Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

lunedì 1 aprile 2013

Parigi: Nasce la Rete Sindacale Internazionale

FR. redazione Pdac


Si è svolto con grande successo, nel fine settimana del 22-24 marzo, a Parigi, l'incontro internazionale del sindacalismo combattivo, promosso dal sindacato brasiliano Csp Conlutas (il più grande sindacato di base dell'America Latina, in cui svolge un ruolo di primo piano il Pstu, sezione brasiliana della Lega Internazionale dei Lavoratori, di cui il Pdac è sezione italiana -1), da Solidaires di Francia e dalla Cgt spagnola.
Delegazioni da tutto il mondo
All'incontro hanno partecipato le organizzazioni sindacali di una quarantina di Paesi, con la presenza di oltre 250 delegati provenienti da tutti i continenti. La presenza è stata superiore persino alle più rosee aspettative.
L'obiettivo dei promotori era quello di proseguire un'esperienza avviata oltre un anno fa con un primo incontro in Brasile (promosso da Conlutas), estendendo la partecipazione a decine di sindacati (alcuni con un ruolo importante nelle lotte dei rispettivi Paesi) per arrivare a costruire una forma di coordinamento tra il sindacalismo combattivo di vari Paesi del mondo, dall'Africa all'Europa all'America Latina. Ciò nella convinzione che non vi è lotta realmente vincente dei lavoratori sul solo piano nazionale, data la necessità di contrastare il capitalismo e gli attacchi analoghi nei diversi Paesi che i governi imperialisti e borghesi sferrano contro i lavoratori e le masse popolari per far loro pagare la crisi del sistema.
Per quanto riguarda l'Europa, dalla Spagna erano presenti, oltre alla Cgt, anche i Co.bas di Madrid, Intersindical e varie altre forze che, per quanto minoritarie, hanno dato vita a una manifestazione di oltre 60 mila a Madrid in occasione dell'ultimo sciopero generale. Dall'Inghilterra hanno partecipato dirigenti del Rmt (sindacato dei trasporti) e della Tuc che insieme stanno facendo appello alla costruzione di uno sciopero generale in quel Paese. Ma, come detto, la presenza andava oltre l'Europa: vi erano rappresentanti di sindacati dell'Egitto, della Tunisia, del Marocco; e, dall'America Latina, oltre che dal Brasile anche da Paraguay, Perù, Cile, Bolivia, Argentina.
Scelte importanti
Nella tre giorni di Parigi si sono confrontati non solo lingue diverse ma anche approcci e culture differenti, senza la pretesa di trovare una sintesi, ma con l'obiettivo piuttosto di verificare la possibilità di costruire, nella pluralità di esperienze, delle battaglie comuni e, in questo modo, proseguire anche nella discussione e nel confronto più generale.
Nella giornata conclusiva sono state definite alcune scelte importanti.
In primo luogo si è assunta una dichiarazione che esprime i principi generali in cui si riconoscono le organizzazioni presenti: la concezione di un sindacalismo di lotta, democratico, indipendente dai governi padronali, internazionalista.
In secondo luogo si è dato vita a una "Rete Sindacale Internazionale di Solidarietà e di Lotta", demandando ai tre sindacati promotori il compito di mantenere un coordinamento operativo per organizzare le prossime scadenze.
In terzo luogo è stato varato un Manifesto comune da diffondere in tutti i Paesi alle manifestazioni del prossimo Primo Maggio: un manifesto che rimetta in primo piano il carattere di classe e di lotta del Primo Maggio, contro la "interpretazione" all'insegna della collaborazione di classe che ne danno i sindacati concertativi.
Questo Manifesto sarà diffuso nei prossimi giorni, essendo stato lasciato un lasso di tempo (fino a metà aprile) affinché le organizzazioni sindacali e i coordinamenti di lotta che, dopo questo confronto di Parigi, decidono di aderire stabilmente alla Rete, possano formalizzare la loro scelta. Il senso del Manifesto sta in questo brano che riportiamo: "La difesa di un salario dignitoso, di lavoro, salute, educazione pubblica, esigono che le molteplici lotte parziali, per impresa e settore, che attraversano il Vecchio continente, si unifichino intorno a una rivendicazione urgente: Cacciamo i governi e le politiche di austerità!".
In quarto luogo, per scendere più nel concreto, si è avviato (anche attraverso alcune riunioni di settore) un primo coordinamento per categorie professionali (trasporti, educazione, metalmeccanici, ecc.). Lo scopo è quello di avviare campagne comuni a livello internazionale, fino alla prospettiva di organizzare uno sciopero generale congiunto.
La nutrita presenza dall'Italia
Dall'Italia la presenza è stata ampia e significativa. Importante è stato, in questo, il ruolo svolto dal coordinamento  NO AUSTERITY che, fin dalla sua assemblea fondativa del dicembre scorso a Cassina de' Pecchi, dove era presente il compagno Didi Travesso, di Conlutas, aveva deciso la propria partecipazione a Parigi e si è adoperato per far conoscere l'iniziativa ed estendere l'invito ad altre realtà. E' grazie a questo lavoro che erano presenti tante realtà: dagli operai della Fiat Irisbus di Avellino, ai lavoratori delle cooperative in lotta: molto apprezzata la presenza di Arafat, leader della lotta all'Ikea, che, intervenendo due volte, ha spiegato la radicalità messa in campo dai lavoratori in questa lotta che ha già strappato importanti risultati; dal SiCobas (che ha inviato un proprio dirigente), alla Cub Scuola Università e Ricerca (presente con il coordinatore nazionale Cosimo Scarinzi), alla Cub Immigrazione (come sempre trascinanti gli interventi di Moustapha Wagne).
Erano presenti inoltre delegati dell'Usi (che hanno aderito al coordinamento) e un paio di rappresentanti del No Debito cremaschiano (che non hanno ad oggi formalizzato un'adesione).
Fabiana Stefanoni, intervenendo a nome di No Austerity, ha rimarcato l'importanza che in tutti i Paesi si riescano a superare gli ostacoli frapposti da burocrazie sindacali grandi e piccole, unificando le lotte e sviluppandole in senso classista e anticapitalista. Nel suo intervento, ascoltato con grande attenzione da tutta la platea, Fabiana Stefanoni ha così raccontato di quella ancora embrionale ma importantissima esperienza che si è avviata appunto col coordinamento di lotta di No Austerity. (2)
Un primo importantissimo passo avanti
Per affrontare la guerra sociale che i governi padronali stanno scatenando contro i lavoratori, per recuperare il tasso di profitto e scaricare la crisi sugli operai, è necessario unificare le lotte e svilupparle, infrangendo le mille barriere erte dalle burocrazie sindacali. Gli obiettivi indicati dal Manifesto di Parigi sono molto chiari: "nazionalizzazione senza indennizzo del sistema finanziario e delle principali aziende" nel quadro di un programma "dei lavoratori e della maggioranza sociale".
Un programma da far vivere nelle lotte concrete: non a caso i compagni metalmeccanici della Csp Conlutas hanno concluso la loro permanenza a Parigi organizzando lunedì mattino un incontro con gli operai della Peugeot di Parigi in lotta contro i licenziamenti: all'incontro, sfociato in un corteo interno alla fabbrica, hanno partecipato anche i compagni della Fiat Irisbus di Avellino che hanno portato il loro saluto.
Gli obiettivi indicati dall'assemblea di Parigi non sono astratti: si tratta, ribadiamolo, di una prospettiva da costruire nel vivo delle lotte che già stanno arroventando tanti Paesi del mondo (convinto è stato il sostegno espresso dall'Assemblea alle rivoluzioni del Nord Africa e Medio Oriente) e dell'Europa in particolare (dagli scioperi di massa in Grecia, alle piazze colme in Spagna e Portogallo, alla lotta radicale degli operai della Renault in Francia, ecc.). Una prospettiva che possiamo e dobbiamo costruire anche qui in Italia nei prossimi mesi e in cui, per parte nostra, continueremo a impegnarci.
Note
(1) Per conoscere il percorso di costruzione di Conlutas, che oggi raggruppa più di tre milioni di attivisti, consigliamo di leggere l'articolo di Ze' maria pubblicato sull'ultimo numero di Trotskismo oggi.
(2) In questo quadro molto positivo non poteva mancare qualche tentativo di innescare vuote polemiche da parte di chi pensa solo al proprio orticello. Ci ha provato Franco Grisolia (del Pcl ma intervenuto, a suo dire, "a nome della Rete 28 Aprile" e richiamandosi anche al Comitato No Debito di Cremaschi). Grisolia, dopo aver informato che non portava alcuna adesione alla Rete internazionale, ha ritenuto tuttavia logico presentare emendamenti al Manifesto del Primo Maggio. La cosa è risultata strana, nel metodo, a tutta la platea ma ancora di più alle delegazioni italiane che sanno come in Italia il Pcl aderisca entusiasticamente alla piattaforma neo-keynesiana del No Debito, mille volte più arretrata del Manifesto classista approvato nell'incontro di Parigi. 

