Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

venerdì 22 gennaio 2021

1921 – 2021, a cento anni dalla nascita del Pcd'I Un partito per la conquista del potere operaio

 

di Francesco Ricci




Cento anni fa, in gennaio, si svolgeva nel teatro Goldoni a Livorno il 17° Congresso del Partito socialista italiano.
Nei palchi di destra sedevano i delegati dell'ala guidata da Filippo Turati, sostenitori di posizioni revisioniste che vedevano il socialismo come un orizzonte storico, non attuale, da realizzarsi attraverso una lenta marcia di conquista elettorale dello Stato borghese, che passava se possibile per un un sostegno ai governi borghesi. Per Turati l'Internazionale comunista, costituitasi nel 1919 sulle fondamenta del bolscevismo, era solo «un miraggio» destinato a un rapido fallimento.
Nei palchi opposti del teatro, a sinistra, stavano i delegati della Frazione comunista capeggiata da Amadeo Bordiga.
Nella platea di mezzo, la maggioranza del Psi, i «massimalisti» guidati da Giacinto M. Serrati e Costantino Lazzari: come la Frazione comunista sostenitori dell'Internazionale comunista e del suo programma di dittatura del proletariato; ma, a differenza della Frazione, intenzionati a mantenere il Psi unito e dunque a non applicare una delle famose «21 condizioni» per essere ammessi nell'Internazionale guidata da Lenin e Trotsky.
Le tre anime del partito si erano spartite i voti dei militanti nei congressi locali. Ai «comunisti unitari» (così si chiamava il centro di Serrati) erano andati 98.028 voti, la maggioranza. La Frazione diretta da Bordiga aveva raccolto 58.783 voti. I restanti 14.495 voti erano andati ai riformisti di Turati.

I comunisti organizzati da Bordiga
La Frazione comunista di Bordiga si era costituita nei mesi precedenti in una serie di assemblee e col Convegno tenuto a Imola alla fine di novembre del 1920, in una Camera del lavoro difesa da eventuali attacchi fascisti da giovani operai armati.
A Imola la Frazione si era dotata di una piattaforma programmatica e di una direzione che raccoglieva settori di diversa provenienza: la componente guidata da Bordiga, da tempo dotata di una propria struttura organizzata attorno alla rivista Il Soviet; poi un corposo settore di «massimalisti» di sinistra; quindi i cosiddetti «milanesi» (in quanto maggioritari nella Federazione lombarda) guidati da Fortichiari, con posizioni simili a quelle di Bordiga ma, a differenza di quest'ultimo, non astensionisti; infine il gruppo torinese guidato da Gramsci che editava l'Ordine Nuovo, e che apporterà al Congresso solo una piccola parte di quei 58 mila e rotti voti della Frazione: circa 4500.
La Frazione sosteneva l'applicazione delle 21 condizioni della Terza Internazionale e dunque voleva la rottura coi riformisti del Psi. Questo era però solo uno dei motivi di contrapposizione alla maggioranza di Serrati, che chiedeva all'Internazionale una applicazione «flessibile» delle 21 condizioni, intesa come un mantenimento del Psi unito, riformisti inclusi. Al fondo della costituzione della Frazione c'era soprattutto un bilancio giustamente impietoso del ruolo svolto dal Psi nel «biennio rosso» del 1919-1920, quando grandi lotte rivoluzionarie avevano infiammato le fabbriche e le campagne del Paese con lo slogan «fare come in Russia».
Il bilancio del «biennio rosso» che veniva condiviso dai partecipanti al Convegno di Imola era lo stesso fatto nell'Internazionale e che è perfettamente riassunto nelle parole pronunciate (un anno dopo) da Trotsky: «(...) Nel settembre del 1920 la classe operaia italiana aveva assunto il controllo dello Stato, della società, delle fabbriche, degli impianti, delle imprese. Che cosa mancava? Mancava un’inezia, mancava un partito che, poggiando sul proletariato rivoluzionario, ingaggiasse una lotta aperta con la borghesia per distruggere i residui delle forze materiali ancora nelle mani di quest’ultima, prendere il potere e arrivare alla vittoria della classe operaia. In realtà, la classe operaia aveva conquistato, o virtualmente conquistato il potere, ma non c'era alcuna organizzazione capace di consolidare definitivamente la vittoria e così la classe operaia venne ricacciata indietro».(1)

La necessità di un partito rivoluzionario
Nel 1920-1921 non erano certo mancate in Italia lotte rivoluzionarie, culminate col grandioso movimento di occupazione delle fabbriche del settembre 1920, a cui fa riferimento Trotsky nella citazione riportata qui sopra. Ciò che era mancato era un partito rivoluzionario in grado di portare queste lotte alla loro logica conclusione: la rottura rivoluzionaria dello Stato borghese, la conquista del potere e l'instaurazione, anche in Italia, come già avevano fatto i bolscevichi in Russia nell'Ottobre 1917, di una dittatura del proletariato, cioè di un dominio dei lavoratori, primo passo nella costruzione di una società liberata dallo sfruttamento, dal lavoro salariato e, in prospettiva, dall'esistenza delle classi.
Questo era l'obiettivo del nuovo partito: un obiettivo incompatibile con la coabitazione coi riformisti di Turati; un obiettivo che non poteva realizzarsi senza una correzione delle oscillazioni centriste di Serrati che avevano paralizzato il Psi a un passo dalla conquista del potere.
Per questo, il 21 gennaio del 1921, i delegati della Frazione comunista guidati da Bordiga, al canto dell'Internazionale, lasciarono il teatro Goldoni per andare a celebrare nel teatro San Marco, un chilometro più in là, la fondazione del Partito comunista d'Italia, sezione dell'Internazionale comunista.

