Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

domenica 27 ottobre 2013

LA GUERRA DELLE ONDE Storia di una radio che non c’era



Produzioni dal basso


  
SINOSSI BREVE

E' la storia di Radio Oggi in Italia, la prima radio clandestina italiana, nata a Praga nel 1950 come radio comunista e chiusa dopo l’invasione della Cecoslovacchia per aver palesato posizioni antisovietiche. Un viaggio che parte dai controversi anni ’50, attraversa il boato del ’68 e approda ai vuoti di memoria di oggi.

SINOSSI COMPLETA

Quando nel 1968 i sovietici invasero la Cecoslovacchia, occuparono, tra le altre cose, la sede di Radio Praga, la radio pubblica ceca. I suoi giornalisti trovarono rifugio e poterono trasmettere dagli studi di una piccola radio italiana comunista, “Radio Oggi in Italia”. “Oggi in Italia” era nata a Praga nel 1950 e trasmetteva in italiano notizie di attualità che riguardavano l’Italia, tutte con un’impostazione anti-governativa. Dato il tono pesantemente polemico, l’emittente attirò presto l’attenzione del governo democristiano italiano, cui la vittoria nelle elezioni del ’48 aveva permesso di controllare gli apparati dello Stato, inclusa la RAI, che per legge era l’unico gestore radiofonico. “Oggi in Italia” fu contrastata in quanto radio illegale, “lesiva per gli interessi del Paese”, come testimoniano le interpellanze parlamentari dell’epoca. L’idea di un programma radiofonico alternativo alla Rai ebbe origine all’interno del Partito Comunista Italiano, cui era negato l’accesso ai canali radio statali. Fu per questo che Oggi in Italia non trasmise dall’Italia, ma da Praga, dove nell’immediato dopoguerra erano espatriati molti ex-partigiani comunisti. Erano alcuni di loro a curare le trasmissioni radiofoniche, che rientravano in un accordo di collaborazione tra PCI e KSC (partito comunista cecoslovacco). Superata la fase artigianale degli esordi, la radio si perfezionò e si caratterizzò per la tempestività dell’informazione e per la costante polemica con la RAI. Fu il primo organo d’informazione a dare notizia dei fatti di Ungheria nel 1956, anticipò la radio di stato nell’informare dell’accordo tra Kennedy a Krusciov sui missili di Cuba e diede per prima l’annuncio che la “Legge truffa” del ’53 non era scattata. In pochi anni acquisì grande popolarità (riuscendo anche a superare i 4 milioni di ascoltatori), divenendo una seria antagonista al monopolio dell’informazione Rai, in un’epoca in cui in Italia era dominante il conflitto tra PCI e DC e nel mondo imperava la guerra fredda. Osteggiata per vent’anni dal governo democristiano italiano, cessò di trasmettere per volontà dell’Unione Sovietica dopo l’invasione di Praga nel ’68 per aver palesato posizioni pro-Dubcek.
Protagonista del filmato è Stella, storica speaker di Oggi in Italia, presso i cui studi lavorò dagli esordi alla chiusura. Per la prima volta dopo tanti anni, Stella decide di tornare a Praga per andare a visitare gli archivi della radio e rivedere la balia che accudì sua figlia. Un viaggio nella memoria della radio, dell’Italia degli anni ’50 e del proprio percorso di vita. Un viaggio fatto di emozioni e di ferite ancora aperte. La descrizione di questo viaggio è intercalata da varie testimonianze, tra cui quelle di Sandro Curzi, Carlo Ripa di Meana e Aroldo Tolomelli, per quasi vent’anni caporedattore della radio. I loro interventi rispondono a domande chiave: perché si dovette fare a Praga questa radio? Perché i redattori erano esuli? Perché il governo italiano si accanì per chiuderla? Perché invece fu chiusa dai sovietici? Domande e risposte svelano a poco a poco la storia, stimolando la curiosità e tratteggiando sempre più marcatamente il quadro di una radio scomoda e di una storia sfaccettata.


I PROTAGONISTI

·         Stella Amici: fu speaker della radio per tutta la sua durata. Nel 1963 quando sono decadute le accuse contro di lei è tornata in Italia per una breve vacanza. Ha deciso però di continuare a lavorare a Oggi in Italia fino alla sua chiusura a fianco del marito, redattore di Radio Oggi in Italia.
  • Sandro Curzi: è stato firmatario dell’accordo che sancisce ufficialmente la nascita di Radio Oggi in Italia e si è occupato della radio sia come giornalista dell’Unità (di cui fu caporedattore e direttore) sia come responsabile Stampa e Propaganda della Direzione del Pci. Nel 1975 viene assunto dalla Rai, dove diventerà direttore del telegiornale di Rai 3. E’ stato consigliere d’amministrazione della Rai.
  • Aroldo Tolomelli: nel dopoguerra è un giovane dirigente del Pci. A seguito delle agitazioni avvenute dopo l’attentato a Togliatti, viene accusato di essere il mandante di un omicidio. Espatria a Praga dove è caporedattore di Radio Oggi in Italia dal ’51 al ‘66. Rifiuta l’amnistia dichiarandosi innocente e torna in Italia nel ’66 solo quando decadono le imputazioni contro di lui. È stato senatore del PCI.
  • Carlo Ripa di Meana: nei primi anni ’50 è tra i giornalisti incaricati di fornire contenuti a Radio Oggi in Italia per conto dell’Unità. Dal 1953 al 1956 è a Praga per dirigere la rivista World Student News. Nel ’57 lascia il Pci in seguito ai fatti di Ungheria ed entra a far parte del Psi. Dal 1974 al 1978 è presidente della Biennale di Venezia. Viene eletto deputato del Partito Socialista e in seguito del partito dei Verdi. Nel 2005 diventa presidente dell’associazione ambientalista Italia nostra.


