Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

sabato 26 settembre 2015

Audizione con la Commissione ambiente della Regione Lazio, alla presenza dell’assessore ai rifiuti Civita, in merito al Decreto Legislativo del 29 Luglio 2015, in attuazione dell’art.35 della legge 164/2014.

Associazione Fare Verde Lazio
Associazione Reti di Pace
Comitato Malagrotta
Comitato Roma 12 per i Beni Comuni
Coordinamento Rifiuti Zero Roma
Forum Rifiuti Zero Lazio
QRE, Quartieri Riuniti in Evoluzione – Municipio VI
Retuvasa - Rete per la Tutela della Valle del Sacco


"Dove ci sono inceneritori, c'è pericolo di corruzione e malaffare".

Con questo concetto espresso da Paul Connett nel 2008, Maurizio Melandri del Comitato Malagrotta, intervenuto come primo richiedente dell'Audizione, ha esordito, suscitando mormorii di approvazione da parte di un pubblico costituito da un’ottantina di rappresentanti di Comitati e Associazioni ambientaliste regionali, oltre a consiglieri municipali del Municipio Roma XI e membri della Commissione Malagrotta del XII Municipio.

Oltre ai richiedenti l’audizione infatti (Associazione Occhio del Riciclone, Comitato Malagrotta, Associazione Reti di Pace, Associazione Rifiuti Zero Roma, Comitato ”Cittadini Liberi della Valle Galeria”, Comitato Roma 12 per i Beni Comuni, Forum Rifiuti Zero Lazio, Coordinamento Rifiuti Zero Roma, Coordinamento Rifiuti Zero Lazio, Q.R.E. Quartieri Riuniti in Evoluzione-Municipio VI, Legambiente Lazio) erano anche presenti altri organismi associativi quali Fare Verde Lazio e Retuvasa.

Il punto cruciale di questa nuova paradossale situazione di rilancio dell’incenerimento dei Rifiuti Urbani è la costituzione, con la Legge 164, dell’ATO Unico Nazionale che comporta la necessità, secondo il provvedimento governativo, di  una pianificazione di incenerimento,  sulla base di dati complessivi nazionali, previlegiando l’incenerimento come trattamento dei Rifiuti Urbani Residui.

Non sono occorse molte parole per esprimere la contrarietà di tutte le associazioni convenute a questa scelta deleteria, capace di bloccare l’evoluzione verso obiettivi, già raggiunti in alcuni casi e comunque raggiungibili, superiori al 70-75% di Raccolta Differenziata (RD) di qualità, nell’ambito delle pratiche verso “Rifiuti Zero”, cioè ben oltre il livello del 65%, menzionato piu’ volte come obiettivo richiesto dall’EU e spesso frainteso come limite non superabile.

La risposta piu’ diretta dell’Assessore Civita a queste contrarietà è stata che la Regione Lazio ha chiesto ed ottenuto, al tavolo di confronto Stato-Regioni, che si attivasse una procedura pubblica VAS (Valutazione Ambientale Strategica) a livello nazionale; nelle more del tempo necessario alla procedura (almeno un anno) la Regione Lazio, come le altre Regioni, potranno verificare le reali necessità regionali di incenerimento di rifiuti, sulla base di dati aggiornati, e in continua evoluzione, dei livelli di RD e non sui dati del 2013, usati dal Ministero dell’Ambiente, considerati già obsoleti.

Entrando nel merito della Regione Lazio, è stata quindi ribadita dall’Assessore Civita la necessità di verifiche aggiornate, con la confidenza di poter escludere la costruzione di nuovi inceneritori. Per quelli dove ci sono già delle procedure autorizzative in essere, l’Assessore Civita ha escluso la necessità dell’inceneritore di Albano, ha confermato la continuazione di funzionamento, monitoraggio e controllo di quello di San Vittore, ha preannunciato la necessità di riattivazione con “revamping” di quello di Colleferro, e una verifica della necessità dell’inceneritore di Malagrotta per il quale si ipotizza, forse, una linea attiva per 90.000 t/anno.

E’ stato ribadito all’Assessore Civita che, comunque, l’attuale costituzione di un ATO Unico Nazionale pregiudicherà scelte autonome delle Regioni, le quali dovrebbero invece procedere ad una ferma contestazione dell’impostazione governativa, chiedendo impegni decisi e circostanziati, con obiettivi temporali, verso un’impostazione nazionale senza inceneritori , sull’esempio della scelta del Governo danese del 2013: “Denmark without waste – recycle more, incinerate less”.

E’ stato ribadito altresì che molti comitati considerano gli impianti di Digestione Anaerobica (DA), che estraggono biogas dalla fermentazione dei rifiuti, alla stregua di impianti di incenerimento, perché il loro scopo non è quello strettamente di recuperare materia riutilizzabile (compost di qualità) dalla materia di scarto (rifiuti organici).

A riguardo l’Assessore Civita, ricordando che sono stati tolti gli incentivi alla produzione di biogas, ha affermato che il bio-metano (su cui invece rimangono incentivi) “si produce naturalmente” (quindi senza passare attraverso la fase di bio-gas da raffinare ?!?), che un impianto casalingo di riscaldamento a gas,  secondo lui, inquina di piu’ di un moderno DA, ad es. come quello  citato di Rocca Cencia, dove si prevede di bruciare il bio-metano per ottenere energia termica ed elettrica solo per il consumo interno.

