Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

mercoledì 11 novembre 2020

Trotsky e il Fronte unico operaio

 di Ariel González




Nel 1933 Trotsky giunse alla conclusione che la Terza internazionale, che aveva fondato con Lenin nel 1919, era morta come internazionale rivoluzionaria. Perché era arrivato a questa conclusione? A causa della politica di Stalin e della Terza internazionale di fronte alla nascita e all'ascesa di Hitler in Germania, ma soprattutto per la mancanza di reazione dei partiti della Terza Internazionale di fronte a questa catastrofe.
Trotsky aveva combattuto una dura battaglia contro questa politica, proponendo il Fronte unico dei lavoratori tra il Partito comunista e il Partito socialdemocratico tedesco per sconfiggere l'avanzata dei nazisti. Ma Stalin sviluppò la politica opposta, dicendo che socialdemocratici e nazisti erano la stessa cosa. Così il proletariato tedesco fu schiacciato senza offrire resistenza, ingannato e smobilitato dai suoi dirigenti. I nazisti riuscirono a prendere il potere quasi senza combattere. La Terza internazionale era morta come internazionale rivoluzionaria. Da quel momento Trotsky dedicherà la sua vita alla costruzione della Quarta internazionale.

Cos’era il Fronte unico proposto da Trotsky in Germania?
La tattica del fronte unico operaio fu sviluppata tra il terzo e il quarto Congresso della III Internazionale (1921-1922), e rispondeva ad una doppia esigenza difensiva del proletariato di fronte alle «controriforme» del capitalismo imperialista: 1) l'urgente unità della lotta dei lavoratori, che si avverte e si comprende soprattutto nelle crisi, al fine di sconfiggere gli attacchi economici e politici alle loro condizioni di vita. 2) La necessità di scavalcare le direzioni riformiste traditrici, che contrabbandano l'ideologia dei padroni della conciliazione di classe. Dirigenze sindacali e politiche che, a quel tempo, erano con la Seconda internazionale socialdemocratica, e che erano passate alla difesa degli interessi imperialisti nella Prima guerra mondiale, tradendo l'internazionalismo proletario.
Trotsky, per quel che riguarda la Germania, affermò che:
«Invece di lanciare un ultimatum unilaterale che irrita e offende gli operai (si riferiva al «fronte rosso unico»), va proposto un preciso programma di azioni comuni: questa è la via più sicura per conquistare la direzione effettiva. (...) Senza nascondere o moderare in alcun modo la nostra opinione sui dirigenti socialdemocratici, possiamo e dobbiamo dire ai lavoratori socialdemocratici: '(...) costringetele (le direzioni socialdemocratiche, ndt) a intraprendere una lotta comune con noi per questo o quell’altro compito concreto, con questo o quel mezzo; noi comunisti, da parte nostra, siamo pronti». Cosa potrebbe esserci di più semplice, più chiaro e più convincente di così? (…) Chi non comprende questo compito è perché considera il partito come un'associazione propagandista, e non come un'organizzazione dell’azione di massa». (Trotsky, «E ora? Problemi vitali del proletariato tedesco», 1932).
Questa tattica, che ha lo scopo di mobilitare, non di propagandare, va proposta a quelle direzioni traditrici che hanno influenza (sulla classe operaia, ndt), fintanto che non sono nel governo borghese. Se accettata, l'azione unitaria in un fronte unico può consentire al proletariato di adottare misure di lotta offensive e rivoluzionarie. Se respinta, i traditori che rifiutano l'unità nella lotta possono essere smascherati. Per conquistare la direzione (del movimento operaio, ndt), non si tratta di accontentarsi di criticarli, ma di fare anche tutto il necessario affinché il proletariato si difenda lottando per i suoi interessi immediati, avvisandolo che i riformisti non vogliono combattere nemmeno per le rivendicazioni più immediate. Pertanto, è un appello a combattere ora, per i punti comuni più urgenti. Non per parole d’ordine «radicali» o «massime», poiché farlo significherebbe attribuire una certa fiducia rivoluzionaria in coloro che vogliamo distruggere. Ma per qualche slogan di lotta come «l’aumento dei salari» che questi burocrati, agenti del capitale, per riaccomodarsi con le loro basi, sono costretti ad utilizzare. Per questo motivo, se fanno parte del governo borghese che applica politiche antioperaie, è impossibile fare un fronte unico con questi traditori.
Un esempio di questa tattica è l'iniziativa e l'appello della CSP Conlutas in Brasile, centrale sindacale di minoranza, per costruire uno sciopero generale contro il governo in difesa dei diritti dei lavoratori, diretto a loro e alle loro organizzazioni sindacali e popolari.

Insieme ma non mescolati
Questi accordi tattici provvisori, quindi, devono combinare l'unità con il confronto con quelle direzioni, mantenendo l'indipendenza politica. Nessuna bandiera comune: costruire il partito separatamente e colpire insieme. Nessun programma politico volto a creare un'organizzazione comune. Nel momento in cui questa contraddizione viene sollevata apertamente, dobbiamo continuare a denunciarli anche a costo di interrompere l'accordo. Per smascherarli.
«La regola più importante, la migliore e inalterabile, da applicare in qualsiasi manovra, è la seguente: non rischiare mai di fondere, mescolare o cambiare l'organizzazione del proprio partito con quella di un altro, per quanto «amichevole» possa sembrare oggi. Non intraprendere mai passi che conducano direttamente o indirettamente, apertamente o di nascosto alla subordinazione del tuo partito ad altri partiti, o ad organizzazioni di altre classi, o limitare la libertà di agitazione del tuo stesso partito, o renderti responsabile, anche se solo parzialmente, della linea politica di altri partiti. Non mischiare mai le bandiere, e ancor meno inginocchiarti davanti a un'altra bandiera». (Trotsky, «L'unico modo», 1932).
Supportiamo solo le lotte, non importa chi le guida. Non si tratta di cercare qualche dirigente “progressista” come «alleato» per unirsi e da lì chiamare all'unità. L'obiettivo è sviluppare azioni concrete di massa, perché solo in questo modo una nuova direzione (del movimento operaio, ndt), che contendiamo (alle organizzazioni con cui partecipiamo al fronte unico, ndt), può crearsi.
Questo è ciò che Trotsky proponeva ai comunisti per affrontare e sconfiggere i nazisti in Germania.

