Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

venerdì 22 luglio 2011

Arte disobbediente

Luc Girello - Barbara Ferrante


Si  continua a lottare  in Val di Susa, le cancellate a difesa dei cantieri si alzano tetre verso il cielo presidiate dalle guardie . Da  qualche giorno le barriere   stanno subendo una attacco molto particolare. ARMATE ed ARMATI di tutto punto ... ARMI MICIDIALI! Colori e pennello, gli attivisti No Tav hanno dipinto strada   new jersey e addobbato le  scure inferriate per ribadire che le GRANDI  OPERE a cui aspirano e aspiriamo,  sono le opere d’arte !!!




Ringraziamo 
Barbara Ferrante per le foto
Musiche di Altan
I Brani:
E’lrigh’ s Cuir Ort Do Cuid E’adaigh
The Wind and The Rain
The Homour’s of Castelfin-Nias Dance-Aan Dùdìn

Non è arabo gli Altan sono un gruppo di Musica Celtica Irlandese. Niente paura la lega non c’entra nulla, ‘azzo ne sanno loro della musica celtica!!!! . La musica popolare e tradizionale degli Altan è nata nella contea Irlandese del Donegal.  Dalla piccola contea questa si è  diffusa in tutto il mondo da Seattle fino a Tokyo . Così  come le modalità di lotta locali, quali  quelle della   Val di Susa, possono diventare globali   , tanto da costituire un esempio per quei territori che stanno subendo lo stesso tipo di aggressione.

Il gruppo è composto da:
Mairéad Ní Mhaonaigh, violino fiddle, violino classico e voce;
Ciarán Curran, bouzouki;
Ciaran Tourish, violino fiddle e violino classico,
Mark Tourish, chitarra
Bermot Byrne, fisarmonica
Dáithí Sproule, chitarra

 


Egitto: una rivoluzione in corso

di Gloria Ferreira e Clara Saraiva, dall'Egitto

Tra il 3 e il 6 giugno, una delegazione di brasiliani ha partecipato in Egitto alla Conferenza di Solidarietà alla Rivoluzione Araba. Facevano parte della delegazione Dirceu Travesso, in rappresentanza della Csp Conlutas, Clara Saraiva, della Anel (Associazione Nazionale degli Studenti – Libera), e Gloria Ferreira, del Pstu. Questo testo costituisce un’informativa delle compagne Gloria e Clara sulla situazione in Egitto.
I venti della rivoluzione soffiano ancora sul Cairo Le conversazioni con i lavoratori e gli attivisti hanno messo in chiaro che i venti della rivoluzione soffiano ancora in Egitto. Il processo che è iniziato il 25 gennaio continua a porre in ogni momento l’alternativa fra rivoluzione e controrivoluzione.
La città respira rivoluzione. Il Cairo ha 7,9 milioni di abitanti e 2 milioni stavano in piazza Tahrir durante lo svolgersi dei grandi eventi di febbraio. Guardando i numeri è facile da capire: la consapevolezza che la rivoluzione è stata fatta dalla forza di milioni di persone nelle strade è ampiamente condivisa. Il tassista, il portiere, l’operaio, lo studente, la giovane disoccupata... tutti sono stati in piazza, hanno visto il potere delle masse in movimento, sanno che dopo il 25 di gennaio, il Paese non è più lo stesso. Se si domanda cosa sia cambiato dopo la caduta di Mubarak, Ahmed, un giovane tassista, ha risposto categoricamente: “Tutto”.



I giovani in prima linea In quei giorni ricorreva il primo anniversario del giorno in cui Khaled Said, un giovane della classe media, è stato arrestato, torturato e ucciso dalla polizia nella dittatura di Mubarak. Tutti sono stati molto colpiti da questa terribile ingiustizia, pensando che la stessa sorte sarebbe potuta toccare a uno di loro o al proprio figlio. L’evento si è trasformato in un grande simbolo della lotta e, nel 2010, in migliaia sono scesi in piazza con la sua foto: “Siamo tutti Khaled Said!”.
Abbiamo parlato con molti giovani in questo viaggio, i protagonisti della Rivoluzione. Quasi tutti erano già stati detenuti o avevano da raccontare una qualche storia della repressione subita nell’epoca Mubarak. Molti hanno anche un amico che è stato ucciso. Quando siamo entrati l’Università americana del Cairo, c’era un’esposizione di fotografie di studenti uccisi durante la Rivoluzione.
Siamo riusciti ad avere un incontro con i rappresentanti del Movimento 6 aprile che, sebbene non abbia un programma socialista e una chiara strategia del potere, ha avuto un ruolo centrale nella Rivoluzione. Sono giovani che, nel 2006, si sono organizzati a partire da uno sciopero dei lavoratori di Mahalla, nel nord dell’Egitto, quando i lavoratori hanno occupato le fabbriche. Questi giovani, molti dei quali studenti, si sono identificati nella lotta dei lavoratori, di cui hanno percepito l’importanza per tener testa alla dittatura. Hanno cominciato ad avere una maggiore proiezione nel 2007, con un grande ascolto conquistato attraverso internet.

