"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"
Dal 15 ottobre, fino al 31 dicembre, tutti i lavoratori del settore
privato, dovranno esibire il Green Pass per svolgere la propria
attività. La decisione è stata presa dopo il confronto con le
parti sociali (Confindustria - per cui improvvisamene la carta verde
è diventata fondamentale, dopo che durante la prima crisi Covid,
hanno strepitato per non chiudere le fabbriche, concorrendo a provocare i centinaia di morti nel centro produttivo
della Bergamasca e della Brianza – i sindacati confederali i quali,
pur dicendosi favorevoli all’obbligo vaccinale hanno accettato,
come al solito, il compromesso al ribasso – per i lavoratori-
sull’obbligatorietà del Green Pass.)
La notizia è nota ma, leggendo dichiarazioni ed interviste, emergono grande incoerenza ed
enormi ipocrisie. In un di queste, pubblicata su “Repubblica”
di oggi, condotta da Stefano Cappellini al Ministro del Lavoro Andrea
Orlando, risulta che la richiesta di Landini in merito alla gratuità
dei tamponi, necessari ai lavoratori non vaccinati per ottenere il
Green Pass obbligatorio, è stata rifiutata, con la lapalissiana
obiezione che se un lavoratore vuole la carta verde gratuitamente non
ha che da vaccinarsi. In un altra parte del testo, il Ministro
ammette che il lascia passare anti Covid è stato adottato per
convincere i resistenti alla vaccinazione ad effettuarla.
Ma allora
come richiesto dai sindacati, perché non porre l’obbligo
vaccinale? La risposta del ministro è stata: “Abbiamo spiegato
che in questo momento preferiamo evitare una polarizzazione delle
posizioni sul vaccino che sarebbe dannosa e controproducente”
Già ma per chi? Il Green Pass, è una certificazione attestante, o
la presenza di anticorpi (vaccino-guarigione dalla malattia) o la
temporanea assenza del virus (tampone). Quest’ultima certezza può
venir meno anche il giorno stesso dell’effettuazione dell'esame che non rileva un’infezione eventualmente contratta prima
delle 48 ore necessarie al test successivo.
Per chi è, dunque, controproducente?
Per chi non vuole trovarsi a condividere luoghi
con i contagiati,? Il tampone non assicura, come detto la certificazione dell’assenza
della malattia, (come affermato dagli scienziati, checchè ne dica
Salvini).
E’ controproducente per chi frequenta tutti quei luoghi,
in cui il Green Pass non è obbligatorio, supermercati, mezzi
pubblici locali, e per cui non è certificabile, la presenza, o meno
fra gli utenti di una persona infetta?
E’ controproducente per gli
operai succubi di un’ulteriore forma di ricatto in mano ai padroni?
E' controproducente per le aziende farmaceutiche che confezionano i
tamponi?
E’ controproducente per questo Esecutivo che non può
essere più di tanto disturbato, dalla frenesia no-vax del Salvini
di lotta e di governo, nel salvaguardare le inattaccabili ed
incontestabili ragioni del profitto, e dunque un contentino al bolso
padano deve pur concederlo?
In poche parole è controproducente per
la tutela della salute, e dalla convivenza sociale.
Si preferisce fare appello alla responsabilità dei singoli cittadini, affinché si
vaccinino, anziché imporre la norma dell’obbligo vaccinale,
indispensabile per evitare la circolazione del virus. Si invoca una
sensibilità al rispetto delle ragioni collettive, pur sacrificando
qualche libertà individuale, fiduciosi che con l’introduzione, di
una semplice certificazione si possa muovere la popolazione ad una
così alta percezione del principio di convivenza civile.
Ma cosa credono
queste anime belle, che dopo decenni d’imposizione liberista della
competitività spinta come valore assoluto, basata sull'individualismo sfrenato, non riemergesse il “Me ne frego”
fascista? Non solo è riemerso, ma si è radicato fortemente nei
gangli peggiori della società.
Il “me ne frego della libertà
degli altri, conta solo la mia libertà di fare quello
che mi pare” è ormai una regola quasi inderogabile e ad essa
deve sacrificarsi anche l’obbligo vaccinale. Dunque si ha un bel
convincere i No Vax, o anche solo gli indecisi e poco convinti a
vaccinarsi, con l’onere dell’esibizione di una certificazione.
Bisogna imporsi. Imporre l’obbligo vaccinale, perché la libertà
di non volersi vaccinare (una libertà stupida, di fatto significa
libertà di stare male), deve piegarsi alla libertà della
collettività di rimanere in salute diminuendo i rischi di
contagio. Se il “me ne frego” fascista non soccombe a
colpi di moral suasion, al civile “mi interessa, ho cura degli
altri, perché solo la cura degli altri rafforza la
mia libertà e dignità”, allora bisogna farlo soccombere
d’imperio.
La convinzione che le ragioni della collettività sono
superiore alle ragioni individuali, a questo punto, deve essere
imposta. Poi si potrà anche mettere in piede, anzi si deve, un
processo culturale di rieducazione al valore della comunità. Ma per
il vaccino non c’è tempo. Lo si imponga.
Qualcuno potrà
obiettare che è una posizione stalinista? Forse. Ma faccio notare
che anche l’articolo 32 della Costituzione al secondo comma prevede
che “nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento
sanitario se non per disposizione di legge” dunque si faccia la legge. Non sarebbe la prima volta: nel 1963 è stata imposta la
vaccinazione antitetanica, nel 1966, quella antipoliomelitica e nel
1991 contro l’epatite B.
E’ il green pass che non ha una vera e
propria legittimazione costituzionale, perché non è né un diritto
né un dovere. Non è una misura sanitaria ne’ un certificato
abilitante, non si sa cosa sia.
Quasi tre anni fa, nel novembre 2018, i cittadini romani vennero chiamati a esprimersi tramite referendum sulla possibile liberalizzazione e privatizzazione dell’azienda del trasporto pubblico locale Atac. Con un’affluenza molto bassa il referendum consultivo non ottenne l’effetto politico voluto dai suoi promotori, ma la spinta liberista che lo aveva animato è viva e vegeta e segnerà, con ogni probabilità, le scelte di politica del trasporto pubblico romano nei prossimi mesi. Da molti anni le politiche di affidamento alla logica del mercato dei servizi pubblici sono divenute un pezzo costitutivo della politica economica di impronta neoliberista. Sotto la scorta della retorica del pubblico inefficiente e delle imprese pubbliche carrozzone indebitate fino al collo, in numerosi ambiti dell’economia si è avanzato a tappe forzate verso forme di parziale o totale privatizzazione, liberalizzazione e deregolamentazione. Dopo aver scientemente sottofinanziato le aziende pubbliche non consentendone una gestione all’altezza dei bisogni dei cittadini e costringendole ad un’elevata esposizione debitoria, si sono potute facilmente montare campagne mediatiche sull’inefficienza delle gestioni pubbliche in quanto tali e la conseguente necessità dell’intervento benefico dei privati.
