Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

lunedì 30 novembre 2020

Come farsi rimborsare i soldi della TARI dal Comune di Frosinone.

 Rigenerare Frosinone




Sabato mattina, 28 novembre, eravamo in Piazza Vittorio Veneto per informare la cittadinanza di Frosinone che, dal 2012 fino al 2018,  hanno pagato una tariffa TARI più alta dell’80% rispetto a quanto dovuto. 

Infatti, in base all’art.24 del regolamento, inserito nei capitolati d’appalto 2014-2017 e 2017, l’importo del tributo era dovuto al 20% dell’imponibile in presenza di un servizio svolto in grave difformità rispetto alla disciplina di riferimento, ovvero DPR 158 aggiornato nell’art 205 del codice per l’ambiente. 

Il dispositivo citato prevedeva il raggiungimento di almeno il 65% di raccolta differenziata già dal 2012. Come evidenzia il rapporto ISPRA , il Comune di Frosinone è rimasto intorno al 15% per il periodo che va dal 2014 al 2017 e al 47,38% per il 2018. Risulta chiaro, quindi, come il servizio sia stato svolto in grave difformità rispetto alla norma. 

Tale evidenza ha avuto supporto giuridico in base alla sentenza 358/2020 della Commissione Tributaria di Frosinone che ha accolto l’istanza di un cittadino il quale, avvalendosi delle prerogative sopra descritte ha corrisposto la tariffa al 20%, sancendo la correttezza del pagamento a fronte della contestazione dell’Ente.

 In particolare la sentenza stabilisce un principio fondamentale, quello della corrispettività della tariffa rispetto al servizio erogato. Nella conferenza stampa di sabato, aperta ai cittadini, abbiamo spiegato come agire per richiedere il rimborso della quota eccedente (l’80%) in base del pronunciamento  della Commissione Tributaria Provinciale. Abbiamo predisposto un modulo che, dopo aver distribuito sabato mattina, è a disposizione dei cittadini scaricandolo dal seguente link richiesta rimborso TARI   o ritirabile presso l’Associazione Oltre l’Occidente in Via Aonio Paleario, presso “Spazio Arte Rigenesi in Piazza Garibaldi . E'  possibile recuperarlo anche nelle prossime iniziative che organizzeremo in altri quartieri della città. 

Come fare?  Bisogna compilare la richiesta con i propri dati anagrafici, e gli importi da rimborsare. Una volta redatto, il documento va depositato presso l’ufficio protocollo del Comune di Frosinone. Se, entro 90 gg dalla notifica, l’Ente non risponde, il cittadino può ricorrere presso la commissione tributaria Provinciale di Frosinone in pubblica udienza. Per ulteriori informazioni ci si potrà rivolgere alla nostra organizzazione, Rigenerare Frosinone, nelle sedi indicate. 

Assolto il dovere d’informazione vorremmo proporre qualche riflessione. In merito alla partecipazione, come al solito, la cittadinanza di Frosinone non è stata molto presente. Eppure si trattava di assumere informazioni per riavere indietro dei soldi ingiustamente pagati. Sicuramente dietro il momento informativo si dipanavano considerazione politiche:  in merito alla responsabilità dell’ente sulla gestione dell’appalto rifiuti, ed in generale dell’esternalizzazione dei servizi. Una pratica che ha segnato dolorosamente la quotidianità della cittadinanza. 

Ma è possibile che il contrasto con l’Istituzione, indipendentemente dal colore di chi la guida, è così terribile e sconveniente anche se si tratta di recuperare dei soldi? Speriamo che nei prossimi appuntamenti, in cui provvederemo alla distribuzione dei moduli,  la partecipazione sia maggiore. 

In relazione agli organi d’informazione la situazione non è migliore. A parte la presenza dell’inviato de “il messaggero” e il giornale on line "Uno e Tre "il cui resoconto si può leggere al seguente link   Tari: Sentenza a favore del cittadino ricorrente,ci  siamo trovati di fronte al solito deserto. In realtà il fatto che almeno un giornale cartaceo abbia risposto testimonia la rilevanza di quanto volevamo comunicare. 

Infine un discorso inerente il consiglio comunale. Ringraziamo i tre consiglieri d'opposizione  presenti,  Fabiana Scasseddu, Marco Mastronardi e Daniele Riggi, per i loro contributo e la loro predisposizione all’ascolto. Ma sarà un caso che essi siano fuori usciti dai loro schieramenti di riferimento? (rispettivamente dalla lista del candidato sindaco Cristofari, supportata dal Pd, dal Movimento 5 Stelle, e dal Partito Socialista). Una domanda sorge spontanea. Il fatto che la cittadinanza sia stata gravata di un tributo eccessivo, reiterato nel tempo, per lo svolgimento di un servizio importante come lo smaltimento dei rifiuti, con tanto di legittimazione di una sentenza di una commissione tributaria, e si illustri le modalità per sanare l’errore, interessa agli esponenti dei partiti di minoranza presenti in consiglio comunale? Interessa al Pd, al Movimento 5 Stelle, a Possibile, al Partito Socialista? 

E’ inutile discutere sulla crisi dei partiti, se questi si mostrano lontano dai cittadini già a partire  dalle istituzioni democratiche di prossimità come i Comuni . Evidentemente su questo versante la crisi è irreversibile. Prossimamente comunicheremo data e ora dei prossimi appuntamenti.



giovedì 26 novembre 2020

Frosinone. TARI: pronunciamento esplosivo

 Rigenerare Frosinone

La gestione dei rifiuti negli ultimi anni è costata ai cittadini di Frosinone per ogni anno il doppio previsto dall’appalto: uno sproposito! Essa, nonostante l’elevato costo, ha mai funzionato? Non solo. Dopo le indagini e gli arresti che hanno coinvolto il comune di Frosinone durante la prima consiliatura Ottaviani, il servizio è proseguito tra dubbie proroghe e pronunciamenti vari tra tribunali amministrativi e consiglio di stato, avversi al reiterato affidamento dell’appalto a Sangalli.

Sabato 28 novembre 2020 alle ore 11,00 il movimento “Rigenerare Frosinone” indice una conferenza stampa aperta alla partecipazione di movimenti e cittadini, in Piazzale Vittorio Veneto nella quale illustrerà una nuova puntata, interessante, prorompente, della lunga, lunghissima vicenda della malgestione dei rifiuti a Frosinone.

La sentenza n.358/2020 del 09/11/2020, infatti, emessa dalla sezione 3 della Commissione Tributaria di Frosinone, accoglie  il  ricorso di un cittadino il quale  ha corrisposto per l’anno 2017 il 20% del tributo avvalendosi della facoltà, inserita nel regolamento comunale TARI, di ridursi il tributo a fronte del mancato rispetto delle percentuali stabilite per legge della raccolta differenziata, prevista nel capitolato di appalto a cui la ditta Sangalli si doveva attenere.

Tale disciplina  è costituita dal DPR 27.04.99 n.158 nel quale si indicano gli obiettivi di raccolta di differenziata obbligatori quantificati nel 65% fin dall’anno 2012 in poi.  I risultati  raggiunti in merito dall’Ente, del 18% per il 2015, 17,2% per il 2016, del 17,79 per il 2017, giustificano ampiamente il pagamento del 20% del tributo, così come riconosciuto dalla sentenza citata 358/2020.

A tal proposito si inviterà la cittadinanza a richiedere la restituzione dell’80% della TARI indebitamente corrisposta. Nel corso della conferenza stampa, verranno indicate le modalità e le procedure  necessarie a richiedere tale  rimborso.