Saggezza extraparlamentare. Il pasticcio Napolitano

Dante Barontini: fonte http://www.contropiano.org

A chi lo avesse dimenticato, Mario Draghi ha ricordato il vero governo risiede altrove. Non a Palazzo Chigi, non in rete, non nelle sempre meno solide pareti di partiti o "movimenti".

L'ha fatto con una telefonata a Giorgio Napolitano, non con una dichiarazione pubblica. Ma non deve essere stata una telefonata “privata”, visto che tutti i giornali sono stati debitamente informati sia dell'avvenuta conversazione che del suo contenuto.

Tema: le possibili dimissioni del presidente della Repubblica, un mese prima della scadenza naturale, in modo da accelerare la nomina di un successore dotato del potere che Napolitano non ha più: sciogliere le Camere e indire nuove elezioni politiche. Ipotesi che Draghi avrebbe sconsigliato con decisione, chiamando in causa la prevedibile reazione negativa – molto negativa – dei mercati finanziari. Mentre si contano i cadaveri della crisi dell'eurozona (la Slovenia sta per sostituire Cipro sulle prime pagine, mentre Grecia, Spagna, Portogallo e Irlanda sono solo momentaneamente in secondo piano; e anche Lussemburgo e Lettonia sono in lista d'attesa), non era il caso di presentare la terza economia dell'area come un paese senza più istituzioni in piedi. Quindi “tecnicamente” irresponsabile della propria evoluzione agli occhi dei partner continentali.

Quindi, suggeriva la voce da Francoforte, Napolitano doveva restare al suo posto fino a fine mandato o a governo formato. Nel frattempo Monti può proseguire la sua opera, secondo le indicazioni provenienti dalla Troika.

Ma la piccola “tempesta perfetta” nel bicchier d'acqua italiano, come spiegavamo già un mese fa all'indomani del risultato elettorale, non ha soluzioni costituzionalmente possibili. A meno di un cedimento clamoroso di una delle tre aree politiche principali (un sì grillino a un govermo Pd, o un sì piddino a un'alleanza con Berlusconi, o tra Pdl e M5S).

La nomina di 10 “saggi” che dovrebbero individuare le riforme condivise, sul piano economico come su quello politico, è un insulto all'unica istituzione che dovrebbe rappresentare la sovranità popolare: il Parlamento. Se la “saggezza riformista”, infatti, può essere rintracciata solo fuori delle Camere, queste vengono duramente delegittimate proprio sul terreno loro proprio, quello legislativo (ovvero il “fare riforme”, possibilmente condivise ma anche no). Quanti inneggiano come sempre alla “fantasia politica” di Napolitano dovrebbero cominciare a fare i conti con la sua prassi, sempre al limite, e spesso oltre, della Costituzione. O perlomeno del suo “spirito”, mai come ora ombra di Banquo”.

Il pasticcio pasquale dei “saggi lottizzati” – tra Pd, berlusconiani, montiani e persino un leghista – ha senso solo per prendere tempo. Da qui al 15 aprile, quando si aprirà come da procedura la fase dell'elezione del nuovo presidente della Repubblica. Altrimenti si tramuterebbe in un vizio costituzionale invalidante, se davvero dovessero “elaborare” qualcosa che poi diventa vincolante per i partiti e il Parlamento.

Ma anche questo ennesimo “strappo” alle procedure costituzionali – al pari del cripto-totalitarismo grillino – segnala che la prassi della democrazia parlamentare non regge più la violenza degli interessi contrapposti. I costi della crisi vanno pagati da qualcuno, e qui si è aperta la partita, dando per scontato – e verificato – che il lavoro dipendente non ha più rappresentanza politica, culturale, ideale, programmatica.

E se il centrodestra si presenta come il bastione della conservazione di privilegi impresentabili (eredità delle vecchie rendite di posizione create e garantite dalla Dc), se il Pd tiene in vita i residui del “compromesso tra produttori” sbilanciato a favore delle imprese, il grillismo è andato a pescare nel mare magnum della precarietà esistenziale-occupazionale creato dai primi due fronti.

Non è la prima volta che si verifica una situazione sociale e istituzionale del genere, in cui a un pieno di risentimento e frammentazione sociale corrisponde un vuoto di progetti, credibilità, istituzioni. La “strategia” di Grillo ha una faccia retorica para-”rivoluzionaria” – “tutti a casa, comanderemo noi” – ma non controlla un movimento con disponibilità di “forza militare”. L'eventuale tracollo istituzionale, dunque, non sarebbe gestito da lui, ma di chi “la forza” ce l'ha ed è disposto ad usarla. Ma nell'Unione europea questa forza si esprime in forme sovranazionali, non banalmente golpiste da operetta.

La telefonata di Draghi è il richiamo all'ordine da parte di questi poteri. La primavera del conflitto sociale deve guardare – e contrastare – a chi comanda davvero, non alle povere figure che si agitano sulla scena. E che non significano nulla... 

domenica 31 marzo 2013

Arriva la controrivoluzione, ma la rivoluzione quando c’è stata?

