Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

mercoledì 19 aprile 2017

Applicare la Costituzione: difendere e conquistare posti di lavoro!

Lavoratori Rational

Venerdì 21 aprile assemblea con il vicepresidente emerito della Corte Costituzionale Paolo Maddalena.


Da oramai più di un mese come Lavoratori Rational stiamo portando avanti una lotta decisa e determinata per tenere aperta la fabbrica nella quale lavoriamo. Il 10 di marzo la proprietà ci informava che in ragione di un'istanza di fallimento, presentata da Banca Intesa per un insoluto di trecentotrentottomila euro nell’ambito del piano concordatario nel quale siamo inseriti dal 2014, l’azienda sarebbe fallita da lì a pochi giorni con conseguente licenziamento dei lavoratori e delle lavoratrici.
A partire da quella data ci siamo immediatamente organizzati in un presidio permanente innalzando la parola d’ordine la banca non muore di fame i lavoratori invece sì! Abbiamo messo al centro della discussione politica e sindacale cittadina il fatto che è inaccettabile che per la voracità di una banca un gruppo di lavoratori, dopo otto anni di sacrifici (CIG 2009-2012; contratto di solidarietà 2013-2017), rimanga senza il necessario per vivere. Abbiamo fatto emergere il fatto che la vicenda Rational si inquadra in quella drammatica sequenza di affarismi e speculazioni che troppo spesso hanno portato all’emorragia di posti di lavoro nella nostra provincia e che sono una delle manifestazioni della crisi che ha trasformato il nostro territorio in un cimitero di aziende.
Abbiamo fin da subito stabilito il fatto che questo territorio non deve più perdere un solo posto di lavoro e che quindi l’obbiettivo della lotta deve essere finalizzato a mantenere la produzione!
 Sulla base di questo abbiamo avviato un'intensa attività: “visite guidate” della fabbrica per dimostrare che la fabbrica non è morta e che può continuare a produrre il prodotto di eccellenza che in quelle linee nasce si sviluppa ed esce attraversando tutte le fasi produttive; sciopero e manifestazioni; assemblee cittadine e regionali con la presenza di diverse fabbriche della Toscana; interventi in Consiglio Comunale e la riapertura simbolica della fabbrica per dimostrare che la nostra professionalità non può e non deve essere dispersa.
Queste intense giornate di lotta hanno cementato da subito un fronte compatto fra i Lavoratori Rational, i Lavoratori di altre aziende e le forze Sindacali che fin dal primo momento hanno sostenuto con la massima energia l’iniziativa dei lavoratori (sia le forze sindacali rappresentate in azienda - FIOM CGIL e UGL -  sia le forze che in azienda non sono rappresentate, ma che giustamente hanno deciso di fare propria la parola d’ordine non perdere un solo posto di lavoro come la UIL). Il fronte di lotta si è subito esteso al campo politico e istituzionale  che non ha mai fatto mancare il proprio appoggio e che ha visto il Sindaco della città in prima fila in ogni iniziativa dei lavoratori.
Vincere alla Rational per aprire una strada! è diventata in breve tempo la parola d’ordine che ha contraddistinto l’unità di indirizzo di questo fronte e che ha catalizzato attorno a sé una vasta solidarietà da parte di lavoratori di decine di aziende sparse sul territorio nazionale (e in alcuni casi anche internazionale,  come per il messaggio di solidarietà inviatoci dai lavoratori della Kazova Diren di Istanbul) ma anche di Comitati Cittadini che si occupano dell’acqua pubblica e della sanità.
Nonostante tutto questo impegno, nonostante i positivi segnali emersi dal primo tavolo fiorentino  che hanno sancito la possibilità di usufruire di ulteriori ammortizzatori sociali a sostegno della produzione e la possibilità da parte della banca di rinegoziare sulla scorta di un piano industriale il debito,  l’azienda non ha voluto fare la sua parte! Spinta sull’onda della mobilitazione ad un tavolo locale, la proprietà si è presentata frammentata e non ha saputo fare altro che mettere sul tavolo un proposta inaccettabile: ridurre drasticamente il personale e avviare una newco con il beneplacito di lavoratori, Sindacati e Istituzioni. La risposta compatta di lavoratori, Sindacati e Istituzioni è stata un secco NO: 24 siamo e 24 dobbiamo rimanere! Davanti alla posizione dell’azienda anche le Istituzioni regionali hanno annullato i tavoli che sarebbero stati previsti da lì a poco con l’azienda.
Davanti alla manifesta e totale inaffidabilità dell’azienda i Lavoratori non si sono persi d’animo e davanti all’epilogo che in quella fase poteva prendere la vertenza hanno rilanciato la parola d’ordine “vogliamo lavoro non carità!” stabilendo con chiarezza il fatto che la lotta non si può orientare verso ammortizzatori sociali che non siano finalizzati alla produzione ma deve tenere la barra dritta sul LAVORO, creando le condizioni affinché i lavoratori possano costituirsi in cooperativa e diventare protagonisti diretti del mantenimento dei posti di lavoro o individuando un'altra proprietà. Concetto questo che è stato ripreso e fissato da un documento del Consiglio Comunale del 05 aprile.
A seguito di questi sviluppi abbiamo continuato la lotta con iniziative tese a dimostrare che quando il lavoro è libero da affarismi e speculazioni può e deve essere un valore sociale utile a contribuire a risolvere i problemi della società. Il 12 aprile abbiamo riaperto la fabbrica e con le macchine lavatrici e asciugatrici che produciamo (con il sostegno di altri lavoratori, Sindacati e Istituzioni) abbiamo lavato le tute dei lavoratori delle altre fabbriche che a causa della mancanza di lavanderie interne vengono portate all’esterno dell’azienda con tutti i rischi che ciò comporta per l’ambiente e la salute. In piccolo abbiamo dimostrato che un lavoro utile e dignitoso non solo permette a chi lo svolge di poter mangiare, ma può e deve essere il motore per costruire una società migliore. Si tratta adesso di ripartire dai risultati raggiunti dal tavolo regionale del 13 aprile che ha aperto alle richieste dei lavoratori, per costruire le condizioni affinché il lavoro venga mantenuto.
Perché come afferma la Costituzione il lavoro è il primo diritto. Per questa facciamo appello a tutti i Lavoratori, ai Sindacati, alle forze politiche e sociali, alla cittadinanza e alle Istituzioni a partecipare all’assemblea pubblica organizzata per venerdì 21 marzo alle ore 17,00 presso il piazzale della Rational con il Vicepresidente Emerito della Corte Costituzionale Paolo Maddalena.

