Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

venerdì 2 gennaio 2015

Il lato oscuro della Germania: l'ascesa dei nazionalisti di Pegida

Jacopo Di Miceli  fonte: http://tagli.me/

Esiste una Germania sconosciuta, molto lontana da quella osannata dai media. Una Germania povera, senza LAVORO e semispopolata a causa dell’emigrazione. Una Germania impaurita, in cui, 70 anni dopo la fine del nazismo, l’estrema destra sta inaspettatamente risorgendo.
PEGIDA – Nel giro di poche settimane, il 41enne Lutz Bachmann, figlio di un macellaio, è diventato «l’uomo che minaccia il futuro della Germania». A inizio ottobre ha creato su Facebook un gruppo anti-islamico con poche centinaia di iscritti. Mentre sto scrivendo, la pagina conta più di 90 mila fan, un trend in CONTINUA crescita. Si chiama Pegida, acronimo che in tedesco significa “Patrioti europei contro l’islamizzazione dell’Occidente”.
Ogni lunedì sera, a Dresda, organizza una manifestazione contro le politiche di immigrazione del governo. Erano meno di 500 persone all’inizio, poi, a dicembre, l’exploit: 10 mila l’8 dicembre, 15 mila il 15 dicembre, più di 17 mila il 22 dicembre. In Germania è improvvisamente nato un movimento nazionalista di massa.
Giornalisti, politici e commentatori sono sconcertati. «Nessuno ha presagito la nascita del movimento: né la politica né la stampa», ha scritto Claus Christian Malzahn sul quotidiano Die Welt. Il ministro della giustizia, Heiko Maas, ha definito il movimento «una vergogna per la Germania», mentre Ralph Jäger della Spd ha spregiativamente chiamato i suoi componenti «neonazisti in doppiopetto». Per reazione, manifestazioni anti-Pegida si sono nel frattempo tenute in varie città del Paese.
Il 22 dicembre, parlando in un microfono da un palco improvvisato, un container scoperchiato nell’affascinante Theaterplatz di Dresda, Bachmann ha scandito frasi contro gli immigrati che vivono alle spalle dei tedeschi. «Noi siamo per i veri valori tedeschi, oggi Neukoelln (il quartiere turco di Berlino, ndr) è dappertutto, spendono tutto per i profughi e se ne infischiano dei nostri anziani poveri. Noi lottiamo per il futuro dei nostri figli»[1].Per Bachmann i veri valori tedeschi sono quelli cristiano-ebrei contenuti nella Costituzione.

Davanti a lui sventolavano bandiere della Germania e striscioni contro l’islamizzazione dell’Europa. «Wir sind das Volk», “noi siamo il popolo”, urlava la folla. È lo stesso slogan delle “manifestazioni del lunedì sera” che si svolgevano a Lipsia venticinque anni fa, quando gli abitanti dell’ex Ddr reclamavano la democratizzazione dell’Est comunista. 
Stavolta, però, l’impressione che suscita lo slogan è ben diversa: quando i seguaci di Pegida usano la PAROLA “popolo” (Volk) non sembrano suggerire una semplice contrapposizione tra una CLASSE politica chiusa e una massa di cittadini privi di diritti, come nel 1989, ma sembrano piuttosto conferire al termine Volk un’allarmante connotazione etnica, come a separare nettamente i tedeschi, i “patrioti”, dagli immigrati, gli stranieri.

Una sfumatura di non poco CONTO, visto che, diversamente dall’italiano, in tedesco “popolo” è un vocabolo denso di significati: nel corso del romanticismo evocava una suggestiva comunione dell’anima tedesca con la natura e il cosmo, nonché un ideale nazional-patriottico, ma all’inizio del Novecento il suo SIGNIFICATO degenerò, impregnandosi di accezioni razziste, e il Volk divenne il cuore dell’ideologia hitleriana. «La Germania si sta svegliando. Per la nostra patria (Vaterland), per la Germania, per il nostro Paese, il Paese dei nostri antenati, dei nostri discendenti e dei nostri figli», ha detto uno dei leader di Pegida, riesumando un altro termine dell’era nazista, Vaterland.
NEONAZISTI? – Recatosi alla manifestazione del 22 dicembre, il corrispondente di Repubblica, Andrea Tarquini, è rimasto sorpreso dal «clima da festa paesana» che regnava nella Theaterplatz. Non ha visto emblemi nazisti, razzisti o antisemiti, soltanto una «folla di gente normale: più uomini che donne, ma molti giovani, coppie e famiglie con bambini. Teste rasate? Poche, qua e là miste nella folla, ma a bocca chiusa e senza distintivi»[2]. 
Le osservazioni di Tarquini, riconducendo la protesta nell’alveo di un tranquillizzante ritratto familiare da Oktoberfest, appena guastato da qualche mela marcia, paiono a prima vista rassicuranti ed escluderebbero il paventato ritorno del “tedesco cattivo”. D’altronde potrebbe suonare avventato bollare come estremiste più di 17 mila persone, come ha anche riconosciuto il ministro dell’interno della Sassonia, Markus Ulbig della Cdu, il partito di Angela Merkel.

Eppure, non si può fare a meno di giudicare inquietante il fatto che decine di migliaia di persone “normali” trovino a loro volta “normale” marciare al fianco di neonazisti e hooligan contro la minaccia, ritenuta da loro ormai imminente, dell’islamizzazione della Germania.

