Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

giovedì 30 giugno 2011

Noi non siamo i custodi dei beni comuni. Siamo solo degli oppositori a questo sistema neoliberal-fascista!

Kollettivo Onda Rossa 

Siamo stati oggetti di attacco semplicemente perché abbiamo espresso solidarietà al movimento No Tav...e noi cosi abbiamo risposto a chi dice che non si può parlare di fascismo alle aggressioni ai manifestanti!!!
Esistono delle responsabilità che una sorta di adesione ad un’etica della convinzione ci impone di avere. La nostra convinzione ci impone di essere al fianco del movimento No Tav. Come al fianco dell’Acqua Pubblica, contro il nucleare e cosi via. La matrice di queste questioni è sempre la stessa: fare profitto per pochi incuranti delle ripercussioni sui molti.
Naturalmente non pensavamo di dover replicare ad un nostro volantino che non aveva nessun intento propagandistico, ma semplicemente si esplicava come un atto di solidarietà nei confronti di quei cittadini e di quei movimenti che stanno lottando per difendere il proprio territorio e la propria salute dallo scempio prodotto dalla metafisica della Santità del Denaro. Il nostro principale antagonista è e rimane il neo liberismo imperante delle multinazionali che pensano di fare profitti incuranti delle sorti della grande maggioranza delle persone. Basta guardarsi intorno a noi: quello che sta succedendo al Porto, alle Ferrovie, ai lavoratori della Lirosi, ai tanti lavoratori di Reggio Calabria o allo scempio della Sa-Rc, della statale 106, al disastro ecologico delle discariche e degli inceneritori (si registra un incremento di patologie oramai nel nostro territorio, basti guardare i dati dei medici dell’Isde). Il volantino era un atto di solidarietà nei confronti di chi come noi lotta da anni ( ed in prima linea, la lotta si fa con uomini in carne ed ossa!!!) contro la distruzione del territorio. La Val di Susa è un gemello lontano di quello che potrebbe essere Cannitello e dintorni con il Ponte sullo Stretto. Ci ritroviamo pienamente d’accordo con lei, signor Giordano, sulla necessità di riportare la parola al suo significato originario. Siamo i primi dissidenti di Fassino e Chiamparino, basti pensare che il PRC non li ha sostenuti per questo motivo (la Tav) e anche per la questione della Fiat di Marchionne. Naturalmente noi scriviamo dittatura neo-liberal-fascista. Naturalmente. Il potere ha un carattere liquido e mutevole nonostante la sua conservazione. Cambia la forma, ma la sostanza rimane invariata. Teoria gattopardesca. La dittatura a cui noi facciamo riferimento è quella forma di micro-fascismo di cui parla Felix Guattari (ma in un volantino non pensiamo si possa aprire un dibattito di filosofia); insomma a quelle forme molecolari che usano l’autoritarismo e la repressione per creare un uomo unidimensionale o calcolabile; oggi non più con il manganello e l’olio di ricino, ma con un sistema occulto e subdolo di indirizzare le masse. Non ci riferiamo certo al Fascismo del braccio teso o delle camicie nere. Ma al sistema di controllo poliziesco tipico dei sistemi autoritari. Usano, infatti, il manganello telematico descrivendo coloro che lottano per pericolosi sovversivi. Ma gli estremisti veri, forse, sono quelli pronti a tutto per guadagnare. E’ un atto liberatorio della parola contro ogni forma di alienazione della libertà di dissenso che in Italia ha toccato l’apice con il fascismo. Ma che probabilmente nella gestione delle forme è rimasto invariato anche in tutto il tempo dell’Italia Repubblicana. Noi non potevamo scriverlo un volantino sulla rivolta di Reggio perché quando abbiamo messo piedi su Gea quella rivolta non c’era più. Il Kollettivo Onda Rossa nasce nel 1992. Potremmo anche discutere degli errori del PCI in relazione ad una rivolta che nasce spontanea, ma dovremmo discutere anche di quello che successe poi, ad esempio dei rapporti tra Ciccio Franco, Junio Valerio Borghese, Avanguardia Nazionale e Ordine Nuovo. Oppure discutere di quel 22/07/1970 a Gioia Tauro e di quel tragico incidente alle porte di Frosinone dove scomparve un dossier e vite umane. Dovremmo sicuramente discutere di tutto questo. Ma era proprio necessario richiamare quegli anni in relazione alle lotte contro le privatizzazioni e per la difesa dell’ambiente? Infine noi non ci sentiamo i soli custodi della difesa del territorio o dell’ambiente o della salute. Ma dire che destra e sinistra sono le stessa cosa non ci trova in accordo. Non guardiamo all’arco istituzionale, ma al metodo di essere. Alla militanza dell’idea nelle lotte. Ai movimenti reali. Questa comunanza, infatti, tra l’odierna destra neoliberista e la sinistra non ci convince. La sinistra a cui noi facciamo riferimento è, ad esempio, quella nelle lotte per la difesa del territorio. Ma è vero o no che la destra neoliberista mondiale è l’artefice dello scempio prodotto dalla globalizzazione capitalistica? Erano gli anni 2001. Qualcuno nel mondo gridava contro la distruzione del pianeta e del lavoro. Furono considerati pazzi e pericolosi quei giovani. Ma oggi quelle urla per un altro mondo possibile, dovrebbero ridiventare: un altro mondo è necessario. Noi non siamo i custodi. Il mondo appartiene a tutti e vorremo vedere tutti nelle lotte per la difesa del territorio, nella raccolta delle firme per poter fare un referendum (vedi quello sull’acqua: cominciammo nel lontano 2004), nei presidi presso l’inceneritore, nelle assemblee continue contro il ponte e per un ristrutturazione delle arterie interne, in ogni lotta che ha come tema la Vita. Quando il potere ha come oggetto la Vita, le nostre vite lottano contro ogni interstizio del potere. Non basta l’attivismo di tastiera. Purtroppo non basta.