L’Atac romana rappresenta un esempio di questa strategia. I problemi dell’organizzazione del Trasporto Pubblico Locale romano affondano le radici in una storia pluridecennale iniziata con lo sviluppo urbano incontrollato e privo di pianificazione dell’epoca fascista e poi continuata nel secondo dopoguerra con l’edificazione di quartieri mal collegati con il resto della città, l’assenza di una rete metropolitana degna di questo nome e una presenza deficitaria di mezzi pubblici in una città che ha sempre fatto del trasporto privato l’asse fondamentale della mobilità. Questi atavici problemi si sono tuttavia aggravati drammaticamente nel corso degli ultimi due decenni. Al netto delle torbide vicende di scandali e mala gestione, un taglio del finanziamento pubblico ha via via gonfiato il debito di Atac fino all’ultimo passaggio della procedura di concordato avviata dalla giunta Raggi, che ha costretto l’azienda a tagliare il servizio erogato sotto forma di diminuzione delle corse, soppressione di intere linee, fino all’uso di un parco mezzi datato e inquinante. Il sottofinanziamento cronico rispetto alle esigenze di una città come Roma, caratterizzata da un’enorme estensione geografica, è alla base delle condizioni disastrate in cui versa il trasporto pubblico della città. Del resto, i dati al riguardo sono impietosi. In Figura 1 più sotto si vede l’evoluzione del livello di finanziamento del trasporto pubblico locale ad opera del Comune di Roma, nel periodo 2010-2019. La linea blu mostra l’inesorabile diminuzione dei fondi stanziati per i trasporti, che non a caso ha inizio a partire dal 2012. In tale periodo, infatti, prende avvio la fase più dura delle politiche di austerità che hanno colpito tutti i livelli di governo, dallo Stato ai territori, con l’inasprimento dei già rigidi vincoli di bilancio nazionali e locali e una generale ricaduta sui servizi pubblici. Una forte diminuzione si riscontra anche andando a vedere gli investimenti messi in atto da ATAC, in Figura 2. Qui il calo è ancora più marcato, segno inequivocabile di una deliberata scelta politica di prosciugare le risorse necessarie a un buon funzionamento dell’azienda nel presente e, dati gli effetti di lungo periodo degli investimenti, anche nel futuro.
A fronte di questa drammatica situazione, il dibattito viene sviato dalle vere cause del disastro verso una campagna ideologica contro l’assetto pubblico e la gestione in house dell’azienda. Malgrado la giurisprudenza comunitaria da anni spinga per politiche di liberalizzazione, a seguito dell’esito del cosiddetto referendum sulla gestione dell’acqua del 2011, esistono ancora due alternative di gestione di un servizio pubblico locale: affidamento in house ad una società di proprietà dell’ente locale stesso senza gara; oppure gara pubblica per l’affidamento ad una società esterna. Una norma approvata nel 2017, in violazione sostanziale dell’esito politico del referendum sui servizi pubblici locali di 6 anni prima, prevede tuttavia una decurtazione dei fondi pubblici destinati al trasporto pubblico locale in caso di affidamento in house senza gara. Del resto anche il recente Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) suggerisce un ricorso “più responsabile” al meccanismo di fornitura di servizi in-house sostenendo che (PNRR, p. 76): “andranno introdotte specifiche norme finalizzate a imporre all’amministrazione una motivazione anticipata e rafforzata che dia conto delle ragioni del mancato ricorso al mercato, dei benefici della forma dell’in house dal punto di vista finanziario e della qualità dei servizi e dei risultati conseguiti nelle pregresse gestioni in auto-produzione, o comunque a garantire una esaustiva motivazione dell’aumento della partecipazione pubblica. Sarà inoltre previsto un principio generale di proporzionalità della durata dei contratti di servizio pubblico, compresi quelli affidati con la modalità dell’in house.” Un vero e proprio gioco delle tre carte, sfacciato e spietato: i vincoli di bilancio europei impongono l’austerità e rendono la gestione pubblica dei trasporti (e non solo) difficoltosa e accidentata. In risposta a ciò, le autorità europee chiedono a chi volesse continuare a tenere fuori i privati dal trasporto locale di dimostrare che la gestione pubblica è stata impeccabile e fila liscia come l’olio, pena la decurtazione dei fondi europei destinati alla ripresa economica post-Covid.
Ma cosa cambia nella sostanza tra le due forme di gestione possibili?
Il trasporto pubblico locale, così come molti altri servizi pubblici, è per sua natura costituito da tratte in perdita a bassa densità di traffico e tratte ad alta densità generatrici di utili. È evidente che, se il servizio fosse rimesso alla mera logica della massimizzazione del profitto, le tratte in perdita sparirebbero e numerosissime aree di una città a bassa densità di popolazione o con caratteristiche viarie e di traffico complesse non verrebbero servite. In linea di massima, con i prezzi esistenti oggi di biglietti e abbonamenti nella gran parte dei comuni italiani, un servizio di trasporto cittadino copre circa il 30%-40% dei costi di gestione, manutenzione e investimento tramite entrate da traffico (biglietti). Il resto viene coperto da fondi pubblici locali e statali tramite un fondo nazionale per i trasporti. Se, come in effetti avviene nel concreto nelle pratiche di affidamento tramite gara, si volesse mantenere un’offerta universale che copra capillarmente una città indipendentemente dalla capacità di generare utili in ogni tratta, allora occorrerebbe versare al soggetto privato, a compensazione delle perdite, ciò che l’ente pubblico versa analogamente ad una società propria in house. Tuttavia, con una differenza non da poco. Nel caso di affidamento in house la società, sebbene SpA, oggetto cioè di diritto privato, è comunque di proprietà dell’ente pubblico e non segue una logica di mera massimizzazione del profitto. L’eventuale utile conseguito nelle tratte redditizie verrebbe automaticamente reinvestito nel servizio stesso o versato a copertura delle tratte strutturalmente in perdita. L’affidamento ad un soggetto privato, invece, implica, per definizione, che venga riconosciuto un margine di profitto complessivo su tutta la rete oggetto del servizio, senza il quale nessun imprenditore entrerebbe mai nel settore. Nei meccanismi di regolazione delle imprese che operano in tali servizi, si fa sempre riferimento ad un tasso di remunerazione normale del capitale che, in un settore in perdita strutturale, viene per forza di cose coperto dalla spesa pubblica.