Il Fronte Unico dei Lavoratori in Argentina
Crediamo che la tattica del Fronte unico sia di piena attualità ed essenziale oggi in tutto il mondo per affrontare gli attacchi dei governi e sconfiggere i partiti e i leader sindacali che tradiscono le lotte della classe operaia.
Ma ci sono partiti che stravolgono la tattica del fronte unico operaio. Come abbiamo visto, questa tattica è l'opposto della politica del Po di un «fronte unico combattivo di classe», cioè «rosso». Ma anche della politica del Po, del Pts, ecc. di «unità delle sinistre» permanente nelle elezioni, che Trotsky non ha sollevato neanche durante la nascita del nazismo in Germania:
«L'idea di presentare alle elezioni presidenziali un candidato del fronte unico dei lavoratori è un'idea fondamentalmente errata. Il partito non ha il diritto di rinunciare a mobilitare i suoi sostenitori e a contare le sue forze nelle elezioni. Una candidatura del partito che si oppone a tutte le altre candidature non può costituire, in ogni caso, un ostacolo ad un accordo con altre organizzazioni per gli obiettivi immediati della lotta». («E ora? Problemi vitali del proletariato tedesco», 1932).

[traduzione dallo spagnolo a cura di Salvatore de Lorenzo]

7 novembre 1917 - 7 novembre 2020 Il futuro appartiene al bolscevismo

 Ricordiamo anche quest'anno, il 7 novembre, l'anniversario della Rivoluzione d'Ottobre.

Lo facciamo proponendo ai nostri lettori due articoli, tradotti dal sito della Lit-Quarta Internazionale, sul ruolo di Lev Trotsky, con Lenin il principale dirigente di quella rivoluzione che, noi pensiamo, continua a essere un modello per le rivoluzioni future.
Come scrisse Rosa Luxemburg: "il futuro appartiene ovunque al bolscevismo".




Trotsky, il capo dell’Armata rossa
 

di Américo Gomes

Clausewitz ha affermato che la guida di un esercito è sempre politica e che nei momenti di azione e conflitto si sostituisce «la penna con la spada». Deutscher ha affermato che come comandante dell'Armata Rossa, per vincere la guerra civile, Trotsky usò «la spada e la penna».
Usò la «spada» quando attraversò personalmente l'intera Repubblica sovietica per organizzare l'esercito, i suoi rifornimenti e approvvigionamenti, per infondergli morale e vigore, andando direttamente sul campo di battaglia e in prima linea per due anni e mezzo. Usò la «penna» quando era in prima linea nei dibattiti teorici e politici sulle questioni militari che si svolgevano nell'esercito, nel Soviet e nel Partito. E che erano fondamentali per costruire quell'esercito e vincere la guerra.
Leon Davidovich Bronstein, Trotsky, fu nominato presidente del Consiglio supremo di guerra il 4 marzo 1918, il giorno dopo la firma dell'accordo di Brest-Litovsk, e in aprile divenne Commissario del popolo per la guerra. Il suo motto fu: «Lavoro ostinato e disciplina rivoluzionaria» [1].

Pace e guerra civile
Trotsky fece parte della delegazione dei negoziati nell'accordo di Brest-Litovsk, fatto dal governo sovietico il 3 marzo 1918. Una «pace vergognosa», definita così dallo stesso Lenin, che fu colui che la guidò, contro la posizione di alcuni dirigenti del partito bolscevico, che si definivano «comunisti di sinistra», organizzati attorno a Bukharin e Piatakov, che difendevano la continuazione della guerra sotto il nome di «guerra rivoluzionaria», e anche contro la posizione di Trotsky, che difendeva una posizione intermedia.
La pace fu realizzata con gli imperi centrali (Germania, Austria-Ungheria, Bulgaria e Impero ottomano), sotto condizioni molto dure. Assolutamente necessaria, sia per ricostruire l'economia sia perché il popolo voleva la pace, una grande promessa della rivoluzione.
La Russia dovette rinunciare ad importanti regioni, alcune delle quali stavano vivendo processi rivoluzionari, come la Finlandia, gli Stati baltici e l'Ucraina, che furono occupate dall'esercito tedesco. Dovette rinunciare anche a una parte del Caucaso.
Significava la consegna di un terzo della popolazione, il 50% dell'industria, il 90% della produzione di carburante, il 55% del grano e la maggior parte dei cereali, nelle mani dell'impero tedesco [2].
Ma quando la Rivoluzione tedesca fece crollare l'Impero, e con essa tutti i suoi accordi, Finlandia, Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia, divennero Stati indipendenti; la Bielorussia e l'Ucraina furono integrate nell'Unione Sovietica e tutti gli altri territori furono recuperati.
Poche settimane dopo la firma di Brest-Litovsk, i paesi imperialisti della Triplice Intesa, con i loro alleati interni, attaccarono la nascente nazione sovietica su più fronti, dando inizio a una guerra civile il cui obiettivo principale era sedare la rivoluzione e rovesciare il governo.
Il 3 aprile, le truppe giapponesi sbarcarono a Vladivostok e occuparono la Siberia orientale. Il giorno successivo, i turchi presero Batumi, in Georgia, nel Mar Nero, ed entrarono nel Caucaso. I rumeni presero la Bessarabia. La temibile Legione Cecoslovacca, patrocinata dalla Francia, si ribellò e si alleò con l'Armata Bianca nella Siberia occidentale. Le truppe francesi conquistarono l'Ucraina meridionale e la Crimea; e gli inglesi presero Arcangelo a est del fiume Don, mentre le loro unità persiane occuparono il centro petrolifero di Baku. L'Armata Bianca era comandata dagli ex generali zaristi: Nicolai Yudenich, Lavr Kornilov, Alexander Kolchak e Anton Denikin.
Alla fine del 1918 la Repubblica federale socialista sovietica russa aveva praticamente le dimensioni della Moscovia medievale prima delle conquiste di Ivan il Terribile. Nelle parole di Lenin, «un'isola in un oceano in tempesta, piena di banditi imperialisti» [3].