Mentre Bachmann sosteneva che presto persino l’espressione “albero di Natale” sarà abolita in nome della scristianizzazione del Paese, la folla di gente normale applaudiva. Allo Spiegel un dimostrante ha espresso il sincero timore di VEDERE un giorno le sue nipoti costrette a indossare il velo islamico, mentre una donna si è lamentata perché, a suo dire, i rifugiati acquistano costosi cellulari che lei non potrebbe mai permettersi. «L’Islam non è una religione pacifica. È una cosa con cui dobbiamo fare i conti. La nostra vita in Germania, così come la conosciamo, è minacciata», ha dichiarato alla BBC un normale uomo sulla cinquantina sorreggendo un’enorme croce cristiana dipinta con i colori della bandiera tedesca.
I servizi di SICUREZZA tedeschi (BfV) non prendono il movimento sottogamba. Sotto l’ombrello di Pegida si stanno infatti raccogliendo diverse frange estremiste, alcune delle quali già monitorate dalle autorità. Ci sono i neonazisti dell’Npd, il Partito Nazional Democratico di Germania, che alle ultime elezioni europee sono riusciti a eleggere un loro rappresentante e che a settembre hanno ottenuto il 4,9% in Sassonia. Ci sono elementi del Reichsbürgerbewegung, il Movimento dei Cittadini del Reich, il cui scopo è ripristinare i vecchi confini dell’Impero (Reich) tedesco. Sono stati poi identificati circa 300 hooligan della squadra di CALCIO locale, la Dynamo Dresda, anche loro appartenenti all’area dell’estrema destra.

A Pegida si sono inoltre aggregati seguaci di teorie della cospirazione. Udo Ulfkotte, ex giornalista della Frankfurter Allgemeine Zeitung e autore del libro complottista Giornalisti comprati (un bestseller in GERMANIA), ha apertamente appoggiato il movimento ed è sceso in piazza nelle manifestazioni di Bogida, la succursale di Bonn di Pegida. Nel suo libro Ulfkotte denuncia di aver collaborato per 17 anni con la Cia e sostiene che una RETE di gruppi elitari, tra cui annovera il solito club Bilderberg, manovri l’informazione globale. La sua video-confessione, ripresa anche dal blog di Beppe Grillo, è stata rilasciata alla televisione Russia Today.

Non a caso i membri di Pegida, come ormai molte FORMAZIONI di destra in Europa (dal Front National in Francia alla Lega di Salvini in Italia), sono ferventi ammiratori di Putin: «Putin, hilfe uns!», “Putin, aiutaci”, gridavano il 15 dicembre, mentre qualcuno esponeva un cartello con su scritto «Germania fuori dalla Nato!». I media occidentali vengono così accuratamente evitati in quanto bugiardi, e quelli russi, considerati invece estranei alla manipolazione americana, accolti a braccia aperte.
Lo stesso leader di Pegida, Lutz Bachmann, ATTUALMENTE titolare di un’agenzia di pubbliche relazioni, ha alle spalle un passato criminale. Un giornale sassone locale, la Sächsische Zeitung, ha recentemente riportato la fedina penale di Bachmann, tra cui spiccano 16 furti, guida in stato di ebbrezza e senza patente, e spaccio di cocaina. Per sfuggire alla condanna, Bachmann scappò in Sudafrica prima di essere estradato in GERMANIA e scontare la sua pena.
L’unico politico tedesco di rilievo espressosi a favore di Pegida è Bernd Lucke, leader di Alternativa per la Germania (AfD), un partito anti-euro in rapida ascesa (ha preso il 7% alle europee di maggio) nonostante sia stato fondato appena nel 2013. Su posizioni conservatrici (è contro i matrimoni gay), Alternativa per la Germania «per certi versi assomiglia al Tea Party americano», osserva l’Economist. «In Sassonia [la cui capitale è Dresda, epicentro di Pegida, ndr], dove è più forte, ha puntato sempre di più sull’inasprimento dei controlli all’immigrazione e alla criminalità transfrontaliera, spesso con posizioni xenofobe». 
Un sito tedesco (afdodernpd.de) GIOCA sulle ambiguità politiche della formazione di Lucke mettendo provocatoriamente a confronto le affermazioni degli esponenti di Alternativa per la Germania con quelle dei neonazisti dell’Npd e sfidando gli utenti a indovinare a chi attribuirle.

La POSIZIONE di Alternativa per la GERMANIA riguardo a Pegida non è ancora ben definita, dato che la stessa ideologia del partito è in una fase embrionale («per esempio, nel partito si discute se criticare Vladimir Putin o coccolarlo», spiega sempre l’Economist), ma il sospetto è che Lucke si stia facendo ingolosire dalla possibilità di cavalcare l’onda della protesta di Pegida per aumentare i suoi consensi.
Un allarmante sondaggio dello Spiegel ha d’altronde rivelato che ben il 34% dei tedeschi concorda con la tesi di Pegida: la Germania rischia di essere islamizzata. Sembra quasi per la gente “normale” esprimere opinioni intolleranti, xenofobe e razziste stia diventando socialmente accettabile, in una PAROLA: “normale”.
ESCALATION XENOFOBA – La Germania è il primo Paese al mondo per richieste di asilo. Le guerre in Medio Oriente hanno fatto schizzare negli ultimi anni il numero di rifugiati: le DOMANDE di asilo (circa 110 mila nel 2013) sono quasi quattro volte superiori a quelle PRESENTATE in Italia, dato che la maggior parte dei migranti che sbarcano sulle nostre coste (in particolare i siriani) aspirano a trasferirsi in terra tedesca. Le stime per il 2014 delineano uno scenario inaudito per la Germania: 200 mila profughi, l’80% in più rispetto allo scorso anno, il che porta il Paese della cancelliera Merkel ad accogliere un terzo di tutti i rifugiati d’Europa.
Come accade nelle periferie di Roma, anche in quelle tedesche l’estrema destra soffia sul fuoco, sobillando gli abitanti dei quartieri contro l’apertura di nuovi CENTRI di accoglienza. Nel 2013 gli attacchi xenofobi contro i rifugiati sono stati il doppio rispetto al 2012. Nel 2014 sono persino aumentati (86 fino a settembre), ma le cifre potrebbero essere sottostimate. Secondo le autorità, in tutta la Germania vi sono circa 10 mila estremisti di destra disposti a ricorrere alla violenza contro gli immigrati stranieri.
Il politologo tedesco Werner Patzelt, interpellato dal Washington Post, ha criticato il governo Merkel, osservando che al momento manca una strategia politica efficace per integrare i migranti nella società. Questo sta inevitabilmente determinando l’insorgere fra la popolazione di una crescente insofferenza nei confronti dei rifugiati.