Rigenerare Frosinone.





mercoledì 18 novembre 2020

Lunga vita al debito

 Luciano Granieri



Polonia e Ungheria  stanno ponendo ostacoli sulla definizione  del bilancio  europeo per il settennato 2021-2027. In tal modo bloccano anche tutta la procedura del Recovery Fund, che da quel piano trae le  sostanze  a garanzia dei  titoli di debito comuni  da  emettere  sul mercato finanziario per strutturare la dotazione economica  della misura. 

E’ un problema, perché l’Italia su quei soldi ci conta,e su di essi ha basato la prossima  manovra finanziaria. Ci sarebbe anche l’opzione Mes che, sottostando noi  alle dinamiche di controllo finanziario  rafforzato da parte del  Consiglio Europeo, già attivate per i prestiti interni al procedimento del Recovery Fund, potrebbe  essere considerata . Insomma visto che  per acquisire i soldi a prestito del pomposo programma “Next Generation EU”,  autorizziamo i burocrati europei a farci le pulci, tanto vale aderire pure al Mes.

Nonostante il patto di stabilità sia stato sospeso, il principio di moderazione fiscale e sostenibilità del debito va comunque rispettato. Siccome la nostra situazione debitoria ammonta a  2.000 miliardi di euro, bisogna fare attenzione. 

E’ opinione comune e diffusa  che stiamo caricando sulle spalle delle  prossime generazioni  un debito enormemente gravoso costringendo i nostri figli, nipoti e pronipoti a sobbarcarsi un impegno finanziario che li ridurrà in povertà. Ma di grazia, qualcuno mi sa dire quale sarà la generazione così disgraziata a cui toccherà l’onere di restituire tutto? A  mio figlio sicuramente no, neanche a suo nipote, e nemmeno al suo pronipote. La verità è che questo debito non lo pagherà nessuno. O meglio, verrà ripagato con il ricorso sistematico ad altro debito secondo una dinamica che non avrà mai fine. 

Tranquilli! Nessuno pagherà mai, a meno che i creditori, il giorno del poi ed il mese del mai, chiederanno di rientrare immediatamente. Se è così, basta semplicemente immettere sul mercato finanziario altri titoli di debito. Tanto a mantenere bassi gli  interesse ci pensa la Bce, attraverso il Q.E. il famoso bazooka. 

Senza contare che attraverso il debito si possono recuperare un bel po’ di soldini oltre che assicurare beni e servizi necessari ad una vita dignitosa per i cittadini . Alcuni esempi . In piena pandemia si possono assumere nuovi medici e infermieri a tempo indeterminato e regolarizzare i  precari, in modo da disporre di un organico di operatori sanitari sufficiente a combattere il Covid. Assunzioni con remunerazioni adeguate, superiori anche a quanto offrono i privati. In questo modo, si avrebbe un maggiore gettito fiscale sull’Ipref, ad esempio. 

Si potrebbero costruire nuove strutture sanitarie tanto da incrementare l’impegno delle ditte incaricate alla loro realizzazione , le quali assicurerebbero un maggiore gettito fiscale sull’IVA  grazie all’aumentato   acquisto  dei materiali necessari. E potrei continuare. 

Tutto giusto, ma come la prenderanno i creditori? A lor signiori va benissimo, se si considera che, a fronte di un debito di 2.000 miliardi,  il patrimonio finanziario degli italiani che ci fanno credito è di 4.000 miliardi di euro. In pratica ci guadagnano anche, loro e molto. 

Qualcuno potrebbe obiettare, perché allora si demonizzano così tanto gli Stati che fanno debito (per altro una consuetudine comune a tutti i Paesi UE), imponendo moderazione fiscale e controllo delle istituzioni europee sulle politiche finanziarie delle singole Nazioni affinchè la situazione debitoria non aumenti? 

Semplice, perché, se ancora non è chiaro, la questione del debito non è economica, ma politica.  Con il ricatto del debito troppo alto si impone ai governi di privatizzare i servizi, di limitare la spesa sociale a favore dell’assistenza privata,  di mercificare  acqua e tutela della salute, di annullare i diritti dei lavoratori implementando quell’enorme esercito di riserva fatto di precari e di lavoro nero, utile ad alimentare la moderazione salariale e a consentire la delocalizzazione delle aziende. 

Insomma grazie al ricatto del debito i ricchi continueranno ad essere più ricchi e i poveri sempre più poveri. 

Quindi evviva il debito, lunga vita al debito.

martedì 17 novembre 2020

Covid e piccola borghesia impoverita

 Un'analisi sociale del negazionismo



di Fabiana Stefanoni

La diffusione di teorie negazioniste del Covid è un dato di fatto. Benché il fenomeno abbia indubbiamente degli aspetti psicologici – quando una realtà è difficile da accettare si tende a negarla, costruendo un mondo immaginario che offre un'illusoria consolazione – sarebbe riduttivo considerarlo solo dal punto di vista della psiche individuale. È evidente che si tratta di un fenomeno sociale: il negazionismo si sta diffondendo in ampi strati della popolazione e, soprattutto, sta diventando l'ideologia di gruppi, movimenti e partiti politici che danno vita, in alcuni Paesi, anche a manifestazioni di massa. In questo articolo cercheremo di spiegarne, quindi, l'origine sociale. Crediamo che la causa principale della diffusione del negazionismo stia in una caratteristica tipica del capitalismo nelle fasi di crisi e decadenza: l'impoverimento di massa della piccola borghesia e delle classi medie (drasticamente accelerato dalla pandemia).

Destre negazioniste
Col termine «negazionismo» ci riferiamo a un'insieme di convinzioni, teorie, atteggiamenti volti a negare, in modo più o meno sfacciato, l'esistenza di un'emergenza sanitaria (cioè di una pandemia) che richiede misure di tutela straordinarie. Lo spettro dei sostenitori di questa ideologia è piuttosto ampio e include settori apparentemente eterogenei dal punto di vista della collocazione economica e culturale.
Le espressioni più stravaganti (e pericolose) sono rappresentate dai cosiddetti movimenti No Mask, che hanno dato vita soprattutto in alcuni Paesi europei – Germania, Francia, Spagna, Inghilterra – a partecipate manifestazioni di protesta contro le misure di quarantena (che sarebbero lesive della «libertà individuale»): queste manifestazioni sono state in molti casi egemonizzate da gruppi di estrema destra, neonazisti o populisti (anche in Italia i partiti di estrema destra hanno promosso manifestazioni contro la «dittatura sanitaria», benché per ora meno partecipate che in altri Paesi). In alcuni casi, queste convinzioni si affiancano a bizzarre teorie complottiste (come quelle sugli imperscrutabili poteri del 5G) e a convinzioni xenofobe e reazionarie (gli «untori» sarebbero gli stranieri, in particolare cinesi e immigrati africani).
Posizioni sfacciatamente negazioniste hanno anche espressioni istituzionali, in particolari nei Paesi governati da leader populisti e di destra: in Brasile, ad esempio, è lo stesso presidente Bolsonaro a farsi portavoce del negazionismo. Similmente Putin e l'ormai ex presidente Trump hanno spesso propagandato teorie di questo tipo, affermando esplicitamente che non esiste alcun serio pericolo legato all'epidemia.
Vogliamo aggiungere che si tratta di un fenomeno eterogeneo anche dal punto di vista culturale: non sono esclusivamente persone ignoranti, alla «Angela da Mondello», quelle che hanno cercato di farci credere che il virus non esiste o comunque non è pericoloso. Rientrano nel novero anche medici, intellettuali, artisti, giornalisti rinomati. E non si tratta di scomodare solo i casi grotteschi (i Zangrillo e gli Sgarbi di turno, per intenderci): in Italia il messaggio che il virus non rappresentasse una minaccia ha avuto più portavoce di quanto oggi si voglia far credere (e non solo a destra).
Per spiegare questo fenomeno sociale, per spiegare cioè perché l'ideologia negazionista si stia diffondendo in ampi strati della società dando vita anche a manifestazioni di massa (come in Germania), occorre guardare alla società, e precisamente a una classe sociale: la piccola borghesia.