Sul fronte della battaglia
All'inizio del conflitto, nel maggio 1918, l'Armata Rossa fuggì spaventata da Kazan, affrontando gli attacchi della Legione cecoslovacca alleata dell'Armata Bianca, che aveva già preso Samara e Saratov. Trotsky andò su questo fronte, punì i comunisti codardi e carrieristi, così come i funzionari burocratici inefficienti. I commissari locali gli consigliarono di andare in un posto più sicuro, ma egli rimase sul fronte. Agì assieme ai comandanti più capaci: Frunze, Vatzetis, Tukhachevski, Raskolnikov, Mezhlauk, Larissa Reissner e Ivan Smirnov. Uomini e donne che in seguito formarono quello che sarebbe stato il comando dell'esercito.
Si rivolse ai soldati che erano in preda al panico, riversando su di loro «torrenti di ottimismo e carattere rivoluzionario», con il suo discorso: «I soldati dell'Armata Rossa non sono codardi o mascalzoni. Vogliono lottare per la libertà della classe operaia. Se si tirano indietro e combattono duramente, i comandanti e i commissari saranno incolpati. (…) Se qualche distaccamento si ritira senza ordine, il primo ad essere fucilato sarà il commissario, poi il comandante. Codardi, mascalzoni e traditori non sfuggiranno al proiettile» [4]. Istituì un tribunale militare rivoluzionario e stabilì uno stato d'assedio in tutta la regione. Mandò alla corte marziale comandanti e commissari che avevano ritirato i loro uomini dalla prima linea.
Trotsky si difese anche dall’accusa di essere benevolo nei confronti del nemico che riconosceva i suoi crimini ed era disposto a deporre le armi e a servire onestamente lo Stato operaio: «Morte ai traditori! Ma pietà del nemico che si è convertito e chiede clemenza!».
Dopo le vittorie sul Volga, Trotsky si trasferì in Ucraina per rimettere in piedi l'esercito, che era in condizioni terribili, essendo stato sconfitto da Denikin. Condusse questo lavoro, con l'aiuto di Tukhachevski e Antonov-Ovseenko, e sconfisse di nuovo i «bianchi». Da questo conflitto, Trotsky concluse che per ottenere la vittoria nella «guerra moderna» era essenziale combinare l'abilità dei combattenti, e il loro ben sviluppato addestramento, con una sofisticata capacità della produzione industriale militare [5].
Quando dalla Finlandia le truppe controrivoluzionarie, comandate da Yudenich, attaccarono Pietrogrado nell'ottobre 1919, alcuni membri del comitato centrale bolscevico erano pronti a desistere dalla città e fuggire verso l'interno del paese. Trotsky era contrario ad accettare la perdita della città e organizzò la sua difesa. La strategia era la «difesa urbana», annunciando che ci «si sarebbe difesi sul proprio terreno», prevedendo che il nemico si sarebbe perso in un labirinto di strade fortificate e lì avrebbe «trovato la sua tomba». Battaglioni regolari dell'Armata Rossa combattevano «spalla a spalla» con distaccamenti di donne e della Guardia Rossa. Le fabbriche produssero armi sotto una pioggia di proiettili, e le inviarono immediatamente nella battaglia. Tutti vennero coinvolti in quella che è stata classificata come una «follia eroica» [6].
I bianchi furono sconfitti in quindici giorni. Per questo combattimento, Trotsky fu salutato come il «Padre della Vittoria» e ricevette l'«Ordine della Bandiera Rossa».

L'Armata Rossa di operai e soldati
Con la presa del potere da parte dei bolscevichi, l'esercito zarista era a brandelli. Il proletariato contava per la difesa del suo Stato sulle Guardie rosse e su parte delle truppe e delle divisioni del vecchio esercito.
La Guardia rossa era stata costruita in funzione della politica del partito bolscevico basata sull’armamento del proletariato e la materializzazione della presa del potere. Composta dagli operai che si armavano e si addestravano nelle fabbriche e nei quartieri della periferia e con i soldati che rompevano con le truppe regolari. Il tentativo di colpo di stato di Kornilov fu usato dai rivoluzionari per espanderla, come forza di resistenza ai golpisti, legalizzarla di fronte al Soviet e al governo provvisorio, armarla e addestrarla. A Pietrogrado c'erano 4.000 combattenti, comandati da Antonov-Ovseenko, e a Mosca 3.000, guidati da Gregory Frunze [7], coordinati da Aleksandr Gavrilovici Schliapnikov [8].
«L'Armata Rossa poteva nascere solo su una nuova base sociale e psicologica. La passività, lo spirito gregario e la sottomissione si trasformarono, nelle nuove generazioni, in audacia e culto della tecnica» [10].
La conferenza del partito bolscevico del 19 dicembre 1917 votò per la fondazione dell'Armata Rossa dei lavoratori e dei contadini. Successivamente, il Consiglio dei commissari sovietici approvò questa risoluzione. Il 18 gennaio 1918 e il 22 febbraio la Pravda pubblicò un proclama dal titolo «La patria socialista è in pericolo», punto di partenza per la campagna di reclutamento [10].

Un esercito senza ranghi
«L'Armata Rossa è stata costruita dall'alto, secondo i principi della dittatura della classe operaia. L'organo di comando fu selezionato e verificato dagli organi del potere sovietico e del Partito comunista» [11].
L'Armata Rossa non aveva una gerarchia di ufficiali o posizioni come luogotenenti o marescialli; Lenin e Trotsky credevano che il comando sarebbe stato consolidato, soprattutto, dalla fiducia dei soldati nei loro comandanti e sarebbe stato garantito dalla conoscenza, dal talento, dal carattere e dall'esperienza. Per Trotsky, le «stelle» non conferivano né talento né autorità ai leader. «La nomina di comandanti per le loro virtù personali è possibile solo se la critica e l'iniziativa si manifestano liberamente in un esercito posto sotto il controllo dell'opinione pubblica. Una disciplina rigorosa può benissimo accogliere una democrazia ampia e trovare supporto in essa» [12].