                                                         NOTE DI REGIA

Quando Stella e Aroldo, protagonisti del documentario, mi hanno raccontato la storia di Oggi in Italia mi sono subito resa conto di quanto sarebbe stato interessante e difficile raccontarla. Perché è una storia fitta, ramificata e ancora ammantata da un’aura quasi impenetrabile di silenzi e segretezza. Ho capito che era impossibile rendere in modo esaustivo il complesso contesto storico e mi sono concentrata sui personaggi e sull’aspetto emotivo. Soprattutto su Stella, che nel filmato guida lo spettatore nel dipanare questa matassa intricata di vicende passate e presenti. Il suo ritorno a Praga diventa un viaggio non solo nella memoria della radio, ma anche in quella storica e personale. Pur consapevole dei limiti e delle difficoltà interpretative che le mie scelte narrative avrebbero comportato, ho preferito sottolineare l’emozione del racconto personale che la linearità di una voce fuori campo, di commenti e notazioni storiche. E per ribadire una certa discontinuità narrativa, fatta di risposte un po’ sospese, ho privilegiato un montaggio serrato di voci e immagini, dove le voci si alternano continuamente e le immagini di repertorio non sono solo didascalie ma anche suggestioni.


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Contro “Oggi in Italia” ci furono numerose interpellanze parlamentari, vari tentativi di disturbare il segnale e pressioni diplomatiche verso la Cecoslovacchia affinché interrompesse le trasmissioni.
Nonostante tutto questo clamore, la storia di questa radio è oggi quasi del tutto sconosciuta e i documenti che la raccontano sono stati distrutti. Prima che la sabbia della storia la ricopra per sempre, è doveroso raccontarla.
Per riuscire nel nostro obiettivo abbiamo bisogno di raggiungere € 6000
attraverso la prenotazione di 500 quote da 12 € ciascuna (che include i costi di
spedizione). Il budget servirà per coprire i costi di duplicazione, stampa,
grafica, editing, promozione e spedizione.
Per i circoli, le associazioni, i comitati che ne prenoteranno almeno una decina di copie, garantiamo la presenza per una presenza pubblica, nell’ambito della quale il Circolo potrà rimettere in vendita le copie prenotate. Se riuscirà a rivendere tutte le 10 copie prenotate, avrà realizzato un’iniziativa e sostenuto questo progetto a costo zero.

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In quali mani stanno mettendo la nostra Costituzione?

Comitato per la Difesa della Costituzione – Frosinone 

Il Comitato per la Difesa della Costituzione, costituitosi nella Provincia di Frosinone su iniziativa di diverse forze politiche, associazioni e liberi cittadini fortemente preoccupati per il rinnovato e rafforzato attacco che da più parti si sta tentando per l’ennesima volta di portare contro le garanzie costituzionali della Repubblica italiana, esprime con vigore il proprio sentimento di allarme per le ultime vicende cui, relativamente al tema delle cosiddette riforme costituzionali, i cittadini italiani sono costretti ad assistere.
Nel rinnovare il richiamo alla serietà e sobrietà necessarie ad affrontare un tema così delicato e così dirimente da essere in grado di compromettere, se mal governato, le basi stesse della nostra convivenza sociale e la saldezza delle Istituzioni, il Comitato di Frosinone non può non rimarcare come gli atti e i comportamenti sia di componenti e a volte di settori parlamentari, sia delle più alte responsabilità dello Stato, a cominciare dal Presidente della Repubblica e dagli esponenti del Governo e di diverse forze politiche siano quanto meno da considerare non rituali, e comunque molto vicini al travalicamento delle competenze assegnate dalla Costituzione stessa ai vari organismi istituzionali.
Insieme ad un continuo logorio delle forme e della sostanza cui sono chiamate ad attenersi le figure che la Carta indica proprio come garanti, e non come arbitri della propria integrità, si assiste poi ad un gioco davvero di bassa alchimia parlamentare nel sostenere per ragioni di evidente opportunismo tesi e soprattutto pratiche tendenti a ridurre la Costituzione ad una mera carta d’intenti, una circolare qualsiasi modificabile in ogni momento che una qualsiasi maggioranza, magari estorta con premi elettorali degni di un regime autocratico da caudillo.
Il Comitato indica in tali comportamenti, ossia nel voto parlamentare a favore dell’aggiramento dell’art. 138 e quindi delle garanzie poste a difesa della Costituzione da eventuali tentazioni autoritarie, una gravissima responsabilità, specialmente quando tali sostegni alle mire personalistiche e autoritarie di gruppi poco orientati alla democrazia parlamentare, vengono da parlamentari delle forze di centro-sinistra che in ogni occasione dichiarano la loro assoluta fede costituzionale.
Questi atti, già avvenuti nelle votazioni al Senato, e per quanto ci riguarda anche da Senatori del PD di questa Provincia, pongono serie contraddizioni all’interno dei partiti di cui sono espressione e che dirigono; e comunque ciò richiede che le suddette forze politiche chiariscano non solo le motivazioni di quanto avviene, ma – in modo chiaro – quale linea politica intendano perseguire per il futuro, nell’immediato ed in prospettiva.
I cittadini hanno diritto di sapere che cosa debbano attendersi da coloro che delegano a rappresentarli, e non valgono ad aggirare questa precisa responsabilità degli eletti né la scandalosa legge elettorale che elude allegramente il tema della rappresentanza attraverso le famigerate “nomine” delle liste bloccate, né un volutamente e strumentalmente malinteso concetto dell’autonomia del parlamentare. Non si tratta infatti di discutere concetti come il vincolo di mandato, ma di sapere, di grazia, cosa intendano fare dei nostri diritti coloro che mandiamo in Parlamento.