Nel caso di Atac, i fautori della messa a gara puntano il dito sull’ingente debito di 1,3 miliardi di euro accumulato dall’azienda, sull’inefficienza organizzativa della società romana e sui costi legati a fenomeni di corruzione, prebende e uso politico di ruoli chiave nell’azienda e invocano la gara come panacea di tutti i mali. Le critiche suddette naturalmente fanno leva su verità innegabili, ma l’analisi delle cause e soprattutto la soluzione prospettata ignorano passaggi fondamentali.
1. Un’azienda pubblica inefficiente e afflitta da una gestione sbagliata e dannosa non è in quanto tale irriformabile. La sua riformabilità è semplicemente legata alla volontà politica di farlo espressa dai governi in carica. Che Atac abbia sofferto di una gestione manageriale deplorevole è una realtà comunemente nota. Che ciò sia una buona scusa per rimuovere, anziché i responsabili di questo scempio, il modello di società pubblica in quanto tale è un salto logico privo di giustificazioni;
2. Le inefficienze e i costi da corruzione non sono esclusivi di un’azienda pubblica. Sono sotto gli occhi di tutti i casi di corruzione e inefficienza manageriale dimostrati anche in grandi colossi del mondo industriale, finanziario e bancario;
3. Tutti i processi di liberalizzazione, ivi compresi quelli del trasporto pubblico locale, dimostrano che la massimizzazione del profitto di un gestore privato e la capacità di proporre offerte competitive si scarica prevalentemente sul costo del lavoro, sulla riduzione di organico, e sulla capillarità dei servizi;
4. Ammesso e non concesso che non vi sia alcuna ripercussione sul mercato del lavoro e sulla capillarità dell’offerta del servizio, per immaginare che una liberalizzazione porti a ridurre i costi gestionale a parità di servizio, occorrerebbe che i costi da inefficienza e corruzione di Atac eccedano i costi da sovvenzionamento pubblico dei profitti di un operatore privato che sorgono inevitabilmente in caso di privatizzazione. Si tratta quanto meno di un azzardo visto e considerato che i primi sono per definizione evitabili con una migliore gestione pubblica mentre i secondi sono connaturati ad una gestione privata e dunque ineliminabili a priori;
5- Il vero elemento dirimente della storia recente di Atac, così come di tante aziende di gestione dei servizi pubblici locali, al netto degli scandali e della mala gestione, è proprio un livello cronicamente insufficiente di finanziamento pubblico che ha via via gonfiato il debito, fino all’ultimo passaggio della procedura di concordato avviata dalla giunta Raggi. Proprio il sottofinanziamento cronico rispetto alle esigenze peculiari di una città come Roma, ad enorme estensione geografica ma piena di aree a bassa densità abitativa e fortemente isolate, spiega l’elevato debito dell’azienda cresciuto esponenzialmente negli ultimi anni.
A fronte di una simile situazione la via della liberalizzazione e del mercato non potrebbe che aggravare i problemi esistenti creandone di nuovi, come numerose esperienze di liberalizzazione e privatizzazione del trasporto pubblico locale dimostrano (emblematico il caso di Genova e quello più recente di Firenze): attacco ai diritti del lavoro e peggioramento del servizio con taglio o marginalizzazione delle aree non remunerative. Insomma, danni a carico dei lavoratori e dei cittadini utenti. Malgrado la recente legislazione nazionale in Italia sia andata persino oltre le prescrizioni pro-liberalizzazione favorite dall’Unione europea, indicando la via del mercato come quella preferenziale anche nel campo dei servizi pubblici locali, l’esito positivo della battaglia del cosiddetto referendum per l’acqua pubblica ha reso inapplicabili, almeno fino ad ora, i tentativi di rendere cogente e inevitabile la strada del ricorso alle gare. I margini di resistenza nel settore sono ancora ampi e le possibilità legislative, come il caso della riforma del sistema di gestione dell’acqua a Napoli dimostrano, esistono.
La prospettiva va allora radicalmente rovesciata rispetto ai termini del dibattito attuale. Il punto non è scegliere tra l’Atac Spa a capitale pubblico dissestata e dissanguata di oggi oppure la sua privatizzazione e cessione alle sorti limpide e progressive del mercato. La vera sfida deve essere basata sul rilancio dell’azienda pubblica in un’ottica però di riforma radicale rispetto allo stato attuale. Una riforma che in primo luogo riaffermi la centralità della funzione pubblica e sociale dell’azienda.
Per farlo occorre agire su due livelli, uno generale ed uno particolare. Il rilancio di un servizio pubblico che abbisogna di ingenti investimenti a priori non può che passare per una radicale rimessa in discussione dei vincoli di bilancio locali e nazionali discendenti in via diretta dall’austerità europea e per un ripensamento dei rapporti tra potere pubblico e mercato. Una battaglia che va svolta a monte e attiene alla generale visione del ruolo dello Stato nell’economia e nella gestione dei servizi pubblici. A valle di questa battaglia, nello specifico, esistono concrete possibilità di intervento sul fronte dei servizi pubblici locali anche nel quadro della legislazione attuale. Tra queste vi è il passaggio dalla forma giuridica di Società per azioni a capitale pubblico all’Azienda Speciale. Quest’ultima, pur essendo un organismo posto al di fuori della pubblica amministrazione e agendo con autonomia imprenditoriale, si distingue profondamente dalla SpA. Infatti, l’azienda speciale è ente strumentale dell’ente locale dotato di personalità giuridica e di proprio statuto, approvato dal consiglio comunale o provinciale. Due sono le differenze cruciali tra un’Azienda Speciale e una SpA: il grado di internità rispetto all’ente pubblico cui è legata e la declinazione specifica del concetto di economicità della gestione. Nella società per azioni si ha separazione totale tra l’ente che la possiede e la società stessa, che finisce per operare come organismo del tutto distaccato e dotato di propri obiettivi. Un’Azienda Speciale, pur autonoma rispetto all’ente da cui emana, ha un livello di integrazione e prossimità assai maggiore, che consente la realizzazione di finalità politiche e sociali in maniera assai più flessibile. In merito al secondo punto, sebbene anche l’Azienda Speciale in quanto ente economico debba operare “con economicità di gestione”, con questa locuzione si intende soltanto la necessità di coprire i costi di produzione con entrate proprie, al netto ovviamente della copertura garantita da finanziamenti per scopi sociali a carico dell’ente emanatore. In una società per azioni, invece, il concetto di economicità deriva dalla redditività e dal profitto, i quali impongono che il servizio offerto sia remunerativo ovvero che vi sia la remunerazione del capitale commisurata a criteri di “normale rendimento del capitale” anche laddove la proprietà sia interamente pubblica.
