Le rovine
"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"
Buenaventura Durruti
martedì 16 ottobre 2012
"Caporalismo" oggi
Angelino Loffredi. Fonte. http://www.unoetre.it
INDIETRO POPOLO ! UN VENTENNIO DI CANZONI Dal temibile CISCO ai Modena City Ramblers
Cisco
AVETE MAI VISTO UN FILM PARTENDO DALL’ULTIMA SCENA?
AVETE MAI LETTO UN LIBRO COMINCIANDO DALL’EPILOGO?
SE NON VI E’ MAI SUCCESSO, E’ ARRIVATO IL MOMENTO
INDIETRO POPOLO! IL NUOVO TOUR “INDOOR” DI STEFANO “CISCO” BELLOTTI, VI
PORTERA’ A SPASSO NEL TEMPO PARTENDO DALLA FINE DELLA STORIA PER ARRIVARNE ALLE
RADICI, CERCATE DI TENERE IL PASSO PERCHE’ POTRESTE PERDERVI O ANCHE CADERE DAL
PALCO!
INDIETRO POPOLO E’ UN NASTRO RIAVVOLTO NEL PRESENTE PER RILEGERE IL PASSATO E
AFFRONTARE MEGLIO IL FUTURO, UNA “MARATONA ALL’INCONTRARIO” NELL’ULTIMO
VENTENNIO SCURO DEL NOSTRO PAESE CON UN SOLO VINCITORE, LA MUSICA!
DA MONTI A MANI PULITE, DALL’EURO ALLA LIRA, DA BERLUSCONI A …BERLUSCONI!
20 ANNI DI COMBAT FOLK MOLTIPLICATI PER 20 CAVALLI DI BATTAGLIA, UN MODO PER
FESTEGGIARE, BALLARE, POGARE E PRENDERSI IN GIRO, UNA STRADA CON ACCESSO VIETATO
A CHI NON HA VOGLIA DI RICORDARE, RIFLETTERE E CARENZA DI AUTOIRONIA
INDIETRO POPOLO! IL NUOVO TOUR DI STEFANO “CISCO” BELLOTTI
Da dicembre e per tutta la stagione invernale, in tutti i migliori
locali Italiani !!!
Secondo atto della commedia tragica Cai-Alitalia
Luciano Granieri
Oggi con la presentazione
del nuovo piano industriale di Cai - Alitalia va in scena un altro atto
della tragicommedia costruita intorno alla compagnia aerea di bandiera
nazionale . Questa rappresentazione,
iniziata quattro anni fa, vede come protagonisti il meglio della drammaturgia
berlusconiana unita al meglio della drammaturgia del sobrio governo tecnico. Un cast di all
star, riunite tutti insieme appassionatamente,
per un successo che in quattro anni ha bruciato tre miliardi
di denaro pubblico , ridotto sul lastrico 4 mila esodati ed oggi si appresta a bruciare altri mille posti di lavoro , agnelli
scarificali offerti al perverso canovaccio della socializzazione dei debiti e
privatizzazione di profitti, che in questo caso non si sono realizzati. Ma
ripercorriamo in breve la sceneggiatura della commedia. Quattro anni fa, a
seguito delle pesanti perdite accumulata da Alitalia, il governo Berlusconi, anziché
cedere ad Air France il pacchetto azionario della compagnia di bandiera
italiana, sacrificando in nome dell’italianità una migliore offerta economica e
un decente trattamento per i lavoratori offerto dai Francesi, decise di
favorire una congrega di suoi amici imprenditori e banchieri. La compagnia berlusconiana, sotto la sapiente
regia di Corrado Passera - nel primo atto banchiere di BancaIntesa, nel secondo
atto, ministro per le attività produttive
nel governo dei tecnici - decise, come da
prassi, di socializzare i debiti, lasciati in pagamento alla comunità
attraverso la parte pubblica di Alitalia, e privatizzare il ramo attivo della compagnia a favore dei soliti noti
influenti amici affamatori di popolo. Nacque Cai (Compagnia Aera italiana) una Spa composta da capitani coraggiosi allora amici del governo in carica. Nel
novero di questa èlite figuravano accattoni come :Roberto Colaninno, l’avvelenatore di Taranto,oggi agli arresti domiciliari, Emilio
Riva, Emma Marcegaglia, allora presidente di Confindustria , l’onnipresente
Benetton e Carlo Toto, patron della compagnia low cost “AirOne”, il quale da debitore sull’orlo della banca rotta, grazie
alle magie dell’allora banchiere e oggi ministro, Corrado Passera, riuscì a racimolare