Al teatro San Marco
Il San Marco era un teatro in disuso, per anni era servito come deposito di munizioni. Pioveva dal tetto costringendo i delegati a coprirsi con gli ombrelli.
Il Congresso di fondazione fu breve. Si trattava di votare i principi statutari e la direzione. In essa erano largamente maggioritari i bordighisti o i settori più vicini a Bordiga, come i «milanesi». Le posizioni di Bordiga erano peraltro condivise anche dai settori provenienti dal massimalismo di sinistra. Quanto all'Ordine Nuovo, di Gramsci, si discostava dal bordighismo solo per la non condivisione dell'astensionismo e per l'originale elaborazione teorica e pratica dei Consigli di fabbrica, che aveva ricevuto l'apprezzamento di Lenin.

Il nuovo partito
Nella ricostruzione storiografica fatta dallo stalinismo fin dagli anni Trenta, a Livorno sarebbe nato il «partito di Gramsci e Togliatti». Ma, a parte i numeri minoritari del gruppo dell'Ordine Nuovo, in realtà Togliatti non era nemmeno presente a Livorno e Gramsci c'era ma non intervenne. Nell'Esecutivo di cinque membri eletto al San Marco c'erano, a fianco di Bordiga, dirigenti politicamente a lui molto vicini: Grieco, Repossi e Fortichiari; per l'Ordine Nuovo c'era Terracini, che tuttavia era, di questo gruppo, il più vicino alle posizioni di Bordiga.
Il nuovo partito aveva una forte composizione operaia (oltre il 90% dei militanti) e per questo aveva le sue roccaforti nel nord operaio: a Torino e in Piemonte (dove erano circa un quarto dei militanti), a Milano, Genova, Emilia (dalla Toscana in giù i numeri si abbassavano). Ed era un partito guidato e composto da giovani: la quasi totalità dell'organizzazione giovanile del Psi aveva seguito gli scissionisti.

Il contesto in cui nasce il Pcd'I
Il contesto in cui nasceva il Pcd'I era segnato da sei elementi che possiamo qui solo elencare: primo, la fine recente della guerra imperialista; secondo, la vittoria dei bolscevichi in Russia; terzo, il soffocamento ad opera dei riformisti della rivoluzione del 1918-1919 in Germania, guidata da Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht (assassinati dal governo borghese «di sinistra» che avevano cercato di rovesciare); quarto, la costituzione nel marzo 1919 dell'Internazionale comunista e di sue sezioni nei diversi Paesi, in rottura (con scissioni spesso maggioritarie) delle sezioni della Seconda Internazionale che aveva capitolato ai governi borghesi allo scoppio della guerra; quinto, il fallimento della rivoluzione italiana nel «biennio rosso»; sesto, l'inizio del «biennio nero» in cui si affermava il movimento fascista di Mussolini, che iniziava ad attaccare con una violenza organizzata le organizzazioni del movimento operaio.

Una scissione minoritaria
Come si è visto dai numeri, la scissione avveniva in Italia (a differenza ad esempio di quella francese di Tours dell'anno prima) come rottura minoritaria, per quanto di una minoranza consistente.
La maggioranza dei militanti restava nel Psi. Un Psi che, ricordiamolo, non era su posizioni riformiste. Al di là delle oscillazioni centriste del suo gruppo dirigente, e delle conseguenti esitazioni in momenti cruciali, il Psi era un partito maggioritariamente composto da comunisti che si riconoscevano nell'Ottobre, nel programma della dittatura del proletariato e nell'Internazionale di Lenin e Trotsky. All'Internazionale il Psi aveva aderito e ne verrà espulso solo al III Congresso, nell'estate seguente ai congressi di Livorno, quando verrà riconosciuto il Pcd'I come sezione. Ma anche una volta espulso, all'Internazionale continuerà a rivolgersi, partecipando come invitato al successivo Congresso internazionale del 1922, quando finalmente Serrati si decise a rompere coi turatiani (che costituiranno un altro partito: il Ps unitario con Matteotti segretario).
Da parte sua, il gruppo dirigente dell'Internazionale non aveva rinunciato a cercare di guadagnare la maggioranza del Psi, appunto perché non voleva rinunciare a quella fetta larga di lavoratori che continuavano a restare nelle sue file. Come dimostrano alcuni numeri: al Congresso della Cgl del febbraio 1921, le posizioni espresse dal Psi raccolsero 1,4 milioni di sostenitori, quelle del Pcd'I 430 mila; alle elezioni del maggio 1921 i comunisti raccolsero 300 mila voti, contro il milione e 600 mila del Psi.
Gli sforzi dell'Internazionale per recuperare la parte migliore del Psi avranno esito positivo alla fine del 1923, quando Serrati (2), rimasto in minoranza nel Psi (ora diretto da Nenni), deciderà infine di uscire dal partito per fondersi, nel 1924, con il Pcd'I insieme ai «terzini».

