Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

martedì 16 ottobre 2012

"Caporalismo" oggi

Angelino Loffredi. Fonte. http://www.unoetre.it

Gramsci, il Caporalismo, l'attuale situazione politica:"Comandare per comandare è caporalismo" Invece bisogna comandare "perché un fine sia raggiunto" e cioè bisogna comandare per obbedire a un fine e allora gli altri obbediranno per comandare. Scrive meglio Gramsci quando precisa:"Nell'obbedienza c'è un elemento di comando e nel comando un elemento di obbedienza. Il comando è una funzione. Per questo merita di comandare solo chi intende far cessare la funzione stessa di comando".Le ultime vicende politiche, gli scandali che le stanno attraversando, i partiti basati sull'obbedienza al capo, privi di un adeguato processo di selezione del personale politico mi hanno fatto tornare in mente la categoria del Caporalismo, evidenziata in "Passato e Presente" da parte di Antonio Gramsci.


INDIETRO POPOLO ! UN VENTENNIO DI CANZONI Dal temibile CISCO ai Modena City Ramblers

Cisco


AVETE MAI VISTO UN FILM PARTENDO DALL’ULTIMA SCENA?
AVETE MAI LETTO UN LIBRO COMINCIANDO DALL’EPILOGO?
SE NON VI E’ MAI SUCCESSO, E’ ARRIVATO IL MOMENTO
INDIETRO POPOLO! IL NUOVO TOUR “INDOOR” DI STEFANO “CISCO” BELLOTTI, VI PORTERA’ A SPASSO NEL TEMPO PARTENDO DALLA FINE DELLA STORIA PER ARRIVARNE ALLE RADICI, CERCATE DI TENERE IL PASSO PERCHE’ POTRESTE PERDERVI O ANCHE CADERE DAL PALCO!
INDIETRO POPOLO E’ UN NASTRO RIAVVOLTO NEL PRESENTE PER RILEGERE IL PASSATO E AFFRONTARE MEGLIO IL FUTURO, UNA “MARATONA ALL’INCONTRARIO” NELL’ULTIMO VENTENNIO SCURO DEL NOSTRO PAESE CON UN SOLO VINCITORE, LA MUSICA!
DA MONTI A MANI PULITE, DALL’EURO ALLA LIRA, DA BERLUSCONI A …BERLUSCONI!
20 ANNI DI COMBAT FOLK MOLTIPLICATI PER 20 CAVALLI DI BATTAGLIA, UN MODO PER FESTEGGIARE, BALLARE, POGARE E PRENDERSI IN GIRO, UNA STRADA CON ACCESSO VIETATO A CHI NON HA VOGLIA DI RICORDARE, RIFLETTERE E CARENZA DI AUTOIRONIA
INDIETRO POPOLO! IL NUOVO TOUR DI STEFANO “CISCO” BELLOTTI
Da dicembre e per tutta la stagione invernale, in tutti i migliori locali Italiani !!!