qualche milione per acquistare una parte della nuova società. Socio di minoranza, attore non protagonista, rimase Air France. Partire con una azienda nuova di zecca bonificata da debiti non
era sufficiente. In cambio dell’impegno a salvare l’orgoglio italico nel
trasporto aereo costoro esigevano la riduzione
del personale da 20.000 a 14.000 addetti
con salari minori e orari di lavoro più lunghi , oltre a enormi agevolazioni fiscali. Il tutto
con l’assenso dei sindacati di regime impegnati alla salvaguardia, non dei lavoratori, ma dei
propri privilegi. Per 4.300 dipendenti
scattò la cassa integrazione. Ammortizzatore sociale che, terminando sabato scorso , ha dato inizio alla mobilità lunga regime con cui questi lavoratori dovrebbero
arrivare alla pensione. Già dovrebbero. Perché
nel frattempo è entrata in scena l’attrice protagonista della compagnia dei teatranti tecnici. La
ministra del (NON) lavoro Elsa Fornero. Tale
stella di prima grandezza ha spostato il
traguardo della pensione per questi
lavoratori di sette anni in avanti, gettando 4000 famiglie nella disperazione senza uno straccio di remunerazione mensile, né
stipendio, né pensione . Partendo da condizioni economiche che più favorevoli non potevano essere la cordata di mega manager- industriali,
banchieri privati amici degli amici è riuscita in un’impresa titanica. Accumulare
in quattro anni gli stessi debiti che la compagnia pubblica aveva accumulato in
venti . Alla faccia dell’efficienza dei privati!!! Nel secondo atto in scena oggi il nuovo piano
industriale che il presidente Roberto Colaninno presenterà ai sindacati di
regime e al governo -nelle persone dell’ex
banchiere regista della commedia, oggi ministro per le attività produttive, Corrado Passera e di Guido Improta, oggi sottosegretario
allo stesso ministero, e ieri responsabile delle relazione esterne di Cai – conterrà
il solito programma lacrime e sangue: I 750 addetti messi incassa integrazione a zero ore nel 2011 verranno licenziati, a loro si aggiungeranno altri 1.000
lavoratori assunti a tempo indeterminato. Il destino dei precari,
a cui sono stati estorti 2000 euro per i
corsi di formazione, è del tutto ignoto ma
è ragionevole prevedere che non
riservi nulla di buono. Dunque attori della
vecchia e della nuova compagnia ,o presenti con parti diverse in entrambe le compagnie contemporaneamente, stanno per certificare l’ennesimo fallimento
di una classe imprenditoriale e finanziaria marcia ma sempre in auge pronta ad arricchirsi alle spalle della collettività . Per
soddisfare le mire dei vari Berlusconi, Tremonti, Colaninno, Riva, Toto,
Passera, Improta e soci, si sono sacrificati migliaia di posti
di lavoro , gettati al vento miliardi di euro. E oggi, probabilmente, Air France rimasta
sullo sfondo, si farà avanti di nuovo per
acquistare Alitalia ma con un offerta notevolmente inferiore a quella proposta
quattro anni fa e con un piano industriale che provocherà altre pene per i
lavoratori. I sindacati di regime adesso strillano, minacciano mobilitazioni, ma dove
stavano quattro anni fa? La vicenda Alitalia è una chiara dimostrazione di come
il governo dei banchieri non è affatto diverso da quello dei pagliacci . Anzi nella sua fredda
determinazione a trasferire porzioni di capitali dal reddito da lavoro all’accumulazione
finanziaria è anche più spietato. Del
resto gli attori sono gli stessi. Ieri i banchieri facevano affari in combutta
con la classe politica, oggi continuano a prosperare ai danni della
collettività gestendo i propri interessi in prima persona, relegando la politica al ruolo di
catalizzatore della rabbia popolare.