Lavoratori Rational

Le passioni di un'epoca. Storia e storie degli anni '70

Musica ribelle: gli anni ’70 e le radio libere. A cura di Carmine Pecci


L'ottavo ed ultimo incontro della rassegna propone una carrellata di ricordi ed approfondimenti su quella che venne definita “La rivoluzione via etere”, dalla fine della guerra all’inizio degli anni ’60. Verranno esplorati i primi tentativi di creazione di radio private e le inesorabili disapprovazioni della censura, soffermandosi successivamente sulla svolta avvenuta alla metà del decennio seguente con due sentenze che liberalizzarono l’utilizzo delle trasmissioni via etere in ambito locale. Si parlerà delle radio politiche e di quelle commerciali e non mancherà un disincantato sguardo all’estero, in particolare alla swinging London, così - come è ovvio - verrà focalizzata l’attenzione su alcune emittenti locali che hanno fatto la storia della radio a Frosinone e non solo. Il tutto, naturalmente,  condito da suoni ed immagini.


martedì 18 aprile 2017

Frosinone, elezioni amministrative . L'11 giugno votiamo per chi ha difeso la Costituzione

Luciano Granieri


Loro hanno votato No


Prosegue l'analisi  su chi votare alle prossime amministrative di Frosinone. Il metodo di valutazione basato sul  "chi c’era e chi non c’era" a  fianco dei cittadini, nelle battaglie intraprese   per salvaguardare il diritto a vivere la città dignitosamente , mi sembra ancora il più appropriato. In  un altro POST ho applicato questo sistema alle vertenze prettamente locali relative  a: disoccupazione , inquinamento, sanità pubblica, erogazione dei servizi, urbanistica, ed altro ancora . 

Nell’anno appena trascorso, sotto l’insano governo del sindaco Ottaviani, si è infiammata, anche nel nostro territorio, la campagna referendaria sulla riforma costituzionale Renzi-Boschi. Qualcuno potrebbe obiettare che tale argomento non riguardava  la città e dunque non ha senso verificare chi fosse  stato a favore o contro la devastazione autoritaria della Carta pianificata dal Pd di Renzi. 

In realtà nel dispositivo riformatore erano inserite norme tese ad esautorare gli enti locali dalla pianificazione infrastrutturale del territorio di riferimento. L’impianto della riforma quindi,  contrariamente a quanto si potesse pensare, rivestiva un grande interesse a livello locale , infatti  incideva direttamente sulle prerogative che un sindaco avrebbe potuto esercitare nel governo della propria città. 