Senza polemica alcuna.




Grazie per gli spunti offerti.



Comincia una rivoluzione anticapitalista?

di Atilio Boron, da: atilioboron.com, 20.6.2011




In un memorabile passaggio del Manifesto Comunista Marx ed Engels sostengono che, con la sua ascesa, la borghesia strappò impietosamente il velo ideologico che impediva ad uomini e donne di percepire la vera natura delle loro relazioni sociali “per non lasciar esistere altro legame che il freddo interesse, il ‘pagamento in contanti’”. Il capitalismo, dicevano, “ha annegato la sacra estasi del fervore religioso, l’entusiasmo cavalleresco e il sentimentalismo del piccolo borghese nelle acque gelate del calcolo egoista … In una parola, al posto dello sfruttamento velato da illusioni religiose e politiche ha instaurato uno sfruttamento aperto, sfacciato, diretto e brutale”. E finiscono questa frase dicendo che in questo mondo costruito dalla borghesia “tutto ciò che era solido si dissolve nell’aria; tutto il sacro è profanato e gli uomini, infine, si vedono obbligati a confrontarsi, sobriamente, con le loro condizioni di esistenza reali e le loro relazioni reciproche”.
Ci sono varie considerazioni da fare inerenti a queste parole. In primo luogo esprimere l’ammirazione che ancor oggi risveglia quella straordinaria capacità dei fondatori del materialismo storico di ritrarre, in pochi tratti, le conseguenze profonde che l’ascesa della borghesia ha avuto su uomini e donne di quel tempo. Secondo, per dire che lo stesso Marx avrebbe rivisto quella tesi quando - nel primo capitolo della sua maggiore opera, Il Capitale - avrebbe fissato i lineamenti generali della sua teoria del feticismo della merce. Revisione che non significava una correzione relativa al passaggio storico dal feudalesimo al capitalismo, ma riguardava il carattere aperto e trasparente dello sfruttamento in seno alla società capitalista. Nella nuova formulazione di Marx lo sfruttamento diventa invisibile, si nasconde sotto le pieghe del mercato e viene dissimulato dalla falsa equità della compravendita della forza lavoro. In questa finzione l’operaio sprovvisto di coscienza socialista che lo inizi ai segreti del plusvalore può persino arrivare a congratularsi ingannevolmente per la “buona” remunerazione ricevuta dal suo padrone.
Terzo, e a questo vogliamo principalmente riferirci, per dire che, se si tratta della vita politica, quelle parole del Manifesto sono di una forza profetica incomparabile. La nuova crisi generale del capitalismo ha sommerso le illusioni promosse dai mentori e dai beneficiari della democrazia liberale “nelle acque gelate del calcolo egoista”. Come diceva uno striscione innalzato nella Plaza del Sol di Madrid “questa non è una crisi, è una truffa”. E a questa dolorosa scoperta ne seguiva un’altra: la truffa si realizzava in grande scala non solo sul terreno economico. Non minore era la frode messa in piedi in ambito politico nell’aver indotto la maggioranza della popolazione a credere che la plutocrazia sordida e senza scrupoli, sotto la cui frusta si svolgeva la loro vita, fosse una democrazia. Per questo adesso le denunce e i reclami che chiedono “una democrazia reale ora”, una “democrazia vera” al posto della pseudo - democrazia, il cui interesse escludente è la preservazione della ricchezza dei ricchi e del potere dei potenti.
La crisi ha avuto l’effetto di rendere coscienti i popoli del mondo sviluppato che - tanto loro quanto noi nel Sud globale - siamo vittime di un sistema che, spogliatosi delle vesti che ieri dissimulavano la sua vera natura, sottomette gli uni e gli altri ad “uno sfruttamento aperto, sfacciato, diretto e brutale”. E che quello che chiamano democrazia in realtà è la dittatura dell’oligarchia finanziaria che, come ricordava il Che nella Conferenze di Punta del Este, è incompatibile con la democrazia.
In questo quadro, quando “tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria”, il grido disperato della donna ritratta giorni scorsi nello splendido racconto di Pedregal Casanova (1) rivela la drammaticità della crisi: “ una donna giovane (nel vagone di un treno nelle vicinanze di Madrid) che un attimo prima sarebbe stata invisibile, in piedi, si fece scappare, piangendo, alcune parole: - Vi prego …. vi prego…. aiutatemi. Sono una maestra …. Non avevo mai pensato di poter rimanere per strada. Sono rimasta senza lavoro… Mi hanno mandato via dal lavoro – diceva a voce bassa – mi hanno licenziato – alzando un poco il tono – hanno chiuso varie aule e sono qui, qui – singhiozzava stringendosi le mani – sono sola coi miei due bambini…. Prima di dormire un’altra volta con miei due bambini in un bancomat ho deciso di chiedere aiuto”. Questa eroina (e vittima) anonima, gettata violentemente nelle acque gelate della “razionalità costi-benefici del capitalismo” rappresenta col suo grido le centinaia di milioni che, con le loro sofferenze, rendono possibile l’opulenza dei plutocrati che dominano sotto la loro maschera “democratica”.
Giorni fa il Financial Times di Londra ha reso pubblico un rapporto sulle remunerazioni che, in questo contesto di crisi, hanno ricevuto i massimi dirigenti delle più grandi imprese. La nota diceva che “per quanto riguarda i banchieri l’era del contenimento (salariale) è finita”. Nel 2010, mentre il mondo continuava la sua caduta libera verso la disoccupazione di massa, i sequestri ipotecari e l’impoverimento generalizzato della popolazione, “la retribuzione media dei massimi responsabili delle 15 maggiori banche europee e statunitensi è aumentata di un 36% fino (a raggiungere la media annuale di) 9,7 milioni di dollari”.