Luciano Granieri


Poche chiacchiere, ci siamo trastullati abbastanza, ora è tempo di fare sul serio. Fra aprile e maggio,  la Commissione  europea ci detterà le  norme di finanza pubblica che dovremo attivare per rispettare il fiscal compact e raggiungere il pareggio di bilancio entro il 2014, così come scritto nella Costituzione. Inoltre a luglio dovrà scattare l’aumento dell’Iva.  E chi è l’uomo in grado di salvaguardare questo perverso sistema tutelando  gli interessi dei banchieri, se non un ex banchiere?  Avanti con Mario Monti dunque. Le imposizioni  di Mario Draghi a capo della Bce, unite ai ricatti di declassamento della solvibilità dell’Italia, da parte delle maggiori delinquenziali agenzie di rating, hanno posto fine alla ricreazione nella quale ci si stava accapigliando per dare un governo al Paese . Il capitalismo finanziario ha decretato che, in barba ai risultati delle urne,  Mario Monti  e la sua truppa malandata di tecnici dovrà continuare a salvaguardare gli interessi degli speculatori e dei titolari  di hedge fund. Il presidente Giorgio Napolitano ha riposto ancora una volta “PRESENTE”. E così come assecondò i desiderata dei grandi banchieri nell’autunno del  2011, evitando il passaggio elettorale dopo che questi avevano fatto cadere Berlusconi, consegnando a loro il Paese attraverso la  succube guida di Mario Monti, oggi ossequioso e obbediente resuscita il bocconiano asfaltato dalla tornata elettorale e lo ripropone  alla guida del Paese , come se la stagione di devastazione sociale appena trascorsa non fosse mai esistita. La trovata di accompagnare la seconda investitura di  un governo non sfiduciato, ma neanche eletto da nessuno, con i dieci saggi è un ingegnoso diversivo. Infatti è fondamentale che i tre partiti usciti sconfitti dalle elezioni continuino il loro teatrino fatto di insulti e veti incrociati. Anzi i grillini, quelli che volevano fare la rivoluzione delle scatolette di tonno,  hanno pure apprezzato l’uscita del Presidente della Repubblica, rivendicando una primogenitura sull’idea di far funzionare il Parlamento senza accordare la fiducia ad alcun governo. Sveglia!!!! Rivoluzionari da strapazzo. Se non si vota un nuovo governo,  resta quello vecchio.  Il Parlamento, costituzione alla mano,  non può operare da  solo , alla faccia della rivoluzione. Ovviamente al  gruppo delle “STELLE SONO TANTE MILIONI DI MILIONI CHE MASSA DI COGLIONI”  i dieci saggi fanno un po’ schifo, e vorrei vedere.  Da Violante -quello che assicurò a  Berlusconi che mai sarebbero stati toccati i privilegi che gli derivavano dal suo enorme conflitto d’interessi e affermò che i ragazzi di Salò andavano capiti - a Quagliariello - quello che in tre giorni dal Pdl è passato a Scelta  Civica per poi tornare al Pdl -dal segretario  particolare di Schifani Giovanni Pitruzzella, al ciellino Mario Mauro, dal banchiere Rossi , al ministro in carica  Milanesi, passando per il costituzionalista Onida e l’ex uomo Istat, Enrico Giovannini, sono tutti campioni dell’inciucio e della difesa degli interessi del capitale. Ma per i grillini poco importa è un effetto collaterale. La realtà è che gli estenuanti tentativi di formare un governo, conditi dagli  strilli dai vari blog stellati, dalla  ricerca spasmodica dei Piddiellini di salvacondotti giudiziari per il loro capo, dal tentativo del Pd di uscire dallo psicodramma in cui si è cacciato,   sono tutti diversivi gossippari  necessari a  distogliere i cittadini da quella che è la ragione vera del disastro sociale.  Lo strapotere del profitto finanziario sul reddito da lavoro. Che si continui pure ad appassionare la gente agli insulti di Grillo, a discettare sul ricatto: “ appoggio al governo  in cambio della  presidenza della Repubblica”,  sbandierato dagli Indagati  della Libertà, a discutere dello stato crioscopico di Bersani, intanto la troika europea su mandato del capitalismo finanziario continua  indisturbata l’ opera di devastazione sociale del nostro Paese. In effetti cosa ha da temere l’èlite finanziaria dai gruppi che hanno partecipato alle elezioni?  Nessuno di questi ha posto nel suo programma la moratoria e la rinegoziazione del debito  fino alla determinazione di non pagare chi ci sta affamando con la speculazione finanziaria, né è presente, se non in modo velato o improprio, l’abolizione del fiscal compact,  il ripristino dello spirito solidaristico della Costituzione con l’estromissione dai suoi articoli del vincolo del pareggio di bilancio, l’abolizione del patto di stabilità per gli enti locali. Tutto questo non si legge nei programmi dei partiti. E  fino a quando ci sarà chi distoglie   la popolazione dai problemi veri, chi incanala la protesta sui binari morti del referendum sull’euro,  per altro costituzionalmente  irrealizzabile,  (Art.75 della Costituzione) , dei privilegi della casta, la dittatura del capitalismo finanziario continuerà allegramente a tiranneggiarci. Complimenti ai rivoluzionari a 5 stelle, ci mancavano solo loro a far scattare la controrivoluzione a seguito di una rivoluzione che non c’è mai stata.

BAMBINI PALESTINESI NELLE CARCERI MILITARI ISRAELIANE

Informare per resistere

Un rapporto dell’Unicef denuncia i maltrattamenti “molto diffusi, sistematici e istituzionalizzati” cui sono sottoposti i minori palestinesi rinchiusi delle carceri israeliane. A differenza dei loro omologhi israeliani, i bambini palestinesi non hanno il diritto di essere accompagnati dai genitori durante un interrogatorio e sono raramente informati dei loro diritti.