La Rivoluzione Ci hanno fornito il più bel racconto della Rivoluzione: “Dopo l’ascesa del movimento in Tunisia che ha rovesciato Ben Alì, combinata con l’enorme ripudio (un vero e proprio odio) della popolazione verso la polizia di Mubarak, spuntò l’alba del 25 gennaio. A partire da queste due condizioni, una riunione del Sindacato degli ingegneri organizzò una manifestazione per quello stesso giorno, tradizionalmente una giornata di commemorazione istituzionale della polizia egiziana. Quando abbiamo fatto quell’appello, però, non avevamo idea di come questa data avrebbe fatto storia. La manifestazione fu un successo e, in diversi punti della città, si riunirono migliaia e migliaia di lavoratori e giovani che poco a poco si univano. Le persone in marcia cantavano: ‘Venite, venite, unite a noi le vostre famiglie’. Nel frattempo, la polizia aveva una risposta sempre più violenta contro i manifestanti e i semplici spettatori. Ma ciò provocava l’effetto opposto: sempre più persone in piazza. Giungevano notizie da altre città d’Egitto, dove pure si occupavano le piazze e le strade, e ciò aumentava la fiducia di resistere. ‘Ok, abbiamo una rivoluzione. Che dovremmo fare?’, pensavamo. Mezzo milione di persone occupava la piazza, e continuavano ad arrivarne altre, come parte di un unico movimento nazionale, sempre più convinto che si sarebbe fermato con la caduta di Mubarak”.
Non c’era altra conclusione da trarre: si trovavano di fronte a una rivoluzione.
La repressione si intensificò di parecchio. Vennero arrestate migliaia di dimostranti e alcuni furono uccisi. Ma ciò produsse solo più abnegazione e disponibilità alla lotta fino alla fine. Contemporaneamente, cresceva il sentimento di uguaglianza tra i presenti. Uomini e donne, musulmani e cristiani, giovani e vecchi, tutti insieme erano uguali e rivoluzionari.
È iniziata l’autorganizzazione delle masse. Si sono formate commissioni per garantire la sicurezza, l’alimentazione e la pulizia. In milioni, in un’armonia inspiegabile, vivevano in quel momento ciò che cercavano di costruire per il futuro del loro Paese. “La piazza era il luogo più perfetto del mondo in quel momento”, ci dice uno dei dirigenti.
Mubarak cercava di demoralizzarli dicendo che era un movimento isolato in Piazza Tahrir e che si riduceva ai giovani. Lanciava minacce terribili, bloccando internet in tutto il Paese per evitare la comunicazione attraverso i social network. In uno degli incontri, ci hanno detto che è stato in questo momento che discussero della necessità di allargare agli operai la rivoluzione. E che questo è risultato decisivo. I tentativi di Mubarak di isolare la rivoluzione in Piazza Tahrir non hanno funzionato: lavoratori di fabbriche e imprese sono scesi in sciopero, come fu reso evidente nei tre giorni di chiusura del Canale di Suez, così importante economicamente per l’imperialismo. La rivoluzione si rafforzò fino a che, l’11 febbraio 2011, Mubarak è caduto.
I nuovi compitiUn giovane attivista ci chiede dell’esperienza brasiliana ponendo il problema: “Abbiamo tutti meno di 30 anni, nessuno ha mai militato prima della dittatura di Mubarak. Non sappiamo cosa significhi militare apertamente”.
Un ampio processo di riorganizzazione politica e sindacale è in corso. Scioperi si sono diffusi in tutto il Paese, nelle università c’è un diffuso processo di mobilitazione contro le direzioni e le amministrazioni locali, gli attivisti discutono la formazione di sindacati, associazioni studentesche indipendenti e partiti politici.
Tuttavia, anche dal punto di vista democratico ci sono ancora molti compiti in sospeso. L’esercito è alla guida del Paese, la stessa polizia è ancora nelle piazze, i funzionari del vecchio regime non sono stati puniti, le nuove regole richiedono che si raccolgono 160.000 dollari per creare un partito, ecc.
La disoccupazione, la miseria e la povertà continuano Alla domanda sulle condizioni di vita, quel tassista ci ha risposto: “Ah! Da questo punto di vista tutto continua allo stesso modo”. Le condizioni strutturali che hanno portato alla rivoluzione rimangono: la crisi economica, l’inflazione dei prezzi degli alimenti, la disoccupazione e la povertà.
Un attivista ha espresso bene l’ira della gente: “Hai capito? Un chilo di carne qui costa circa 15 dollari. Migliaia di egiziani non conoscono il sapore della carne”.
Il cambiamento nella vita della popolazione, nonché le conquiste democratiche, dipendono dalla rottura con l’imperialismo e si scontrano con i limiti del capitalismo nella regione. Dimostrando la sua totale subordinazione all’imperialismo, il governo militare ha recentemente firmato un accordo con l’Fmi, che prevede un prestito di tre miliardi di dollari. Presumibilmente un “aiuto” per “garantire la transizione verso la democrazia e la libertà”.
Infatti, esso verrà elargito a condizione che il nuovo governo mantenga l’Egitto entro le regole neoliberali e in linea con la ricetta del Fmi, con misure come privatizzazioni, aperture agli investimenti stranieri e libera circolazione dei capitali.