Il plotone dei farabutti è guidato dal presidente della JP Morgan Chase, Jamie Dimo che, mentre milioni di statunitensi rimangono senza lavoro, si vedono sequestrare le loro case e tagliare (quando non gliele espropriano) le loro liquidazioni, si è intascato 20,7 milioni di dollari, quasi 2 milioni di dollari al mese; lo segue un tale John Stumpf, presidente della Wells Fargo, con 17,5 milioni di dollari. Un altro dei componenti di questa banda, Lloyd Blankfein, presidente di Goldman Sachs, uomo pio se ne esistono, disse una volta che i banchieri facevano “il lavoro di dio”. Per i suo sacro zelo ha ricevuto 14,1 milione di dollari. Nello stato spagnolo, scosso fino alle fondamenta dall’ondata di manifestazioni degli “indignati”, il presidente del BBVA, Francisco Gonzàlez, si accontenta di guadagnare circa 8.000.000 di dollari all’anno mentre il suo collega del Banco Santander, il più importante di Spagna, è stato più ambizioso e si è tranquillizzato vedendo ricompensare i suoi sforzi verso i suoi risparmiatori con tredici milioni di dollari. Non parliamo, naturalmente, dei guadagni intascati dal suo capo, il padrone del Banco Santander, don Emilio Botìn-Sanz de Sautuola y Garcìa de Los Rios, marito di O’Shea, come recitano le sue biografie più note che – previdente - ha preso la precauzione di depositare i risparmi di tutta una vita di lavoro e sacrificio in quei tenebrosi santuari del delitto che sono le banche svizzere.
Potremmo continuare a citare contraddizioni di questo tipo per pagine e pagine, ma sarebbe inutile. Più o meno dettagliatamente tutti conoscono i tremendi contrasti del capitalismo nella sua crisi attuale,quando l’opulenza e l’accelerato arricchimento dei ricchi convivono con l’impoverimento delle grandi maggioranze sociali.
Davanti a questa situazione bisogna farsi domande sul destino di queste orgogliose e arroganti pseudo - democrazie violentemente demistificate e smascherate al calore della crisi. E anche sugli stati, che hanno messo a nudo la loro vera essenza, diventati – come diceva il vecchio Hegel – “società civili mascherate da stato”, cioè apparati istituzionali che, invece di rappresentare la sfera della giustizia e dell’etica universale sono scesi nell’inferno dell’egoismo universale e della preminenza degli interessi privati sopra l’interesse pubblico. La delegittimazione delle pseudo - democrazie del capitalismo avanzato è una notizia molto buona, perché mette fina ad una menzogna che non era solo pietosa ma infame, messa al servizio del rafforzamento delle oligarchie e dell’oppressione dei popoli.
Dati questi antecedenti, non è di troppo domandarsi che cosa sta realmente succedendo in Europa, nel Nord dell’Africa e in Medio Oriente: sono rivolte popolari, chiamate a spegnersi col passare dei giorni o sono qualcosa d’altro, rivoluzioni?
Non è mai facile dire quando comincia una rivoluzione. Lenin disse una volta che questo succede quando quelli in basso non vogliono e quelli in alto non possono continuare a vivere come prima. Quello che sappiamo è che le rivoluzioni sono processi e non atti; processi che hanno un inizio che, al principio, non sembra colpire i fondamenti dell’ordine sociale.
Proteste isolate, rivolte contro i prezzi degli alimentari, contro gli “eccessi dei cattivi governanti”, contro la disoccupazione o l’improvviso peggioramento delle condizioni di vita, questioni tutte che non mettono in discussione i fondamenti della società. Si racconta che Maria Antonietta, moglie di Luigi XVI di Francia, scrisse nel suo diario la notte del 14 luglio 1479: “niente di importante, solo qualche agitazione in una panetteria di fronte alla Bastiglia”. E nella Russia zarista il sacerdote ortodosso Georgi Gapòn, che aveva organizzato un’associazione per evangelizzare gli operai guidò una manifestazione pacifica, crocefisso in testa, a San Pietroburgo per consegnare una petizione allo zar. La risposta fu la feroce mattanza che avrebbe scatenato la rivoluzione del 1905, preludio necessario di quella dell’Ottobre del 1917. Come abbiamo già visto altrove, la dialettica della storia - la lotta di classe e lo scontro con l’imperialismo – di solito cambia proteste e richieste, all’inizio assimilabili dal sistema, in fragorosi processi rivoluzionari.
Sarà questo quello che sta germinando in questi giorni? E’ difficile dirlo, ma ci sono segni inequivocabili che i potenti dispositivi smobilizzatori e conformisti del feticismo della merce hanno smesso di funzionare. Il capitalismo e la democrazia liberale sono una gigantesca truffa, e questa convinzione si è fatta dolorosamente carne nei popoli di Grecia, Spagna, Islanda e comincia a diffondersi in altre regioni del mondo sviluppato, oltre che nel Nord dell’Africa e in Medio Oriente. Questa certezza l’avevamo già in America Latina, ma ora prende nuovo respiro perché non si può dire che le proteste di questa parte del mondo – la prima a ribellarsi contro la tirannia del capitale nella sua fase attuale – erano il prodotto del nostro ritardo o della smisurata avidità delle nostre classi dominanti; ora quasi tutto il mondo capitalista è in rivolta perché anche lì si sta applicando la velenosa medicina del FMI, della Banca Mondiale e della Banca Centrale Europea.
E’ troppo presto per sapere se queste proteste avranno la virtù di scatenare la rivoluzione anticapitalista di cui l’umanità ha assolutamente bisogno per sopravvivere. Ma per lo meno sappiamo che d’ora in avanti la storia sarà diversa: che i condannati della terra non vogliono continuare a vivere come prima e che i ricchi cominciano a percepire che non potranno continuare a dominare come prima. Sono condizioni necessarie – anche se non sufficienti – per una rivoluzione, il che non è poco. Più presto che tardi la storia farà conoscere il suo verdetto.