In attea di risposte, e possibilmente di incontri chiarificatori, il Comitato prosegue nella sua lotta a difesa delle conquiste costituzionali,  e fa appello a tutti i cittadini affinché partecipino alle iniziative, aderiscano al Comitato, promuovano attività di studio e di divulgazione nei loro territori, si rendano cioè protagonisti di questa nuova, ennesima, necessaria battaglia per la democrazia. 

Prima che la montagna ci frani addosso

di Giorgio Cattaneo fonte: MEGACHIP.GLOBALIST

La montagna è una fatica di cui non si vede mai la vetta, è Giorgia Meloni che nella trasmissione di Santoro denuncia i 90 miliardi di euro che grazie al governo Letta il gioco d'azzardo legalizzato ha sottratto al fisco, sono i No-Tav che in quello stesso studio aggiungono sul conto anche i 24 miliardi iniziali (solo previsti, mai stanziati perché inesistenti) per la grande opera più ridicola, costosa e inutile d'Europa, di cui i politici in trasmissione ammettono di sapere poco o nulla, nonostante sia diventata un caso nazionale per via delle gravi accuse di eversione piovute sulla protesta.
La montagna sono le due ore di trasmissione che scorrono prima di "scoprire" che il famoso cantiere di Chiomonte, epicentro dello scontro, non è certo quello del futuro tunnel ferroviario: si sta solo scavando una mini-galleria di servizio, archiviabile alla svelta se solo si volesse farla finita, una volta per tutte, con la leggenda deltreno veloce - non più per i passeggeri ma per le merci, che notoriamente viaggiano a bassa velocità.
Merci letteralmente scomparse dalla tratta, dove peraltro Italia e Francia sono già perfettamente collegate dalla ferrovia Torino-Modane che attraversa la valle di Susa, appena ammodernata con 400 milioni di euro per consentire ai treni di caricare anche i Tir e i grandi container navali. La montagna è la fatica che occorre, ogni volta, per spigare che i container navali sbarcati a Genova ormai evitano il Piemonte e la Francia e corrono verso Rotterdam attraverso i valichi del nord. Mentre per i Tir - lungi dal caricarli sui treni - si sta scavando il secondo traforo autostradale del Fréjus, sempre in valle di Susa, cioè nel territorio a cui, per buon peso, si vorrebbe infliggere anche l'Armageddon di vent'anni di cantieri Tav, coi paesi devastati e la popolazione minacciata da pericoli per la salute (cancro, causa polveri con amianto e uranio) ammessi dagli stessi tecnici della grande opera, che riconoscono che i lavori potrebbero anche aprire serie incognite idrogeologiche.
Un'impresa folle, sempre più improbabile e irreale per tutti - docenti universitari compresi - tranne che per i decisori politici, i parlamentari a corto di informazioni che però vanno in televisione e scrutano i No-Tav come animali strani, un po' naif, forse affetti dalla sindrome Nimby, evidentemente non credibili, persino quando ricordano palesi verità ormai incresciosamente ufficiali come quelle provenienti dalla Francia: al netto delle rituali cortesie diplomatiche con l'Italia, Parigi ha infatti stabilito definitivamente che il capitolo Torino-Lione verrà riaperto, eventualmente, solo a partire dal remotissimo 2030.
La montagna è impervia: ci sono voluti anni prima che Santoro, paladino di tante cause civili, si decidesse a spedire il fido Ruotolo nella valle in rivolta: accadde nel 2012, quando il contadino anarchicoLuca Abbà precipitò (folgorato) dal traliccio su cui si era inerpicato per protesta, tallonato da un poliziotto. Rivisto un anno dopo, sempre grazie a Ruotolo, Luca Abbà non denuncia gli oscuri attentati incendiari che hanno colpito le imprese collegate al cantiere, ne prende nota e rivendica in linea di principio il diritto di ricorrere anche al sabotaggio come strumento legittimo di lotta.
È esattamente questo atteggiamento, diffuso in larghi settori del movimento "ribelle", che spinge il procuratore Caselli a chiarire che - dal punto di vista della legge - non sono ammissibili infrazioni alla legalità, specie se violente come l'intimidazione o il lancio di sassi e petardi contro operai e agenti. Per contro, lo stesso Ruotolo mette a fuoco le aziende colpite dagli incendi: alcune hanno alle spalle vicissitudini giudiziarie, qualcuna è stata addirittura sfiorata da indagini dei Ros sul rapporto opaco tra politica, affari e 'ndrangheta.
Anche questo fa parte della montagna grigia, in una serata in cui Beppe Grillo tuona da Trento contro il presidente Napolitano, che il giorno dopo il blitz al Senato per disinnescare l'antifurto della Costituzione, l'articolo 138, a tarda ora ha convocato al Quirinale i partiti delle larghe intese per "invitarli" a cestinare finalmente l'impresentabile legge elettorale, tanto vituperata quanto cara ai privatizzatori della democrazia.
La montagna è questa deriva infinita, nella quale gli italiani - valsusini e non - hanno ormai la certezza di non contare più niente, e di non sapere neppure più bene come arrivare alla fine del mese. La soluzione, dice Giorgia Meloni, non può essere che la partecipazione democratica: rifiutare il vittimismo passivo e scendere in campo direttamente per cambiare le cose, nonostante l'insormontabile muraglia del patriziato economico, dell'oligarchia finanziaria, della lebbra partitocratica.
E anche della catastrofe nazionale dell'informazione: su questo versante, almeno, Santoro e Travaglio hanno accorciato le distanze, recuperando terreno prezioso. Certo, c'è voluta la manifestazione di Roma. Tutti i civili appelli all'ascolto, rivolti dalla valle di Susa alle maggiori istituzioni, erano sempre caduti nel vuoto -lettera morta anche per giornali e televisioni.
La montagna è ancora lì. Si chiama Troika, rigore, Fiscal Compact, pareggio di bilancio, tetto del deficit al 3% del Pil. Politici sintonizzati? Zero: non pervenuti. Aspettano che la montagna ci frani addosso?