I giovani continuano a lottare contro il governo autoritario
Dal 25 gennaio, i venerdì sono diventati una giornata di proteste: la piazza, interessata da manifestazioni più o meno grandi, non è mai rimasta vuota, occupata da giovani lavoratori, disoccupati, molti appena laureatisi all’università, senza nessuna prospettiva per il futuro. Il governo della giunta militare cerca di controllare e, se necessario, reprimere il loro movimento. Ma si scontra con una generazione di attivisti che si è formata in questa rivoluzione. Il governo ha represso una marcia a sostegno dei palestinesi diretta verso la frontiera con Gaza nella data della commemorazione della Nakba.
L’esercito, l’istituzione più forte del nuovo regime ha continuato a commettere ogni tipo di abuso ed è stato coinvolto in uno scandalo recente. Un ufficiale militare ha sostenuto di aver fatto un “test di verginità” alle attiviste arrestate durante le proteste in piazza Tahrir, per avere la garanzia che in seguito non vi fossero accuse di stupro. Un’autentica aggressione alle donne, che ha profondamente turbato la popolazione.
I giovani hanno fatto molti passi avanti nella loro organizzazione, anche nei quartieri e insieme ai lavoratori. Nelle università stanno realizzando, per la prima volta nella storia dell’Egitto, libere elezioni nei sindacati degli insegnanti e degli impiegati. Per parte nostra, percepiamo la loro forte sfiducia nei confronti dell’attuale regime, retto dai militari.
Pochi giorni fa, un giornale ha pubblicato un articolo secondo cui c’era la possibilità di liberare Mubarak senza processo. C’è stata una forte reazione dalla popolazione, che si è indignata per quest’eventualità, sicché il governo ha rilasciato una dichiarazione attribuendo la responsabilità solo al quotidiano e precisando che da, quel momento, per la pubblicazione di ogni articolo sarebbe stata necessaria la preventiva autorizzazione. C’è ancora paura della forza delle masse e, soprattutto, l’abnegazione e la radicalità dei giovani egiziani.
La contraddizione: le masse hanno ancora fiducia nel governo della giunta militare La grande contraddizione è che la maggior parte della popolazione nutre illusioni nell’attuale governo. Il Consiglio Superiore delle Forze Armate (Hcaf) si proclama parte della rivoluzione del 25 gennaio quando, in realtà, fa parte della controrivoluzione. Ha sostenuto il regime fino all’ultimo istante cambiando atteggiamento solo di fronte all’intransigenza delle masse, quando era indispensabile cambiare per mantenere l’ordine sociale. Ma ciò non è stato chiaro a tutti: le forze armate godono di grande prestigio nel Paese. Inoltre, quantunque la rivoluzione abbia fatto vivere loro una crisi, hanno attraversato il processo senza dividersi, perché sebbene siano state conniventi autorizzando la repressione da parte della polizia, le loro truppe non furono in essa direttamente implicate.
È stata la polizia ad attaccare apertamente sparando contro i manifestanti, motivo per cui si è inimicata le folle, ha dovuto lasciare la piazza ed è stato formalmente disciolta dopo la caduta di Mubarak, benché i suoi quadri siano stati trasferiti ad altri compiti e continuano a far parte della schema repressivo.
Perciò la situazione del Paese è complessa: c’è enorme confusione nella coscienza dei lavoratori circa l’attuale governo guidato dalle forze armate, e forti dubbi sul futuro. Ma secondo i giovani con cui abbiamo parlato, la gente ha la chiara consapevolezza che la rivoluzione è stata fatta dagli operai e dal popolo, e non dai militari, benché si aspetti che l’esercito gestisca la transizione verso la democrazia e il cambiamento nel Paese.
Il recente referendum sulle riforme costituzionali proposte dal governo era un modo per incanalare la rivoluzione verso piccoli cambiamenti costituzionali che dessero l’illusione che c’è un reale cambiamento nella vita delle persone. Il Movimento 6 Aprile ha sostenuto le ragioni del NO. Ci hanno detto che la stragrande maggioranza dei giovani ha votato NO, soprattutto al Cairo. Le regioni interne, che sono state meno raggiunte dalla Rivoluzione e sono più sensibili alla propaganda ideologica dell’esercito, hanno consentito che il SI raggiungesse il 77%.
“Rivoluzione in Egitto: Sì o No?” Nei giovani che hanno partecipato alle manifestazioni, l’esperienza è più avanzata: per esempio, abbiamo conosciuto un giovane che ha scritto su un muro di fronte a piazza Tahrir, “Rivoluzione in Egitto: Sì o No?”.
Quando gliene abbiamo chiesto il significato, ha parlato dell’indignazione verso le piaghe sociali del Paese ed il governo militare. Voleva con ciò dire che la rivoluzione in Egitto non era giunta al termine, che non si poteva festeggiare un risultato del genere e che le parole d’ordine agitate a piazza Tahrir non erano ancora state realizzate. Ha criticato pesantemente l’attuale governo, dicendo che le condizioni di vita della popolazione non erano cambiate. Ha lamentato il fatto che le manifestazioni non continuassero con la stessa forza, ma ha mostrato di sperare che esse portino ancora avanti le rivendicazioni socio-economiche, così come quelle democratiche. Era un architetto neolaureato, disoccupato. Era il volto della Rivoluzione. La critica al governo è stata un tema ricorrente nelle conversazioni con i giovani: è possibile dire che i giovani guardino con più diffidenza al Consiglio superiore delle Forze Armate.