Condividiamo la considerazione finale dell’Assessore sul fatto di aver rispetto reciproco dei  tecnici di propria fiducia, ma rimarremmo comunque molto sorpresi di ascoltare professionisti, che supportano con leggerezza le affermazioni precedenti.

La cultura dell’austerità uccide

Giorgio Cremaschi

Tagli alla salute. Ora con le politiche di austerità il governo abbandona i principi illuministi per tornare a quelli medioevali, meglio che un malato muoia prima piuttosto che spendere dei soldi in più. L’autorità pubblica ha così potere di vita e di morte e il principio che la ispira è quello del mercato, rispetto alla cui suprema autorità, come nel Medio Evo, le persone normali non hanno più diritti personali indisponibili.

Che cosa rende una visita, un esame cli­nico, inu­tile? Il fatto che il paziente non abbia nulla. Che cosa lo rende par­ti­co­lar­mente inu­tile? Il fatto che que­sto esame sia stato pre­scritto solo in via pre­cau­zio­nale, magari pro­prio solo per esclu­dere il rischio malat­tia e   tranquillizzare il paziente.
Que­sti esami inu­tili, se passa il prov­ve­di­mento legi­sla­tivo annun­ciato dal governo, non si potranno più fare, pena san­zioni con­tro il medico che li pre­scrive. Quindi saranno utili solo gli esami cli­nici che riscon­trino effet­tive pato­lo­gie, magari irrecuperabili.
Natu­ral­mente i soliti pif­fe­rai libe­ri­sti spie­ghe­ranno che si tratta di eli­mi­nare spre­chi,  definendo stan­dard validi per tutti, senza danni per nes­suno. Mi pare che abbiano annunciato come esem­pio che gli esami sul cole­ste­rolo dovreb­bero farsi ogni cin­que anni. Imma­gi­niamo una per­sona che improv­vi­sa­mente abbia sin­tomi di malanni che il medico giudichi dovuti a cause di scom­pensi nel meta­bo­li­smo, da sot­to­porre ad ana­lisi. Se il paziente ha oltre­pas­sato i tempi stan­dard dall’ultimo con­trollo il medico potrà fare la prescrizione, se invece cosi non è dovrà aspet­tare. Oppure rischiare di finire sotto procedura  di con­trollo e sanzione.
Si dice che in que­sto modo si rispar­mie­ranno 13 miliardi che potranno essere spesi meglio. Tutti i tagli alla spesa pub­blica son giu­sti­fi­cati così da sem­pre, e da sem­pre sap­piamo che que­sto non è vero. La sostanza è che si ridurrà la pre­ven­zione sulle malat­tie, solo i ric­chi potranno con­ti­nuare a per­met­ter­sela men­tre i poveri si amma­le­ranno e mori­ranno prima.
Il sistema pen­sio­ni­stico dalla riforma Dini si fonda sull’aspettativa di vita. Più que­sta statisticamente sale più si deve andare in pen­sione ad età ele­vate. Per que­sto le tabelle già preve­dono la pen­sione a 70 anni di età nei pros­simi decenni. Imma­gi­niamo allora che i tagli alla sanità bloc­chino o addi­rit­tura abbas­sino que­sta aspet­ta­tiva di vita. Sarebbe un dop­pio gua­da­gno per le casse dello stato, da un lato risparmi sulla spesa sani­ta­ria, dall’altro su quella pen­sio­ni­stica per­ché pur andando in pen­sione più tardi si morirebbe prima.
I medici sono giu­sta­mente in rivolta con­tro que­sta legge, per­ché ver­reb­bero sot­to­po­sti ad un stan­dard di regole e com­por­ta­menti di modello azien­da­li­stico. È evi­dente infatti anche in que­sta “riforma” il modello Mar­chionne, il nume ispi­ra­tore a cui Renzi vor­rebbe fare un monu­mento. Come nella scuola con i pre­sidi capo­rali, anche nella sanità ci saranno strutture e poteri buro­cra­tici che avranno il com­pito di deci­dere sui comportamenti.
Ancora più infame è poi la par­tita di scam­bio che viene offerta ai medici per com­pen­sarli della distru­zione della loro libertà. Il governo intende impe­dire le cause dei cit­ta­dini per mala­sa­nità. Così come ha fatto con il decreto Ilva, che ha garan­tito impu­nità ai mana­ger che inqui­nano nell’esercizio delle loro fun­zioni, il governo offre la stessa pro­te­zione ai medici. I pazienti saranno meno immuni da malat­tie gravi, ma i medici ver­ranno immunizzati dalle cause dei pazienti.
L’Italia è il paese di Cesare Bec­ca­ria , che alla cul­tura medioe­vale con­trap­pose quella illu­mi­ni­sta delle pene: meglio un col­pe­vole libero che un inno­cente in pri­gione. Con lo stato sociale que­sto prin­ci­pio di civiltà si era esteso ai diritti sociali. Meglio spen­dere 13 miliardi in visite anche per chi non ne ha biso­gno, che negare le cure a chi invece ne necessita.
Ora con le poli­ti­che di auste­rità il governo abban­dona i prin­cipi illu­mi­ni­sti per tor­nare a quelli medioe­vali, meglio che un malato muoia prima piut­to­sto che spen­dere dei soldi in più. L’autorità pub­blica ha così potere di vita e di morte e il prin­ci­pio che la ispira è quello del mer­cato, rispetto alla cui suprema auto­rità, come nel Medio Evo, le per­sone nor­mali non hanno più diritti per­so­nali indisponibili.
Quella dell’austerità è prima di tutto una cul­tura di morte.