(*) Politologo argentino

(1) Scrittore e giornalista spagnolo

(traduzione di Daniela Trollio

Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli”

Via Magenta 88, Sesto S.Giovanni)

mercoledì 29 giugno 2011

FACCIAMOCI SENTIRE!

http://www.freedomflotilla.it




Molte navi della Freedom Flotilla 2, fra cui la “Stefano Chiarini”, sono all’ancora in alcuni porti della Grecia, pronte a partire. Le autorità greche frappongono continui ostacoli di carattere burocratico alla loro partenza, in conseguenza delle pesantissime pressioni esercitate dal governo di Israele.Iniziamo a sollecitare le autorità della Grecia affinché non cedano alle pressioni israeliane e consentano la partenza delle navi, anche in considerazione del fatto che il prolungarsi della loro permanenza nei porti sta rendendo possibile il lavoro dei sabotatori: dopo una nave greca, è stata sabotata la nave irlandese, che ha riportato seri danni.
Invitiamo tutte e tutti a scrivere all’ambasciata di Grecia in Italia, all’indirizzo gremroma@tin.it , a telefonare al n. 06-8537551 e ad inviare fax al n. 06-8415927. Proponiamo un testo base per le mail ed i fax:
A S.E. l’Ambasciatore di Grecia in Italia
Molte navi della Freedom Flotilla 2, fra cui l’italiana “Stefano Chiarini”, sono ormeggiate in porti greci, pronte a partire per portare solidarietà ed aiuti umanitari nella Striscia di Gaza assediata. Sembra che alcune autorità del Suo Paese stiano ostacolando, con vari pretesti, la partenza delle navi, le quali sono già state oggetto di sabotaggi, presumibilmente da parte di agenti israeliani che operano illegalmente nel Vostro Paese.
Le chiediamo di farsi nostro portavoce presso il Suo governo affinché consenta e faciliti la partenza delle navi della Freedom Flotilla 2, non ostacolando un’iniziativa umanitaria e non violenta, sostenuta da milioni di persone in tutto i mondo.
Distinti saluti,
Nome, cognome, professione/incarico e città