L’avanguardia giovane della rivoluzione non si sente rappresentata dalle figure che dirigono il Paese. Venerdì 27 maggio, diverse organizzazioni giovanili, con alla testa il Movimento 6 Aprile, hanno convocato una giornata di manifestazioni. Si sono mobilitate circa 500.000 persone nella più grande protesta dalla rivoluzione. La principale rivendicazione era il processo a Mubarak e l’insediamento immediato di un governo civile.
È stata una grande mobilitazione, nonostante il boicottaggio da parte dei Fratelli Musulmani, che, coerenti con il loro ruolo di principale sostegno politico del governo e del Consiglio delle Forze Armate, si è espresso contro le proteste.
La manifestazione ha messo in chiaro che il processo rivoluzionario continua e, nonostante le loro direzioni tradizionali, i lavoratori stanno cercando il cammino e costruendo le loro organizzazioni indipendenti. Il governo delle forze armate tenta di trovare il modo per ostacolarli. I lavoratori ei giovani egiziani, intanto, sono consapevoli del profondo cambiamento che si è prodotto: Mubarak è caduto. Le masse sono entrate in scena e si sono imposte con una forza impressionante. Quando i lavoratori ei giovani si uniscono e si pongono il compito di cambiare le loro vite non c’è forza che possa fermarli.
“Gheddafi e Assad sono dittatori” Fra gli attivisti egiziani non c’è dubbio che la rivoluzione iniziata il 25 gennaio è stata possibile solo grazie alla vittoria in Tunisia, con il rovesciamento di Ben Alì. La consapevolezza che le manifestazioni in tutti i Paesi (Egitto, Siria, Libia, Yemen, ecc.) sono parte di un unico processo rivoluzionario in tutto il mondo arabo è indiscutibile.
Inoltre, c’è una chiara identificazione tra il popolo arabo e la sua cultura. Questa identificazione ha un aspetto politico fondamentale che si concreta nel ripudio dello Stato di Israele. Soprattutto tra gli attivisti, e anche in un settore più ampio della popolazione, c’è un enorme rifiuto dello Stato di Israele e del ruolo nefasto che esso svolge per i palestinesi. Sanno che si tratta di uno Stato completamente controllato e finanziato dall’imperialismo e, perciò, le rivoluzioni hanno necessariamente un significato anti israeliano e contro il genocidio dei palestinesi.
Pertanto, la questione della Palestina, combinata con la consapevolezza che tutte le mobilitazioni sono parte di uno stesso processo, mette in chiaro che il ruolo di Gheddafi e Assad in Libia e Siria è lo stesso degli altri dittatori del mondo arabo. In tutti gli incontri che abbiamo avuto in Egitto, gli attivisti mostravano grande consapevolezza che, per costruire e rafforzare la rivoluzione araba, la lotta deve essere rivolta contro questi dittatori e l’imperialismo.
“Chávez non è dalla nostra parte” In questo quadro, gli attivisti ripudiano profondamente la posizione di Chávez e Castro. Benché le rivoluzioni dell’America Latina costituiscano per loro un punto di riferimento, l’impressione che abbiamo avuto parlando con loro è che la posizione di sostegno a Gheddafi e Assad ha rappresentato un vero e proprio spartiacque, sicché oggi non nutrono speranze in questi governanti che non sono il loro riferimento.
In un incontro, stavamo spiegando il processo che vive attualmente l’America Latina quando abbiamo chiesto a un compagno di illustrarci la sua posizione su Chávez. Ci ha risposto: “Sta con Gheddafi, non dalla nostra parte”. Crediamo che questa sia la posizione maggioritaria fra i militanti di sinistra in Egitto.
Oltre al ripudio di questi dittatori, non accettano neanche l’intervento militare imperialista, poiché non si sbagliano: l’interesse è rappresentato dalle risorse naturali e dalla sottomissione di quel Paese. A partire da questa discussione, è stato molto semplice spiegare che questi governanti oggi non svolgono alcun ruolo nella direzione del miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori; al contrario, stanno pure dalla parte dell’imperialismo.
Un’impressione che abbiamo avuto è che un settore un po’ più ampio che ha partecipato alla rivoluzione tenda ad accettare l’intervento dell’imperialismo, dicendo: “I libici vengono assassinati dalle truppe di Gheddafi, bisogna sostenerli”. Tuttavia, questa posizione non è accompagnata da un sentimento di fiducia politica nell’imperialismo. Al contrario, per il rapporto con lo Stato d’Israele, questi attivisti conoscono i loro veri interessi, ma tendono a sostenere l’intervento militare perché temono ciò che potrebbe accadere al popolo libico. Sottovalutano quanto l’intervento imperialista possa essere dannoso per gli interessi della rivoluzione. Ma a nessuno in Egitto passa per la testa di sostenere Gheddafi. Perciò la posizione di Chávez e Castro non ha nessun ascolto nel Paese.