 fonte: "il manifesto" del 26 settembre.

venerdì 25 settembre 2015

Le due (o tre) lezioni ateniesi

Francesco Ricci
 
La scuola di Atene di Raffaello 1509
La seconda vittoria elettorale di Syriza, il 20 settembre, rialimenterà illusioni e consentirà a molti ciarlatani della sinistra riformista di esercitarsi nel loro mestiere. Ma i fuochi artificiali saranno stavolta più deboli di quelli sparati per la precedente vittoria elettorale e sono destinati a ricadere rapidamente a terra. Ciò perché il Tsipras II (ancora una coalizione tra Syriza e la destra di Anel) dovrà passare rapidamente dall’ormai consumato tradimento delle promesse elettorali all’applicazione delle misure del terzo memorandum dell’imperialismo europeo. E in questo nuovo feroce attacco contro le masse greche, lo spazio per i giochi pirotecnici è inesistente.
Per qualche mese, comunque, è da prevedere che anche i dirigenti della sinistra italiana esulteranno per questa “vittoria”. Grottesco che lo facciano in coro con le borse che, come Ferrero, Vendola, Civati e Landini, hanno festeggiato in tutto il mondo l’esito del voto greco. Questa “vittoria”, che si ha imbarazzo persino a definire “di Pirro”, consentirà infatti ai promotori della “Syriza italiana” di varare l’ennesimo partito della sinistra governista, mettendo insieme i cocci prodotti dalle cadute precedenti.
Proviamo  qui   a enucleare le due (o tre) lezioni universali che tutta questa vicenda ci lascia.
 
Prima lezione: gli interessi di classi opposte non sono conciliabili in un governo comune
Una verità che i riformisti odierni negano è che la società è divisa in classi. Questo è un tratto distintivo del solo riformismo moderno, cioè del riformismo nell’epoca della putrefazione sua e del sistema capitalistico che lo alimenta. Il riformismo classico (quello dei Bernstein, dei Kautsky, dei Togliatti) ammetteva l’esistenza delle classi, dei loro interessi. Oggi invece si rimuove il concetto stesso di “classe”, sostituendolo con la metafisica categoria dei “cittadini”. Scomparse le classi (ovviamente solo nella fantasia), scompare d’incanto anche la lotta tra gli interessi inconciliabili delle classi. È qui che fanno la loro comparsa i concetti come “la casta”, “i politici” e come “buona politica”, consistente nella pretesa di eliminare la corruzione dalla società capitalistica, il che equivarrebbe a togliere la crema dal pasticciotto leccese.
Pur nelle differenze, tanto il riformismo classico come la sua moderna versione caricaturale concludono predicando la pace sociale e il compromesso. Compromesso di classe con la cosiddetta “borghesia avanzata” nel caso del riformismo d’antan; compromesso sociale tra i “cittadini onesti” nel caso del riformismo che abbiamo sotto il naso oggi.
Marx ebbe a ricordare che non andava ascritta a suo merito la scoperta delle classi, dei loro diversi interessi e della inevitabile lotta che ne discende: questa era infatti una “scoperta” degli storici borghesi della Grande rivoluzione francese, come Mignet e Augustin Thierry. La “novità” apportata dal marxismo è stata quella di vedere nell’impossibile conciliazione tra le classi l’alimento di una lotta che periodicamente raggiunge il suo acme nelle rivoluzioni; e di teorizzare come unica possibile conclusione vittoriosa di una rivoluzione la conquista del potere da parte della classe oppressa, attraverso la “rottura” dello Stato, il rovesciamento della dittatura della borghesia e la sua sostituzione con una dittatura (o dominio) del proletariato. Scopo dei marxisti non è andare al governo ma conquistare il potere: che è cosa ben diversa.
Teorizzare la conciliazione tra i differenti interessi (di classe) presenti nella società contrasta con tutta l’esperienza storica. Ma ancor più irrealistico (per quanto venga presentato come realistico in contrapposizione alle presunte utopie dei rivoluzionari) è pensare che siano possibili “politiche di redistribuzione della ricchezza” nel bel mezzo della più devastante crisi economica che il capitalismo abbia vissuto: cioè quella in cui siamo immersi dal 2007-2008. E l’assurdo è portato all’ennesima potenza quando simili teorie vengono avanzate per la Grecia, un Paese ridotto a semicolonia dell’imperialismo europeo.
Eppure, queste teorie ci sono state propinate prima della vittoria dello Tsipras I, dopo l’evidenza della sua capitolazione, prima delle nuove elezioni (indette con l’incoraggiamento dei banchieri per vincere sfruttando quanto resta delle passate illusioni); e, prevedibilmente, queste stesse teorie verranno riscaldate nelle prossime settimane, quando lo Tsipras II sferrerà il suo attacco, dimostrando che non di riforme (per quanto timide) si parla ma di controriforme.
Tutti i governi nel capitalismo fanno gli interessi del capitale. Questa banale verità, che dovrebbe essere accessibile anche a chi non sa che Marx definiva i governi nel capitalismo “comitato d’affari della borghesia”, è negata dai dirigenti riformisti greci e nostrani.
Ma oltre a questo riformismo esplicito c’è anche quel semi-riformismo (o centrismo) che si professa marxista, riconosce la lotta di classe, ma poi, con una capriola logica, certifica la possibilità che in una società borghese nascano governi “neutri”, al di sopra delle classi, “in disputa”, orientabili. Questa teoria è stata sostenuta fino a poche settimane fa da Kouvelakis e dagli altri dirigenti di quella Piattaforma di sinistra che, dopo essere stati messi alla porta da Tsipras, si sono visti costretti a presentarsi alle elezioni come Unità Popolare. E pare che nemmeno l’esperienza pratica induca questi marxisti per equivoco a prendere atto che ogni governo nel capitalismo, a prescindere da chi vinca le elezioni, si regge su uno Stato di classe (Engels lo definiva: “bande armate a difesa del capitale”) e concorre, insieme alle altre istituzioni, alle chiese, alle scuole, ai mass-media, a difendere la proprietà privata.
Come tutta una lunga storia insegna (tanto che ne parlava già Engels riferendosi alla Francia del 1848), quando i sedicenti rappresentanti dei lavoratori collaborano in un governo borghese (come borghesi sono tutti i governi nel capitalismo, inclusi quelli definiti “di sinistra”), il primo effetto è la passivizzazione delle masse, la delega al governo che viene visto come “proprio”. È il vantaggio che le classi dominanti riconoscono in questi governi borghesi “sui generis” che, proprio per questo, in determinate situazioni tollerano o favoriscono: perché riescono a imporre politiche antipopolari che nessun governo ordinario riesce a realizzare.
 