Secondo atto della commedia tragica Cai-Alitalia

Luciano Granieri


Oggi  con la presentazione  del nuovo piano industriale  di Cai - Alitalia va in scena un altro atto della tragicommedia costruita intorno alla compagnia aerea di bandiera nazionale .  Questa rappresentazione, iniziata quattro anni fa, vede come protagonisti il meglio della drammaturgia berlusconiana unita al meglio della drammaturgia  del sobrio governo tecnico. Un cast di all star, riunite  tutti insieme appassionatamente,  per un successo  che in quattro anni ha bruciato tre miliardi di denaro pubblico , ridotto sul lastrico 4 mila esodati  ed oggi si appresta a bruciare  altri mille posti di lavoro , agnelli scarificali offerti al perverso canovaccio della socializzazione dei debiti e privatizzazione di profitti, che in questo caso non si sono realizzati. Ma ripercorriamo in breve la sceneggiatura della commedia. Quattro anni fa, a seguito delle pesanti perdite accumulata da Alitalia, il governo Berlusconi, anziché cedere ad Air France il pacchetto azionario della compagnia di bandiera italiana, sacrificando in nome dell’italianità una migliore offerta economica e un decente trattamento per i lavoratori offerto dai Francesi, decise di favorire una congrega di suoi amici imprenditori  e banchieri.  La compagnia berlusconiana, sotto la sapiente regia di Corrado Passera - nel primo atto banchiere di BancaIntesa, nel secondo atto,  ministro per le attività produttive nel governo dei tecnici  - decise, come da prassi, di socializzare i debiti, lasciati in pagamento alla comunità attraverso la parte pubblica di Alitalia, e  privatizzare  il ramo  attivo  della compagnia a favore dei soliti noti influenti amici affamatori di popolo. Nacque Cai   (Compagnia Aera  italiana)  una Spa composta da capitani coraggiosi  allora amici del governo in carica.  Nel  novero di questa èlite figuravano accattoni  come :Roberto Colaninno,  l’avvelenatore di  Taranto,oggi agli arresti domiciliari, Emilio Riva,  Emma Marcegaglia,  allora  presidente di Confindustria , l’onnipresente Benetton e Carlo Toto, patron della compagnia low cost “AirOne”, il quale da  debitore sull’orlo della banca rotta, grazie alle magie dell’allora banchiere e oggi ministro, Corrado Passera, riuscì a racimolare qualche milione per acquistare una parte della nuova società.  Socio di minoranza, attore non protagonista,  rimase   Air France.  Partire  con una azienda nuova di zecca  bonificata da  debiti  non era sufficiente. In cambio dell’impegno a salvare l’orgoglio italico nel trasporto aereo  costoro esigevano la riduzione del personale da 20.000 a 14.000 addetti  con salari minori e orari di lavoro più lunghi ,  oltre a enormi agevolazioni fiscali. Il tutto con l’assenso dei sindacati di regime impegnati  alla salvaguardia, non dei lavoratori, ma dei propri privilegi.  Per 4.300 dipendenti scattò la cassa integrazione.   Ammortizzatore sociale che,  terminando sabato scorso , ha dato inizio  alla  mobilità lunga  regime con cui questi lavoratori dovrebbero arrivare alla pensione. Già dovrebbero.  Perché nel frattempo è entrata in scena l’attrice protagonista  della compagnia dei teatranti tecnici. La ministra del (NON) lavoro Elsa Fornero.  Tale stella di prima grandezza  ha spostato il traguardo  della pensione per questi lavoratori di sette anni in avanti, gettando 4000 famiglie nella disperazione  senza uno straccio di remunerazione mensile, né stipendio, né pensione .   Partendo da condizioni economiche che più  favorevoli non potevano essere  la cordata di mega manager- industriali, banchieri privati amici degli amici è riuscita in un’impresa titanica. Accumulare in quattro anni gli stessi debiti che la compagnia pubblica aveva accumulato in venti . Alla faccia dell’efficienza dei privati!!! Nel  secondo atto in scena oggi il nuovo piano industriale che il presidente Roberto Colaninno presenterà ai sindacati di regime e al governo  -nelle persone dell’ex banchiere regista della commedia, oggi ministro per le attività produttive,   Corrado Passera e di Guido Improta, oggi sottosegretario allo stesso  ministero,  e ieri responsabile delle relazione esterne di Cai – conterrà   il solito programma lacrime e sangue:  I 750 addetti  messi incassa integrazione  a zero ore nel 2011 verranno licenziati,  a loro si aggiungeranno altri 1.000 lavoratori  assunti a  tempo indeterminato. Il destino dei precari, a  cui sono stati estorti 2000 euro per i corsi di formazione, è del tutto ignoto ma   è ragionevole prevedere che non riservi nulla di buono.  Dunque attori della vecchia e della nuova compagnia ,o presenti con parti  diverse in entrambe le compagnie  contemporaneamente,  stanno per certificare l’ennesimo fallimento di una classe imprenditoriale e finanziaria marcia ma sempre in auge pronta ad  arricchirsi alle spalle della collettività  . Per  soddisfare le mire dei vari Berlusconi, Tremonti, Colaninno, Riva, Toto, Passera,  Improta  e soci, si sono sacrificati migliaia di posti di lavoro , gettati al vento miliardi di euro.  E oggi, probabilmente, Air France rimasta sullo sfondo,  si farà avanti di nuovo per acquistare Alitalia ma con un offerta notevolmente inferiore a quella proposta quattro anni fa e con un piano industriale che provocherà altre pene per i lavoratori. I sindacati di regime adesso  strillano, minacciano mobilitazioni, ma dove stavano quattro anni fa? La vicenda Alitalia è una chiara dimostrazione di come il governo dei banchieri non è affatto diverso da quello  dei pagliacci . Anzi nella sua fredda determinazione a trasferire porzioni di capitali dal reddito da lavoro all’accumulazione finanziaria è anche più spietato.  Del resto gli attori sono gli stessi. Ieri i banchieri facevano affari in combutta con la classe politica, oggi continuano a prosperare ai danni della collettività gestendo i propri interessi  in prima persona,  relegando la politica al ruolo di catalizzatore della rabbia popolare.  Mentre l’indignazione e  si riversa sui Formigoni, sui Fiorito, sulla Polverini,  mentre si continua a discutere se Vendola  appoggerà Renzi,  qualora quest’ultimo vincesse le primarie del contro sinistra , o viceversa, mentre si esalta l’estrazione popolare di Bersani, fotografato e ripreso nell’officina del padre l’oligarchia liberista mette  appunto l’ennesimo scippo da undici miliardi e mezzo ai danni di disoccupati, lavoratori, precari, malati . E  nessuno,  a parte chi finalmente si è convinto a scendere in piazza il prossimo 27 ottobre contro la dittatura del potere finanziario e capitalista incarnato dal governo Monti, dice nulla.