Piccola borghesia e crisi economica
Quando parliamo di piccola borghesia (o classi medie) ci riferiamo a un gruppo sociale ampio ed eterogeneo, che comprende tutti gli strati sociali intermedi tra la classe operaia e la grande borghesia industriale e finanziaria: commercianti, piccoli esercenti, artigiani, funzionari,  intellettuali, manager, proprietari di piccole aziende a gestione famigliare, piccoli e medi proprietari terrieri, ecc. È una classe eterogenea, che comprende sia settori ricchi, che per condizioni economiche e stile di vita si avvicinano alla grande borghesia (pensiamo ai manager, per esempio), sia settori poveri, che si confondono col proletariato (e talvolta col sottoproletariato). Marx la definiva una «classe intermedia all'interno della quale si smussano gli interessi delle due classi» e che per questo «si immagina di essere superiore ai contrasti di classe» (1).
Nelle fasi di profondo cambiamento storico e, in particolare nei momenti di crisi economica (come quello che stiamo vivendo), la piccola borghesia si impoverisce, così come si ingrossano le file del sottoproletariato. In queste fasi, si registrano frequentemente fenomeni – di carattere ideologico e politico – come questi di cui stiamo parlando.
Se la classe operaia, per responsabilità delle sue direzioni opportuniste, resta in disparte e non scende in campo da protagonista nella vita politica, la piccola borghesia si prende la scena. Si tratta di una classe decisamente più debole della classe operaia: quest'ultima controlla nei fatti i mezzi di produzione e di trasporto e può, con le sue azioni di sciopero e di lotta, cambiare il corso politico degli eventi. La piccola borghesia non ha questa forza: è una classe atomizzata, disorganizzata, i cui membri sono isolati e rinchiusi in un orizzonte ristretto, talvolta angusto («pulviscolo di umanità», la definiva Trotsky). Eppure, è una classe che, se il palcoscenico è libero, può farsi sentire, anche rumorosamente: come diceva Marx, non si fa riguardi nel presentare sé stessa come «superiore ai contrasti di classe».
Tornando al contesto attuale, negli ultimi anni, soprattutto nei Paesi imperialisti, la piccola borghesia ha subito un impoverimento di massa. Già negli anni scorsi, i malumori di questo ampio strato sociale – che essendo numericamente consistente, ha un peso visibile nelle elezioni – ha dato vita a fenomeni politici nuovi, sedicenti «né di destra né di sinistra» (dal M5S nostrano al Podemos dello stato spagnolo), e ha portato ai vertici degli Stati personaggi grotteschi privi di qualsiasi spessore politico (da Di Maio a Conte, da Trump a Bolsonaro).
Se, parafrasando Marx, la storia mondiale sembra essersi ridotta, di elezione in elezione, a un susseguirsi di buffonate (2), la ragione sta anzitutto nel fenomeno sociale che abbiamo descritto. Insofferenti per il drastico peggioramento delle proprie condizioni di vita, le masse piccolo-borghesi, incapaci per la loro composizione eterogenea e frammentata di un'espressione politica realmente autonoma, hanno trovato l'unica unità possibile in un voto di protesta, esprimendo il loro consenso a figure tanto limitate quanto limitato è, per forza di cose, l'orizzonte di vita del bottegaio: alla sera i conti devono quadrare, costi quel che costi in termini di rispettabilità, cultura e intelligenza.  

E venne il Covid...
La pandemia ha dato un ulteriore duro colpo alle condizioni di vita delle classi medie e, in particolare, dei suoi settori più poveri. Quando vanno al governo, i partiti che pure devono le loro fortune elettorali al malessere della piccola borghesia si accodano al carro della grande borghesia: non sviluppano una politica autonoma, ma finiscono per sostenere politiche a vantaggio della grande industria e della finanza. I governi di tutto il mondo, inclusi quelli con una presenza significativa di partiti a base piccolo-borghese (come il M5S o Podemos), hanno attaccato duramente con le loro politiche non solo la classe operaia, ma anche questi strati intermedi. Dovendo scegliere tra la grande borghesia industriale e finanziaria e le altre classi sociali, questi governi non hanno avuto dubbi su da che parte stare: enormi risorse pubbliche sono state elargite alla grande industria, mentre a salariati, commercianti, lavoratori autonomi sono state sottratte persino le briciole. Le timide misure di quarantena adottate dai governi di tutto il mondo raramente hanno posto all'ordine del giorno la chiusura delle fabbriche, mentre si chiudono i ristoranti, i bar e i piccoli esercizi commerciali senza alcun sussidio economico degno di questo nome.  
Sull'onda della delusione, constatando che le sue tasche sono sempre più vuote, la piccola borghesia può mettere in campo azioni di protesta, come sta avvenendo in Italia con le manifestazioni contro le misure di lock-down. Sul piano ideologico – della mentalità, come si usa dire – le teorie negazioniste del Covid trovano in questa classe pauperizzata un terreno fertile. Se già prima era difficile, per il ristoratore o il piccolo negoziante, sbarcare il lunario, la chiusura dell'attività e le conseguenti perdite economiche sono uno spettro da esorcizzare. «Se il Covid mi chiude la bottega, allora il Covid non esiste! Se l'obbligo di mascherina va di pari passo con la perdita di clientela, togliamoci le mascherine!»: così sarà indotto a ragionare il piccolo borghese che attorno agli affari del suo esercizio ha costruito tutto il senso della sua vita.
Non è un caso che gruppi fascisti e dell'estrema destra abbiano approfittato della situazione per farsi portavoce del malessere di questi settori. Al loro fianco si sono affiancati persino settori di «sinistra» che, non avendo una prospettiva di classe e di sistema, vedono in ogni protesta un segno positivo di ribellione (3). Intendiamoci: la piccola borghesia è realmente una vittima delle vergognose politiche borghesi dei governi. Soprattutto, è un settore che ha sempre svolto un ruolo importante nelle rivoluzioni: Trotsky negli anni Trenta del secolo scorso scriveva che, affinché una crisi sociale possa sfociare in rivoluzione, «è necessario che le classi piccolo borghesi si dirigano con decisione verso il proletariato» (4). Ma non possono essere alla testa delle mobilitazioni: devono trovare nella classe operaia organizzata una salda guida per l'azione nella lotta, che possa rappresentare, nella testa del piccolo borghese, un'alternativa radicale e credibile alle allettanti sirene dell'estrema destra.

