Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

domenica 6 aprile 2014

FROSINONE: PROFONDO SUD

Oreste Della Posta segretario del PdCI di Frosinone

Con gli ultimi dati sulla disoccupazione giovanile , che nella nostra provincia ha superato il 50%, è una prova inconfutabile che ormai apparteniamo al profondo sud dell’Italia. Perché questo è avvenuto?

Basta ricordare che solo pochi anni fa la nostra provincia aveva il settore manifatturiero ed industriale più forte del Lazio, con punti di eccellenza produttivi. Oggi possiamo affermare che il nostro sistema delle grandi imprese è crollato (Videocolor,FIAT) o è in profonda crisi, e questo ha portato alla distruzione degli indotti e di conseguenza un crollo dell’occupazione. A questo si è aggiunto la crisi del sistema della piccola e media industria, che era il vanto della nostra provincia, che senza aiuti statali riuscivano comunque a reggere bene il mercato. E questo ha portato il crollo dell’artigianato e del commercio che ormai sono in una crisi irreversibile. Quindi possiamo affermare che la povertà ha raggiunto la nostra provincia in modo devastante, senza se e senza ma. In questo quadro :che fare? Innanzitutto dobbiamo sgombrare il campo dalle ricette del Ministro del Lavoro Poletti, che propone il precariato a vita, ricette già fallite che non porteranno nessun posto di lavoro.

Qui si condivide l’analisi del Segretario della CGIL Tomassi Guido. La situazione è grave e ci sono pochi spiragli  applicando politiche di austerità che i governi passati e presenti hanno e stanno portando avanti. Questo significa povertà per tutti. Occorre un urgente piano per il lavoro, che si basi  sul turismo religioso-archeologico, sul risanamento ambientale, sul rilancio di produzione agricola nostrana, e provveda a rilanciare la formazione professionale, in modo da dare un futuro possibile alle nuove generazioni.
Ai giovani la classe politica ha dato solo una prospettiva: emigrare all’estero! È tornata la valigia di cartone come negli anni ’50.


Noi Comunisti facciamo appello ai giovani: vi hanno tolto il futuro, organizzatevi e ribellatevi, perché un’altra strada è possibile e si chiama lavoro. Chiediamo al Governatore di affrontare subito l’urgenza lavoro, su questo verrà giudicato dagli elettori.

sabato 5 aprile 2014

Bilancio Comunale, questo sconosciuto

Luciano Granieri, Osservatorio Peppino Impastato Frosinone

Ci sono giorni, e sono molti, in cui l’impegno civile e, diciamolo pure, politico, sembra un’attività superflua, frustrante.  Si ha la spiacevole sensazione di  sbattere contro il muro di gomma del disinteresse,  del nichilismo rassegnato che attanaglia i tuoi interlocutori.  Si è sul punto di arrendersi, di ammettere che anziché cambiare il mondo è il mondo che sta per cambiare te.  Ieri sabato 5 aprile   invece le percezioni sono state di tutt’altro segno. Essere riusciti ad organizzare il seminario sulle modalità di lettura del bilancio comunale, avvalendosi delle straordinarie doti di chiarezza e competenza  del professor Fabio Magliocchetti,  già vice sindaco di Ferentino,  con la collaborazione dell’ex assessore al bilancio del Comune di Frosinone, attuale consigliere di minoranza Stefania Martini,  ci rende orgogliosi e consapevoli di aver fornito un servizio utile alla comunità.  Non c’è dubbio ieri si è avuta la netta sensazione  come  l’impegno civile diventi  indispensabile e anzi spesso risulti  insufficiente.  Fabio Magliocchetti ci ha fornito un quadro complessivo del bilancio comunale, documento politico  prima che tecnico,  in cui è emersa  la complessità di un sistema molto strutturato nelle sue modalità di redazione e di controllo da parte dei revisori.  Stefania Martini, ha inserito in quel quadro alcune esempi  reali inerenti ai provvedimenti di bilancio adottati dalla giunta precedente, quando lei era assessore al bilancio, e a quella attuale. Non si è sottratta fra l’altro ai rilievi e alle critiche che pure sono arrivate dalla platea, la quale, lo diciamo con una punta di delusione non era numerosa.  E’ emerso con chiarezza l’irresponsabile e folle principio su cui si basa il patto di stabilità un insensato sistema di austerità che  la Ue ha imposto al governo centrale e questi ha esteso agli enti locali. Nel prossimo appuntamento ci occuperemo in modo più particolareggiato dei numeri partendo dal bilancio previsionale del Comune di Frosinone per  il 2013. Crediamo che un seminario del  genere  sia indispensabile per quel cittadino che voglia capire, come e dove vengono spesi i soldi dei tributi locali che egli stesso paga, ecco perché invitiamo tutti a partecipare al prossimo appuntamento che si terrò sabato prossimo alle ore 16,30, sempre presso la saletta dei soci Coop in Via Monti Lepini a Frosinone.