Controversie teoriche e politiche per la costruzione del nuovo esercito
Poiché non poteva smettere di essere un problema controverso, e la discussione non era ciò che mancava alla costruzione di questo esercito rivoluzionario, in tutti i suoi aspetti, il potere sovietico affrontò la questione militare attraverso grandi dibattiti. «Il problema dell'organizzazione dell'Armata Rossa era un problema del tutto nuovo, non era mai stato sollevato prima, nemmeno a livello teorico» [13].
Trotsky sostenne un esercito centralizzato, la coscrizione obbligatoria, l'uso di ufficiali zaristi e la formazione del commissariato politico. Per ristabilire la disciplina militare, represse severamente la diserzione e il tradimento. Spiegò che le forze armate non potevano essere centralizzate e dirette con comitati eletti dai soldati nel bel mezzo di una guerra civile imperialista, e pose fine alla guerriglia come strategia militare, pur continuando a usarla come tattica.
«La capacità bellica di un esercito richiede soprattutto l'esistenza di un apparato di gestione regolare e centralizzato» [14]. Diversamente da come credeva che dovesse avvenire nell'insurrezione, dove il decentramento delle azioni era fondamentale [15].
Contro le sue posizioni si formò l'«opposizione militare», che difese il principio elettorale del comando; contro l'incorporazione di specialisti zaristi; contro l'introduzione della disciplina ferrea e la centralizzazione dell'esercito. Questa «opposizione» era composta da Bukharin, Pyatakov e Bubnov, con importanti alleati come I.N. Smirnov. Bukharin pubblicò le sue polemiche contro Trotsky nella Pravda, anche durante la guerra civile.
Un'altra fonte di divergenza con le posizioni e gli orientamenti di Trotsky era il comando della X Armata, comandata da Vorosilov, che aveva il sostegno esplicito di Stalin, che si rifiutava di seguire gli orientamenti del comando centrale. Trotsky propose la rimozione di Stalin e mandò Vorosilov di fronte a un tribunale rivoluzionario. Sverdlov fece da mediatore nella crisi che si verificò nella leadership bolscevica e Vorosilov fu trasferito in Ucraina e Stalin al Consiglio di guerra della Repubblica. Trotsky: «Ritengo che il trattamento favorevole che Stalin dà a queste persone sia un tumore pericoloso, peggiore di qualsiasi tradimento di specialisti militari ...» [16].
La creazione di un esercito centralizzato costituì oggetto di grandi polemiche; la tradizione rivoluzionaria, fin dalla Prima Internazionale, era la difesa della sostituzione degli eserciti permanenti con l'armamento generale del popolo e l'elezione dei loro comandanti. L’'«opposizione militare» considerava l'esercito centralizzato come la configurazione di un esercito di tipo imperialista e difendeva la strategia della guerra di movimento, con piccole unità indipendenti che attaccavano liberamente le retrovie nemiche.
Trotsky spiegò: «Se i pericoli che ci minacciano fossero limitati al pericolo della controrivoluzione interna, in genere non avremmo bisogno di un esercito. Gli operai delle fabbriche di Pietrogrado e di Mosca potrebbero creare in qualsiasi momento distaccamenti di combattimento sufficienti per schiacciare, prima della loro nascita, qualsiasi tentativo di insurrezione armata che avesse lo scopo di ridare potere alla borghesia. I nostri nemici interni sono troppo insignificanti e pietosi perché sia necessario creare un apparato militare perfetto, su basi scientifiche, nella lotta contro di loro e mobilitare l'intera forza armata del popolo. Se ora abbiamo bisogno di questa forza, è proprio perché il regime e il Paese sovietico sono seriamente minacciati dall'esterno (...) Non c'è altro modo per proteggere e difendere il regime sovietico che la resistenza diretta ed energica contro il capitale straniero, che si impegna, contro il nostro Paese, esclusivamente perché è governato da operai e contadini» [17].
«L'URSS paga a caro prezzo la sua difesa perché è troppo povera per avere un esercito territoriale che risulterebbe troppo scadente» [18].
La necessità di questa centralizzazione fu dimostrata quando la Repubblica Sovietica dovette affrontare un assedio lungo un fronte di ottomila chilometri. Nemmeno un potente esercito potrebbe combattere su tutti i fronti. Mobilitare l'Armata Rossa, sulla linea interna, passando da un fronte all'altro, fu la strategia migliore. Per questo, le operazioni dovevano essere pianificate e le risorse controllate. Il principale organizzatore di questa operazione militare fu E.M. Sklianki, definito da Trotsky «il Carnot della rivoluzione russa» [19].
Ma senza dubbio la questione più controversa fu il lavoro con gli ufficiali militari specializzati e gli ex zaristi. Per Trotsky, nonostante fosse una questione pratica, non una questione di principio, era essenziale. Lo stesso Lenin inizialmente aveva dei dubbi su questa proposta, ma in seguito vi aderì pienamente, affermando che Trotsky costruì il comunismo «con i resti dell'edificio distrutto del vecchio ordine borghese» [20].
A coloro che continuarono ad opporsi a questa politica, Trotsky rispose: «Così come l'industria richiede ingegneri, come l'agricoltura richiede agronomi qualificati, anche gli specialisti militari sono indispensabili per la difesa» [21].
Siccome c'era davvero il rischio di tradimenti e diserzioni, insieme a ciascuno di questi ufficiali fu nominato un «Commissario politico», che confermava agli operai, ai contadini e ai soldati gli ordini da eseguire e non le macchinazioni controrivoluzionarie. Trotsky ordinò anche che i parenti di questi ufficiali fossero tenuti in ostaggio, poiché in caso di tradimento l'intera famiglia sarebbe stata punita; alcuni effettivamente tradirono e furono fucilati.