Vendola vuole bombardare la Siria?

fonte: http://www.controlacrisi.org



Oggi sul quotidiano Il secolo XIX è uscita un'intervista a Nichi Vendola che ha fatto notizia per l'apertura nei confronti dell'ipotesi dell'elezione di Monti alla Presidenza della Repubblica (non riusciamo a capire come su questa via si possa "archiviare il neoliberismo" ma tralasciamo in questa sede di approfondire). 

Ma c'è un altro stralcio piuttosto inquietante in tema di politica estera (cioè di guerre prossime venture) che merita una sottolineatura:

Giornalista: Se ci fosse un intervento militare come in Libia cosa fareste?


«Noi al governo non avremmo 'danzato' il Bunga Bunga insieme a Gheddafi. Faccio fatica a capire perché hanno bombardato la Libia e non la Siria. E comunque, durante il governo Prodi fui d'accordo sulla missione di pace in Libano, e fui anche orgoglioso perché tra quei militari c'erano molti pugliesi.»

Se l'italiano non è un'opinione dobbiamo dedurrre che secondo Nichi Vendola sarebbe giustificata la partecipazione dell'Italia a un intervento armato anzi direttamente al bombardamento della Siria. 
Va ricordato che anche sulla Libia Nichi Vendola si lanciò in avventati giudizi positivi sull'imposizione della no-fly zone che poi nel giro di poche ore si trasformò nel bombardamento a tappeto di un paese sovrano conclusosi soltanto con l'uccisione di Gheddafi e il cambio di regime. E' questa la cura che Nichi Vendola propone per la guerra civile siriana? 
Speriamo di no, anche se non abbiamo dubbi che il PD si accoderebbe immediatamente a un'eventuale richiesta NATO/USA.
Certo un bombardamento della Siria non avrebbe nulla da spartire con la missione di pace in Libano che ha visto la partecipazione delle truppe anche italiane come forza di interposizione tra belligeranti che accettavano l'intervento internazionale come garanzia per la cessazione del conflitto armato. 

Siamo sicuri che si tratti di una frase detta male (magari per l'ansia di accreditarsi come forza di governo) o riportata male. 
Doveroso segnalarla in un paese in cui è stato il centrosinistra a invocare l'intervento militare in Libia.