Lettera sul taglio al fondo di istituto




Alla c. a. della Ministra dell’Istruzione, Stefania Giannini
                                                                      
  al Presidente del Consiglio, Matteo Renzi
                                                                      
  al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano




Gentile Ministra, egregi Presidenti,
vorrei sottoporre alla Vostra attenzione alcune semplici considerazioni.
Nonostante i tagli draconiani, anche quest’anno le scuole italiane hanno regolarmente funzionato e garantito la loro offerta formativa a centinaia di migliaia di studenti. Fortemente sottodimensionati, il personale ATA ha lavorato a pieno ritmo e i docenti hanno svolto le loro funzioni strumentali, di coordinamento e di potenziamento della didattica.
Oggi ci troviamo tuttavia in una situazione gravissima: il fondo d’istituto della stragrande maggioranza delle scuole italiane non ha la consistenza economica per coprire tutte le attività di intensificazione, aggravio e straordinario che il personale docente e non docente ha effettuato durante l’anno per garantire il regolare funzionamento dei Piani dell’Offerta Formativa, previsti dalla legge sull’autonomia. In molte scuole la contrattazione integrativa si sta chiudendo con una fortissima riduzione dei compensi, assurti a cifre simboliche, in molte altre non si apre neppure.
Vi chiedo: dov’è finito il miliardo e trecento milioni di euro di crediti che le scuole vantano da anni nei confronti dell’amministrazione centrale? Quel credito che alcune circolari ministeriali in passato hanno vergognosamente chiesto alle scuole di inserire nell’‘aggregato Z’ del bilancio, così da renderlo inesigibile?
E ancora: com’è possibile che nonostante gli otto miliardi di risparmi effettuati nel comparto scuola solo con la legge 133/2008 (il 30% dei quali avrebbe dovuto essere reinvestito nella scuola), il mancato rinnovo dei contratti degli insegnanti, il blocco degli scatti di anzianità, la progressiva riduzione dei fondi per il funzionamento della scuola e per le attività di recupero e sostegno, siamo oggi di fronte all’ignominiosa possibilità che il nostro salario accessorio, a fronte di un lavoro regolarmente effettuato, non venga erogato?
Dovete dirci se abbiamo lavorato pro bono.
Dovete dirlo a centinaia di migliaia di lavoratori in tutta Italia.
Dovete avere il coraggio di dirci che, mentre i vostri lauti stipendi sono garantiti, mentre i boiardi di Stato continuano ad accumulare entroiti e pensioni da favola, a cumulare prebende e compensi aggiuntivi, mentre si dilapidano milioni di euro per inutili F35, e mentre si ciancia di chiamata diretta dei docenti e di finanziamenti alle scuole private dimenticando la Costituzione, noi, docenti e non docenti delle scuole italiane, con uno stipendio medio di 1.300 euro al mese, abbiamo fatto, a nostra insaputa, un volontariato coatto.



