Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

giovedì 22 marzo 2012

Carlo Smuraglia: "Il reintegro è come l'uguaglianza nella Costituzione"

Intervista di Andrea Fabozzi da "il manifesto" del 22/03/2012


Senatore, componente del Csm oggi presidente dell'Anpi, Smuraglia è autore di numerose opere sul diritto del lavoro. Memoria storica fondamentale per il paese, avverte: "Stiamo tornando indietro"

Partigiano combattente, professore all'Università di Milano, presidente della regione Lombardia, senatore, componente del Csm e oggi presidente nazionale dell'Anpi, Carlo Smuraglia, classe 1923, è soprattutto un maestro del diritto del lavoro. Fondamentale il suo commento allo Statuto dei lavoratori del 1970.

Professore, gli entusiasti di questa annunciata riforma del mercato del lavoro parlano di «fine di un'epoca», l'epoca cioè del «consociativismo». Siamo davvero a un passaggio storico?
Si può parlare di fine di un'epoca ma solo nel senso che si torna indietro. Cancellando a cuor leggero un principio per il quale si è combattuto per anni, e con ragione. L'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori è il frutto di una stagione di lotte, ma anche del fallimento della legge sul licenziamenti del luglio 1966. In quella legge si prevedeva, appunto, che anche nel caso di licenziamento ingiustificato riconosciuto come tale dal giudice, il lavoratore aveva diritto esclusivamente al risarcimento economico. La grande novità dell'articolo 18 fu il diritto al reintegro. Oggi torniamo al '66.

Quanto fu difficile l'introduzione del principio dell'articolo 18 nello Statuto dei lavoratori?
Ci fu una discussione accesa in parlamento e ci furono forti pressioni contrarie degli industriali, ma fu soprattutto alla luce dell'esperienza precedente che alla fine il ministro Brodolini accettò il principio.

Ma lo Statuto fu votato da socialisti e democristiani, il Pci e il Psiup si astennero.
Le loro obiezioni erano sulla seconda parte dello Statuto, quella che riguardava la rappresentanza sindacale. Non sul reintegro per il quale si può dire che non ci fossero più dubbi addirittura dagli anni Cinquanta, dal dibattito seguito al famoso licenziamento per motivi politici del dirigente Fiat Battista Santhià. Ci fu un importante convegno nel 1955 in cui molti giuslavoristi introdussero il tema del reintegro e poi la legge del '66 e infine lo Statuto. Ci vollero degli anni e molti scioperi, tornare indietro rispetto a tutto questo significa non capire cosa vuol dire riconsegnare al datore di lavoro la possibilità di licenziare a propria discrezione.

Ma la riforma Fornero prevede ancora il reintegro per il licenziamento discriminatorio.
Mancherebbe, su quello non ci può essere alcun dubbio. Il licenziamento discriminatorio è un atto nullo per un principio giuridico che non dipende neanche dallo Statuto dei lavoratori, ed è evidente che di fronte a un atto nullo resta in vigore la situazione precedente. Naturalmente la riforma di cui parliamo non dice che il datore di lavoro potrà licenziare a suo piacimento, ma temo che gli effetti saranno questi.

Anche nel caso di licenziamento per motivi economici?
Siamo franchi, quando ci sono delle ragioni economiche reali, una crisi aziendale, si tratta sempre di circostanze oggettive. Ma se il datore di lavoro non riesce a provarle e il giudice stabilisce che il licenziamento è infondato, perché mai non si dovrebbe ripristinare il rapporto di lavoro? Torniamo appunto a prima del '66: sarà possibile liberarsi di un lavoratore pagando. L'imprenditore deciderà solo sulla base dei suoi costi e dei suoi benefici. E dovremmo aggiungere un altro problema.

Quale?
In molti casi persino il diritto al reintegro nel posto di lavoro si è dimostrato insufficiente, per cui più che smantellarlo si sarebbe dovuto renderlo effettivo. Pensi alla vicenda dei lavoratori Fiat a Melfi che l'azienda si è rifiutata di far tornare al loro posto e capirà come ancora oggi il principio trovi difficoltà di applicazione.