Le purghe staliniste
L'Armata Rossa fu costituita sulla base della democrazia operaia della Dittatura del proletariato; per questo le polemiche militari continuarono anche dopo la vittoria nella guerra civile. Frunze e, più tardi, Tukhachevski, i più importanti comandanti dell'Armata Rossa, elaborarono la «dottrina militare proletaria», difendendo la «guerra offensiva e altamente mobile», sulla base della teoria che la «rivoluzione viene dall'esterno». Tukhachevski era considerato il più grande stratega di carri armati del suo tempo, il «meccanico dell'Armata Rossa». Per Trotsky, era in grado di valutare «una situazione militare da tutti i punti di vista» (...) «sebbene [fosse] un po' avventuriero».
Trotsky si oppose a questa teoria: «La guerra si basa su molte scienze, ma non costituisce una scienza in sé, è un'arte pratica, un mestiere (...) un'arte selvaggia e sanguinaria» (...) «Solo il traditore rinuncia all'attacco, (e) solo un idiota riduce qualsiasi strategia all’attacco» [22]. Egli aveva assimilato i vantaggi tattici della difesa uniti alla necessità di ardite azioni offensive.
Con il dominio dello Stato sovietico da parte della burocrazia stalinista, l'esercito rivoluzionario finì. Stalin, come fece con il partito, decapitò il comando dell'esercito di alcuni dei suoi più competenti comandanti, sacrificando gli interessi della difesa sovietica sull'altare dell'autodifesa della burocrazia dominante. Più di 30.000 ufficiali furono licenziati, imprigionati, inviati nei gulag e fucilati. Questo costò ai sovietici più di 13 milioni di morti nella Seconda guerra mondiale.
Frunze, che nel gennaio 1925 sostituì Trotsky nel Commissariato del popolo per la guerra, morì in ottobre, all'età di 40 anni, in modo sospetto, durante un intervento chirurgico.
Tukhachevski, che sarebbe stato il naturale sostituto di Frunze, fu falsamente denunciato da Radek come spia tedesca, processato nelle epurazioni del 1937 e fucilato. Budyonny e Vorosilov [23] sfuggirono alle «purghe» e si unirono a Stalin. Fallirono in modo clamoroso durante la seconda guerra: il primo in Ucraina, si arrese a Kiev dove più di 65.000 soldati finirono in prigione, il secondo fu sconfitto nel Caucaso.
Lo stalinismo ristabilì i ranghi, compreso quello del maresciallo nel 1935. «Il ristabilimento della casta degli ufficiali, diciotto anni dopo la sua soppressione rivoluzionaria, certifica con uguale forza il divario che si è aperto tra i dirigenti e la base, e che l'esercito ha perso le qualità essenziali che gli hanno permesso di essere chiamato l'Armata rossa» [24].
Innegabilmente, Trotsky fu il costruttore dell'Armata rossa che garantì l’esistenza del governo sovietico. I suoi insegnamenti nell'arte dell'insurrezione e della guerra sono inestimabili e validi per essere studiati da tutti coloro che vedono ancora la necessità della presa del potere da parte della classe operaia e dell'istituzione di uno Stato guidato dai lavoratori attraverso i loro consigli.

Note
[1] SERGE, Victor. El Año I de la Revolución Rusa. La Revolución Rusa, Editora Boitempo, p. 265.
[2] Ídem, p. 252.
[3] CARR. E. H. Historia de la Rusia Soviética. La Revolución Bolchevique, vol. 3, p. 95.
[4] DEUTSCHER, Isaac. Trotsky, El Profeta Armado. Civilização Brasiliense, p. 447.
[5] NELSON, Harold Walter. León Trotsky y el arte de la insurrección, 1905-1917.
[6] DEUTSCHER, Isaac. Trotsky, El Profeta Armado. Civilização Brasiliense, p. 473.
[7] Ídem, p. 432.
[8] NELSON, Harold Walter, op.cit.
[9] TROTSKY, León. La revolución traicionada. El Ejército Rojo y su doctrina. Ed. Sundermann, p. 191.
[10] CARR, E. H. Historia de la Rusia Soviética. La Revolución Bolchevique, vol. 3, p. 76
[11] TROTSKY, León. Cómo se armó la revolución. El camino del Ejército Rojo. 
https://www.marxists.org/espanol/trotsky/em/rev-arm/volumen1-1918.pdf
[12] TROTSKY, León. La revolución traicionada. El Ejército Rojo y su doctrina. Ed. Sundermann, p. 149.
[13] Informe del CC al VIII Congreso del Partido Bolchevique, marzo de 1919.
[14] TROTSKY, León. Comunismo y Terrorismo.
[15] TROTSKY, León. Los problemas de la guerra civil.
[16] TROTSKY, León. Mi Vida, Ed. Pluma, p. 346.
[17] TROTSKY, León. Cómo se armó la revolución. El Ejército Rojo, 
https://www.marxists.org/espanol/trotsky/em/rev-arm/volumen1-1918.pdf
[18] TROTSKY, León. La revolución traicionada. Ed. Sundermann, p. 201.
[19] Giacobino, uno degli organizzatori della difesa della Francia contro l’alleanza degli Stati europei.
[20] DEUTSCHER, Isaac. Trotsky, El Profeta Armado, p. 457.
[21] Ídem, p. 434.
[22] Ídem, p. 515.
[23] Totalmente sottomesso a Stalin nonostante il suo coraggio personale, con "una totale mancanza di talento militare e amministrativo e una visione completamente ristretta e provinciale".
[24] TROTSKY, León. La revolución traicionada. El Ejército Rojo y su doctrina. Ed. Sundermann, p. 149.

[traduzione dallo spagnolo a cura di Salvatore de Lorenzo]

martedì 10 novembre 2020

Voci d'autunno


Luciano Granieri

Mai come in questo buio periodo condizionato dalla pandemia la natura si dimostra   beffarda verso un’umanità che crede di essere onnipotente. I “sapiens” si stanno dimostrando “deficens”, ma non se ne accorgono, o non se ne vogliono accorgere.