Roma, 31 marzo 2014

                                                                      Anna Angelucci
                                                                       
                                                       RSU Unicobas L.S.S. “L. Pasteur” di Roma

venerdì 4 aprile 2014

La guerra sporca agli enti locali

Marco Bersani (ATTAC). fonte: http://www.perunanuovafinanzapubblica.it/


1. La querelle nata in questi mesi – e divenuta drammatica in questi giorni- intorno al decreto cosiddetto “Salva Roma”, dimostra come uno dei nodi cruciali della guerra alla società, dichiarata dalle lobby finanziarie con la trappola della crisi del debito pubblico, veda da subito al centro gli enti locali, i loro beni e servizi, il loro ruolo. Infatti, poiché l’enorme massa di ricchezza privata prodotta dalle speculazioni finanziarie, che ha portato alla crisi globale di questi anni, ha stringente necessità di trovare nuovi asset sui quali investire, è intorno ai beni degli enti locali che le mire sono ogni giorno più che manifeste.
2. Già nel rapporto “Guadagni, concorrenza e crescita”, presentato da Deutsche Bank nel dicembre 2011 alla Commissione Europea, si scriveva a proposito del nostro Paese : “ (..) I Comuni offrono il maggior potenziale di privatizzazione. In una relazione presentata alla fine di settembre 2011 dal Ministero dell’ Economia e delle Finanze si stima che le rimanenti imprese a capitale pubblico abbiano un valore complessivo di 80 miliardi di euro (pari a circa il 5,2% del PIL). Inoltre, il piano di concessioni potrebbe generare circa 70 miliardi di entrate. E questa operazione potrebbe rafforzare la concorrenza. (..) Particolare attenzione deve essere prestata agli edifici pubblici. La Cassa Depositi e Prestiti dice che il loro valore totale corrente arriva a  421 miliardi e che una parte corrispondente a 42 miliardi non è attualmente in uso. Per questa ragione potrebbe probabilmente essere messa in vendita con relativamente poco sforzo o spesa. Dal momento che il settore immobiliare appartiene in gran parte ai Comuni, il governo dovrebbe impostare un processo ben strutturato in anticipo. (..) Quindi, secondo le informazioni ufficiali, il patrimonio pubblico potrebbe raggiungere in valore complessivo di 571 miliardi, vicino al 37% del PIL. Naturalmente, il potenziale può anche essere ampliato.”
3.La spoliazione degli enti locali è naturalmente avviata da almeno un quindicennio e vi hanno concorso diversi fattori. Il primo è stato il Patto di Stabilità e Crescita interno, ovvero le diverse misure, annualmente stabilite, per far concorrere gli enti locali agli obiettivi di stabilità finanziaria decisi dallo Stato in accordo con l’Unione Europea. Quel patto ha visto in una prima fase una durissima contrazione delle possibilità di assunzione del personale da parte degli enti locali, riducendone drasticamente la qualità del servizio e contribuendo in questo modo a costruire una campagna ideologica sull’inefficienza del “pubblico”; in un secondo momento è finita sotto attacco la possibilità e la capacità di investimento da parte degli enti locali che, con l’alibi di non doversi indebitare, sono stati costretti e ridurre al lumicino le opere da realizzare; infine, nell’attualità, perfino la capacità di spesa corrente trova draconiane limitazioni, mettendo definitivamente a rischio il funzionamento stesso degli enti locali. Classificati da ora in avanti in “virtuosi” e “non virtuosi”, gli enti locali saranno costretti, per entrare nella prima categoria, ad aumentare le tasse locali e le tariffe, a ridurre ulteriormente l’occupazione, a dismettere il patrimonio pubblico e a privatizzare i servizi pubblici locali.
4. Il secondo fattore è dovuto alla spending review, ovvero i drastici tagli lineari che, anziché riorganizzare la spesa eliminando gli sprechi e le corruttele, comportano un’automatica riduzione di tutti i servizi erogabili senza alcuna scala di priorità e senza la benché minima programmazione. Il terzo fattore è stata l’approvazione del Fiscal Compact, ovvero l’obiettivo sottoscritto in sede europea di portare entro venti anni al 60% il rapporto debito/pil che oggi è pari al 133% . Ciò significa annualmente una riduzione secca di tale rapporto del 3,3% , con un costo di oltre 50 miliardi/anno. Se a questo si aggiunge l’introduzione del pareggio di bilancio nella Costituzione –di fatto, la costituzionalizzazione della dottrina liberista- il quadro è decisamente chiaro.
5.La tesi qui sostenuta  è che l’attacco agli enti locali sia sistemico e abbia come ultimo obiettivo la scomparsa della funzione pubblica e sociale dell’ente locale, come sin qui lo abbiamo conosciuto, trasformandone il ruolo da erogatore di servizi per la collettività a facilitatore dell’espansione della sfera di influenza dei capitali finanziari e da garante dell’interesse collettivo a sentinella del controllo sociale delle comunità. Una trasformazione autoritaria necessaria per permettere, attraverso la drastica riduzione della democrazia di prossimità, la totale spoliazione dei beni comuni delle comunità locali. Per queste ragioni, l’ente locale è destinato a diventare uno dei luoghi fondamentali dello scontro sociale nei prossimi mesi.
6.L’insieme di draconiane misure nei confronti degli enti locali ha un unico scopo: metterli con le spalle al muro dal punto di vista economico per persuaderli/obbligarli ad un gigantesco percorso di espropriazione e di privatizzazione, consegnandone beni e patrimonio alle lobby bancarie e finanziarie Un processo che avviene attraverso diversi ma convergenti percorsi. Cosa posseggono infatti gli enti locali? Territorio, patrimonio e servizi, ed è su questi che si sta giocando, e sempre più lo si farà nel prossimo periodo, la guerra contro la società.
7.Il territorio è da tempo strumento di valorizzazione finanziaria, in due diverse modalità di scala. La prima attraverso la continua cementificazione del suolo, favorita da una norma, da anni reiterata in Parlamento, che consente di utilizzare gli oneri di urbanizzazione per la spesa corrente dei Comuni : in pratica, anche solo per garantire l’ordinario funzionamento dell’ente locale, gli amministratori sono invogliati a consegnare porzioni di territorio alla speculazione immobiliare, arrivando al paradosso che, mentre fino a qualche anno fa erano i costruttori a fare la questua negli uffici comunali per ottenere cambi di destinazione d’uso di terreni, oggi sono i sindaci a inseguire i costruttori per poter firmare convenzioni che consentano di mettere in cassa i relativi oneri. La seconda è quella dei grandi eventi e delle grandi opere : che siano basi militari (Muos di Catania, Dal Molin di Vicenza), che siano mega-progetti infrastrutturali (Tav, Ponte sullo stretto, 35 nuovi progetti autostradali) o “eventi” (Giubileo di Roma, Expo di Milano), l’unico obiettivo è la consegna del territorio alla valorizzazione finanziaria e alla speculazione immobiliare.

