"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"
Piero Maestri, Sonia Migliaccio, Francesco Giordano, Francesco Stevanato, Rodolfo Greco, Giorgio Forti (del Comitato “No all’occupazione israeliana di Milano”)
Sul Corriere di lunedì 6 giugno Pierluigi Battista ci fa l’onore di parlare delle INIZIATIVE che si terranno a Milano contro l’annunciata Kermesse “l’Israele che non vi aspettate”, organizzata dall’Ambasciata israeliana in Italia.
Non ci sorprende lo zelo di Battista, che per l’ennesima volta fa sua l’equazione antisionismo uguale antisemitismo, equazione scorretta sul piano storico (il sionismo è un movimento politico sorto in una parte del mondo ebraico e che ha portato alla nascita dello Stato d’Israele attraverso l’espulsione degli abitanti palestinesi e la colonizzazione dei territori occupati) e politico (sarebbe come dire che siccome Battista è un anticomunista automaticamente è un fascista...).
Vorremmo però fare alcune correzioni a "errori" in cui incorre (alcuni dei quali al limite della querela):
- il manifesto di convocazione della manifestazione contro la Kermesse non vede una “bandiera con la stella di Davide quasi schiacciare il Duomo”, ma la bandiera israeliana che sventola sul muro dell’Apartheid – condannato dalla Corte de L’Aia - all’entrata di Betlemme (e che ci sia la stella di Davide sulla bandiera israeliana davvero non è colpa nostra), in un fotomontaggio traslato a Milano;
- quanti paroloni sulla volontà “incendiaria” o sul rifiuto “assoluto” dell’altro: noi protestiamo per una manifestazione POLITICA dell’Ambasciata israeliana che cerca di nascondere la realtà dell’occupazione, della colonizzazione illegale, dei crimini di guerra e contro l’umanità che i governi israeliani fanno in nome del loro stato “ebraico”, presentando le sue “eccellenze” (come le tecnologie di gestione dell’acqua… rubata ai palestinesi). E contesteremo i dirigenti politici di quello stato, che consideriamo criminali per i loro comportamenti concreti (come dimostrano anche in questi giorni sparando sui manifestanti disarmati nel Golan che non stanno “invadendo” i legittimi confini di Israele, ma un territorio occupato illegalmente nel 1967). Non sarà la "difesa preventiva" di Battista che grida alle violenze e all'intolleranza a fermare queste nostre iniziative ne a creare un clima che possa renderle impraticabili;
- invece di concentrarsi sui nuovi sindaci, Battista dovrebbe spiegare quali siano i rapporti economici, commerciali, politici e militari tra le istituzioni italiane (anche enti locali) e israeliane. Noi contesteremo quelle relazioni, come abbiamo contestato quelli con il regime libico delle stesse istituzioni e aziende (sui quali il silenzio era piuttosto imbarazzante prima della missione Nato) o con i vari satrapi del Mediterraneo:
Non vogliamo suggerire a Pisapia (tantomeno a Fassino, che in quanto a zelo filoisraeliano non è secondo nemmeno a Battista) quale posizione prendere: domandiamo solamente a lui e agli altri nostri rappresentanti istituzionali se sia possibile e giusto avere queste strette relazioni con i responsabili di crimini internazionali e che vengono nella nostra città a esporre le loro “eccellenze” per propagandare la loro guerra come giusta.
Ci spiace che Pisapia sia tirato per la giacchetta, ma noi siamo un movimento indipendente: Pisapia non può in alcun modo essere reso responsabile di quanto facciamo, e noi non dipenderemo nel prendere le nostre iniziative da quanto pensa o dichiara Pisapia.
Tra qualche giorno saremo chiamati a dire la nostra a livello nazionale su un tema fondamentale, la gestione del servizio idrico. Sull’argomento gli abitanti di Colleferro possono esprimersi a ragion veduta, dal momento che l’acqua in questo comune è gestita da società private da molti anni: Italcogim S.p.A (ora Suez de France) e Consorzio Servizi Colleferro. Possono constatare con i loro occhi l’obsolescenza delle infrastrutture, l'interdizione all’uso umano dell’acqua per lunghi periodi, le bollette aumentate addirittura all’insaputa e contro la volontà del comune di Colleferro (gestione Italcogim), le risposte evasive o assenti di fronte a legittime richieste di spiegazioni. Cerchiamo dunque di smascherare alcune favole che sentiamo costantemente ripetere in questi giorni di campagna referendaria da parte dei sostenitori della privatizzazione dell'acqua.
