Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

domenica 17 febbraio 2013

La disoccupazione crea disoccupazione. Intervista a Luciano Gallino

Alessandro Rizzi. Fonte: http://sbilanciamoci.gag.it


Quattro milioni di senza lavoro, decine di miliardi di reddito perduto, la crisi che non finisce mai, disoccupazione che crea disoccupazione. Ma altre politiche sono possibili, per il lavoro, la spesa pubblica, il welfare. La rotta d’Italia secondo Luciano Gallino
Appese alle pareti della casa di Luciano Gallino, le foto della moglie Tilde mescolano molteplici piani attraverso giochi di specchi, spingendosi oltre la percezione di un istante e cogliendo la sfuggente complessità d’insieme. È uno sforzo, questo, che si ritrova poco più in là, negli scaffali ricolmi di libri del professore, perché afferrare la complessità, arrivare al cuore delle cose, necessita di uno studio meticoloso e incessante. E spiegarla, poi, richiede un impegno altrettanto esigente, senza sosta, né risparmio: un impegno generoso, che passa per conferenze in Italia e all’estero, interviste e un nuovo libro per raccontare cos’è accaduto e come mai la gente continua a farlo accadere. Nel contesto odierno, dominato da semplificazioni populistiche e una visione neoliberista talmente radicata e potente da riuscire nel paradosso di gestire l’incendio dopo aver appiccato il fuoco, la voce di Luciano Gallino è un punto di riferimento prezioso per tracciare la rotta da seguire.
Una rotta che nasce dalla necessità del lavoro. “In Italia, ci sono circa quattro milioni di persone fra disoccupati e non occupati. Di conseguenza, una ricchezza pari a decine di miliardi l’anno non viene prodotta e non diventa domanda, commesse per le imprese, consumi. Il risultato è che la disoccupazione crea disoccupazione”.
Per creare occupazione bisogna seguire l’esempio di Roosevelt. “Con il New Deal, lo Stato si è impegnato a creare direttamente occupazione e in alcuni mesi furono assunti milioni di persone”. Un New Deal italiano permetterebbe non solo di creare ricchezza, ma anche di risolvere annosi problemi. A cominciare dal suolo. “Il dissesto idrogeologico riguarda più di un terzo del Paese. È un campo in cui i soldi si trovano sempre a posteriori, quando sono stati distrutti o allagati interi quartieri o quando ci sono frane, morti. Allora sì che si trovano i miliardi per riparare i danni. Sarebbe meglio spenderli prima, oculatamente, in opere da individuare”.
Prioritaria è anche la terribile situazione delle scuole. “Il 48% delle scuole italiane non ha un certificato che assicuri che l’edificio è a norma dal punto di vista della sicurezza statica. È possibile che i ragazzi italiani vadano in scuole metà delle quali non è a norma dal punto di vista della sicurezza? Non si tratta di pavimenti sconnessi o rubinetti che perdono, o servizi inadeguati, ma di muri, tetti, fondamenta, che bisognerebbe rivedere e rimettere a norma”.
La miopia riguarda anche il potenziale punto di forza dell’Italia. “Il degrado del nostro immenso patrimonio culturale è per molti aspetti sotto gli occhi di tutti. Negli anni si è puntato a migliorare i punti di ristoro nei musei, insistendo sulla fruibilità da parte di pubblici sempre più vasti, invece di intervenire sulla catalogazione digitale, sulla tutela effettiva, sulla custodia. Un’azione mirata può creare centinaia di migliaia di posti di lavoro”.
C’è poi il problema della riconversione del modello produttivo. “Il modello produttivo attuale è finito nell’estate del 2007. È impensabile che i posti di lavoro che si sono persi in questi anni siano ricostituiti, ripercorrendo lo stesso modello produttivo. Processi come l’automazione e la razionalizzazione hanno soppresso quote impressionanti di posti di lavoro e molte imprese si dirigono sempre di più verso Paesi in cui i salari, le condizioni ambientali o fiscali sono più favorevoli. Occorrerebbe pensare a forme di ecoindustria, cercando di evitare errori e compromessi che hanno, in alcuni casi, caratterizzato lo sviluppo di nuovi settori, come ad esempio si è visto con la creazione di parchi eolici”.
Una riconversione che riguarda anche l’agricoltura. “Anche qui, l’epoca in cui la lattuga del Cile o i pomodori di un altro Paese facevano 10 o 20 mila km prima di arrivare sulla tavola di qualcuno probabilmente è finita. Il costo dei carburanti, degli aerei e della logistica stanno in qualche modo imponendo forme di consumi agricoli, consumi alimentari che non saranno a km zero, ma certamente non a km 10 mila o 20 mila, come è stato invece per molti anni. Il ministero dell’agricoltura dovrebbe occuparsi della riduzione dei km che pomodori, lattuga e formaggi e altro percorrono prima di arrivare sulle nostre tavole”.
Per creare occupazione, l’ideale sarebbe un’agenzia centrale. “So che a molti sale la temperatura quando sentono parlare di Stato che occupa le persone. Bisognerebbe creare un’agenzia centrale che determina i limiti e che incassa i soldi da varie fonti, magari appunto dallo Stato stesso o da una rivisitazione degli ammortizzatori sociali. L’assunzione diretta può essere affidata ai cosiddetti territori, al non profit, al volontariato, ai servizi per l’impiego, alla miriade di entità locali, comprese piccole e medie imprese”.
L’occupazione diretta servirebbe molto di più dei soliti incentivi. “Una miriade di rapporti e documenti testimoniano che, se voglio creare un posto di lavoro, è molto più conveniente dare mille euro al mese a uno che lavora piuttosto che trasformarli in sconti fiscali, contributi alle imprese, nel caso assumano qualcuno. L’assunzione diretta ha un effetto immediato sulla persona e sull’economia, perché il giorno dopo che ho versato a qualcuno mille euro di stipendio, quello li spende contribuendo così al lavoro di qualcun altro. L’incentivo all’impresa, lo sgravio fiscale, la riduzione del cuneo fiscale e altre cose del genere hanno, invece, effetti molto più ritardati”.
E sotto attacco finirebbero ancora i meccanismi di protezione sociale. “Quando si parla di riduzione del cuneo fiscale, si ha in mente la riduzione dei contributi per le pensioni, la sanità e altro. La riduzione dei contributi implica che qualcuno pagherà ticket sanitari più elevati, magari a fronte di mezzi familiari scarsi, o che subirà un’ulteriore riduzione della pensione. Si annuncia di ridurre il cuneo fiscale, ma non si precisa come si recuperano quei contributi che vengono a mancare”. Un modo sottile per continuare a prosciugare il welfare.
Ma come finanziare gli interventi proposti? Per capirlo, bisogna ragionare su vari aspetti. Innanzi tutto il ruolo della Banca Centrale Europea. “Noi non disponiamo di una moneta sovrana, dipendiamo da una moneta che per certi aspetti è una moneta straniera. Non vuole essere una polemica contro l’euro, perché le polemiche contro l’euro sono semplicemente idiote e non vorrei minimamente essere accostato a quelle. Resta, però, il fatto che, mentre la Federal Reserve può creare quanto denaro vuole, noi non possiamo prendere in prestito soldi direttamente dalla Banca centrale per creare occupazione”.
Il problema è che i soldi ci sono, ma non arrivano a destinazione. “Tra il novembre 2011 e il febbraio 2012, la BCE ha prestato alle banche 1.100 miliardi di euro, con un interesse dell’1%. E li ha prestati senza chiedere nulla. Alla fine, si è scoperto che soltanto un rivoletto di quei 1.100 miliardi è finito alle imprese, al lavoro, all’economia reale”. E allora? “Allora, è davvero politicamente impossibile pretendere in sede europea che la BCE presti soldi soltanto se questi vengono destinati, attraverso le banche, all’economia reale e se le imprese e le società non profit che li prendono a prestito firmano l’impegno scritto di creare occupazione?”
Un altro aspetto importante riguarda la cassa integrazione. “La cassa integrazione ha superato il miliardo di ore. È denaro che è sacrosanto spendere per sostenere le famiglie, per porre un argine alla disperazione. Tuttavia, invece di pagare 750 euro al mese con il vincolo di non fare nessun altro lavoro, si potrebbe pensare di aggiungere 300/ 400 euro a quei 750 e convertirli, così, in un salario pagato dallo Stato: lo scopo sarebbe quello di far assumere da imprese non profit, imprese private, servizi per l’impiego, comuni e regioni le persone in cassa integrazione che sono disposte a fare altri lavori. In questo modo, si produrrebbe ricchezza e molti soggetti da passivi diverrebbero attivi. Pensiamo ai benefici economici che si genererebbero attraverso i cosiddetti moltiplicatori”.
Le risorse potrebbero essere ricavate, poi, dal rivedere spese apparentemente insensate.“L’idea di comprare un cacciabombardiere, che pare pure pessimo dal punto di vista strategico e militare, impegnando circa 15 miliardi, a fronte dello scandalo disoccupazione, a me pare uno scandalo per certi aspetti altrettanto grave”.
Infine, sul piano del fisco, non si può prescindere dall’economia sommersa. “L’economia sommersa c’è da ogni parte, ma in Francia, Germania, Gran Bretagna, è tra il 5 e il 10% del Pil, mentre in Italia è al 22% del Pil. Tra l’altro, con la crisi, i tagli alle pensioni e le riforme cosiddette del mercato del lavoro, l’economia sommersa ha fatto ulteriori passi avanti e fornisce incentivi molto convincenti a chi deve fare i conti con ogni singolo euro per arrivare alla fine del mese. Ridurre l’economia sommersa al livello di Francia o Germania significherebbe, per lo Stato, incassare almeno 60 o 70 miliardi l’anno di maggiori imposte di vario genere, dall’Iva alle imposte dirette”.