8.Il patrimonio pubblico in mano agli enti locali ha, come abbiamo visto, dimensioni enormi (421 miliardi). La sua svendita, cominciata da tempo, è oggi considerata da Governo e Sindaci un vero e proprio piano strategico e, attraverso l’alibi della crisi del debito pubblico, sono ormai in adozione in tutti i Comuni piani di dismissione all’unico scopo di fare cassa. Anche i servizi pubblici locali sono da molto tempo sotto attacco e a rischio privatizzazione. Su questo terreno, come anche Deutsche Bank nel suo rapporto citato all’inizio ha dovuto riconoscere, la straordinaria vittoria referendaria del movimento per l’acqua nel giugno 2011 ha complicato molto i piani, senza tuttavia far desistere le grandi lobby finanziarie.
9.Cassa Depositi e Prestiti, ovvero l’ente (ora SpA, con all’interno le fondazioni bancarie) che raccoglie il risparmio postale (240 miliardi) di quasi 24 milioni di persone, è il vero e proprio braccio operativo di questo processo. Cassa Depositi e Prestiti interviene infatti sulla valorizzazione finanziaria del territorio, finanziando direttamente, o attraverso F2i (Fondo per le infrastrutture, partecipato al 16% da Cdp), molte delle grandi opere, in particolare autostradali, in corso o in progetto nel nostro Paese; così come, attraverso FIV(Fondo Investimenti per le Valorizzazioni) di CDPI sgr si propone agli enti locali come partner ideale per la valorizzazione degli immobili da immettere sul mercato, fissandone un prezzo ed impegnandosi ad acquisirli, qualora dopo bando l’ente locale non riesca a venderli (FIV comparto Plus) o acquisendoli direttamente (FIV comparto Extra); altrettanto determinante è il ruolo assunto da Cdp nei processi di privatizzazione dei servizi pubblici locali, essendo da tempo impegnata attraverso F2i(Fondo per le infrastrutture) da una parte e FSI (Fondo strategico Italiano, interamente controllato da Cdp), in operazioni di ingresso nel capitale sociale delle aziende di gestione del servizio idrico e dei servizi pubblici locali per favorirne fusioni societarie e il rilancio in Borsa.
10.Se il luogo dello scontro sociale del prossimo periodo sarà dunque l’ente locale, il nodo intorno al quale si dipanerà sarà quello del ruolo di Cassa Depositi e Prestiti. Se sotto attacco è la stessa funzione sociale degli enti locali come luoghi di prossimità degli abitanti di un territorio, altrettanto sotto scacco è l’utilizzo della ricchezza sociale prodotta nel Paese, in particolare quella del risparmio postale dei cittadini, che invece di essere utilizzata per gli investimenti volti al soddisfacimento dei bisogni sociali e ambientali delle comunità locali, viene interamente indirizzata come leva per l’espansione dei mercati finanziari e finalizzata all’espropriazione dei beni comuni. Si comprende meglio, a questo punto, anche il senso profondo della progressiva riduzione degli spazi di democrazia, che vede nell’accentramento istituzionale da una parte e in una furbesca campagna contro la “casta” e relativa riduzione della rappresentanza dall’altra, il progressivo distanziamento dei luoghi della decisionalità collettiva dalla vita concreta delle persone. L’obiettivo è chiaro : se ciò che è in atto è un mastodontico processo di spoliazione delle comunità locali, diviene necessario rendere loro sempre più ardua qualsiasi forma di organizzazione e di protesta, trasformando in rassegnata solitudine quella che potrebbe altrimenti divenire lotta per la riappropriazione sociale.
11. Oggi sindaci e amministratori sono posti di fronte ad un bivio senza zone d’ombra : devono decidere se essere gli esecutori ultimi di un processo di privatizzazione che dalla Troika discende verso i governi e scivola giù fino agli enti locali o se riconoscersi come i primi rappresentanti degli abitanti di un determinato territorio e porsi in diretto contrasto con quei processi. Ma, indipendentemente dalla consapevolezza dei propri sindaci e amministratori, le donne e gli uomini di ogni comunità locale di questo Paese devono sapere che la lotta collettiva e generalizzata contro la trappola del debito, per una nuova finanza pubblica e sociale, per la riappropriazione sociale dei beni comuni, è interamente nelle loro mani. E che da essa dipende il destino della democrazia reale.

