"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"
La comunità dove l’ex dittatore nacque nel 1925 non vuole che il corpo di Videla venga sepolto nel cimitero locale. L’odio per l’aguzzino è ancora vivo.
Secondo il rapporto medico del carcere dove era da tempo rinchiuso l’ex dittatore Jorge Videla sarebbe stato trovato senza vita sul wc della sua cella venerdì scorso. L’anziano criminale sarebbe stato stroncato da un attacco cardiaco in conseguenza delle lesioni e delle fratture che aveva riportato pochi giorni prima in seguito ad una rovinosa caduta nella doccia del penitenziario. Gli anticoagulanti che gli erano stati somministrati in seguito alla caduta gli avrebbero provocato una emorragia interna con conseguente arresto cardiaco. Ma non è sui particolari della sua morte che si concentra in questi giorni l’attenzione dell’opinione pubblica argentina e latinoamericana. Videla se n’è andato senza mai essersi pentito dei suoi crimini e senza aver rivelato informazioni che le associazioni dei desaparecidos e delle vittime delle torture e delle uccisioni sommarie chiedono da tempo. ''Purtroppo Videla ci lascia un grande silenzio: non ha mai voluto dire alle Madres che fine hanno fatto i loro 30 mila figli scomparsi, né alle Abuelas dove sono i 400 nipoti che ancora cerchiamo. Noi l'abbiamo sempre chiesto, ma ha mantenuto questo 'patto del silenzio' così come gli altri militari'' ha ricordato in un'intervista Manuel Goncalves, figlio di desaparecidos e rappresentante della Commissione direttiva delle 'Abuelas (nonne, ndr) de Plaza de Mayo'. ''Per noi, per l'Argentina, é molto importante che sia morto con una condanna sulle spalle - precisa -. Abbiamo potuto dirgli come società quello che pensavamo di lui. Tutti sanno e riconoscono adesso quali sono state le sue responsabilità. Fino a pochi anni fa i responsabili della dittatura morivano impuniti. Con i processi già conclusi e con quelli in corso non potrà più accadere''. ''Ci sono state fino ad oggi 400 condanne e ci sono ancora 10 processi aperti - spiega ancora Goncalves-. I tempi sono lunghi anche perché e' stato scelto di non affidare questi procedimenti sui crimini della dittatura a una giustizia speciale, ma ai tribunali ordinari. Molti militari ormai sono in cella, la tappa successiva sarà arrivare a individuare le responsabilità anche per i civili, giudici, funzionari, religiosi che hanno dato sostegno attivo alla repressione e agli abusi dei golpisti''. L’odio per Videla e per ciò che rappresenta è ancora vivo tra la maggioranza degli argentini. Anche nella città di Mercedes, luogo dove nacque l'ex dittatore. Videla é nato il 2 agosto del 1925 in questa sonnolenta cittadina di 52mila abitanti, a 100 chilometri dalla capitale Buenos Aires. Ora però la comunità di Mercedes non vuole che il suo corpo venga sepolto nella tomba di famiglia del cimitero locale. All'ingresso del camposanto, in segno di protesta, sono stati esposti cartelli con i volti di 22 concittadini scomparsi durante la dittatura, di cui si ignora il destino e di cui non sono mai stati ritrovati i corpi. La sezione locale del Partito Comunista ha convocato per domani una manifestazione. "Non vogliamo ospitare i resti del maggior genocida argentina, né trasformarci in un centro di pellegrinaggio del fascismo argentino" si legge in un comunicato diffuso da un'associazione cittadina, Forja Mercedes, che chiede un chiaro pronunciamento del Consiglio comunale. Per il momento ad attivarsi é stato il responsabile municipale per i Diritti umani, Marcelo Melo, che ha portato al cimitero i cartelli con i volti dei 22 'desaparecidos', utilizzati per manifestazioni nelle scuole. Secondo alcune fonti la famiglia potrebbe scegliere di far seppellire l’ex militare nel cimitero privato di Pilar, alla periferia di Buenos Aires ma non ci sono conferme in questo senso. "Abbiamo sofferto talmente tanto durante la dittatura che non vogliamo che sia sepolto in questa città", ha detto un'impiegata di 55 anni di Mercedes. "Che lo buttino a mare, come ha fatto lui con noi" ha detto ai giornalisti Ayelen Mainery, una giovane abitante di Mercedes, che provocatoriamente ha proposto che l’ex dittatore faccia la stessa fine da lui riservata per anni a centinaia, migliaia di giovani oppositori politici che vennero fatti scomparire dal regime, lanciati dagli aerei – in alcuni casi ancora vivi - nel Rio de la Plata.