 Fatto sta che la smania di sfruttamento e messa a valore monetario  di ogni singolo elemento, come ad esempio  il  semplice diritto alla vita, ha modificato in modo significativo molti aspetti delle dinamiche naturali, biologiche, fisiche, del nostro vivere. Il tutto producendo effetti nocivi, del tutto collaterali per  la natura, ma assolutamente devastanti per il genere umano. 

Ci avete fatto caso come il normale susseguirsi delle stagioni si è fatto beffe di noi regalandoci, in quest’anno di reclusione da virus, una primavera straordinariamente carica di colori  rigogliosi e profumi  inebrianti. Uno scenario incomparabile che noi sapiens, assediati dalla pandemia,  abbiamo dovuto semplicemente rimirare da casa, per chi la casa ce l’ha.  

E avete notato come, dopo un’estate  malsana, caldissima, vissuta a sudarci addosso credendoci liberi dal Covid, ci ritroviamo con la concreta prospettiva di rimanere ancora rinchiusi,  condannati a rimirare dalla  finestra  i colori di un autunno sorprendentemente affascinante.  Mai come quest’anno il motto “non ci sono più le mezze stagioni” è stato contraddetto.  Ci sono le mezze stagioni, e che mezze stagioni! Ma a noi non è dato viverle

Il video che segue raccoglie scampoli di  questo autunno  rubati, prima di una possibile clausura,  qua e là fra Frosinone, Roma e Trisulti.  Mi sono attrezzato in modo da rivivere, anche se dentro uno schermo, schegge di emozioni e suggestioni estorte  ad una natura vendicativa. 

Le voci sono di Maria Pia De Vito nel brano “The Lee Shore”, e di  Mairead Ni Mhaonaigh, cantante degli “Altan”, nel brano “Amhrán Pheadair Bhreathnaigh”. Ne è nato un  particolare  connubio, fra jazz e musica celtica, una contaminazione strana ma affascinante così come questo autunno che ci tocca rimirare dal buco della serratura.



venerdì 6 novembre 2020

Nessun* si salva da solo! Nessun* può essere lasciato indietro!

 


Nessun* si salva da solo!

Nessun* può essere lasciato indietro!

La crisi sanitaria, economica ed ecologica vanno affrontate assieme, con un piano equo e unitario.

L’emergenza sanitaria non può comportare discriminazioni tra i diritti delle persone; tra chi ha accesso alle cure e al reddito e chi ne è escluso.

Perché così si approfondiscono le diseguaglianze sociali, culturali e di genere, la frantumazione della società in corporazioni, la gerarchia fra vite degne e vite da scarto

 

Chiediamo alcuni provvedimenti immediati:

 

-        Reddito per tutt* e aiuti adeguati fino alla fine dell'emergenza sanitaria

-        Vigilanza costante sul rispetto delle misure sanitarie di sicurezza in tutti i luoghi di lavoro

-        Investimenti pubblici per garantire sanità, istruzione, infrastrutture sociali, trasporto locale in sicurezza, dignità e qualità

-        Un piano di prevenzione primaria della rete della vita, di difesa della biodiversità, di tutela del territorio

Le risorse ci sono e vanno recuperate attraverso:

-        Tassa straordinaria su tutti gli alti redditi e patrimoni

-        Riduzione delle spese militari

-        Abrogazione dei sussidi ambientalmente dannosi, tasse sulle emissioni di gas climateranti e sulla plastica monouso

-        Blocco delle Grandi Opere dannose per l'ambiente e il clima

-        Utilizzo fondi di Cassa Depositi e Prestiti per gli investimenti pubblici sui servizi

 

Da subito, con il coinvolgimento attivo di tutt*, occorre approntare

un piano di radicale conversione ecologica, sociale,

economica e culturale della società

le lotte, il mutualismo, la solidarietà e la Costituzione indicano la strada

 

Su questi temi, obiettivi e proposte chiamiamo tutte le donne e gli uomini, i comitati, le reti associative e di movimento, le esperienze autogestite, le realtà studentesche, sociali e sindacali a dar vita in tutte le piazze del Paese ad una grande giornata di

 

Mobilitazione nazionale

sabato 21 novembre 2020

 

Aderisci al Manifesto “Per la società della cura”: https://societadellacura.blogspot.com

Adesioni e info: societadellacura@gmail.com

mercoledì 4 novembre 2020

Al via la raccolta di firme per la Proposta di legge contro la propaganda fascista e nazista- Istruzioni e moduli per firmare

 

Anagrafe Nazionale Antifascista




Cara cittadina, caro cittadino, 

ci siamo. 

Comincia la raccolta di firme per la legge di iniziativa popolare contro la propaganda fascista e nazista.

È arrivato il momento di far sentire la nostra voce.

Abbiamo una grande opportunità: presentare una proposta di legge contro la propaganda di queste ideologie che parta dal basso, dal popolo, da tutti noi.

Un’opportunità di salvaguardare le istituzioni democratiche, di impedire a qualsiasi forma di fascismo di rinascere, di insinuarsi nelle nostre comunità, nelle nostre città.

 

Servirà l’impegno e la partecipazione di tutti per raccogliere almeno 50.000 firme grazie alle quali potremmo portare la proposta in Parlamento.

Sul sito www.anagrafeantifascista.it  troverai le istruzioni e i moduli per la raccolta delle firme.

È fondamentale che tutte le firme risultino valide per non disperdere il nostro sforzo. Per questo ti invito a seguire con attenzione le indicazioni che troverai sul sito.

Troverai il vademecum nel quale è spiegato sia in che modo poter firmare per sostenere la proposta di legge, sia in che modo è possibile farsi promotori di una raccolta di firme nel proprio comune.

Per ogni richiesta o chiarimento, scrivi a info@anagrafeantifascista.it

 

Non posso ignorare la grave situazione di emergenza, sofferenza e ansia che il Covid impone a tutti noi.  Il momento che stiamo affrontando è difficile da tutti i punti di vista.

Ma non possiamo nemmeno ignorare che i neofascisti stanno approfittando di questa situazione per ottenere consenso, che strumentalizzano le paure e le angosce delle persone per far riecheggiare nelle piazze i loro slogan, per mostrare i loro simboli, per destabilizzare con la violenza la nostra società e le nostre istituzioni.