Queste differenze rendono l’Azienda speciale un istituto profondamente più adeguato all’esigenza di fornire servizi pubblici fuori dalla logica del mercato. Il caso dell’azienda di gestione del servizio idrico a Napoli, unico esempio di “ripubblicizzazione” tramite trasformazione di una SpA in Azienda Speciale, ha avuto in tal senso una forte eco nazionale e può essere considerato un possibile modello cui ispirarsi nei processi di ri-collettivizzazione di ciò che nel tempo è stato privatizzato o comunque profondamente snaturato nella sua vocazione pubblica.
La battaglia per servizi pubblici di qualità accessibili universalmente e orientati al soddisfacimento dei bisogni e non al profitto, è uno degli architravi irrinunciabili di una strategia politica di promozione degli interessi delle classi subalterne e della collettività, contro la sete di profitto di un’oligarchia che vorrebbe mettere mano su ogni residuo di economia pubblica ancora esistente. È anche una cartina al tornasole perfetta per mostrare la sostanziale identità di vedute tra chi governa e ha governato Roma negli ultimi decenni (centro-destra-sinistra e 5Stelle) e rimarcare la differenza con chi invece fa di Roma Città Pubblica non uno slogan vuoto ma una dichiarazione di intenti e un principio guida. Cambiare lo stato delle cose si può, basta volerlo (e votarlo).
Il 27 agosto scorso ho avuto il piacere di presentare il libro di
Diego Protani "Sunshine tutti i colori della musica" edito da LFA
Publisher. Un volume che, attraverso la testimonianza di grandi
musicisti degli anni ‘60 e ‘70 descrive il clima culturale e
sociale di quei due decenni. Diego Protani, nel corso della
presentazione, ha chiarito che aveva scritto un libro di politica,
perché le sue interviste a gente come Al Kooper,James Litherland,
Leo Lyons e tanti altri artisti, protagonisti della scena rock e
progressive del tempo, rimandano un quadro che è intriso di
politica, la testimonia e la indirizza negli interstizi più profondi
delle masse popolari.
Nel preparare quell’intervista mi è tornato
alla memoria il bel libro di Adriano Bassi, dal titolo “Giorgio
Gasllini, vita, lotte, opere di un protagonista della musica
contemporanea” la cui prima edizione è uscita nel 1986 per Franco
Muzzo editore. Un testo in cui il pianista jazz milanese, intervistato
dall’autore, rivela un quadro dai contorni netti e chiari del
periodo storico in cui ha suonato e operato nel campo della cultura
e dalla didattica a partire dagli anni ‘40.
Da questo libro ho
voluto trarre un frammento in cui Gaslini spiega come il jazz in
Italia, agli albori degli anni ‘70, sia stato in grado di unire sinistra parlamentare, extra parlamentare e masse giovanili,
nell’identificare la musica afroamericana come ineguagliabile icona di
liberazione nel campo dei diritti umani, civili e sociali,
trasformandola in un potente strumento di lotta . Ma allo, stesso
tempo, come il jazz stesso abbia tratto linfa dai mega festival di stampo
politico e di massa per ritrovare un protagonismo perso all’inizio
degli anni ‘60. In particolare dall’avvento del rock incardinato
per lo più nella musica dei Beatles.
Un periodo in cui qualche concerto veniva organizzato nei teatri, ma esclusivamente delle grandi città, e i soli
festival del jazz di Sanremo e di Bologna, pur costituendo una
vetrina importante, erano insufficienti per la diffusione della
musica afroamericana. I musicisti italiani,
relegati nei sottoscala dei night club, erano sopraffatti dall’
imperversare delle prime discoteche, o meglio, per dirla con
Adriano Mazzoletti, di “locali da ballo con musica riprodotta”.
Penso che il testo possa costituire, inoltre, testimonianza
dell’evoluzione di un indirizzo culturale e sociale, seppellito poi
dall’appiattimento creativo imposto dalle esigenze del mercato, eletto a sistema unico ed incontrovertibile dalle politiche
liberiste esplose a partire dagli anni ‘80.
Buona Lettura.
Luciano Granieri
Fabbrica Occupata
di Giorgio Gaslini.
Fabbrica occupata è brano ispiratomi dal senso spettrale di angoscia, di tragedia, ma
anche di forza all’interno di una fabbrica occupata, coi macchinari
coperti dai teli, con le maestranze raccolte in un salone, sedute per
terra attorno ad una stufa accesa a discutere per ore e ore del
giorno e della notte, i bambini, i familiari, il vitto portato da
casa. Tutto questo durava magari quindici giorni. Io passai tante ore
con loro in varie fabbriche, poi mi invitarono gli operai stessi in
molte parti d’Italia a tenere concerti all’interno delle
fabbriche occupate. Andai in forma di solidarietà, assolutamente a
titolo gratuito, anzi molte volte mi pagavo le spese di viaggio, ma
ho la grande soddisfazione di aver contribuito nel portare a
conoscenza dell’opinione pubblica queste situazioni. Una volta feci
un concerto sul tetto di una fabbrica di Genova, con gli altoparlanti
sulla città. Il giorno dopo fu riportato l’accaduto su una pagina
intera del quotidiano ligure. Tutto ciò servì come documentazione,
perché il Ministero e il Ministro si mossero finalmente e la
fabbrica fu riaperta. Altre volte successe nell’hinterland
milanese. Mi ricordo di un ultimo dell’anno passato con le
maestranze di una fabbrica occupata vicino a Parma.
Fabbrica
occupata non fu un brano scritto
al tavolino, ma qualcosa di
molto vissuto. La
prima esecuzione avvenne nel ‘72 ad Umbria Jazz, sulla piazza di
Perugia, era la prima edizione del festival, con 10.000 ragazzi
seduti nella piazza di Perugia fino in fondo alla via. Era successo
un fenomeno stranissimo. Qualche giorno prima era stato programmato
una specie di mega festival rock vicino Modena. All’ultimo momento
questi ragazzi si erano già messi in cammino a decine di migliaia
per andare in autostop, a piedi e con mezzi di fortuna a questo
festival, dove avevano addirittura promesso la presenza di Bob Dylan
(cose leggendarie).