1) Lupi a San Siro, ma a fa che, de preciso, nse sa.
2) La bella perchè bella majetta der Milan color oro saiwa.
3) Centrocampo Perrotta-Bradley ovvero Operazione Piedi Buoni
4) Lobont in porta ovvero Fratello Franco dove sei.
5) Marquinho uomo più pericoloso dopo mezz’ora ovvero le buste al potere.
6) Muntari e quer brutto problema co la caffeina.
7) Psichiatra di Muntari DIMETTITI.
8) Chiedese quanti de quelli che fanno BUU a Balotelli c’avrebbero le palle de fajelo trovandocese di fronte, e pensà che de cose brutte a Balotelli se ne possono dì talmente tante che è anche inutile arivà a esse così stronzi pe digliene una.
9) Dodò già malinconico pe la fine de st’esperienza bellissima che è il Progetto Erasmus.
10) Marquinhos aperto a mo’ de compasso se tocca la coscia e noi pensamo CAZZO ER DERBY!
11) Marquinhos se rialza e sta bene e noi pensamo CAZZO ER DERBY!
12) La vita che scorre e noi comunque CAZZO ER DERBY!
13) La superiorità numerica inutile e quasi controproducente.
14) Cherigazzino Liedholm.
15) Ercapitano che come sempre ce mette na pezza e ristabilisce l’uguaglianza numerica co na pezza.
16) Mexes morto pe alcuni minuti de quel male incurabile meglio conosciuto come “Manata”.
17) Mexes comunque sempre attivo nel sociale co la campagna “Fatte fa i capelli da un non vedente”.
18) I minuti che passano come i terzini sinsitri a Roma, senza senso.
19) Inquadrature dell’allenatore loro e giocasse subito, in anticipo su eventuali conferme ufficiali, er più facile dei “qua nun c’è proprio niente da sta Allegri”.
20) Fasse insegnà dar triplice che pure na battuta scontata può avé la sua dose de verità.
la lotta esemplare dei lavoratori delle cooperative
Dopo il successo del precedente sciopero nazionale del 22 marzo, lo sciopero della logistica e del trasporto merci del 15 maggio proclamato dai sindacati di base (Si.Cobas, Adl Cobas e Cobas) per il rinnovo del Ccnl ha permesso alla lotta di fare nuovi passi in avanti. Le città coinvolte nello sciopero sono state persino di più di quelle del già riuscitissimo precedente sciopero nazionale, con un'estensione della lotta in nuove regioni. Soprattutto, l'adesione allo sciopero - là nelle aziende dove i sindacati sono presenti - è stata altissima, in molti casi pari al 100%, o quasi.
Una lotta animata dagli immigrati
Sono molte le lotte che percorrono il nostro Paese. Sono lotte - picchetti permanenti davanti alle aziende, scioperi prolungati, occupazioni di fabbriche - dimenticate dai mass media e che, fino ad oggi, spesso sono rimaste isolate, sia per volontà dei padroni e delle burocrazie sindacali (di Cisl, Uil e Cgil), sia per la mancanza di strutture di coordinamento in grado di unificarle. Tra tutte queste lotte, crediamo che la lotta degli operai delle cooperative del settore della logistica e del trasporto merci meriti un'attenzione particolare. Prima di tutto, è una lotta animata da operai immigrati, cioè da quel settore della classe lavoratrice che subisce le peggiori condizioni di sfruttamento e oppressione. Sono operai tenuti sotto ricatto a causa di una legge - la Bossi-Fini - che vincola la loro permanenza sul suolo italiano al possesso di un contratto di lavoro. Un lavoratore immigrato privo di contratto diventa automaticamente clandestino e, di conseguenza, rischia la reclusione nei Cie (i famigerati lager in cui vengono rinchiusi gli immigrati privi di permesso di soggiorno) e poi l'espulsione. Questa condizione di ricattabilità della manodopera immigrata è diventata un'occasione di guadagno per centinaia di padroni e padroncini, che ne hanno approfittato per imporre condizioni di lavoro schiavistiche e calpestare vite umane. Sei immigrato e vuoi lavorare? Bene, allora accetta quello che ti propongo e non fiatare. E' questo ragionamento che ha indotto molti padroncini a caccia di profitti facili a creare delle "cooperative" che, di concerto con committenti a caccia di risparmi facili (dalla Tnt alla Sda, dalla Gls all'Ups, ecc.), hanno istituito una variante del ventunesimo secolo di lavoro schiavistico. Prima della straordinaria stagione di lotte dei