1)L'ingresso deiprivati è necessario per poter finanziare gli interventi di risanamento delle reti idriche, visto che le casse di Comuni e Regioni sono spesso al verde. Niente di più falso. Ad esempio, a Colleferro, nel solo anno 2011, nonostante la gestione sia in mano ai privati, il Comune e la Regione Lazio hanno stanziato circa 2.000.000 di euro per infrastrutture idriche e fognarie (fonte: bilancio delle opere pubbliche del Comune di Colleferro). Più in generale, in Italia tra il 1986 e il 1995 (in presenza quindi di gestioni municipalizzate o consortili), gli investimenti sulla rete idrica erano di 2 miliardi di euro l'anno. Dal 1996 al 2005 (in piena privatizzazione del servizio) gli investimenti sono crollati a 700 milioni di euro l'anno. Si sono dunque ridotti quasi dei due terzi.
2)Dobbiamo privatizzare il servizio perché l'Europa ce lo impone. In realtà l’Europa non ci impone un bel nulla. Richiama solamente gli Stati membri alla coerenza normativa: se uno Stato decide che un servizio pubblico ha rilevanza economica, è tenuto ad affidarne il servizio tramite una gara. Non esiste alcun altro obbligo. La gestione dell’acqua è interamente o prevalentemente pubblica in Paesi Bassi, Belgio, Austria, Norvegia, Svezia, Lussemburgo. L’acqua è gestita dal pubblico in molte città francesi, come Parigi (dove, dopo 18 mesi di ripubblicizzazione dell’acqua, lo scorso marzo le tariffe sono diminuite dell’8%). Il servizio idrico è pubblico o ripubblicizzato anche a Berlino (dove il 14 febbraio il referendum in tal senso è stato plebiscitario). L’Europa non ha nulla da eccepire.
3)Chi vota SI è contro la modernizzazione dell’intero paese. Per capire quanto sia falsa questa affermazione risaliamo al 1850. In Europa, sulla scia della prima rivoluzione industriale, la mancanza di acqua corrente nelle case di centinaia di migliaia di persone riversatesi nelle città creò seri problemi di salute pubblica. Tra il 1850 e il 1870 scoppiarono circa 600 epidemie di colera. Non bastarono a fermarle le nuoveinfrastrutture idriche volute e finanziate dai governi ma date in gestione a società private. I costi di allaccio infatti erano proibitivi per la gran parte della popolazione: tra il 1870 e il 1890 scoppiano altre 400 epidemie. In Italia, nel 1903, la legge sulla municipalizzazione degli acquedotti voluta dal ministro dell’interno non certo troppo “rosso” Giovanni Giolitti in sostanza si basava su questo principio: l’acqua è essenziale per l’igiene pubblica, in questo paese è in atto un’emergenza sanitaria, di conseguenza tutta la popolazione deve essere dotata di servizi igienici e acqua corrente in casa. Di questo compito vengono incaricate le municipalizzate. Tornando all'affermazione iniziale, la “modernizzazione” di cui si parla riporterebbe l’Italia agli anni precedenti al 1903, quando la gestione del servizio idrico era in mano ai privati.
4)La libera concorrenza permette al cittadino di scegliere il gestore migliore. Questa affermazione potrà essere vera in tanti casi, ma non per l'acqua, definita anche da diversi economisti un monopolio naturale. Una volta dato in gestione il servizio (generalmente per 30 anni, con possibilità di rinnovo) l'utente non soddisfatto della qualità dell'acqua o delle modalità di gestione del privato di turno, non potrà certo decidere di comprare l'acqua da un'altra azienda, visto che l'acquedotto è unico.
Un privato, il miglior privato possibile, ha come obiettivo primario il profitto, diversamente dalgestore pubblico, che non deve pensare ad altro che al bene della collettività e alla conservazione della risorsa acqua ed è sottoposto al controllo dei cittadini.
Dicendo questo siamo consapevoli della necessità di innovare profondamente la gestione della cosa pubblica, per mezzo di una informazione puntuale e completa, attraverso la costruzione di momenti di partecipazione alle decisioni da parte dei cittadini: i movimenti che hanno portato ai referendum sono costituiti appunto da cittadini che hanno dimostrato di saper prendere in mano i propri diritti, organizzandosi, valorizzando competenze e condividendo conoscenze.
L’elenco delle dicerie e della disinformazione sarebbe ancora lungo, ci limitiamo a citare questi due ultimi importanti dati: da quando esistono le SpA i consumi idrici sono aumentati del 20% e i piani d’ambito prevedono un ulteriore aumento, tra il 17 e il 20%, in un paese che è già ai massimi livelli di consumo di acqua potabile e minerale al mondo. Ultimo aspetto, le tariffe: aumentate negli ultimi 10 anni del 68%, a fronte di un'inflazione del 21%.