Casa Dell'Acqua

Città di Frosinone
Assessorato all´Ambiente - Settore G

CASA DELL´ACQUA A FROSINONE

INAUGURAZIONE SABATO 23 LUGLIO 2011 ORE 10.00
Via Marco Tullio Cicerone
(Parcheggio antistante l´ingresso principale della Villa Comunale)


giovedì 21 luglio 2011

Sound Wave Festival 2011


Into the fire of the "Deeper"

Luciano Granieri






MARIO INSENGA  batterista cantante e mattatore dei  Blue Stuff, notava qualche sera fa come sia cambiato il concetto di creatività e originalità nel panorama delle giovani band che calcano i palchi di  club e   piazze.  Insenga  sosteneva come i “complessi” (così si chiamavano allora)  che nascevano negli anni settanta  alla dovevano proporsi con brani loro . Sicuramente le influenze dei gruppi  che  andavano per la maggiore erano ben identificabili, ma il progetto musicale doveva  essere comunque originale. Il dilagare delle cover band e delle tribute band , ovvero gruppi che ripropongono per intero il repertorio di altri ha cambiato il modo di  considerare la qualità creativa di un ensemble  .  Oggi le cover band di Ligabue, dei Beatles , di Bruce Springsteen e di altri autori, dilagano e godono di grande successo, quasi che mettersi davanti ad uno strumento e creare musica propria possa essere  del tutto superfluo . Sono assolutamente d’accordo con il bluesman napoletano. Aggiungo  che il numero delle cover band in attività  è inversamente proporzionali  alle difficoltà tecniche che il gruppo del quale si vuole riproporre i brani presenta.  Più un gruppo ha nel suo interno  musicisti virtuosi, meno sono le cover band che ne ripercorrono la strada creativà. Ecco perché assistere al concerto dei Deeper, nell’ambito della rassegna  FROSINONE ROCK CULTURE mi ha fatto superare la ritrosia che nutro verso le cover band. I Deeper come qualcuno avrà intuito sono una tribute band dei Deep Purple , il mitico gruppo di Smoke on the Water che negli anni ’70 ha costituito, insieme con i Led Zeppelin, la colonna portante dell’Hard Rock. La line up dei Deep Purple era composta da musicisti formidabili:  Jon Lord alle tastiere, signore assoluto dell’ Hammond, inventore del Leslie un aggeggio che riesce a distorcere il suono  dell’organo quasi fosse una chitarra elettrica . Ian Paice, un batterista dalla tecnica straripante, protagonista assoluto assieme a Carl Palmer del panorama rock passato e presente, Ritchie  Blackmore  l’assoluto  nella chitarra rock, i suoi  riff, in Higway Star, Smoke on the Water hanno fatto la storia dello strumento.  Attorno a questo nocciolo si sono alternati( fino al 1974) il bassista Roger Glover e Ian Gillan, un cantante dall’escursione vocale incredibile, la sua voce poteva essere oggetto di studio scientifico,  in seguito  dal disco Burn  poi il bassista Glenn  Huges e il vocalist  Dave Coverdale  shouter bianco dalla voce nera . Misurarsi  con cotanta abbondanza di  tecnica musicale non è facile per nessuno. E comunque dobbiamo ammettere che  Giovanni Russo alla chitarra , Gianluca Sabbi alle tastiere, Ivano Salvatori al basso, Roberto Sabbi alla batteria e Andrews  Crudo voce,  ci danno talmente dentro da rendere benissimo il clima  di fuco  della band di Hatford.  Anzi rimaniamo stupiti dalla loro capacità di ricreare quell’atmosfera unica .  I Deeper  hanno il dna dei Deep Purple inscritto nel loro codice genetico, infatti sono nati nel luglio 2004 per accompagnare Ian Paice in un concerto del leggendario batterista al ToTem Village di Velletri.  Dunque la loro genesi spiega molte cose.  Detto che il gruppo si trova a suo agio  tanto nel riproporre l’era  GIllan che quella  Coverdale, (Il vocalist Andrews Crudo è più vicino allo stile di quest’ultimo) , voglio abbandonare gli aspetti tecnici e parlare di cose un po’ più intime . Lo confesso,  ho assistito al concerto dei Deeper perché la musica dei Deep Purple è stata la sigla della mia adolescenza.  Per ore provavo e riprovavo le misure di charleston con cui Ian Paice  dava inizio a Smoke on the Water  oppure alcune sequenze dell’assolo che il funambolico batterista eseguiva in The Mule.  L’hard rock dei Deep Purple ha segnato i primi movimenti del nostro “complesso” che impazzava rompendo i timpani a vicini del quartiere.  Oggi il mio orientamento musicale è molto diverso, sono jezzemane dentro, MA NON POSSO NEGARE CHE LA MIA PERSONALE AVVENTURA NEL MONDO DELLA MUSICA E’ NATA DAL BEAT DELLA DOPPIA CASSA DI FIREBALL.  