sabato 26 ottobre 2013

Globalizzare le lotte

Luciano Granieri


Alla manifestazione di sabato scorso dei movimenti per la casa, No Tav, no Muos, e dei sindacati di base, ha fatto seguito la protesta  di Lisbona contro le politiche  di austerità  del governo portoghese . Globalizzare le lotte,  contro la globalizzazione dei profitti. Questa è l’unica via.  

Brano   Occupy Wall street dei Modena City Rambelres

Foto  di Stefano Checchi 

venerdì 25 ottobre 2013

Il governo boliviano autorizza i lavoratori a prendere il controllo di aziende chiuse o abbandonate

 Di Alfredo Rada e Richard Fidler fonte: http://znetitaly.altervista.org/


Il 7 ottobre, il Presidente Evo Morales ha emesso un decreto governativo che permette ai lavoratori di stabilire “imprese sociali” in aziende che sono in bancarotta, che stanno per chiudere o che sono chiuse o abbandonate senza giustificazione. Queste aziende, nonostante siano private, saranno gestite dai lavoratori  e abilitate avere   per assistenza governativa.
 Morales ha emesso il Decreto Supremo 1754 durante una cerimonia nel palazzo presidenziale, che segnava il 62° anniversario della Confederazione Generale dei Lavoratori dell’Industria della Bolivia. Il ministro del Lavoro, Daniel Santalla, ha detto che il decreto era stato emesso sulla base dell’articolo 54 della nuova Costituzione della Bolivia che afferma che i lavoratori:
“in difesa dei loro posti di lavoro e  a protezione dell’interesse sociale, possono, in conformità con la legge, riattivare e riorganizzare aziende che sono in bancarotta, che stanno subendo azioni giudiziarie da parte dei creditori o la liquidazione, o che sono chiuse o abbandonate senza giustificazione,e che possono formare imprese comunitarie o sociali. Lo stato contribuirà all’azione dei lavoratori,”
Nelle sue osservazioni al pubblico di parecchie centinaia di membri e di dirigenti dei sindacati, il Presidente Morales ha fatto notare che spesso i datori di lavoro cercano di ricattare i lavoratori con le minacce di chiudere, quando devono affrontare le richieste di stipendi più alti. “Adesso, se vi minacciano in questo modo, l’azienda può anche fallire o chiudere, perché voi diventerete i proprietari, saranno nuove imprese sociali.”
Il ministro del lavoro Santalla, ha osservato che l’articolo costituzionale era stato già usato per     alcune aziende come la Enatex, la Instrabol e la Trabotex, e che altre aziende di quel genere potevano ora  essere fondate  in base al nuovo decreto.
I portavoce delle aziende hanno, prevedibilmente, avvertito che i nuovi piani sarebbero un disincentivo per gli investimenti privati e un rischio per la sopravvivenza delle aziende.
Santalla ha anche detto che le aziende che non si attengono agli obblighi verso i loro dipendenti in base alla legge, perderanno meccanismi preferenziali  per esportare i loro prodotto a mercati gestiti dallo stato. E ha citato alcuni casi recenti nei quali il governo era intervenuto in difesa dei lavoratori vittime dei loro tentativi di formare i sindacati. In uno di questi casi il mese scorso, la compagnia Burger king è stata multata di 30.000 bolivianos (4.300 dollari), le è stato ordinato di riassumere i lavoratori licenziati e di riconoscere il sindacato.
Nell’articolo che segue, Alfredo Rada, Vice ministro della Bolivia per il Coordinamento dei Movimenti Sociali pone all’attenzione verso alcuni importanti sviluppi all’interno del movimento dei lavoratori della nazione, e suggerisce dei mezzi con i quali i sindacati possono essere più efficacemente inseriti nel “processo di cambiamento” che è ora caldeggiato dal governo del MAS-IPSP, il Movimento verso il Socialismo – Strumento Politico perla Sovranità dei Popoli. (Il movimento guidato  di Evo Morales, fondato nel 1998, n.d.t.)