Per questi e per tanti altri motivi, domenica e lunedì 12 e 13 giugno è necessario ribadire il nostro SI all'acqua bene comune, per la nostra vita e per quella delle generazioni future, per la ricostruzione della democrazia. La gestione dell’acqua a Colleferro, come si è detto, ha molto da insegnarci sul tema.
In allegato i costi riepilogativi sostenuti dalle amministrazioni (Comune, Regione, Europa) per il Comune di Colleferro per l'anno 2011.
Consideriamo i costi sostenuti
dalle pubbliche amministrazioni
(Comune, Regione, Europa) per il 2011 nel Comune di Colleferro
Comitato “No all’occupazione israeliana di Milano”
Dal 12 al 23 giugno a Milano, in piazza Duomo, si terrà “Israele che non ti aspetti”, una kermesse sulla tecnologia e sul turismo israeliani promossa dalle stesse autorità di Tel Aviv in collaborazione con gli enti locali lombardi, per “promuovere scambi scientifici e culturali tra Tel Aviv e Milano” e raccontare “un Israele diverso da quello di Stato interessato da un conflitto”. Un'operazione da 2,5 milioni di euro che vorrebbe cancellare la memoria della pulizia etnica che ha dato origine alla nascita dello stato di Israele e che perdura tuttora: la violenta cacciata degli abitanti della Palestina nel 1948-49, l’espropriazione della loro terra, la soppressione dei loro diritti civili e dei più fondamentali diritti umani, la negazione del diritto dei profughi palestinesi al ritorno nella propria terra.
Uno Stato che legittima l’apartheid come prassi quotidiana, nascondendola sotto la parola “sicurezza” (tanto cara anche ai nostri governi), che costruisce un muro alto più di otto metri che impedisce ai palestinesi di accedere ai propri campi, alle scuole e agli ospedali, espropriando altra terra, case, fonti di vita. Un muro che - in aperta violazione di sentenze e accordi internazionali - annette, sempre in nome del Santo Diritto alla Difesa, insediamenti illegali, che neanche dovrebbero esistere. Uno Stato che viene definito “unico stato democratico del Medio Oriente”, ma che nei suoi 63 anni di storia ha continuamente alternato guerra ad alta e a bassa intensità. Uno Stato che nel gennaio 2009 ha bombardato la Striscia di Gaza portando in soli 24 giorni alla morte di oltre 1.500 persone, utilizzando armi illegali secondo la Convenzione di Ginevra, come le cluster bombs ed il fosforo bianco. Uno Stato che dal 2006 condanna gli abitanti della Striscia di Gaza ad un assedio e ad un embargo totali e permanenti, impedendo l’ingresso di materiali da costruzione come di altri moltissimi beni, anche di prima necessità, in aperta violazione della legalità internazionale. La recente apertura del valico di Rafah da parte del governo egiziano, che autorizza solo il passaggio delle persone e non delle merci, non permette ancora l'ingresso degli aiuti umanitari.
Proprio per rompere l'assedio di Gaza il movimento internazionale si sta mobilitando in Palestina e attraverso convogli, carovane, missioni internazionali per portare aiuti alla popolazione di Gaza e sostegno politico alla lotta di liberazione palestinese. Nei prossimi giorni da diversi porti europei partirà la FreedomFlotilla 2 di cui farà parte anche la nave italiana Stefano Chiarini: mentre le istituzioni italiane ospitano la kermesse sionista è ancora più importante il sostegno ad iniziative come laFlotilla che, nonostante le minacce del terrorismo di Stato israeliano, che un anno fa provocò i nove morti della Mavi Marmara, è pronta a partire.
Per questo non tolleriamo che Milano diventi la passerella per un’operazione di propaganda dell'imperialismo sionista. Più di 70 risoluzioni delle Nazioni Unite in difesa dei Palestinesi, di condanna delle politiche di Israele sono state ignorate: Israele le ha tutte disattese, con l’appoggio determinante degli USA, l’inettitudine colpevole dell’Unione Europea e di tutti gli stati europei.In particolare l’Italia si è resa complice sottoscrivendo numerosi accordi di cooperazione economica, militare e scientifica con Israele, proprio mentre nel mondo cresce la campagna di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni contro il regime di apartheid israeliano. Non a caso parte integrante di questa kermesse sarà il Summit Economico in piazza Affari, dove si terranno numerosi incontri bilaterali economici/politici con rappresentanti delle istituzioni italiane e 600 imprenditori.
NO GLI ACCORDI ECONOMICI E DI COOPERAZIONE CON ISRAELE!