Io partii con la macchia per andare in Umbria ed
in autostrada trovai centinaia di ragazzi che chiedevano l’autostop.
Un paio di giorni prima avevano sospeso questo festival, quelli che
già si erano messi in cammino dirottarono tutti su Umbria Jazz e
scoprirono di colpo questo festival. Fu la sua stessa fortuna, perché
già nella prima serata arrivarono in decine di migliaia, erano
almeno 20.000 ragazzi con il sacco a pelo. Quella sera dopo di me si
sarebbe esibito Sun Ra, tra le altre cose dovevo suonare la sera
prima con i Weather Report, ma era venuto a piovere e il concerto era
stato sospeso. Chiesi di poter suonare la sera dopo, nonostante
il festival dovesse pagarmi lo stesso e mandarmi a casa. Dissi che
non volevo i soldi senza aver lavorato ed allora ecco questa serata a
Perugia, condivisa con Sun Ra. Dentro di me pensavo: “succeda quel
che succeda io faccio questo pezzo”.
Bisogna pensare che non si
erano ma visti 10.000 ragazzi seduti per terra ad un festival di jazz
e non si sapeva se questi lo conoscessero e che tipo di reazione
avrebbero avuto essendo abituati al rock. La reazione fu incredibile:
si alzarono tutti in piedi applaudendo. In quel momento incominciò
una nuova fase non solo della mia musica, ma della musica in Italia.
Quando scesi ai piedi del palco c’erano gli organizzatori di
“Libertà 1”, un festival che si teneva a Pisa dopo qualche
giorno. Mi chiesero di
partecipare a Libertà 1 solo come pianista. Accettai e provai delle
sensazioni indimenticabili per il calore diomostratomi dal pubblico.
Ho ancora un manifesto di quella serata, che fu in realtà una non
stop di dieci ore, dal pomeriggio alla notte, in cui ogni numero
musicale si alternava ad un personaggio di spicco del movimento
generale di rinnovamento che si era creato in Italia: dalla prima
femminista, alla prima ragazza che era riuscita a denunciare una
violenza subita, all’anarchico messo in galera per sbaglio,
all’obiettore di coscienza, oppure a gruppi che semplicemente
testimoniavano il loro modo di essere. Ricordo che suonai alle due di
notte, nello stadio dove si svolgeva la manifestazione. Avevano
costruito un grande palco altissimo dove non vi si era potuto mettere
sopra il pianoforte perché il palco non lo reggeva.
Erano tutte
soluzioni di fortuna, con un pianoforte a coda sotto, a livello del
pavimento, e tutta la gente seduta non solo sugli spalti, ma anche
dentro, per cui ero sepolto da circa 8.000 persone. Mi ricordo che
chiamai uno del servizio d’ordine, un tipo alto e grosso come un
armadio e dissi: “Guarda
che questo pianoforte ha due o tre note che non funzionano”. Questo
era il clima in cui si svolgevano le manifestazioni, dove non si
andava troppo per il sottile, dove l’importante era l’ideologia
oltre che la musica e così lui rispose: “Ci sono due o tre note
che non funzionano? E tu saltale!”. Io da musicista rabbrividii, ma
poi pensai che era importante la testimonianza, in quanto la musica
la suonavo come volevo e
sapevo, non c’era un handycap musicale, ma una predominanza della
presenza e della testimonianza. Anche in questo caso ci fu una
reazione travolgente.
Contemporaneamente mi successe un altro fatto.
Fui contattato dai rappresentanti del Festival dell’Unità, che mi
dissero: “Il jazz al Festival dell’Unità non l’abbiamo
praticamente mai fatto, vogliamo provare a Firenze, alle Cascine, è
un festival provinciale e vediamo cosa succede”. Era il 1973 e mi
invitarono con il mio gruppo. Andai nel pomeriggio, c’era un palco
organizzatissimo con i microfoni, un pianoforte a coda e una grande
platea; gli organizzatori erano terrorizzati e si chiedevano se
sarebbe venuta gente con la vecchia mentalità istituzionale del
Festval dell’Unità, dove i divi erano stati per dieci anni Claudio
Villa e Sergio Endrigo. Per rincuorali dissi: “Sentite, io facci
concerti dal dopoguerra, ho sempre avuto pubblico e non vedo perché
non dovrebbe venire questa sera”.
Arrivarono le 21,00 e anche 3.000
persone, famiglie complete con bambini. Sbalorditi dal grande
successo avuto, da quel momento per 10 anni i Festival dell’Unità
hanno fatto il jazz. Tutto ciò dimostra come il PCI nella sua
maggioranza di base era più all’avanguardia di alcuni suoi
intellettuali di vertice.
L’importanza di tutto ciò non era tanto
nel risultato economico, ma nel fatto che si erano accorti del jazz
tutti in sintonia: i grandi movimenti giovanili che provenivano dal
rock con Umbria Jazz, i movimenti della sinistra istituzionale con i
Festival dell’Unità, e i movimenti della sinistra extra
parlamentare con Libertà 1
Note Biografiche tratte dal sito “giorgiogaslini.it”
Pianista,
compositore, direttore d’orchestra milanese, musicista jazz di fama
internazionale, ha al suo attivo più di tremila
concerti e cento dischi,
per i quali ha vinto
dieci volte il Premio della Critica.
Iniziatore
di correnti musicali e portatore della musica ai giovani in scuole,
università, fabbriche, ospedali psichiatrici ha tenuto concerti e
partecipato a festival inoltre
60 nazioni.
E’
stato titolare dei primi
corsi di jazz nei
Conservatori S. Cecilia di Roma (1972-73) e G. Verdi di Milano
(1979-80), facendo conoscere una nuova generazione di talenti
musicali e aprendo la strada all'ingresso ufficiale del jazz come
materia di studio in tutti i conservatori italiani.
Ha
collaborato per le musiche
di scena con
i più prestigiosi registi di teatro e per la televisione.
Per
il cinema ha composto numerose colonne
sonore:
celebri le sue musiche per il film “La
Notte”
di MICHELANGELO ANTONIONI, premiate con il NASTRO
D’ARGENTO.
Ha collaborato inoltre con registi quali CARLO LIZZANI, MIKLOS JANCSO
e DARIO ARGENTO.
E’
autore dei libri
Musica
Totale (Feltrinelli),
Tecnica
e arte del Jazz (Ricordi),
Il
tempo del musicista totale (Baldini
e Castoldi).