Chi parla della fine di un'epoca lo fa anche con riferimento alla mancata concertazione, anche questo è un passaggio epocale?
Mi sorprende che tutti quelli che in questi anni hanno riconosciuto la convenienza della concertazione adesso si rallegrino che sia stata stracciata. Secondo me si tratta di un errore di valutazione, soprattutto da parte del governo che non ricaverà nulla di positivo da questa scelta di rottura. Per venire incontro alle indicazioni di una parte molto liberista dell'Europa, rinuncia alla pace sociale.

La Cgil pagherà l'isolamento?
Dieci anni fa hanno riempito la piazza sull'articolo 18, è impossibile che i lavoratori abbiano cambiato idea. È vero che siamo in crisi ma i principi valgono anche in tempo di crisi. Cominciare a smantellarli è pericoloso perché non si sa mai dove si finisce. È un discorso analogo a quello che si fa sulla Costituzione. Si può cambiare, ma non si può nemmeno immaginare di toccare i principi fondamentali. E l'articolo 18 nel sistema del diritto del lavoro equivale al principio di uguaglianza nella Costituzione.


mercoledì 21 marzo 2012

E le foibe allora?

Caterina Guzzanti da "Un due tre stella"


Abolizione della dignità

Luciano Granieri


Continua l’assalto. Dopo lo scalpo dei pensionati il generale Custer in salsa italiana,  comandante dell’esercito dei banchieri, esimio professor Monti,  è sulla buona strada per ottenere anche lo scalpo dei lavoratori. La riserva indiana della gente comune ormai sta per cadere in mano ai tecnici governativi che evidentemente non vogliono fare prigionieri. Gli squali targati BCE, UE e FMI, sono ad un passo dall’ azzannare le carni  di chi campa con un   onesto lavoro. Chi viene licenziato ingiustamente  non può esercitare il suo sacrosanto diritto a venire risarcito con il reintegro oppure di decidere un’alternativa adeguata all’umiliazione del licenziamento. Ciò  in base all’odioso principio per cui  anche la dignità può essere oggetto di mercato e quindi svenduta .  Se ad esempio un lavoratore viene licenziato perché accusato di rubare, accertata l’eventuale infondatezza dell’accusa, questo deve poter decidere  il valore a risarcimento  delle infamie ricevute .  Nessuna somma in denaro potrà risanare la dignità perduta a seguito di un’ ingiuria infamante dimostratasi falsa. Ciò per affermare che la questione dell’articolo 18 non è semplicemente un fatto simbolico, non è solo  l’abolizione di una norma che raramente viene applicata, ma è l’attacco ad un principio fondamentale che eleva  il  lavoro a mezzo per  acquisire dignità sociale. L’articolo 18 era l’ultimo baluardo in base al quale si pone l'inalienabile principio che  i lavoratori non sono   merce che si può comprare, vendere, svendere o addirittura rottamare. Con la sua abolizione , unita ai recenti provvedimenti in merito al depauperamento delle normative atte a certificare la sicurezza sul posto di lavoro, braccia e intelletti sono completamente sottomessi ai diktat della speculazione finanziaria. Purtroppo la dignità non  è merce che viene apprezzata da tutti men che meno dai signori della finanza e della grande imprenditoria ,  i quali non hanno la minima vergogna a gettare sul lastrico famiglie intere pur di preservare i loro smisurati privilegi. Né hanno provato un minimo di pudore  i banchieri governanti nel prendere in giro le parti sociali, i sindacati in particolare,  fingendo di intavolare una trattativa infinita per  un esito che era scontato sin dall’inizio , ossia quello scritto nella lettera che la BCE inviò in agosto al nostro governo allora guidato da Berlusconi .  Non sappiamo se anche i sindacati, coscienti dell’ineluttabilità di ciò che ci chiede l’Europa, abbiano preso in giro i loro militanti e i loro rappresentati  fingendo di tirare su un prezzo  già immutabilmente definito, il sospetto è forte, è quasi certezza . Lo scopriremo presto quando il governo chiederà la firma definitiva sull’accordo. Allo stesso modo sapremo come si districherà il Pd, l’ectoplasma riformista stretto fra le istanze di una rappresentanza sociale che da tempo ormai  non sono  più nel suo DNA e un ipocrita  senso di responsabilità evocato anche da un connivente  Napolitano. Eccolo il governo dei sobri, degli infallibili, dei professori, che in nome di una ritrovata saldezza morale, sventrano le politiche sociali, “PIANGONO I MORTI E FREGANO I VIVI” si dice dalle mie parti. Questa sbandierata saldezza morale pare  abbia ridato credibilità alla nazione nell’ assise europea. Ma io domando:  E’ moralmente più credibile un paese con un presidente del consiglio puttaniere, o una nazione guidata da un governo che, pur sedendo al tavolo del G8,  lascia 700mila bambini ridotti in povertà a morire di fame per  cui    “Save the Children”, allo scopo di  limitare i danni di questa piaga sociale,   QUI NELLA CIVILISSIMA ITALIA, deve promuovere una  campagna simile a quelle organizzate  per l’infanzia sottonutrita del terzo mondo?  Lo spread si è abbassato, ma la povertà è sicuramente aumentata e a chi è ridotto  sul lastrico dell’andamento dello spread non gliene può fregare di meno.