[dobbiamo a Nichi Svendola la segnalazione]

lunedì 15 ottobre 2012

Frammenti di Oreste Scalzone, da Genova al 15 ottobre, passando per Matteo Renzi

Oreste Scalzone



 12 anni bastano compagni.


Avete mai visto una rivoluzione, una sovversione, che continua a riprodursi per appuntamento, spettacolare.

Ce li organizza la società dello spettacolo, e noi appresso. Ogni volta s’è riprodotta così: chi faceva il pacifico, chi faceva il black bloc…ma fino a quando?Sappiamo già tutto, fino a quando andremo avanti?
Il 15 ottobre forse ha chiuso un cerchio.
[...]
La crescita, l’intergenerazionale…quelli del ’69, l’operaio comune eh, non io, Pifano, Curcio o Miliucci, ma quello delle canzoni di lotta continua: ha recuperato del reddito, no?  ha mandato il figlio all’università?  E mo si ritrova che fa da ammortizzatore sociale.
Pulisce il culo dei bambini, tiene in casa la nuora o il genero , c’ha già i genitori con l’Alzheimer (perché è l’aumento della speranza di vita dopo i 75 anni) aspetta di avercelo  lui e gli dicono pure che ha rubato il futuro a quella faccia da cazzo di Matteo Renzi.

Dottor Niki e mister Vendola

 Fonte, www.controlacrisi.org


13 ottobre 2012. Una giornata particolare. Una giornata in cui parte la grande campagna di raccolta firme per il referendum 'salva Articolo 18' (quello smantellato dalla riforma del lavoro votata anche dal Pd). Una campagna promossa da forze politiche e sociali della sinistra, da Rifondazione alla Fiom, dall'Idv a Sel. Per questo si potrebbe definire una bella giornata. Ma è anche il giorno in cui si 'firma' un'altra cosa, in netta contrapposizione con la precedente. Si 'firma' la 'carta d'intenti' di Pd, Sel e Psi.
Un vero e proprio patto vincolante che stabilisce come la risoluzione di controversie relative a singoli atti o provvedimenti rilevanti fra i progressisti saranno risolti da una votazione a maggioranza qualificata dei gruppi parlamentari convocati in seduta congiunta. In poche parole il partito di maggioranza imporrà a Sel e Psi la propria linea. Inoltre, il patto prevede per i progressisti il vincolo di lealtà istituzionale agli impegni internazionali e ai trattati sottoscritti dal nostro Paese, fino alla verifica operativa e all’eventuale rinegoziazione degli stessi in accordo con gli altri governi e ad appoggiare l’esecutivo in tutte le misure di ordine economico e istituzionale che nei prossimi anni si renderanno necessarie per difendere la moneta unica e procedere verso un governo politico-economico federale dell’eurozona.

Fra i primi a commentare negativamente i contenuti del patto è stato Alfonso Gianni di Sel, che ha detto: "definire il patto come una strada in salita sarebbe un eufeismo"... "Un evidente compromesso tra chi vuole proseguire l'agenda Monti e chi no". Gianni ha dato giudizi trancianti sul patto. "In questo modo – ha continuato - si ha un'immagine surreale dell'Italia, come se il governo Monti fosse stata una parentesi trascurabile che non ha prodotto guasti. Quindi si glissa sull'articol 18, persino sull'art.8, oggetto di referendum, non si parla di fiscal compact. Anzi si ribadisce la volontà di assicurare la lealtà istituzionale agli impegni internazionali e ai trattati sottoscritti dal nostro paese". 

Netto è stato anche il giudizio di Paolo Ferrero del Prc: "Con questo accordo il Fiscal Compact non si cambierà mai perché quel trattato la Germania non è disponibile a rinegoziarlo, si può solo disdettare unilateralmente. Qui si dice chiaramente che la politica economica impostata da Monti continuerà. Del resto visto che i simboli hanno il loro valore, forse non è un caso che quello schieramento abbia abbandonato non solo la parola sinistra ma anche quella centro sinistra".