È proprio in un momento come questo che la nostra democrazia acquista ancora più valore ed è in un momento come questo che dobbiamo ribadire i pilastri sui quali la nostra Repubblica si fonda: l’antifascismo è uno di questi. Antifascismo significa rispetto verso il prossimo, cura della nostra comunità, rispetto delle regole e delle leggi.

Per troppo tempo tutto questo è stato colpevolmente tollerato.  Non possiamo più rimanere indifferenti. Non possiamo più abbandonarci alla rassegnazione.

“Le nostre vite cominciano a finire nel giorno in cui stiamo zitti di fronte alle cose che contano” diceva Martin Luther King

Basta con i pudori, le incertezze, le mezze parole. Bisogna riacquistare il coraggio e l’orgoglio di dichiararsi antifascisti. Anche oggi, soprattutto oggi.

Con la nostra firma possiamo finalmente dire basta. Solo con una legge che preveda regole chiare e pene certe la propaganda fascista e nazista potrà scomparire. 

Firmare la proposta di legge significa prendere posizione e fare ciascuno di noi la propria parte.

Dimostriamo di meritare i sacrifici delle generazioni che ci hanno consegnato questo grande patrimonio che è la nostra democrazia. Ora tocca a noi.  A tutti noi che siamo consapevoli di quanto siano preziose ma anche fragili le libertà di cui godiamo, di come il progresso ed il futuro passino da istituzioni forti, solide e democratiche.

C’è bisogno di un’onda, che parte dal basso, che spazzi via ogni pudore, che metta ognuno davanti alla propria coscienza e responsabilità: ci riconosciamo o no nei principi nell’antifascismo? Ci riconosciamo o no nei valori della democrazia, nei valori più alti che le nostre società hanno saputo sviluppare?

Siamo una grande comunità di donne, di uomini, di associazioni. Alziamo la voce, facciamoci sentire, impegniamoci tutti per portare questa proposta di legge in Parlamento.

Facciamolo insieme, facciamolo ora. Firmiamo la proposta di legge.

 

Maurizio Verona

Sindaco di Stazzema

Presidente Comitato promotore proposta di legge popolare contro la propaganda fascista e nazista

lunedì 2 novembre 2020

Scusace Gigi, ma ce semo arenati prima dell'undicesima pietra.

     Luciano Granieri



Caro Gigi,

  stamattina hai voluto festeggiare il tuo ottantesimo compleanno facendoci uno scherzo,  volando  in un'altra dimensione. Non sono credente per cui non lo so se esiste il paradiso. Solo   che oggi,  a ottant’anni dalla tua nascita, ci sentiamo un po’ più soli. Magari tu starai meglio li dove stai  e lo spero fortemente. 

Caro Gigi tu te ne sei andato ma noi, qui a  Frosinone, siamo rimasti in balia di un nichilismo culturale difficilmente comparabile con altri territori. Una situazione che tu avevi bene  intuito quando nell’ottobre del 2011 presenziasti ,  invitato  dall’allora sindaco Michele Marini, insieme alla ballerina Carla Fracci,  alla posa della prima pietra del nuovo Teatro Civico di Frosinone. Una struttura di 700 posti che sarebbe dovuta  sorgere nella zona del Casaleno. 

Le tue parole allora furono premonitrici, esortasti noi cittadini ammonendo: “Stateglie dietro, perché la posa della prima , della seconda e della terza pietra è scontata, i problemi arrivano all’undicesima” Ecco,  il progetto del teatro è franato ben prima della posa dell’undicesima pietra. Tutto si è arenato per   un “pasticciaccio brutto” de espropri .   Si erano scordati di espropriare, pensa, proprio la  mattonella sulla quale sarebbe dovuto sorgere il palco. 

Per altro il sindaco che è venuto dopo, Nicola Ottaviani,  ha ritenuto l’opera, in parte finanziata dai fondi FAS (fondo per le aree sottoutilizzate),  inutile e ingestibile dal Comune, convinto che in tutta la Ciociaria non si trovassero 700 disgraziati a cui facesse piacere assistere ad una commedia di Shakespeare, piuttosto che ad un dramma di Cechov.

 Al contrario  sedicimila anime sarebbero state entusiaste  di applaudire  le gesta di una onesta squadra di serie B, con qualche disastrosa comparsata in serie A  , in uno stadio costato un mucchio di soldi ai cittadini, compresi quelli   che avrebbero preferito la drammaturgia  al calcio .  

Ci siamo limitati a campicchiare con l’acquisto di un Teatro, il Nestor, che già c’era prima, e di un’altra struttura lasciata in abbandono, con ulteriore  spreco di denari  utili solo ad una mera propaganda. Non è che l’attuale sindaco snobbi la cultura, ma ne ha un’idea tutta sua. Spende e spande per improbabili rivisitazioni di passioni viventi, non quelle dei cittadini evidentemente. Pianifica imponenti festival di conservatori e manifestazioni teatrali nelle piazze d’estate, il cui costo, in tre anni, o poco più,  avrebbe tranquillamente potuto coprire la costruzione del teatro civico a partire dall’undicesima pietra. 

Ma quel teatro, si sa,  faceva parte di un’idea di cultura diversa dalla sua. Una cultura non riconosciuta se non è dettata dalle personali ed insindacabili  valutazioni artistiche del, più che primo, cittadino frusinate.  

 Oggi “stamo così”, coi debiti e  senza una struttura teatrale vagamente decente, pure se con i soldi spesi avremmo potuto” fa’ na cosa mejo della Scala”.  Ma la colpa è la nostra, di noi cittadini, che al cavaliere nero 2non semo  stati boni nemmeno a rompeglie er cazzo”. Un saluto e che la terra ti sia lieve.

Luciano.



venerdì 30 ottobre 2020

Risposte immediate, non ambiguità e silenzi. Il Paese non regge

Ufficio stampa Rete dei Numeri Pari 




30 ottobre 2020 -
 La protesta dei cittadini e delle cittadine che scenderanno in piazza in queste ore
 per chiedere garanzie e certezza di diritti, è quanto mai giusta e opportuna in un Paese in cui il Governo e l'opposizione non si sono mostrati all'altezza della drammatica crisi che stiamo vivendo.