Pegida appare, insomma, come la RISPOSTA sbagliata a un problema concreto che sia il governo tedesco sia l’Unione Europea faticano a risolvere. La situazione, di per sé già drammatica, è poi acuita dalle notizie che provengono dalla Siria e dall’Iraq, e dal conseguente timore che emuli dell’Isis approdino nel vecchio continente per compiere attentati.
Tuttavia, una contraddizione non trascurabile rischia di alterare lo spaccato che abbiamo tratteggiato.

In Sassonia, dove è nato Pegida, gli stranieri rappresentano solamente il 2,5% della popolazione, e i musulmani sono appena 4000 su 4 milioni di abitanti, lo 0,1% [3]. Inoltre, le stesse circostanze che hanno condotto alla fondazione di Pegida sembrano immerse in un gigantesco equivoco. Alla Bild Bachmann ha infatti raccontato di aver creato il gruppo Facebook, da cui sarebbe poi scaturito il movimento, dopo aver visto in Prager Strasse, la via dello shopping di Dresda, un sit-in a FAVORE del Pkk, il partito dei curdi. Eppure i curdi sono di fatto le uniche forze terrestri su cui l’Occidente e i Paesi arabi moderati possono contare per sconfiggere il Califfato islamico. Possibile che Bachmann lo ignori?
Perché allora Pegida sta avendo più successo a Dresda che nella multiculturale Berlino? Perché l’islamizzazione è percepita incombente in una REGIONE in cui i musulmani sono una parte infinitesimale del totale della popolazione?
DRESDA, EX GERMANIA EST – Quando ancora si trovava imprigionata nei confini dell’ex Repubblica Democratica Tedesca (Rdt), Dresda era soprannominata “la valle degli ignari”: era infatti l’unica AREA dell’Est comunista a non ricevere le emittenti televisive della Germania Ovest. Per più di 40 anni gli abitanti della valle dell’Elba sono rimasti isolati dal resto del mondo: non solo non potevano viaggiare, a causa delle limitazioni imposte dal regime comunista, ma non potevano nemmeno assistere da lontano ai cambiamenti che nel frattempo investivano i loro compatrioti a occidente, come l’imponente fenomeno migratorio dei turchi. 
La riunificazione, la globalizzazione e l’inizio di un seppur debole flusso di stranieri devono aver rappresentato uno shock culturale per molti tedeschi orientali.

Ma lo shock culturale non è nulla in confronto a quello economico patito dai cinque Länder dell’ex Rdt in seguito alla riunificazione tedesca, o – meglio – alla vera e propria annessione dell’Est alla Germania Ovest (la Repubblica Federale Tedesca, Rft). Da un giorno all’altro, senza alcuna gradualità, un’economia socialista, mai vissuta in un regime di libero mercato, fu costretta a dover fronteggiare la concorrenza spietata delle ben più produttive aziende occidentali e, per di più, a dover rinunciare alla propria moneta per adottare la pregiata valuta dell’Ovest. Nessun efficace paracadute fu fornito ai tedeschi dell’Est per sopravvivere al cambiamento radicale in atto.
La produzione industriale della Germania Est ha subito, negli anni successivi alla riunificazione, un tracollo dell’80%, una catastrofe che nessuno dei Paesi dell’ex blocco comunista è riuscito a eguagliare [4]. Il processo di deindustrializzazione è stato così marcato che in Sassonia, la REGIONE di Dresda, i posti di LAVORO nell’industria erano appena 160 mila nel 2008, a fronte degli 1,2 milioni pre-1989. Nel 1992 la disoccupazione effettiva, calcolando sia i fuoriusciti dal lavoro sia i lavoratori da ricollocare, era superiore al 30%. Appena due giorni dopo l’entrata in vigore dell’unione monetaria il prezzo della latte raddoppiò. Nel complesso il costo della vita all’Est è aumentato del 70,2% in un decennio.
Lo shock economico indotto dall’affrettato passaggio dal socialismo al capitalismo ha provocato un’emigrazione di massa dalla Germania orientale a quella occidentale: a emigrare sono in particolare giovani, donne e lavoratori qualificati, che partendo privano così l’Est delle uniche energie che potrebbero risollevarlo. 
All’emigrazione si sommano gli effetti deleteri causati dalla crollo della natalità e dell’invecchiamento della popolazione: era dai remotissimi tempi della Guerra dei Trent’anni (1618-1648) che in una regione dell’Europa centrale non si verificava un calo così pronunciato della popolazione (circa del 10%), per di più in un periodo di pace. 
La città di Dresda, ad esempio, ha perso 50 mila abitanti in 25 anni, 1/10 della popolazione, che sono stati rimpiazzati soltanto artificialmente, assorbendo nel comune i sobborghi circostanti. Le città dell’ex Rdt sono talmente spopolate che le amministrazioni locali non hanno avuto altra scelta che abbattere gli edifici vuoti per evitare un’eccessiva caduta dei PREZZI degli immobili.

La situazione per i cittadini dell’ex Germania Est è dunque tuttora critica. Il reddito di un tedesco orientale (come misura la MAPPA a lato tratta dal Washington Post) corrisponde circa ai 2/3 di quello percepito da un tedesco dell’Ovest. Il tasso di disoccupazione, superiore al 10%, equivale più o meno a quello delle regioni dell’Italia settentrionale (mentre nell’ex Rft è solo del 6%), ma si tratta di un dato che va integrato con il fenomeno tutto tedesco dei mini-job, i lavori precari scarsamente retribuiti (non più di 450 euro al mese) che interessano addirittura il 25% dei lavoratori in Germania. L’insieme combinato di questi fattori comporta che un tedesco orientale su cinque vive al di sotto della soglia di povertà: nell’area di Dresda 100 mila persone sono bisognose. Molte altre sono a rischio povertà.
Il MODELLO tedesco tanto acclamato sui nostri organi di informazione non potrebbe essere più distante.