La classe dominante lascia fare
Se la base di classe dell'ideologia negazionista sono le classi medie, è al contempo vero che la classe dominante – quella cioè che detiene i mezzi di produzione, quindi la grande borghesia – appare totalmente incapace di contrastarla. Al contrario, ha gettato nei mesi scorsi il concime che è servito per dare forza e vigore a queste teorie reazionarie. Non volendo mettere in atto misure efficaci e reali di quarantena generalizzata, preoccupata essenzialmente di mantenere attive la produzione e la compravendita delle merci (e quindi di conservare alti tassi di profitto), ha assecondato, in accordo coi suoi governi, la falsa convinzione che fosse possibile «convivere col Covid».
I governi borghesi di tutto il mondo, chi più chi meno, hanno avallato l'idea che la pandemia non rappresenti un reale pericolo per le masse popolari: da Macron a Sanchez, da Conte alla Merkel tutti i principali leader dei Paesi capitalistici hanno giustificato l'allentamento delle misure di quarantena con discorsi volti a occultare l'esistenza di una pandemia in pieno corso. Gli argomenti usati sono stati i più disparati: dall'argomento che il virus era stato sconfitto (mentre invece si registravano centinaia di contagiati) fino alla falsa credenza che fosse mutato (o comunque meno mortale e pericoloso).
La grande borghesia, si sa, controlla anche i mezzi di comunicazione: e non a caso in Italia tutta la stampa borghese e tutte le trasmissioni radio-televisive (intervallate da pubblicità che ci invitavano a comprare come se la vita fosse tornata all'assoluta normalità) hanno offerto un non trascurabile sostegno al discorso negazionista. Per mesi hanno occultato o minimizzato i dati sul Covid, lasciando intendere che l'emergenza fosse finita. In Italia l'enorme spazio mediatico che hanno avuto personaggi da baraccone come Zangrillo, ospiti spesso di trasmissioni di orientamento opposto a quello del gaglioffo berlusconiano (pensiamo all'Annunziata o alla Gruber, entrambe fedelissime alla linea del Pd), non è stato casuale: creava confusione nelle coscienze delle masse sempre più povere e desiderose di tornare alla «normalità». «Il virus è clinicamente morto», «No, non è morto ma si è indebolito», «Zangrillo esagera però effettivamente col caldo le cose vanno meglio», «il virus sembra meno aggressivo», ecc: bastava accendere la tv o la radio per sentire ripetere ossessivamente argomenti di questo tipo. C'è poco da stupirsi se poi, in questo marasma di idee, i giovani andavano in discoteca o a farsi un aperitivo di gruppo sui Navigli. Se i fatti vengono presentati in modo nebuloso e ambiguo, tanto vale credere alla versione che costa meno sacrifici.
Nella migliore delle ipotesi, si è creata ad arte una pericolosa confusione in merito ai pericoli del Covid: e questa confusione è risultata molto utile ai profitti della borghesia. Credere che l'emergenza fosse finita è servito a riattivare il mercato: chi, del resto, si sarebbe comprato una macchina o una casa nuove sapendo di dover passare un inverno come quello che stiamo vivendo, in cui si rischia di morire di fame oppure di Covid?
Se ora ci troviamo ogni giorno con centinaia di nuovi morti, con decine di migliaia di nuovi contagiati, con gli ospedali al collasso, sappiamo chi ringraziare: i capitalisti hanno preparato il piatto, i mass-media lo hanno condito e, infine, il governo lo ha servito!

Il ruolo della classe operaia
Ancora una volta, nella storia, la soluzione è nelle mani della classe operaia. Solo la classe lavoratrice, diretta dal partito rivoluzionario, potrà offrire una via d'uscita dal disastro in corso. Già a marzo, gli operai in Italia hanno dato prova di non essere destinati al ruolo di spettatori passivi: sono scesi in campo, hanno organizzato scioperi a oltranza, con adesioni che non si vedevano da anni, spesso in contrasto con le stesse indicazioni dei loro dirigenti sindacali (che li invitavano alla rassegnazione). Anche in questi giorni gli operai stanno organizzando dure lotte e scioperi, di cui poco si parla: dalla Whirlpool di Napoli all'Ex-Ilva di Genova fino alla Sevel (gruppo FCA) di Atessa. Numerosi scioperi sono in corso in altri settori, da quello socio-educativo alle poste, dai trasporti alla sanità. È da queste esperienze, che bisogna organizzare e generalizzare, che possono crearsi le basi per una ripresa della lotta di classe anche in Italia, in grado di trascinare anche i settori di piccola borghesia impoverita in una prospettiva di rovesciamento del capitalismo.
In tanti, anche nel proletariato, si erano fatti delle illusioni sulla fine dell'emergenza sanitaria. Le idee dominanti sono le idee della classe dominante e contaminano anche le coscienze dei salariati. La realtà si presenta ora per quello che è: una realtà amara. Ma quando viene lacerato il velo dell'inganno, quando il mostro si toglie la maschera – il capitalismo che sacrifica milioni di vite umane per la sete di profitto – si apre anche la possibilità di un cambio di coscienza nelle avanguardie delle lotte. Le lavoratrici e i lavoratori stanno frequentando una dura scuola, che ha per loro pesanti costi in termini di vita e salute. Ma è, al contempo, una scuola di verità: la fine dell'illusione che questo sistema possa ancora garantire un'esistenza dignitosa può divenire l'inizio di una trasformazione rivoluzionaria.

Note
(1) K. Marx, Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte (1852).
(2) Il riferimento è a un celebre passo delle Lotte di classe in Francia, dove Marx definisce l'elezione di Luigi Bonaparte a presidente della Repubblica francese (10 dicembre 1848) una «buffonata della storia mondiale» (l'accostamento non è peregrino dato che quel risultato elettorale ebbe come causa principale il malcontento dei contadini).
(3) È il caso ad esempio di alcuni centri sociali, ma anche di alcuni settori sindacali, che si sono accodati alle manifestazioni contro le chiusure di attività commerciali. Approfondiremo in altri articoli il ruolo di settori intellettuali nonché di numerose organizzazioni politiche e sindacali della sinistra nell'avallare pericolose politiche di sostegno alle riaperture (in particolare in relazione al tema dell'apertura delle scuole, dei teatri, dei cinema).
(4) L. Trotsky, “E ora?” (1932).

 

mercoledì 11 novembre 2020

Trotsky e il Fronte unico operaio

 di Ariel González




Nel 1933 Trotsky giunse alla conclusione che la Terza internazionale, che aveva fondato con Lenin nel 1919, era morta come internazionale rivoluzionaria. Perché era arrivato a questa conclusione? A causa della politica di Stalin e della Terza internazionale di fronte alla nascita e all'ascesa di Hitler in Germania, ma soprattutto per la mancanza di reazione dei partiti della Terza Internazionale di fronte a questa catastrofe.
Trotsky aveva combattuto una dura battaglia contro questa politica, proponendo il Fronte unico dei lavoratori tra il Partito comunista e il Partito socialdemocratico tedesco per sconfiggere l'avanzata dei nazisti. Ma Stalin sviluppò la politica opposta, dicendo che socialdemocratici e nazisti erano la stessa cosa. Così il proletariato tedesco fu schiacciato senza offrire resistenza, ingannato e smobilitato dai suoi dirigenti. I nazisti riuscirono a prendere il potere quasi senza combattere. La Terza internazionale era morta come internazionale rivoluzionaria. Da quel momento Trotsky dedicherà la sua vita alla costruzione della Quarta internazionale.