Nella parte relativa alle competenze degli enti locali si introduceva la clausola di supremazia statale. In base  a questo dispositivo una legge dello Stato, proposta dal governo,   avrebbe potuto  applicarsi in ambito locale, travalicando  la  competenza dei sindaci. In sostanza   qualora  il provvedimento in questione   fosse stato ritenuto  di interesse nazionale,  a tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, l’esecutivo  avrebbe potuto imporlo all’amministrazione cittadina. 

Nello specifico a Frosinone, la città più inquinata d’Italia,  è in atto un contenzioso sulla realizzazione di un impianto a biomasse. L’inceneritore, ad alto impatto ambientale, sarebbe  dovuto sorgere vicino all’aeroporto, andando a prostrare una città già soffocata dalle polveri sottili. La protesta dei cittadini, ha indotto il sindaco a ritirare l’autorizzazione concessa alla ditta privata proponente dell’opera. Se fosse stata approvata la riforma Renzi-Boschi, qualora il provvedimento teso a realizzare l’inceneritore,  avesse ottenuto la qualifica di atto a tutela dell’unità economica della Repubblica, la nostra città avrebbe potuto essere ulteriormente asfissiata da un mega camino realizzato senza tener conto delle opinioni dei cittadini e delle deliberazioni del consiglio comunale . 

Dal momento che sempre  la tutela del profitto privato travalica l’interesse della collettività,  non ho dubbi che l’impianto a biomasse  si sarebbe imposto a Frosinone perché ritenuto utile  all’interesse nazionale. Il  prossimo sindaco del Capoluogo, come è noto,   sarà   condizionato da un abnorme debito finanziario, che precluderà ogni investimento  a favore della collettività. Immaginiamo quali ulteriori costrizioni avrebbe dovuto subire l’amministrazione cittadina   se anche lo Stato, in virtù della nuova Costituzione, si fosse ingegnato a  tiranneggiare il nostro territorio.  Fortunatamente dopo un’estenuante battaglia l’obbrobrio costituzionale è stato sonoramente bocciato da 20 milioni di cittadini e dal 76% dei frusinati. 

In particolare  a favore del No nella nostra città si sono mobilitati, oltre al Comitato 4 dicembre per la Costituzione  del quale mi onoro di far parte, PossibileSinistra Italiana, Rifondazione Comunista, Partito Comunista Italiano, Movimento 5 Stelle e  la Tenda. Dall’altra parte, quella uscita sonoramente sconfitta, erano schierati  i  socialisti e  il Pd con tutti i pezzi da 90 locali impegnati ad imporre il verbo renziano. Quegli stessi pezzi da 90 che oggi lanciano il loro candidato Fabrizio Cristofari alla conquista della poltrona di primo cittadino. 

Suscita perplessità la posizione della lista la Tenda, che pur essendosi impegnata per il No alla riforma costituzionale in campagna referendaria, oggi sostiene il candidato del Pd e dei socialisti, forze talmente schierate a difesa della "deforma" da arrivare quasi a praticare l’insulto verso chi si opponeva al disegno di Renzi e della Boschi.

 In conclusione riepiloghiamo come gli schieramenti che supportano i candidati a sindaco si erano posizionati in relazione alla campagna referendaria.

Per il Si alla riforma:

Pd, socialisti - candidato di riferimento Fabrizio Cristofari

Per il No alla riforma:

Possibile, Sinistra italiana, Partito Comunista Italiano - candidato di riferimento Stefano Pizzutelli

Movimento 5 Stelle - candidato di riferimento  Christian Bellincampi

Lista la Tenda - candidato di riferimento, Fabrizio Cristofari ???


Le altre forze in supporto dei candidati Nicola Ottaviani e Giuseppina Bonaviri, a mia memoria, non hanno svolto campagna referendaria.

Loro hanno votato per il Si

Un appello per la pace

Comitato per il No nel referendum costituzionale ,Comitato contro l'Italicum


Il Comitato per il No nel referendum costituzionale e il Comitato contro l'Italicum appoggiano e sottoscrivono la posizione promossa dall'Anpi, insieme ad altre associazioni e organizzazioni sindacali, che esprime grande preoccupazione per il clima di guerra che in queste ore sembra avere preso il sopravvento e invitano i Comitati territoriali e i singoli cittadini ad aderire al loro appello.
Sembra di assistere ad una folle rincorsa verso posizioni di guerra che arrivano a parlare, senza timore, addirittura di guerra nucleare, che, come sappiamo, segnerebbe la fine della civiltà stessa sul pianeta.
E' una folle rincorsa che deve essere fermata, riprendendo anche le posizioni di grande allarme che in questo senso ha espresso papa Francesco. Purtroppo da tempo la questione degli arsenali atomici non è al centro dell'attenzione, come dovrebbe essere, e ci si deve porre l'obiettivo di rilanciare un'azione per il disarmo atomico bilanciato e controllato. Inoltre questa rincorsa agli armamenti convenzionali e atomici crea un crescente uso distorto delle risorse disponibili che vengono sottratte alla lotta alla fame e alla povertà e per togliere dall'abbandono intere aree del mondo, di cui il fenomeno della migrazione biblica, che investe anche il nostro Paese, è un aspetto. 