martedì 20 marzo 2012

Manifestazione rifiuti zero

Coordinamento Rifiuti ZERO per il Lazio


In occasione della riunione che si terrà presso il Ministero dell'Ambiente il 22 Marzo alle ore 9.00 sul tema dei rifiuti della Regione Lazio alla quale parteciperanno anche la Governatrice della Regione Polverini, il Presidente della Provincia di Roma Zingaretti e il Sindaco di Roma Alemanno, il Coordinamento Rifiuti Zero per il Lazio ha indetto una manifestazione insieme a numerosi altri movimenti e partiti che si oppongono alla politica delle discariche e degli inceneritori come soluzione al problema dei rifiuti nella nostra Regione.
Il Coordinamento Rifiuti Zero per il Lazio ha consegnato al Ministro Clini un dossier contenente tra l'altro le nostre proposte che hanno come fulcro centrale la raccolta differenziata porta a porta  come strada maestra per la soluzione definitiva del problema.
Siamo convinti infatti, che la salute dei cittadini debba andare di pari passo con il rispetto dell'ambiente; coniugando questi due elementi in automatico la questione dei rifiuti non sarà più un problema, ma una risorsa per il nostro Paese.
Auspichiamo che il Ministro Clini, al quale abbiamo consegnato una richiesta di incontro, voglia ascoltare anche la voce dei movimenti e dei cittadini e che sia coerente con le affermazioni di diversi componenti del Governo quando, discutendo della Val di Susa, hanno riconosciuto che in effetti sia stato un errore non aver dialogato con i cittadini.
Ecco: noi ci auguriamo che questa volta non si ripeta lo stesso errore e ci si confronti nel merito del problema.
Invitiamo tutti i cittadini, i movimenti e le forze politiche,sindacali e sociali a partecipare alla manifestazione.