Ennesima vasta operazione nel Lazio

Giovanni Pizzuti responsabile Libera Frosinone



Ennesima vasta operazione della Direzione Investigativa antimafia di Roma che ha visto il sequestro sulla direttrice Cassino , Frosinone, Roma, di 41 immobili, un albergo, 22 terreni, 10 società, 2 imbarcazioni e 48 rapporti bancari intrattenuti con istituti di credito e intermediari finanziari della Capitale. Tutti i beni appartengono a due imprenditori di Cassino,Vincenzo e Luigi Terenzio già arrestati nell'anno 2008 nel corso dell'operazione anti camorra denominata Grande Muraglia in cui erano stati scoperti i presunti legami che i due avevano con il clan dei Casalesi, con la banda della Magliana e con criminali cinesi. L'operazione disposta dalla Dda di Roma e dalla Tribunale di Frosinone è la conferma - dichiara Antonio Turri responsabile regionale di Libera - di come le mafie tradizionali dapprima si infiltrano in un territorio,in questo caso nel Lazio,poi si radicano ed infine contaminano la criminalità locale ,trasformandosi in quinta mafia. Un più complesso e pericoloso fenomeno mafioso costituito da mafie italiane tradizionali ed autoctone, da mafie straniere e pezzi dell'imprenditoria e della politica.

E' la prima volta - afferma Giovanni Pizzuti responsabile Libera Frosinone -  che il Tribunale di Frosinone, su richiesta della DDA di Roma emette un provvedimento di confisca di primo grado per imprenditori che sono nati e che vivono nel nostro territorio.  Questo smentisce quanti sostengono che sul nostro territorio non c'è la presenza delle mafie e quando sono presenti si tratta di mafie tradizionali che sono solamente di passaggio. Ci auspichiamo che l'ingente patrimonio, pari a circa 150 milioni di euro, proveniente da attività illecite giunga presto a confisca definitiva, in modo da poterli destinare ad attività sociali, e costruire così una società alternativa libera dai poteri mafiosi.

A VOI IL TITANIC, A NOI L'INCROCIATORE AURORA

di Alberto Madoglio   Lega internazionale dei lavoratori (LIT)


In questi giorni, in queste ore, sembra che la speculazione finanziaria internazionale abbia deciso di farla finita con gli scherzi e si sia decisa a puntare il bersaglio grosso.
Dopo Grecia, Irlanda e Portogallo, oggi tocca all’Italia subire gli attacchi dei vari fondi pensione, assicurativi, speculativi (conosciuti anche come fondi “locusta”) e vedere il proprio sistema finanziario traballare nel suo insieme.
Come in ogni guerra, il casus belli è stato un atto di per sé non molto significativo: un’intervista, rilasciata al quotidiano la Repubblica venerdì 8 luglio dal premier Berlusconi, ha dato il via a una giornata che è passata alle cronache col nome, in verità poco originale, di “venerdì nero”.
Per molte ore, almeno fino al lunedì successivo, gli analisti economici, i politici e tutti i commentatori borghesi hanno temuto il peggio: il rischio di un default del Paese con la conseguente uscita dell’Italia dalla zona dell’euro. Una riedizione, moltiplicata per cento, di quanto accadde nel 1992, quando la speculazione costrinse la lira ad una pesante svalutazione e la conseguente uscita della moneta nazionale dallo Sme, antesignano della moneta comune europea.