Seconda lezione: i dirigenti riformisti sono il principale ostacolo per un’alternativa di classe
Dalla prima lezione discende una seconda, che richiede meno spazio per essere illustrata ma che non è meno importante.
La vicenda greca conferma qualcosa che ritroviamo in tutta la storia degli ultimi due secoli: ciò che è mancato non sono le lotte o la combattività delle masse. In Grecia, 35 scioperi generali, con assalto al parlamento, non rendono necessario rispondere alla consueta litania riformista sulla “passività delle masse”.
Ma se non sono mancate le lotte delle masse, perché in conclusione si stanno applicando le politiche della Merkel contro le masse?
La risposta è per noi semplice: Syriza. I riformisti normalmente dominano tra le masse perché assecondano e incrementano l’ideologia dominante, mentre i rivoluzionari arrivano in genere fino alla vigilia della rivoluzione come minoranza. È la storia del bolscevismo che, da infima minoranza ancora nel giugno 1917, guadagnò un’influenza di massa solo alla vigilia dell’insurrezione – e solo grazie all’aver costruito, per anni, sulla base di un programma corretto, un partito d’avanguardia, minoritario ma con solidi rapporti con importanti settori della classe operaia. Finché i rivoluzionari non riescono a guadagnare le masse, quando la rivoluzione apre rapidamente delle brecce nell’ideologia dominante, fino ad allora sono i riformisti a dominare, imponendo una politica di subalternità alla borghesia, di compromesso (da dentro o da fuori) con i suoi governi, di rinuncia all’obiettivo della conquista del potere (sostituito con l’obiettivo della “conquista del governo” per via elettorale).
Per questo motivo i dirigenti riformisti (che, come ben spiegava Rosa Luxemburg, non hanno semplicemente “idee diverse” rispetto ai rivoluzionari ma hanno interessi materiali burocratici) sono i veri pilastri di questa società. È grazie al riformismo (tanto di origine socialdemocratica, come stalinista o post-stalinista, incluso quello attuale, che si distingue dai primi due per essere più debole, privo di radicamento) se il capitalismo è riuscito a conservarsi ancora vivo passando attraverso due secoli di rivoluzioni.
Lenin definiva i dirigenti dei partiti riformisti “agenti della borghesia nel movimento operaio”. L’espressione rende bene l’idea del ruolo che svolgono i vari Vendola, Civati, Ferrero, Landini, Tsipras (ma anche Kouvelakis, che vorrebbe tornare con Unità Popolare a una mitica quanto inesistente “Syriza delle origini”). Il loro compito è rimuovere dalla coscienza e dalla pratica delle masse l’idea che è possibile una società senza classi, senza sfruttatori, dominata dalla maggioranza che oggi è sfruttata.
Ecco perché la terza lezione (o appendice della seconda) che ci viene da Atene, e che ci limitiamo qui ad enunciare  è che senza partito rivoluzionario, costruito su scala internazionale nel vivo delle lotte delle masse ma capace di separarsi dalle illusioni borghesi delle masse; senza un partito che riconosca la necessità di condurre le lotte fino all’instaurazione di governi operai in ogni Paese, per questo rimanendo all’opposizione di qualsiasi governo nella società borghese (comunque camuffato); senza un partito di lotta che miri a organizzare il rovesciamento rivoluzionario dei governi borghesi per avviare l’esproprio della borghesia; senza un tale partito, ogni lotta dei lavoratori e dei giovani, per quanto coraggiosa, sarà destinata alla sconfitta. Come una sconfitta per le masse è certo l’insediamento del governo Tsipras II, non a caso festeggiato da borse e banchieri.
Solo se chi lotta contro questa società, in Grecia come altrove, saprà apprendere dalle lezioni ateniesi, anche questa momentanea sconfitta potrà capovolgersi in nuove vittorie.