22 Marzo ore 15.00
Ministero dell'Ambiente
via Cristoforo Colombo, 44 Roma

perché rizzotto viva

Giovanni Morsillo


Placido Rizzotto ha ottenuto il riconoscimento del suo sacrificio per il bene comune, gli saranno tributate le esequie pubbliche con gli onori che spettano a chi ha lottato in nome dei diritti di tutti e ha servito lo Stato (diversamente da chi si è servito dello Stato).
Lo ha fatto in motli modi, in tutta la sua breve vita. Primo dei sette figli di Carmelo Rizzotto, all'arresto di questi per coinvolgimenti in fatti di mafia, deve abbandonare la scuola per mantenere la famiglia alla meglio. Serve lo Stato prima in guerra, militare in Carnia, poi Partigiano delle Brigate Garibaldi. Rientrato in Sicilia, diventa presidente dell'ANPI di Palermo e segretario della Camera del Lavoro di Corleone, dando il suo instancabile lavoro per la costruzione del movimento dei contadini per la riforma agraria. Viene ammazzato bestialmente una sera nelle campagne corleonesi da sicari inviati dal dottor Michele Navarra, che poi ucciderà personalmente con una iniezione letale il piccolo pastorello Giuseppe Letizia che aveva avuto la disgrazia di trovarsi casualmente sul posto dell'agguato e visto in faccia gli assassini del sindacalista socialista.
Rizzotto non fu l'unico a cadere sotto i colpi delle milizie mafiose al soldo dei reazionari, un certo potere che occupò lo Stato dopo la Liberazione decimò le organizzazioni proletarie siciliane e calabresi distruggendone fisicamente i capi.
Adesso Placido Rizzotto può essere sepolto come merita, dopo aver atteso pazientemente per 64 anni. Nel frattempo la società per cui ha lottato ed ha accettato più volte il rischio della vita fino a perderla davvero, non è stata realizzata. Il pericolo è ormai alle spalle, i padroni dormono sonni tranquilli ed i combattenti dell'anti-società, i malavitosi di tutte le mafie, hanno il controllo di ben più che qualche feudo o qualche gregge.
Placido Rizzottto va onorato, ed è giusto ed opportuno che lo Stato si inchini ufficialmente davanti alla grandezza del suo sacrificio, alla lucida determinazione con cui ha accettato lo scontro, prima con i nazifascisti nella Resistenza, poi nella guerra contro le forze reazionarie degli agrari siciliani e dei loro eserciti di occupazione mafiosi. Ma non vorremmo vedere le solite processioni di falsi, di personaggi che di giorno parlano di valori a piena bocca e di sera operano in concreto contro ogni ipotesi di cambiamento progressivo. Ecco, vorremmo che i funerali di Stato di Rizzotto non fossero una celebrazione formale, come se si parlasse di un personaggio illustre che però rappresenta un altro tempo, un'altra storia. Placido Rizzotto deve essere onorato come combattente di un'Italia sana, onesta, libera, ma soprattutto attuale. E deve essere onorato prima di tutto dai suoi compagni, i proletari ed i lavoratori per i quali voleva costruire una società degna. Fu partigiano, non funzionario: sarebbe un altro insulto alla sua memoria arruolarlo in una malintesa idea di mediazione sociale modernista secondo cui lupi e agnelli bevono alla stessa fonte. Condividiamo la proposta di celebrare le esequie a Corleone, ed in quel caso invitiamo le formazioni democratiche a organizzare una partecipazione di massa, ad invadere pacificamente quella cittadina con un popolo di gente libera e riconoscente  a Placido Rizzotto, che si incontri con la parte altrettanto libera di quei territori. Come nella migliore tradizione democratica di questo paese, i morti della guerra civile non devono essere pianti con commiserazione, ma onorati nell'esempio, nella prosecuzione delle battaglie per le quali sono stati uccisi.