La traduzione dallo spagnolo è mia.
Richard Fidler

La classe lavoratrice e il processo politico in Bolivia
Di AlfredoRada , Rebelión, 8 ottobre  2013
Cinque mesi fa, ero a Tarija per partecipare a un forum dove si discuteva il processo della politica in Bolivia, un processo che chiamiamo Rivoluzione Democratica e Culturale. Uno dei presenti mi ha domandato se era possibile intensificare questa rivoluzione, renderla una rivoluzione economica e sociale, senza la partecipazione della classe dei lavoratori. La mia risposta immediata è stata; no, e ho aggiunto che per consolidare un periodo di transizione verso la costruzione di una nuova forma di  socialismo comunitario è assolutamente necessario che i lavoratori partecipino all’interno del blocco rivoluzionario che ha gestito questo processo di trasformazione iniziato nel 2000 con la cosiddetta “guerra dell’acqua”m quando è iniziato il rovesciamento del neoliberalismo.
E’ stata una domanda molto rilevante, dato che fino a quel momento, il maggio 2013, le mobilitazioni per la Legge sulle Pensioni, richiesta dalla Centrale Operaia Boliviana (COB – Central Obrera Boliviana) in opposizione al governo di Evo Morales erano al culmine [1]. Influenza fortemente dalle tendenze politiche di estrema sinistra organizzate intorno al Partito dei Lavoratori (“Partido de los Trabajadores” – PT), la COB ha commesso un errore monumentale mobilitando i suoi ranghi con discorsi febbrili che chiedevano di sostituire Evo con un “altro governo”, come si era espresso a Santa Cruz un leader degli insegnanti di città.
L’orientamento massimalista ha portato inesorabilmente la COB  alla sconfitta, dato che lo sciopero e le manifestazioni non hanno mai incontrato l’appoggio popolare e alla fine i dirigenti del sindacato hanno fatto marcia indietro con totale scompiglio. La svolta che ha portato alla sconfitta si è originata nella caratterizzazione che fa l’ultrasinistra dell’attuale governo di  “borghese e filo-imperialista,” un inganno semplicistico tipico delle correnti politiche di uno stampo ideologico eccessivamente classista e “operaista” che impedisce loro di comprendere la natura variegata della formazione sociale boliviana, che può essere analizzata soltanto in termini che mettono insieme la nazione e la classe.
L’attuale processo di cambiamento è fatto di uno schieramento dinamico di lotte sociali di classe all’interno del capitalismo che sono unite, talvolta in modo contraddittorio, alla lotta storica delle nazioni indigene contro il capitalismo interno. Quella è la natura dialettica di questo processo in cui le tendenze strutturali anticolonialiste espresse nell’azione politica di classi sfruttate e di nazioni oppresse, rendono possibile la trasformazione rivoluzionaria delle relazioni economiche di sfruttamento, le relazioni politiche di esclusione e le relazioni culturali di oppressione. C’è, tuttavia, sempre il rischio  che questo corso di trasformazioni, come risultato di pressioni esterne, di frammentazione interna o di concessioni programmatiche, si esaurirà o si invertirà.
Passando al conflitto con la COB, in seguito al suo scioglimento,  il governo si è imposto il compito di sistemare i suoi rapporti con i settori della classe lavoratrice mentre allo stesso tempo i ranghi e le fila dei lavoratori iniziavano a saldare i conti  con le dirigenze di ultrasinistra all”interno dei sindacati. Questo è ciò che appena successo nel Sindacato Congiunto dei Lavoratori delle miniere di Huanuni, un’organizzazione emblematica, perché quel distretto, situato nella dipartimento occidentale di Oruro, ha la più grossa concentrazione di proletari dell’intera nazione. I suoi 4.500 minatori, più di un anno fa, hanno eletto una dirigenza sindacale radicalmente contraria al governo.  Questi dirigenti hanno guidato, durante lo sciopero di maggio, il blocco delle strade a Caihuasi e l’esplosione di un ponte situato in quella località. Oggi, indebolita e isolata, quella ultrasinistra per un certo periodo era   nel sindacato di Huanuni,  ha finito con l’essere rimossa da un in incontro generale di massa dei lavoratori, che hanno deciso anche di approvare la costruzione di un nuovo patto di unità politico con il  governo di Evo Morales.
Non c’è dubbio  che questo riposizionamento all’interno del movimento dei lavoratori, avrà un importante impatto sul futuro del Partito dei lavoratori dal momento che quello strumento politico ha ora perduto la sua spina dorsale; gli effetti si faranno sentire anche sull’orientamento della Federazione Sindacale dei Lavoratori minerari della Bolivia.
Guardiamo un altro settore industriale, quello degli operai edili. Questo è uno delle fonti di impiego in più rapida crescita grazie all’espansione degli investimenti pubblici e privati nella costruzione di nuovi edifici. Dovunque nelle città della Bolivia si possono vedere complessi di edifici e di abitazioni in via di costruzione e con questo l’assunzione di molta manodopera  come occasionali o a cottimo. Però i sindacati di questo settore sono deboli e sparpagliati, in parte perché la loro leadership tende a essere controllata dalle grandi imprese di costruzione, ma anche a causa della scarsa regolamentazione esercitata dallo stato.
L’arrendevolezza dei sindacati è cominciata a cambiare al più recente Congresso Nazionale della Confederazione Sindacale dei Lavoratori Edili della Bolivia, che si è tenuto nella città di Santa Cruz. Gli operai edili hanno eletto i nuovi dirigenti del sindacato e hanno deciso l’organizzazione obbligatoria di tutti i lavoratori insegnanti assistenti, nel campo dell’edilizia, sostituendo gli accordi a voce con i capi con contratti collettivi di lavoro in tutti i progetti di costruzione. Questo sarà anche un mezzo di risolvere la situazione dei “lavoratori non ufficiali” che è una delle peggiori eredità del neoliberalismo in un paese in cui meno del  20% dei lavoratori sono riuniti in un sindacato.
I lavoratori delle industrie sono stati uno dei settori più duramente colpiti, decimati dai massicci licenziamenti eufemisticamente definiti “trasferimenti” dal Decreto Supremo dell’agosto 1985. Il settore manufatturiero è stato successivamente soggetto per quasi due decenni alle politiche di flessibilità  del lavoro tipiche del neoliberalismo per ridurre i carichi di spesa e aumentare i profitti del capitale.
Oggi il settore manifatturiero sta subendo una rapida riorganizzazione dei sindacati che ha aiutato a rafforzare La Confederazione Generale dei Lavoratori dell’Industria della Bolivia. Deve essere ancora consolidata l’organizzazione di nuovi sindacati, particolarmente nelle città di El Alto e di Santa Cruz, le due maggiori concentrazioni di fabbriche industriali in Bolivia.
L’importanza data a inserire di nuovo i lavoratori nel processo di trasformazione intorno a un’agenda programmatica comune con il governo Morales, non sta soltanto nel fatto che  aiuterà a mettere insieme una forte base lavorativa, ma anche che rafforzerà le tendenze anti-imperialistiche e rivoluzionarie nel corso del processo. L’agenda programmatica a cui ci riferiamo potrebbe trattare i seguenti aspetti: (1) una nuova legge generale del lavoro che, mentre conserva i progressi già presenti nella legge attuale, garantirà nuovi diritti ai lavoratori; (2) una campagna nazionale di massiccia organizzazione dei sindacati in tutte le industrie che non sono organizzate; e (3) il rafforzamento del settore sociale e comunitario dell’economia, in unione con il settore statale nazionalizzato.