lavoratori delle cooperative (iniziata all'Esselunga di Pioltello e alla Garticol Scarl Basiano due anni fa, poi estesasi all'Ikea di Piacenza e oggi diffusa su tutto il territorio nazionale), per questi padroni la vita era molto facile: le aziende committenti evitavano la "rogna" di assumere dipendenti limitandosi a esternalizzare il servizio a una cooperativa; la cooperativa impiegava manodopera immigrata disposta a tutto pur di lavorare. Le condizioni di lavoro? pagamenti in nero (con buste paga di zero euro in cui i soci della cooperativa risultavano in perenne aspettativa, come alla Tnt di Piacenza), retribuzioni miserrime, ritmi di lavoro estenuanti senza limiti di orario, in sfregio allo stesso Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro. Questi padroni e padroncini potevano contare su un fido alleato: le burocrazie dei sindacati concertativi (Cgil in testa), che, come sempre fanno, invitavano i lavoratori alla rassegnazione ("in tempi di crisi è già tanto se lavorate": un ritornello che spesso sentiamo ripetuto proprio dai burocrati della Cgil). Le cose per i padroni sono andate bene finché questi lavoratori non hanno cominciato a organizzarsi col sindacato di base (il Si.Cobas, anzitutto): dimostrando una grande unità e determinazione, hanno dato vita a una stagione di lotte - fatta di scioperi prolungati, picchetti quotidiani davanti alle aziende e ai centri di smistamento, manifestazioni di protesta - che ha permesso di ribaltare i rapporti di forza. Le cooperative sono state in molti casi costrette a riconoscere i diritti negati, a concedere aumenti salariali e a reintegrare i lavoratori pretestuosamente licenziati.
Non è coi compromessi che si strappano vittorie
Questi lavoratori immigrati stanno dando un'importante lezione a tutta la classe lavoratrice in Italia: non è coi compromessi al ribasso, o piegando la testa davanti ai padroni, che si ottengono risultati, ma, al contrario, con la lotta dura. E quella degli operai della logistica non si è piegata nemmeno di fronte a una repressione brutale. All'Esselunga di Pioltello furono utilizzate bande di crumiri e persone pagate dall'azienda per aggredire il picchetto degli scioperanti; numerose sono state le cariche della polizia, da Basiano a Piacenza a Bologna. Molti lavoratori che hanno dato vita alle azioni di lotta sono stati licenziati, licenziamenti che il Si.Cobas ha giustamente definito "licenziamenti politici": dai lavoratori di Pioltello e Basiano, ai lavoratori dell'Ikea (poi reintegrati dall'azienda grazie al successo dello sciopero prolungato), ai recenti licenziamenti nel bolognese. Dove non arrivano licenziamenti, fioccano provvedimenti disciplinari, sospensioni, in alcuni casi (come alla Granarolo) solo per aver fatto dichiarazioni "lesive dell'immagine dell'azienda" (sic!) in un'intervista-video su youtube. Non solo: il coordinatore nazionale del Si.Cobas, Aldo Milani, ha ricevuto dalla questura di Piacenza un foglio di via dalla città. E' una misura fascista che, utilizzata contro un dirigente sindacale, dà il segno del timore che i padroni e gli apparati repressivi dello Stato borghese hanno di questa mobilitazione. Proprio in questi giorni, la Commissione di garanzia per gli scioperi - nell'evidente tentativo di stroncare la lotta - ha dichiarato illegittimi gli scioperi delle cooperative che lavorano per la Granarolo e la centrale Adriatica (che distribuiscono il latte e riforniscono i supermercati Coop), definendo la distribuzione di queste merci "servizi pubblici essenziali". Questo significa che, secondo lo Stato dei padroni, d'ora in poi se vorranno scioperare i lavoratori dovranno rispettare la legge 146 del 1990, che prevede l'obbligo di preavviso e impedisce lo sciopero prolungato. E' una legge che è stata voluta e condivisa dalla Cgil (oltre che dalla Cisl e dalla Uil) e che oggi i padroni impiegano per impedire, anche nel privato, l'esercizio del diritto di sciopero. Come nel pubblico impiego, i lavoratori che non rispettano il preavviso rischiano sanzioni penali e, in caso di licenziamento, non hanno il diritto di rivalersi.