“Il test di una democrazia sta nel trattamento riservato ai detenuti, alle persone in carcere, e in modo particolare ai minori”, dichiarava nel gennaio 2012 Mark Regev, Portavoce del Primo Ministro israeliano, Benyamin Netanyahu[1].Un recentissimo rapporto dell’Unicef, basato su oltre 400 casi documentati di detenzioni e maltrattamenti di giovani detenuti, mette in dubbio il livello di democrazia esistente in Israele[2].
Il Rapporto dell’Unicef conclude che “i minori palestinesi che entrano in contatto con il sistema di detenzione militare israeliano sono sottoposti a maltrattamenti molto diffusi, sistematici e istituzionalizzati. Quanto descritto si basa sulle ripetute denunce avvenute nel corso degli ultimi dieci anni, sulla loro entità, fondatezza e persistenza.” Tale conclusione è sostenuta anche dall’esame dei casi documentati attraverso un sistema di monitoraggio e reporting di gravi violazioni dei diritti dei bambini, così come dalle interviste condotte con avvocati israeliani e palestinesi e con bambini palestinesi.
Negli ultimi dieci anni, circa 7.000 minori palestinesi di età compresa tra dodici a diciassette anni sono stati arrestati, interrogati, perseguiti e/o imprigionati all’interno del sistema di giustizia militare israeliana; una media di 700 bambini l’anno, due al giorno. L’analisi dei casi monitorati da Unicef ha identificato esempi di pratiche che equivalgono a trattamenti crudeli, inumani o degradanti secondo la Convenzione sui diritti dell’Infanzia e la Convenzione contro la Tortura. Il Rapporto Unicef conclude raccomandando una serie di misure concrete per migliorare la protezione dei bambini all’interno del sistema giudiziario israeliano, in linea con le norme internazionali vigenti.
Il documento, dopo una breve introduzione al contesto giuridico e alla struttura del sistema detentivo israeliano, racconta con scarno ma raggelante realismo la spaventosa esperienza di un adolescente palestinese qualunque, in genere accusato di aver lanciato sassi contro un veicolo militare israeliano.
L’arresto
Una massiccia pattuglia di militari armati fino ai denti irrompe violentemente in casa nel cuore della notte svegliando tutti di soprassalto. Dopo una furiosa ricerca, spesso accompagnata da devastazione di mobili e oggetti vari, il giovane sospetto è legato ai polsi e, gli occhi bendati, viene strappato terrorizzato alla sua famiglia. È molto giovane, spesso sui 14-16 anni di età. A volte qualcuno è arrestato nelle vie attorno a casa, nei pressi delle strade riservate ai coloni israeliani o ai posti di blocco dell’esercito all’interno della Cisgiordania.
Per alcuni dei bambini la scena è devastante, tra urla e minacce verbali, e membri della famiglia costretti a rimanere fuori casa in camicia da notte mentre il giovane è portato via con violenza da casa con vaghe spiegazioni come: “viene con noi, lo riportiamo più tardi”, o semplicemente che il giovane è “ricercato”. Raramente gli astanti sono informati di dove l’arrestato verrà condotto, il motivo e fino a quando. Senza potere salutare i genitori né rivestirsi in modo adeguato, il bambino è caricato su una jeep, bendato, costretto a sedersi sul pavimento del veicolo e spesso colpito con pugni e calci mentre viene legato.
Il viaggio verso il luogo dell’interrogatorio può durare da un’ora a un’intera giornata e solitamente comprende delle soste in insediamenti colonici o basi militari dove il giovane prigioniero può aspettare ore e ore, a volte anche un giorno intero, senza cibo né acqua e senza accesso al bagno. Durante queste fermate intermedie molti bambini sono condotti davanti a personale medico che, rimosse le bende dagli occhi, magari rivolge qualche domanda sul loro stato di salute. Tuttavia, anche nel caso in cui sui loro corpi siano evidenti segni di abusi, è molto raro che ricevano adeguata attenzione medica. Di nuovo con occhi bendati, i bambini sono quindi condotti al luogo definitivo dell’interrogatorio.
L’interrogatorio
I luoghi più comuni per gli interrogatori dei bambini in Cisgiordania sono le stazioni di polizia negli insediamenti colonici di Gush Etzion e Ari’el, la prigione di Ofer e il Centro di Huwwara.
Nessun bambino è accompagnato da un avvocato o un familiare durante l’interrogatorio, nonostante l’articolo 37 (d) della Convenzione sui diritti dell’infanzia preveda che: “Ogni bambino privato della sua libertà abbia diritto a rapido accesso ad assistenza legale o ogni altra assistenza adeguata.” Nonostante quanto affermato dallo stesso art. 37, i bambini prigionieri raramente sono informati dei loro diritti, in particolare del diritto di non auto accusarsi. Non esiste alcuna supervisione indipendente del processo dell’interrogatorio che spesso assomma intimidazioni a minacce e violenze fisiche, con il chiaro intento di costringere il bambino a confessare. I piccoli detenuti durante l’interrogatorio sono legati, in alcuni casi alla sedia su cui siedono. Questa posizione viene fatta mantenere a forza, a volte per lunghi periodi di tempo, con conseguente dolore a mani, schiena e gambe. Alcuni bambini sono minacciati di morte, di violenza fisica, isolamento e abusi sessuali su di loro o sui membri della loro famiglia. Alla fine dell’interrogatorio, la maggior parte dei prigionieri ammette tutto ciò di cui erano stati accusati (di solito di “lancio di sassi”) e firma la confessione su di un modulo in ebraico, nella maggioranza dei casi senza la minima idea di quanto sia in esso contenuto.
Alcuni bambini sono stati rinchiusi in celle d’isolamento per un periodo da due giorni a un mese prima dell’udienza e dopo la condanna. In queste celle, secondo il rapporto dell’UNICEF, sono trattati in modo “crudele” e “disumano”. L’impatto negativo della pratica dell’isolamento sul benessere psicologico di un bambino ha convinto la Commissione sui Diritti dell’Infanzia a imporre il più severo divieto a tale trattamento.
L’udienza e la sentenza
Dopo l’interrogatorio il piccolo imputato è in genere condotto davanti a un tribunale militare per l’udienza. Entra in aula con manette ai polsi, catene alle gambe e indosso l’uniforme carceraria. Tutto questo è in contrasto con le norme minime per il trattamento dei detenuti, che prevedono di non utilizzare catene e ceppi, mentre altre forme di contenzione devono essere usate solo in determinate, limitate circostanze. Il giovane incontra per la prima volta il proprio avvocato nel tribunale militare per i minorenni e la sua custodia cautelare può essere estesa, contrariamente a quanto prescritto dalle norme internazionali, fino a un periodo di 188 giorni. Pure in violazione della Convenzione sui Diritti dell’Infanzia non esiste in pratica alcuna possibilità di rilascio su cauzione.
Non tutti gli avvocati hanno un facile accesso alla necessaria documentazione militare e alla legislazione criminale di Israele poiché’ non sempre disponibili in lingua araba, come invece sarebbe richiesto dal diritto internazionale. Per questo motivo gli avvocati difensori palestinesi si trovano in netto svantaggio rispetto al procuratore israeliano con il rischio di compromettere le possibilità di un bambino accusato di ricevere un processo equo.
Infine, arriva la punizione, di solito molto severa. Due delle carceri dove la maggior parte dei bambini palestinesi sconta la pena si trovano, in violazione della Convenzione di Ginevra, all’interno di Israele, il paese occupante. In termini pratici, questo fatto rende assai difficili, e in alcuni casi impossibili, le visite dei familiari a causa dei regolamenti che vietano ai palestinesi della Cisgiordania di viaggiare all’interno di Israele e del tempo necessario per rilasciare un permesso. Secondo l’articolo 37 (c) della Convenzione sui Diritti dell’Infanzia, un bambino “ha il diritto di mantenere i contatti con la sua famiglia per mezzo di corrispondenza e di visite, tranne che in circostanze eccezionali”. La carcerazione dei piccoli prigionieri ha su di loro ovvi effetti deleteri nel lungo termine. Tagliando fuori un bambino dalla sua famiglia, a volte per mesi, la detenzione provoca un profondo stress emotivo, oltre a violare il diritto del giovane alla istruzione.
I piccoli palestinesi accusati di reati seguono un iter giudiziario molto diverso dai loro coetanei israeliani, compresi quelli residenti in insediamenti ebraici in Cisgiordania. Mentre i primi sono processati in tribunali militari ai sensi della legislazione militare israeliana, i bambini israeliani fruiscono del diritto penale e civile israeliano che naturalmente offre loro ben maggiori garanzie.
Conclusione
Non è la prima volta che organismi internazionali denunciano il maltrattamento di bambini palestinesi detenuti dall’esercito israeliano. Preoccupazioni in merito erano state sollevate nel luglio 2012 dalla Commissione speciale delle Nazioni Unite sulle pratiche israeliane nei Territori occupati. “Secondo le testimonianze raccolte, Israele pratica l’isolamento nel 12% dei bambini palestinesi detenuti”, aveva affermato in un comunicato stampa il presidente della Commissione, l’ambasciatore Palitha Kohona dello Sri Lanka.
La Commissione speciale aveva anche messo in guardia su un modello di detenzione e maltrattamenti dei bambini di più vasta portata. “Testimoni hanno riferito alla Commissione che il maltrattamento dei bambini palestinesi inizia dal momento dell’arresto. Un gran numero sono sistematicamente imprigionati. Le abitazioni dei bambini sono circondate da soldati israeliani a tarda notte, “bombe sonore” sono fatte esplodere nelle abitazioni, le porte sono abbattute, vengono sparati colpi di armi da fuoco, nessun mandato viene mostrato ai residenti. I bambini sono legati, bendati e costretti all’interno dei veicoli militari.” In pratica quanto descritto dal rapporto dell’Unicef.
Un rapporto di Defence for Children International (DCI) dell’aprile 2012 dal titolo “Legati, bendati e imprigionati” rilevava come, su 311 testimonianze giurate raccolte tra il 2008 e il 2012, il 75% dei detenuti palestinesi dai dodici ai diciassette anni di età subivano maltrattamenti durante l’arresto, gli interrogatori e la detenzione in attesa di giudizio[3].
Le prove presentate da DCI dimostravano che i bambini arrivano ai centri di interrogatorio israeliani bendati, legati e privati del sonno. A differenza dei loro omologhi israeliani, i bambini palestinesi non hanno il diritto di essere accompagnati dai genitori durante un interrogatorio e sono raramente informati dei loro diritti, in particolare del loro diritto alla propria non-incriminazione. Le tecniche di interrogatorio sono spesso mentalmente e fisicamente coercitive, incorporando un mix di intimidazioni, minacce e violenza fisica, con lo chiaro scopo di ottenere una confessione.
Come raccomanda un editoriale del Lancet[4], “Le autorità militari israeliane devono immediatamente adottare e far rispettare le raccomandazioni [dell'Unicef]. I bambini palestinesi prigionieri devono essere trattati in conformità con il diritto e gli standard internazionali, con divieto assoluto di tortura e di tutte le forme di altri maltrattamenti, senza eccezioni.”[5]
Commenta amaramente il giornalista israeliano Gydeon Levy rivolgendosi ai suoi connazionali: “Tutto questo avviene in un paese dove i bambini sono considerati una fonte di gioia, in cui la preoccupazione per il loro benessere è la massima priorità. Tutto questo accade nel vostro paese, a meno di un’ora dalle stanze da letto dei vostri figli.”[6]
Angelo Stefanini, Centro Salute Internazionale, Università di Bologna