Grande
artista milanese. Compositore, Direttore d'orchestra, pianista oltre
che intellettuale autentico. In oltre sessant'anni di carriera ha tradotto la sua
creatività in suoni, versi e parole.
Protagonista assoluto
nella storia della musica italiana, ha contribuito all'affermazione
del jazz, ha posto le fondamenta della musica totale europea.
Dopo
aver conseguito sei diplomi al Conservatorio di Milano, ha composto
lavori sinfonici, opere e balletti rappresentati al Teatro alla Scala
e nei più importanti teatri italiani e internazionali.
Giorgio
Gaslini è morto il 29 luglio 2014 all'ospedale di Borgotaro
(Parma), dove era ricoverato da circa un mese dopo una caduta. Era
nato a Milano il 22 ottobre 1929.
Nella sua lunga carriera
ha tenuto circa quattromila concerti in tutto il mondo e all'impegno
nel jazz ha affiancato anche la musica classica, con una copiosa
discografia.
Ritengo fondamentale per una discussione sulla modalità di partecipazione alle elezioni comunali di Frosinone, a cui manca ancora un anno, proporre l'articolo che segue di Marco Bersani. E mi domando se veramente esista qualcuno di buona volontà, in questa città, disposto ad aggregare soggetti sulla base di un programma di amministrazione del Comune imperniato sull'uscita dalla trappola del debito e la ricusazione delle politiche di austerità che da decenni strozzano gli enti locali. Come sappiamo la popolazione frusinate ha subito, e sta subendo, una devastazione sociale scandita da un piano di rientro terribile imposto ai cittadini per debiti, non accumulati da loro, ma frutto della speculazione fondiaria privata. Debito, per altro, peggiorato dalla giunta Ottaviani. La possibilità di opporsi a questa deriva - anche alla luce del prossimo giro di privatizzazione dei servizi pubblici imposto dal PNRR, per cui gli enti locali verranno totalmente espropriati degli ultimi beni a loro rimasti - secondo me deve costituire obbligatoriamente la base di un programma elettorale da cui partire. Perchè è inutile promettere agli elettori la luna se poi non ci sono i soldi neanche per guardarla. Tutto ciò per evitare, come sottolinea Marco Bersani, di assistere per l'ennesima volta al doppio spettacolo della promessa di ricchi premi ecotillonda una parte e del deprimente voto “utile” dall’altra. Il guaio di Frosinone è che da diverse tornate elettorali non ci si ferma al voto utile ma si confezionano "liste utili"
Nel prossimo autunno andranno al voto 1347 Comuni, pari al 17% del totale. Fra questi, la capitale (Roma), 5 capoluoghi di regione (Milano, Napoli, Torino, Bologna, Trieste) e 15 capoluoghi di provincia.
I faccioni dei candidati e delle candidate tappezzano già i muri delle città con mirabolanti promesse di cambiamento, senza che nessun* di loro si periti di spiegare con quali risorse andranno a realizzarle.
Già, perché dopo due decenni di politiche di austerità e di trappola del debito, la situazione finanziaria dei Comuni è drammatica: sono 1083, pari al 14% del totale, quelli in condizioni di dissesto o di pre-dissesto; fra questi, anche grandi città metropolitane come Napoli, Catania, Messina, Reggio Calabria.
E’ infatti sui Comuni che sono state scaricate in questi anni tutte le politiche di “risanamento” della finanza pubblica, con una sproporzione evidente: nonostante il peso del comparto sulla spesa della finanza pubblica nel suo insieme non superi il 7,4%, e nonostante il peso sul debito pubblico sia irrisorio (1,6%), nel periodo 2011-2018 ai Comuni sono stati sottratti 12,5 miliardi di euro, con immaginabili conseguenze sull’erogazione dei servizi per i rispettivi abitanti.
Una progressiva espropriazione di risorse, che, se forse ha permesso ai governi di presentarsi in Europa “con i compiti fatti”, non è riuscita a conseguire neppure la famosa stabilità finanziaria, come si evince dalla situazione dell’indebitamento, che, per quanto molto basso in valori assoluti (35,2 miliardi a giugno 2020), sta letteralmente strangolando moltissimi enti locali, in particolare i più piccoli.
In media, l’onere complessivo del debito raggiunge il 10% delle spese correnti comunali, ma, se consideriamo gli enti fino a 10 mila abitanti, sono 2.130 (30%) i Comuni che registrano un onere complessivo del debito superiore al 12% della spesa corrente; e, di questi, 727 enti (10%) superano un’incidenza del 18%.
Già, perché non tutti sanno che, mentre lo Stato si finanzia con tassi intorno all’1%, il tasso medio degli interessi pagati sui mutui dagli enti locali è intorno al 4,5%, con l’enorme paradosso che tre quarti di questi sono detenuti da Cassa Depositi e Prestiti (l’81% del cui capitale è in mano al Ministero dell’Economia e delle Finanze).
In poche parole, siamo di fronte a uno Stato che, dopo decenni di espropriazione degli enti locali, riveste nei loro confronti anche i panni dell’usuraio.
Eppure, ad un certo punto, le cose sembravano finalmente avviarsi a cambiamento: il 30 dicembre 2019, l’allora governo Conte approvò il decreto Milleproroghe, con all’interno l’art. 39, che prevedeva l’accollo da parte dello Stato dei mutui dei Comuni allo scopo di ricontrattarne una drastica riduzione dei tassi di interesse, con un risparmio ipotizzato per gli enti locali intorno ad 1 miliardo/anno.
La norma coinvolgeva tutti i mutui vigenti alla data del 30 giugno 2019, con scadenza successiva al 31 dicembre 2024, e con un debito residuo superiore a 50 mila euro o di valore inferiore nei casi di enti con un’incidenza degli oneri complessivi per rimborso prestiti o interessi sulla spesa corrente media del triennio 2016-2018 superiore all’8%.
Nonostante il percorso ipotizzato prevedesse un iter molto celere, si è dovuto aspettare un anno (gennaio 2020) per avere il primo, ancora generico, decreto attuativo, mentre è solo nel gennaio di quest’anno (due anni dopo!) che è stata istituita l’Unità di Coordinamento per la riduzione dell’onere del debito degli enti locali, primo passaggio per l’avvio dell’iter, dei cui tempi successivi non è dato sapere.
La prossima tornata elettorale si svolgerà di conseguenza senza nessuna novità su questo fronte e con i Comuni in difficoltà finanziarie ancor più amplificate dalla pandemia in corso.