Cos’era il Fronte unico proposto da Trotsky in Germania?
La tattica del fronte unico operaio fu sviluppata tra il terzo e il quarto Congresso della III Internazionale (1921-1922), e rispondeva ad una doppia esigenza difensiva del proletariato di fronte alle «controriforme» del capitalismo imperialista: 1) l'urgente unità della lotta dei lavoratori, che si avverte e si comprende soprattutto nelle crisi, al fine di sconfiggere gli attacchi economici e politici alle loro condizioni di vita. 2) La necessità di scavalcare le direzioni riformiste traditrici, che contrabbandano l'ideologia dei padroni della conciliazione di classe. Dirigenze sindacali e politiche che, a quel tempo, erano con la Seconda internazionale socialdemocratica, e che erano passate alla difesa degli interessi imperialisti nella Prima guerra mondiale, tradendo l'internazionalismo proletario.
Trotsky, per quel che riguarda la Germania, affermò che:
«Invece di lanciare un ultimatum unilaterale che irrita e offende gli operai (si riferiva al «fronte rosso unico»), va proposto un preciso programma di azioni comuni: questa è la via più sicura per conquistare la direzione effettiva. (...) Senza nascondere o moderare in alcun modo la nostra opinione sui dirigenti socialdemocratici, possiamo e dobbiamo dire ai lavoratori socialdemocratici: '(...) costringetele (le direzioni socialdemocratiche, ndt) a intraprendere una lotta comune con noi per questo o quell’altro compito concreto, con questo o quel mezzo; noi comunisti, da parte nostra, siamo pronti». Cosa potrebbe esserci di più semplice, più chiaro e più convincente di così? (…) Chi non comprende questo compito è perché considera il partito come un'associazione propagandista, e non come un'organizzazione dell’azione di massa». (Trotsky, «E ora? Problemi vitali del proletariato tedesco», 1932).
Questa tattica, che ha lo scopo di mobilitare, non di propagandare, va proposta a quelle direzioni traditrici che hanno influenza (sulla classe operaia, ndt), fintanto che non sono nel governo borghese. Se accettata, l'azione unitaria in un fronte unico può consentire al proletariato di adottare misure di lotta offensive e rivoluzionarie. Se respinta, i traditori che rifiutano l'unità nella lotta possono essere smascherati. Per conquistare la direzione (del movimento operaio, ndt), non si tratta di accontentarsi di criticarli, ma di fare anche tutto il necessario affinché il proletariato si difenda lottando per i suoi interessi immediati, avvisandolo che i riformisti non vogliono combattere nemmeno per le rivendicazioni più immediate. Pertanto, è un appello a combattere ora, per i punti comuni più urgenti. Non per parole d’ordine «radicali» o «massime», poiché farlo significherebbe attribuire una certa fiducia rivoluzionaria in coloro che vogliamo distruggere. Ma per qualche slogan di lotta come «l’aumento dei salari» che questi burocrati, agenti del capitale, per riaccomodarsi con le loro basi, sono costretti ad utilizzare. Per questo motivo, se fanno parte del governo borghese che applica politiche antioperaie, è impossibile fare un fronte unico con questi traditori.
Un esempio di questa tattica è l'iniziativa e l'appello della CSP Conlutas in Brasile, centrale sindacale di minoranza, per costruire uno sciopero generale contro il governo in difesa dei diritti dei lavoratori, diretto a loro e alle loro organizzazioni sindacali e popolari.

Insieme ma non mescolati
Questi accordi tattici provvisori, quindi, devono combinare l'unità con il confronto con quelle direzioni, mantenendo l'indipendenza politica. Nessuna bandiera comune: costruire il partito separatamente e colpire insieme. Nessun programma politico volto a creare un'organizzazione comune. Nel momento in cui questa contraddizione viene sollevata apertamente, dobbiamo continuare a denunciarli anche a costo di interrompere l'accordo. Per smascherarli.
«La regola più importante, la migliore e inalterabile, da applicare in qualsiasi manovra, è la seguente: non rischiare mai di fondere, mescolare o cambiare l'organizzazione del proprio partito con quella di un altro, per quanto «amichevole» possa sembrare oggi. Non intraprendere mai passi che conducano direttamente o indirettamente, apertamente o di nascosto alla subordinazione del tuo partito ad altri partiti, o ad organizzazioni di altre classi, o limitare la libertà di agitazione del tuo stesso partito, o renderti responsabile, anche se solo parzialmente, della linea politica di altri partiti. Non mischiare mai le bandiere, e ancor meno inginocchiarti davanti a un'altra bandiera». (Trotsky, «L'unico modo», 1932).
Supportiamo solo le lotte, non importa chi le guida. Non si tratta di cercare qualche dirigente “progressista” come «alleato» per unirsi e da lì chiamare all'unità. L'obiettivo è sviluppare azioni concrete di massa, perché solo in questo modo una nuova direzione (del movimento operaio, ndt), che contendiamo (alle organizzazioni con cui partecipiamo al fronte unico, ndt), può crearsi.
Questo è ciò che Trotsky proponeva ai comunisti per affrontare e sconfiggere i nazisti in Germania.

Il Fronte Unico dei Lavoratori in Argentina
Crediamo che la tattica del Fronte unico sia di piena attualità ed essenziale oggi in tutto il mondo per affrontare gli attacchi dei governi e sconfiggere i partiti e i leader sindacali che tradiscono le lotte della classe operaia.
Ma ci sono partiti che stravolgono la tattica del fronte unico operaio. Come abbiamo visto, questa tattica è l'opposto della politica del Po di un «fronte unico combattivo di classe», cioè «rosso». Ma anche della politica del Po, del Pts, ecc. di «unità delle sinistre» permanente nelle elezioni, che Trotsky non ha sollevato neanche durante la nascita del nazismo in Germania:
«L'idea di presentare alle elezioni presidenziali un candidato del fronte unico dei lavoratori è un'idea fondamentalmente errata. Il partito non ha il diritto di rinunciare a mobilitare i suoi sostenitori e a contare le sue forze nelle elezioni. Una candidatura del partito che si oppone a tutte le altre candidature non può costituire, in ogni caso, un ostacolo ad un accordo con altre organizzazioni per gli obiettivi immediati della lotta». («E ora? Problemi vitali del proletariato tedesco», 1932).

[traduzione dallo spagnolo a cura di Salvatore de Lorenzo]

7 novembre 1917 - 7 novembre 2020 Il futuro appartiene al bolscevismo

 Ricordiamo anche quest'anno, il 7 novembre, l'anniversario della Rivoluzione d'Ottobre.

Lo facciamo proponendo ai nostri lettori due articoli, tradotti dal sito della Lit-Quarta Internazionale, sul ruolo di Lev Trotsky, con Lenin il principale dirigente di quella rivoluzione che, noi pensiamo, continua a essere un modello per le rivoluzioni future.
Come scrisse Rosa Luxemburg: "il futuro appartiene ovunque al bolscevismo".




Trotsky, il capo dell’Armata rossa
 

di Américo Gomes

Clausewitz ha affermato che la guida di un esercito è sempre politica e che nei momenti di azione e conflitto si sostituisce «la penna con la spada». Deutscher ha affermato che come comandante dell'Armata Rossa, per vincere la guerra civile, Trotsky usò «la spada e la penna».
Usò la «spada» quando attraversò personalmente l'intera Repubblica sovietica per organizzare l'esercito, i suoi rifornimenti e approvvigionamenti, per infondergli morale e vigore, andando direttamente sul campo di battaglia e in prima linea per due anni e mezzo. Usò la «penna» quando era in prima linea nei dibattiti teorici e politici sulle questioni militari che si svolgevano nell'esercito, nel Soviet e nel Partito. E che erano fondamentali per costruire quell'esercito e vincere la guerra.
Leon Davidovich Bronstein, Trotsky, fu nominato presidente del Consiglio supremo di guerra il 4 marzo 1918, il giorno dopo la firma dell'accordo di Brest-Litovsk, e in aprile divenne Commissario del popolo per la guerra. Il suo motto fu: «Lavoro ostinato e disciplina rivoluzionaria» [1].