Bibliografia
 1. The Palestinian children – alone and bewildered – in Israel’s Al Jalame jail. Special report: Israel’s military justice system is accused of mistreating Palestinian children arrested for throwing stones. The Guardian, 22.01.2012
2. UNICEF. Children in Israeli Military Detention: Observations and Recommendations. February 2013. [PDF: 1,4 Mb]
3. DCI-Palestine, Report. Defence for Children International, Bound, Blindfolded and Convicted: Children held in military detention. April, 2012. [PDF: 75 Kb]
4. Protecting the rights of Palestinian children detained in Israel. The Lancet 2013; doi:10.1016/S0140-6736(13)60657-1
5. United Nation News Center. Israel urged to treat Palestinian child detainees in accordance with rights law – UN.
6. Gideon Levy. UNICEF isn’t anti-Semitic. Haaretz, 10.03.13.





sabato 30 marzo 2013

Tutto come prima. Anzi peggio

Francesco Piobbichi. fonte: http://www.controlacrisi.org/


Tutto come prima. Chi ha vinto le elezioni si chiama Mario Draghi e la sua vittoria gli permetterà di gestire il Paese per altri 6 mesi con il pilota automatico permettamente operativo. Il pilota automatico di cui parlava Draghi non è altro che l'insieme delle norme previste dai trattati (Fiscal Compact) recentemente approvati e ratificati dal nostro Parlamento, che di fatto rendono operativo il rigore di bilancio in maniera permanente. Napolitano oggi lo ha chiarito senza troppi giri di parole, Mario Monti -ha detto Re Giorgio- è ancora in carica, e visto che c'è il semestre bianco lo sarà per altri mesi. Quanto basta per tenere i conti in ordine, per andare in Europa e rassicurare Berlino e tenere l'Italia sotto la scure della BCE. Meglio di così per banche e padroni non poteva andare: tenere in piedi un governo tecnico, che non può essere sfiduciato in quanto decaduto, ma che lavora per l'ordinaria amministrazione oliando il funzionamento del Fiscal Compact.  
Così mentre Monti continuerà con la sua azione, i partiti in parlamento inizieranno una campagna elettorale che durerà a lungo promettendo paradisi artificiali al popolo del Gabibbo senza muovere un dito rispetto ai nodi di fondo. Per certi aspetti Napolitano ha fatto sue le proposte di Grillo dei giorni scorsi, "un parlamento può continuare ad operare senza un nuovo Governo" aveva detto il comico genovese, omettendo però che con questa proposta il vecchio Monti dimissionario resterà in carica fino a che non verrà votata la fiducia ad un nuovo Governo. Per tirare avanti in questa situazione Napolitano nominerà due gruppi ristretti per continuare a lavorare per trovare un programma comune per fare le "riforme". Per quanti mesi ancora durerà tutto questo non è dato sapere, dato che dopo la fine del mandato di Giorgio Napolitano occorrerà eleggere un nuovo Presidente della Repubblica, che poi eventualmente scioglierà le camere e fisserà la data delle elezioni, che forse si terranno ad Ottobre. Intanto Bersani resta in silenzio e Renzi scalpita, Monti approva ed il Pdl esprime fiducia al Presidente. Nessuna forza politica parlamentare ad ora, ha fatto una proposta sensata sulla crisi e contro i trattati internazionali che ci hanno messo al collo il cappio dell'austerity. Il M5S grida all'inciucio, ma ad ora sta facendo la figura di chi diceva di cambiare tutto ed alla fine è stato il miglior strumento per non cambiare niente.

RIAPRIAMO LE FABBRICHE, CREIAMO POSTI DI LAVORO! ESTENDIAMO IL CONFLITTO, COSTRUIAMO L’ALTERNATIVA!

Promuovono: Comitato No Debito, Comitato Resistenza Operaia
Per aderire all’appello scrivere a:  riaprirelefabbriche@libero.it



Lo stabilimento Irisbus della Valle Ufita in provincia di Avellino è avviatoalla chiusura ed allo smantellamento, ma il Comitato di Resistenza Operaia nato dalla determinazione di un gruppo di operai della fabbrica e dai cittadini schierati in loro difesa non vogliono arrendersi. La loro mobilitazione è volta a riprendersi lo stabilimento e riavviare la produzione. Per questa ragione, e da questo luogo simbolo di mille realtà diffuse nel paese, vogliamo ripartire e riprendere la riflessione necessaria ad elaborare soluzioni praticabili qui ed ora, dall’autogestione alla nazionalizzazione degli stabilimenti in dismissione, ad organizzare la lotta coordinata con le altre mobilitazioni in corso, a costruire una campagna nazionale che imponga all’ordine del giorno il Lavoro!