Quale programma per gli studenti in lotta?


di Adriano Lotito
(candidato premier Pdac)

Partiamo da un dato di fatto. Le lotte degli studenti e delle studentesse nei mesi passati hanno rappresentato indubbiamente la punta di diamante del conflitto sociale in Italia. Abbiamo assistito a centinaia di occupazioni, assemblee autoconvocate, mobilitazioni nazionali e sempre l’avanguardia studentesca è stata il pilastro della giornata di sciopero europeo dello scorso 14 novembre. Ieri, 15 febbraio, ancora manifestazioni studentesche molto combattive in tante piazze per la mobilitazione studentesca nazionale.
Più volte nella storia del secolo scorso, l’offensiva studentesca ha funto da detonatore del conflitto di classe, più volte ha rappresentato l’apripista di un radicale scontro frontale con il padronato e le classi dominanti. Anche questa volta il movimento studentesco ha avuto il coraggio di opporsi quando nessuno si opponeva, quando le direzioni sindacali frenavano il movimento operaio, quando Landini invocava il “raffreddamento” del conflitto. E a dimostrazione di come la lotta soltanto paghi, il popolo studentesco è riuscito a respingere il progetto di legge Aprea (il piano Marchionne applicato alla scuola) che intendeva privatizzare, negandolo, il diritto allo studio, e cancellare la rappresentanza studentesca. Al contrario, il movimento operaio, diretto dalle burocrazie dei sindacati ufficiali, è costretto a subire l’imposizione del modello Pomigliano, con il beneplacito di Camusso, Landini e Airaudo.
Solo la lotta paga! Sconfitto l’Aprea, la lotta continua!
Abbiamo imparato a vincere. Questo lo slogan di un comunicato del Movimento all’indomani del blocco del Pdl Aprea. Eppure non è consigliabile abbandonarsi a facili entusiasmi. Rivendicare una vittoria senza collegarla ad un rilancio della prospettiva di lotta, significa abbandonare il campo e provocare il riflusso del movimento. Questo a sua volta significa riaprire lo spazio alle classi dominanti per una nuova controffensiva. Che in parte è già in corso: il taglio delle borse di studio con l’ultimo decreto Profumo, la riproposizione del metodo di valutazione Invalsi, ecc. Le vittorie parziali servono solo a prepararsi a nuove battaglie. Solo con la lotta possiamo conquistare vittorie, ma solo continuando la lotta possiamo difendere quanto ottenuto, approfondirlo, estenderlo. Nessuna conquista, all’interno della società-azienda, può essere data per acquisita definitivamente. Fin quando resteremo all’interno di un modello di produzione basato sullo sfruttamento, sul dominio della forma merce, sulla competitività, la scuola, e in generale i saperi, resteranno sempre esposti al rischio di essere aziendalizzati, subordinati alle logiche di profitto. Per liberare i saperi, è necessario liberarsi del capitalismo. Tutte le lotte vanno messe in campo in direzione di questa prospettiva, l’unica realista, l’unica realmente compatibile con gli interessi oggettivi degli studenti e delle studentesse ad avere un’istruzione pubblica, gratuita, laica e di qualità. E soprattutto dove lo studente, oltre ad essere oggetto, è anche soggetto della dimensione scuola, con il diritto di partecipare all’elaborazione dei piani di offerta formativa, di partecipare alla gestione della scuola mediante commissioni paritetiche docenti-studenti-personale ATA. I Giovani di Alternativa Comunista per queste ragioni, di classe, garantiscono la partecipazione in prima linea ai cortei che si terranno il 15 febbraio, giornata di mobilitazione nazionale studentesca indetta dall’Autonomia. Una giornata promossa per denunciare quelle forze politiche presenti alla tornata elettorale che nei loro programmi si schierano contro gli operai come contro gli studenti. Basta dare un’occhiata alle proposte dei candidati: perfino coloro che si definiscono più “anti-sistema”, Rivoluzione Civile e Movimento Cinque Stelle, nei loro programmi non danno spazio ai temi dell’istruzione, e quando lo fanno, assumono posizioni assolutamente destrorse; Grillo inneggia all’abolizione del valore legale del titolo di studio, una misura che andrebbe ad inasprire la competizione tra università e la separazione tra atenei di seria A e atenei di serie B, mentre si dice d’accordo sull’integrazione tra scuole e aziende (che tradotto significa subordinazione della scuola alle logiche di profitto); mentre Ingroia, tace sul rimettere al centro gli studenti e le studentesse, i loro diritti e la loro partecipazione concreta, appellandosi unicamente all’articolo 3 della Costituzione, da buon magistrato!
Il nostro programma: per un contropotere studentesco e operaio
Alternativa Comunista al contrario si presenta a queste elezioni con un programma che presta particolare attenzione agli interessi degli studenti che hanno manifestato in questi mesi e in questi anni contro il modello capitalistico di istruzione (un modello appunto che vuole rendere le scuole, cinghie di trasmissione delle aziende). Un programma che prevede oltre alla partecipazione studentesca alla vita e alla gestione della propria scuola (tramite le già citate commissioni paritetiche e la possibilità di avere voce in capitolo nel Pof), anche l’elevazione dell’obbligo scolastico a 18 anni, l’istituzione di un reddito studentesco indiretto per studenti medi e universitari che preveda il comodato d’uso dei libri di testo e l’accesso gratuito a mense, trasporti, alloggi per i fuori sede, luoghi di cultura; una riforma radicale dell’ordinamento su stage e tirocini (che metta al centro la formazione dello studente e non il profitto delle aziende sfruttatrici); la riqualificazione del ruolo di dottorando (una figura ibrida tra lo studente e il ricercatore sfruttabile in ogni modo) tramite la certezza del passaggio da assegnista di ricerca a ricercatore a tempo indeterminato (mentre oggi il 93% degli assegnisti di ricerca non ha un futuro in università); un piano nazionale di edilizia scolastica per costruire nuovi edifici e mettere a norma quelli esistenti (finanziato con il taglio dei fondi stanziati per le Grandi opere e con il taglio delle spese militari); l’abolizione di tutte le misure repressive nei confronti delle lotte studentesche (come voto di condotta, tetto massimo di assenze, sospensioni facili, ecc.). Ovviamente tutto questo passa per l’abrogazione di tutte le precedenti controriforme della scuola (in primis quella Gelmini), per il riassorbimento di tutti i lavoratori licenziati dal mondo dell’istruzione, per la cancellazione di tutti i finanziamenti pubblici a scuole e università private e per la cancellazione di tutte le università telematiche.
Alternativa Comunista, non lo diciamo per autofeticismo, è l’unica forza politica che presenta in questa campagna elettorale un programma simile, un programma rivoluzionario, di rottura con le logiche di profitto e con il sistema di cui queste logiche sono coerente espressione. Un programma che non sarà mai sancito da nessun decreto legge, ma solamente dalla lotta degli studenti unita a quella dei lavoratori; un programma che si può realizzare solo a partire dalle scuole e dalle università in mobilitazione, mediante la loro unità e il loro coordinamento con il movimento operaio.