gelminiani ricordi

di lo Scorfano

Intendiamoci, le colpe della ministra Gelmini, in questi ultimi tre anni, sono ben più gravi di questa. E però a me fa molto ridere questa letterina che oggi si trova in prima pagina sul quotidiano «Il Giorno», edizione milanese (visto che vi lamentate che i link al Miur non funzionano, ho preparato anche la cliccabilissima immagine questa volta). Una letterina dolce dolce, quasi zuccherina, scritta dal ministro ai maturandi, per «la tappa fondamentale e cruciale» che stanno in questi giorni affrontando e che ricorderanno per tutta la vita.
Mi fa ridere perché la letterina insiste ossessivamente sulle memorie personali del ministro: «Un ricordo ancora molto vivo e puntuale in me»; «Un momento che non è possibile, di certo, dimenticare mai»; «Di quei giorni di prove e di studio conservo ancora oggi un ricordo assai positivo». Per giungere in conclusione al finale sognante, in cui il ministro rivela di essere ancora oggi preda, come tanti suoi coetanei, di sogni che riguardano il suo vecchio esame di maturità (tanto che il titolo della lettera, ma non credo scelto da lei, è proprio: «Un bel sogno»).
Ecco, può darsi che sia stato il titolista a essere spiritoso, non lo so (ma ne dubito: pochissima la mia stima dei titolisti dei quotidiani). Perché, obiettivamente l’unico ricordo concreto citato dalla ministra in questa miscela zuccherosissima di ricerche del suo tempo perduto (parecchio perduto) è un ricordo sbagliato.
La ministra scrive di aver svolto (bene; non lo scrive ma si capisce che è sottinteso: la ministra svolge bene) un tema su Fogazzaro, Palazzeschi e i Crepuscolari. Io ho letto e mi sono chiesto: «Ma che cavolo c’entra Fogazzaro con Palazzeschi e i Crepuscolari?»
Niente, infatti: non c’entra niente, perché non era Fogazzaro (la traccia è questa, l’anno era il 1992). Si trattava di Sergio Corazzini, invece, poeta crepuscolare a tutti gli effetti, anche lui un po’ troppo zuccheroso a voler essere del tutto sinceri, ma almeno coerente con gli altri due (il terzo era il mio amato Moretti) e con la traccia proposta.
Insomma, proprio un ricordo indelebile, signora ministra; e anche una competenza letteraria non invidiabilissima, me lo lasci dire: che Fogazzaro e Corazzini hanno in comune giusto la doppia zeta, nient’altro. E pensare che sono «poeti e scrittori che conosceva bene», per fortuna; e noi invece speriamo che i giovani a cui lei si rivolge li conoscano un po’ meglio, signora ministra, sempre un po’ prima della classe. Lo speriamo per loro.

 


Cambia il vento, non per la Cgil

Sa.Can. www.ilmegafonoquotidiano.net

E’ una svolta delle relazioni sindacali e forse del quadro politico e sociale italiano. L’accordo tra Cgil, Cisl e Uil e Confindustria su contrattazione e rappresentanza è stato firmato nella tarda sera di martedì 28 giugno e questo giorno sarà ricordato a lungo. Si tratta di un testo di 9 punti, articolato in più parti e che tratta la rappresentanza, l'esigibilità dei contratti, cioè la loro efficacia, la contrattazione aziendale.
Le deroghe non vengono citate ma si dice che “si possono attivare strumenti contrattuali mirati a specifici contesti produttivi e specifiche intese modificative delle regolazioni previste dai Ccnl” nei limiti previsti da quest’ultimi. Come dice Marcegaglia "i contratti aziendali sono ora più forti ed esigibili".
Sulla rappresentanza, è definito un criterio basato sul mix tra iscritti certificati e voti nelle Rsu e per approvare un contratto serve il 50 per cento più uno. Dove esistono le Rsa si va al voto dei lavoratori. In caso di accordo valido scatta la “tregua dello sciopero” sul modello dell’accordo raggiunto con i sindacati Usa, cioè nessuna astensione dal lavoro per un certo periodo.
E’ un accordo che segna il rientro della Cgil nella concertazione degli ultimi anni, quella a guida Cisl e che permette a Confindustria di garantirsi un "patto sociale" e una possibile "pace sociale". "Una stagione nuova" dice Susanna Camusso anche se nell'accordo, come sottolinea Emma Marcegaglia, viene recepita la sostanza della vertenza Fiat, cioè la volontà di articolare la contrattazione aziendale e territoriale a seconda delle necessità delle imprese e viene sconfitta la Fiom che, a questo punto, potrebbe anche essere privata delle basi giuridiche che hanno portato al ricorso in tribunale contro la Fiat (l'udienza è prevista il 16 luglio). "È un accordo che estende a tutti i lavoratori il modello Fiat, è un cedimento gravissimo della Cgil che contrasteremo in Cgil, nelle fabbriche e nel Paese" dice Giorgio Cremaschi dell'area "La Cgil che vogliamo" che si riunirà al Roma il prossimo 13 luglio.
La Cgil sottoporrà da mercoledì l'accordo al vaglio dei segretari di categoria e poi chiamerà a esprimersi il direttivo nazionale. In ogni caso la scelta di Camusso è fatta e come dice ancora la presidente di Confindustria "chiude la stagione delle divisioni". Di fatto, chiude la lunga parentesi prodotta dallo scontro tra la Fiat e la Fiom. Ma non si tratta solo di un avvenimento sindacale, perché rientra in pieno nel clima di responsabilità nazionale che si respira in prossimità della manovra finanziaria e delle tagliole europee pronte a scattare. Non a caso il ministro Tremonti ha voluto rivolgere un sentito "grazie" ai leader sindacali e alla presidente di Confindustria "per quello che hanno fatto oggi per il bene del nostro paese". Un accordo su cui potrebbe anche aver influito, a giudicare da certi toni utilizzati nel direttivo nazionale della Cgil, non poco l'autorità e la "moral suasion" del Capo dello Stato.