LA COSTRUZIONE DEL NEMICO – A furia di essere concimata a dosi di shock economico-sociali, non sorprende che l’ex Ddr si sia tramutata in un terreno fertile per l’ascesa dell’estrema destra. Accanto alla Linke – la sinistra erede del partito comunista, che all’Est CONTINUA a prendere più voti che all’Ovest – si è presto affiancata la destra neonazista, pronta a offrire la solita terza via fra il capitalismo selvaggio e il vecchio comunismo.
Nelle ultime elezioni tenutesi a settembre in Sassonia, e quindi anche a Dresda, i neonazi dell’Npd non sono riusciti a entrare nell’assemblea regionale per appena 809 voti, in gran parte a causa della COMPETIZIONE con Alternativa per la GERMANIA, balzata oltre ogni previsione al 9,7%. Un’analisi dei flussi di voti ha infatti dimostrato che «l’elettorato di AfD coincide in gran parte con quello del neonazista Npd, con cui condivide le posizioni politiche contro gli immigrati e a favore della famiglia tradizionale». In Sassonia Alternativa per la Germania ha inoltre rubato voti ai liberali, ormai quasi spariti, e alla Cdu di Angela Merkel, che ha minimizzato l’exploit di AfD definendolo un «voto di protesta».
Il NUOVO “patriottismo nazionalista” di Pegida sta perciò diventando uno strumento funzionale per incanalare il (giustificato) malcontento degli abitanti della Germania orientale verso la pericolosa RICERCA di un capro espiatorio. Nelle manifestazioni del lunedì sera i seguaci del movimento di Bachmann stanno sperimentando una sorta di sollievo emotivo dalla loro paura: unita nella rinnovata comunità etnica del popolo (Volk) tedesco, una folla di gente “normale” separa da se stessa chi non ne fa parte. 
Nel processo di costruzione del nemico, gli islamici sono il bersaglio perfetto: poiché ammontano ad appena 4000 su tutto il territorio della Sassonia, la maggioranza della popolazione tedesca non li conosce e può dunque sfogare su di loro le proprie frustrazioni senza provare alcuna remora. La fantasia INIZIA a correre, e persino le strampalate teorie del complotto di Ulfkotte, secondo cui gli islamici contaminano il cibo europeo con i loro escrementi, diventano improvvisamente plausibili. 

Pegida non poteva che nascere nella Germania orientale, perché più il nemico è immaginario, più esso suscita i brividi. È un fenomeno tanto antico quanto spaventoso, come spiega mirabilmente Daniel Goldhagen:
«L’antisemitismo senza ebrei fu la norma generale nell’Europa medioevale; persino dove si permetteva loro di vivere con i cristiani, ben pochi li conoscevano o avevano l’occasione di osservarli da vicino. [...] L’antisemitismo non si basava su alcuna familiarità con gli ebrei reali: essa non sarebbe stata possibile. È probabile che anche la maggioranza dei violenti antisemiti nella Germania di Weimar e del periodo nazista avesse avuto scarsi CONTATTI con gli ebrei, o non ne avesse avuti affatto. Gli ebrei erano praticamente assenti da alcune regioni, dove costituivano meno dell’un per cento della popolazione [...]. Le convinzioni e le emozioni di tutti quegli antisemiti non potevano certo fondarsi su una valutazione obiettiva di loro, ma per forza di cose su ciò che avevano sentito dire».[5]
Le politiche economiche d’austerità e la pessima GESTIONE dei flussi migratori da parte dei governi europei stanno involontariamente ricreando le condizioni per l’emergere di un NUOVO razzismo, ormai sempre più legittimato, persino dai partiti moderati. All’inizio di dicembre l'Unione Cristiano Sociale (Csu), alleata del partito di Angela Merkel, è addirittura arrivata al punto di proporre che tutti gli stranieri vengano obbligati a parlare tedesco sia in pubblico sia in famiglia, senza peraltro precisare a quali mezzi orwelliani stesse pensando per far rispettare una tale coercizione. Per Marinella Colombo, autrice italiana che per anni ha vissuto in Germania, il MODELLO tedesco di integrazione «riconosce le differenze solo per screditarle e punta solo all’assimilazione nella cultura tedesca».
La storia ci avverte che, quando il livello di disoccupazione cresce eccessivamente e la povertà straripa inghiottendo anche il ceto medio, la popolazione diviene di colpo ricettiva ai richiami dell’estremismo politico. Vuole soluzioni semplici e totalitarie, e le vuole immediatamente. Ma, sopra ogni cosa, vuole un colpevole. Purtroppo, però, ignorare la storia è ormai una prassi consolidata nella nostra società, e il menefreghismo per il passato sta conducendo a conseguenze rovinose.
Se Angela Merkel non vuole passare alla storia come il cancelliere che aprì di NUOVO la strada in Germania e in Europa all’ascesa dell’estrema destra, come fece Heinrich Brüning negli anni ‘30, non può più aspettare: deve ripensare radicalmente le politiche migratorie e d’integrazione ATTUALMENTE in vigore, con l’ausilio degli altri partner internazionali, e deve soprattutto rilanciare i consumi interni, per alleviare il disagio sociale non solo dei tedeschi orientali ma anche dei popoli mediterranei, così come prescrivono numerosi economisti.

Diversamente, il numero dei tedeschi che appoggeranno le proteste di Pegida continuerà a salire (secondo il settimanale Die Zeit sono già il 49%), e sarà sempre più comune imbattersi in una folla di persone “normali” impegnate a urlare slogan di estrema destra.