Per questo i Comitati invitano a fare del 25 aprila una grande opportunità non solo per ricordare con orgoglio la resistenza e la riconquista della democrazia (sempre da proteggere visto l'esito drammatico del referendum costituzionale che ha sancito la trasformazione della Turchia in un ordinamento autoritario), ma anche il referendum del 4 dicembre con il quale la grande maggioranza degli italiani ha respinto, grazie anche al ruolo svolto dall'Anpi,  il tentativo di stravolgimento della Costituzione italiana e,  ancora di più, ha chiesto di valorizzare la nostra carta fondamentale che detta regole nette e chiare contro l'uso della guerra, anche convenzionale, e per regolare i conflitti tra i Paesi (art. 11: l'Italia ripudia la guerra), imponendo che l'azione internazionale della Repubblica sia orientata a costruire la pace e la giustizia fra le Nazioni". 
Occorre cogliere l'occasione del 25 aprile per fare riuscire le manifestazioni promosse dall'Anpi e per partire proprio da questo appuntamento per dispiegare un forte movimento contro la guerra e per la pace, riportando nelle sedi politiche e istituzionali internazionali le iniziative per risolvere i conflitti.

Nessuno può assistere indifferente.
Nessuno può assumersi la responsabilità di lasciare che l'attuale deriva verso l'uso della guerra produca esiti irreparabili.


Colleferro, la Regione Lazio rilascia l’AIA per la discarica di Colle Fagiolara in un contesto privo di certezze e carico di rischi.

Retuvasa e Comitato Residenti Colleferro


Con Determinazione regionale n. G04202 del 4 aprile 2017, pubblicata sul BURL del 13 aprile, Lazio Ambiente S.p.A. ottiene il rinnovo dell’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) per la discarica di Colle Fagiolara a Colleferro.

Prima di questa Autorizzazione, secondo le nostre conoscenze di diritto amministrativo, la discarica era gestita in modo illegittimo e abbiamo fatto valere l’assenza di un titolo autorizzativo valido nei nostri ricorsi contro l’impianto di Trattamento Meccanico Biologico (TMB), la sopraelevazione di 7 metri della discarica, l’impianto di percolato, tutti ricorsi pendenti nei diversi gradi di giudizio al TAR del Lazio e al Consiglio di Stato con richiesta di pregiudiziale alla Corte di Giustizia Europea.

Ed ecco che improvvisamente la Regione, riteniamo costretta dai nostri ricorsi, corre ai ripari sana lo stato di presunta illegittimità e concede il rinnovo fino al 2022.

Partiamo dalla constatazione che rimangono sempre inascoltate le nostre obiezioni sul presumibile conflitto di interessi tra ente autorizzatore (Regione Lazio) e società autorizzata (Lazio Ambiente SPA), di proprietà dell'Ente Regione e che come sappiamo sono lo stesso soggetto sotto diversa forma giuridico-amministrativa.

L’illogicità e l’illegittimità, però, di questi procedimenti autorizzativi si evidenziano nell’Autorizzazione menzionata, in quanto l’iter per il rinnovo dell’AIA inizia addirittura nel 24.10.2011 (in quel periodo la legge vigente determinava in cinque anni il rinnovo), con procedura di riesame e Conferenze di servizi conclusesi nel 2012, ma mai chiusa con l'adozione dell'atto di autorizzazione finale. Se la Conferenza fosse stata chiusa e contestualmente emanata l’AIA, quest’ultima si sarebbe dovuta rinnovare nel 2017, anno in cui invece viene chiuso l’iter di quella precedente. Nel frattempo con le modifiche inserite al Testo Unico Ambientale nel Decreto Legislativo 46/2014 il rinnovo viene raddoppiato e portato a dieci anni, di conseguenza la discarica viene autorizzata obbligatoriamente all’esercizio fino al 2022.

Dal 2012 ad oggi non sono state convocate ulteriori Conferenze di servizi e ce ne domandiamo il motivo, quindi come è possibile autorizzare un sito in contenzioso come quello di Colleferro senza aver preventivamente valutato l’insorgere di ulteriori possibili danni alla salute e all’ambiente o avere ascoltato, oggi, i pareri dell’amministrazione proprietaria del sito e di quelle confinanti?