PER IL BOICOTTAGGIO DELL'ECONOMIA DI GUERRA ISRAELIANA!
CONTRO L'IMPERIALISMO ISRAELIANO! VITA TERRA E LIBERTA' PER IL POPOLO PALESTINESE!
NO ALL'OCCUPAZIONE ISRAELIANA DELLA PALESTINA...E DI MILANO!
MANIFESTAZIONE NAZIONALE IL 18 GIUGNO A MILANO
CONCENTRAMENTO IN LARGO CAIROLI ALLE 15:00
INVITIAMO TUTTE LE REALTÀ AD INVIARE LE ADESIONI ALL'INDIRIZZO
Il Liceo Artistico Statale "Anton Giulio Bragaglia" di Frosinone invita alla presentazione INSIEME PER L'ARTE. Quest'evento riunisce le sedi dell'istituto d'istruzione superiore di Frosinone, Cassino, Sora e Anagni, con il coinvolgimento di chiunque voglia partecipare a questa giornata organizzata per la fine dell'anno scolastico dove si potrà passare del tempo insieme, all'insegna dell'arte. Il programma stabilito é:
ORE 8.30 - Extemporanea di pittura
ORE 9.30 - Mostra mercato
ORE 10.30 - Apertura mostra didattica
ORE 11.00 - Tavola rotonda "Educazione all'arte e ai suoi valori"
ORE 13.00 - Pausa pranzo
ORE 14.30 - Esibizione gruppi musicali, canto e danza degli studenti di Anagni, Sora, Cassino e di Frosinone
ORE 20.00 - Spettacolo teatrale
Saremmo molto lieti della vostra partecipazione. E vi aspettiamo "INSIEME PER L'ARTE". (Ingresso libero).
Che ne è della guerra in Libia? I resoconti di questo ennesimo conflitto umanitario, o di liberazione che dir si voglia, sono spariti dalle televisioni e dai giornali, salvo qualche rara eccezzione . Si sa che Gheddafi sta trattando la sua buona uscita . Ma che sviluppi hanno le azioni belliche? Perché tanti disperati scappano dalla Libia rischiando di trovare la morte in mare? Vediamo di aggiornare la situazione. Il quartier generale alleato, d’istanza a Napoli, annuncia che per la prima volta il 4 giugno sono stati usati elicotteri d’attacco. Sono Tiger francesi, Gazzelle e Apache britannici armati da missili Hellfire che vengono lanciati a 8 km dall’obbiettivo e colpiscono prima che gli elicotteri aggressori siano visibili alla contraerea. Vengono usati inoltre aerei telecomandati Usa Predator/Raptor equipaggiati da una testata a frammentazione o termobarica. Questa, esplodendo, crea un vuoto d’aria che provoca la morte per asfissia di chiunque si trovi nell’area anche all’interno di edifici e rifugi . L’utilizzo di velivoli d’attacco da parte della Nato ha il preciso scopo di preparare il terreno per lo sbarco delle truppe a terra . Gli elicotteri che attaccano in Libia partono da navi d’assalto Tonnerre (francese) e Ocean (britannica) dalle quali, al momento opportuno, possono sbarcare migliaia di soldati e armi pesanti. Siccome il congresso Usa ha confermato la contrarietà ad inviare truppe di terra per evitare di ritrovarsi invischiato in un pantano tipo Afghanistan, l’incombenza toccherà agli eserciti alleati: truppe francesi, britanniche e italiane sotto comando americano. A testimonianza dell’inasprimento dell’offrensiva, nella base di Gioa del Colle sono arrivate bombe a guida laser da una tonnellate le cui testate ad uranio impoverito e tungsteno possono distruggere edifici rinforzati. Questi micidiali ordigni equipaggeranno Eurofighter e Tornado in decollo dall’aeroporto pugliese. “Tali armamenti ci permettono di proteggere i civili e realizzare gli scopi delle Nazioni Unite” sostiene Liam Fox segretario britannico della difesa. Ma la settimana scorsa è arrivata la denuncia del Vescovo Copto di Matrouh e del Nord Africa, Bakhomis Demetry il quale sostiene che negli ultimi raid aerei sono state colpite e danneggiate due chiese copte, quella di San Giorgio a Misurata e quella di San Marco a Tripoli. Dunque il nostro governo, con il convinto appoggio dell’opposizione, si sta rendendo complice di una vera e propria guerra di aggressione. Che Berlusconi e la sua maggioranza, ormai in stato confusionale, abbiano potuto avvallare l’ennesima mattanza a rimorchio di francesi inglesi e americani, non ci stupisce più di tanto. E’ grave che questa sporca guerra dagli echi colonialisti sia benedetta da coloro che si fanno paladini della Costituzione , salvo poi tralasciare il rispetto dell’articolo 11 quello famoso in cui si afferma “CHE L’ITALIA RIPUDIA LA GUERRA ECC. ECC. ” Vogliamo sperare che le forze popolari, i movimenti, che hanno contribuito in modo così determinante alle vittorie di Pisapia De Magistris e Zedda, possano a livello nazionale porre la questione all’interno di quella nomenclatura piddina che ha avuto il merito in questi anni di: DECRETARE IL TRIONFO DI BERLUSCONI, E FAR SPARIRE I MOVIMENTI COMUNISTI DAL PARLAMENTO.