[1] Citato in La Repubblica del 24/12/2014.
[2] Ibidem.
[3] Ibidem.
[4] I DATI sull’ex Germania Est qui citati sono tratti, dove non diversamente indicato, da Vladimiro Giacchè, Anschluss. L’annessione, Imprimatur, Reggio Emilia 2013.
[5] Daniel Goldhagen, I volonterosi carnefici di Hitler, trad. it. Mondadori, Milano 2009, p. 45

La discarica di via Le Lame, un regalo della malapolitica del PD e di FI.


Il sequestro della discarica di via Le Lame per noi del M5S non è una notizia inattesa, perché attendevamo questa decisione della magistratura consapevoli che le indagini avviate da tempo avrebbero portato a tale risultato. Il M5S di Frosinone e Regionale, infatti, non solo ha denunciato da tempo lo stato di degrado e abbandono dell’intero sito, come del resto hanno sempre fatto molti cittadini e associazioni, ma ha più volte chiesto agli amministratori ai vari livelli di rimediare a tale scempio che da circa trenta anni sta avvelenando l’intera area, sia in superfice che nel sottosuolo. Certo il sequestro per noi è una magra consolazione, purtroppo, perché leggendo tra le motivazioni troviamo l’inquinamento della falda acquifera dovuto al percolato che veniva raccolto in pozzi di captazione in cui il fondo non è stato mai impermeabilizzato per evitarne la contaminazione. Questo è uno dei tanti esempi nella nostra città di cattiva politica e di incapacità di risolvere i problemi che danneggiano non solo l’ambiente, ma soprattutto la salute dei cittadini. Dobbiamo necessariamente ricordare che le morti di tumori sono aumentate spaventosamente nel silenzio degli amministratori sia di sinistra che di destra e senza che nessuna soluzione concreta e definitiva fosse trovata a tale bomba ambientale. Tutti sapevano dei pericoli derivanti dalla discarica, infatti, negli anni, i sindaci Marini prima e, Ottaviani dopo, hanno emesso ordinanze per vietare la coltivazione e il pascolo nelle aree circostanti la discarica; nessuno si è però battuto fino in fondo per pretendere la bonifica totale dell’area, l’unica azione vera e concreta che poteva esser fatta per tutelare la salute dei cittadini. Cosa potevamo attenderci da partiti e politici che della raccolta differenziata dei rifiuti ne hanno fatto solo slogan da campagna elettorale? La raccolta differenziata a Frosinone è ferma al 15% circa, con appalti in odore di tangenti, mentre gli standard nazionali di raccolta differenziata al 65% sono distanti anni luce. Non possiamo non chiederci: a chi giova tutto ciò? La differenziata non decolla e la spazzatura viene smaltita a peso d’oro presso la S.A.F. con costi esorbitanti per i cittadini. La discarica di via Le Lame è gestita sempre dalla S.A.F. e la sua gestione viene fatta pagare in bolletta a tutti noi. Visto l’interesse della politica per le nomine nel consiglio di amministrazione della S.A.F., il cerchio fa presto a chiudersi per definire un intreccio di interessi in cui i partiti di sinistra e destra sono coinvolti. Ai cittadini vogliamo ricordare che un altro modo di amministrare una città esiste, basta guardare alle città con sindaci del M5S in cui la raccolta differenziata si attesta al 70% circa. In particolare il Sindaco M5S del Comune di Ragusa ha realizzato un progetto in cui i cittadini più differenziano e più sconto hanno sulla tassa dei rifiuti (TARI), mentre a Frosinone negli ultimi anni è aumentata del 17% circa.

MOVIMENTO  5 STELLE FROSINONE

giovedì 1 gennaio 2015

I migliori 50 album di jazz di tutti i tempi

fonte: http://www.udiscovermusic.com/
traduzione di Luciano Granieri

La fine dell'anno è il momento migliore per guardarsi indietro. Abbiamo approfittato della fine di quest'anno  per  redigere una lista definitiva dei 50 più grandi  album di jazz   di tutti i tempi. Molti staranno pensando che è un'operazione impossibile e probabilmente lo è. Quindi abbiamo dato una buona occhiata al web per incrociare la lista da noi preferita con altre  liste frutto dei giudizi degli appassionati della rete . Come al solito ci aspettiamo  che molti esprimeranno, anche in maniera decisa, il loro disaccordo, ma è sempre stimolante conoscere il giudizio degli altri.  

Ci sono voluti diversi giorni di ricerca ma ecco quali sono risultati i migliori 50 album di jazz di tutti i tempi.

50. Thelonious Monk Genius of Modern Music vol.1 & 2.
49. Count Basie – the Original American Decca Recordings
48. Bud Powell – The Amazing Bud Powell Vo.1
47. Weather Report – Heavy Weather
46. John Coltrane & Thelonious Monk – At Carnegie Hall
45. Horace Silver – Song For My Father
44. Grant Green – Idle Moments
43. Count Basie – The Complete Atomic Basie
42. Hank Mobley – Soul Station
41. Charlie Christian – The Genius of the Electric Guitar
40. Art Pepper meets the Rhythm Section
39. John Coltrane – My Favourite Things
38. Benny Goodman – At Carnegie Hall 1938
37. Wes Montgomery – The incredible Jazz Guitar of Wes Montgomery
36. The Mahavishnu Orchestra With John McLaughlin – Inner Mounting Flame
35. Clifford Brown and Max Roach – Clifford Brown & Max Roach
34. Andrew Hill – Point of Departure
33. Herbie Hancock – Head Hunters
32. Dexter Gordon – Go
31. Sarah Vaughan – With Clifford Brown
30. The Quintet – Jazz at Massey Hall
29. Bill Evans trio – Waltz For Debby
28. Lee Morgan – The Sidewinder
27. Bill Evans – Sunday at the village Vanguard
26. Thelonious Monk – Brilliant Corners
25. Keith Jarrett – the Koln Concert
24. John Coltrane – Giant Steps
23. Herbie Hancock – Maiden Voyage
22. Duke Ellington – Ellington at Newport
21. Cecil Taylor – Unit Structures
20. Charlie Parker – Complete Savoy and Dial Studio recordings
19. Miles Davis – Birth of the Cool
18. Art Blakey & the Jazz Messengers – Moanin’
17. Albert Ayler – Spiritual Unity
16. Eric Dolphy – Out To Lunch
15. Oliver Nelson – The Blues and the Abstract Truth
14. Erroll Garner – Concert By the Sea
13. Wayne Shorter – Speak No Evil
12. Stan Getz & Joao Gilberto – Getz/Gilberto
11. Louis Armstrong – Best of the Hot 5s and 7s
10. John Coltrane – Blue Train
9. Miles Davis – Bitches Brew
8. Sonny Rollins – Saxophone Colossus
7. Cannonball Adderley – Somethin’ Else
6. Charles Mingus – The Black Saint and the Sinner Lady
5. Ornette Coleman – The Shape of Jazz to Come
4. Charles Mingus – Mingus Ah Um
3. Dave Brubeck Quartet – Time Out
2. John Coltrane – A Love Supreme
1. Miles Davis – Kind of Blue