Un partito ammalato di settarismo
Dunque il Pcd'I nacque come partito diretto da Bordiga. E questo comportò, come ebbe a dire in varie occasioni Trotsky, che la tattica del partito era ammalata di «tutte le malattie infantili» del comunismo. Cioè imbevuta di quelle posizioni contro cui Lenin e Trotsky diedero battaglia nei primi congressi dell'Internazionale. In sintesi: una concezione «illuminista» (la definizione è sempre di Trotsky), la convinzione cioè che fosse sufficiente proclamare le verità del comunismo, rifiutando ogni tattica per guadagnare a queste verità ampi settori del proletariato. Il tutto combinato con una forte impronta che nella Seconda Internazionale aveva accomunato, seppure con orizzonti opposti, riformisti e rivoluzionari: una concezione meccanicistica del marxismo, un oggettivismo anti-dialettico, positivista, che riduceva il marxismo a un dogma (da abbandonare per i riformisti, da contemplare per i rivoluzionari). Fu appunto Bordiga a parlare di «invarianza del marxismo» trasformandolo così da «guida per l'azione» (Lenin) in un insieme di «leggi» da applicare, una «filosofia della storia», ancella di un socialismo «inevitabile» in una Storia con la «s» maiuscola che, all'opposto di quanto teorizzato da Marx, si fa da sé determinando in senso meccanico l'azione delle classi.
Su queste basi si comprende il rifiuto bordighista di utilizzare un programma di tipo transitorio (rifiuto delle parole d'ordine democratiche) per guadagnare ampi settori proletari, l'anti-parlamentarismo, l'incomprensione della tattica di «fronte unico» per la distruzione politica del riformismo, eccetera.

Perché rivendichiamo la scissione di Livorno
La stampa borghese ha iniziato in queste settimane a dedicare pagine intere ai cento anni della scissione di Livorno. Gli argomenti sono riassunti dall'immancabile libro di Ezio Mauro, ex direttore di Repubblica che da qualche tempo si è riscoperto storico del comunismo (alla sua penna dobbiamo, si fa per dire, anche un libro sui cento anni dell'Ottobre 1917, raro concentrato di banalità). Il titolo del nuovo libro di Mauro è tutto un programma: «La dannazione. 1921, la sinistra divisa all'alba del fascismo». Tutti i quotidiani borghesi stanno pubblicando articoli imperniati su questo stesso canovaccio: «la scissione fu il peccato originale della "sinistra" italiana che aprì le porte al fascismo; fu un atto sciagurato, ispirato dal bolscevismo; a Livorno la ragione stava dalla parte di Turati».
Partendo da un punto di vista opposto a quello di Mauro (quello del proletariato), il nostro giudizio è evidentemente ben diverso. La scissione di Livorno fu un atto necessario per dotare la classe operaia italiana del partito che era mancato nel «biennio rosso». Certo, il partito che nacque a Livorno nacque da una scissione minoritaria e, certo, aveva molte deviazioni settarie. Ma è bene ricordare almeno quattro cose a questi «storici» che deformano la storia per asservirla, guarda caso, agli interessi dei padroni che li stipendiano.
Primo, come ripeteva Lenin, la scissione fu minoritaria principalmente per l'errore (corretto tardivamente) di Serrati di voler rimanere nello stesso partito coi riformisti di Turati da cui invece, giustamente, Bordiga e l'Internazionale si separarono.
Secondo, attribuire alle deviazioni settarie di Bordiga l'onda nera fascista, significa non comprendere cosa fu il fascismo: prodotto del combinarsi della crisi del capitalismo e della radicalizzazione a destra di una piccola-borghesia inferocita, sullo sfondo della sconfitta del «biennio rosso» e con un proletariato che non aveva potuto (proprio per il tradimento dei riformisti) egemonizzare questa semi-classe, sottraendola all'egemonia della grande borghesia.
Terzo, ciò che impedì una evoluzione positiva del nuovo partito (liberandolo dal settarismo) fu il combinarsi della repressione fascista e dell'affermarsi nella metà degli anni Venti nell'Internazionale dello stalinismo e della sua linea di collaborazione di classe con la borghesia. Stalinismo che negli anni Trenta uccise decine dei migliori quadri rivoluzionari, anche italiani, accusandoli di presunti complotti «trotsko-bordighisti al servizio dei fascisti». Tra i fondatori del Pcd'I colpiti dalla repressione stalinista che soffocò il partito, lasciando la classe operaia priva di una direzione anche nella successiva ondata rivoluzionaria del 1943-1948, ricordiamo qui almeno i nomi di Pietro Tresso (fondatore del trotskismo italiano, fatto uccidere da Togliatti in Francia durante la Resistenza), Antonio Gramsci (di fatto espulso dal partito e lasciato morire nel carcere fascista, in quanto in dissenso con la linea di Togliatti e Stalin) e Amadeo Bordiga (espulso dal partito nel 1930 per essersi schierato a difesa di Trotsky e della rivoluzione internazionale).
Quarto, giova ricordare, a chi fa ricadere sulla scissione le responsabilità del Ventennio fascista, che furono gli scissionisti del 1921 i principali oppositori del regime mussoliniano e coloro che, anche col sacrificio della vita, lo rovesciarono poi con la Resistenza. A disarmarli e a fermarli a metà dell'opera pensò invece quel Togliatti, braccio destro di Stalin, che tradì anche questa rivoluzione e con essa la scissione di Livorno: e lo fece appunto riportando nel movimento operaio la collaborazione di classe e di governo con la borghesia che già aveva predicato e praticato Turati. Quel Turati che oggi ci vorrebbero indicare come il più «realista» tra i protagonisti di Livorno, colui che avrebbe compreso, a differenza dei comunisti, l'impossibilità di fare rivoluzioni.
In conclusione, l'eredità di quei giovani operai rivoluzionari che nel gennaio 1921 fondarono il Pcd'I appartiene ai lavoratori e ai giovani che oggi, cento anni dopo, portano avanti la stessa lotta, l'unica davvero realistica se non si vuole che l'umanità resti prigioniera della barbarie di questo sistema: costruire un partito rivoluzionario per rovesciare il capitalismo.
È questa una eredità che sapremo difendere dal fango della borghesia e dei suoi pennivendoli.