sono partiti

Giovanni Morsillo



Da alcuni sondaggi probabilmente anche addomesticati, ma lo sono praticamente tutti, si apprende che le intenzioni di non voto degli elettori italiani in questo momento sarebbero pari a quelle di voto. Da questa presunta ma verosimile siituazione si fa discendere la sentenza secondo cui gli italiani non vogliono più sentir parlare dei partiti. Classicamente, si sfodera qui una grossolanità ed una ignoranza msotruose, che però sono assai funzionali al disegno reazionario che si sta compiendo in forza del sovversivismo delle classi dirigenti in questa lunghissima fase storica. Ed essendo perfettamente coerenti con quanto si vuole realizzare, il sospetto che non si tratti di pura ignoranza è più che fondato. Come mai i politici ed i loro araldi della comunicazione (informazione ci pare un termine assai improprio, da usare con cautela) che nelle manifestazioni celebrative tromboneggiano di coesione, di partecipazione, di afflato unitario e di coscienza civile, poi imbrattano chilometri di carta per convincere chi li ascolta che anche solo andare a votare, la sola delega nemmeno partecipativa è atto riprovevole e sconveniente, degno di poveri sciocchi che non vedono la realtà. E non perdono occasione per pompare fenomeni davvero velleitari e senza sbocco quali certi movimenti o sedicenti aggregazioni spontanee, il tutto sempre e solo in funzione demolitoria, ovviamente.
Certamente la sfiducia ha origini concrete, ma non lo scopriamo oggi. La corruzione ha fatto la strada, ma chi ha stabilizzato la sfiducia è la verticizzazione dei gruppi di potere attraverso la cancellazione della rappresentanza.
I partiti che abbiamo conosciuto, e che hanno rappresentato la società italiana nella sua composizione sia di classe che culturale sono quelli forgiati secondo lo schema dello Stato-nazione costituitosi in Europa dopo la fine degli Imperi Centrali, ed infatti erano molto diversi da quelli sorti altrove su altre basi (indipendentismo, anticolonialismo, questione etnica, religiosa, ecc.). La nostra costituzione, pertanto, considera la nostra esperienza fino ad allora maturata, e definisce i partiti in quell'accezione come struttura portante della democrazia, in quanto rappresentativi.
Da allora sono stati fatti molti cambiamenti, il sistema precedente è andato in crisi, ma non solo a causa della corruzione: gran parte dei partiti di governo sono stati travolti dalle loro nefandezze, c'è stata Tangentopoli e tutto quello che sappiamo. Ma altri, il cui esempio più grande è il Partito comunista, sono stati trasformati o sciolti non perché corrotti, ma perché non più rispondenti alle nuove forme che lo Stato assumeva in virtù dello spostarsi degli equilibri sociali a vantaggio del capitale, sempre più internazionale. Le sconfitte del movimento operaio dei paesi avanzati, la deindustrializzazione, il costituirsi di nuove entità economico-politiche sovranazionali, la trasformazione cioè dei processi decisionali in funzione del riassetto del sistema di produzione e scambio secondo le nuove esigenze del capitale multinazionale prima e globalizzato poi, hanno comportato l'obsolescenza del sistema del consenso che chiamavamo democrazia rappresentativa, a favore di pratiche molto meno preoccupate del consenso di massa. L'Uniuone Europea, ad esempio, non ha nemmeno una Costituzione vera, ma è considerata una struttura democratica avanzata. In realtà le decisioni non si prendono a strasburgo o a Bruxelles, ma a Francoforte.
In questa ottica è perfettamente comprensibile la sequela di riforme elettorali tese a concentrare i gruppi dirigenti intorno ad un progetto unico di società, espellendo i soggetti critici per legge e limitando la lotta politica al come gestire il sistema, senza alcuna reale idea alternativa di sistema.
Data questa realtà, certamente più compelssa e dettagliata di quanto si possa accennare in una breve nota di riflessione, sarebbe assai strano che i cittadini continuassero a sentirsi tali, e desiderassero sostenere una delle parti in lizza sentendosi parte del dibattito. Essi sanno, infatti, che i loro interessi sono in ogni caso sottoposti alle decisioni di altri, di gruppi dirigenti che loro non possono realmente selezionare o delegare, poiché la possibilità di scelta rimane circoscritta ad opzioni tutte interne al sistema che li sottomette e, non di rado, li rapina. In sostanza, i cittadini non sembrano affatto essere sazi di politica, bensì vedono la loro domanda di partecipazione umiliata, e dopo aver tentato di tutto - spesso illudendosi -, dai movimenti monotematici alle associazioni, dai tentativi dal basso alle fughe localiste e scioviniste, si arrendono all'inutilità (aggiungendo errore ad errori, ma tant'è).
Enrico Berlinguer parlava già fra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso della urgenza di una rigenerazione della politica, pena il crollo del sistema rappresentativo. Non lo si ascoltò, poiché ciò che diceva aveva una forte ricaduta sui privilegi del ceto politico a tutti i livelli (istituzionale, partitico, militare, clericale, intellettuale/universitario, economico, ecc.). Sembrò possibile continuare le pratiche di corruttela che, come si diceva, si reggevano l'una con l'altra in una struttura robusta per quanto illecita. Ciò denuncia la cecità totale di certi gruppi di potere di allora, che troppo tardi furono messi in discussione dalle risorse migliori che pure nei partiti corrotti esistevano (pensiamo solo a Martinazzoli, per tutti), i cui danni paghiamo ancora non solo in termini di debito economico e finanziario, ma anche sotto l'aspetto socialmente devastante della scomparsa dei presupposti della democrazia partecipativa. Sarebbe ora di impegnae le nostre energie per ricostruire una consapevolezza democratica e degli strumenti di critica e di partecipazione capaci di mettere all'ordine del giorno la ripresa del conflitto sociale in termini di classe e non più di comitati elettorali.
Il che evidentemente non è possibile fare inventando ogni settimana una nuova caricatura di partito comunista tanto per giustificare un altro gruppo di nullafacenti da cui attingere saggezza a un tanto al chilo. 