In tutto questo periodo si è continuato ad abbancare rifiuti, addirittura a sopraelevare la discarica di altri 7 metri, e si è autorizzato un nuovo impianto di percolato, oltre a tenere in piedi un procedimento al TAR del Lazio, aperto contro la Regione e Lazio Ambiente spa su un vecchio progetto di impianto di TMB. Peraltro nel rinnovo dell’AIA quel progetto non viene minimamente menzionato a conferma delle parole dell’Assessore regionale Mauro Buschini che il Lazio non ha bisogno di ulteriori impianti! Ma allora perché non ritirare il progetto e la causa davanti al TAR del Lazio?
Nell’AIA invece viene richiamata l’esigenza di spostare i tralicci di Terna, interni al sito di discarica, per occupare con altri rifiuti lo spazio che viene liberato?  E’ un’altra operazione di salvataggio, esattamente come quelle degli anni precedenti, per sopperire e coprire le mancanze programmatiche regionali in materia di gestione del ciclo dei rifiuti, soprattutto nell’ottica del nefasto ATO unico regionale previsto nel Nuovo piano rifiuti, di conseguenza un possibile utilizzo in caso di necessità.

In definitiva cosa si prospetta?
Premesso che la discarica di colle Fagiolara è un bene economico di proprietà del Comune di Colleferro;

Precisato che il 2019 è l’anno in cui scade il contratto di gestione del servizio tra Comune di Colleferro e l’attuale gestore, la società Lazio Ambiente spa;

Constatato che l' AIA scadrà nel 2022, ma la chiusura della discarica è una decisione che rientra nei poteri dell'Amministrazione comunale di Colleferro.

• La discarica è autorizzata all’esercizio fino al 2022, dieci anni dalla data di chiusura delle Conferenze di Servizi, previo l’ennesimo esito di una sicura impugnazione al TAR del Lazio da parte delle Amministrazioni comunali e/o di associazioni e comitati.

• L’Amministrazione di Colleferro continua a ripetere che il sito verrà chiuso nel 2019, anno di scadenza del contratto di gestione con Lazio Ambiente S.p.A. che a sua volta -in relazione alla sua dismissione da parte della regione- potrebbe cederla al Comune proprietario oppure ad altra società.

• Restano ancora forti dubbi sulla reale data di chiusura del sito, sul soggetto gestore del post-mortem (se e quando la partecipata regionale sarà liquidata) e dei fondi necessari per effettuarla.

• Continua la diatriba sullo spostamento dei tralicci di Terna, anche per la poca trasparenza delle informazioni. A detta dei tecnici esso è necessario anche ai fini della chiusura definitiva, operazione insidiosa, se portata avanti ora, perché renderebbe il sito nuovamente oggetto di attenzioni e nemmeno sappiamo a chi toccherà farsi carico del costoso onere di gestione post-operativa.

• L’impianto di TMB sembrerebbe scongiurato ma è sempre pendente il giudizio al TAR del Lazio; c’è il concreto rischio che il vecchio progetto venga sostituito da una differente tipologia di impianto per il trattamento multimateriale, questo almeno è nelle intenzioni dell’Amministrazione di Colleferro, ma non della Regione. Sia chiaro però che se cambia il progetto a quel punto si apre un nuovo procedimento di autorizzazione. 

• La sopraelevazione della discarica è in giudizio al Consiglio di Stato e in ogni caso oggi essa non è più in grado di accogliere rifiuti. Vogliamo assistere alla spettacolare operazione di ripristino del sito sotto soglia, conoscere i costi e verificare il rispetto degli 8 mesi per la rimozione indicati nella Determinazione, ovvero per fine anno.

• L’impianto di trattamento del percolato, che abbiamo impugnato, è all’esame del TAR del Lazio;

• Continuano le segnalazioni dei residenti prossimi alla discarica verso i Comuni di Colleferro e Paliano per i nocivi effetti odorigeni e il sorvolo di colonie di gabbiani, anomalie visto che il rifiuto tal quale, dopo il successo del nostro ricorso al TAR del 2014, non dovrebbe più essere ammesso in discarica.

Due fattori potrebbero esserci favorevoli. A nostro parere l’Amministrazione comunale dovrebbe innanzitutto scongiurare lo spostamento dei tralicci (in caso contrario non avremmo garanzie che la “buca” non venga riempita con altri rifiuti). In secondo luogo la saturazione del sito, con il raggiungimento dei 7 metri, porta automaticamente alla chiusura definitiva della discarica entro il 2019, adoperandosi, nel frattempo il Comune, per incassare i fondi per la gestione trentennale del sito.