di seguito, All Blues,  un brano dell'album risultato vincitore: Kind of Blue

CON LA TESTA FRA LE MANI

Samantha Comizzoli


E' il primo di gennaio 2015, è iniziato il NUOVO anno anche qui in Palestina. Siamo andati al checkpoint di Howwara, Nablus, con i cappellini di Natale, due babbi natale e i fiori di dare a chi passava con le auto come augurio per la fine dell'occupazione israeliana.
I soldati sono subito usciti dalla torretta e insistevano perchè ce ne andassimo da un'altra parte. Il loro capoccia fa presente che non possiamo stare lì..caspita la loro torretta e il loro checkpoint e i loro insediamenti illegali possono starci?
Mi risponde che il checkpoint è per difendere “la sua gente”. Razzista di merda.
Siamo rimasti lì FINO A quando non abbiamo finito i fiori, anche se hanno piazzato un cecchino a due metri di distanza contro di noi. Stavamo andando via, ma i soldati ci seguono. Alcuni shebab tirano qualche pietra, giuro...: tiri senza speranza (nel senso che un po' per la distanza un po' perchè non sono dei lanciatori..al massimo guadagnavano qualche foto dai giornalisti). Poi, all'improvviso i soldati prendono la jeep e ci seguono con la jeep, scendono, nessuno di noi scappa correndo. E continuiamo tranquilli per la nostra strada, ma loro risalgono nella jeep e vanno dai primi là davanti al gruppo e inseguono due ragazzi.
Iniziamo a correre per raggiungere la jeep che si è fermata in una stradina, lontana dagli occhi di tutti. Quando svolto l'angolo mi trovo i soldati che stanno stringendo Taher. Ha l'aspetto di un bambino e divulgherò la notizia del suo rapimento in questo modo. Ho saputo dopo che aveva compiuto 18 anni, ma non cambia assolutamente una virgola, ve ne renderete CONTO nel video.
Cerchiamo di fermarli, più volte, loro sparano e ci allontanano e stringono Taher per il collo, soffocandolo. Lo caricano nella jeep schiacciandolo sul pavimento e soffocandolo ancora. Chiudono la porta della jeep, mi metto di opposizione alla jeep a braccia APERTE, ma i soldati mi strattonano.
Mi rimetto di nuovo per fermare la jeep assieme ad un altra INTERNAZIONALE e la innesca la retro marcia e ci investe. Urliamo, la jeep allora va avanti e fa il giro della collina, mi ripiazzo davanti quando torna verso la strada, ma i soldati mi strattonano ancora.
La jeep si allontana con Taher dentro. E' giovedì, seguiranno due giorni di festa quindi Taher resterà lì, nelle loro mani ad aspettare per due giorni e forse domenica sapremo qualcosa. Quando sono tornata sulla strada per trovare un service ho trovato per terra il cappellino di babbo natale di Taher, ho pianto e l'ha dato al suo amico.

Taher Alhindi, 18 anni. Rapito il 1 gennaio 2015 al checkpoint di Howwara dai soldati nazisti israeliani. Guado il video e ho la testa fra le mani, non sono riuscita a fermarli. Un altro crimine davanti ai miei occhi.

  • tutto quello che ho scritto è nel video come PROVA di ciò che hanno fatto-

martedì 30 dicembre 2014

Un anno di lotte

Luciano Granieri



Diritto al lavoro, allo studio, ai beni comuni e all’acqua, alla salute, sono elementi fondamentali per il pieno sviluppo della dignità umana. La loro negazione pone ostacoli al raggiungimento della dignità medesima e ciò è contrario al dettato costituzionale. Nella nostra Provincia questi diritti, o sono negati, o vengono elargiti  come regalia, in cambio di qualche contropartita elettorale. 

E’ evidente come le amministrazioni e le istituzioni non siano in grado di rimuovere gli ostacoli posti sulla strada dello sviluppo della dignità umana, anzi sono i primi a porre impacci. Infatti le molteplici storie di lavoro negato nel nostro territorio vedono come principali protagonisti sindaci, amministratori di Provincia e di Regione . Così come i sindaci sono responsabili della tresca ordita da Acea ai danni degli utenti del servizio idrico. 

Allo stesso modo la Regione, attraverso la sua esattrice di salute Isabella Mastrobuono, sta sottraendo pezzi di sanità pubblica alla cittadinanza  per svenderla alle grandi lobby private, è il caso dei laboratori d’analisi. Un’operazione che, dopo le misere vicende di Mafia-Capitale , chissà perché, ha subito un notevole rallentamento. A distruggere la scuola pubblica ci sta pensando direttamente lo Stato centrale. 