Da Orlando a Osvardo (Roma-Genoa 1-0)

Kansas City 1927



Er tifoso giallorosso lo sa. L’occasione è quasi irripetibile. L’avversari hanno rallentato, se so fermati a vicenda, hanno messo er freno a mano. L’avversario nostro l’ultima volta che ha vinto fori casa Topolino faceva ancora solo l'attore e no er procuratore, e oggi c’ha pure nsacco de assenti. Le condizioni so favorevoli, è na partita da dentro o fori, la squadra è chiamata alla prova de maturità. Alla luce de tutto questo er tifoso giallorosso lo sa: stasera nse vince. Se almeno Cavani non avesse segnato er secondo, se se fossero allungate le distanze, allora na mezza speranza de fa 3 punti ce sarebbe ancora, ma mo che sta partita c’ha un senso, ndo cazzo annamo. Quest’anno è così, se sa, annamo tarmente discontinui che i gamberi se so straniti: “Oh non famo che mo quello è er passo daa Roma, ce sta tanto de copyright”. Però ce se prova, nsia mai.

A sto giro ce se prova co un Cipolla de più e Ncapitano de meno, assenza che pe il principio dell’osmosi comporta pure quella de Pjanic, assenza che a sua volta comporta inderogabilmente ancora na volta la presenza de Debito Greco, nome che fa sempre storce er naso, in parte a ragione, in parte sulla scorta de una abbondante e generosa spolverata de pregiudizio adagiata su un letto de croccante disillusione. Ma sto ragazzo dar capello a punta e dar pelo ponneso ha deciso che è ora di basta! e di dire no! alla sfiducia dei mercati, no! alla rassegnazione del popolo, NO! mpo più forte a Franco sennò non lo sente, e ancora no! a programmi che parlano solo de salvezza e non guardano all’Europa. Ed è pe tutta sta serie de motivazioni che se prodiga ner colpo de reni de ntessuto sociale ormai sfibrato, ner gesto ar quale tutta la comunità anela come un sol uomo: nassist. La palla se stacca dai piedi de Default Greco e prende proprio la traiettoria che dovrebbe prende, a scavarcare la difesa e la crisi, a superare centrali, terzini e operatori merde de Wall Street, a sgombarare il campo dai dubbi sulla ripresa, ma soprattutto a tagliare il campo pe finì ai piedi de na Cipolla che smania pe facce risentì le fragranze der 2011. Er Rossi de turno je se piazza muraceo davanti, co Frey de dietro che lo carica e se carica “Daje che lo fermamo!”. Ma lui è Osvardo, e er piede ce l’ha cardo. La stoppa e se sposta, la sposta e se imposta, la imposta e la imbusta. Assicurata senza ricevuta de ritorno, nce servono conferme, l’amo vista tutti, e allora strillamo tutti.