Mentre l’indignazione e si riversa
sui Formigoni, sui Fiorito, sulla Polverini,
mentre si continua a discutere se Vendola appoggerà Renzi, qualora quest’ultimo vincesse le primarie del
contro sinistra , o viceversa, mentre si esalta l’estrazione popolare di
Bersani, fotografato e ripreso nell’officina del padre l’oligarchia liberista
mette appunto l’ennesimo scippo da
undici miliardi e mezzo ai danni di disoccupati, lavoratori, precari, malati . E
nessuno, a parte chi finalmente si è convinto a
scendere in piazza il prossimo 27 ottobre contro la dittatura del potere
finanziario e capitalista incarnato dal governo Monti, dice nulla.
Vendola vuole bombardare la Siria?
fonte: http://www.controlacrisi.org
Oggi sul quotidiano Il secolo XIX è uscita un'intervista a Nichi Vendola che ha fatto notizia per l'apertura nei confronti dell'ipotesi dell'elezione di Monti alla Presidenza della Repubblica (non riusciamo a capire come su questa via si possa "archiviare il neoliberismo" ma tralasciamo in questa sede di approfondire).
Ma c'è un altro stralcio piuttosto inquietante in tema di politica estera (cioè di guerre prossime venture) che merita una sottolineatura:
Giornalista: Se ci fosse un intervento militare come in Libia cosa fareste?
«Noi al governo non avremmo 'danzato' il Bunga Bunga insieme a Gheddafi. Faccio fatica a capire perché hanno bombardato la Libia e non la Siria. E comunque, durante il governo Prodi fui d'accordo sulla missione di pace in Libano, e fui anche orgoglioso perché tra quei militari c'erano molti pugliesi.»
Se l'italiano non è un'opinione dobbiamo dedurrre che secondo Nichi Vendola sarebbe giustificata la partecipazione dell'Italia a un intervento armato anzi direttamente al bombardamento della Siria.
Va ricordato che anche sulla Libia Nichi Vendola si lanciò in avventati giudizi positivi sull'imposizione della no-fly zone che poi nel giro di poche ore si trasformò nel bombardamento a tappeto di un paese sovrano conclusosi soltanto con l'uccisione di Gheddafi e il cambio di regime. E' questa la cura che Nichi Vendola propone per la guerra civile siriana?
Speriamo di no, anche se non abbiamo dubbi che il PD si accoderebbe immediatamente a un'eventuale richiesta NATO/USA.
Certo un bombardamento della Siria non avrebbe nulla da spartire con la missione di pace in Libano che ha visto la partecipazione delle truppe anche italiane come forza di interposizione tra belligeranti che accettavano l'intervento internazionale come garanzia per la cessazione del conflitto armato.
Siamo sicuri che si tratti di una frase detta male (magari per l'ansia di accreditarsi come forza di governo) o riportata male.
Doveroso segnalarla in un paese in cui è stato il centrosinistra a invocare l'intervento militare in Libia.
lunedì 15 ottobre 2012
Frammenti di Oreste Scalzone, da Genova al 15 ottobre, passando per Matteo Renzi
Oreste Scalzone


12 anni bastano compagni.
Avete mai visto una rivoluzione, una sovversione,
che continua a riprodursi per appuntamento, spettacolare.
Ce li organizza la
società dello spettacolo, e noi appresso. Ogni volta s’è riprodotta così: chi
faceva il pacifico, chi faceva il black bloc…ma fino a quando?Sappiamo già
tutto, fino a quando andremo avanti?
