenzione di usare quei tremilioni e mezzo di euro per ratificare la costituzione della SERVIZI STRUMENTALI, ma intende cedere a privati l’erogazione di quei servizi comunque necessari per la città. D’altra parte neanche il sindaco di Alatri (Morini Pd) di segno politico opposto ha intenzione di investire i 900mila euro necessari alla costituzione della nuova società preferendo anch’egli, pur non ammettendolo esplicitamente, privatizzare i servizi. Alla luce di questa situazione il consigliere Massimo Parlanti a nome del gruppo consiliare e di tutto il Pd ciociaro ha preso l’impegno di fronte ai lavoratori della Multiservizi, di esercitare pressione sulla giunta di Frosinone affinchè confermi a bilancio i soldi (3.500.000 euro) per finanziare la SERVIZI I STRUMENTALI ed eviti la privatizzazione dell’azienda in maniera da assicurare gli attuali livelli occupazionali. L’impegno del Pd ciociaro nei confronti di oltre 200 lavoratori è sicuramente da apprezzare, ma la vera morale che si trae da questa vicenda è che nessun gruppo politico intende impegnarsi per ciò che realmente assicurerebbe un’occupazione stabile ai lavoratori della Multiservizi, oltre che un cospicuo risparmio per gli enti: L’assunzione diretta e la stabilizzazione dell’organico. Lo stesso Dott. Paolo Bartolini iscritto al Pd, ma anche consulente amministrativo della nuova società, ha ammesso che l’assunzione diretta consentirebbe al comune, che comunque ha necessità di quegli operatori, di risparmiare un bel po’ di denari. Il risparmio si realizzerebbe tagliando le spese per l’Iva e per il mantenimento di elefantiaci consigli di amministrazione forieri di sprechi quando non addirittura di malaffare, vedi la Multiservizi di Reggio Calabria, le cui infiltrazioni mafiose sono state una delle cause del commissariamento del comune. Ma ,sempre secondo il Dott. Bartolini, la Corte dei Conti , richiamando il patto di stabilità, non consentirebbe l’assunzione diretta perché l’aggravio dei costi per la gestione dell’organico aumenterebbe. In realtà nella famosa relazione della Corte dei Conti, dove si consigliava la chiusura immediata, non della Multiservizi posta in liquidazione, ma della Società Aeroporto di Frosinone oggi ancora in attività come idrovora di denari pubblici, il giudizio sula questione “assunzione diretta” era più articolato. Facendo riferimento a quanto predisposto in altri enti, se si pongono in relazione le voci di bilancio relative all’aumento dei costi per l’assunzione di ulteriore personale , con la diminuzione delle spese derivate dalla dismissione della corrispondente società in house il risparmio risulta evidente, dunque non vi sarebbe alcun impedimento ad assumere altri addetti. Non è altresì vero, come sostengono altri, qualora lo scoglio contabile venisse superato, che non sarebbe possibile stabilizzare i lavoratori Multiservizi, perché il comune in vista di nuove assunzioni dovrebbe indire un concorso pubblico aperto a tutti. Infatti l’attuale organico, quello che realmente presta la sua opera alla cittadinanza, è stato già assunto a mezzo selezione all’epoca della costituzione della Spa nel 1998, e comunque, andando sul concreto, quale lavoratore potrebbe essere più efficiente di un addetto che svolge il suo lavoro da quindici anni? Quello che più ci amareggia è che vengono usati artifici tecnici, complicate prescrizioni economiche per prendere in giro i lavoratori. Il comune di Frosinone sostiene che a causa della spending review non può destinare i 3milioni e mezzo di euro per la Multiservizi o quel che sarà, Il comune di Alatri sostiene che non è possibile la cessione del ramo d’azienda senza che prima venga risolta la soluzione debitoria della vecchia società, Il Pd di Frosinone sostiene che il patto di stabilità consente la costituzione della nuova società In House, ma non l’assunzione diretta. La Corte dei Conti invece, il VERO E UNICO organismo tecnico sostiene che la stabilizzazione oltre che possibile sarebbe anche auspicabile per i risparmi che procurerebbe. Dunque la questione è tutta politica. Il gruppo consiliare del Pd, quindi, per non alimentare il sospetto di usare i lavoratori allo scopo di mostrare un piglio deciso solo in apparenza nell’opporsi all’attuale giunta, s’impegni a fare in modo che tutti i lavoratori della Multiservizi vengano assunti direttamente, senza altri passaggi complicati e perversi attraverso società in house che garantiscono lauti guadagni ai dirigenti, per lo più di nomina politica, e riservano ai lavoratori, ulteriore precarietà e incertezza nel futuro.


Nei video.

L’Intervento del consigliere comunale Dott.Parlani, del consulente finanziario, nonché iscritto al Pd. Dott. Paolo Bartolini, di Severo Lutrario USB e Paolo Iafrate COBAS e dipendente Multiservizi.