“Vabbè, potrebbe pure non esse troppo presto, ma famone nartro” se ricredono parzialmente dopo Palermo i cacadubbi, e a sto giro rappresentano er pensiero de na tifoseria intera. La cosa bella e nuova e sorprendete e “aò ma che davero?” è che a sto giro sembra essece piena sintonia tra squadra co la majassorica e curvassorica, perchè pare che giocamo e che ce va de segnà, sempre coi tempi nostri, ma co quer quid in più e quella schizofrenia paranoide in meno. Er balòn gira giulivo ar punto de arivà messo bene sui piedi de Yogurt Greco che, esaltato dall’apertura positiva della partita e delle borse, poco ce manca che non la butti dentro pure lui, ma Frey, barilotto ma sempre barzotto, je fa presente che la Francia purtroppo sta in campagna elettorale e nse ponno fa sconti a nessuno. Ma noi che semo generosi e abbiamo detto no! all’occhio per occhio dente per dente cuoio per cuoio, aprimo invece la stagione dei saldi che ce porterà a regalà occasioni de restà in vita ar Grifon d’oro fino ar novantesimo.

Er Primo è Chiaia, che dopo 90+20 minuti senza fa cazzate in difesa tra Palermo e mo, decide de portasse avanti pe fanne una che almeno non abbia effeti catastrofici. Da mite calcio d’angolo scaturisce così nazione de quelle che pe improbabilità e imprevedibilità passeranno ala sssoria der proggetto, allorché, su ribattuta de corner, l’Ariano se trova er pallone a provocallo tra le zampe infestate de inchiostro, evento che induce er Chiaia a stibià la sfera verso er più vicino a lui, che in ogni dove è e sarà sempre er Cannicane. Er Cannicane, omo che pe la rapida e dolorosa maturazione dei suoi prossimi farebbe falsificherebbe identità, de porpaccio je ritorna er cuoio ormai spazientito da tanto indugio. Capita l’antifona, Chiaia gonfia er glabro petto, carica la balestra e de punta sporca scaraventa l’ostile oggetto verso la rete artrui,  ma invece de fasse bomber se blocca e se fa fiordo.
Franco dalla porta chiede cor soriso: “Ah, pure te?”.
“No no, ho detto FIORDO” je risponde Chiaia smontandoje sur nascere le speranze de piccola comunità audiolesa.

Ma non c’è tempo per consolare l’inconsolabile, è già ora de magnassene nantro. La parzialmente ripristinata Cipolla se invola oltre le rovine der concetto de forigioco der Genova, ma affascinato dall’antichità de na difesa che cade a pezzi, inebriato dar grande mistero dele popolazioni Genovane conservate così bene accanto a lui tanto che parono vive, se perde dentro a un trip de History Channel e se scorda che pe segnà tocca pià la porta. Er primo tempo se ne va così, co noi che giocamo a calcio, e inebriati da sta novità se emozionamo e ar dunque ce viene l’ansia da segnazione, e co loro che sembrano dire: vabbè oh, se proprio ve fanno schifo sti tre punti noi ce provamo a piassene uno.

Se riparte de slancio coi medesimi in campo, co quell’approccio scanzonato che, ner timore de fasse pià la mano e credece troppo, ce fa vive ogni azione come fossimo davanti a na candid camera. Del resto mai s’era visto all’Olimpico un giocatore sospinto nela discesa e ner cross e in ogni stramberia je passi pe la testa solo da insurti costanti e copiosi ar punto da amargamasse e sembrà un unico coro de incitamento.

E mai s’era visto un giovine tarmente paraculo da mettese a fa le corse utili e quelle tanto inutili quanto valide comunque pe l’osanna collettivo. E tale è l’osanna che er medesimo giovine comincia a scoattà ar punto da dimenticasse de esse forte sì ma ancora acerbo e a tratti rozzo. E siccome, je piaccia o meno, Caciara se nasce e lui lo nacque, Nascar improvvisa prima un cucchiaio da fori area che Frey, pasciuto com’è, ingoia co na mano, quindi se lancia da solo nele praterie genoane, credendo in se stesso oltre ogni limite de velocità, per la gioia, il tripudio e le risa collettive de no sssadio che uno così veloce non lo vedeva dai tempi de Vierchowod. Tanto è er credito ricevuto, che ar Caciara, complice l’assenza dei gemelli punitivi, je viene concesso l’onere de batte na punizione. Quello se sente Ronardo, mette i piedi a papera e la tira de punta, facendosi pirlo (sì, lo sapemo che la parola “pirla”, come ogni suo derivato, a meno de non avè  la verve den padano, è parola tarmente moscia da non esse mai considerabile come parolaccia o insurto, ma mo ce tornava utile, nse ripeterà più).