Il 15 ottobre forse ha chiuso un
cerchio.
[...]
La crescita, l’intergenerazionale…quelli del ’69, l’operaio
comune eh, non io, Pifano, Curcio o Miliucci, ma quello delle canzoni di lotta
continua: ha recuperato del reddito, no? ha mandato il figlio all’università? E
mo si ritrova che fa da ammortizzatore sociale.
Pulisce il culo dei bambini,
tiene in casa la nuora o il genero , c’ha già i genitori con l’Alzheimer (perché
è l’aumento della speranza di vita dopo i 75 anni) aspetta di avercelo lui e
gli dicono pure che ha rubato il futuro a quella faccia da cazzo di Matteo
Renzi.
Dottor Niki e mister Vendola
Fonte, www.controlacrisi.org
13 ottobre 2012.
Una giornata particolare. Una giornata in cui parte la grande campagna di
raccolta firme per il referendum 'salva Articolo 18' (quello smantellato dalla
riforma del lavoro votata anche dal Pd). Una campagna promossa da forze
politiche e sociali della sinistra, da Rifondazione alla Fiom, dall'Idv a Sel.
Per questo si potrebbe definire una bella giornata. Ma è anche il giorno in cui
si 'firma' un'altra cosa, in netta contrapposizione con la precedente. Si
'firma' la 'carta d'intenti' di Pd, Sel e Psi.
Un vero e proprio
patto vincolante che stabilisce come la risoluzione di controversie relative a
singoli atti o provvedimenti rilevanti fra i progressisti saranno risolti da una
votazione a maggioranza qualificata dei gruppi parlamentari convocati in seduta
congiunta. In poche parole il partito di maggioranza imporrà a Sel e Psi la
propria linea. Inoltre, il patto prevede per i progressisti il vincolo di lealtà
istituzionale agli impegni internazionali e ai trattati sottoscritti dal nostro
Paese, fino alla verifica operativa e all’eventuale rinegoziazione degli stessi
in accordo con gli altri governi e ad appoggiare l’esecutivo in tutte le misure
di ordine economico e istituzionale che nei prossimi anni si renderanno
necessarie per difendere la moneta unica e procedere verso un governo
politico-economico federale dell’eurozona.
Fra i primi a commentare
negativamente i contenuti del patto è stato Alfonso Gianni di Sel, che ha detto:
"definire il patto come una strada in salita sarebbe un eufeismo"... "Un
evidente compromesso tra chi vuole proseguire l'agenda Monti e chi no". Gianni
ha dato giudizi trancianti sul patto. "In questo modo – ha continuato - si ha
un'immagine surreale dell'Italia, come se il governo Monti fosse stata una
parentesi trascurabile che non ha prodotto guasti. Quindi si glissa sull'articol
18, persino sull'art.8, oggetto di referendum, non si parla di fiscal compact.
Anzi si ribadisce la volontà di assicurare la lealtà istituzionale agli impegni
internazionali e ai trattati sottoscritti dal nostro paese".
Netto è
stato anche il giudizio di Paolo Ferrero del Prc: "Con questo accordo il Fiscal
Compact non si cambierà mai perché quel trattato la Germania non è disponibile a
rinegoziarlo, si può solo disdettare unilateralmente. Qui si dice chiaramente
che la politica economica impostata da Monti continuerà. Del resto visto che i
simboli hanno il loro valore, forse non è un caso che quello schieramento abbia
abbandonato non solo la parola sinistra ma anche quella centro
sinistra".
Insomma, nello stesso giorno in cui la maggioranza del popolo
di sinistra – compresi i militanti di SEL - inizia a raccogliere le firme per i
referendum (Vendola è uno dei componenti del comitato promotore, cioè uno di
quelli che ha apposto la firma in cassazione per presentare i quesiti) contro le
controriforme sul lavoro in chiara discontinuità con le ricette che l'Europa
liberista ha imposto in questi anni, Vendola firma un patto di lealtà agli
impegni istituzionali ed ai trattati sottoscritti con un partito come il PD che
questi impegni li ha già portati in agenda appoggiando il Governo Monti.