Se l'Agcom censura il web

Carmine Saviano da www.repubblica.it

Primato negativo. Una minaccia per la libertà d’espressione in rete. Un “sistema di cancellazione per i siti sospettati di violare il diritto d’autore”. E’ una delle disposizioni contenute nella delibera dell’Agcom 668/2010, che sarà approvata il prossimo 6 luglio. Si tratta di un provvedimento che rischia di consegnare all’Italia un primato negativo: essere il primo Paese al mondo in cui un’autorità amministrativa può ordinare, “alla fine procedimento sommario, la cancellazione di un contenuto multimediale dallo spazio pubblico telematico”. La denuncia arriva dai promotori dell’iniziativa Sitononraggiungibile. Attivisti, organizzazioni e associazioni. Uniti per dire no alla censura su internet.
La delibera. In base al regolamento dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, nel caso in cui dovesse essere riscontrata una violazione del copyright, il gestore del sito sotto osservazione avrebbe 48 ore di tempo per rimuovere il contenuto. Siti pubblici, portali, blog, pagine private. Nessuna distinzione: per tutti l’Agcom potrebbe disporre, dopo un contraddittorio tra le parti da svolgersi nell’arco di cinque giorni, la cancellazione dei contenuti. Per Luca Nicotra, che ha raccontato sul suo sito “l’agghiacciante incontro” con il presidente dell’Agenzia Corrado Calabrò, si è deciso di “mettere in scena il potere che non deve giustificarsi”.
Gli effetti. “Un inferno”, fatto da decine di migliaia di richieste di rimozione che arriveranno all’Agcom. Ancora Nicotra: “Sarà il far west, con un approssimazione totale nella decisione di rimuovere o chiudere siti web, e decine, centinaia forse migliaia di contenuti innocenti e abusi del sistema. È questo l’ovvio risultato della censura, il motivo per cui non è mai accettabile in democrazia”. E per fermare la delibera dell’Agcom che è partita l’iniziativa No Censura. Una raccolta di firme e adesioni per evitare che “l’Italia finisca in un incubo”.
L’iniziativa. E martedì 28 giugno a Roma il primo incontro dei promotori di Sitononraggiungibile. Un momento di discussione con “i nomi più noti della Rete, con le organizzazioni che si stanno mobilitando in queste ore, e a quanti si saranno offerti volontari”. Qui la petizione indirizzata ai parlamentari italiani, E qui le linee guida di No Censura.
Le repliche. Riportiamo la posizione di Enzo Mazza, presidente della Fimi, la Federazione dell’Industria Musicale Italiana.
Nessuna censura per il web da parte del provvedimento Agcom
Ci terrei, come rappresentante di uno dei settori interessati e direi anche più colpiti dal fenomeno della pirateria digitale, a porre l’attenzione su alcuni punti chiave:
1) Il Legislatore si è già espresso più volte, nell’ordine: art. 182-bis della legge 633/1941; art. 14-17 dlgs 70/2003 (commercio elettronico); dlgs 44/2010. Con queste norme il Parlamento ha dato all’Autorità il potere di intervenire. Nello specifico, i poteri inibitori su cui si sta riflettendo, oltre ad aver avuto il placet di larghissima parte del mercato, sono in linea con quanto previsto dal decreto 70 che consentono all’autorità “amministrativa avente funzioni di vigilanza” (cioè in Italia, AGCOM) di agire prontamente per porre fine alle violazioni sulla rete. L’AGCOM è un’autorità indipendente e già opera in materia di risoluzione delle controversie, rispettando i diritti dei soggetti coinvolti attraverso il contradditorio tra le parti. Lo fa in materia radiotelevisiva ad esempio. Perché non potrebbe farlo anche in materia di diritto d’autore? Vi è una copiosa giurisprudenza in cui si precisa che il binario amministrativo e l’intervento del giudice penale non sono escludenti, bensì complementari. E’ assodata la possibilità che norme penali ed amministrative convivano, con funzioni ed effetti diversi nella sfera giuridica del soggetto cui sono irrogate. Quindi, la riserva esclusiva non esiste de iure còndito. Perché dovrebbe esistere per il copyright?
2) Non si sta parlando di comprimere le libertà digitali. Qui lo snodo è bloccare l’illegalità diffusa ed aiutare il mercato legittimo. Inibire quindi quelle (poche) piattaforme web palesemente pirata. Non blog, forum, motori di ricerca, siti personali e quant’altro. Ma pirate-bay, btjunkie, dduniverse, roja-directa, ecc!! Ricordo che in Italia esiste un’identica misura di inibizione per le scommesse online non autorizzate, dunque perché invece per i diritti di proprietà intellettuale questo provvedimento sembra così scandaloso?
3) Stiamo parlando di un provvedimento che giunge in un momento fondamentale per lo sviluppo dell’offerta digitale di musica nel nostro Paese, oggi siamo a quasi il 20% del totale mercato. Ancora troppo poco rispetto a tanti altri paesi d’Europa e del Mondo. Un freno allo sviluppo è certamente rappresentato dalle piattaforme illegali.
Ho preso parte al primo G8 di internet qualche settimana fa. Ci sarà un motivo per cui a livello internazionale è stata condivisa l’opportunità di una governance della rete realmente sostenibile e funzionale anche ai fini di tutelare i nuovi modelli di business che stanno nascendo? L’obiettivo – ritengo condiviso – è quello di creare una rete libera, forte ed aiutare la costruzione di un sano e-Content Market. Non garantire l’illegalità perpetua!