La crisi italiana: speculazione passeggera? No, debolezze strutturali
In poche ore si sono palesate tutte le difficoltà dell’economia nazionale e, inoltre, si è visto che i presunti punti di forza del “sistema Paese”, tanto solidi non sono.
Per mesi si è detto, ad esempio, che le banche italiane, in possesso di ingenti somme del debito pubblico nazionale, erano meno soggette ai colpi della speculazione: ma quando a entrare in fibrillazione sono stati Bot e Btp, anche i campioni nazionali del risparmio, come Unicredit e Banca Intesa, hanno visto precipitare il loro valore di borsa.
Si è ripetuto che la "grande propensione al risparmio" degli Italiani era una garanzia di tenuta per il sistema economico nel suo complesso, salvo scoprire che la maggior parte di queste risorse sono investite prevalentemente nella rendita (immobili, titoli pubblici, obbligazioni) e molto poco, o non in maniera sufficiente, nel capitale di rischio (azioni). Ne consegue che le imprese nazionali sono “sotto-capitalizzate” rispetto ai loro concorrenti internazionali e quindi in un periodo di crisi sono meno in grado sia di difendersi che di competere sul mercato mondiale, col risultato di vedere aumentati in maniera esponenziale fallimenti, chiusure e ristrutturazioni aziendali, licenziamenti.


Il parlamento borghese accorre in difesa della "Patria in pericolo"
Come due decenni fa, sono immediatamente scattati gli appelli alla "unità nazionale", all’abbandonare gli “interessi di parte” (sic) per salvaguardare i cosiddetti "interessi generali della Nazione".
Questa fetida campagna patriottarda sta raggiungendo vette che non si vedevano da tempo, ma che non sono nuove.
Nel 1915 si è assistito ad una propaganda simile, quando l’Italia decise di entrare nel primo conflitto mondiale per partecipare alla nuova spartizione del mondo. Anche allora si diceva che i sacrifici immediati (vita di trincea, morte e disperazione, riduzione dei diritti e dei salari per chi non era al fronte) sarebbero stati ripagati alla fine del conflitto con l’inizio di una nuova era di prosperità e di ricchezza per tutti. Si è visto come è andata a finire.
Oggi si assiste allo stesso copione, allo stesso imbroglio. Una manovra finanziaria da 70 miliardi viene approvata in 48 ore, con plauso di tutti i partiti sia di governo che di opposizione, della Confindustria, del Vaticano.
Vengono, per l’ennesima volta, colpiti i settori più deboli della società, lavoratori, studenti, donne, disoccupati, coloro i quali, già in passato, hanno dovuto pagare il conto della crisi; vengono introdotti i ticket sulle prestazioni sanitarie, tagliate le riduzioni e le detrazioni fiscali, aumentando così le tasse a chi già le paga in abbondanza; aumenta l’età per andare in pensione; milioni di dipendenti pubblici avranno il salario bloccato fino al 2014; centinaia di migliaia di precari della scuola verranno licenziati; col taglio di oltre dieci miliardi agli enti locali si avrà un aumento delle tariffe su molti servizi pubblici (trasporti, asili, assistenza sociale) e un peggioramento della qualità (già scarsa) delle prestazioni fornite.
Col suo “atteggiamento responsabile” l’opposizione liberale del Pd, acquista ancora una volta titoli di merito davanti alle grandi famiglie capitaliste nazionali e non solo, candidandosi a governare il Paese nel loro interesse quando cadrà il governo Berlusconi (nel 2013 o prima)