sabato 16 febbraio 2013

I vent'anni del Neoriformismo

Paolo Favilli da "il manifesto" del 16/02/2013


Non è quantitativa la differenza tra riforismo "debole" e riformismo "forte". Si tratta di scegliere tra normalizzazione della democrazia e critica dell'economia politica
La campagna elettorale in atto è dominata dagli «equilibrismi della mistificazione», dalla «fraudolenza retorica», da un meccanismo accelerato di distruzione della lingua, la risorsa profonda del legame sociale. (P.P. Portinaro, la Repubblica 3 febbraio). È del tutto illusorio, quindi, pensare che le dichiarazioni fatte dalla grande maggioranza degli uomini politici in questa contingenza possano modificare lineamenti di fondo, iscritti nelle logiche di più lungo periodo. Ad esempio, non ha niente di realistico credere che in seguito alle polemiche della campagna elettorale, i corposi incroci, nei fatti, delle agende di Monti e di Bersani, finiranno per scomparire nella nuvola della retorica funzionale al breve respiro delle tattiche di posizionamento. Quanto aderenti, invece, all'immanenza dei percorsi già sedimentati i molti contributi che il manifesto ha sempre continuato a pubblicare (Gianni, Pizzuti ed altri) sui processi della trasformazione economica, della trasformazione sociale. Contributi fortemente ancorati alla «realtà effettuale» tramite analisi ed argomentazione sulle «cose» e non sulle «parole». Non è, forse, il momento migliore per porre l'accento sulle questioni che la politica deve affrontare in combinazioni temporali assai più complesse. Tuttavia bisogna sforzarsi di ragionare anche sugli incroci dei tempi brevi e dei tempi lunghi, sul senso che assume in questo presente il nostro venire «da lontano» Nella prospettiva della costruzione/ricostruzione di una sinistra che si ponga davvero come «erede della storia del movimento operaio» i risultati delle prossime elezioni avranno certamente un peso. Saranno in grado di rallentare o accelerare un percorso. Un percorso, comunque, già iniziato ancor prima della pur positiva fase di aggregazione rappresentata dalla lista di «Rivoluzione Civile». I tempi di un processo così complesso sono ben lungi dall'esaurirsi in una tornata elettorale. Torniamo a riflettere, dunque, su questa storia del movimento operaio. Sulle lezioni di questa storia in un diverso ciclo di accumulazione capitalistica. Sul senso delle cesure e delle continuità.   ERIC HOBSBAWM, l'eminente storico recentemente scomparso, ci ha lasciato quello che può essere considerato il più vasto e complesso cantiere, costruito ed in costruzione, concernente la storia del movimento operaio. Non solo i suoi studi hanno coperto il percorso quasi bisecolare di questa vicenda essenziale della nostra modernità, ma si sono svolti in un arco temporale di circa sessanta anni. Hobsbawm, cioè, ha vissuto sia la temperie culturale e politica dei primi anni cinquanta che quella del primo decennio del nuovo millennio. Il suo sguardo critico in un lungo periodo fatto di mutamenti di orizzonte ci è, dunque, particolarmente prezioso per ragionare su quella «eredità». In un saggio scritto ancora negli anni Cinquanta, quando cioè il termine «riformista» era oggetto di rifiuto da tanta parte delle forme organizzate del movimento operaio, in particolare da quelle di ispirazione comunista, il grande storico, che pure era comunista, scriveva che i movimenti socialisti e i sindacati «debbono, nelle loro attività quotidiane, agire come se il capitalismo fosse permanente». «Fatta eccezione per i rari periodi di crisi rivoluzionaria», dunque, la storia del movimento operaio finiva per declinarsi all'interno di una pratica riformista. Senza nessuna velleità di improbabili paragoni, nei miei lavori sul «riformismo» ho avanzato questa tesi: «nella lunga storia del movimento socialista ed operaio il riformismo è stato l'ordinaria normalità, la normalità strutturale delle pratiche organizzative e politiche. Le rivoluzioni in atto, non il discorso sulla rivoluzione, ne sono state le contingenze extraordinarie, le cesure dell'ordinario svolgimento strutturale» ( Riformismo alla prova ieri e oggi, Milano, 2009). Quali sono i nessi che hanno collegato ieri le prospettive di lungo periodo su un ordine sociale diverso e la necessità di agire « come se il capitalismo fosse permanente»? In che misura questi nessi possono avere senso nella fase che stiamo attraversando? Sul primo aspetto i tempi della storia del movimento operaio ci hanno dato risposte chiare. In ogni momento del conflitto (sindacale e/o politico) nel capitalismo supposto permanente devono essere ricercati, insieme, il risultato immediato e il mutamento di equilibrio, anche se minuscolo, nei rapporti sociali. Gli elementi di un rapporto economico-sociale considerato naturale devono esser continuamente messi alla prova. La sinistra ispirata alle teorie critiche del capitalismo - scrive ancora Hobsbawm - «ha sempre avuto una funzione reale se non rivoluzionaria nel movimento, cioè quella di rendere il riformismo effettivamente riformista .È necessario uno sforzo speciale, per impedire al movimento di scivolare nel riformismo puro e semplice ».   