Dunque a  rimuovere gli ostacoli sul percorso dello sviluppo della dignità umana devono pensarci i cittadini. Ciò è quanto accaduto anche a Frosinone nel 2014. Una Paese dalla cittadinanza dormiente, ma che ha visto degli scatti di dignità da parte di una piccola parte di popolazione, soprattutto in relazione al piano di devastazione della sanità provinciale. 

Questa piccola parte di popolazione si è messa a fare politica, quella vera, fra la gente, quella che una volta facevano i partiti di massa oggi ridotti a comitati di affari costantemente  in combutta con potentati finanziari sempre più voraci.  E la gente, anche se molto lentamente  e a fatica, comincia a prendere coscienza, a capire che il lavoro, l’accesso all’acqua, la salute, l’istruzione non è un privilegio , ma  un diritto sancito per natura e per legge. Nel 2014 l’attività in piazza è stata minima. Speriamo che nel 2015 possano moltiplicarsi gli sforzi sulla strada della rivendicazione di una vita dignitosa per tutti. Ed è per questo che auguro ad ogni lettore un proficuo nuovo anno  di lotta.

Multiservizi ancora una proroga alle coop

Comitato di lotta Frosinone

Mille promesse, mille proroghe, mille poltrone, mille volti dell’amministrazione. I lavoratori sono solo a 269 giorni di presidio. E’ ancora troppo presto...

Un fine d’anno poco felice accompagnerà i lavoratori della Frosinone Multiservizi accampati per il 269° giorno sotto il municipio in attesa della definizione tecnica per la costituzione della newco.
L’amministrazione comunale di Frosinone preferisce allungare il brodo dei servizi alle coop per altri quattro mesi utilizzando proprio la newco per giustificarne le proroghe!

Nonostante fosse stato firmato l’impegno politico e i lavoratori attendessero una veloce azione, l’Amministrazione invece posticipa, forse, a maggio le operazioni. I lavoratori, che pure avevano salutato positivamente l’accordo, non avevano certo deciso ancora di smantellare il presidio, ben conoscendo Millevolti. Non è nuova l’Amministrazione a queste trovate, che tradiscono sempre gli impegni presi pubblicamente.

Si ricorda l’esternalizzazione dei servizi con il mancato passaggio dei lavoratori, sostituiti impropriamente con altri; il tentativo di convincere il comune di Alatri sulla necessità della società pubblica, mentre facevano il bando per le coop; il mancato rispetto degli accordi presi con la prefettura; il calcolato ignorare l’intervento della regione Lazio; l’affidamento definitivo a Solco dei servizi dopo che la Commissioneconsiliare aveva optato per la gestione pubblica. Tanti sono stati i momenti di repentino voltafaccia finalizzati evidentemente alle “mille proroghe”.

Vuole, dunque, essere questo il carattere distintivo di questa amministrazione: il disprezzo e il ripudio dell’intervento pubblico, del confronto democratico, del governo per gli interessi della cittadinanza. Si distinguerà come quella che avrà prosciugato i risparmi dei cittadini con prelievi forzosi di tasse al massimo, che verranno spesi, questi ed altri, per la costruzione di un nuovo inutile stadio; per aver scelto l’inerzia nei confronti di Acea e della deriva della sanità. Si distinguerà per aver sdoganato la morale e l’etica di personaggi come Ciavardini, accolto come un animatore sportivo ed umano dimenticando le pesantissime e reiterate condanne…

Eppure le bruciature a partite dalla vicenda Sangalli e delle altre miserrime vicende legate alle segreterie politiche, avrebbero dovuto segnare campanelli d’allarme per ripensare questa politica. Invece si prosegue sulla sicura strada del governo dei mille appalti, delle mille proroghe, delle mille poltrone, dove una parte “in tragedia” la svolgono decine di yesman, senza pensare, senza considerare, senza amore per la propria gente.

Anche l’inchiesta “Mafia-capitale” avrebbe dovuto suggerire di utilizzare con molta attenzione l’istituto della proroga, degli affidamenti, dell’utilizzo delle cooperative sociali, impigliate in molti filoni d’inchiesta, ma che sul territorio sono state accolte con il tappeto rosso.
A Frosinone, ma non nei bar, nei piani alti della politica, si discute di pallone e di posti al sole, improvvisamente e genialmente aumentati anche senza le necessarie poltrone!

Rimane la tenda, oggetto invisibile, necessariamente invisibile in questa tela. Eppure essa è vissuta dopo quasi 9 mesi sempre più come testimonianza di giustizia sociale, di legalità, di riappropriazione di diritti calpestati. Questo è il messaggio che il 31 dicembre i lavoratori e le lavoratrici lanciano alla città….