Sindacati: tra burocrazie gialle e direzioni inadeguate
Particolarmente ripugnante è l’atteggiamento pusillanime delle direzioni sindacali e dei partiti della, sempre più fantomatica, sinistra radicale. Davanti a una manovra che impone misure pesantissime, invece di fare appello alla mobilitazione, proclamando lo sciopero generale ad oltranza fino al ritiro delle misure di austerità e alla cacciata del governo, si limitano a battere i piedi, a fare appelli a modifiche secondarie, "auspicare" la fine dei sacrifici. Il gruppo dirigente della Camusso appare sempre più  come la quinta colonna di governo e borghesia tra i lavoratori.
Non diverso appare al momento l’atteggiamento del sindacalismo di base (a partire da Usb) quasi spaventato dall’opportunità che gli si presenta: quella cioè di riuscire finalmente a rompere l’egemonia della Cgil nel mondo del lavoro. Certo che per farlo bisognerebbe che avanzasse un programma realmente alternativo, non solo a parole ma anche nei fatti, a quello del sindacato della Camusso. Un programma su cui costruire una grande mobilitazione unitaria, al di fuori di piccole logiche settarie di conservazione di una micro-burocrazia, qualcosa di ben diverso dagli sciopericchi rituali.
Una cura che non guarirà il malato
L’amara medicina della Finanziaria difficilmente avrà l’effetto di guarire il malato. Forse i conti pubblici saranno messi in ordine, ma fino a quando?
L’enorme debito pubblico continuerà a crescere. Anzi, gli effetti recessivi della manovra, deprimendo ulteriormente il potere di acquisto di salari e pensioni, avranno come risultato quello di ridurre la già asfittica crescita economica, rendendo impossibile una riduzione dello stock del debito pubblico. Anche la politica della Bce, che da mesi ha deciso di aumentare il costo del denaro, renderà sempre più oneroso per lo Stato ottenere prestiti sul mercato finanziario.
La struttura del capitalismo italiano (enorme percentuale di imprese piccole o piccolissime e conseguente livello della produttività inferiore rispetto ai concorrenti esteri) farà sì che le imprese tricolori saranno sempre più in difficoltà nel competere sul mercato mondiale, con ulteriori conseguenze negative sulle prospettive di crescita economica. Ci vorrà altro che l’abolizione degli ordini professionali o una maggiore flessibilità del mondo del lavoro (che, detto di passata, con le molteplici forme di lavoro precario, atipico, ecc, rendo oggi sempre più facile per il Capitale liberarsi di quella manodopera che ritiene in eccesso, senza dover sostenere oneri aggiuntivi, ad esempio Tfr), per consentire alle imprese italiane di crescere a ritmi sostenuti.
Se a tutto questo si aggiunge il rischio concreto che dai primi di agosto gli Usa non siano più in grado di aumentare il loro debito pubblico, con conseguente dichiarazione di fallimento, ecco che il quadro è completo. Per una volta concordiamo con Obama: c’è il rischio di una vera e propria Apocalisse finanziaria ed economica di livello mondiale.

A voi il Titanic, a noi l'Aurora!
Per parte nostra, come comunisti rivoluzionari, non abbiamo dubbi. A chi dice che è il tempo della responsabilità, noi rispondiamo: giusto. A chi dice che è tempo di realismo, rispondiamo: giusto. A chi dice che la priorità è la salvezza dell’economia, rispondiamo: giusto.
Siamo responsabili e realisti, per questo sosteniamo che questo sistema economico e sociale deve essere rovesciato. Chi crede che si possa salvare il capitalismo con qualche riforma più o meno radicale o è un illuso o è un imbroglione. Siamo concordi nel ritenere che si debba salvare l’economia mondiale, ma non per tutelare i profitti di poche multinazionali, ma per salvare la vita e garantire un futuro degno di essere vissuto a centinaia di milioni di lavoratori, contadini, disoccupati e sfruttati di ogni tipo che da questo sistema economico non ricevono altro che miseria, fame e guerre.
Per loro la salvezza non è venuta ieri da Zapatero, Lula, Chavez, Jospin e Prodi, così come domani non verrà da Bersani, Vendola, dai laburisti inglesi o dai socialisti francesi o tedeschi.
E’ dalle piazze in fiamme di Atene, Tunisi, Il Cairo, Damasco, dalle megalopoli della Cina sconvolte da scioperi e rivolte sempre più frequenti, che può arrivare la sola alternativa a questo sistema: solo una crescita delle lotte anche in Italia, capace di spezzare la cappa soffocante imposta dalle burocrazie, può riaprire una nuova prospettiva per i lavoratori e le masse subalterne.
A Tremonti che ci descrive tutti sulla stessa barca, padroni e operai, un Titanic che sta affondando, noi rispondiamo: lasciamo a voi padroni il Titanic, l'unica nave su cui vogliamo imbarcarci noi è l'Aurora (*).
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(*) Nel suo intervento in parlamento per illustrare la manovra, il ministro Tremonti ha paragonato la situazione dell’Italia a quella del Titanic, affondato nel 1912. L'incrociatore Aurora, che noi preferiamo, è invece la nave che con colpi di cannone annunciò, nell'ottobre 1917, l'insurrezione rivoluzionaria che diede il potere ai soviet guidati dai bolscevichi di Lenin e Trotsky.