Ner mentre Ladolescente, consumati i tacchetti dii scarpini a furia de cristianoronardiche solettate, azzecca ndribbling e azzecca Frey sparandoje addosso prima de esse richiamato a contasse i peli der petto in panca a beneficio del’ennesima valorizzazione der talento alato der Putto cantero, anche in ossequio alla regola che non vuole in campo due membri der cast de High School Musical contemporaneamente. Capitan Mo, lo vede, e in una partita per lui meno perfetta der solito japparecchia l’assist perfetto, er contagiri (che poi nsè mai capito bene cosa cazzo sia, ndo se compra er contagiri? Ar feramenta? Da Leroy Merlin? E in che reparto? Dispositivi metaforici?) insomma, er 2-0, lì, a du passi da Frey. Ma er Putto prescioloso che fece i tiri ciechi se disunisce e s’unisce allo spreco generale, tirando fori de quer tanto che basta a facce pensà che l’abbia fatto apposta. E ar marasma se unisce Aquistinho nell'esibizione der numero preferito, la busta de piscio in diagonale, che stavorta è carica e paglierina er giusto ma non abbastanza da impedì a Frey de superà l'esame.

In tutto ciò c’è un uomo che, capita l’antifona, sfodera l’arma finale pe garantì er galleggiamento. Er Cannicane, ner secondo tempo come ner primo, lotta e zompa e ringhia e sbava su ogni pallone, ma siccome pure pe gente abituata ad avé Matteo Ferari tutto ciò, cor tempo e l’abitudine, po sembrà normale, er Cannicane se erge diga a corpi de spalancocoscia. Dicesi spalancocoscia er gesto tecnico che vede er difensore nell’atto costante di spampanare il compasso delle proprie cosce offrendosi come cozza pelosa e venere avida di seme e piacere all’attaccante avverso. Quello barzotto imbocca ed eccitato viene incontro alla sapida tenaglia, che improvvisa se chiude, spezza e stronca ogni stronza pretesa de ingallamento. Er Cannicane lo farà per tutta la gara fino all’apoteosi de fallo pure palla ar piede. Er Cannicane è l’unico giocatore che te mena pure quando imposta, la sua visione di gioco è un’inquadratura dal basso, dar contrasto arto, morto arto, pure troppo.

Ma na squadra acerba pe statuto se po concede er lusso de sembrà cinica, matura e sparagnina lucrando su ngolletto fatto coll’olio canforato che ancora te cola sule cosce? No che non si puote, e infatti nsemo boni. E nsemo boni ar punto che lo jedi Palacio c’avrebbe l’occasione de facce rimpone pure sta partita, se non fosse che quarcuno je deve avè riempito la borsa de copie de quotidiani de sti giorni in cui se notifica l’interesse nostro pe la treccina sua, e al solo pensiero de ritrovasse tra pochi mesi in ritiro co un Heinze imbronciato pe sto gò fa la scelta giusta per lui e per la sua famiglia, mannando er cuoio a spigolà er montante (meno metaforico ma comunque possibile vicino de scaffale der contagiri in quanto parola che se usa solo nele telecronache).

E’ l’ultimo pericolo, dopo de questo giusto il tempo pe Bojan de diventà adulto a suon de bestemmie e il triplice cala a scacciare paure e facce provà, pe la prima volta dopo mber po de tempo, nattimo de serenità, de quella tranquillità che poi ce pensamo domani a perchè non ariveremo terzi, mo vogliamo solo cantà, e allora Noi gridiamo in coro, evviva, evviva, urrà, sì, sì! Topolin, Topolin, viva Topolin! Su venite a far baldoria insieme a Topolin, anche noi, come voi, canterem così. Come noi bambini, tu sei tanto piccolin, Topolin, Topolin, viva Topolin!