Pace e guerra civile
Trotsky fece parte della delegazione dei negoziati nell'accordo di Brest-Litovsk, fatto dal governo sovietico il 3 marzo 1918. Una «pace vergognosa», definita così dallo stesso Lenin, che fu colui che la guidò, contro la posizione di alcuni dirigenti del partito bolscevico, che si definivano «comunisti di sinistra», organizzati attorno a Bukharin e Piatakov, che difendevano la continuazione della guerra sotto il nome di «guerra rivoluzionaria», e anche contro la posizione di Trotsky, che difendeva una posizione intermedia.
La pace fu realizzata con gli imperi centrali (Germania, Austria-Ungheria, Bulgaria e Impero ottomano), sotto condizioni molto dure. Assolutamente necessaria, sia per ricostruire l'economia sia perché il popolo voleva la pace, una grande promessa della rivoluzione.
La Russia dovette rinunciare ad importanti regioni, alcune delle quali stavano vivendo processi rivoluzionari, come la Finlandia, gli Stati baltici e l'Ucraina, che furono occupate dall'esercito tedesco. Dovette rinunciare anche a una parte del Caucaso.
Significava la consegna di un terzo della popolazione, il 50% dell'industria, il 90% della produzione di carburante, il 55% del grano e la maggior parte dei cereali, nelle mani dell'impero tedesco [2].
Ma quando la Rivoluzione tedesca fece crollare l'Impero, e con essa tutti i suoi accordi, Finlandia, Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia, divennero Stati indipendenti; la Bielorussia e l'Ucraina furono integrate nell'Unione Sovietica e tutti gli altri territori furono recuperati.
Poche settimane dopo la firma di Brest-Litovsk, i paesi imperialisti della Triplice Intesa, con i loro alleati interni, attaccarono la nascente nazione sovietica su più fronti, dando inizio a una guerra civile il cui obiettivo principale era sedare la rivoluzione e rovesciare il governo.
Il 3 aprile, le truppe giapponesi sbarcarono a Vladivostok e occuparono la Siberia orientale. Il giorno successivo, i turchi presero Batumi, in Georgia, nel Mar Nero, ed entrarono nel Caucaso. I rumeni presero la Bessarabia. La temibile Legione Cecoslovacca, patrocinata dalla Francia, si ribellò e si alleò con l'Armata Bianca nella Siberia occidentale. Le truppe francesi conquistarono l'Ucraina meridionale e la Crimea; e gli inglesi presero Arcangelo a est del fiume Don, mentre le loro unità persiane occuparono il centro petrolifero di Baku. L'Armata Bianca era comandata dagli ex generali zaristi: Nicolai Yudenich, Lavr Kornilov, Alexander Kolchak e Anton Denikin.
Alla fine del 1918 la Repubblica federale socialista sovietica russa aveva praticamente le dimensioni della Moscovia medievale prima delle conquiste di Ivan il Terribile. Nelle parole di Lenin, «un'isola in un oceano in tempesta, piena di banditi imperialisti» [3].

Sul fronte della battaglia
All'inizio del conflitto, nel maggio 1918, l'Armata Rossa fuggì spaventata da Kazan, affrontando gli attacchi della Legione cecoslovacca alleata dell'Armata Bianca, che aveva già preso Samara e Saratov. Trotsky andò su questo fronte, punì i comunisti codardi e carrieristi, così come i funzionari burocratici inefficienti. I commissari locali gli consigliarono di andare in un posto più sicuro, ma egli rimase sul fronte. Agì assieme ai comandanti più capaci: Frunze, Vatzetis, Tukhachevski, Raskolnikov, Mezhlauk, Larissa Reissner e Ivan Smirnov. Uomini e donne che in seguito formarono quello che sarebbe stato il comando dell'esercito.
Si rivolse ai soldati che erano in preda al panico, riversando su di loro «torrenti di ottimismo e carattere rivoluzionario», con il suo discorso: «I soldati dell'Armata Rossa non sono codardi o mascalzoni. Vogliono lottare per la libertà della classe operaia. Se si tirano indietro e combattono duramente, i comandanti e i commissari saranno incolpati. (…) Se qualche distaccamento si ritira senza ordine, il primo ad essere fucilato sarà il commissario, poi il comandante. Codardi, mascalzoni e traditori non sfuggiranno al proiettile» [4]. Istituì un tribunale militare rivoluzionario e stabilì uno stato d'assedio in tutta la regione. Mandò alla corte marziale comandanti e commissari che avevano ritirato i loro uomini dalla prima linea.
Trotsky si difese anche dall’accusa di essere benevolo nei confronti del nemico che riconosceva i suoi crimini ed era disposto a deporre le armi e a servire onestamente lo Stato operaio: «Morte ai traditori! Ma pietà del nemico che si è convertito e chiede clemenza!».
Dopo le vittorie sul Volga, Trotsky si trasferì in Ucraina per rimettere in piedi l'esercito, che era in condizioni terribili, essendo stato sconfitto da Denikin. Condusse questo lavoro, con l'aiuto di Tukhachevski e Antonov-Ovseenko, e sconfisse di nuovo i «bianchi». Da questo conflitto, Trotsky concluse che per ottenere la vittoria nella «guerra moderna» era essenziale combinare l'abilità dei combattenti, e il loro ben sviluppato addestramento, con una sofisticata capacità della produzione industriale militare [5].
Quando dalla Finlandia le truppe controrivoluzionarie, comandate da Yudenich, attaccarono Pietrogrado nell'ottobre 1919, alcuni membri del comitato centrale bolscevico erano pronti a desistere dalla città e fuggire verso l'interno del paese. Trotsky era contrario ad accettare la perdita della città e organizzò la sua difesa. La strategia era la «difesa urbana», annunciando che ci «si sarebbe difesi sul proprio terreno», prevedendo che il nemico si sarebbe perso in un labirinto di strade fortificate e lì avrebbe «trovato la sua tomba». Battaglioni regolari dell'Armata Rossa combattevano «spalla a spalla» con distaccamenti di donne e della Guardia Rossa. Le fabbriche produssero armi sotto una pioggia di proiettili, e le inviarono immediatamente nella battaglia. Tutti vennero coinvolti in quella che è stata classificata come una «follia eroica» [6].
I bianchi furono sconfitti in quindici giorni. Per questo combattimento, Trotsky fu salutato come il «Padre della Vittoria» e ricevette l'«Ordine della Bandiera Rossa».

L'Armata Rossa di operai e soldati
Con la presa del potere da parte dei bolscevichi, l'esercito zarista era a brandelli. Il proletariato contava per la difesa del suo Stato sulle Guardie rosse e su parte delle truppe e delle divisioni del vecchio esercito.
La Guardia rossa era stata costruita in funzione della politica del partito bolscevico basata sull’armamento del proletariato e la materializzazione della presa del potere. Composta dagli operai che si armavano e si addestravano nelle fabbriche e nei quartieri della periferia e con i soldati che rompevano con le truppe regolari. Il tentativo di colpo di stato di Kornilov fu usato dai rivoluzionari per espanderla, come forza di resistenza ai golpisti, legalizzarla di fronte al Soviet e al governo provvisorio, armarla e addestrarla. A Pietrogrado c'erano 4.000 combattenti, comandati da Antonov-Ovseenko, e a Mosca 3.000, guidati da Gregory Frunze [7], coordinati da Aleksandr Gavrilovici Schliapnikov [8].
«L'Armata Rossa poteva nascere solo su una nuova base sociale e psicologica. La passività, lo spirito gregario e la sottomissione si trasformarono, nelle nuove generazioni, in audacia e culto della tecnica» [10].
La conferenza del partito bolscevico del 19 dicembre 1917 votò per la fondazione dell'Armata Rossa dei lavoratori e dei contadini. Successivamente, il Consiglio dei commissari sovietici approvò questa risoluzione. Il 18 gennaio 1918 e il 22 febbraio la Pravda pubblicò un proclama dal titolo «La patria socialista è in pericolo», punto di partenza per la campagna di reclutamento [10].