C’è qualcun* che vuole aprire una discussione pubblica su questa situazione in tutte le città e i Comuni che andranno al voto? O anche questa volta dovremo assistere al doppio spettacolo della promessa di ricchi premi e cotillon da una parte e del deprimente voto “utile” dall’altra?
"Sunshine, tutti i colori della musica, è un libro di politica”.
E’ quanto ha premesso Diego Protani, nel corso della presentazione
del suo ultimo volume, edito da LFA Pubblisher, sulla musica degli
anni ‘60 e ‘70. Evento organizzato dalle associazione “Spazio
Arte Rigenesi” e “Oltre l’Occidente” in Piazza Garibaldi a
Frosinone venerdì scorso 27 agosto.
In effetti far parlare i
musicisti attivi in un periodo carico di risvolti conflittuali,
rivoluzionari, definiti da alcuni utopici, costruisce una narrazione
potente e significativa. Raccogliere le testimonianze degli artisti
di allora, riportare le fasi di un percorso finalizzato alla
piena librazione della propria espressività e partecipazione
collettiva al panorama socio culturale di oggi è, di fatto,
un’operazione politica a tutto tondo.
Così come operazione
politica è stata la modalità con cui si è svolta la presentazione
in piazza del libro di Diego Protani. Unire le riflessioni scaturite
dal confronto sui temi di “Sunshine tutti i colori della musica”,
fra l’autore e il pubblico (sollecitato dal conduttore) con la
musica eseguita dal vivo dal gruppo Dottor Louis & The
Icebreakers, è stata una manifestazione dai risvolti politici significativi.
Quell’evento, frutto di contaminazione fra
parole e note, svoltosi in una piazza storica, fuori dai rigidi
schemi imposti da un’amministrazione comunale accentratrice, è
una vera rivoluzione politica. Dimostra che la nostra città non è
così ingessata in uno schema in cui: da un lato c’è il festival
de conservatori, evento indubbiamente meritorio ma dal costo,
troppo esorbitante, riservato ad una èlite, o pseudo tale,
dall’altro esistono manifestazioni grossolane utili a far fare
affari ai commercianti, pensate per un pubblico, giudicato, a torto,
bolso e ignorante.
Ci riferiamo a rassegne teatrali di bassa levatura e
cinematografiche poco curate, come se il loro svolgimento fosse
una scocciatura per l’amministrazione. Proiezioni mortificate da
un’arena , ricavata dentro il "Matusa", (ma la Villa Comunale esiste
ancora in questa città?), in cui l’inquinamento luminoso non
consente una visione ottimale, locandine e brochure che riportano
i titoli dei film sbagliati a dimostrazione di una penosa
sciatteria. Tanto il popolo bue partecipa ugualmente.
Ci riferiamo
anche al Matusa (ex stadio trasformato in fiera di bassa lega)
anch’esso costato uno sproposito, e alle Terrazze di C.so della
Repubblica, da dove si può ammirare un belvedere, che di bello non
ha proprio nulla, avvolti dai mefitici fumi di olio da frittura, stantio ed esausto, che profluviano da orrende bancarelle di street food. Una
pianificazione dettata da necessità commerciali più che culturali.
Non è un caso che per chiedere l’occupazione di suolo pubblico al
Comune è necessario rivolgersi all’assessorato per le attività
produttive.
La presentazione del libro di Diego Protani, con
l’annesso concerto dei Dottor Louis & The Icebreakers, ha
dimostrato che a Frosinone un’altra cultura è possibile, evadendo
dai rigidi schemi dettati dal padrone unico della città. Ha
dimostrato, anche, che il Centro Storico può vivere fuori dalle
quinte posticce che nascondono degrado ed abbandono. E questa è
politica piena. E’ proposta. E’ servizio ai cittadini.
Da
rimarcare che tutto ciò ha avuto luogo senza utilizzare alcun
finanziamento, né privato né pubblico, evitando di fare cassa di
risonanza ad amministratori pubblici "mecenati" che pretendono di
detenere il potere unico sugli eventi culturali in Provincia e che
fanno passerella prima di ogni concerto per poi lasciare l’uditorio
senza neanche ascoltare un brano.
Ciò a dimostrazione che non
servono finanziamenti faraonici per fare cultura,(anche se qualche
soldo è necessario) ma occorre soprattutto tanta passione ed
impegno, quello che i comitati elettorali, denominati impropriamente
partiti, oggi non hanno più. Abbiamo fatto politica con passione e
vogliamo continuare, riqualificando, a modo nostro, un luogo
bellissimo come Piazza Garibaldi, trasformando questo salotto
popolare in una culla della cultura per tutti.
Che il Recovery Fund e il PNRR fossero un imbroglio ordito dell'èlite neoliberista europea lo dico da sempre. Averne conferma da un accademico come il professore di economia Gustavo Piga dà autorevolezza a questa analisi. Attesta, purtroppo, come tutte le promesse della UE sulla necessità di cambiare le regole basate sull'austerity, a seguito della pandemia, siano chiacchiere vuote. E tutti, ma proprio tutti, partiti, e corpi intermedi adulatori di Draghi, ci hanno creduto e ancora ci credono, o fanno finta di crederci.
Luciano Granieri
Intervista di Massimo Franchi dal quotidiano "il manifesto" del 28 agosto 2021
Intervista
all'Economista di Tor Vergata. L'autore del libro "Interregno"
(Hoepli): a Bruxelles comandano ancora i neoliberisti, gli Usa invece
puntano sulla piena occupazione. Draghi aveva parlato di «debito
buono» ma ora ha accettato di ridurre il Deficit dal 12 al 4% in un
anno: si tratta di 120 miliardi di tagli, buona parte del Recovery
fund
Professor
Gustavo Piga, docente di Economia a Roma Tor Vergata, sul suo ultimo
libro «Interregno» (Hoepli) lei cita Gramsci per invocare
investimenti pubblici per salvare l’Europa dalla doppia crisi
2008-Covid. Il Recovery Fund e il Pnrr sono in linea con la sua
proposta?
Purtroppo
più si delinea il Pnrr e più mi convinco che non ci porterà fuori
dalla crisi e anzi potrebbe crearci ulteriori problemi. Il motivo è
presto detto: ci sono troppe condizionalità imposte dall’Europa.