Questo è il punto. Questo il risultato storico della secolare vicenda del movimento operaio: la civilizzazione del capitalismo come premessa per ulteriori percorsi. Sulla «funzione reale se non rivoluzionaria» durata per quasi due secoli non ci sono dubbi storiografici. La ricerca a proposito continua a confermare le proposizioni di Hobsbawm. Come può funzionare, però, quel meccanismo in una fase in cui il riformismo non è più riformismo ? Il riformismo socialista , infatti, è stato un modo particolare di declinare l'«antitesi» di cui era parte integrante. Il neoriformismo è un modo particolare di declinare le ragioni necessarie della normalizzazione dell a democrazia . Il neoriformismo di oggi è il rovescio del riformismo socialista. (Per il problema mi permetto di rimandare ad uno studio in cui ho analizzato più a fondo la questione: Il riformismo e il suo rovescio , Milano, 2009). In tale contesto manca la condizione di fondo perché possa essere espressa la suddetta «funzione reale». Quello che divide la sinistra ispirata alle teorie critiche del capitalismo dal neoriformismo è, appunto, il rifiuto netto da parte del neoriformismo della critica dell'economia politica in qualsiasi forma. Non si tratta di una questione teorica, o, peggio, di dottrina, bensì di questione di estrema rilevanza per i comportamenti pratici delle forze politiche. Quasi vent'anni di storia reale del neoriformismo (teorico e politico) hanno un peso rilevantissimo, rappresentano una prova decisiva. Questi vent'anni hanno fissato un baricentro di forze che è del tutto illusorio pensare di modificare, nella sostanza, con le retoriche a sfondo elettoralistico. La differenza tra la cultura politica, tra gli strumenti di analisi economica e sociale dei neoriformisti e quelli di coloro che si muovono nell'ambito delle teorie critiche del capitalismo è netta e profonda. La consapevolezza di tale dato di fatto non esclude la possibilità di rapporti politici, e, in caso, anche la necessità di rapporti politici. Tali rapporti politici possono dare buoni frutti soltanto se avvengono tra «forze» che fanno della loro autonomia culturale la leva essenziale della loro autonomia politica. Il meccanismo così bene messo in luce da Hobsbawm non può funzionare nel contesto attuale. Non ci troviamo all'interno di una differenza quantitativa tra riformismo debole e riformismo forte. La differenza è qualitativa e quindi la costruzione/ricostruzione della sinistra non è possibile se non fuori dal quadro del neoriformismo. Del resto anche l'antitesi politica e sociale dell'età del movimento operaio si è costruita fuori (spesso contro) i presunti affinismi del progressismo generico. La tornata elettorale che ci apprestiamo ad affrontare è anche uno di quei momenti di conflitto politico, che, come dice Hobsbawm, deve esplicarsi tramite compresenza di realismo e di volontà positiva per una prospettiva altra. Chi sceglie di vivere tale conflitto all'interno della gabbia neoriformista rifiuta nei fatti, e nei fatti che contano, di sperimentare davvero le potenzialità di futuro insite nel momento attuale.

No Muos, una prima importante vittoria

 Partito dei Comitati di Appoggio alla Resistenza - per il Comunismo (CARC)


La Regione Sicilia ha deciso di revocare le autorizzazioni alla costruzione dell’impianto radar della Marina militare USA a Niscemi
NO MUOS, UNA PRIMA IMPORTANTE VITTORIA
E’ una vittoria che dà fiducia e rafforza tutti coloro che da un capo all’altro del paese lottano per difendere il territorio, la salute pubblica, la pace e i diritti democratici contro un pugno di guerrafondai, di speculatori e di affaristi.
Il segnale che arriva dal movimento popolare contro il MUOS e dall’azione del M5S all’Assemblea regionale siciliana mostra concretamente cosa devono fare candidati ed eletti nel Parlamento e nelle assemblee elettive locali per svolgere un ruolo positivo: non fermarsi alla denuncia e all’indignazione, ma agire per conto e sotto il controllo delle masse popolari organizzate che sono le uniche e vere artefici della costruzione della nuova governabilità e della democrazia partecipativa. Nello stesso tempo l’azione dei grillini all’ARS costituisce una conferma che, come ha indicato il (n)PCI, “il M5S è la lista che più delle altre liste di oppositori dichiarati della politica di macelleria sociale ha la possibilità di portare oppositori nel Parlamento della Repubblica Pontificia e di disturbare la copertura parlamentare del suo futuro governo”.
 
E’ una vittoria che conferma molti degli insegnamenti del movimento NO TAV…
1. Alla base della decisione della Regione Sicilia ci sono i comitati NO MUOS che sono sorti a Niscemi e nel resto della Sicilia e il coordinamento che hanno costruito intorno all’obiettivo comune con altre associazioni, partiti, singoli. Organizzarsi è il primo, necessario e fondamentale passo per trasformare l’indignazione, la rabbia e lo scontento in una forza in grado di cambiare il corso delle cose, per tradurre gli interessi e le aspirazioni delle masse popolari in azione, per far valere la forza del nostro numero, per dare gambe ai sentimenti, ai valori e alle aspirazioni migliori, più avanzati delle masse popolari.
 