Una lotta contro il capitalismo
In questa vertenza non sono in gioco solo la difesa del posto di lavoro, il rinnovo del Contratto Collettivo del settore. Come i principali esponenti di questa lotta hanno più volte dichiarato: è una lotta contro il sistema capitalistico. Un sistema che, tanto più nell'attuale fase di crisi, si basa sullo sfruttamento del lavoro salariato: quanto meno l'operaio guadagna, tanto più il padrone si arricchisce. E' per questo che da questa lotta pensiamo possa nascere, anche in Italia, una mobilitazione importante, in grado di rovesciare gli attuali rapporti di forza e cominciare finalmente a segnare vittorie per la classe lavoratrice, nella prospettiva di abbattere questo sistema economico e sociale. E' una lotta che si contrappone agli apparati burocratici sindacali concertativi e di cui i padroni (e lo Stato che li difende) hanno una grande paura. I burocrati dei sindacati concertativi spiegano ai lavoratori che "per strappare risultati bisogna abbassare il livello dello scontro". Ma i lavoratori delle cooperative conoscono invece un'altra lezione: solo non abbassando il livello del conflitto, solo restando uniti nella lotta senza accettare compromessi al ribasso è possibile difendere il posto di lavoro e sconfiggere i padroni. Persino il tentativo di imporre la cassa integrazione ordinaria (strumento spesso usato dai padroni per ridurre i compensi, depotenziare l'arma dello sciopero e isolare i lavoratori) è stato respinto all'Ikea di Piacenza.
Non sarà facile per i padroni far piegare la schiena a lavoratori che hanno davanti a sé l'esempio delle rivoluzioni in corso nei loro Paesi di origine: dal Nord Africa al Medio Oriente. E non a caso, uno degli slogan più gridati durante le manifestazioni dei facchini è: "anche qui piazza Tahrir!". Ed è proprio così: questi lavoratori la loro piazza Tahrir se la stanno conquistando, con la lotta.
Estendere la lotta e la solidarietà!
Attorno alla lotta degli operai della logistica e del trasporto merci si è creata un'importante rete di solidarietà. Numerosi sono i lavoratori, i precari, gli studenti, gli attivisti politici e sindacali, diversamente collocati, che hanno portato solidarietà concreta agli scioperi e alle lotte dei lavoratori della logistica, e tra loro con grande convinzione i militanti del Partito di Alternativa Comunista. Pensiamo che ancora non basti. Questa battaglia potrà essere vinta solo se si allargherà ulteriormente il fronte della lotta. E' necessario che la lotta dei lavoratori della logistica si unisca a quella delle altre categorie di lavoratori, del pubblico e del privato; è necessario che siano sempre più numerose le organizzazioni sindacali, politiche e di movimento chiamate a portare la loro solidarietà ai picchetti e agli scioperi; è necessario che da qui parta una mobilitazione di massa di tutto il mondo del lavoro per respingere le misure di austerità del governo e respingere la legge razzista Bossi-Fini. Crediamo sia importante il fatto che i lavoratori della logistica abbiano partecipato alle iniziative del Coordinamento No Austerity: anche questo è un modo per allargare la rete di solidarietà attiva attorno alla loro lotta e costruire un rapporto concreto con le lotte di altri lavoratori. Soprattutto, è importante che i lavoratori della logistica abbiano portato la loro esperienza di lotta all'incontro internazionale di Parigi, da cui è nata la Rete Sindacale di Solidarietà e di Lotta (a cui anche il Si.Cobas ha aderito): ora la loro lotta è una lotta conosciuta sul piano internazionale. Il capitalismo è un sistema di sfruttamento internazionale: per questo anche la lotta per abbatterlo richiede strumenti di lotta e di organizzazione internazionali.
Ieri la ex sinistra
radicale e vintage si è
rimpossessata di quella parte di Roma che è sempre stata sua. Da p.zza della
Repubblica fino a San Giovanni sono tornate a sfilare bandire rosse con la
falce e martello e loro evoluzioni riformiste. Merito della FIOM e di altre
formazioni (Sel, Rifondazione, Comunisti Italiani, Pcl, e qualche grillino in
libera uscita) che con la manifestazione di ieri hanno voluto ricordare quanto
la popolazione sia in balia della povertà e della precarietà sociale per colpa
delle criminali scorribande del capitale finanziario. Questa drammatica situazione è nota a tutti,
tranne a chi siede nei palazzi governativi e, a volte, viene dimenticata anche
da chi sfilava in piazza ieri.