Il nostro paese è devastato dagli effetti della crisi generale del sistema capitalista: da un lato smantellamento e distruzione dell’apparato industriale, licenziamenti, cassa integrazione e crescita vertiginosa dei tassi di disoccupazione, dall’altro le politiche messe in campo dagli ultimi governi Prodi- Berlusconi- Monti con il sostegno del Parlamento e la regia di Napolitano in accordo con i Marchionne di turno, gli speculatori finanziari, il Vaticano, la BCE, le Organizzazioni Criminali, la Nato, gli USA e l’UE.


Una molteplicità di provvedimenti che hanno puntato allo smantellamento dello Stato Sociale, all’ eliminazione della democrazia sindacale e alla repressione sistematica del conflitto.

Emblematiche le vicende dell’Alcoa, dell’Ilva di Taranto, della Sevel di Termoli, della Ginori fiorentina, della Fiat di Torino, di Cassino, di Melfi o di Pomigliano D’Arco, dell’Irisbus di Avellino o ancora delle “società partecipate” di servizio che vanno verso la chiusura lasciando senza stipendio centinaia di migliaia di famiglie….e ancora lo smantellamento della sanità pubblica come ci raccontano i comitati di lotta del San Raffaele di Milano o del Maresca di Torre del Greco….i soldi per i servizi necessari non ci sono e il lavoro non c’è…continuano a ripetere e a dire che bisogna tagliare perché bisogna ridurre il debito pubblico, ma a fronte di tanta miseria cui ci hanno condotto il debito pubblico continua ad aumentare!!!

I fatti, però, hanno la testa dura e dimostrano che i soldi per fare intrallazzi, per far pagare stipendi d’oro a ad amministratori delegati, notabili, clero, per acquistare F35, per finanziare grandi opere…ci sono e sono tanti, cifre astronomiche!

La realtà ci mostra che per rimettere in piedi il nostro paese, foss’anche solo per bonificarlo dalla devastazione ambientale, di lavoro da fare ce n’è tanto e ce n’è per tutti! Riconoscerlo e mettere in atto misure per realizzarlo, elaborare un Piano del Lavoro per il paese, è solo questione di volontà politica! Senza lavoro, senza un salario non c’è progresso, né democraziae né dignità!
E’ possibile far fronte a tutto ciò? E’ possibile riprenderci e conquistare ciò di cui abbiamo bisogno? E’ ormai palese che continuare a rivendicare ad un qualche governo emanazione dei poteri forti i nostri diritti non è sufficiente, da parte loro non c’è nessuna intenzione di soddisfare le nostre rivendicazioni.
E’ necessario costruire un’alternativa politica all’UE del debito, della macelleria sociale, dei padroni e delle banche!
E’ necessario qui ed ora connettere le lotte per iniziare a praticare le soluzioni ai nostri problemi, senza più deleghe né attendismi.

A partire dalle fabbriche e dai territori in lotta per la difesa dei diritti della maggioranza, dalla Val Susa alla classe operaia che non si è piegata a Pomigliano, Mirafiori, Melfi, Taranto, Termoli... dagli operai dell'ALCOA ai
lavoratori dell'ospedale S. Raffaele di Milano, dai lavoratori dell'Ikea al Comitato di Cittadini Liberi e Pensanti di Taranto, dagli operai che occupano le fabbriche minacciate di chiusura al movimento dei beni comuni fino ad arrivare al movimento studentesco, è necessario coordinare le azioni di lotta e confrontarsi per iniziare ad elaborare e sperimentare la messa in campo di possibili misure atte alla ripresa delle produzioni utili alla collettività o alla conversione di quelle dannose, salvaguardando i posti di lavoro, i diritti e le condizioni di vita dei territori, creando nuovi posti di lavoro.


Il 6 Aprile ad Avellino vogliamo costruire un’assemblea pubblica delle realtà in lotta, degli operai, dei precari, dei disoccupati, degli studenti, dei cittadini che in questi mesi si sono organizzati per opporre resistenza all’avanzare della crisi nelle sue molteplici forme.

Invitiamo a partecipare tutti coloro tra intellettuali, tecnici specialisti, rappresentanti istituzionali progressisti che a vario titolo possono o dicono di voler dare un contributo alla rinascita del paese.



ASSEMBLEA PUBBLICA - SABATO 6 APRILE Ore 16,00 presso Seconda Università di Napoli-Grottaminarda, via Francesco Flammia, Grottaminarda (AV)
a cento metri dall'uscita dell'autostrada di Grottaminarda.

Promuovono: Comitato No Debito, Comitato Resistenza Operaia
Per aderire all’appello scrivere a: riaprirelefabbriche@libero.it




Adesioni al 28.03.13
Esponenti della società civile, della sinistra sindacale e dei partiti
Giorgio Cremaschi (Rete 28 aprile Cgil)
Paolo Sabatini (USB Lavoro privato - esecutivo nazionale)
Giulietto Chiesa (presidente di Alternativa)
Ugo Mattei (giurista)
Valerio Evangelisti (scrittore)
Sergio Bellavita (Rete 28 aprile Cgil)
Franco Russo (Forum diritti/lavoro)
Moreno Pasquinelli (Movimento Popolare di Liberazione)
Paolo Brini (Comitato Centrale Fiom-Cgil)
Marco Ferrando (Partito Comunista dei Lavoratori)
Giovanni Russo Spena (direzione nazionale di Rifondazione Comunista)
Franco Turigliatto (Sinistra Critica)
Prof. Francesco Musumeci vice presidente ISDE ( medici per l'ambiente sezione di Salerno )
Tecnici impegnati nella lotta per riavviare la produzione nelle fabbriche chiuse o in crisi
Mirko Sangalli (M5S Bg, tecnico specializzato in progetti per il riavvio della produzione)
Fabbriche in lotta e RSU
RI-MAFLOW di Trezzano sul Naviglio
COBAS Richard Ginori
Massimiliano Murgo (RSU FIOM Marcegaglia Buildtech Milano)
Sandro Pescopagano (rsu-rls CUB industrie Zignago Portogruaro Venezia)
Domenico Loffredo (FIOM Pomigliano)
Marielena Muffato (FISAC CGIL, Rete 28 Aprile)
Fabio Frati (CUB trasporti)
Coordinamenti di lavoratori e operai
Coordinamento lavoratrici e lavoratori autoconvocat* - contro la crisi
Assemblea dei lavoratori e delle lavoratrici in mobilità della Fini Compressori di Bologna
No Austerity - Coordinamento delle lotte
Coordinamento delle aziende partecipate (Campania)
Sindacati
Rete 28 Aprile
USB Lavoro Privato
Confederazione Cobas
Sindacato Lavoratori in Lotta – per il sindacato di classe
Unione Sindacale Italiana (USI)  
Giornalisti e redazioni progressiste
Redazione di Penna Biro
Jacopo Venier (Libera TV)
Sandro Moiso, insegnante e redattore di Carmilla On Line
Radio Vostok
Redazione Nuova Alba
Collettivi, organizzazioni e coordinamenti politici
Comitato No Debito (Milano)
Comitato No Debito (Napoli)
Rete dei Comunisti
Partito dei CARC

Laboratorio Politico Iskra
Comunisti per l'Organizzazione di Classe
PCL
Sinistra Critica
Rete No Commons - Napoli
CAU - Collettivo Autorganizzato Universitario Clash City Workers
PdAC - Campania
Coordinamento provinciale Napoli Giovani Comunisti/e  
Federazione Irpina PRC
Circolo PRC "G. Di Vittorio" Gesualdo (Av) 
Rouge spazi pubblici autogestiti
PRC federazione provincia di Salerno

Il minatore rosso intervista Barbara Balzerani .