Note
(1) L. Trotsky, "Settembre 1920: la rivoluzione mancata" in Scritti sull'Italia (Massari editore, 1990). Per un approfondimento sul tema del «biennio rosso» rimandiamo all'eccellente "Il Biennio rosso (1919-1920): la rivoluzione italiana tradita dai riformisti" di Salvo de Lorenzo, su Trotskismo oggi n. 16.
(2) Alla fusione col Pcd'I non partecipò Lazzari, che restò nel Psi. Serrati morirà nel 1927, dopo aver partecipato al Congresso di Lione del Pcd'I in cui Gramsci guadagnò, anche col suo sostegno, e con misure non democratiche, una ampia maggioranza contro le tesi di Bordiga. Su Gramsci rimandiamo al nostro "Gramsci tradito. Ottant'anni di falsificazioni di stalinisti, riformisti e liberali"

giovedì 14 gennaio 2021

Appello alle forze antifasciste della città di Frosinone

 

Appello alle forze democratiche e progressiste della città di Frosinone

“Difendiamo e rilanciamo le ragioni e i valori della nostra cultura democratica e civile"

La preoccupante e triste vicenda del post offensivo nei confronti della Shoah, condiviso sui social da un consigliere comunale dell'amministrazione Ottaviani, giunta addirittura agli onori della cronaca nazionale, fortunatamente si è conclusa con l’ammissione di colpa e le pubbliche scuse dello stesso consigliere, rese note sia sulla stampa sia durante l'ultimo consiglio comunale. Scuse dovute e formali che tuttavia non dipanano i nostri dubbi circa la sincera coscienza democratica e antifascista di questa amministrazione. L’altro fatto positivo è che nei giorni scorsi si era registrata anche la ferma condanna del gesto da parte di tutto il mondo politico locale, senza distinzione di colore politico. Tuttavia, oltre alla “distrazione personale” del consigliere, dobbiamo riflettere sul fatto che nel nostro Paese, di recente, stiamo assistendo un po' troppo spesso a “distrazioni” clamorose, anche da parte di esponenti politici di calibro nazionale, basti ricordare le dichiarazioni dell'ex ministro dell'Interno Salvini che, a un certo punto, durante il suo mandato ha chiesto, con disinvoltura, i “pieni poteri", rievocando una stagione storica e politica che ha tragicamente segnato il recente passato del nostro Paese.

Se la destra italiana non brilla in quanto a conoscenza del nostro recente passato, incappando spesso in dichiarazioni dai toni a dir poco reazionari e antistorici, il campo “democratico e progressista” non può certo sorridere, dato che con il recente referendum sul taglio dei parlamentari sembra aver sposato in pieno e acriticamente le tesi pericolose della peggiore antipolitica in salsa populista, per un mero e opportunistico calcolo politico. Tesi subdolamente mascherate da istanze di progresso a favore del popolo e forse per questo anche più pericolose di quelle esplicite e anacronistiche della rozza destra sovranista. Proprio perché nulla in politica è mai frutto solo dell'azione dei singoli ma di un preciso clima culturale e politico, che nel nostro caso è caratterizzato da pericolose tendenze neo- autoritarie, è importante non sottovalutare nessuno di questi preoccupanti segnali.

Per questi motivi abbiamo deciso di rivolgere un appello a tutti i soggetti, del mondo politico e associativo, rappresentativi del campo democratico e progressista della nostra città e che si riconoscono nei valori democratici della nostra Costituzione: manteniamo alta l‘attenzione sullo stato di salute della democrazia nella nostra comunità territoriale e nel nostro Paese. Il modo migliore per proteggere e rilanciare la cultura democratica che caratterizza la nostra Repubblica è quello di riscoprire e mantenere in vita le ragioni profonde e i valori che sono alla base del nostro ordinamento democratico e civile. I partiti e la politica in generale che hanno avuto un ruolo storico determinante nel coinvolgere le masse popolari alla partecipazione attiva alla vita politica e civile del nostro Paese, non possono restare indifferenti a questi preoccupanti segnali, che rischiano di accelerare una clamorosa regressione della cultura democratica e civile del nostro Paese, purtroppo già in atto.



giovedì 7 gennaio 2021

Vaccini ed economia criminale. Nulla sarà come prima. Sarà peggio

 Luciano Granieri


Siamo entrati in una seconda fase dell’era pandemica, quella in cui hanno conquistato la scena i vaccini. Una fase che, secondo molti, mostra  la visione della
 luce in fondo al tunnel. Ma la domanda è sempre la stessa: la presunta uscita dalla galleria  sarà per tutti? A ben riflettere, anche in questa seconda fase persiste la convinzione che sia privilegiata la tutela del profitto rispetto alla salvaguardia della salute. Proviamo a riassumere:

Una macchina senza ruote.

I  vaccini  ad oggi disponibili sono quello della Pfizer e di Moderna, che appena ieri ha ricevuto l’autorizzazione  dall’Agenzia Europea per il Farmaco. Per il preparato della Pfizer, con grande effetto mediatico,  è iniziata la distribuzione e la  somministrazione. 