Persino la stessa FIOM di Landini,
organizzatrice della manifestazione, ha perso di vista la gravità del quadro
sociale quando ha appoggiato la CGIL nel condividere assieme a CISL, UIL e
padroni il nuovo patto per la concordia sindacale. Un accordo capestro in cui il
sindacato che risulta minoritario in una
fabbrica deve scomparire da quell’azienda . Non può esercitare attività, indire
assemblee o proclamare scioperi.
Ma questo è il prezzo che ognuno deve pagare
al nuovo clima di pacificazione. Si dà il caso però che la pace giova a
padroni, banchieri, speculatori
finanziari e puttanieri, mentre è devastante
per disoccupati, precari , pensionati e lavoratori, molti dei quali erano ieri
in piazza San Giovanni. Proprio i lavoratori hanno subito l’ennesimo sberleffo
dal governo dell’inciucio, nuova riedizione dell’associazione a delinquere “Garofano-Scudo
crociato”.
I soldi necessari per finanziare la cassa integrazione in deroga
fino a dicembre, sono stati recuperati dai fondi per la produttività, ovvero la
cassa integrazione in deroga verrà finanziata dagli stessi lavoratori. Non sia
mai che venga distratto un po’ di denaro dalle rendite finanziarie, quelle non
si toccano, ed è altresì impensabile disturbare le lobby militari e
distoglierle dai loro costosissimi giochetti costellati di inutili aeroplanini
già inservibili ancora prima di essere collaudati.
In realtà la benzina
raccattata dal fondo del barile è sufficiente a sostenere il lavoratori in
cassa integrazione solo fino a dicembre. Dopo di che ognuno si arrangi per
conto proprio. Se il buon giorno si vede dal mattino il governo Letta-Alfano
sarà sicuramente efficiente e solerte nell’assicurare una favolosa campagna
elettorale a Berlusconi, ma rimarrà in linea con gli esecutivi precedenti per
la pratica sistematica tendente a rubare dalle tasche dei lavoratori gli ultimi
spiccioli per girarli ai grandi speculatori finanziari.
Le decine di migliaia
di persone scese in piazza ieri a Roma
sono coscienti di questa situazione perché ne sono vittima. Rendiamo merito alla
FIOM e a tutte le persone che hanno riempito P.zza San Giovanni. E’ innegabile
che ultimamente nelle piazze italiane si incontrasse solo brutta gente, una
massa informe infarcita di cortigiani servi del cavaliere. Finalmente la partecipazione di
donne e uomini oneste, consapevoli e degne, alla manifestazione di ieri ha restituito
un minimo di dignità alla città di Roma.
C’è qualcuno però, a cominciare
da Landini, che è rimasto deluso dalla mancata presenza del Pd in forma
ufficiale. Una delusione che francamente ci sorprende. E’ da tempi immemori che il Pd ha smesso di
rappresentare i lavoratori, anzi probabilmente non li ha mai rappresentati, e
dunque a che titolo poteva scendere i piazza ieri affianco di quella classe che
ha sempre dileggiato e spernacchiato? “Lavoratori prrrr”. È lo slogan che il Pd
ha fatto suo dal film “I vitelloni”.
La
lezione che si deve trarre dalle ultime vicende accadute, compresa la
manifestazione di ieri, è che ormai gli interessi dei lavoratori devono essere
tutelati dai lavoratori stessi. Ben vengano le iniziative della FIOM, ma per
esercitare un’azione di difesa e promozione dei diritti della classe
subalterna, il movimento di Landini,
accanto alle manifestazioni di piazza, deve porre un’azione di contrasto vero a
certi soprusi ed evitare di cedere al sordido clima di pacificazione firmando
contratti capestro, con i padroni e i servi dei padroni.
Brani: Historie de l'ouvriere di Daniele Sepe e Quarant'anni dei Modena Ciy Ramblers
Foto: Eugenio Oi.
Editing: Luciano Granieri
Tre giorni continui di attacchi mediatici e politici alla Valle di Susa e al movimento no tav.
Proviamo per punti a raccontare la cruda realtà:
- L’azione di lunedì notte non è stata rivendicata, le uniche notizie che rimbalzano sui giornali arrivano direttamente dalla questura e dall’interno del cantiere.
Quasi ucciso poverino!