Saremo l'esperimento più avanzato di censura del nuovo millennio. È questo il baratro in cui stanno lanciando il sistema dell'informazione italiana.

Luca Nicotra, fonte www.lucianonicotra.org

Ho pensato inizialmente di scrivere questo messaggio solo alla cerchia di alcuni conoscenti da mobilitare. Mandare una mail collettiva per raccontar loro questa storia incredibile di potere a cui ho assistito incontrando il Presidente dell'Autorità per le Garanzie delle Comunicazioni, Corrado Calabrò. Ho avuto un intero viaggio in treno Roma-Pisa per pensarci. Alla fine mi sono deciso leggendo i post degli amici avvocati Fulvio Sarzana e Marco Scialdone, che impressionati come e piu' di me dall'incontro, chiamano alla mobilitazione, e lo fanno pero' raccontando un bollettino di una sconfitta.
Non è così. Dobbiamo dirlo altrimenti non si capisce perche' stiamo urlando ai bari. Non c'era nessuna partita. L'intera Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni è un enorme imbroglio, un gioco di prestigio del potere. E non credo di fare l'eroe nel raccontarvelo. Sono un semplice cittadino che decide che è arrivato il giorno di rischiare seriamente di prendersi una querela per raccontare davvero cio' che ha visto.
Ho visto (ed è diverso da sentirselo dire) che chi dovrebbe vigilare sull'informazione, il cibo che ci e vi permette di pensare o di non pensare, è un ologramma proiettato da qualcun'altro. E c'entrano poco, Enzo Mazza e l'Industria dell'Intrattenimento (i colossi del cinema e della musica) con cui ce la siamo presa fino ad ora. Poveri noi e scusa Enzo, non avevamo capito niente, non avevamo capito che la partita era ben più grande, di un livello che tocca invece quell'enorme conflitto di interesse del nostro Presidente del Consiglio e proprietario di Mediaset e tutti i suoi (ex?)dipendenti all'interno del Ministero dello Sviluppo Economico e nell'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni. O cominciamo a dire che è questa la partita o non ci capirete, non capirete perchè ci agitiamo e sbraitiamo.
E non capendo non ci telefonerete e scriverete per darci una mano. Chi è di voi giornalista non ne parlerà infuriato, e anzi vi chiederete se è giusto dare cosi' tanto spazio ad un gruppo di mitomani. Non verranno decine di attivisti o di esperti nella sede di Agorà Digitale ad aiutarci. Mentre abbiamo dannatamente bisogno di voi, e del vostro sostegno. Abbiamo bisogno che ci andiate alla pagina www.agoradigitale.org/nocensura e lasciate i due euro che date ogni giorno a quel passante bisognoso ma non ad una battaglia cruciale per la democrazia come questa.

Nei giorni precedenti all'incontro di Calabrò con gli altri amici dell'iniziativa www.sitononraggiungibile.it avevamo molti dubbi sull'atteggiamento da tenere con il Presidente dell'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, che finalmente si era deciso a riceverci. Marco Pierani di Altroconsumo suggeriva di provare a stimolare il giurista che era in lui, facendogli capire che sarebbe stato ricordato nella storia come l'autore di un mostro "giuridico" e "civile" nell'occidente. Fulvio Sarzana ragionava sul fatto che sarebbe comunque stato possibile ottenere qualche concessione, e quindi di insistere sulle nostre argomentazioni. Solo Marco Scialdone, mi dava corda, cominciava a capire che c'era qualcosa di diverso da tentare, che forse era ora di iniziare una mobilitazione, che forse ci stavano prendendo in giro.
Il fatto è che nessuno di noi era pronto a cio' che ci si è presentato di fronte.

Calabrò non si era preparato un discorso o una parte da recitare. Non ha provato a contrapporre argomentazioni alle nostre, che ignari, siamo subito partiti, ordinati come scolaretti, a spiegare pacatamente le nostre posizioni e le nostre critiche.
Calabrò ha deciso di mettere in scena il potere che non deve giustificarsi, che può dire beffardamente, quasi ingenuamente "Speriamo di no" mentre gli spieghiamo l'inferno di decine di migliaia di richieste di rimozione di contenuti da cui saranno sommersi. Sarà il far west, con un approssimazione totale nella decisione di rimuovere o chiudere siti web, e decine, centinaia forse migliaia di contentuti innocenti e abusi del sistema. È questa l'ovvio risultato della censura. È questo il motivo per cui non è MAI accettabile in democrazia.
"Speriamo di no" non è dialogo. È la frase che può dire un pezzo di potere perchè sa che non c'e' scelta, non c'e' dibattito, la decisione di far passare il regolamento è già avvenuta altrove e il massimo che può fare è sperare di non essere travolto.
Chissà com'eravamo buffi agli occhi di Calabrò quando gli abbiamo chiesto conto del fatto che senza preavviso aveva rimosso Nicola D'Angelo, l'unico commissario che aveva promesso una lotta fino all'ultimo per evitare un sistema di censura cosi' pervasivo. Eravamo buffi e gli abbiamo ispirato una sorta di barzelletta: "Mi avevano informato " - ci ha detto sorridendo - "che D'Angelo voleva dimettersi. E allora l'ho dimesso io, il giorno prima". Cosa potevamo rispondere noi di fronte a questo?