Tutto questo rischia di diventare un incubo per i militanti di Sel, che
mentre raccolgono le firme per smantellare le porcate fatte dal governo Monti,
sostenuto dal Pd, devono anche partecipare a delle primarie che decideranno chi
andrà a proseguire quelle porcate. Alcuni non riescono a capire come queste due
cose si possano mettere insieme, essendo totalmente contrapposte tra
loro.
Quello che si temeva si sta avverando: è arrivato Dottor Niki e
Mister Vendola!
domenica 14 ottobre 2012
La candidatura alla presidenza USA di Dizzy Gillespie
Vincenzo Martorella. fonte : www.ilpost.it
Quando il trombettista Dizzy Gillespie salì sul palco del Monterey Jazz
Festival per comunicare al mondo la sua intenzione di candidarsi alle elezioni
presidenziali statunitensi, Mitt Romney era un adolescente sedicenne: e
certamente seguiva gli sviluppi della situazione dal momento che il padre
George, all’epoca governatore del Michigan, era uno dei candidati alle primarie
del partito Repubblicano. Barack Houssein Obama, invece, aveva da poco compiuto
due anni.
Era il 21 settembre 1963, e mentre pensava a chi piazzare nei punti
nevralgici del potere e nel futuro gabinetto della Casa Bianca (ribattezzata per
l’occasione Casa del Blues) Gillespie non era mai stato così serio in vita sua:
Miles Davis capo della CIA, Duke Ellington ministro dello Stato, Max Roach
ministro della Difesa, Charles Mingus ministro della Pace, Louis Armstrong
all’Agricoltura, Malcolm X alla Giustizia ed Ella Fitzgerald alle Politiche
Sociali.
L’annuncio fu fatto nel suo tipico stile, a metà tra umorismo graffiante e
musica spericolata. «Voglio diventare Presidente degli Stati Uniti – urlò al
microfono davanti a trentamila spettatori entusiasti – perché ce ne serve uno!».
Questa frase diventò immediatamente lo slogan della campagna elettorale. Ma per
inseguire un improbabile successo, Gillespie sapeva di aver bisogno di un inno.
Il cantante Jon Hendricks, eminenza poetica dell’entourage gillespiano, quella
sera si unì alla band: molto solennemente spiegò che il brano che stavano per
eseguire avrebbe fatto da colonna sonora alla corsa presidenziale di
Gillespie.
Si intitolava Vote for Dizzy: la musica era quella di Salt
Peanuts, un vecchio classico del bebop; il testo, invece, l’aveva scritto
lo stesso Hendricks sulle note della melodia, e diceva cose così: “Vote Dizzy!
Vote Dizzy! You want a good president who’s willing to run / You wanna make
government a barrel of fun”, “Votate per Dizzy! Volete un bravo presidente che
si dia da fare / Volete un bel governo che vi faccia sganasciare”; o ancora:
“Your political leaders spout a lot of hot air / But Dizzy blows trumpet so you
really don’t care”, “Gli altri politici quanto fiato san sprecare / Ma Dizzy se
non altro lo usa per suonare” (la traduzione è di Dario Matrone).
L’annuncio lanciato dal palco di Monterey veniva in realtà da lontano. La
società statunitense si avvicinava pigramente all’elezione presidenziale del
novembre 1964, preparando il secondo, scontato, mandato per John Fitzgerald
Kennedy. Per sfruttare il clima propagandistico la ABC, l’agenzia che si
occupava del management di Gillespie, all’inizio del 1963 aveva prodotto una
serie di spillette con la scritta “Dizzy for President”. Avrebbe dovuto essere
semplice materiale promozionale, ma gli avvenimenti presero una piega diversa.