Antonello Tiddia


Il 27 aprile a Cagliari ci sarà la presentazione del libro ‘ Compagna Luna ‘ di Barbara Balzerani.

Barbara Balzerani fu dirigente della colonna romana delle Brigate Rosse, cui aderì nel 1975, e prese parte a numerose azioni militari, come quella di via Fani. Durante il sequestro di Aldo Moro occupò assieme a Moretti la base brigatista di Via Gradoli 96 a Roma, la cui scoperta a causa della banale perdita di una tubatura, produsse uno degli argomenti principali delle ricostruzioni dietrologiche e delle teorie dei misteri. Né Balzerani né Moretti erano presenti nella base nel momento dell'intervento delle Forze dell'ordine e scamparono così all'arresto. Nel 1981 partecipò al sequestro del generale della NATO James Lee Dozier. Dopo l'arresto di Mario Moretti nel 1981, tentò senza successo di gestire la scissione dell'organizzazione, guidando poi la fazione delle "Brigate Rosse - Partito Comunista Combattente", mentre l'altra ala, detta "Brigate Rosse - Partito Guerriglia" fu capeggiata da Giovanni Senzani. Dopo il declino e la crisi delle BR, Balzerani fu tra gli ultimi militanti ad essere arrestata il 19 giugno 1985, assieme a Gianni Pelosi. Al momento dell'arresto aveva una pistola calibro 9. È stata condannata all'ergastolo. È tornata definitivamente in libertà, avendo scontato la pena, nel 2011. Ha lavorato in diverse cooperative, occupandosi di informatica e poi di progettazione di interventi sociali.  Ha scritto vari libri:
                        Compagna luna, Feltrinelli, 1998
                        La sirena delle cinque Jacabook, 2003
                        Perché io, perché non tu DeriveApprodi, 2009
                        Cronaca di un'attesa DeriveApprodi, 2011
                        Compagna luna è stato ristampato da DerivApprodi, 2013

Dopo la presentazione del libro “ Maelstrom “ di un altro ex brigatista Salvatore Ricciardi, stiamo continuando questo lavoro di analisi di quegli anni senza condannare nessuno e senza enfatizzare il fenomeno. Pongo quindi cinque domande a Barbara .

- Barbara  prima di parlare del tuo libro e di farti delle domande che entrano più nei dettagli. Sicuramente sei a conoscenza delle varie lotte fatte negli ultimi tempi in Sardegna. Lotte di lavoratori che vedono le fabbriche chiuse, pastori, artigiani che protestano in svariati modi. Che idea ti sei fatta della colonizzazione fatta negli anni dall’Italia nei confronti dell’isola, che detiene il record di basi militari, carceri ecc.. e come sempre lo Stato Italiano combatte il tutto con la repressione ( vedi operazione Arcadia ) cosa ne pensi ?
- Ti racconto un piccolo episodio: molti anni fa sono sbarcata per la prima volta nella vostra terra diretta sulla costa nord. Dopo qualche giorno di slalom tra divieti e guardie private armate, io e i miei compagni di viaggio abbiamo capito che non saremmo mai riusciti a campeggiare liberamente come in quegli anni si faceva ovunque. Il mare riuscivamo a vederlo solo in lontananza dalle strade sbarrate dei villaggi turistici. Tutto privatizzato! E un’ostilità inequivocabile da parte dei nuovi padroni di terra, aria, mare, strade e accessi, tutti, grandi e piccoli, con accenti del nord Italia. A un passaggio a livello, sotto il sole di agosto, ci hanno ospitato due casellanti, madre e figlio. All’ombra di un pergolato, tra acqua fresca, pane e formaggio, è stato facile capirsi. Il ragazzo aveva lavorato in uno dei tanti cantieri dei villaggi della costa e a conclusione dei lavori, il prezzo di una birra nel bar appena aperto gli aveva fatto capire che non avrebbe più potuto metterci piede. “Come avete fatto a farvi colonizzare così la vostra isola?”, mi è venuto spontaneo chiedere? Solita storia di false promesse di posti di lavoro e maggiore benessere. Il risultato stampato nella faccia dei due nostri ospiti, colpiti prima di tutto nella loro dignità calpestata e nel dolore di dover assistere alla trasfigurazione e alla militarizzazione della loro terra ricca di storia e antiche tradizioni. Che risponderti? Stiamo assistendo alla messa a regime della conversione dei sistemi economici produttivi nazionali in quello finanziario transnazionale che è stata preparata negli ultimi decenni con il sostegno di tutte le forze politiche parlamentari e sindacali. Il liberismo è diventato cultura politica dominante e le risorse drenate dal “sociale” a favore dell’apparato affaristico del mercato mondiale del denaro sono state fatte passare come “sacrifici necessari” per il futuro Bengodi di nuovo sviluppo. Senza se e senza ma i poteri forti stanno marciando sui loro obiettivi e travolgono a suon di devastazione, militarizzazione dei territori e repressione poliziesco/giudiziaria ogni espressione di resistenza. Questo ha spostato l’equilibrio dei rapporti di forza che possono risultare favorevoli principalmente dove sono popolazioni intere e non singole categorie a lottare per un’alternativa di sistema basata su altre scelte fondamentali: come vivere, come lavorare, come studiare, cosa produrre, quali bisogni soddisfare, come fare comunità, cultura, conoscenza, come partecipare alle decisioni sulle priorità che riguardano tutti. A partire dalle differenze di storia e condizioni dei territori e dalla evidente l’interdipendenza tra locale e globale, se non vogliamo rimanere schiacciati e impotenti di fronte a decisioni che ci sovrastano ormai anche a livello nazionale, dobbiamo imparare a riconquistare l’egemonia politica e culturale a partire dalla soglia di casa, dai diritti delle persone e dalla salvaguardia dei beni comuni su cui deve essere intransigente l’indisponibilità a trattare. Soprattutto in luoghi come la vostra terra, impoverita, militarizzata e depredata oltre ogni limite.     