Ma con l'intento di  realizzare un significativo risparmio sui costi di produzione la multinazionale americana ha confezionato  il medicinale  senza procedere alla sua diluizione. Ciò comporta tutte quelle complicazioni già note, come l’organizzazione di  una catena del freddo per  assicurare trasporto e conservazione a -70°,  la necessita della sostanza diluente, tempi ristretti di somministrazione con l’impiego di due siringhe diverse, una per diluire il vaccino, l’altra per  inocularlo. Al fine di evitare errori nell’estrazione della dose, sarebbero necessari due operatori, uno addetto alla diluizione l’altro alla somministrazione. Alcune presidi però,  per risparmiare tempo, affidano entrambe le operazioni ad un operatore, correndo il rischio di commettere errori.

Cioè la Pfizer fornisce la macchina ma  non le ruote per farla andare. A questo  ci devono pensare altri. Eppure non è che il risparmio dei costi di produzione si sia riversato  sull’importo di vendita.  Anzi, la multinazionale americana pare abbia richiesto ai Paesi clienti di rinegoziare il prezzo troppo basso perché concordato in un periodo in cui  i vari Stati avevano pianificato forniture anche  da altre case farmaceutiche  oggi in ritardo.  Della serie : “Se volete altre dosi a compensazione di ciò che vi manca le dovete pagare di più”. Ovviamente il titolo Pfizer sta volando in borsa.

Per pochi e non per tutti .

In merito alla diffusione dei vaccini  si calcola  che due terzi della popolazione mondiale non ne potrà usufruire. I paesi più poveri rischiano di rimanere senza fino al 2024 per le ferree regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, emanate ad uso e consumo delle multinazionali.

 Le case farmaceutiche non intendono rinunciare ai guadagni  di brevetto  e rifiutano di  cedere ad  aziende di altri Paesi la possibilità di produrre liberamente in proprio il vaccino contribuendo ad una diffusione più ampia. In realtà Moderna si è impegnata a rinunciare al monopolio e ad autorizzare altre case farmaceutiche a confezionare il proprio preparato, ma queste devono pagare ugualmente  i diritti di proprietà intellettuale. 

I governi di Sudafrica ed India si sono rivolti alla stessa organizzazione mondiale del commercio (Wto) proponendo di sospendere brevetti, e copyright su farmaci e vaccini necessari alla cura del Covid,  ricevendo l’assenso della metà degli Stati membri, ma ciò non basta. Per queste decisioni serve l’approvazione dei due terzi. Soprattutto  sono contrari Usa e Ue le quali ritengono che le regole del commercio internazionale siano già troppo permissive.

Vaccinatori precari

Veniamo ora agli operatori sanitari incaricati di inoculare il vaccino in Italia. Attualmente il numero di medici ed infermieri in grado di  seguire le complesse procedure di somministrazione   è assolutamente insufficiente.  Dal  16 dicembre scorso gli interessati a proporsi come vaccinatori hanno potuto inviare il proprio curriculum sul sito di Invitalia,  l’agenzia nazionale che gestisce l’assegnazione di appalti e incarichi per conto dello Stato.  

Ma la procedura di selezione e contrattualizzazione, non sarà seguita dall’ente guidato dal commissario per l’emergenza Domenico Arcuri. A regolare  e  formare il personale dedicato alla vaccinazione saranno agenzie private per il lavoro, alle quali sarà riconosciuto un compenso globale di 25 milioni. 

Antonio De Palma del sindacato infermieristico Nursing Up, in una recente intervista al quotidiano “il manifesto”, ha spiegato : “Se invece di pagare le agenzie avessero usato i soldi per pagare direttamente i vaccinatori, avremmo avuto ben 71 mila ore di  prestazioni infermieristiche in più per le Asl italiane pagate 40 euro l’ora, a disposizione, mese per mese, per vaccinare più gente possibile”. 

Ma perché rivolgersi ad agenzie private di somministrazione lavoro, sperperando 25 milioni, perdendo tempo, nell’aspettare che gli interessati rispondano al bando,  -chiuso il 29 dicembre - anziché consentire alle Asl di assumere direttamente il personale? Per il semplice motivo  che un contratto di assunzione stipulato con le aziende sanitarie è, nel peggiore dei casi, a tempo determinato, con quei pochi diritti  rimasti dopo il Jobs Act , che comunque sono meglio di niente. Quello sottoscritto con le agenzie private  è “atipico” limitato a nove mesi, può essere interrotto in qualsiasi momento, senza pagare penali e con retribuzioni sensibilmente inferiori. 

Cioè neanche in presenza di una grave emergenza sanitaria si rinuncia al precariato diffuso al risparmio  sul costo del lavoro.  Risparmio, per altro, vanificato dall’ingente somma versata alle agenzie private.

A Cuba

 Tutto questo non è altro che il risultato di un sistema economico criminale, che non recede nei suo propositi di scandalosa  e crudele accumulazione  neanche in presenza di una crisi sanitaria mondiale senza precedenti. Un sistema economico che nessun attore istituzionale e politico mondiale si sente di mettere in discussione. Un sistema che, anche per la maggior parte dei cittadini, è  ormai acquisito come un  ferreo e incontestabile postulato. Ci vuole tanto a rendere esclusivamente pubblica la sanità e la ricerca scientifica in modo che ai vaccini (ricerca-sperimentazione e diffusione) ci pensa lo Stato, cioè noi, lasciando al privato la produzione di integratori, creme di bellezza, trucco e parrucco? 