Il video che segue è:
Lybiam - guerra per la democrazia o guerra neocoloniale?
Nel 2004 AMR Progetto Comunista ( corrente della sinistra del PRC ossatura fondante del PCL) scriveva a riguardo della questione palestinese: “… Come da sempre le prospettive della rivoluzione palestinese sono difficili. E sempre di più dovrebbe essere evidente che la soluzione positiva per i palestinesi deve essere cercata nello sviluppo, accanto all’Intifada, di una lotta più ampia nel Medio Oriente. Una lotta contemporaneamente contro il sionismo, l’imperialismo e i suoi agenti borghesi e feudo-borghesi; per una soluzione socialista in Palestina e nel Medio Oriente in generale. Questa è l’unica prospettiva che potrebbe avere la forza per vincere il sionismo e i suoi padroni imperialisti, realizzando le legittime aspirazioni nazionali (ma anche sociali) del popolo palestinese.”
Questa analisi auspicabile poneva, oggi ancora più attuale, la prospettiva della liberazione del popolo palestinese all’interno di una cornice di rivoluzione nel Magreb.
Il vento delle rivoluzioni arabe può essere un nuovo detonatore sociale per la questione palestinese. I marxisti rivoluzionari da internazionalisti si oppongono da sempre al nazionalismo, in tutte le salse, che offre soltanto la prospettiva di rovesciare i termini dell’oppressione. L'unica soluzione per il popolo palestinese è la rottura del recinto capitalistico. La via di salvezza per i palestinesi e per la minoranza di lingua ebraica è una rivoluzione proletaria e una federazione socialista del Medio Oriente.
Le proposte di risoluzione sul conflitto palestinese dei vari imperialismi, dagli Usa a quelli europei , non solo sono finte e servono unicamente a tutelare i propri interessi geopolitici in quell’aria, ma sono anche il frutto della più brutale astrazione geografica che non pone soluzione.La morte di Arrigoni ha dimostrato ancora una volta lo squallore politico del governo Italiano. Il silenzio sulla tragica vicenda da parte del governo ( e delle opposizioni democratiche) è un fatto. A questo silenzio i poteri forti italiani hanno sommato il proprio sostegno, per bocca di Berlusconi, al regime coloniale d’Israele e il ripudio all’umanitaria missione di Freedom Flotilla ( Berlusconi “bloccheremo la Freedom Flotilla”).
Tutto questo rende, oggi più che mai, il nostro impegno a favore del popolo palestinese e della sua lotta prioritario.
Come trotskysti lottiamo per dirigere le masse verso la rivoluzione socialista. Ma non pretendiamo di imporre le nostre specifiche soluzioni a tutti i problemi. In Palestina, al momento della vittoria rivoluzionaria, sarà il popolo palestinese – con la sua libera autodeterminazione e con il rispetto dei diritti del popolo ebraico – a decidere.