La Volkswagen e gli altri

Vincenzo Comito

Dunque si è scoperto che la Volkswagen, la grande impresa dell’auto tedesca, che controlla anche i marchi Audi, Skoda, Porsche, falsificava, non si sa bene da quanto tempo, i test statunitensi sulle emissioni inquinanti dei suoi modelli a motorizzazione diesel. La società teutonica si è subito presentata all’opinione pubblica come rea confessa, indicando che anche molte altre delle sue vetture, per un totale di 11 milioni di unità, che circolano nel resto del mondo presentavano lo stesso problema.
In ogni caso il danno economico per una società che stava proprio in questi mesi raggiungendo il traguardo di primo produttore mondiale del settore, davanti a Toyota e a General Motors, appare elevatissimo.
L’evento sembra a prima vista molto sorprendente sia per la fama che il gruppo aveva acquisito sul mercato mondiale, sia per la scoperta che anche dietro il miracolo tedesco, di cui la società era uno dei campioni più rappresentativi, si potevano celare dei segreti inconfessabili.
Sull’episodio si possono fare molte ipotesi e porre molti interrogativi, nonché avanzare una constatazione.
Intanto la scoperta delle anomalie è avvenuta per caso da parte dell’Epa, l’agenzia statunitense incaricata dei controlli ambientali, o magari, come qua e la si fa intendere, per le denunce in proposito alle autorità Usa da parte di un membro della famiglia Porsche escluso dai giochi di potere nel gruppo? O invece non abbiamo per nulla a che fare con una mossa casuale o occasionale? Siamo così forse di fronte ad un tentativo da parte degli americani per cercare di far fuori un concorrente pericoloso nel settore o anche, più in generale, di dare una lezione ad un paese, la Germania, che forse studia troppo da vicino l’ipotesi di allargare gli spazi di autonomia politica e di avvicinarsi alla Cina? In questa direzione tendono a portarci anche certe analisi di esperti di geopolitica, partendo in particolare dal caso ucraino.
Ma è possibile comunque pensare che una compagnia come la Volkswagen possa aver portato avanti nel tempo da sola un comportamento così delittuoso e così ad alto rischio? La cosa appare a prima vista inverosimile e ci spinge a svolgere un ragionamento che ci porta un po’ lontano.
Con lo scoppio della crisi, ormai circa otto anni fa, si scopre che alla sua origine sta per una parte almeno il settore bancario. Da allora, tra l’altro, sono stati scoperti tanti scandali di tipo finanziario, molto di frequente commessi da molte banche in combutta tra di loro (mi vengono a tale proposito in mente, ad esempio, l’episodio della fissazione fraudolenta del Libor sul mercato di Londra e quello relativo al mercato dei cambi, sempre su Londra). Si può così tranquillamente affermare che quello finanziario è un business portato avanti per larga parte da un’associazione a delinquere, che agisce in totale impunità grazie anche alla complicità dei poteri pubblici e delle autorità di controllo dei vari paesi.
Ora tocca all’auto; chi si occupa professionalmente del settore sa da diversi anni che, ad esempio, la gran parte delle imprese che operano nel nostro continente presenta ufficialmente dei dati relativi ai livelli di inquinamento largamente sottovalutati rispetto alla realtà, compiendo varie acrobazie poco lecite. I deboli tentativi di Bruxelles di controllare meglio la questione e anche di rendere più stringenti le norme in proposito si scontrano da tempo con l’opposizione della Germania, ma anche con quella di diversi altri paesi europei.
Ai casi dell’auto e della finanza si deve aggiungere ora anche quello della cosiddetta “economia della condivisione”, da Uber a Lyft, a Airbnb ecc.. Molte delle imprese operanti da qualche anno nel settore, per affermarsi sul mercato, non rispettano, questa volta non in maniera occulta, ma pubblicamente, le normative fissate in proposito dai vari governi, con esiti peraltro i più vari nella differenti regioni del mondo.
Che quindi quello del passare sopra le leggi, quando sia necessario o anche opportuno, in maniera occulta o anche palese, non sia alla fine che un modo di essere normale del sistema capitalistico, almeno di quello contemporaneo?

giovedì 24 settembre 2015

L'unità nella lotta è il messaggio che sale forte dall'assemblea di "Vertenza Frusinate"

Luciano Granieri


L’assemblea convocata dal movimento “Vertenza frusinate” martedì 22 settembre presso la sala conferenze della Provincia di Frosinone, segna un avanzamento decisivo nel percorso di lotta verso la riacquisizione di un minino di dignità e diritto di cittadinanza per chi risiede nella nostra Provincia. 

Come indicato nell’appello di convocazione dell’assemblea,  il degrado e l’impoverimento, del nostro territorio ha raggiunto livelli talmente indegni da porre il cittadino ciociaro ben lontano dagli standard minimi di sopravvivenza. Con un reddito pro capite, per chi lavora, mediamente inferiore al 30% della pur misera media nazionale e con un tasso di disoccupazione cresciuto del 106,20% dal 2009, il doppio rispetto al dato regionale che si attesta al 49%.