Sono tanti gli aspetti problematici e non vediamo le giuste premesse per una loro risoluzione positiva. Cerchiamo di farci valere nelle sedi giudiziarie, visto che continuiamo ad essere relegati ai margini del confronto sulla programmazione del ciclo dei rifiuti, nonostante le nostre proposte siano fattibili, concrete e sostenibili nel contesto generale di una politica regionale che riconosce solo un sistema anacronistico di gestione del ciclo dei rifiuti.

Le Amministrazioni interessate evitino una possibile ripresa in vita del sito e si preoccupino di farsi carico presso la Regione Lazio di avere “nero su bianco” le giuste garanzie fatte di certezze e non di parole affinché una volta decisa la chiusura di colle Fagiolara ci siano in cassa le risorse per il post-gestione, e non di meno di impugnare al TAR l’attuale rinnovo autorizzativo da ritenersi non privo di irregolarità.

lunedì 17 aprile 2017

Marwan Barghouti. “Sciopero della fame per la Libertà e la Dignità”

Ytaly




 Sono oltre mille i prigionieri politici palestinesi reclusi in Israele, in maggioranza di al Fatah, che il 16 aprile hanno iniziato lo sciopero della fame a oltranza indetto da Marwan Barghouti. In un intervento pubblicato dal New York Times nelle pagine OP/ED, il “Mandela palestinese” spiega le ragioni e gli obiettivi della protesta. ytali. l’ha tradotto

Avendo trascorso gli ultimi quindici anni in una prigione israeliana, sono testimone e al tempo stesso vittima del sistema illegale di arresti di massa arbitrari e di maltrattamento dei prigionieri palestinesi. Dopo aver esaurito ogni altra opzione, ho deciso che non ci fosse qui altra scelta se non quella di resistere a questi abusi iniziando uno sciopero della fame.

Qualcosa come mille prigionieri palestinesi hanno deciso di prendere parte a questo sciopero della fame, che comincia oggi, il giorno che qui osserviamo come giornata dei prigionieri. Lo sciopero della fame è la forma più pacifica di resistenza a disposizione. Infligge dolore solamente a coloro che vi partecipano e ai loro cari, nella speranza che i loro stomachi vuoti e il loro sacrificio aiutino a che il messaggio abbia risonanza oltre i confini delle loro celle buie.
Decenni di esperienza dimostrano che il sistema inumano di Israele di occupazione coloniale e militare mira a fiaccare lo spirito dei prigionieri e della nazione alla quale appartengono, infliggendo sofferenze ai loro corpi, separandoli dalle loro famiglie e comunità, usando misure umilianti per costringerli alla sottomissione. Nonostante questo trattamento, noi non ci arrenderemo.
Israele, la potenza occupante, ha violato la legge internazionale in molteplici modi per circa settant’anni, eppure gli è stata garantita l’impunità per le sue azioni. Ha commesso gravi infrazioni della convenzione di Ginevra contro il popolo palestinese. I prigionieri, compresi donne e bambini, non fanno eccezione. Avevo solo quiandici anni quando sono stato incarcerato la prima volta. Ne avevo appena diciotto quando un agente israeliano che m’interrogava mi costrinse ad allargare le gambe mentre ero in piedi nudo nella stanza dell’interrogatorio per poi colpirmi ai genitali. Svenni per il dolore e cadendo mi procurai una cicatrice ancora visibile sulla mia fronte. L’agente, dopo, mi prese pure in giro, dicendo che non avrei mai procreato, perché gente come me dà la nascita solo a terroristi e ad assassini.
Anni dopo, ero di nuovo nella prigione israeliana, guidando uno sciopero della fame, quando nacque il mio primo figlio. Invece dei dolci che distribuiamo per festeggiare una notizia del genere, passavo il sale agli altri prigionieri. Quando aveva poco più di diciott’anni fu a sua volta arrestato per trascorrere quattro anni nelle galere israeliane.
Il maggiore dei miei quattro figli adesso ha 31 anni, eppure io sono ancora qui perseguendo la lotta per la libertà insieme a migliaia di detenuti, a milioni di palestinesi e con il sostegno di tanti nel mondo. Che cosa c’è nell’arroganza dell’occupante e dei suoi sostenitori che li rende sordi a questa semplice verità: le nostre catene saranno rotte prima che lo saremo noi, perché è proprio della natura umana di dare retta al richiamo alla libertà, costi quel che costi.