Insomma, nello stesso giorno in cui la maggioranza del popolo di sinistra – compresi i militanti di SEL - inizia a raccogliere le firme per i referendum (Vendola è uno dei componenti del comitato promotore, cioè uno di quelli che ha apposto la firma in cassazione per presentare i quesiti) contro le controriforme sul lavoro in chiara discontinuità con le ricette che l'Europa liberista ha imposto in questi anni, Vendola firma un patto di lealtà agli impegni istituzionali ed ai trattati sottoscritti con un partito come il PD che questi impegni li ha già portati in agenda appoggiando il Governo Monti. 

Tutto questo rischia di diventare un incubo per i militanti di Sel, che mentre raccolgono le firme per smantellare le porcate fatte dal governo Monti, sostenuto dal Pd, devono anche partecipare a delle primarie che decideranno chi andrà a proseguire quelle porcate. Alcuni non riescono a capire come queste due cose si possano mettere insieme, essendo totalmente contrapposte tra loro. 

Quello che si temeva si sta avverando: è arrivato Dottor Niki e Mister Vendola! 

domenica 14 ottobre 2012

La candidatura alla presidenza USA di Dizzy Gillespie

Vincenzo Martorella. fonte : www.ilpost.it



Quando il trombettista Dizzy Gillespie salì sul palco del Monterey Jazz Festival per comunicare al mondo la sua intenzione di candidarsi alle elezioni presidenziali statunitensi, Mitt Romney era un adolescente sedicenne: e certamente seguiva gli sviluppi della situazione dal momento che il padre George, all’epoca governatore del Michigan, era uno dei candidati alle primarie del partito Repubblicano. Barack Houssein Obama, invece, aveva da poco compiuto due anni.
Era il 21 settembre 1963, e mentre pensava a chi piazzare nei punti nevralgici del potere e nel futuro gabinetto della Casa Bianca (ribattezzata per l’occasione Casa del Blues) Gillespie non era mai stato così serio in vita sua: Miles Davis capo della CIA, Duke Ellington ministro dello Stato, Max Roach ministro della Difesa, Charles Mingus ministro della Pace, Louis Armstrong all’Agricoltura, Malcolm X alla Giustizia ed Ella Fitzgerald alle Politiche Sociali.
L’annuncio fu fatto nel suo tipico stile, a metà tra umorismo graffiante e musica spericolata. «Voglio diventare Presidente degli Stati Uniti – urlò al microfono davanti a trentamila spettatori entusiasti – perché ce ne serve uno!». Questa frase diventò immediatamente lo slogan della campagna elettorale. Ma per inseguire un improbabile successo, Gillespie sapeva di aver bisogno di un inno. Il cantante Jon Hendricks, eminenza poetica dell’entourage gillespiano, quella sera si unì alla band: molto solennemente spiegò che il brano che stavano per eseguire avrebbe fatto da colonna sonora alla corsa presidenziale di Gillespie.
Si intitolava Vote for Dizzy: la musica era quella di Salt Peanuts, un vecchio classico del bebop; il testo, invece, l’aveva scritto lo stesso Hendricks sulle note della melodia, e diceva cose così: “Vote Dizzy! Vote Dizzy! You want a good president who’s willing to run / You wanna make government a barrel of fun”, “Votate per Dizzy! Volete un bravo presidente che si dia da fare / Volete un bel governo che vi faccia sganasciare”; o ancora: “Your political leaders spout a lot of hot air / But Dizzy blows trumpet so you really don’t care”, “Gli altri politici quanto fiato san sprecare / Ma Dizzy se non altro lo usa per suonare” (la traduzione è di Dario Matrone).