Alfredo Rada è il vice ministro della Bolivia del Coordinamento dei Movimenti Sociali

[1] La COB ha chiesto un aumento per le pensioni statali di 8,000 bolivianos (1.140 dollari) annuali per i minatori e di 5.000 bolivianos (715 dollari) per altri settori. Il governo ne ha offerti 4.000 e 3.200 boliviani, rispettivamente (600$  470$), dicendo che non  avrebbe più rischiato la sostenibilità del suo schema pensionistico.
Il conflitto ha visto: minatori, insegnanti, lavoratori della sanità uscire nelle strade di La Paz, mentre blocchi stradali e scioperi hanno avuto luogo in tutto il paese. La polizia è stata dislocata per interrompere i blocchi a Cochabamba  e a La Paz, e  ci sono stati parecchi arresti e feriti, mentre i lavoratori della miniera di Huanuni gestita dallo stato, si sono uniti alle proteste di La Paz, paralizzando la produzione dello stagno costata diversi milioni di dollari.
Altri settori sociali in Bolivia hanno organizzato contro-proteste in favore del governo. Rappresentanti della Confederazione Sindacale Unica dei Lavoratori Campesini della Bolivia (CSTUCB) e la Confederazione “Bartolina Sisa” delle donne Campesine e Originarie, hanno dimostrato a La Paz per respingere  i blocchi e le mobilitazioni organizzate dalla COB, mentre anche  i lavoratori che coltivano la coca hanno protestato a Cochabamba a favore del governo. A una dimostrazione a La Paz, Morales ha criticato aspramente i capi della COB,accusandoli di essere al servizio dell’imperialismo, del capitalismo e del neoliberalismo.
Dopo 15 giorni di protesta i leader della COB hanno accettato di interrompere lo sciopero per 30 giorni per avere il tempo di analizzare un’offerta del governo di riformare l’attuale sistema di  pensioni. I leader del sindacato hanno trattato per vari giorni a La Paz con funzionari dei ministeri del lavoro e delle finanze, durante i quali il sindacato ha abbassato le sue richieste per le pensioni a 4.900 bolivianos per i minatori e a 3.700 bolivianos per altri settori (rispettivamente 700 $ e 530 $). Resta da vedere se si può raggiungere un accordo permanente.

Rifondazione comunista: ultimo atto?

di Valerio Torre
 
Rifondazione comunista si avvia verso il suo congresso nazionale, fissato per il prossimo dicembre, in una situazione che assomiglia parecchio ad una liquidazione di fatto.
L’ennesima sconfitta elettorale – un elemento dirompente per un partito che negli anni si è costruito avendo come obiettivo prioritario della sua agenda politica il risultato elettorale e educando in tal senso i propri militanti– l’ha definitivamente proiettata nella spirale di una crisi da cui nessuna delle tendenze che fin qui l’ha governata sa come uscire. È possibile che il congresso sancirà questa situazione in maniera irreversibile.
 
I documenti a confronto: l’area Ferrero
La corrente del segretario uscente, Ferrero, brancola nel buio e, nel rinviare di ben dieci mesi dal tracollo elettorale la discussione congressuale per non essere costretta a fare i conti con i catastrofici risultati nella gestione del partito (non solo elettorali, quanto soprattutto politici) ha giocato su più tavoli allo scopo di mostrare a quel che resta del corpo militante – vincolandolo a un attivismo privo di progetto politico – una vivacità che potesse rivelarsi attraente in funzione del prossimo congresso: all’interno del partito, ha impegnato la base nella partecipazione a seminari nazionali sui più curiosi argomenti (1); all’esterno, da un lato ha partecipato (non ufficialmente, come organizzazione, ma individualmente attraverso i propri “colonnelli”) a tutto il percorso che dovrebbe portare alla nascita di Ross@, la nuova creatura di Cremaschi; dall’altro, dopo averla in un primo momento snobbata, Ferrero si è precipitato sulla manifestazione dello scorso 12 ottobre indetta da Landini e Rodotà per non lasciarla nelle mani della corrente di Grassi, che invece aveva in animo di utilizzarla come trampolino di lancio del suo tentativo di avvicinamento a Sel e alla burocrazia Fiom.
L’area Ferrero giunge al congresso con un documento che rappresenta la “summa” di tutte le politiche riformiste che hanno portato il Prc alla pressoché totale liquefazione: si spazia dalla “democratizzazione dell’UE” alla sempiterna “ricostruzione della sinistra d’alternativa”; dall’ossimoro della “rivoluzione democratica” fino – per non farsi mancare nulla, recuperando così un concetto di bertinottiana memoria – alla “disobbedienza”, questa volta ai trattati europei. Con questo fardello di banalità che, più che “aclassiste” sarebbe meglio definire “apolitiche”, il segretario uscente ripropone la sua candidatura alla guida di Rifondazione.
 