A Cuba l’hanno fatto. Hanno messo a punto un  vaccino già   a disposizione di tutti gratuitamente.  

martedì 5 gennaio 2021

Sulla legge elettorale le colpe sono tutte della maggioranza

 Alfiero Grandi (fonte "Domani"del 30/12/2020)



Paolo Mieli sul Corriere evidenzia il rischio che si arrivi ad una crisi politica del governo prima del semestre in cui il Presidente della Repubblica non potrà più sciogliere le Camere. In sostanza un incidente di percorso potrebbe costringerci a votare con la legge elettorale in vigore: il Rosatellum rimaneggiato dalla Lega. Presto entrerà in vigore il decreto del governo che ridefinisce collegi e circoscrizioni sulla base del taglio dei parlamentari, presentato come un atto dovuto, ma non è così.

Non è una “stranezza del destino” che questo decreto, che applica il taglio dei parlamentari, sia in arrivo, come scrive Mieli. La responsabilità è della maggioranza che ha rinunciato ad approvare una nuova legge elettorale, come si era impegnata a fare durante la campagna elettorale referendaria. Questo è il risultato dell'incoscienza di una maggioranza che così rischia di regalare la vittoria alle destre perchè incapace di approvare una nuova legge elettorale proporzionale, tale da aprire una dialettica anche nell'opposizione.

Governo e maggioranza sono attraversati da crescenti tensioni. Il governo tende a rinviare, mentre le destre più aggressive sono all'attacco per ottenere nuove elezioni ad ogni costo.

Le difficoltà e le incertezze su un contrasto efficace alla pandemia, a partire dai vaccini. Le decisioni da prendere a breve sulla destinazione delle imponenti risorse messe a disposizione dall'Europa per reagire alla crisi sociale ed economica. Sono tutte ragioni che spingono settori politici e sociali a puntare ad elezioni anticipate prima possibile. Renzi fa incursioni in questo contesto.

Senza una nuova legge elettorale ci troveremmo a votare con regole più maggioritarie del Rosatellum, perchè la Lega nel maggio 2019 ha ottenuto che il maggioritario fosse prevalente in modo da obbligare il centro destra ad un fronte unico e tentare di ottenere già con il 35%, o poco più, la maggioranza in parlamento.

Con questa legge elettorale, se si votasse prima del semestre bianco, il centro destra a trazione leghista potrebbe eleggere da solo il Presidente della Repubblica, ottenere una maggioranza parlamentare tale da modificare la Costituzione, con l'obiettivo di realizzare un'autonomia per le regioni sul modello di quelle a statuto speciale e il Presidenzialismo. Obiettivi scritti nel programma elettorale delle destre nel 2018.

La maggioranza aveva promesso pochi mesi fa una nuova legge elettorale per correggere almeno le peggiori storture derivanti dalla riduzione dei parlamentari, per migliorare la rappresentanza territoriale e per una rappresentanza politica proporzionale.

Questa situazione di stallo è grave e pericolosa. La maggioranza sembra non avvertire la gravità delle conseguenze del blocco della discussione parlamentare.

E' urgente l'approvazione di una nuova legge elettorale per arrivare ad un impianto proporzionale e per consentire ai cittadini di scegliere direttamente i loro rappresentanti, superando finalmente le liste bloccate dei nominati dall'alto. Le modalità per consentire agli elettori di decidere direttamente i loro rappresentanti possono essere diverse, ma al di là della modalità questo è un punto di fondo.

Mieli non resiste alla tentazione di insistere per una legge elettorale maggioritaria, discutibile sempre, ma che in questa fase taglierebbe di netto la rappresentanza di una parte del paese, che non si sentirebbe rappresentata. Eppure è evidente che il nostro paese è percorso da pulsioni antipolitiche che possono essere recuperate solo riconoscendo il valore di rappresentare il più possibile le diverse posizioni politiche e sociali, le originalità territoriali.

Il nostro paese ha bisogno di una sorta di nuova fase fondativa delle modalità con cui si prendono le decisioni, lavorando per coinvolgere nelle decisioni la grande maggioranza dei cittadini. Esattamente il contrario dell'indicazione del futuro Presidente del Consiglio nella scheda, cosa che con troppa leggerezza è stata fatta passare sotto la fattispecie di capo della coalizione, malgrado sia in evidente contrasto con la Costituzione.

Una legge elettorale maggioritaria sancirebbe l'imposizione di una parte sull'altra e questo potrebbe avvenire senza neppure avere la rappresentanza di una maggioranza dei cittadini.

Così si rischia di consegnare l'Italia alle destre per responsabilità della confusione nella maggioranza sulla legge elettorale

giovedì 31 dicembre 2020

Facciamo il 2021 migliore del 2020

 Rigenerare Frosinone

E’ ormai diventato luogo comune etichettare il 2020 come anno terribile, uno dei peggiori vissuto dall’umanità. Intendiamoci tale luogo comune ha un radicamento forte nella realtà. La malattia pandemica ha sfibrato molte donne e uomini nella salute e nella possibilità di trovare il necessario   per campare (non tutt* in verità) . Si fa dunque   molto affidamento sulle benefiche congiunture che il 2021 porterà in dote. Ma per dirla con Gianni Rodari, l’anno nuovo “avrà di certo quattro stagioni, dodici mesi, ciascuno al suo posto/ un Carnevale e un Ferragosto/ e il giorno dopo del lunedì/ sarà sempre martedì…….per il resto anche quest’anno/ sarà come gli uomini lo faranno”.