- La realtà è che non ci sono stati feriti e l’attacco è avvenuto alle cose e non alle persone. Un compressore annerito è l’unico “ferito”. Un po’ poco per giustificare un “tentato omicidio” a meno che anche il compressore sia considerato un operaio del cantiere.
- Quando il ministro degli interni Alfano, seguito dal solito coro bipartisan, parla “di atto terroristico e “ricerca del morto” o non sa di cosa parla o lo sa benissimo e falsifica deliberatamente i fatti reali, usando lui sì, toni terroristici.
-Noi temiamo che qualche povero cristo ci lascerà davvero le penne immolato sull’altare della “ragion di stato” e non per mano dei NO TAV, ma per cancellare i NO TAV dalla Storia e tutto questo ricorda maledettamente la “strategia della tensione” degli anni ’70 e 80.
- Ribadiamo che il tagliare le reti e il colpire macchinari sono azioni non violente.
- Il giorno dopo l’azione il piccolo presido no tav a ridosso delle reti è stato completamente devastato (da chi? visto che lì o ci sono i no tav o le forze dell’ordine?)… ma nessuno chiaramente ne parla…
- Ci chiediamo dove siano stati i ministri in questione che oggi sputano dure sentenze, quando le forze dell’ordine picchiavano e lanciavano lacrimogeni contro manifestanti inermi.
- Ci chiediamo dove fosse lo Stato quando la polizia compì un tentato omicidio durante lo sgombero della baita Clarea nel febbraio 2012, senza neanche fermare i lavori.
- Denunciamo come pretestuosa e intimidatoria la richiesta del senatore Stefano Espositodi procedere contro il giornalista Fabrizio Salmoni per “Istigazione a delinquere e minacce”, per il suo articolo C’è lavoratore e lavoratore: per esempio ci sono i crumiri“, ampiamente ripresa dai giornali e TV, mistificando il reale contenuto dell’articolo.
- Il ministro degli interni dovrebbe preoccuparsi delle ditte che lavorano all’interno del cantiere: l’altro ieri è arrivata la Pato Perforazioni di Rovigo: ditta a cui il 13 marzo è stata tolta la certificazione antimafia e guarda caso adesso lavora al cantiere della Maddalena aggiungendosi alle già molte altre ditte che hanno subito condanne in via definitiva per bancarotta fraudolenta, tangenti..ecc ecc.
-Così facendo svendono la nostra terra ai soliti mafiosi impuniti, sono complici della distruzione irreversibile della Val Clarea e in altre porzioni della valle, infischiandosene della vita e del futuro di chi la abita.
- Se pensano di intimorirci con le loro dichiarazioni roboanti si sbagliano. Noi a Chiomonte continueremo ad andarci e inizieremo da venerdì con l’ inizio della tre giorni di campeggio, che è un anticipo della lunga estate di lotta che il movimento no tav sta organizzando
Mentre la città tracolla sotto i colpi della disoccupazione, della chiusura delle attività, della perdita del lavoro, della alienazione dei beni, della riduzione dei servizi e del loro costo oramai fuori dalle possibilità della stragrande parte dei cittadini, si “rinfoca” il dibattito sulla costruzione del nuovo teatro, ancora una volta attizzato dalle forze di “opposizione” che attribuiscono al cemento un sinonimo di sviluppo.
Qualche anno a Frosinone fu riconosciuto un finanziamento per la costruzione di un teatro. SI pensava ad una struttura leggera, una specie di teatro tenda, ma la giunta Marini, in particolare l’assessore Mostarda, si oppose per cercare una strada per un “vero” teatro, uno lirico, da 800 posti in località casaleno! Una cosa che in Italia non si vede da decenni o più!
Ora fermo restando i dubbi sulla reale necessità del progetto dal punto di vista della politica e della tradizione culturale della città su cui poi torneremo, perché bruciare dai 12 ai 14 milioni di euro per l’ennesima cattedrale nel deserto. I soldi non sono nostri replicherebbero i fautori. Sbagliato. Perché se pure parte del finanziamento iniziale proviene da altre casse non è chiaro l’impegno nella costruzione da parte dell’ente e è poi comunque l’Amministrazione Comunale che definisce completamente il progetto con i servizi e le infrastrutture. Ricordiamo che Frosinone è una città di 48 mila abitanti…. A meno di 1 ora da Roma, la più popolosa città d’Italia.
E se pure i fondi dovessero essere trovati quanto costa il mantenimento di una struttura a regime? 300 mila euro all’anno, almeno. Quali manifestazioni di grande rilievo dovrebbero essere organizzate? E se pure vi si riuscisse, a quali prezzi per la popolazione?