 In linea con le dinamiche ricorrenti il frutto avvelenato di questi dati è figlio di un inasprimento della diseguaglianza sociale che anche nel nostro territorio vede  diminuire il numero dei ricchi, congiuntamente alla proporzionale crescita del loro conto in banca, ed aumentare il numero dei poveri con la proporzionale crescita del loro tasso di disperazione.  
Il salto di qualità  decisivo nella rivendicazione di una vita minimamente dignitosa per noi che viviamo in questa Provincia ha imposto un'evoluzione per cui  dalla difesa del diritto al  lavoro, così come assicurato  dall’art.3 della Costituzione, si è progrediti  verso la lotta  per il diritto ad una esistenza  umanamente praticabile . Un esistenza che preveda come incondizionata prerogativa l’accesso al lavoro, ma anche l’usufrutto delle risorse  indispensabili alla vita , l’accesso all’acqua  e la tutela della salute. 

Non a caso affianco agli ex lavoratori della Videocon, della Marangoni, dell’Ilva, della Multiservizi di Frosinone, si sono impegnati i comitati in difesa dell’acqua pubblica e della sanità provinciale.   A  Gino Rossi, per gli ex lavoratori della Videocon, Paolo Iafrate protavoce degli ex dipendenti della Multiserizi, si sono succeduti, nel prendere la parola, Severo Lutrario, del comitato provinciale acqua pubblica di Frosinone e Francesco Notarcola del coordinamento provinciale della sanità. 

E’ indubbio che la drammatica situazione e le ipotesi messe in campo per uscire dal degrado sociale fossero oggetto di discussione su cui confrontarsi  con le  istituzioni  e con gli eletti del territorio,  i quali,  come al solito,  hanno brillato per la loro assenza, con l’eccezione del deputato Luca Frusone, Movimento 5 Stelle e dei consiglieri comunali Marco Maddalena di Ferentino e Manuela Maliziola già sindaco di Ceccano.  

Nel susseguirsi degli interventi è emerso il corto circuito fra la sottrazione del reddito da  lavoro da parte del  capitale e il reinvestimento di quest’ultimo nella messa a profitto dei beni comuni. Un sistema che, prima ha impoverito la collettività  sottraendole linfa vitale per la sopravvivenza e poi l’ha ulteriormente vessata imponendo tariffe  abnormi  per l’accesso agli elementi necessari alla vita  come acqua e tutela della salute.  La condivisione delle lotte è stata la via nuova che i partecipanti all’incontro, coordinato dal direttore del quotidiano “l’inchiesta” Stefano  Di Scanno, hanno proposto per uscire dalla crisi sociale ed economica che attanaglia il nostro territorio. 

Non solo, è emerso anche come stia ai movimenti imporre una nuova idea di società basata sulla condivisione, sul mutuo soccorso. Un nuovo modello di sviluppo  sociale che indichi cosa, come e dove produrre, valorizzando le risorse proprie  del territorio rispettando l’ambiente  e la morfologia idrogeologica del territorio stesso. 

Proprio la riaffermazione dei valori della condivisione e della solidarietà sociale è l’elemento più difficile da realizzare. Si tratta infatti di scalfire quel modello culturale ormai radicato, per cui i problemi possano essere risolti singolarmente da  ogni individuo, magari raccomandandosi al politico o al potente di prossimità. Un retaggio imposto dall’idea ormai sedimentata che i diritti siano privilegi.  Il lavoro è un diritto sancito dalla Costituzione italiana e deve essere difeso con le rivendicazioni comuni e non elemosinato all’Assessore o al Senatore. 

Oltre alla proposizione di una piattaforma che prevede, fra l'altro,  il rifinanziamento della legge regionale per il sostegno al reddito di  quei soggetti i quali,  superata l’età di cinquant’anni  si trovano estromessi dal mondo del lavoro, la fuga dalla solitudine e dalla vergogna di non poter lavorare, la riaggregazione   e la messa in comune di obbiettivi e bisogni, è l’altro difficile obbiettivo da raggiungere. 

Ma siamo certi che il percorso intrapreso sia quello giusto. Siamo certi che l’unità nel rivendicare il diritto e non il privilegio alla piena promozione della dignità umana potrà scardinare il giogo fatto di paura e solitudine che oggi impedisce a noi cittadini ciociari di condurre un esistenza decente. 

I video dell'assemblea sono a cura dell'associazione culturale "Oltre l'Occidente"









mercoledì 23 settembre 2015

Brasile, decine di migliaia in piazza: blocchiamo il Paese!