Quando ci ha detto che le nostre preoccupazioni erano infondate, che l'Autorità vuole solo rimuovere singoli contenuti anche all'estero e non oscurare interi siti web, abbiamo provato a dirgli che non è possibile, se non con un controllo totale del contenuto del traffico in rete, e quindi dell'attività di ogni cittadino. Gli abbiamo anche detto dei costi ingenti, che porteranno alla chiusura di molte imprese e lui ha risposto, mentendo: "Strano, nessuno ci aveva parlato di costi fino ad ora. Ci avevano detto che prima non era possibile e che ora è possibile.". "Strano", ci ha detto. "Strano". Il Presidente dell'Autorità ci ha detto "strano" di fronte a quello che a noi invece pare un folle incubo.
È stato inutile ovviamente provare a parlare di dati di studi indipendenti. Non sa nemmeno cosa voglia dire il concetto di indipendenza, l'Autorità Dipedente che ci ha risposto "a noi invece l'industria ha detto che ad essere penalizzati sono i giovani".
Ovviamente non ha risposto a nessuna delle preoccupazioni giuridiche esposte dai bravi avvocati presenti. Come se non gli interessasse che l'Autorità di cui è Presidente sta per violare le leggi con il suo regolamento. Non gli interessa probabilmente perchè il potere ha mille risorse e se il TAR a cui ricorreremo boccerà il regolameno, probabilmente interverrà il Governo a riproporre lo stesso regolamento in forma di decreto legge, mettendoci una pezza.
"L'Italia sarà un esperimento, noi saremo un esperimento. Possiamo fermarci?" ha chiuso Calabrò, e senza motivazione, e anzi contraddicendo quanto aveva appena detto circa la complessità della materia si è risposto "No, dobbiamo chiudere subito, dobbiamo chiudere entro l'estate".
È sceso il silenzio mentre poi tutti abbiamo cominciato a lasciare la sala riunioni. Impietriti ci guardavamo e allo stesso tempo ragionavamo sul baratro potenzialmente senza fondo, in cui sta per buttarci l'Autorità.
E ci chiedevamo perche'?
Chi è che cosa può portare un'Autorità a rischiare a mettere in gioco se stessa e quindi anche le poltrone di tutti quelli che ci stanno all'interno? Perchè rischiano cosi' tanto, perche' stanno accellerando, in una corsa folle e senza freni? Perchè qualcosa che era previsto per l'autunno verrà approvato tra pochi giorni, il 6 luglio? Perche'?
E la risposta è semplice, e la sanno tutti dentro l'autorità. Si teme che presto l'aria politica fuori e dentro Agcom non sarà cosi' favorevole. Forse non ci sarà la stessa protezione dei grandi soggetti dominanti il mercato dei media e non sarà cosi' facile spianare la strada ai progetti di conquista che il sistema mainstream ha sull'informazione online. E allora bisogna fare in fretta, raccogliere tutto il possibile in tempi brevi.
E allora che importa se ci avevano assicurato che ci sarebbe stato un nuovo incontro con tutti i soggetti interessati per discutere i risultati della consultazione pubblica? Che importa se ci avevano rassicurato che il regolamento, nella sua forma definitiva sarebbe anch'esso entrato nuovamente in consultazione permettendo un ampio dibattito? Che importa mentire e mentire pubblicamente? Che importa? Hanno tagliato tutto perche' hanno una fretta terribile. Se mamma televisione impone che il Web italiano debba essere forgiato in questo modo, Agcom e Calabrò obbediscono.

Ci ha detto un funzionario: "Ma è possibile che qui sotto vengano a protestare per ogni stronzata e ora, che stanno per portare una censura infernale in Italia non c'e' un cane che venga a dire qualcosa?".

Mentre il Web si sta mostrando in tutta la sua magnficenza, in tutta la sua capacità di mobilitazione, in tutto il suo potenziale di sviluppo per la società, dobbiamo tentare di raccontare all'Italia l'incubo in cui stiamo per finire. Dobbiamo riuscire a mettervi un tarlo nella testa. A voi che avete usato la rete per far passare contro ogni probabilità i referendum, voi che leggete questo post.
Continuo a postare questo dannato indirizzo www.agoradigitale.org/nocensura con la speranza che vi venga questo dubbio, continuo ad invitarvi a scrivermi (nicotra (at) agoradigitale.org), a venire a darci una mano, a scriverne sui giornali online e offline, a darci la forza economica di giocare una partita in cui per ora non ci hanno neppure permesso di scendere in campo.
Che dite, ci aiutate a fare qualcosa di buono?