La politica di sviluppo della città attraverso investimenti in mega strutture non è nuova, ma anzi si ripropone a ogni piè sospinto. La ricchezza della nostra imprenditoria passa soprattutto per l’edilizia e il riproporre grosse costruzioni con mega finanziamenti è il leit motiv costante nel tempo: l’ospedale nuovo di dimensioni medie, è costato almeno 100 milioni di euro; lo stadio Casaleno iniziato più volte, ma mai terminato completamente avrebbe previsto l’ospitalità di oltre 20.000 sportivi sulle tribune – la media oggi delle presenze degli spettatori alla partite del Frosinone forse è di 1500; le tribune acquistate e montate al Matusa sono costate tra i 3 e i 4 milioni di euro e, da quando vi sono una sola volta c’è stato il tutto esaurito, con la Juventus (il prossimo incontro è previsto fra una cinquantina d’anni); il palazzo dello sport Città di Frosinone con 2500 posti a sedere e ampliabile fino a 3500; la piscina olimpionica di 25 metri costata una tombola nella dubbia legalità.
Proprio su queste ultime strutture si potrebbe aprire una riflessione più profonda sulla reale necessità di averle così grandi, poco flessibili, molto costose, difficili da gestire e senza essere utilizzate per una politica di avvicinamento allo sport da parte dei giovani.
Il palasport Città di Frosinone fin dalla sua apertura è stato utilizzato dalla squadra di pallacanestro di Veroli, che sembra non abbia mai versato alcuna quota prevista per l’utilizzo della struttura (tra 400 e 500 mila euro). Poi è sopraggiunta una a altra squadra di Sora che essendo “fuggita” di corsa nel nuovo palasport di Sora, si pensa, non abbia versato alcuna quota lasciando un debito di oltre 100 mila euro per l’uso della struttura. Due anni fa finalmente si sono affacciate le squadre frusinati nell’utilizzo del palasport: la squadra in serie A2 femminile che sembra essere una società in crescita, ma che vanta debiti nell’uso del campo; il calcetto di serie A letteralmente volatilizzato dopo un anno senza aver mai messo mai al portafoglio; la squadra di basket di Frosinone, scomparsa di campionati per motivi economici…
Quindi uso continuativo del campo per partite e allenamenti ma costi a totale carico dei contribuenti frusinati, nonostanti ci siano accordi che chi utilizza il campo debba pagare: in questi anni il costo per il mantenimento della struttura è stato circa 1/1,5 milioni di euro.
Era necessario una struttura del genere per fare queste attività? La media spettatori del Veroli in questi anni è stata sempre la più bassa di tutta la serie A (1200 spettatori circa a partita); la Globo gioca a Sora in un palazzo dello sport che è la metà di quello di Frosinone; l’IHF ha raggiunto il massimo degli spettatori con i playoff di quest’anno circa 600 persone. Del resto sorvoliamo…
La politica dello spettacolo apparente, del circo mediatico, in luogo della crescita complessiva dello sport come occasione di educazione alla partecipazione e integrazione sociale. Questo è la scelta che la politica favorisce e che i cittadini pagano.
Idem con patate per la gestione della piscina comunale. Questa struttura costa molto di più del palasport e anch’essa vive con difficoltà il rapporto con il Comune. Vive anche con difficoltà il rapporto con la giustizia visto che questa struttura rientra nelle indagini degli scandali dei mondiali di nuoto. La struttura gestita dalla Federazione Italiana Nuoto ha provocato una serie di contraccolpi nelle piscine già presenti nel capoluogo e comuni limitrofi – leggasi abbandono di utenti. Ha trovato e trova notevoli difficoltà nel pagamento delle bollette e il Comune è venuto in aiuto, nonostante il labile confine tra attività sportiva, quella per la quale la FIN dovrebbe unicamente svolgere attività, e quella di una piscina per tutti.
Le strutture per offrire spettacoli culturali a Frosinone esistono? Vediamo: auditorium Paolo Colapietro di via Grappelli potenzialmente da 400 posti se vi fosse la necessaria agibilità; casa della cultura oggi chiusa ma appunto luogo di attività da 150 posti; il teatro Nestor con circa 1200 posti a sedere che necessità di funzionale impianto antincendio per ritornare a veder svolte le attività teatrali e musicali (l’agibilità per il teatro e la musica fu tolta, guardacaso, proprio in concomitanza del bando per i finanziamenti per il teatro…); sotto il grattacielo c’è una magnifica sala musicale che può ospitare circa 800 persone. In ultimo l’Amministrazione ha acquistato il teatro Vittoria che potrà avere circa 300 posti a sedere – sempre se si troveranno i fondi per rimetterlo in sesto. Lo stesso palasport ospita concerti e spettacoli con grande afflusso di pubblico.