-          Il tuo libro "Compagna Luna"  volutamente non è la storia delle Brigate Rosse, ma un'autobiografia storicamente contestualizzata, narrata in terza persona, con uno stile che rispecchia con grande evidenza il carattere dell'autrice. Determinata e nello stesso tempo fragile e dubbiosa. Il libro narra di una bambina nata nel 1949 nella periferia romana, da una famiglia numerosa e decorosamente povera, di un padre licenziato perché ammalatosi sul lavoro, di una madre sempre troppo stanca al ritorno dalla fabbrica per potersi concedere il "lusso della tenerezza" verso la piccola Barbara che, crescendo, nella madre vedeva il mondo da cui voleva fuggire e la figura femminile su cui, più che su altre. Quella madre che avrebbe tanto amato da scegliere il suo nome, Maria, come nome di battaglia da brigatista. Cosa puoi dire di più di questo libro ? Ho molto apprezzato il tuo libro, il fatto che sfugge alle catalogazioni sterili del mondo letterario .
-          “Compagna Luna” è stata la mia prima ripresa di parola dopo la militanza nelle BR. Su quella storia era calata come una mannaia la scure delle ricostruzioni ufficiali che ne hanno fatto scempio, riducendola a una sequela di fatti criminali, diretti da forze occulte, completamente scollegati dalle dinamiche politiche di questo paese. La mia esigenza è stata di provare a raccontarla sottraendomi al gioco perdente delle tesi contrapposte, delle giustificazioni e delle spiegazioni ma scegliendo un altro piano di linguaggio comunicativo: quello proprio del racconto di una storia personale rivolta ai tanti e tante rimasti senza voce dopo la rivolta degli anni ‘70. Il mio tentativo è stato quello di svelare che dietro il trucco semantico della riduzione ad “ex” dei militanti rivoluzionari, figuranti decontestualizzati nel teatrino delle ricostruzioni di comodo, ci fosse un pezzo importante della storia sociale delle classi subalterne di questo paese, la loro condizione, la loro emancipazione e la loro sconfitta. Dentro questo sono nate, vissute e morte anche le Brigate Rosse. Questo mi interessava: ritrovare il senso collettivo di una memoria dei tanti e tante che hanno vissuto quella straordinaria e diversificata stagione di lotte e di conquiste, condannata e sfigurata nella narrazione dei vincitori e dei loro galoppini che ha lasciato insoluto e senza risposte le ragioni di uno scontro sociale e politico che ha coinvolto il paese e ne ha condizionato la storia. In questo percorso di scrittura “Compagna luna” è stata la prima tappa di un doloroso viaggio di ritorno in solitaria in un mondo ostile e irriconoscibile dopo gli anni separati della galera.   

Hai detto «Non mi riconosco in nessuna categoria. La distinzione tra pentiti, dissociati e irriducibili rappresenta un artificio semplificatorio. Io non ho voluto ricorrere ai premi previsti dalle leggi eccezionali nei confronti di chi collabora. Non faccio nomi, non mando compagni in galera, ma non significa che non veda i nostri errori passati e non giudichi l’esperienza armata del tutto chiusa». [Dell’Arti-Parrini 2008] Puoi spiegare meglio ai lettori questa tua importante dichiarazione ?
Quelle categorie sono figlie della cultura e della legislazione speciale che ha distribuito premi e punizioni ai reduci della lotta armata degli anni ’70 e ha ridotto a schemetto semplificato il dramma di un pezzo di generazione sconfitta e seppellita da secoli di galera. A ben vedere si possono applicare a un più ampio schieramento politico, a tutti quelli che “volevano fare la rivoluzione”, che ci hanno persino adulato e hanno “tifato” per noi, e che poi, nella sconfitta, si sono “pentiti” dei loro eccessi di gioventù e hanno riscoperto le bellezze e, soprattutto, le convenienze del migliore dei mondi possibili. Naturalmente non sto condannando né ripensamenti né autocritiche, ognuno è legittimato a ripensare la propria esperienza, ma il commercio delle indulgenze che se ne è fatto, perché non sono stati consentiti né confronto né rielaborazione critica sulle proprie e altrui responsabilità politiche in quello scontro. La battaglia per una soluzione politica di liberazione degli anni ’70 dalle ricostruzioni di parte per riconsegnarla intera alla società, è stata l’ultima battaglia persa e ci hanno lasciato solo due strade: o passare sotto la gogna di riconoscere solo le ragioni del vincitore oppure rimanere schiacciati sulle posizioni di chi ha continuato a proporre l’attualità della lotta armata, in tutta evidenza improponibile. La “terza strada” quella di chi come me ha dichiarato chiusa quella stagione insieme all’indisponibilità di imbattersi nelle illuminazioni su qualche via di Damasco, ha comportato un’espiazione delle condanne giudiziarie per intero e la negazione del diritto di parola, a supplemento di pena. Sui “pentiti” (edulcorazione della categoria dei delatori per attribuirgli un valore morale da sacrestia) c’è poco da dire, storicamente i Giuda sono sempre stati disprezzati sia da chi se ne è servito sia dalle loro vittime. Sulla dissociazione invece va fatto un ragionamento a parte perché rappresenta una operazione politica ideata soprattutto dell’allora partito comunista che è riuscito ad estorcere umilianti dichiarazioni di abiura in cambio di sconti di pena, e così a coronare il suo disegno di togliere ogni ragione (politica, sociale, persino morale) alla scelta armata per bocca dei suoi ex militanti. E questo al di là delle buone intenzioni dei singoli, quando c’erano. A quei tempi Franco Fortini scriveva che lui non giudicava, perché non poteva dire cosa avrebbe fatto nelle stesse condizioni dei prigionieri politici che si dissociavano, ma che una cosa non perdonava loro: aver dato ragione all’ex nemico, che non ne aveva alcuna. Condivido.
Quanto all’irriducibilità. Che vuol dire? Omologare chiunque non abbia voluto scegliere le altre due vie a una continuità con un passato che non passa perché è sempre comodo ritirarne fuori il fantasma, specie per agitarlo contro i movimenti attuali. Le polemiche per il funerale di Prospero Gallinari ne sono l’ennesima triste dimostrazione. Per non parlare del gridare alla emergenza di un “pericolo terrorista” ovunque le lotte si radicalizzano.      

Cosa rimane oggi della lotta armata? 
Per quanto mi riguarda principalmente il rammarico di non essere riusciti a sottrarre quel pezzo di storia dalle mani di chi ne ha fatto uso e consumo per fini opportunistici e di puntello a un sistema impresentabile. L’operazione di mistificazione che è stata fatta è andata in profondità e, soprattutto nei riguardi delle nuove generazioni, questo è un danno perché non conoscere produce rigetto o emulazione acritica. In ogni caso sottrae elementi importanti di comprensione del mondo attuale che l’esito di quello scontro ha contribuito fortemente a configurare. Rimangono i compagni, i valori, le esperienza di vita, l’impegno specchiato di militanza rivoluzionaria, l’assunzione di un esercizio di responsabilità. Rimane la libertà di chi non ha svenduto le ragioni delle proprie scelte, pur riconoscendone i limiti e gli errori. E un insegnamento sempre valido: non delegare e credere mai che non si possa fare niente per provare a cambiare lo stato presente di cose, anche quando la rivoluzione non è all’ordine del giorno. L’odio verso gli indifferenti è sempre una valida prescrizione morale.

Il tuo caro amico Erri De Luca ha detto questa frase la condividi?
Non so in che contesto Erri abbia detto questa frase. Mi pare di capire che abbia inteso sottolineare una differenza tra la militanza politica e la produzione artistica in polemica con il ceto dei mestieranti della parola quasi mai disponibili a spendersi per cause con cui non si fa carriera. La produzione artistica non dovrebbe lanciare messaggi, non dovrebbe essere finalizzata a convincere nessuno o a propagandare un’idea ma comunicare uno stato d’animo, una condizione umana, la memoria di un vissuto e di chi non c’è più. Per questo un testo di saggistica scade e la poesia attraversa i secoli e continua a parlarci e, in certe condizioni estreme, a salvarci.