2. I comitati NO MUOS non si sono fermati di fronte al fatto che la costruzione del MUOS era una decisione già presa, in questo caso per di più da tempo e in alto loco (governi Berlusconi e Monti, vertici militari USA, ex presidente della Regione Lombardo). Contro le misure di miseria, devastazione e morte delle autorità borghesi è possibile e necessario lottare prima per impedire che vengano decise e, se vengono comunque decise, lottare dopo per impedirne e boicottarne l’attuazione. E’ il contrario della “opposizione di opinione” della sinistra borghese per cui si fanno proteste contro, commissioni e sottocommissioni, ma quando le cose vengono decise dalle autorità bisogna rassegnarsi, non c’è più niente da fare, la partita è chiusa.
 
3. Raccolta firme, appelli pubblici, campagne di informazione e denuncia, ricorsi in Tribunale si sono combinate con manifestazioni, presidi, blocchi stradali e altre forme di lotta, applicando praticamente il criterio che “è legittimo quello che è conforme agli interessi delle masse popolari, anche se è vietato dalle leggi”. E’ il bilancio rigoroso, scientifico e pratico della violazione (l’ultima in ordine di tempo!) dell’esito del referendum sull’acqua da parte del governo Monti e prima di lui di quello Berlusconi. O delle sentenze dei Tribunali a favore della FIOM spudoratamente ignorate e inapplicate da Marchionne negli stabilimenti FIAT, a partire da Melfi e Pomigliano. 
 
4. Gli interessi e le aspirazioni delle masse popolari vengono prima delle leggi, delle norme e delle decisioni di un pugno di guerrafondai, di speculatori e di servi degli imperialisti USA e che per di più sono leggi, norme e decisioni che aggirano o calpestano apertamente lo spirito e la lettera della Costituzione ancora in vigore. Che lo facciano pacificamente o meno, sono gli attivisti NO MUOS, NO Dal Molin e quanti lottano contro le basi USA in Italia, la corsa agli armamenti, la partecipazione del nostro paese alle guerre di aggressione (spacciate per guerre umanitarie, guerre contro i dittatori e per la libertà, guerre per la “pace” e per “esportare la democrazia”) gli unici e veri garanti della Costituzione che “ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” (art. 11)!
 
5. Il movimento NO MUOS ha combinato la mobilitazione popolare con quella dei sinceri democratici, degli amministratori locali, dei tecnici e sfruttato le contraddizioni esistenti in campo nemico (lotta su “due gambe”).
Ha messo a contribuzione tecnici ed esperti separando “il grano dall’oglio”, cioè sbugiardando gente come Patrizia Livreri, docente di ingegneria dell’Università di Palermo ed esperta di onde elettromagnetica, che nel 2011 avevano dato parere positivo al MUOS dal punto di vista ambientale e della salute: era stata ingaggiata (e pagata) dalla società URS di Milano controllata dalla URS Corporation  con quartiere generale a San Francisco-California!
Ha messo alla prova la pattuglia grillina eletta all’Assemblea regionale siciliana (ARS) che ha risposto positivamente: per tre giorni hanno fatto mancare il numero legale impedendo l’approvazione del documento di programmazione economico e finanziaria della Regione (“qui si ferma tutto se non si mette la parola fine al Muos”). E’ stata la spinta finale alla decisione di revoca delle autorizzazioni, con buona pace delle rimostranze di Crocetta: “i grillini se pensano di mettere il governo in difficoltà sono fuori strada, non siamo sotto scopa. Fare mancare il numero legale all’ARS sul Dpef è una prova di grande immaturità. Che vuol dire che aspettano la revoca del Muos prima di votare il Dpef? Non siamo alle elementari o all’asilo. Potevamo non portarlo in aula, ma l’abbiamo fatto per una questione di trasparenza, possiamo anche ritirarlo: ma un documento va approvato o respinto”.
Ha messo la Regione contro il governo centrale, che per bocca della ministra Cancellieri aveva dichiarato il MUOS “un sito di importanza strategica per la difesa della nazione e dei nostri alleati” e qualche giorno dopo aveva scagliato le forze dell’ordine contro cittadini e manifestanti che presidiavano le vie di accesso per impedire il passaggio dei convogli con i mezzi per il montaggio delle antenne. 
 
… e fa intravvedere la strada da percorrere per farla finita con la subordinazione del governo italiano agli imperialisti USA e con il vortice di miseria, devastazione ambientale e guerra con cui gli “italiani che contano” (i vertici della Repubblica Pontificia) e la comunità internazionale dei grandi capitalisti, dei banchieri e dei guerrafondai cercano di tenere in vita il loro sistema di relazioni economiche, politiche e sociali e il loro “ordine mondiale” nonostante la crisi generale del capitalismo. 
 
Giustamente Elvira Cusa, esponente del Comitato No MUOS di Niscemi, dice “prendiamo atto delle dichiarazioni del Presidente della Regione Rosario Crocetta che assicura di aver predisposto il decreto che avvia il procedimento di revoca delle autorizzazioni ai lavori. Ma in attesa di poter conoscere l’esatto contenuto degli atti, noi continuiamo a presidiare la base di morte e ai impedire che i lavori, illegittimi, possano comunque continuare. I segnali che giungono dal governo di Roma, l’anomalo attivismo dei diplomatici statunitensi in Italia sono allarmanti. Siamo convinti che si tenterà in tutti i modi di imporre il completamento dei lavori, con o senza la sospensione o la revoca delle autorizzazioni da parte della Regione. Le nostre proteste continueranno sino a quando non verrà definitivamente chiusa la partita, il governo revocherà il permesso di utilizzare il territorio italiano per installare un sistema di aggressione bellica ad uso esclusivo USA e si avvierà lo smantellamento delle 46 antenne già esistenti, responsabili di un pericolosissimo inquinamento elettromagnetico nella città di Niscemi”. 
 
Per “chiudere la partita” con il MUOS e le altre basi, centri di telecomunicazioni, depositi di munizioni, campi di addestramento USA e NATO di cui è disseminato il territorio italiano la direzione del paese deve essere presa in mano da un governo di emergenza composto da persone di fiducia delle organizzazioni operaie e popolari (comitati NO MUOS e NO TAV, RSU e altre organizzazioni operaie, comitati di lavoratori, disoccupati e precari, pensionati, studenti, gruppi di cittadinanza attiva, reti di ambientalisti, progressisti, antifascisti, di mutuo aiuto, ecc.) e decise ad attuare i provvedimenti che zona per zona esse indicano, anche se vanno contro gli interessi e le regole dei poteri forti italiani e internazionali.
 