Appunto. Nonostante la grave crisi sanitaria, trasformatasi in crisi sociale, abbia indicato agli uomini di non fare ciò che è stato fatto fino alla diffusione della malattia, molti di loro, soprattutto coloro i quali hanno responsabilità governative , non solo non ne hanno tratto insegnamento, ma, da come si stanno mettendo le cose,  continueranno sulla stessa strada. Faranno il 2021 peggiore del 2020.

Sono fosche previsioni, è vero, allora vorrei provare a trovare qualcosa di positivo su come alcune  donne e  alcuni uomini hanno agito nel 2020  in presenza di una situazione drammatica senza precedenti.  Azioni  che potranno, e dovranno,    essere replicata in modo più efficace nel 2021. Diverse persone,  a seguito del morbo e della conseguente crisi economica e sociale, hanno, finalmente,  acquisito la consapevolezza che un sistema basato sulla dittatura del mercato, sulla mercificazione dei diritti inalienabili quali, tutela della salute, difesa ambientale del territorio, istruzione, lavoro - inteso come contributo alla collettività e non come sfruttamento -   non solo non assicura protezione,  ma aggrava in modo drammatico le conseguenze di una pandemia deflagrata su un tessuto sociale sfaldato e diviso, fra pochi che hanno molto e molti che hanno poco. Questo sparuto gruppo di  donne e uomini  ha pensato alla costruzione di un altro schema di vita  basato sulla cura delle persone e del luogo in cui vivono, piuttosto che sull’accumulazione  sfrenata della ricchezza.

Ad esempio nella nostra città alcuni  cittadini,  consapevoli della necessità del cambio di rotta si è aggregato in un collettivo  politico dal nome evocativo: “Rigenerare Frosinone”.  Rigenerare il territorio, non seppellirlo con  opere nocive, quanto profittevoli per le lobby della speculazione fondiaria e finanziaria.

Rigenerare il sistema sanitario, smembrato dagli interessi privati di chi vuole arricchirsi sulla salute della collettività.

 Rigenerare i rapporti sociali a cominciare dai Comuni, riformando  le  loro modalità di finanziamento,  imprigionati, come sono,  nella trappola del debito che li costringe   a cedere  a privati la gestione di  beni e servizi, con il conseguente aumento dei costi a fronte di uno scadimento delle attività di sostegno alla collettività.

Rigenerare le politiche del nostro Comune, che ha indirizzato le poche risorse lasciate dal patto di stabilità interna, all’ottenimento del consenso, piuttosto che alla salvaguardia dei cittadini.  

Rigenerare il substrato democratico e partecipativo, combattendo la deriva accentratrice che ha intaccato  le dinamiche legislative degli enti locali e da ultimo il Parlamento con  l’approvazione della riforma costituzionale sulla riduzione del numero di parlamentari.

Rigenerare Frosinone ha tratto linfa dalla consapevolezza che i processi di rigenerazione dovevano riverberarsi  concretamente sul territorio.  Ha provato a coinvolgere anche le forze di opposizione attive, (o passive?) nel consiglio comunale senza grandi risultati. Per cui  il nostro impegno si è dispiegato autonomamente  sulla condivisione del bilancio economico dell’ente con i cittadini, sulla pianificazione di proposte  alternative alla politica dei tagli alla cultura, ai servizi, alla mobilità scolastica,   messa in campo dalla giunta. Una politica che  comunque non sta evitando il dissesto, ma lo sta  ulteriormente aggravando. E siamo rimasti sorpresi su  come il bilancio economico di un ente,  argomento di per se ostico, si stato compreso da molti cittadini.

Costante è stato il nostro impegno, insieme ad altre associazioni, per la salvaguardia del territorio, attraverso la battaglia per la difesa e la riqualificazione di siti storici, come la “Fontana Bussi”, e oasi di bellezze naturali, come la cascata dello “Schioppo” sul fiume “Cosa”. Porzioni di città devastate dall’incuria e dalla speculazione edilizia.

Ci siamo battuti, e ancora lo stiamo facendo, per evitare che sulla martoriata Valle del Sacco siano edificati impianti di smaltimento rifiuti nocivi per la salute e salvifiche per le tasche dei soliti noti.  

Abbiamo collaborato con l’associazione  “Comunità Solidali”, per liberare la Certosa di Trisulti, bene di proprietà pubblica, dall’occupazione di un soggetto privato, intenzionato a usare quei luoghi allo scopo di  aprire una  scuola d’indottrinamento per suprematisti bianchi. Occupazione resa possibile, ahimè, da una scellerata procedura di affidamento della Certosa,  messa in atto  dal Ministero dei Beni Culturali.

 E ancora, corroborati da una sentenza della commissione tributaria provinciale di Frosinone, nella quale si stabilisce che il tributo TARI dal 2015 al 2018, è stato troppo elevato rispetto al servizio svolto dalla ditta di smaltimento rifiuti, stiamo organizzando una campagna per indicare ai cittadini come farsi restituire i soldi spesi in eccesso. Perché un servizio come il trattamento dell’immondizia non può essere il pretesto per lucrare sulle tasche già vuote di gran parte della collettività.