Un esercito senza ranghi
«L'Armata Rossa è stata costruita dall'alto, secondo i principi della dittatura della classe operaia. L'organo di comando fu selezionato e verificato dagli organi del potere sovietico e del Partito comunista» [11].
L'Armata Rossa non aveva una gerarchia di ufficiali o posizioni come luogotenenti o marescialli; Lenin e Trotsky credevano che il comando sarebbe stato consolidato, soprattutto, dalla fiducia dei soldati nei loro comandanti e sarebbe stato garantito dalla conoscenza, dal talento, dal carattere e dall'esperienza. Per Trotsky, le «stelle» non conferivano né talento né autorità ai leader. «La nomina di comandanti per le loro virtù personali è possibile solo se la critica e l'iniziativa si manifestano liberamente in un esercito posto sotto il controllo dell'opinione pubblica. Una disciplina rigorosa può benissimo accogliere una democrazia ampia e trovare supporto in essa» [12].

Controversie teoriche e politiche per la costruzione del nuovo esercito
Poiché non poteva smettere di essere un problema controverso, e la discussione non era ciò che mancava alla costruzione di questo esercito rivoluzionario, in tutti i suoi aspetti, il potere sovietico affrontò la questione militare attraverso grandi dibattiti. «Il problema dell'organizzazione dell'Armata Rossa era un problema del tutto nuovo, non era mai stato sollevato prima, nemmeno a livello teorico» [13].
Trotsky sostenne un esercito centralizzato, la coscrizione obbligatoria, l'uso di ufficiali zaristi e la formazione del commissariato politico. Per ristabilire la disciplina militare, represse severamente la diserzione e il tradimento. Spiegò che le forze armate non potevano essere centralizzate e dirette con comitati eletti dai soldati nel bel mezzo di una guerra civile imperialista, e pose fine alla guerriglia come strategia militare, pur continuando a usarla come tattica.
«La capacità bellica di un esercito richiede soprattutto l'esistenza di un apparato di gestione regolare e centralizzato» [14]. Diversamente da come credeva che dovesse avvenire nell'insurrezione, dove il decentramento delle azioni era fondamentale [15].
Contro le sue posizioni si formò l'«opposizione militare», che difese il principio elettorale del comando; contro l'incorporazione di specialisti zaristi; contro l'introduzione della disciplina ferrea e la centralizzazione dell'esercito. Questa «opposizione» era composta da Bukharin, Pyatakov e Bubnov, con importanti alleati come I.N. Smirnov. Bukharin pubblicò le sue polemiche contro Trotsky nella Pravda, anche durante la guerra civile.
Un'altra fonte di divergenza con le posizioni e gli orientamenti di Trotsky era il comando della X Armata, comandata da Vorosilov, che aveva il sostegno esplicito di Stalin, che si rifiutava di seguire gli orientamenti del comando centrale. Trotsky propose la rimozione di Stalin e mandò Vorosilov di fronte a un tribunale rivoluzionario. Sverdlov fece da mediatore nella crisi che si verificò nella leadership bolscevica e Vorosilov fu trasferito in Ucraina e Stalin al Consiglio di guerra della Repubblica. Trotsky: «Ritengo che il trattamento favorevole che Stalin dà a queste persone sia un tumore pericoloso, peggiore di qualsiasi tradimento di specialisti militari ...» [16].
La creazione di un esercito centralizzato costituì oggetto di grandi polemiche; la tradizione rivoluzionaria, fin dalla Prima Internazionale, era la difesa della sostituzione degli eserciti permanenti con l'armamento generale del popolo e l'elezione dei loro comandanti. L’'«opposizione militare» considerava l'esercito centralizzato come la configurazione di un esercito di tipo imperialista e difendeva la strategia della guerra di movimento, con piccole unità indipendenti che attaccavano liberamente le retrovie nemiche.
Trotsky spiegò: «Se i pericoli che ci minacciano fossero limitati al pericolo della controrivoluzione interna, in genere non avremmo bisogno di un esercito. Gli operai delle fabbriche di Pietrogrado e di Mosca potrebbero creare in qualsiasi momento distaccamenti di combattimento sufficienti per schiacciare, prima della loro nascita, qualsiasi tentativo di insurrezione armata che avesse lo scopo di ridare potere alla borghesia. I nostri nemici interni sono troppo insignificanti e pietosi perché sia necessario creare un apparato militare perfetto, su basi scientifiche, nella lotta contro di loro e mobilitare l'intera forza armata del popolo. Se ora abbiamo bisogno di questa forza, è proprio perché il regime e il Paese sovietico sono seriamente minacciati dall'esterno (...) Non c'è altro modo per proteggere e difendere il regime sovietico che la resistenza diretta ed energica contro il capitale straniero, che si impegna, contro il nostro Paese, esclusivamente perché è governato da operai e contadini» [17].
«L'URSS paga a caro prezzo la sua difesa perché è troppo povera per avere un esercito territoriale che risulterebbe troppo scadente» [18].
La necessità di questa centralizzazione fu dimostrata quando la Repubblica Sovietica dovette affrontare un assedio lungo un fronte di ottomila chilometri. Nemmeno un potente esercito potrebbe combattere su tutti i fronti. Mobilitare l'Armata Rossa, sulla linea interna, passando da un fronte all'altro, fu la strategia migliore. Per questo, le operazioni dovevano essere pianificate e le risorse controllate. Il principale organizzatore di questa operazione militare fu E.M. Sklianki, definito da Trotsky «il Carnot della rivoluzione russa» [19].
Ma senza dubbio la questione più controversa fu il lavoro con gli ufficiali militari specializzati e gli ex zaristi. Per Trotsky, nonostante fosse una questione pratica, non una questione di principio, era essenziale. Lo stesso Lenin inizialmente aveva dei dubbi su questa proposta, ma in seguito vi aderì pienamente, affermando che Trotsky costruì il comunismo «con i resti dell'edificio distrutto del vecchio ordine borghese» [20].
A coloro che continuarono ad opporsi a questa politica, Trotsky rispose: «Così come l'industria richiede ingegneri, come l'agricoltura richiede agronomi qualificati, anche gli specialisti militari sono indispensabili per la difesa» [21].
Siccome c'era davvero il rischio di tradimenti e diserzioni, insieme a ciascuno di questi ufficiali fu nominato un «Commissario politico», che confermava agli operai, ai contadini e ai soldati gli ordini da eseguire e non le macchinazioni controrivoluzionarie. Trotsky ordinò anche che i parenti di questi ufficiali fossero tenuti in ostaggio, poiché in caso di tradimento l'intera famiglia sarebbe stata punita; alcuni effettivamente tradirono e furono fucilati.