venerdì 15 febbraio 2013

Ci vuole la lotta di classe

Luciano Granieri


 Spesso mi si accusa di essere un utopista. Secondo qualche mio amico blogger la solidarietà fra gli uomini non può stabilirsi per natura.  L’uomo nasce individualista e per il proprio bene è portato a sacrificare e  il bene degli altri. Sono perfettamente d’accordo con questa analisi. Ma proprio perché la solidarietà non è insita nelle cose umane bisogna organizzarsi contro chi ti calpesta per emergere e cercare quanto più possibile di imporsi per non soccombere.  Spesso, anzi quasi sempre, questa  lotta è impari. Nella guerra  alla sopravvivenza non  tutti possiedono  lo stesso arsenale  . Pochi dotati di spregiudicatezza  e spietatezza ma anche destinatari di condizioni più fortunate, partono indubbiamente da posizioni di vantaggio che usano per primeggiare ancora di più distruggendo e umiliando tutti gli altri. Allora gli “ALTRI” quelli che partono da condizioni svantaggiate non hanno che l’unica possibilità di unire le proprie esigue forze per farle diventare più incisive utili a ritagliarsi uno spazio vitale dignitoso.   Qui si innesta il concetto di solidarietà  così come io la intendo,  che non è quello ecumenico e cristiano,  ma è quello  proprio di una PARTE, di una “CLASSE” di persone  che si organizza e combatte “PER VINCERE” contro l’altra classe che si arricchisce dal loro sfruttamento.  Sono i principi della lotta di classe sic et simpliciter. Principi che mentre  la classe capitalistico -finanziaria ha sempre praticato con spietata efficienza, la CLASSE degli altri li ha annacquati  dentro il miraggio tutto riformista  della collaborazione fra capitale e lavoro.  L’utopia vera non è la solidarietà di classe, ma è l’imbroglio della solidarietà fra grande impresa , finanza   e mondo del lavoro.  Questa è la grossa menzogna che ha portato il proletariato, vecchio e nuovo, di cui fanno  parte ormai anche i piccoli imprenditori,  a disgregarsi, a soccombere e a peggiorare progressivamente la propria condizione  di vita.  E’ bene tornare a convincersi che la grande impresa    non ha  gli stessi interessi dei lavoratori, così come i lavoratori non hanno gli stessi interessi della grande impresa. Tutto ciò per dire che alla base del percorso necessario alla riappropriazione di qualche diritto fondamentale sta la cara vecchia lotta di classe.  Ciò è sacrosanto soprattutto in Italia dove l a lotta di classe diventa anche conflitto per la legalità e  finanche lotta di libertà.  La classe imprenditoriale italiana, oltre a rigenerarsi e a costituirsi sempre delle solite famiglie,  pratica sistemi reazionari  e perfino  criminali  per imporsi.  E non da adesso. Sin dagli inizi degli anni venti.  I signori dell’industria,  FIAT in primis,  avevano usato le squadracce fasciste per reprimere le prime insurrezioni operaie aprendo la strada al regime.  Durante  il ventennio l’imprenditoria   accattona ha  fatto affari con Mussolini  contribuendo a  al disastro economico, sociale e umano che la dittatura fascista ha provocato.  La Montecatini ,  gruppo chimico finanziario  potentissimo  antenata dell’attuale ENI,  realizzò  profitti milionari con la battaglia del grano essendo la unica produttrice dei concimi necessari ad aumentare il raccolto. Con l’autarchia il colosso chimico passò al controllo di tutta la produzione nazionale della siderurgia e alla raffinazione di un carburante di derivazione chimica altamente inquinante con il  quale si sopperiva alla mancanza di idrocarburi non più importati . Nel periodo autarchico Montecatini assicurò  dividendi per i propri azionisti pari a 260 milioni di lire per tre anni , avvelenando l’aria delle città e diminuendo le retribuzioni degli addetti.  Il regime con i soldi dei piccoli risparmiatori drenati dalla casa depositi e prestiti  salvò dal dissesto la Banca Commerciale  che,  avendo  acquisito aziende agricole in fallimento, in pagamento di crediti inesigibili concessi ai contadini, si era trovata in crisi patrimoniale e di liquidità.  Dalle  macerie della guerra la classe imprenditoriale e finanziaria continuò a fare affari sulla pelle della povera gente. Anche in periodi di crescita e prosperità  economica, come negli anni ’60 i grandi imprenditori hanno lucrato. Le grandi famiglie industriali trattavano con lo stato l’entità delle tasse da pagare, il meno possibile evidentemente, lasciando al lavoro dipendente l’onere di finanziare lo stato sociale. E quando all’inizio degli anni ’70 la crisi economica cominciò a mordere, costringendo il governo  con la riforma Visentini del 1971, entrata in vigore nel 1973, a introdurre il regime di tassazione progressiva, i grandi accattoni  hanno iniziato a trasferire i propri capitali nei paradisi fiscali. In tal modo lo Stato si è visto  costretto ad emettere debito pubblico per sopperire alle mancate entrate fiscali, causate dall’evasione.  Titoli acquistati per lo più da quegli stessi grandi imprenditori accattoni con i  capitali frutto dell’ evasione. Per cui questi signori oltre a non pagare le tasse erano anche i maggiori creditori degli interessi sul debito  nazionale, truffando due volte la popolazione.  Proprio l’irreversibile svilupparsi di questa dinamica è stata una delle maggiori cause del disastro economico e sociale attuale.  E siamo all’oggi. I Riva, finanziatori della campagna elettorale del 2006 sia di Bersani che di Berlusconi,  con l’aiuto del governo avvelenano la popolazione  di Taranto non curandosi nemmeno di modificare i sistemi di trasferimento delle polveri ferrose dalle navi alla banchina.  E sono anche fra i beneficiari del regalo che Berlusconi , con l’abile regia dell’allora banchiere Corrado Passera , fece a loro e ad altri campioni dell’intraprendere italico come il gruppo Marcegaglia, Benetton, Toto. La compagnia aerea di bandiera Alitalia.  Sotto lì’abile guida di questi cialtroni, la compagnia si sta disintegrando, truffa i propri passeggeri,  spacciando voli low cost made in Romania come voli di lusso firmati Alitalia, sbanchetta i velivoli incidentati.  Per non parlare di Fiat che da 113 anni continua a succhiare il sangue dei cittadini sfruttando gli operai e negli ultimi anni facendosi beffa, così  come i Riva,  delle sentenze della magistratura che li condanna.  Gli scandali finanziari che stanno coinvolgendo il Monte dei Paschi ma che,  siamo sicuri, presto coinvolgeranno anche altre banche, le mazzette di Fincantieri agli indiani,lo  scandalo Eni Saipem, toh chi si rivede,  e tutte le altre squallide vicende di mazzette che stanno scuotendo il capitalismo privato e di Stato, sono la concreta dimostrazione che la lotta di classe, loro l’hanno vinta senza farsi scrupoli dei mezzi adottati.  E’ dunque una malattia così incancrenita non si estirpa con terapie riformiste, ma va sradicata con la lotta. Non si tratta di qualche  mela marcia ma dal sistema che è marcio e non da oggi.  Dunque bisogna tornare a agitare un conflitto classista, puntando alla gestione delle fabbriche da parte dei lavoratori e alla gestione delle banche da parte dei cittadini. Questo è l nocciolo del problema, il resto è propaganda elettorale.