Fermare l’€urodisastro

http://www.oltreloccidente.org/

(a cura del Comitato di Lotta di Frosinone)

Rapporto tra rigore e crescita , visto dalla parte dei licenziati e disoccupati.


Cosa c’entrerà mai l’Europa, lontana, invisibile, con le drammatiche situazioni dei disoccupati e licenziati ciociari?


Il dato principale è sconvolgente, per dirla con le parole del Presidente del Consiglio: la disoccupazione sul nostro territorio provinciale è più che allarmante, 14,14%, (raddoppiata negli ultimi 5 anni),  il precariato sta rimanendo una l’unica forma di occupazione e gli ammortizzatori sociali stanno terminando; coloro che non cercano più lavoro sono decine di migliaia. 

Tale processo di arretramento nell’occupazione è sicuramente congenito nell’organizzazione economica e produttiva del territorio voluta dal “capitale”, ma quello a cui stiamo assistendo dal 2008 è una vera e propria precipitazione degli eventi che vedono lacerarsi tessuti sociali e lavorativi con una rapidità inconsueta e incontrollabile. 

Non solo sono venuti meno investimenti, sostegno alle imprese, politiche di sviluppo, valorizzazioni dei territori, che pure poco portavano nelle tasche dei cittadini, ma parallelamente sono scomparse politiche sociali politiche di redistribuzione del reddito (il numero delle famiglie con risorse scarse è 1/3 in più di 15 anni fa, arrivando quasi al 45% della popolazione, fonte ISTAT), politiche sociali volte all’espansione della spesa (salute e sanità prima di tutto), trasferimenti di risorse ai territori per far fronte alla quotidianità. Mentre con la sedicente crisi le banche europee venivano foraggiate con €.500 miliardi, gli Enti locali hanno assistito a tagli giganteschi (almeno 15 miliardi) dei trasferimenti pubblici alle autonomie negli ultimi dieci anni.

 L’impegno degli enti a qualsiasi livello è stato quello di impoverire interi settori pubblici e privati con una azione politica che negli ultimi anni non ha visto soluzioni di continuità anche in luogo di avvicendamenti politici. 

Gli enti hanno diminuito le assunzioni, non sostituito chi andava via, si sono disfatti di attività in proprio, hanno reso precario ciò che prima tendeva ad essere stabile. Possiamo parlare di circa il 30% di dipendenti pubblici in meno negli ultimi 10 anni. Contestualmente hanno aumentato il costo dei servizi, alzato le tasse, introdotto il pagamento per servizi gratuiti, distrutto il territorio, alienato il patrimonio, contratto debiti… Hanno accelerato nell’esternalizzare, privatizzare, vendere, alienare. 