Il video che segue, inviatoci da Aya Aljelanyun amico del nostro canale YouTube, contiene delle immagini crude. Ne sconsigliamo dunque la visione a chi sia particolarmente impressionabile. La redazione
Israele è come gli 007: ha la licenza di uccidere. Concessa dalle loro maestà Usa ed Europa. Grazie ai miti creati dal sionismo e dimostrati come falsi da vari docenti di storia israeliani
Nuova strage di pacifici manifestanti palestinesi per mano del solito esercito israeliano dall’ammazzamento facile. Dopo la ventina di omicidi, con contorno di centinaia di feriti, di pochi giorni fa in occasione delle manifestazioni per la Naqba, cioè per Il Disastro della cacciata a mano armata di 700 mila palestinesi dalle loro terre seguita alla proclamazione dello Stato di Israele, ecco la ventina di omicidi delle ultime ore in occasione della Naksa: in occasione cioè della ricorrenza della sconfitta nella Guerra dei Sei Giorni del ’67 dei farraginosi eserciti di Egitto, Siria e Giordania per mano di quello di Israele. Che si prepara alla nuova mattanza di “pacifinti”, come gli ipocristi chiamano i pacifisti non antipalestinesi, della prossima Flotilla diretta a Gaza dopo la strage di 9 pacifisti turchi a bordo di una nave della Flotilla precedente. A parte le chiacchiere, le bugie e il sempre più cinico e intollerabile farsi scudo della Shoà, che non è una tragedia privata degli israeliani, non appartiene solo a loro, ma è una tragedia del mondo e al mondo intero appartiene, le cifre mettono a nudo la realtà della repressione militare israeliana e i suoi obiettivi. Dal 2000 al 2010 a fronte di 1.083 vittime civili della “insorgenza” palestinese ci sonon 6.371 vittime civili palestinesi. Non siamo ancora al famoso rapporto “1 a 10?, di orribile memoria, ma ci siamo vicini, anche perché nel 2011 le altre vittime palestinesi non sonio certo poche: una vergogna per Israele. Che ai palestinesi ha anche rubato terra per piazzarci ben 430 mila colonim in spregio a tutte le leggi internazionali e alle stesse risoluzioni e richieste dell’Onu. I rifugiati palestinesi che campano con l’elemosina dell’Unrwa, l’apposita agenzia dell’Onu, sono ormai arrivati alla astronomica cifra di 4,8 milioni. Le case demolite e gli alberi da frutta palestinesi, olivi e arance soprattutto, distrutti per rappresaglia dagli israeliani assommano ormai a decine di migliaia le prime e a centinaia di migliaia i secondi. Ho perso il conto dei pozzi e delle fonti d’acqua palestinesi requisiti, cioè rubati, ai palestinesi. Ci sono situazioni scandalose che francamente gridano vendetta, dall’impossiiblità per certi villaggi, piani di bambini, a poter disporre di acqua ed elettricità alla moria di donne incinta impossibilitate a ricoverarsi in ospedale per partorire a causa dei chek point chiusi e del menefreghismo dei soldati addetti al loro funzionamento. La situazione di Gaza non ha bisogno di essere illustrata.Di ormai insopportabile ipocrisia l’appello Usa “alla calma” dopo la mattanza di manifestanti della Naqsa, insopportabile specie dopo che Obama ha dovuto rimangiarsi di fronte alla platea dell’AIPAC, la più potente delle lobby sioniste pro Israele degli Usa, quello che pochi giorni prima aveva fatto infuriare il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu in visita alla Casa Bianca. L’AIPAC fa ballare in particolare la signora Hilary Clinton, cioè il segretario di Stato Usa all’origine del viscido appello “alla calma”: oltre ad essere stata eletta con l’appoggio dell’AIPAC, la signora Clinton ha la figlia Chelsea andata sposa in pompa magna un anno fa a Marc Mezvinsky, rampollo di una straricca famiglia di finanzieri sionisti tenaci sostenitori di Israele sempre e comunque.
Obama ha dovuto dichiarare pubblicamente all’AIPAC il contrario di quello che poche ore prima aveva sbattuto in faccia a Netanyahu. Se a questi aveva annunciato che lo Stato palestinese è ormai inevitabile che finalmente nasca, tanto ormai dopo 60 anni di angherie, furti di terra e vessazioni varie sarà grande al massimo come un francobollo gruviera, alla platea dell’AIPAC ha docuto garantire che gli Usa non ne appoggeranno la nascita se non alle condizioni di Israele. In particolare, lo Staterello palestinese “dovrà essere smilitarizzato”, cioè sempre sottoponibile a invasione da parte di Israele usa a violare i confini altrui e dotata anche di centinaia di testate nucleari. Non c’è bisogno di commenti.
Vale la pena invece di occuparci del discorso di Netanyahu al senato Usa fatto dopo la gelida visita alla Casa Bianca. E’ ora infatti di prendere di petto tutta una serie di miti e chiamarli coni il loro nome: miti, appunto. O, più prosaicamente, panzane alle quali un popolo è libero di credere – ogni popolo, compreso quello italiano, ha le sue “panzane” mito, e sono sacre – ma non può certo pretendere, per giunta con le armi, che ci debbano credere anche gli altri popoli. Specie se si usano i propri miti come comoda scusa per mettersi sotto il tallone altri popoli.