Il problema che si pone a nostro parere non è nella quantità delle strutture quindi ma nel loro utilizzo, nella loro apertura, nella politica culturale che la città si vuole dare e nell’idea appunto che la cultura, lo spettacolo, la musica e il resto siano il fondamento della vita dei cittadini.
Ma non c’è solamente la costruzione del teatro all’orizzonte. Oltre all’”abbelamento” delle terme romane, torna in auge lo stadio e la svendita dell’area del Matusa? Nel bilancio dell’ente, lato investimenti, sono previsti guarda un po’ 23 milioni di euro per nuovi impianti sportivi. Nei quotidiani in questi giorni si dibatte della “città dello sport”….
Nulla vieta ai nostri amministratori di raccontarci che il cemento armato è cultura o sport. Trasparente però deve essere la spesa che esso comporta al momento e nei tempi futuri. I cittadini devono sapere quanto realmente costano e soprattutto quanto a loro è stato e sarà tolto in servizi, lavoro, scuola, vivibilità ma anche nella cultura e nello sport per tutti.
LA CITTA’ FRANA. CHE NE DITE CI FACCIAMO UN FACE TO FACE SUL FUTURO DELLA POLITICA E DELLA VIVIBILITA’ NELLA NOSTRA TERRA?
“Le associazioni Raggio Verde, Rete per la Tutela della Valle del Sacco, Forum Ambientalistaimpugnano il Decreto del Ministero dell’Ambiente sui Combustibili Solidi Secondari”
Le associazioni Raggio Verde, Rete per la tutela della Valle del Sacco, Forum Ambientalista in data 13 maggio 2013, hanno impugnato il Decreto del Ministero dell’Ambiente sui Combustibili Solidi Secondari. Il decreto stabilisce quando i Combustibili Solidi Secondari (CSS) cessano di essere qualificati o qualificabili come rifiuti per poter essere utilizzati come combustibile in impianti come i cementifici, in luogo o in aggiunta dell’attuale alimentazione di tipo fossile.
Con successivo decreto, anch’esso impugnato dalle associazioni, il Ministero ha anche ritenuto di integrare i poteri conferiti al Commissario Sottile per l’emergenza ambientale della Provincia di Roma, il quale potrà, anche d’ufficio, autorizzare gli impianti di Trattamento Meccanico Biologico della Provincia di Roma a produrre il CSS che può essere utilizzato anche in impianti che attualmente utilizzano CDR, come gli inceneritori.
Nella redazione di tali decreti, il Ministero dell’Ambiente sembra aver voluto più perseguire l’obiettivo di trovare una soluzione all’emergenza rifiuti e favorire impiantistica di per se alquanto pericolosa e dannosa per la salute, piuttosto che introdurre norme che regolino in maniera stringente la produzione e l’utilizzazione di CSS-Combustibile, non rispettando oltremodo la gerarchia dei rifiuti imposta dalle direttive europee.
Basti pensare che la cessazione di qualifica del CSS come rifiuto è determinata da un’autocertificazione dello stesso produttore di conformità della classificazione (vale a dire –tra l’altro- delle percentuali di mercurio e cloro) del suo prodotto alle norme UNI e che solo per un mese il produttore deve conservare il campione relativo a tale “autocertificazione”. Inoltre il produttore deve effettuare un esame sulla specificazione (composizione per metalli pesanti, ecc..) del CSS-Combustibile per lotto e se accerta la non conformità del prodotto, non è nemmeno tenuto a verificare la specificazione dei sottolotti che compongono il lotto.
L’assenza di controlli efficaci sulla produzione del CSS-combustibile espone ed esporrà l’ambiente e la salute pubblica a danni ulteriori, se solo si considera che la produzione e l’utilizzo del CSS-Combustibile sprigiona metalli pesanti e diossine talora superiori agli ordinari combustibili fossili.
Il nostro appello si rivolge a tutti i cittadini attivi sul suolo nazionale e nella Regione Lazio, a partecipare ad adiuvandum al ricorso proposto, contattando per informazioni l’avvocato Vittorina Teofilatto al 3389213916.