Il tutto nell’interesse dei cittadini? Non proprio. La situazione occupazionale, quella reddituale, quella delle reti familiari, quella delle politiche sociali volte all’aiuto, quelle della formazione, della trasmissione di saperi, dell’abitare, sono tutte situazioni fortemente peggiorate ai limiti del collasso.

 I cittadini inoltre sono chiamati a pagare il debito rintracciato negli oscuri bilanci comunali con ulteriori accelerazioni delle azioni che hanno accompagnato la “crisi”. Ce lo dice l’Europa di avere i conti in ordine, di pareggiare i bilanci. Ecco la spending review che racconta come sia indispensabile attuare una attenzione alle spese degli enti, a coprire i debiti pregressi, ma nello stesso tempo salva la classe politica che li ha generati: si introduce il famigerato “piano di riequilibrio economico finanziario”. “ L’ente è tenuto a porre in essere i vincoli imposti all’ente al fine di garantire il graduale riequilibrio finanziario pluriennale”, afferma la Corte dei Conti. 

Il piano di riequilibrio economico finanziario adottato dal Comune di Frosinone è un paradigma: riparare la massa passiva di 14,6 mln (5,5 disavanzo, 7,2 debiti fuori bilancio, 1,85 compensi avvocati fuori enti). La  procedura di riequilibrio finanziario pluriennale (decennale precisamente) affida agli organi ordinari dell’ente l’individuazione e la concreta gestione delle iniziative per il risanamento alla faccia della politica che ha indebitato i cittadini…

Rideterminazione della pianta organica, con conseguente blocco delle assunzioni (salvo poi prevedere però alcuni particolari eccezioni…)

  • alienazione dell’ex motorizzazione civile €.9,3 mln (i cui proventi però non sono iscritti in bilancio non essendo sicuri che qualcuno risponderà a tale prezzo
  • riduzione delle indennità di funzione di assetto organizzativo generale dell’ente
  • riesame e verifica dei presupposti per il mantenimento delle partecipazioni azionarie (leggasi fine della Frosinone Multiservizi e regalo alle cooperative locali con precarizzazione del lavoro)
  • incremento delle tariffe dei servizi a a domanda individuale (leggasi dimezzamento dell’accesso alle mense scolastiche, ai trasporti, ecc.)
  • IMU  Ie aliquote per I’anno 2013 sono state incrementate del 50% per I’abitazione principale e Ie relative pertinenze aumentandole dallo 0,4 per cento allo 0,6%, mentre I’aliquota base era gia prevista nella misura massima dell’ 1,06%;
  • Ie tariffe Tares a copertura totale del costo del servizio, alla faccia se esso sia svolto correttamente o meno (vedi alla voce corruzione);
  • L’addizionale IRPEF alla misura massima consentita dello 0,8%
  • riduzione della spesa dei servizi a domanda individuale (taglio dei trasporti, asili ecc.)
  • riduzione della spesa per il personale (ma non per i dirigenti e p.o.);
  • riduzione delle spese per servizi e trasferimenti;
  • riduzione della spesa per prestazioni in servizio e trasferimenti sociali (nonostante la raddoppiata domanda)
  • riduzione del 25% della consistenza dei debiti accertati o riconosciuti (si “chiede” ai creditori una stretta del loro credito del 25%!)



Rimane sottaciuto 

- il fatto che « Il piano prevede maggior peso finanziario negli ultimi anni esso finisce sostanzialmente per rinviare alle gestioni successive la completa copertura di parte dei debiti» deliberazione Corte dei Conti 256/2013 

- Che la capacita di riscossione in conto competenza del Titolo I nell’ultimo rendiconto è pari al 64,5 per cento, mentre quella del Tit. III è pari al 65 per cento (evviva chi paga!). 

- che l’Amministrazione ha un contratto Collar-swap con Unicredit di cui non si conoscono le esposizione finanziarie e i probabili pericoli

- che la riduzione delle spese della politica, oltre ad essere di facciata, mettono a rischio l’aspetto democratico e partecipativo della vita della città 

- lo €. 0,9 milioni in meno per le partecipate dal 2014 è solo il taglio ai servizi della Frosinone Multiservizi, tralasciando gli effetti esternalizzazioni dei servizi con il carico economico sulle spalle dei cittadini e i redditi da fame di chi ci lavora; 

- che dal 2017 l’avanzo di parte corrente con saldo positivo di quasi 2 milioni di euro è tutto da dimostrare e anche la Corte dei Conti ha qualche dubbio in merito. 