L’annuncio lanciato dal palco di Monterey veniva in realtà da lontano. La società statunitense si avvicinava pigramente all’elezione presidenziale del novembre 1964, preparando il secondo, scontato, mandato per John Fitzgerald Kennedy. Per sfruttare il clima propagandistico la ABC, l’agenzia che si occupava del management di Gillespie, all’inizio del 1963 aveva prodotto una serie di spillette con la scritta “Dizzy for President”. Avrebbe dovuto essere semplice materiale promozionale, ma gli avvenimenti presero una piega diversa. In quell’anno, infatti, accaddero fatti ai quali un tipo da sempre a fianco dei neri e dei più deboli (categorie che troppo spesso coincidevano negli Stati Uniti, e delle quali Gillespie si era trovato a far parte) non poteva assistere passivamente.
Il 12 giugno, all’indomani del celebre discorso in cui Kennedy illustrava agli americani il suo disegno di legge contro la segregazione razziale nelle scuole e nei luoghi pubblici, l’attivista afroamericano Medgar Evers fu freddato con una fucilata alla schiena mentre entrava nella sua casa a Mound Bayou, nel Mississippi. Dell’omicidio fu accusato Byron De La Beckwith, un militante del White Citizen’s Council, formazione assimilabile al Ku Klux Klan; questi, grazie a una vergognosa manipolazione dei giurati (tutti bianchi), evitò il carcere per oltre trent’anni fino a quando, nel 1994, il caso fu riaperto e lui finalmente condannato.
La storia alimentò l’immaginario riformista del tempo: Bob Dylan e Nina Simone incisero canzoni sull’accaduto, scrittori e commediografi lo misero al centro di romanzi e lavori teatrali, fino al film del 1996 Ghost of Mississippi (uscito in Italia l’anno dopo col titolo di L’agguato), nel quale Rob Reiner ricostruiva la riapertura del processo e la condanna di De La Bleckwith, interpretato da James Woods.
Due mesi e mezzo più tardi, oltre trecentomila afroamericani (per le autorità molti meno) marciarono su Washington in difesa dei loro diritti. Reclamavano pari opportunità di lavoro, invocando misure più ficcanti e determinate rispetto a quelle indicate da Kennedy nel suo discorso. Sul palco si alternarono i rappresentanti delle sei categorie religiose e politiche afroamericane più importanti; tra questi, Martin Luther King pronunciò il suo celebre discorso I Have a Dream. Joséphine Baker fu l’unica donna a prendere ufficialmente la parola. E tra le decine di migliaia di manifestanti, una coppia esibiva con fierezza la spilletta “Dizzy for President”: fu quella la molla che trasformò un’idea forse bislacca in una faccenda più seria.
A settembre, la piccola e sgangherata macchina elettorale che avrebbe sostenuto Gillespie era stata messa in piedi grazie all’intervento di Ralph Gleason e sua moglie Jeannie. Gleason era un noto critico jazz, e aveva iniziato, in articoli pubblicati su quotidiani nazionali e riviste specializzate, a diffondere la notizia di una eventuale candidatura da parte di Gillespie. Il quale, invece, non aveva ancora sciolto la riserva: inserirsi nel complicatissimo meccanismo elettorale americano non era affatto facile. Gillespie decise di provarci quando, il 15 settembre, un vile attentato dinamitardo alla Sixteenth Street Baptist Church di Birmingham, Alabama, provocò la morte di quattro ragazzine afroamericane. La strage, evidentemente, puntava a fermare il processo di integrazione razziale avviato negli Stati del sud, un processo contro il quale il governatore dell’Alabama – George Wallace, populista e segregazionista, che si sarebbe candidato alle primarie del partito Democratico – si opponeva da sempre. Come nel caso Evers, il colpevole, Robert Chambliss, appartenente a una cellula del Ku Klux Klan, fu subito individuato, ma grazie a protezioni e connivenze riuscì a evitare il carcere a vita, a cui fu poi condannato nel 1977, quando il caso venne riaperto.
Cinque giorni dopo la strage razzista di Birmingham, Dizzy Gillespie annunciò a Monterey la sua volontà di candidarsi alla più alta carica degli Stati Uniti. Dalle gradinate un gruppo di fans provenienti da San Francisco espose un lenzuolo che inneggiava a Dizzy for President.