Nel suo applauditissimo discorso al parlamento Usa, il capo del governo israeliano – che punta chiaramente a evitare che Obama venga rieletto, e quindi punta anche a che l’AIPAC non stanzi fondi per la sua campagna elettorale – ha infatti ripetuto la solita ferrea, monolitica e tranchant affermazione, il classico cavallo di battaglia e tabù del sionismo: “Israele è la terra dei nostri avi e quindi abbiamo tutto il diritto di tornarci e di restarci”. La prima obiezione che viene spontanea è perché mai lo stesso diritto non lo debbano avere le centinaia di popoli delle Americhe, del nord, del centro e del sud, costretti a vivere in riserve o a essere cittadini di serie B, quando non di serie C, o i vari popoli africani, come i boscimani o i bantù, e gli aborigeni australiani. I mapuche dell’Argentina hanno anzi perso la causa in tribunale con la quale chiedevano di poter tornare nelle terre degli avi in Patagonia, terre oggi occupate dagli italiani Benetton – sì, quelli della United Colors of Benetton – per far pascolare le mandrie di pecore dalle quali ricavano la lana per i loro tessuti. In Australia gli aborigeni si sono rivolti alla magistratura per chiedere di riavere almeno la città di Perth, che è oltretutto aborigena anche nel nome. Nella foresta amazzonica sono ancora oggi varie le etnie spazzate via per far posto alle miniere e alla deforestazione per mano delle grandi compagnie minerarie o dei grandi latifondisti, che fino a pochi decenni fa davano un premio a chiunque portasse loro un orecchio o un’altra prova di avere ucciso un “selvaggio”, cioè un indio da sfrattare armi alla mano mandandolo all’altro mondo.
Anche a voler evitare di polemizzare con tali paragoni, che dimostrano come anche nel campo dei diritti umani valga il criterio dei due pesi e due misure, basato sul principio che il più forte ha ragione mentre i più deboli se la prendono in quel posto, resta una obiezione fondamentale all’affermazioni di Netanyahu e del sionismo in genere. Rizzoli ha da poco pubblicato la traduzione del libro di un docente di Storia israeliano all’Università di Tel Aviv – ed ebreo, se questo particolare interessa a qualcuno che ha bisogno di timbri a garanzia – che si aggiunge a vari altri che spazzano via la definizione di “popolo ebraico” dimostrando che un tale popolo non esiste, né più e né meno come non esiste il popolo cristiano o cattolico, ma esistono vari popoli cristiani o cattolici, spesso perfino in guerra tra di loro come mostra impietosamente e in modo supremo anche e soprattutto la seconda guerra mondiale. Il docente in questione è Shlomo Sand, nato in Austria da genitori polacchi internati dai nazisti e scampati alla Shoà, emigrato con il figlio in Israele dopo avere rifiutato qualunque indennizzo dalla Germania. Sand nelle oltre 500 pagine del suo documentatissimo libro dimostra – anzi, ricorda, perché si tratta spesso di cose scritte già nella bibbia, anche se taciute – che alla religione nata in Giudea, oggi nota come ebraismo, si sono man mano convertiti re, regine e interi popoli, dal Marocco alla Mesopotamia, dal Sahara all’Europa, che con la Giudea non avevano nulla a che spartire. mi viene da ridere all’idea che Paolo Mieli o Momi Ovadia siano diversi da me perché sono ritenuti “semiti”, quando invece i semiti sono semmai gli arabi e i palestinesi, ma certo non gli ebrei europei o africani, come i falascià. Se la memoria non mi inganna, già Koestler fece notare che Hitler e i nazisti, e quindi anche Mussolini e i fascisti, erano ignoranti come bestie in fatto di “semiti” e non, visto che i tanto esecrati ebrei europei di semita non hanno mai avuto nulla.
Il professor Sand ricorda anche che la famosa diaspora ebraica è nata spontaneamente e molto tempo prima che i romani riconquistassero Gerusalemme distruggendo anche il Tempio, e che se si parla di “popolo ebraico errante” è solo perchè nell’800 il sionismo ha fatto proprio il mito cristiano dell’”ebreo errante”, eternamente errante in quanto “popolo deicida” perché aveva “ucciso Gesù”. A dire il vero Sand ricorda anche un’altra cosa, piuttosto imbarazzante: il sionismo è nato nella setssa epoca e nella stessa zona dell’Europa orientale che ha visto nascere altri nazionalismi basati su falsificazioni mitologiche della Storia e sul mito della “purezza del sangue e delle origini”, come il nazionalismo tedesco diventato poi nazionalsocialismo o nazismo che dir si voglia e lo slavismo. Sand fa notare altre due cose. La prima è che le democrazie e gli Stati dell’Europa occidentale, dall’Inghilterra all’Italia, dalla Francia alla Spagna, hanno un concetto della cittadinanza e dello stesso nazionalimo che è un concetto “inclusivista”, vale a dire che include chiunque viva, e meglio se paga le passe, su uno stesso territorio nazionale a prescindere dalla religione e dall’oridine familiare e degli avi della proprio nazionalismo. La seconda è che gli Stati e i nazionalismi dell’Europa orientale hanno invece avuto una concezione della cittadinanza tipicamente “esclusivista”: vale a dire, che esclude chi non appartenga alla stessa “razza”, allo stesso ceppo “del sangue” o non discenda dalle “tribù fondatrici” dei rispettivi popoli. Tra i nazionalismi “esclusivisti”, oltre al nazionalismo tedesco sfociato nel nazismo della “pura razza ariana”, c’è il nazionalismo ebraico noto come sionismo. Che, come si vede, e lo dimostra Sand, non lo dice cioè un “antisemita”, non ha un bel blasone, un gran bel pedigree.