RIGORE, quindi, per i cittadini, le famiglie, i lavoratori, i giovani, gli assistiti, CRESCITA dei profitti privati, delle tasse, del costo dei servizi, ma anche della corruzione, dei favori alle ditte amiche, della speculazione, dell’inquinamento, ecco cosa producono le politiche dell’Unione Europea per l’87% delle famiglie che fa fatica ad arrivare a fine mese. 

giovedì 3 aprile 2014

Ricominciano i seminari dell'Osservatorio Peppino Impastato e della Scuola si formazione sociale e politica "Don Gallo"

Osservatorio Peppino Impastato

Nei giorni di sabato 5  aprile e sabato 12 aprile dalle ore 16,30  avrà luogo presso la saletta dei soci Coop in Via M.ti Lepini a Frosinone il seminario “Impariamo a leggere il bilancio del comune” Dopo qualche settimana di pausa riprende la serie dei seminari organizzati dall’Osservatorio Peppino Impastato e dalla scuola di formazione sociale e politica Don Gallo. Il prossimo appuntamento riguarderà i bilanci delle pubbliche amministrazioni.  Con il  seminario “Impariamo a leggere il bilancio del comune”  L’osservatorio Peppino Impastato  intende fornire ai cittadini gli strumenti per poter esercitare il proprio diritto di partecipazione alle decisioni che vengono prese sul  territorio . Una dei nostri obbiettivi è proprio la promozione della partecipazione dei cittadini, sia nella fase propositiva che in quella di controllo. Infatti è proprio il contributo della cittadinanza nel verificare la trasparenza delle procedure messe in atto dagli enti locali uno degli elementi principali di promozione dei valori della legalità. Le inchieste giudiziarie che hanno investito le varie giunte comunali succedutesi alla guida della nostra città, indicano come una formazione del genere si a quanto mai opportuna. 

L'ipocrisia capitalista sull'aumento della disoccupazione

Luciano Granieri

 Nel sistema capitalistico il lavoro è da sempre considerato come uno dei più potenti disciplinari di comando. E’ talmente potente da diventare l’asse portante della struttura economica e si trasforma in potere sull’intera vita delle persone “biopotere”. 

Questa è la teoria del filosofo  Michel Focault.  L’affermazione del “biopotere” inizia tra la fine del XVII secolo e l’inizio del XVIII, quindi in concomitanza con la prima rivoluzione industriale e  con l’affermarsi dell’ accumulazione capitalistica. Esso si  fonda sulla  coppia: “popolazione-ricchezza”.  Nella popolazione risiede il bacino della forza lavoro. E’ subalterna, capace di riprodursi, ma non di accedere al secondo elemento della coppia: la ricchezza. 

La categoria della ricchezza comprende la  classe proprietaria dei mezzi di produzione e dei capitali. E’  un oligarchia sociale che si nutre della  ricchezza generata dal bacino della forza lavoro e usa il lavoro come fonte di controllo e coercizione  sulla popolazione. L’obbiettivo è sottomettere la popolazione rendendola dipendente dal lavoro che diventa unico mezzo di sopravvivenza. 

Per garantire il predomino della ricchezza sulla popolazione è necessario che l’offerta di lavoro sia sistematicamente inferiore alla domanda dunque è fondamentale per esercitare il più efficacemente possibile il disciplinare di controllo mantenere in vita disoccupazione e precarietà. La disoccupazione è necessaria per ridurre il lavoro a puro stato di necessità e per lasciare i potenziali lavoratori alla mercè dell’accumulazione finanziaria.  

Lo scrittore Bernard De Mendeville in un poemetto satirico del 1705 dal titolo  “La favola delle api, vizi privati, pubblici benefici” cosi scriveva: “Che i poveri siano rigorosamente tenuti a lavorare …E’ prudenza allievare i loro bisogni ma follia eliminarli (..)  La ricchezza più sicura consiste in una moltitudine di poveri laboriosi”.  Dunque è necessario che vi sia la disponibilità al lavoro ma è altrettanto indispensabile, per esercitare il ricatto del bisogno,  usufruire solo di una parte di questa disponibilità.  