Fabiana Stefanoni

San Paolo, 18 settembre


Leggete con attenzione questo articolo perché, in Italia, difficilmente avrete occasione di leggere altrove di quello che sta realmente accadendo in Brasile, uno dei Paesi più grandi del mondo, considerato, almeno fino a poco tempo fa, una delle principali economie "emergenti". Mentre sentirete parlare delle "grandi manifestazioni" promosse dai partiti di destra per chiedere l'impeachment di Dilma Rousseff, nessuno vi parlerà delle grandi manifestazioni e delle proteste operaie e di massa che stanno attraversando il Brasile, al grido di "nós paramos o Brasil"  ("blocchiamo il Brasile").
Il 18 settembre sono scese in piazza a San Paolo, contro il governo Dilma e contro le destre, decine di migliaia di persone (quella che in Italia, vista l'abitudine di certa sinistra a moltiplicare le cifre a uso stampa, si sarebbe detta una manifestazione "da centomila"). Un corteo enorme (come si vede dalle foto impressionanti), promosso dal sindacato Csp Conlutas con oltre 40 sigle sindacali, di movimento e politiche, con un ruolo dirigente di primo piano del Pstu (il partito fratello del Pdac in Brasile). Domenica 19 è stata la volta di una enorme assemblea (con delegazioni di operai, donne, studenti, neri, lgbt da diverse città del Brasile), nel corso della quale si è deciso di rilanciare la mobilitazione, fino allo sciopero generale.
Il mito del Lula operaio
In Italia quasi nessuno parla della straordinaria stagione di lotte che si è aperta in Brasile e, soprattutto, del ruolo importante che stanno svolgendo in essa il Pstu e la Csp Conlutas, il più grande sindacato di base e di classe del mondo (con circa 3 milioni e mezzo di affiliati). Difficile fare piazza pulita delle illusioni che per anni hanno ubriacato la sinistra di casa nostra: ovverosia che il governo di fronte popolare a guida Pt (il partito dei lavoratori di Lula e Dilma) sia il "governo della classe operaia", simbolo di una grande speranza di cambiamento.
Ma, nella realtà, a parte qualche concessione di facciata (come la "bolsa familia", di fatto un'elemosina a vantaggio delle famiglie più povere), il governo di centrosinistra ha agito a sostegno degli investimenti delle multinazionali (in particolare quelle del settore automobilistico, dalla Fiat alla General Motors alla Volkswagen), sulla base di accordi centrati su bassi salari e alti profitti: le multinazionali hanno così avuto un aiuto prezioso da Lula e Dilma nell'attuazione delle loro politiche di delocalizzazione e sfruttamento.
Per alcuni anni la relativa crescita economica del Brasile ha dato l'impressione di un miglioramento delle condizioni di vita della classe lavoratrice, con una conseguente pace sociale funzionale agli investimenti del grande capitale internazionale: una pace sociale garantita dal radicamento operaio del Partito dei lavoratori (il partito di Lula e Dilma appunto), strettamente legato alla Cut, la principale confederazione sindacale del Brasile.
Sull'onda della crisi economica mondiale, le cose hanno cominciato a cambiare. Il governo ha attuato, progressivamente, sempre più pesanti politiche di austerità: tagli allo stato sociale, privatizzazioni, congelamento dei salari dei dipendenti pubblici, tutto accompagnato da aiuti e finanziamenti diretti e indiretti alle multinazionali e alle banche.
L'invenzione del golpe
Tutto questo ha determinato la frattura tra la base sociale tradizionale del Partito dei lavoratori e il governo, generando un fortissimo malcontento popolare e, soprattutto, operaio. I partiti della destra approfittano di questo discredito, propongono l'impeachment accusando il governo di corruzione (per l'utilizzo di fondi pubblici in campagna elettorale) e cavalcano il malcontento popolare promuovendo manifestazioni di piazza contro Dilma. Il governo per difendere la propria politica di attacchi alla classe lavoratrice e al contempo cercare di reagire al discredito in cui è caduto utilizza lo spauracchio del "golpe". Uno spauracchio, appunto: non ha nessun fondamento dire che oggi ci sia in Brasile il rischio di un golpe militare, visto che il capitale internazionale non ne avrebbe nessun bisogno, considerato quanto si sono riempite le pance delle multinazionali all'ombra dei governi di Lula e Dilma... (1)
La verità è ben diversa. In Brasile si è aperta una fase prerivoluzionaria, con un'esplosione di lotte quotidiane, nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro, che pongono all'ordine del giorno non solo le rivendicazioni salariali, ma anche la cacciata del governo. L'espressione più nota in Europa di questa nuova fase sono le manifestazioni del giugno 2014, in occasione dei mondiali di calcio, quando decine di migliaia di giovani sono scesi in strada per protestare contro l'aumento del prezzo del biglietto dei trasporti pubblici e per dire no agli sprechi dei mondiali. Ma i sommovimenti in Brasile sono ben più profondi: la classe operaia sta prendendo coscienza del fatto che ben poco di "operaio" ha messo in atto il partito del "presidente operaio" (2): e ora la sfida è aperta.
La capitolazione della sinistra riformista e il ruolo fondamentale del Pstu 
A metà agosto di quest'anno la destra che punta all'alternanza di governo ha organizzato alcune manifestazioni in tutto il Paese per chiedere l'incriminazione di Dilma: le manifestazioni sono state molto partecipate, proprio in virtù del malcontento popolare nei confronti del governo. A sua volta, Dilma ha promosso, qualche giorno dopo (il 20 agosto) una manifestazione a difesa del governo, facendo appello a tutti i movimenti e i partiti della sinistra (anche quella all'opposizione) a scendere in piazza contro "il pericolo delle destre": un ritornello che, come sappiamo bene anche noi in Italia, spesso utilizzano le forze politiche che non hanno una politica di alternativa di potere e di sistema e finiscono così per sostenere il "meno peggio". E' così che alcuni partiti e movimenti della sinistra brasiliana, dal Psol (partito riformista) ai Sem Terra, hanno deciso di partecipare alla manifestazione a difesa di Dilma: una manifestazione, come era prevedibile, disertata dalla classe lavoratrice: perché mai gli operai e i giovani avrebbero dovuto scendere in piazza per difendere un governo che li sta massacrando?
Per fortuna, in Brasile esiste una sinistra rivoluzionaria che non capitola a queste pressioni: il Pstu, la sezione brasiliana della Lega Internazionale dei Lavoratori - Quarta Internazionale, ha un forte radicamento nella classe operaia brasiliana, dai metalmeccanici agli operai edili, fino ai lavoratori dei cantieri navali e dei trasporti (tra cui i famosi "metroviarios" che paralizzarono San Paolo alla vigilia dei mondiali). E' grazie al Pstu se in Brasile esiste un sindacato come la Csp Conlutas, che raggruppa milioni di lavoratori, lavoratrici, movimenti e che ha fatto appello a costruire un polo di classe, alternativo al governo e alle destre. E' grazie ai rivoluzionari che il 18 settembre, per le strade di San Paolo, hanno marciato decine di migliaia di lavoratori al grido di "Basta Dilma", per rivendicare un'alternativa di potere al governo di collaborazione di classe.
Come Pdac (sezione italiana della Lit-Quarta Internazionale) facciamo appello a tutte le organizzazioni e ai movimenti della sinistra classista in Italia a sostenere questo fronte di lotta in Brasile e a infrangere la barriera di silenzio (3) su queste grandi mobilitazioni dirette dalla sinistra rivoluzionaria. Rafforzare il Pstu e la battaglia delle masse operaie in Brasile significa rafforzare una prospettiva rivoluzionaria su scala internazionale, contro i tradimenti della sinistra riformista. 