Ci siamo, inoltre, schierati contro la riforma costituzionale per la riduzione del numero di parlamentari invitando a votare No al referendum, convinti di essere di fronte all’ennesimo strappo al principio di rappresentanza democratica che tanto dà fastidio alle consorterie elettoralistiche, sempre più impegnate ad allontanare dai cittadini le modalità di decisione che li riguardano. Quest’ultima è stata una battaglia persa ma, se non altro, abbiamo avuto il merito di rendere dubbio il risultato di un referendum, la cui vittoria dei Si sembrava schiacciante.

Ecco, possiamo dire che  le associazioni le donne, gli uomini che hanno agito dentro Rigenerare Frosinone, hanno cercato di rendere il 2020 meno disastroso di quello che è stato, e siccome siamo pienamente d’accordo con Gianni Rodari, continuiamo ad operare in modo che molte altre persone si impegneranno a fare il 2021 migliore del 2020 seguendo la strada da noi e da molti altri, a livello nazionale, indicata.

 

mercoledì 16 dicembre 2020

Frosinone.Rimborso Tari, secondo appuntamento.

 Rigenerare Frosinone



Sabato 19 dicembre al partire dalle ore 17,00, il nostro gruppo politico, in un evento pubblico che si terrà in P.zza Cervini (Via Aldo Moro) a Frosinone, illustrerà alla cittadinanza  le modalità per ottenere dal Comune di Frosinone il rimborso dell’80% della TARI per gli anni 2015-2016-2017-2018.

La sentenza numero 358/2020, emessa dalla Commissione Tributaria Provinciale di Frosinone il 9 novembre scorso, ha sancito che la tariffa per lo  smaltimento dei rifiuti è risultata eccessiva  in rapporto al servizio svolto dal gestore. Per quegli anni l’importo del tributo da corrispondere doveva essere del 20% rispetto all’imponibile richiesto. La mancanza di controllo del Comune sul corretto espletamento del servizio ha arrecato un enorme danno ai cittadini di Frosinone gravati di un onere tributario eccessivo. Ciò a dimostrazione del fatto che i servizi fondamentali - come ad esempio la tutela della salute, la salvaguardia idrogeologica del territorio, l’erogazione idrica e il trattamento dei rifiuti -diventano scadenti, e con  un costo elevato per la collettività, quando vengono affidati al privato e quindi consegnati alla logica del profitto. Ed è ancora più grave il fatto che gli enti locali, in primis i comuni, non controllino l’effettivo rispetto del contratto di gestione,  rilevandone  le criticità,  e ponendo in essere le necessarie contromisure  a difesa dei cittadini.

Anche il Comune di Frosinone, rispetto allo smaltimento e trattamento  dei rifiuti, non ha vigilato sulla correttezza del servizio svolto, avallando una tariffa abnorme. Per questa ragione invitiamo tutti i cittadini a chiedere il rimborso dell’80% della tariffa. Sul come fare invitiamo tutta la cittadinanza  a partecipare al nostro incontro del 19 dicembre a Piazza Cervini.

Rigenerare Frosinone.

Documento sulla vicenda rifiuti

il modulo per richiedere il rimborso

Un'altra via

 Luciano Granieri



Il Natale del Covid. Si moltiplicano   foto che ritraggono  gente inzeppata  nelle vie delle compere, immagini che fanno indignare molti operatori sanitari e indurre   gli organi governativi  ad inasprire  i  tempi  e modi  della clausura.  Ciò  causa l’isteria   di chi deve decidere rimanendo prigioniero di un terribile corto circuito:  comprare-ma non assembrare. 

Siamo preda di una diffusa, quanto fallace, suggestione  per   cui l’esercizio della libertà individuale si esplica nel  consumare, nel  fare incetta di merci, anche le più inutili. Se non si possono percorrere le vie del commercio, non si può   uscire, dunque si rimane prigionieri, vittime di una libertà negata. 

Ma è proprio vero?  

Il nostro Paese è  ricco di bellezze naturali, architettoniche , paesaggistiche.  Disgraziatamente sull’altare dell’affollamento,  officiante il  Dio consumo, sono stati sacrificati  musei, teatri , cinema.  Ma  c’è rimasto tutto il resto.  

Si  potrà, forse inaspettatamente,  scoprire che a pochi chilometri da casa esiste un borgo, un bosco, una sentiero di  montagna da percorrere a piedi o con le ciaspole. Insomma si potrà scoprire che bearci  delle bellezze di cui i nostri  territori  abbondano -anche se stiamo facendo di tutto  per distruggerle - non costa nulla,   mentre  il costosissimo telefonino di ultima generazione sarà destinato a rimanere un sogno artificiale dentro una  vetrina abbagliante di luci. Roba per pochi ricchi,  che tanto se lo comprano su Amazon,  ma che genera   un assembramento di masse abbagliate dal mito del possiedo-sfoggio, quindi sono.  

Una domanda sorge spontanea: Ha senso affollare le vie degli acquisti, soffrendo   la sorda  frustrazione di poter comprare, poco o nulla di ciò che si desidera,  rimpinzando  assembramenti  le cui conseguenze   imporranno restrizioni su chi magari avrebbe voluto andare al cinema o a teatro?  Si può anche uscire, respirare, spaziare, insomma essere liberi, senza affollarsi per lo spritz, ma   frequentando le   meraviglie  dei propri territori. 

E’ più bello non ci si assembra e, oltre tutto, è gratis.

Di seguito la testimonianza dell'altra via, quella che abbiamo percorso in queste domeniche in cui si raccomandava di "NON AFFOLLARSI"