Keynes non serve: ci vuole Marx!

Alberto Madoglio


Santorini è il nome di una splendida isola greca nel mar Egeo che ogni estate accoglie milioni di turisti provenienti da tutto il mondo. Da qualche giorno quel nome (insieme a Nota Italia e Atlantia) è legato allo scandalo che ha colpito la terza banca italiana, il Monte dei Paschi di Siena (Mps).
Nel capitalismo situazioni di questo genere sono la norma, non l’eccezione. In Europa abbiamo, ad esempio, avuto il caso riguardante la definizione del tasso Libor (che serve come riferimento alle banche per calcolare mutui, prestiti alla clientela e fra loro stesse) per il quale una banca inglese, la Royal Bank of Scoltand, ha dovuto pagare una multa di centinaia di milioni di euro. In Italia, proprio in questi giorni, ci troviamo di fronte a un ex colosso della new economy, Seat Pagine Gialle, che ha visto in pochi anni il valore delle sue azioni passare da oltre 7 euro a pochi millesimi di euro (sì, avete letto bene) e che non è in grado di rimborsare le migliaia di piccoli risparmiatori che hanno sottoscritto le sue obbligazioni (mentre si indaga sul fatto che importanti fondi di investimento siano riusciti, sfruttando informazioni riservate, a salvaguardare i loro investimenti).
Mentre scriviamo, infine, è balzato agli onori della cronaca un altro scandalo, Saipem/Eni (il cane a sei zampe è una delle maggiori multinazionali a livello mondiale), che rischia di far derubricare quello della banca di Siena a livello di piccolo furto di paese.
La banca senese non è nuova a truffe, imbrogli e raggiri. Qualche anno fa era stata coinvolta nel caso MyWay e ForYou, prodotti finanziari venduti alla clientela, nascondendone i rischi, che causò grossi guadagni per la banca e ingenti perdite agli investitori. Il nuovo scandalo però ha raggiunto dimensioni ragguardevoli diventando un caso politico, economico e finanziario che mette sotto accusa l’intero sistema capitalistico italiano, la totalità delle sue classi dirigenti borghesi e la connivenza delle cosiddette autorità di controllo indipendenti (Banca d’Italia, Bce, Eba) che per anni hanno taciuto davanti a una truffa dalle dimensioni colossali.
I guai per l’istituto di Rocca Salimbeni, sono iniziati con l’acquisto dagli spagnoli di Santander della banca Antoveneta, che venne acquista per un prezzo maggiorato del 50% rispetto a quanto pagato dagli iberici solo sei mesi prima. La quasi contemporanea esplosione della crisi finanziaria e economica, ha costretto la banca ha porre in essere una serie di spericolate operazioni finanziarie (citate sopra) per tentare di celare le perdite dovute all’acquisto della banca dagli spagnoli e della quasi certa “mazzetta” che quella operazione ha creato.
Oggi tutti gridano allo scandalo. Politici, banchieri e grand commis dello Stato e dell’Unione europea sostengo la loro estraneità, cercando di addossare le colpe alle smisurate ambizioni di qualche ex dirigente bancario colpito da manie di grandezza. Si tratta di un tentativo comprensibile: ma assolutamente privo di credibilità. Tentiamo di vedere perché.
Una truffa che colpisce l'intero sistema politico-economico italiano
Da quasi venti anni la banca è stata privatizzata. La maggioranza delle azioni è in mano a una Fondazione i cui vertici sono l’espressione del Comune e della Provincia di Siena, della regione Toscana, dell’Università, della Camera di Commercio e dell’Arcivescovato della cittadina toscana. Come si vede, tutte le classi dirigenti nazionali sono state direttamente coinvolte nelle gestione della banca.
Se è vero che i membri della Fondazione di nomina degli enti locali sono espressione del maggior partito della sinistra borghese, il Partito Democratico, le votazioni in cui venivano proposti i nomi sono state approvate all’unanimità, con i voti del centro destra, Pdl in testa. In una gestione totalmente bipartisan: ricordiamo i 700 mila euro di finanziamento al Pd dell’ex ad. di Mps, che tra le altre cose concludeva i congressi della federazione senese del partito di Bersani; ma ricordiamo anche i milioni di prestito concessi a un piccolo istituto di credito che aveva tra i maggiori azionisti Verdini, strettissimo collaboratore di Berlusconi. A politici di entrambi gli schieramenti borghesi venivano affidati incarichi dirigenziali nelle varie società controllate da Mps.
In questa gestione, che i mass media nazionali definiscono opaca, ma che in realtà ha rappresentato un vero e proprio crimine del capitalismo contro i lavoratori, un ruolo non secondario lo hanno avuto le burocrazie sindacali, Cgil in testa. Fare carriera sindacale in banca è stato per molto tempo condizione necessaria per diventare sindaco della città, e gestire quindi le nomine nella Fondazione Mps, o dirigenti di alto grado nella banca stessa. E’ per questo motivo che il sindacato di Susanna Camusso ha scelto una sorta di basso profilo in tutta la vicenda.
Adesso, scoppiato lo scandalo, contabilizzate perdite di diverse centinaia di milioni causate dalla sottoscrizione dei titoli derivati, che salgono a diversi miliardi (si parla di una somma di svariati miliardi, superiore all’intera capitalizzazione di borsa) se si sommano i bilanci degli ultimi anni, tutti cercano di trovare una soluzione.
Nazionalizzare le perdite dopo aver privatizzato gli utili
La  soluzione più probabile è quella di un intervento da parte dello Stato nel capitale della banca. Dopo la sottoscrizione dei Tremonti bond nel 2011 per un miliardo di euro, oggi si parla di un prestito di altri 3,9 miliardi. A prima vista si dovrebbe essere soddisfatti di un simile intervento. Per la prima volta il governo abbandona l’ideologia liberista e agisce per difendere gli interessi della comunità. Il prestito poi non è a fondo perduto, ma è fatto a un tasso molto oneroso, circa il 9%. Se la banca non fosse in grado di onoralo, lo Stato diverrebbe azionista e proprietario della stessa. Un vero e proprio miracolo, un vero e proprio blitz di stampo keynesiano, dal lieto fine assicurato. Purtroppo la realtà è differente da come vuole rappresentarla certa propaganda.
Abbiamo avuto negli ultimi anni vari casi di cosiddette “nazionalizzazioni” di aziende in crisi. I più noti riguardano l’industria automobilistica americana. Lì lo Stato ha prestato soldi alle aziende, a patto che queste riducessero drasticamente il salario, diretto e indiretto, dei lavoratori. Una volta terminata questa operazione, le aziende sono tornate completamente in mano agli azionisti privati, i quali hanno ricominciato a fare utili enormi, mentre i lavoratori continuavano ad avere stipendi da fame. I presunti guadagni dello Stato (anche in quel caso il prestito era oneroso) sono stati utilizzati non per finanziare e potenziare il welfare pubblico, ma per concedere agevolazioni fiscali ai grandi capitali, a prestare soldi alle banche e così via.
Credere che in Italia le cose possano andare in un modo diverso è pura illusione. Ma se anche ciò avvenisse, e facciamo solo un’ipotesi di scuola, i problemi non sarebbero risolti. Infatti se il governo italiano dovesse fare una nazionalizzazione senza diminuire i livelli salariali e occupazionali dei lavoratori di Mps, vedrebbe comunque il suo deficit e debito pubblico aumentare considerevolmente. E’ immaginabile che ciò creerebbe delle tensioni sui mercati che trattano titoli di Stato italiani, Bot, Bpt ecc. Questa situazione contribuirebbe a sua volta ad aumentare il debito, spingendo il governo a effettuare una ulteriore politica di tagli per diminuire il peso della propria esposizione finanziaria.
Keynes non serve: ci vuole Marx!
E’ un cane che si morde la coda. In un sistema come quello capitalistico, per i lavoratori non c’è via d’uscita. Direttamente o indirettamente sono loro a doversi far carico dei costi di scandali, truffe e crisi di ogni sorta. E’ solo per loro che non esistono pasti gratis, mentre la grande borghesia continua ad abbuffarsi a nostre spese.
Il caso Mps mette quindi all’ordine del giorno non solo la assoluta insostenibilità del sistema bancario nazionale, dei suoi intrecci con i partito borghesi, delle truffe ai danni dei piccoli risparmiatori e dei lavoratori per avvantaggiare pochi grandi speculatori privati. Mette in discussione l’intero sistema capitalistico nazionale e le sue interconnessioni con la finanza mondiale.
Ecco perché la vera soluzione non può essere rappresentata da maggiori poteri di controllo affidati alla Banca d’Italia o al ministero delle Finanze. Non si può, davanti al rischio concreto che migliaia di impiegati di Mps siano licenziati, proporre i contratti di solidarietà come fanno i sindacati, Cgil in testa, cioè offrire riduzioni di salario nell’ordine del 15 o 20%.
La sola alternativa concreta è quello di rivendicare e imporre la nazionalizzazione senza indennizzo sotto controllo operaio di tutto il sistema bancario nazionale, e lottare per la creazione di un istituto di credito nazionale gestito dai lavoratori. Che i grandi patrimoni accumulati dalle banche siano a loro volta espropriati e utilizzati per opere di utilità sociale (infrastrutture pubbliche, scuola, sanità, welfare ecc.). E’ necessario ripudiare il debito pubblico, accumulato in decenni di ruberie e concessioni al grande capitale, tutelando solo le somme che rappresentano i risparmi dei lavoratori e dei pensionati.
Bisogna, in conclusione, creare -a partire dall'unione e sviluppo delle lotte- i rapporti di forza per rovesciare questo sistema economico, politico e sociale in putrefazione.
Solo un processo rivoluzionario, una rivoluzione socialista (non la presunta rivoluzione civile di Ingroia, Ferrero e Diliberto), può adempiere a questo compito gigantesco ma ineludibile.