Le purghe staliniste
L'Armata Rossa fu costituita sulla base della democrazia operaia della Dittatura del proletariato; per questo le polemiche militari continuarono anche dopo la vittoria nella guerra civile. Frunze e, più tardi, Tukhachevski, i più importanti comandanti dell'Armata Rossa, elaborarono la «dottrina militare proletaria», difendendo la «guerra offensiva e altamente mobile», sulla base della teoria che la «rivoluzione viene dall'esterno». Tukhachevski era considerato il più grande stratega di carri armati del suo tempo, il «meccanico dell'Armata Rossa». Per Trotsky, era in grado di valutare «una situazione militare da tutti i punti di vista» (...) «sebbene [fosse] un po' avventuriero».
Trotsky si oppose a questa teoria: «La guerra si basa su molte scienze, ma non costituisce una scienza in sé, è un'arte pratica, un mestiere (...) un'arte selvaggia e sanguinaria» (...) «Solo il traditore rinuncia all'attacco, (e) solo un idiota riduce qualsiasi strategia all’attacco» [22]. Egli aveva assimilato i vantaggi tattici della difesa uniti alla necessità di ardite azioni offensive.
Con il dominio dello Stato sovietico da parte della burocrazia stalinista, l'esercito rivoluzionario finì. Stalin, come fece con il partito, decapitò il comando dell'esercito di alcuni dei suoi più competenti comandanti, sacrificando gli interessi della difesa sovietica sull'altare dell'autodifesa della burocrazia dominante. Più di 30.000 ufficiali furono licenziati, imprigionati, inviati nei gulag e fucilati. Questo costò ai sovietici più di 13 milioni di morti nella Seconda guerra mondiale.
Frunze, che nel gennaio 1925 sostituì Trotsky nel Commissariato del popolo per la guerra, morì in ottobre, all'età di 40 anni, in modo sospetto, durante un intervento chirurgico.
Tukhachevski, che sarebbe stato il naturale sostituto di Frunze, fu falsamente denunciato da Radek come spia tedesca, processato nelle epurazioni del 1937 e fucilato. Budyonny e Vorosilov [23] sfuggirono alle «purghe» e si unirono a Stalin. Fallirono in modo clamoroso durante la seconda guerra: il primo in Ucraina, si arrese a Kiev dove più di 65.000 soldati finirono in prigione, il secondo fu sconfitto nel Caucaso.
Lo stalinismo ristabilì i ranghi, compreso quello del maresciallo nel 1935. «Il ristabilimento della casta degli ufficiali, diciotto anni dopo la sua soppressione rivoluzionaria, certifica con uguale forza il divario che si è aperto tra i dirigenti e la base, e che l'esercito ha perso le qualità essenziali che gli hanno permesso di essere chiamato l'Armata rossa» [24].
Innegabilmente, Trotsky fu il costruttore dell'Armata rossa che garantì l’esistenza del governo sovietico. I suoi insegnamenti nell'arte dell'insurrezione e della guerra sono inestimabili e validi per essere studiati da tutti coloro che vedono ancora la necessità della presa del potere da parte della classe operaia e dell'istituzione di uno Stato guidato dai lavoratori attraverso i loro consigli.

Note
[1] SERGE, Victor. El Año I de la Revolución Rusa. La Revolución Rusa, Editora Boitempo, p. 265.
[2] Ídem, p. 252.
[3] CARR. E. H. Historia de la Rusia Soviética. La Revolución Bolchevique, vol. 3, p. 95.
[4] DEUTSCHER, Isaac. Trotsky, El Profeta Armado. Civilização Brasiliense, p. 447.
[5] NELSON, Harold Walter. León Trotsky y el arte de la insurrección, 1905-1917.
[6] DEUTSCHER, Isaac. Trotsky, El Profeta Armado. Civilização Brasiliense, p. 473.
[7] Ídem, p. 432.
[8] NELSON, Harold Walter, op.cit.
[9] TROTSKY, León. La revolución traicionada. El Ejército Rojo y su doctrina. Ed. Sundermann, p. 191.
[10] CARR, E. H. Historia de la Rusia Soviética. La Revolución Bolchevique, vol. 3, p. 76
[11] TROTSKY, León. Cómo se armó la revolución. El camino del Ejército Rojo. 
https://www.marxists.org/espanol/trotsky/em/rev-arm/volumen1-1918.pdf
[12] TROTSKY, León. La revolución traicionada. El Ejército Rojo y su doctrina. Ed. Sundermann, p. 149.
[13] Informe del CC al VIII Congreso del Partido Bolchevique, marzo de 1919.
[14] TROTSKY, León. Comunismo y Terrorismo.
[15] TROTSKY, León. Los problemas de la guerra civil.
[16] TROTSKY, León. Mi Vida, Ed. Pluma, p. 346.
[17] TROTSKY, León. Cómo se armó la revolución. El Ejército Rojo, 
https://www.marxists.org/espanol/trotsky/em/rev-arm/volumen1-1918.pdf
[18] TROTSKY, León. La revolución traicionada. Ed. Sundermann, p. 201.
[19] Giacobino, uno degli organizzatori della difesa della Francia contro l’alleanza degli Stati europei.
[20] DEUTSCHER, Isaac. Trotsky, El Profeta Armado, p. 457.
[21] Ídem, p. 434.
[22] Ídem, p. 515.
[23] Totalmente sottomesso a Stalin nonostante il suo coraggio personale, con "una totale mancanza di talento militare e amministrativo e una visione completamente ristretta e provinciale".
[24] TROTSKY, León. La revolución traicionada. El Ejército Rojo y su doctrina. Ed. Sundermann, p. 149.

[traduzione dallo spagnolo a cura di Salvatore de Lorenzo]

martedì 10 novembre 2020

Voci d'autunno


Luciano Granieri

Mai come in questo buio periodo condizionato dalla pandemia la natura si dimostra   beffarda verso un’umanità che crede di essere onnipotente. I “sapiens” si stanno dimostrando “deficens”, ma non se ne accorgono, o non se ne vogliono accorgere.

 Fatto sta che la smania di sfruttamento e messa a valore monetario  di ogni singolo elemento, come ad esempio  il  semplice diritto alla vita, ha modificato in modo significativo molti aspetti delle dinamiche naturali, biologiche, fisiche, del nostro vivere. Il tutto producendo effetti nocivi, del tutto collaterali per  la natura, ma assolutamente devastanti per il genere umano. 

Ci avete fatto caso come il normale susseguirsi delle stagioni si è fatto beffe di noi regalandoci, in quest’anno di reclusione da virus, una primavera straordinariamente carica di colori  rigogliosi e profumi  inebrianti. Uno scenario incomparabile che noi sapiens, assediati dalla pandemia,  abbiamo dovuto semplicemente rimirare da casa, per chi la casa ce l’ha.  

E avete notato come, dopo un’estate  malsana, caldissima, vissuta a sudarci addosso credendoci liberi dal Covid, ci ritroviamo con la concreta prospettiva di rimanere ancora rinchiusi,  condannati a rimirare dalla  finestra  i colori di un autunno sorprendentemente affascinante.  Mai come quest’anno il motto “non ci sono più le mezze stagioni” è stato contraddetto.  Ci sono le mezze stagioni, e che mezze stagioni! Ma a noi non è dato viverle

Il video che segue raccoglie scampoli di  questo autunno  rubati, prima di una possibile clausura,  qua e là fra Frosinone, Roma e Trisulti.  Mi sono attrezzato in modo da rivivere, anche se dentro uno schermo, schegge di emozioni e suggestioni estorte  ad una natura vendicativa. 

Le voci sono di Maria Pia De Vito nel brano “The Lee Shore”, e di  Mairead Ni Mhaonaigh, cantante degli “Altan”, nel brano “Amhrán Pheadair Bhreathnaigh”. Ne è nato un  particolare  connubio, fra jazz e musica celtica, una contaminazione strana ma affascinante così come questo autunno che ci tocca rimirare dal buco della serratura.