Due esempi ce lo rivelano già: la riforma della giustizia che
abbiamo fatto in fretta per ottenere la prima tranche di
finanziamenti non darà certezze alle imprese che investono in Italia
– il suo obiettivo primario – perché, come dimostra il
fallimento del concorso di Brunetta, le assunzioni solo a tempo
determinato previste non invogliano i professionisti necessari a
creare il livello di personale che serve a dare certezza del giudizio
in tempi celeri. La seconda è la condizionalità maggiore che
l’Europa ci chiede: “Ti diamo i soldi solo se prometti di ridurre
il rapporto deficit Pil dall’attuale 12 al 3% in un solo anno:
significa 120 miliardi di nuove entrate o minori spese, buona parte
della cifra dell’intero Pnrr. Una totale pazzia che riporterà
l’austerità. L’Italia sarà l’ultimo paese europeo a tornare
ai livelli pre Covid, già bassi: la Spagna ci supererà di 3 punti
di Pil.
Lei
nel libro paragona l’Europa agli Stati Uniti. Lì le cose vanno
molto diversamente.
Assolutamente.
Biden ha deciso una espansione senza condizioni riassunta dalla sua
espressione: «Pagateli di più» che chiede di alzare i salari alla
classe lavoratrice, la più colpita dal Covid e dall’aumento delle
diseguaglianze. Il piano di Biden è fin troppo keynesiamo e punta
alla piena occupazione, obiettivo
che in Europa non c’è, in nessun paese.
Dunque
lei sostiene che l’austerità che il Covid ci ha fatto abbandonare
tornerà dalla finestra? Rimarremo nell’interregno?
Ci
siamo terribilmente dentro, l’austerità è già tornata, sia nel
piano della commissione Ue sia nel Def del nostro governo. Sapendo
benissimo ormai che l’austerità fa aumentare il debito pubblico,
non diminuirlo perché abbassa la crescita.
Draghi
nel suo intervento sul Financial Times sul «debito buono» sembrava
aver svoltato. Ora continua a sostenere che il Fiscal compact non ci
sarà più.
Draghi
per la sua forza e la sua universalmente riconosciuta capacità
avrebbe potuto dire all’Europa: «Invece che tornare al 3% di
deficit, mi fermo al 6% e il restante 3% lo utilizzo in investimenti
pubblici assicurandovi che la spesa sarà fatta bene». Purtroppo
anche lui si è dovuto piegare.
Perché?
L’egemonia liberista in Europa è ancora imperante?
Le
condizionalità imposte all’Italia lo dimostrano. Il neo liberismo
è ancora alla base del modello europeo. Solo la politica può
cambiare un modello che dovrebbe consentire a ogni paese autonomia
fiscale responsabile finché non ci sarà una vera politica fiscale
unica europea a Bruxelles. L’egemonia liberista è poi molto
attenta a far sì che non si super i una soglia di intervento
pubblico in economia.
Anche
da questo punto di vista i primi esempi in Italia non sono positivi:
l’ex Alitalia Ita è partita col modello Marchionne, all’ex Ilva
si sono persi anni inseguendo Arcelor Mittal; Mps rischia di essere
regalata a Unicredit. Problema di linea politica o di scelta dei
manager presi dal settore privato?
Su
Ita mi sembra che l’elefante ha partorito un topolino che rischia
di essere schiacciato in fretta. Mps sarebbbe l’esempio perfetto di
«banca del territorio» e regalarla a Unicredit che si prenderà il
meglio lasciando ai contribuenti il resto è senza senso. Ma anche
questo ci è imposto dalla commissione europea.
Tornando
agli Stati Uniti, è di ieri la notizia che la Fed inizierà a
ridurre gli stimoli per paura dell’inflazione. Qualcuno inizia a
preoccuparsi anche di qua dall’Atlantico.
Mi
viene da ridere. Io ho conosciuto l’inflazione al 20%. La Bce da
decenni non riesce a mantenere l’obiettivo del 2%, finendo sempre
sotto. Preoccuparsi per un po’ di inflazione dovuta in gran parte
alle storture nella catena di forniture dovute al Covid è risibile.
Sarei ancora più contento se l’inflazione fosse dovuta all’aumento
dei salari, ma questo purtroppo non è.
Lei
chiude il suo libro con una nota di ottimismo parlando dei suoi
studenti. Sono loro a darle fiducia nel futuro?
Ho
fiducia nei nostri giovani che sono stupendamente appassionati,
dinamici, innovativi e curiosi. Sono una Ferrari che deve però fare
i conti con noi anziani che stiamo dando loro un’autostrada piena
di buche e poca benzina. Anche per questo dovremmo investire
realmente e coprire di soldi e contratti a tempo indeterminato gli
ingegneri, gli specialisti di informatica, gli economisti che
serviranno per gestire il Pnnr. Un cambio nella gestione degli
appalti è la madre di tutte le riforme.
Si
terrà domani, venerdì
27agosto,
alle ore 21.00, a Frosinone,in
Piazza Garibaldi
la presentazione del libro di Diego
Protani "Sunshine
- I colori della musica
" edito da “LFA Publisher”.
Dopo
il buon successo di
Sulle labbra del tempo - Area tra musica gesti e immagini,
scritto con Viviana Vacca per
lo stesso editore
(Vincitore dell' VIII premio nazionale di storia contemporanea Luigi
di Rosa), lo
scrittore, attraverso
quest’ultima pubblicazione,
completa la
descrizione del
variegato, e
stimolante, quadro artistico-musicale di un’epoca storica , gli
anni ‘60 e ‘70, dai forti contrasti sociali e culturali.
Diego
Protani, attraverso
le interviste effettuate a
musicisti di
fama mondiale, codificatori
emozionali di
quei conflitti, rivela,
grazie
alla
loro
testimonianza,
come
il messaggio rivoluzionario
di speranza in un mondo nuovo, presente in
quei dischi ed in quei concerti,
possa
aver coinvolto intere generazioni.
Avremo
l’opportunità
di ascoltare,
dallo
stesso autorel’esperienza
e le riflessioni che ne ha tratto
nel raccogliere
le impressioni di
veri mostri sacri del rock, del
blues, della psichedelia, del progressive,
come,
ad
esempio,John
Sebastian, Al Kooper , Leo Lyons dei Ten Years After
, musicisti
che
suonarono al festival di Woodstock, ma
anche di tanti altri artisti come Captain
Beefhart,
che
ha collaborato con Frank
Zappa.
Il libro è aperto dalla prefazione di Bila
Copellini,
batterista dei Nomadi
di
Augusto
Daolio
dal 1965 al 1969, e
contiene un’intervista a
Mario
Capanna.
Modererà
l’incontro Luciano Granieri e i Doctor
Louis
& theicebreakers
offriranno il
loro
contributo musicale eseguendo brani rock
e blues degli
anni ‘60 e ‘70.