Note
(1) La stessa Dilma, rendendosi evidentemente conto dell'assurdità di questa invenzione del "golpe", parla del rischio di "una forma moderna di golpe", riferendosi a una probabile caduta del governo anticipata rispetto al mandato elettorale. Applicando questa definizione in Italia... negli ultimi anni ci sarebbero stati innumerevoli "golpe", visto i numerosi ribaltoni governativi.
(2) Così è stato definito Lula dalla stampa internazionale, in quanto ex operaio metalmeccanico salito alla presidenza del Brasile nel 2002 col 61% dei voti.
(3) Vergognoso e incomprensibile che in Italia, a parte rarissime eccezioni (il Pdac, il Si.Cobas e il Coordinamento No Austerity) tutta la sinistra (inclusa quella sedicente rivoluzionaria) taccia su queste mobilitazioni, attualmente le uniche nel mondo dirette da un partito rivoluzionario.


martedì 22 settembre 2015

La proprietà privata è un furto.

Luciano Granieri



L’articolo 42 della Costituzione la garantisce la  proprietà privata . Ma la legge  ne determina i modi di acquisto,  godimento e i limiti, allo scopo di assicurarne la funzione sociale e l’accessibilità alla comunità . In base al dettato costituzionale, la proprietà privata può, in base a quanto prevede  la  legge, e quindi nel caso in cui non ne sia assicurata la funzione sociale, essere espropriata, salvo indennizzo, per motivi di interesse generale. 

Nella nostra città fra i tanti pezzi di proprietà privata che tolgono spazio e respiro ai cittadini ne esiste uno a cui si potrebbe, anzi  dovrebbe,  applicare l’art.42 della Costituzione. Ci riferiamo al piazzale di Via Tiburtina in zona De Mattheis, situato di fronte all’ufficio postale. Si tratta di un’area rigorosamente transennata, con tanto di cartello “proprietà privata”, tenuta in  condizioni indecenti. L’asfalto del piazzale è scrostato, invaso da erbacce e sporcizie varie. Un monumento al degrado posto nel pieno centro della città bassa. 

Qualche anno fa il piazzale era adibito a fermata e stazionamento dei mezzi del Cotral che in quel tratto di strada transitano numerosi, soprattutto negli orari di punta. Non potendo oggi usufruire di quello spazio perché il proprietario non ha più  ritenuto consono adibire la sua proprietà   a quell’uso, i pullman sono costretti a fermarsi per la strada, congestionando il traffico, con conseguente aumento dell’inquinamento. 

Il risultato è che da un lato c’è un pezzo di città sfregiata da un piazzale  privato sporco e in degrado,  perché  evidentemente il proprietario non ritiene doveroso impegnare risorse economiche  per pulirlo e  renderlo decente, dall’altra gli autobus, non potendo usufruire di quel parcheggio, intasano la strada e, insieme alle altre autovetture coinvolte nell’ingorgo, avvelenano l’aria di anidride carbonica e PM10. Non ci si può dunque  meravigliare  se Frosinone è  ai primi posti fra le città più inquinate. 

Non sappiamo chi sia il proprietario di quello spazio, proprietà tanto strenuamente difesa, è certo però  che così come è messa, quell’area squalifica la decenza  urbanistica cittadina e non assolve alla funzione sociale  prevista  dall’art.42 della Costituzione,  in quanto non ospita più gli autobus. 

Le condizione per espropriare il piazzale e restituirlo alla sua   destinazione d’uso originaria ci sono tutte. Cosa aspetta il sindaco a far rispettare quella Costituzione su cui ha giurato? Ci sarebbe la questione dell’indennizzo da corrispondere al proprietario. Il caso non sussiste, perché i danni in termini di inquinamento e  di deterioramento del decoro urbano superano abbondantemente il valore dell’indennizzo. Ma un sindaco cosi intimamente legato ai poteri forti è in grado di imporre  l'interesse  dei cittadini e impegnarsi  affinchè essi possano tornare  in possesso di un’area di indubbia utilità per la collettività? La risposta mi pare scontata.