Israele ha costruito quasi tutte le sue prigioni dentro Israele piuttosto che nei territori occupati. Pertanto, contro la legge e con la forza, ha trasferito civili palestinesi in cattività e ha usato questa situazione per restringere le visite dei familiari e per infliggere sofferenze ai prigionieri attraverso lunghi tragitti in condizioni crudeli. Ha trasformato diritti fondamentali, che dovrebbero essere garantiti sotto la legge internazionale – alcuni dei quali conquistati dolorosamente con precedenti scioperi della fame – in privilegi che il regime carcerario in modo arbitrario decide di concederci o di toglierci.

I prigionieri e i detenuti palestinesi hanno subito tortura, trattamento disumano e degradante e negligenza medica. Alcuni sono stati uccisi mentre erano in detenzione. Secondo l’ultimo rilevamento condotto dal Palestinian Prisoners Club, circa duecento detenuti palestinesi sono morti a partire dal 1967 a causa di queste azioni. I prigionieri palestinesi e le loro famiglie rimangono anche un bersaglio della politica israeliana tesa a imporre punizioni collettive.

Con il nostro sciopero della fame cerchiamo di porre fine a questi abusi.



Nel corso degli ultimi cinque decenni, secondo il gruppo per i diritti umani Adammer, oltre 800.000 palestinesi sono stati imprigionati e detenuti in Israele, circa il quaranta per cento della popolazione maschile palestinese dei territori occupati.

Oggi circa 6.500 sono tuttora in detenzione, tra cui alcuni che hanno la triste distinzione di avere il record mondiale per i periodi più lunghi di detenzione come prigionieri politici. Non c’è quasi una sola famiglia in Palestina che non abbia subito le sofferenze dell’internamento di uno o più dei suoi membri.
Come dar conto di questo incredibile stato delle cose?
Israele ha stabilito un regime legale doppio. Una forma di apartheid giudiziario che consente la virtuale impunità per gli israeliani che commettono crimini contro i palestinesi, criminalizzando al tempo stesso la presenza e la resistenza palestinese. I tribunali d’Israele sono una sciarada della giustizia, chiaramente strumenti di un’occupazione coloniale e militare. Secondo il Dipartimento di Stato, nel novanta per cento dei casi, i tribunali militari emettono verdetti di colpevolezza nei confronti dei palestinesi.

Tra le centinaia di migliaia di palestinesi che Israele tiene in detenzione ci sono bambini, donne, parlamentari, attivisti, giornalisti, difensori dei diritti umani, accademici, figure politiche, militanti, semplici astanti e familiari di prigionieri. Tutti con un unico scopo: sotterrare le aspirazioni legittime di un’intera nazione.

Ciononostante le prigioni d’Israele sono diventate la culla di un durevole movimento per l’autodeterminazione palestinese. Questo sciopero della fame dimostrerà ancora che il movimento dei prigionieri è la bussola che guida la nostra lotta, la lotta per la Libertà e Dignità, il nome che abbiamo scelto per questo passo nel nostro lungo cammino verso la libertà.
Le autorità israeliane e il loro regime carcerario hanno trasformato i diritti fondamentali che dovrebbero essere garantiti sotto la legge internazionale – compresi quelli conquistati dolorosamente con precedenti scioperi della fame – in privilegi che il regime carcerario in modo arbitrario decide di concederci o di toglierci. Israele ha cercato etichettare tutti noi come terroristi per legittimare le sue violazioni, compresi gli arresti di massa, la tortura, le misure punitive e le restrizioni dure. Come parte dello sforzo per minare la lotta palestinese per la libertà, un tribunale israeliano mi ha condannato a cinque ergastoli e a quarant’anni di prigione in un processo-show politico che è stato denunciato dagli osservatori internazionali.
Israele non è la prima potenza occupante coloniale a ricorrere a simili espedienti. Tutti i movimenti di liberazione nazionale della storia ricordano simili pratiche. Ecco perché in molti che hanno combattuto contro l’oppressione, il colonialismo e l’apartheid stanno dalla nostra parte. The International Campaign to Free Marwan Barghouti e All Palestinian Prisoners, a cui l’icona anti-apartheid Ahmad Kathrada e mia moglie, Fadwa, hanno dato vita nel 2013 nella cella in cui fu rinchiuso Nelson Mandela a Robben Island, gode del sostegno di otto premi Nobel per la pace, di 120 governi e di centinaia di leader parlamentari, artisti e accademici in tutto il mondo.










La loro solidarietà mette in evidenza il fallimento morale e politico d’Israele. I diritti non sono concessioni date dall’oppressore, la libertà e la dignità sono diritti universali che sono inerenti all’umanità, e che vanno goduti in ogni nazione e da tutti gli esseri umani. I palestinesi non faranno eccezione. Solo la fine dell’occupazione porrà fine a questa ingiustizia e segnerà la nascita della pace.