In quell’anno, infatti, accaddero fatti ai quali un tipo da sempre a fianco dei
neri e dei più deboli (categorie che troppo spesso coincidevano negli Stati
Uniti, e delle quali Gillespie si era trovato a far parte) non poteva assistere
passivamente.
Il 12 giugno, all’indomani del celebre discorso in cui Kennedy illustrava
agli americani il suo disegno di legge contro la segregazione razziale nelle
scuole e nei luoghi pubblici, l’attivista afroamericano Medgar Evers fu freddato
con una fucilata alla schiena mentre entrava nella sua casa a Mound Bayou, nel
Mississippi. Dell’omicidio fu accusato Byron De La Beckwith, un militante del
White Citizen’s Council, formazione assimilabile al Ku Klux Klan; questi, grazie
a una vergognosa manipolazione dei giurati (tutti bianchi), evitò il carcere per
oltre trent’anni fino a quando, nel 1994, il caso fu riaperto e lui finalmente
condannato.
La storia alimentò l’immaginario riformista del tempo: Bob Dylan e Nina
Simone incisero canzoni sull’accaduto, scrittori e commediografi lo misero al
centro di romanzi e lavori teatrali, fino al film del 1996 Ghost of
Mississippi (uscito in Italia l’anno dopo col titolo di
L’agguato), nel quale Rob Reiner ricostruiva la riapertura del processo
e la condanna di De La Bleckwith, interpretato da James Woods.
Due mesi e mezzo più tardi, oltre trecentomila afroamericani (per le autorità
molti meno) marciarono su Washington in difesa dei loro diritti. Reclamavano
pari opportunità di lavoro, invocando misure più ficcanti e determinate rispetto
a quelle indicate da Kennedy nel suo discorso. Sul palco si alternarono i
rappresentanti delle sei categorie religiose e politiche afroamericane più
importanti; tra questi, Martin
Luther King pronunciò il suo celebre discorso I Have a Dream.
Joséphine Baker fu l’unica donna a prendere ufficialmente la parola. E tra le
decine di migliaia di manifestanti, una coppia esibiva con fierezza la spilletta
“Dizzy for President”: fu quella la molla che trasformò un’idea forse bislacca
in una faccenda più seria.
A settembre, la piccola e sgangherata macchina elettorale che avrebbe
sostenuto Gillespie era stata messa in piedi grazie all’intervento di Ralph
Gleason e sua moglie Jeannie. Gleason era un noto critico jazz, e aveva
iniziato, in articoli pubblicati su quotidiani nazionali e riviste
specializzate, a diffondere la notizia di una eventuale candidatura da parte di
Gillespie. Il quale, invece, non aveva ancora sciolto la riserva: inserirsi nel
complicatissimo meccanismo elettorale americano non era affatto facile.
Gillespie decise di provarci quando, il 15 settembre, un vile attentato
dinamitardo alla Sixteenth Street Baptist Church di Birmingham, Alabama, provocò
la morte di quattro ragazzine afroamericane. La strage, evidentemente, puntava a
fermare il processo di integrazione razziale avviato negli Stati del sud, un
processo contro il quale il governatore dell’Alabama – George Wallace, populista
e segregazionista, che si sarebbe candidato alle primarie del partito
Democratico – si opponeva da sempre. Come nel caso Evers, il colpevole, Robert
Chambliss, appartenente a una cellula del Ku Klux Klan, fu subito individuato,
ma grazie a protezioni e connivenze riuscì a evitare il carcere a vita, a cui fu
poi condannato nel 1977, quando il caso venne riaperto.
Cinque giorni dopo la strage razzista di Birmingham, Dizzy Gillespie annunciò
a Monterey la sua volontà di candidarsi alla più alta carica degli Stati Uniti.
Dalle gradinate un gruppo di fans provenienti da San Francisco espose un
lenzuolo che inneggiava a Dizzy for President.
Iscriviti a:
Post (Atom)