In ogni caso, ma Netanyahu&C ignorano volutamente anche questo, cioè che il sionismo non è mai stato un blocco monolitico, per giunta antiarabo o antipalestinese. Non solo c’è stato il sionosmo per esempi di Judha Magnes, che voleva sì la creazione dello Stato israeliano nela Palestina storica, ma voleva che fosse uno Stato e una democrazia “inclusivista”: vale a dire, con pari doveri e diritti per ebrei, musulmani, cristiani, atei, agnostici e quant’altro. E tra i vari partiti sionisti, Mapai, Mapam, ecc., c’erano anche quelli che non distinguevano – sotto il profilo della cittadinanza e della parità di diritti e dover – tra ebrei e non ebrei. Lo scrive molto bene un altro docente di Storia israeliano – ed ebreo, sempre se a qualcuno interessa il sigillo di garanzia – come Ilan Greilsammer, nel suo agile libretto “Il sionismo”, edito da il Mulino. Greilsammer dimostra anche come il sionismo abbia falsificato la storia ebraica inventando una serie di miti utili alla causa del nazionalismo ebraico teso ad avere un suo Stato.
Sia Sand che Greilsammer auspicano, come il sottoscritto e una moltitudine di intellettuali israeliani e di ebrei non israeliani, che – ora che Israele esiste – il sionismo politicamente si aggiorni, rivisiti il suo nazionalismo e i suoi miti, e si renda conto che la legittimità dello Stato di Israele è basata non sulla bibbia et similia, bensì sulla famosa risoluzione dell’Onu del 1948. La stessa che legittima, finora – e forse ormai per sempre – inutilmente, la nascita di uno Stato palestinese.
Intanto però Netanyahu a Washington ha barato, come del resto la maggioranza dei sionisti odierni, e ha potuto farlo, per giunta venendo anche applaudito pare ben 30 volte, solo perché su certi argomenti si preferisce coltivare l’ignoranza, lasciare briglia sciolta e pascolo libero a stereotipi e falsità storica, base per l’appunto dell’ignoranza di massa utile a predicare ciò che da troppo tenpo si predica. E si pratica.
Di fronte alla durezza di Netanyahu, che punta addirittura a far cacciare Obama dalla Casa Bianca facendo leva negli Usa sulla comunità ebraica e su quella cristiana sionista , è bene cominciare a dire ad alta voce che a contribuire al suo dente avvelenato è, oltre alla sete di potere tipica dei politici, il fatto che è il fratello di un soldato, Jonathan Netanyahu, caduto durante l’attacco israeliano all’aeroporto di Entebbe nel 1976. E’ il caso di cominciare a dire ad alta voce anche che l’attuale primo ministro israeliano ha creato negli Usa, nei vari anni in cui ci ha vissuto, il think tank Jonathan Institute, non a caso intitolato al fratello caduto nell’attacco a Entebbe. E’ bene infatti si sappia, se si vuole capire perché Israele rischia il vicolo cieco, con tutte le sue conseguenze, che il Benjamin Institute ha avuto un ruolo non trascurabile nel teorizzare il passaggio dalla guerra fretta Usa-Urss al confronto tra Nord e Sud del mondo. Il confronto, vale a dire, che ha permesso alle industrie di armi di continuare a prosperare e che rischia di trascinarci in una nuova guerra mondiale.
Netanyahu non è un politico onesto, tra i sionisti è forse il politico più pericoloso e meno onesto: confonde infatti i suoi rancori e la sua sete di potere con gli interessi di Israele, per giunta spacciandoli anche lui come interessi di tutti gli ebrei del mondo. Chiunque sia amico del mondo ebraico, e magari anche di Israele, senza per questo essere nemico mortale di altri mondi e altri Stati, deve svegliarsi: aprire gli occhi e fare la sua parte. Prima che sia troppo tardi.