Ciò detto si capisce chiaramente come la disoccupazione sia elemento necessario all’affermazione del sistema capitalistico. Escluso il periodo fordista-taylorista, proprio della seconda rivoluzione industriale in cui la forza lavoro era numericamente  necessaria, e il cui controllo si esercitava non sulla quantità ma sulla qualità del lavoro stesso,  il principio della disoccupazione come elemento necessario all’accumulazione finanziaria è sempre stato valido e tenacemente perseguito. 

Ne è dimostrazione oggi il  Fiscal Compact. Come  efficacemente spiegato nel post di Thomas Fazi   "MA RENZI LO CONOSCE IL FISCAL COMPACT ?",  il  rispetto del 3% sul rapporto deficit nominale/pil è una prescrizione che arriva dal trattato di Maastricht, oggi superata dal Fiscal Compact. In questo trattato  si fa riferimento, non più al deficit nominale, cioè quello reale, ma al deficit strutturale. Il  deficit strutturale  viene calcolato dalla Commissione in base a dei parametri del tutto arbitrari, uno dei quali è il tasso di disoccupazione. 

In particolare  l’Italia  per il 2014 al deficit nominale stimato al 2,6 % del pil deve aggiungere un’ulteriore 0,6% che deriva dalle stime dell’Unione , per cui il nostro deficit strutturale è del 3,2%.  Come incide il tasso di disoccupazione sulla determinazione del deficit strutturale?  E’ presto detto. In base a quanto sancito da Bruxelles,  con  un tasso di disoccupazione al 9% ad esempio,   si avrebbe un recupero   dello 0,1% , ossia  al 2,6 del deficit nominale andrebbe sottratto lo 0,1 per cui il deficit strutturale passerebbe dal 3,2 al 2,5  saremmo in una situazione molto migliore. 

Con il tasso di disoccupazione attuale al  13%, invece, si determina la maggiorazione  dello 0,6% per un risultato come già detto pari la 3,2%. Va da sé che per diminuire realmente il tasso di disoccupazione sarebbero necessari investimenti soprattutto pubblici finalizzati alla creazione di  nuove opportunità di lavoro.  Ciò non può avvenire perché altrimenti si andrebbe ad aggravare il rapporto deficit nominale /pil.   

Per cui se da un lato sarebbe necessario abbassare   il tasso di disoccupazione per diminuire il deficit strutturale, dall’altro la cosa è impedita dalla impossibilità di destinare risorse a questo scopo   per evitare di aumentare ulteriormente il deficit nominale.  

E’ del tutto evidente che questo diabolico sistema, di fatto,  impone la disoccupazione,  ne impedisce, non solo la rimozione, ma anche il contenimento in valori sopportabili.   Essa  è necessaria  ad aumentare il deficit e ad  inasprire le  politiche di austerità, con le tragiche conseguenze del ricorso ai programmi lacrime e sangue della troika, comprendenti la privatizzazione di beni e servizi a favore del capitale finanziario.  

Dunque viene provato una volta di più che la disoccupazione è funzionale all’accumulazione capitalistica.  Le leggi approvate nell’ultimo ventennio  in Italia, ma anche in Europa, in Germana per esempio, sulle  tematiche del lavoro non fanno che  aumentare il potere di controllo della ricchezza sulla popolazione. Con il falso obbiettivo di creare occupazione si è accresciuta a  dismisura la precarietà del lavoro e la frammentarietà del reddito che questa sottende. 

Il jobs act  di Renzi,  con i contratti a tempo determinato senza causale, rinnovabili otto volte per tre anni, il che significa assicurare un lavoro per quattro mesi al massimo e poi arrivederci e grazie,   inaspriscono gli effetti devastanti della precarietà. Non si crea nuova occupazione, come ampiamente dimostrato da vent’anni di politiche del lavoro basate sulla precarizzazione dei contratti, e aumenta  il potere di ricattabilità del capitale finanziario sulla popolazione.  

La conclusione è evidente. Per combattere la disoccupazione è necessario combattere il sistema capitalistico, non c’è alternativa.  Si tratta di riprendere con maggior vigore e con una rinnovata organizzazione la vecchia cara lotta di classe. Ma esiste un movimento, un partito, un associazione che abbia consapevolezza di ciò,  che riesca a compattare il blocco sociale subalterno  disgregato dagli eserciti riformisti, e riorganizzare un efficace contrasto al capitalismo?