mercoledì 13 febbraio 2013

Lettera aperta ai Candidati alle elezioni politiche

Rete degli studenti Lazio


Gentile Candidato,
Siamo Studentesse e Studenti che vivono nel Lazio, il tuo collegio elettorale. Siamo la Rete degli Studenti Medi, il sindacato studentesco, presente sul territorio nazionale e nelle provincie di questa regione. Il nostro lavoro di difesa e rappresentanza dei diritti degli studenti ci rende interessati, quindi, a conoscere il tuo parere rispetto ad alcuni temi a noi particolarmente cari, certi che nel tuo eventuale operato parlamentare, saprai dar voce alle necessità che nascono dal territorio da cui proviene.

In merito al diritto allo studio, vorremmo sapere cosa ne pensi della situazione attuale che vede diversi studenti, anche negli anni dell'obbligo scolastico, pesare notevolmente sul bilancio familiare per raggiungere il proprio istituto, visti i costi (degli abbonamenti) dei trasporti e vista la mancanza di concrete ed efficaci agevolazioni rispetto all'età, allo status, al reddito familiare, al numero di utenti in famiglia.

Allo stesso modo, ci domandiamo quanto sia giusto per te che ogni famiglia con dei figli in età scolare debba spendere centinaia di euro ogni anno in libri di testo, considerata la moda delle case editrici di pubblicare di frequente nuove edizioni, che di nuovo hanno spesso solo il titolo, rimanendo il contenuto sostanzialmente lo stesso. Con l'informatizzazione dei libri si potrebbe migliorare qualcosa, sperando che la fregatura non venga in futuro venduta solo in un diverso formato, non più cartaceo ma pdf.

Ci preme anche ricordarti la lacuna legislativa in materia di stages studenteschi. Manca infatti una regolamentazione specifica, che tuteli lo studente sia nella sua persona che nella sua formazione. Crediamo sia un'esigenza prioritaria e sentita, soprattutto in una regione operosa come la nostra, di cui potrebbe sicuramente farsi portavoce un parlamentare proveniente da questo territorio.

L'edilizia è un altro tema che può risultare banale ma che, nella sua semplicità, racchiude tutta la sua importanza. Lo abbiamo sperimentato in prima persona in regione, date le pessime condizioni degli edifici scolastici. A questo proposito ti proponiamo la nostra idea, che prevede un aumento del fondo per gli interventi ordinari e straordinari, affinché questi possano essere mirati, repentini e senza sprechi.

Infine, ti esponiamo, non senza rabbia e delusione, questa nostra perplessità:

A fronte di tante aspettative e promesse sul nostro futuro, su una cultura ed una formazione migliori, ci chiediamo perché le uniche riforme da troppo tempo ad oggi non siano state altro che tagli camuffati. Perché allora non porre concretamente l'istruzione tra le priorità del Paese e non mettere seriamente in discussione i costi della politica, i finanziamenti per le grandi opere e le spese militari? Non trovi sarebbe un primo segno della volontà di un cambiamento vero verso gli studenti?

Ti preghiamo di risponderci con molta franchezza e onesta intellettuale. Non vogliamo frasi fatte o retorica, vogliamo un impegno concreto perché è di questo che si tratta. La costruzione di una società della conoscenza e l’uscita della crisi passa necessariamente per un forte investimento in scuola, università e ricerca. Questo investimento, però, non è una questione di costi, debito pubblico o pareggio di bilancio; per noi è una questione di priorità politica e visione del Paese, della società e del modello sviluppo, per questo siamo sinceramente interessati al tuo parere.

Un curioso e attento saluto,

le Studentesse e gli Studenti della Rete degli Studenti Medi del Lazio