L’area Grassi
Grassi, dal canto suo, aveva, subito dopo il tracollo elettorale di febbraio, abbandonato la tolda di comando (2), smarcandosi dalla segreteria dopo la débacle elettorale e reclamando a gran voce le dimissioni di Ferrero e l’immediata indizione del congresso per andare alla conta. Non avendo ottenuto né l’una né l’altra cosa, Grassi ha approfittato di questo lungo periodo precongressuale per atteggiarsi a “opposizione” interna, cercando di far dimenticare di aver governato il partito fino a ieri. Tuttavia, fedele alla sua impostazione togliattiana, non ha inteso presentare un documento contrapposto a quello di Ferrero, bensì due soli emendamenti che però puntano a sostituire il “cuore” della proposta politica del segretario uscente, di fatto vanificandola (3).
Il nodo che, in realtà, divide Ferrero e Grassi è il rapporto con Sel e, attraverso questa, col centrosinistra. Un rapporto che, nella concezione della corrente grassiana, deve essere costruito a partire dall’azzeramento di quanto resta della segreteria uscente.
Ed è proprio questo lo spartiacque su cui si consumerà il congresso e intorno al quale potrebbe giocarsi il futuro della Rifondazione comunista che abbiamo fino ad ora conosciuto.
 
FalceMartello e altri
In questo quadro, cerca di ritagliarsi un piccolo spazio la minuscola corrente interna FalceMartello che, tentando di sminuire le proprie responsabilità sia nella gestione del partito (4) che nelle sue politiche elettoralistiche (avendo dato indicazione di voto per la lista Ingroia), presenta al congresso un documento tutto infarcito di radicalismo verbale ma, in realtà, centrato sull’obiettivo della costruzione, non già di un partito rivoluzionario, bensì di un “partito dei lavoratori”. Obiettivo da raggiungere attraverso la “sfida” alla burocrazia sindacale e politica a rompere col centrosinistra per edificare “una rappresentanza del mondo del lavoro” (5). A ben vedere, si tratta della riproposizione, da parte di questa setta centrista cristallizzata nel suo eterno entrismo in Rifondazione, dell’ormai ventennale politica di ripiegamento strategico sugli apparati del movimento operaio allo scopo di “spostare a sinistra” quelle che invece altro non sono che agenzie della borghesia in seno alla classe lavoratrice: come dimenticare, infatti, che per anni FalceMartello ha sostenuto la stessa identica necessità nei confronti del Pds/Ds, vagheggiando un governo insieme al Prc? E come si potrebbe tacere il più o meno esplicito auspicio della vittoria di Renzi al congresso del Pd, giustificato dall’impressionistica analisi secondo cui essa “accelererebbe dentro e fuori dal Pd la discussione, che è già in corso, sulla necessità di una nuova rappresentanza politica dei lavoratori e sulla sinistra in questo Paese. Discussione alla quale ci dichiariamo assolutamente interessati…” (6)?
Resta da citare, per completezza, la partecipazione alla discussione congressuale di un terzo documento (firmato da Targetti e altri), che opera più che altro come elemento di disturbo e che, rivestito di ripetuti richiami a Gramsci, avanza una confusa proposta dove s’intrecciano togliattismo e pulsioni neostaliniste “di sinistra”.
 
Quali prospettive dal congresso?
Il fatto è che, da quanto si è potuto apprendere dallo svolgimento della discussione precongressuale dei vari Comitati politici federali del Prc, il documento di Ferrero complessivamente inteso (cui cioè si sommano i voti dei grassiani che, come detto, appoggiano il testo del segretario uscente presentando solo emendamenti) appare in calo di consensi: non tanto a vantaggio dei documenti concorrenti, quanto per la vera e propria “liquefazione” del partito. Giungono infatti notizie su votazioni nei Cpf cui prendono parte poche unità dei componenti.
È verosimile, dunque, che il congresso di dicembre sancirà una paradossale situazione in cui nessuna delle tendenze avrà i voti per governare il partito. E se, come è possibile, l’area Ferrero e quella Grassi saranno divise da uno scarto minimo, ogni scenario può materializzarsi: dalla conta finalizzata a una rottura (se non immediata, abbastanza prossima nel tempo) a una tregua armata per traghettare il partito verso le elezioni europee. Come pure non può escludersi a priori una confluenza di voti per consentire all’una o all’altra minoranza di “diventare” maggioranza per governare il partito.
 