Una crisi che sta colpendo innanzitutto i ceti popolari e i ceti medi e che allo stesso tempo colpisce anche quei corpi sociali intermedi che sono la spina dorsale del Paese e ne garantiscono la tenuta democratica: associazioni, cooperative sociali, comitati, sindacati, parrocchie e tutti quei soggetti sociali quotidianamente impegnati a garantire sostegno e diritti a milioni di persone che in questi 12 anni di crisi hanno visto peggiorare la loro condizione materiale ed esistenziale. Una crisi che poteva e doveva essere affrontata in tutt'altro modo, mentre abbiamo assistito a un dibattito vergognoso e irresponsabile per tutta l'estate, tra chi parlava solo di ripartenza e chi negava addirittura l'esistenza del virus.

Da marzo aspettiamo interventi concreti ed efficaci. L’abbiamo chiesto durante gli incontri avuti lo scorso maggio con la Ministra del Lavoro e delle Politiche Sociali, il Ministro del Mezzogiorno e la Ministra per le Infrastrutture. Avevamo chiesto e continuiamo a chiedere interventi immediati per garantire il diritto all’abitare, un reddito universale di base, assunzioni di personale medico e paramedico, maggiori investimenti sulle politiche sociali e nel contrasto alle mafie, cambiamenti nel trasporto pubblico e nella didattica, investimenti nella riconversione ecologica delle attività produttive e nella filiera energetica per garantire il diritto al lavoro e la sostenibilità ecologica, la sospensione di qualsiasi malsana idea di ulteriore regionalizzazione della sanità causata dalla secessione dei ricchi voluta da Confindustria e spacciata come “autonomia differenziata”, maggiore sostegno agli enti locali e alle reti sociali impegnate nel contrasto alla povertà e alle mafie, con particolare attenzione a Campania e Sicilia che sono 2 tra le 4 Regioni più povere d’Europa. Ma niente di tutto questo è stato fatto e oggi ne paghiamo le conseguenze.

Manca una riforma della sanità territoriale che metta in condizioni i nostri medici di basi di lavorare meglio; mancano le assunzioni per decine di migliaia di medici e infermieri necessarie per far funzionare al meglio il nostro Sistema Sanitario Nazionale, depotenziato da 36,7 miliardi di tagli fatti in un decennio con la responsabilità di tutte le forze politiche che si sono alternate al Governo; mancano decine di migliaia di automezzi per il trasporto pubblico mentre invece si è continuato a parlare di grandi e inutili opere che non servono a garantire il lavoro, la salute dei cittadini e sostenibilità ecologica; manca una riforma del welfare che garantisca servizi accessibili e di qualità; manca una misura di sostegno al reddito che rispetti quanto indicato all’interno dei Social Pillar europei; mancano scuole adeguate e interventi nel sistema scolastico che mettano in condizione famiglie e corpo docenti di garantire a tutti e tutte il diritto allo studio; mancano politiche industriali in grado di ripensare l’obsolescenza delle nostre attività produttive e che garantiscano lavoro di qualità e il diritto alla salute per le comunità. 

Queste sono le cause della crisi. Sono queste mancate scelte e questi mancati interventi che determinano l'aumento dell’impatto del virus nelle comunità, l’esplosione delle disuguaglianze e della povertà, la crescita del potere della criminalità e del welfare sostitutivo mafioso. L’esplosione della rabbia sociale che vediamo in queste ore ne è la diretta conseguenza. Di questo si deve discutere e a questi problemi bisogna dare risposte. Pensare di continuare a spostare l'attenzione, facendo finta di non vedere quelle che sono le cause della crisi, rischia di portare la nostra democrazia a una crisi irreversibile.

Come cittadini e cittadine abbiamo fatto non solo la nostra parte ma molto di più, mettendo in campo attività di mutualismo e solidarietà che hanno colmato il vuoto dello Stato. Oggi non possiamo continuare ad accettare l'assenza di risposte e di misure istituzionali efficaci in una situazione in cui è evidente il fallimento delle scelte del Governo in questi sei mesi. Se non si interviene subito, a pagare il dramma della crisi e gli errori nelle scelte politiche sarà la stragrande maggioranza della popolazione. Non possiamo più andare avanti così! A rischio è la tenuta democratica e non si potrà raccontare ogni esplosione di rabbia sociale come qualcosa di organizzato dalla criminalità organizzata. È questa l'unica lettura da non fare e da non dare se non si vuole aiutare la criminalità organizzata a capitalizzare la crisi e l'esplosione di disuguaglianze e povertà nel nostro paese.

Il governo deve mettere in campo misure immediate di sostegno a tutti i cittadini e alle attività economiche che vengono penalizzate. E visti gli errori del passato, se l'unica strada per frenare la crescita dei contagi e la pressione sugli ospedali è il lockdown lo si faccia subito senza ulteriori esitazioni. Se anche questa volta ci sentiremo dire che non ci sono le risorse, ricorderemo a Governo e opposizione che i soldi ci sono, perché in questo paese c'è chi continua a guadagnare da questa crisi. È arrivato il tempo di ricordare a tutti che nel nostro paese l'unica cosa sacra non è la proprietà privata, come affermato in maniera sgrammaticata da ex Ministri e Prefetti, ma "l'intangibilità della dignità umana" così come stabilito dalla nostra Costituzione. L'unica illegalità che la nostra Carta non tollera è la povertà, che è sempre un crimine di civiltà. I soldi ci sono, si tratta di ridistribuirli e se necessario - come già avvenuto in altri Paesi - si introduca una patrimoniale sulle grandi ricchezze. La solidarietà è il valore della nostra civiltà. Questo chiediamo oggi come reti sociali a Governo e Parlamento perché la cooperazione e la solidarietà - non la competizione - sono l'unica strada per uscire della crisi e massimizzare i risultati per tutte e tutti.