Turchia: la lotta continua, il fascismo non passerà!

Piattaforma Comunista – per il Partito Comunista del Proletariato d’Italia


Le controriforme costituzionali volute da Erdogan e dai partiti AKP e MHP, sono passate nel referendum del 16 aprile con la frode e sistematiche irregolarità, dato che milioni di schede elettorali erano prive di timbro ufficiale.
"La Turchia ha preso una decisione storica di cambiamento e trasformazione che tutti devono rispettare", ha detto Erdogan nel suo primo discorso dopo il grande broglio.
Si sbaglia di grosso. Se la borghesia imperialista ha fatto di tutto per aiutare Erdogan (ricordiamo l’appoggio di Trump e le intese con Putin, così come i finanziamenti dell’UE che ha elargito miliardi al despota in cambio del blocco dei migranti), il proletariato e i popoli oppressi, gli antifascisti, i sinceri democratici e progressisti non riconosceranno mai il risultato di una farsa referendaria svolta in pieno stato di emergenza, con i media popolari imbavagliati, che ratifica un regime autocratico per andare verso il fascismo di tipo islamista, ma daranno battaglia con tutti i mezzi a loro disposizione, fino alla caduta del “sultano” e dei suoi ladroni di democrazia.
La Turchia esce spaccata a metà dal referendum, con l’opposizione di classe e democratica che pure nella situazione di dura repressione avrebbe vinto, se non ci fossero stati i brogli di regime. La classe operaia, le donne, i giovani, a Istanbul, Ankara, Izmir, Adana, Diyarbakir, e nella altre grandi città, hanno votato in maggioranza contro la manovra di Erdogan, nonostante i ricatti.
Non c’è dubbio che le condizioni della lotta di classe s’inaspriranno in Turchia dopo questo contro-golpe reazionario (che ha seguito quello fallito dei gulenisti), le cui conseguenze saranno il rafforzamento del potere di Erdogan, che potrà rimanere presidente sino al 2029 e anche oltre. Vediamo cosa cambia con la truffa referendaria.
Anzitutto è stato prorogato lo stato di emergenza per altri tre mesi. D’ora in avanti il potere esecutivo, giudiziario e legislativo sarà totalmente concentrato nelle mani del capo dello Stato e sparirà la figura del premier. Il capo dello Stato avrà l'autorità per proporre leggi e rimettere al Parlamento disegni di legge, acquisirà la funzione di nomina e destituzione di vicepresidenti, ministri e funzionari governativi, avrà il potere di emanare decreti legislativi su materie di competenza del governo, comanderà l’esercito. In caso di stato di emergenza potrà proporre la sospensione o la limitazione di diritti civili e libertà basilari.
Come nella controriforma renziana – bocciata dal popolo italiano lo scorso 4 dicembre – verrà fortemente ridimensionato il ruolo di controllo che il Parlamento esercita su governo e presidente.
Erdogan inoltre sta inoltre preparando due nuovi plebisciti, il primo sulla permanenza di Ankara come Paese candidato alla UE, il secondo sulla reintroduzione della pena di morte.
Inevitabilmente la dittatura “di un solo uomo e un solo partito” rafforzerà la folle politica neo-ottomana di guerra intera ed esterna, che causa massacri e destabilizza la regione.
Il risultato del referendum in Turchia incoraggia le classi dominanti degli altri paesi, compresa la borghesia italiana, a proseguire nella distruzione dei diritti dei lavoratori e delle libertà democratiche.
E’ dovere del proletariato di tutti i paesi sviluppare la massima solidarietà con la classe operaia e i popoli di Turchia, con il partito fratello EMEP, e il blocco HDP duramente perseguitati.
I lavoratori non vogliono essere complici della reazione internazionale, dei fascisti, degli oscurantisti  e  dei massacratori dei popoli!
La battaglia per impedire il fascismo in Turchia non si fermerà. Questa battaglia passa anche dentro il nostro paese, nella lotta per il lavoro, il pane, la pace e la libertà, per costringere il governo a stracciare ogni accordo con Erdogan, per il ritiro delle truppe all’estero, nello sviluppo dell’opposizione di massa contro nuove avventure militari, esigendo la cacciata dal potere dei responsabili della politica di miseria, di reazione e di guerra.
E’ necessario dar vita a una politica di fronte unito antifascista e antimperialista a livello nazionale e internazionale, per creare una barriera insuperabile di fronte alla reazione, al fascismo e alla guerra che il capitale monopolistico finanziario aizza per garantire la sopravvivenza del suo infame sistema di sfruttamento dei lavoratori e soggiogamento dei popoli!