Un invito al confronto per un’altra possibilità
Insomma, tutte le ipotesi sono in campo ed è presto per un’analisi più compiuta. Quel che è certo è che i gruppi dirigenti di Rifondazione, nessuno escluso, si lasceranno ancor di più alle spalle un terreno colmo di macerie portandosi dietro la responsabilità storica di aver dilapidato un rilevante patrimonio di militanza.
A ciò che resta dell’attivismo onesto del Prc, a quei compagni che, una volta passato il congresso di dicembre, si sentiranno ancor più delusi e avvertiranno la tentazione di tornare a casa, ci rivolgiamo ancora una volta: non con la supponenza di chi potrebbe dire “avevamo ragione noi”, ma con il rispetto per il travaglio di militanti che avevano in buona fede creduto alle fandonie dei loro dirigenti.
A questi compagni rinnoviamo l’invito a confrontarsi francamente e lealmente con noi, che abbiamo fatto una scelta diversa, difficile e faticosa, quella di costruire nel vivo delle lotte un partito rivoluzionario e un’Internazionale rivoluzionaria democraticamente centralizzata: un compito gigantesco che è solo iniziato e che richiede enormi energie. È l’invito ad avviare, con spirito fraterno, una discussione aperta a partire dall’analisi della crisi della sinistra comunista in Italia e dalla ricerca di una prospettiva realmente anticapitalista.

Note(1) Ad es., “Capire il M5S”, “La forma "partito”, ecc.
(2) Forse preparandosi ad abbandonare, come fanno i topi, tutta la nave che sta affondando. Al momento non è possibile prevederlo, ma al congresso potrebbe profilarsi anche quest’eventualità.
(3) Gli emendamenti sono stati respinti con uno scarto minimo dal Comitato politico nazionale, ma saranno riproposti alla discussione in tutte le istanze congressuali.
(4) Non va dimenticato infatti che, per una seppur breve fase, FalceMartello è stata rappresentata nella segreteria nazionale del Prc.
(5) “Produrre una rottura dei sindacati e della sinistra con il Partito democratico è oggi l’obiettivo principale che deve porsi un partito comunista che non si rassegni a restare nell’anonimato”: così si legge nel documento congressuale di FalceMartello.
(6) FalceMartello n. 256, 11/9/2013, pag. 6.
 

Coraggio riformisti, buttate giù le carte

Luciano Granieri


E votiamola sta’ benedetta decadenza!  Non se ne più dei ricatti, delle ripicche di nani e mezze calze!  Si decida, ma subito,  se Berlusconi deve sloggiare dal seggio senatoriale oppure no. Non se ne può più di subire misere discettazioni sul sesso degli angeli, di sopportare minacce sul destino disgraziato dei precari che rischiano di essere fottuti per i capricci di delinquenti matricolati. 

Lasciamo stare la questione del voto palese o segreto nei riguardi della decadenza di Berlusconi. E’ una discussione sterile utile solo a perdere tempo. Le regole ci sono ed esigono che in caso di giudizio su singoli parlamentari il voto deve essere segreto.  E che segreto sia!  

Dovrebbe nuocere più al puzzone il cui salvacondotto potrebbe e essere messo a rischio da qualche colomba della sua scombicchierata squadra che, nel segreto  delle urne, avrebbe l’opportunità di provare a defenestrare il vecchio  capo, e invece il voto segreto sembra essere temuto maggiormente dal Pd. Tutta “mmuina” perché e evidente che mantenere Berlusconi lì dov’è fa comodo a tutti. Dal presidente della Repubblica,  al Presidente del consiglio, alla criminalità organizzata, alla  maggior parte del Pd.  

Si vuole ancora usare  la stantia contrapposizione berlusconismo-antiberlusconismo  come arma di distrazione di massa, per poter tranquillamente continuare a devastare,  in un assordante silenzio e coperti dalle vicende del lesbico duduismo arcoriano,   lo stato sociale,  a  ridurre in povertà intere frange di società le cui ultime  ed esigue risorse devono essere depredate dalle  associazioni a delinquere liberiste, mai sazie della loro accumulazione. 

Bande    che hanno potenti referenti sia nel Pd che nel Pdl, Riva docet.  Non lo sapevano i disgraziati artefici delle larghe intese che a fine luglio sarebbe arrivato il terzo e definitivo grado di giudizio sull’evasione fiscale fraudolenta di Berlusconi? Non immaginavano gli sciagurati,che il delinquente, anziché ritirarsi  in buon ordine,  avrebbe ricattato tutto e tutti, governo  e maggioranza,   mobilitando  le sue corrotte truppe cammellate, pur di tenere chiuso il cancello che da Palazzo Madama lo avrebbe introdotto a Regina Coeli?   

O lo avevano dimenticato, o confidavano nel potere  di corruzione dell’evasore fraudolento capace di  corrompere  perfino i  giudici della Cassazione, o era già pronto il piano ordito con il Presidente della Repubblica e l’ala riformista dell’inquietante maggioranza , atto a salvare il meschino evasore, corruttore, concessore, e puttaniere. Amnistia, indulto,   saccheggio  della legge Severino il percorso è sconosciuto ma bersi la favola della sua inesistenza  è da sprovveduti.  

Coraggio  liberisti: buttate giù le carte! Votate   con il voto segreto.  Finalmente quando il Senato decreterà la vittoria di Berlusconi  nonostante le sue pendenze con la giustizia, potrà cadere quella patina di ipocrisia che  i riformisti hanno innalzato almeno per schermare le loro sterili discussioni  da congresso e le primarie per il segretario.  Finalmente quel voto certificherà  una volta di più che nessuno ha interesse a sbarazzarsi di Berlusconi . Finirà la recita, il gioco della parti, e finalmente molti militanti del Pd riusciranno a convincersi di essere stati presi in giro e, si spera, non vorranno perseverare nell’errore.