lunedì 29 dicembre 2014

L’Unione Europea calpesta le conquiste democratiche e sociali

Eric Toussaint

Il fallimento dei governi europei, DELLACommissione Europea e della BCE è evidente nel realizzare ciò che si suppone vogliano OTTENERE: ridurre la disoccupazione, rilanciare l’attività economica, risanare dalle fondamenta le banche, stimolare e aumentare il credito ai privati e alle PMI, e anche aumentare l’investimento e ridurre il debito pubblico. Su tutti questi PUNTI, la politica europea è un fiasco clamoroso. Ma in realtà sono questi gli obiettivi che i dirigenti europei vogliono raggiungere?
I media mainstream affrontano regolarmente una serie di questioni come: una possibile esplosione della zona euro; il fallimento delle politiche di austerità in materia di ripresa economica; le tensioni tra Berlino, Parigi o Roma, tra Londra e i membri della zona euro; le contraddizioni in seno al Consiglio della BCE; le enormi difficoltà per arrivare ad un accordo sul bilancio della UE; i dissidi di certi governi europei con ilFMI a proposito della quantificazione dell’austerità. Anche se queste tensioni sono del tutto reali, non ci devono occultare la cosa essenziale.
I dirigenti europei dei Paesi più forti e i padroni delle grandi imprese si rallegrano che ci sia una zona economica, commerciale e politica comune, dove le transnazionali europee e le economie del Centro della zona euro ottengono profitti dalla debacle della Periferia, per rafforzare la redditività delle loro imprese e guadagnare competitività rispetto ai loro concorrenti statunitensi e cinesi. Il loro obiettivo, nello stato ATTUALE della crisi, non è quello di rilanciare l’economia e ridurre le asimmetrie tra le economie forti e quelle deboli all’interno della UE.
Inoltre i dirigenti europei ritengono che la debacle del Sud europeo sarà un’opportunità per privatizzazioni generalizzate di imprese e beni pubblici a prezzi da SALDO. E li aiutano l’intervento della Troika e la complicità attiva dei governi della Periferia. Le classi dominanti dei Paesi periferici sono favorevoli a queste politiche, dato che contano di ricevere una parte di una torta che da tempo desiderano. Le privatizzazioni di Grecia e Portogallo prefigurano quello che arriverà a Spagna e Italia, dove i beni pubblici che si potrebbero acquisire sono molto più importanti, considerate le DIMENSIONIdi queste due economie. I dirigenti delle economie europee più forti progettano anche di mettere in atto una nuova ondata di importanti privatizzazioni nei loro stessi Paesi.
Non si cerca neppure di dissimulare la stretta RELAZIONE tra i governanti e il grande capitale. Alla testa di diversi governi, collocati in posti ministeriali importanti e alla presidenza della BCE, si trovano uomini direttamente usciti dasl mondo dell’alta finanza, |1| a cominciare dalla banca d’affari Goldman Sachs. |2| Alcuni politici di primo piano sono ricompensati con un posto in una grande banca o un’altra grande impresa una volta compiuti i loro favori alle grandi corporazioni. |3| Non è cosa nuova, ma è più evidente e comune rispetto agli ultimi 50 anni. Si può parlare di veri vasi comunicanti e molto trasparenti.
Ritenere che la politica dei dirigenti europei sia un fallimento perché la crescita economica non è tornata significa sbagliare notevolmente il criterio di analisi. Gli obiettivi perseguiti dalla direzione della BCE, dalla Commissione Europea, dai governi delle economie più forti della UE, dalle direzioni delle banche e delle altre grandi imprese private non sono né il rapido ritorno alla crescita, né la riduzione delle asimmetrie all’interno della zona euro e della UE al fine di farne un insieme più coerente nel quale possa TORNARE la prosperità.
E soprattutto non bisogna dimenticare una questione fondamentale: la capacità dei governanti, che si sono messi docilmente al servizio degli interessi delle grandi imprese private, per gestire una situazione di crisi, anche di caos, e agire nella direzione RICHIESTA da queste grandi imprese. La crisi permette di passare all’attacco con il pretesto di applicare un trattamento shock giustificato dall’ampiezza dei problemi.
I diritti economici, sociali e culturali sono continuamente messi in discussione fin dalle loro fondamenta, senza dimenticare l’offensiva contro i diritti civili e politici come il diritto effettivo all’elezione dei parlamentari. In verità, il Parlamento Europeo non esercita realmente il potere legislativo, i parlamenti nazionali dei Paesi sottomessi alla Troika vedono come questa gli detta le sue leggi, e gli altri Parlamenti hanno la loro sovranità e il loro potere fortemente limitati dai diversi trattati europei, adottati senza nessuna CONSULTAZIONE democratica, come il TSCG (Trattato sulla stabilità, il coordinamento e la governabilità) che fissa requisiti di bilancio inaccettabili.
Anche altri diritti vengono scherniti: l’esercizio reale del suffragio universale diretto, il diritto di respingere i trattati, il diritto di modificare la costituzione mediante un processo democratico costituente, il diritto di protestare e di organizzarsi perché queste proteste diano dei RISULTATI. La UE e i suoi Paesi membri fomentano una deriva autoritaria con il ritorno dell’esercizio diretto del potere da parte dei rappresentanti di un’oligarchia economica.
Per avanzare nella maggior offensiva portata avanti dopo la seconda guerra mondiale su scala europea contro i diritti economici e sociali della maggioranza della popolazione, i governi e il padronato utilizzano armi diverse: il debito pubblico, la disoccupazione, l’aumento dell’età pensionabile, l’esclusione dal diritto di ricevere un sussidio delle moltissime persone senza impiego, il congelamento o la diminuzione dei salari e dei diversi aiuti sociali, la riduzione dei posti di lavoro sia nelle imprese private che nel settore pubblico, la RICERCA dell’equilibrio di bilancio come pretesto per i severi tagli nei servizi pubblici, la ricerca del miglioramento della competitività degli Stati membri della UE, tra loro e rispetto ai loro concorrenti commerciali di altri continenti.
Per il Capitale, la questione è aumentare ancor di più la precarizzazione dei lavoratori, ridurre radicalmente la loro capacità di mobilitazione e di resistenza, diminuire i salari e le diverse prestazioni sociali e allo stesso tempo mantenere le enormi disparità tra i lavoratori all’interno dell’UE, con l’obiettivo di aumentare la concorrenza tra loro e affondarli nella trappola del debito.
In primo luogo ci sono le disparità tra i salariati di uno stesso Paese: tra donne e uomini, tra fissi e temporanei, tra lavoratori part time e lavoratori a tempo pieno, tra le vecchie generazioni che beneficiano di un sistema di pensionamento basato sulla solidarietà e le NUOVE generazioni alle quali si impone un sistema sempre più individualista e aleatorio. Senza contare i «clandestini», supersfruttati e che non godono di nessun diritto sociale legato al lavoro. Per iniziativa del padronato e con l’appoggio dei governi che si succedono (e in questo, i partiti socialisti europei hanno svolto un ruolo attivo), queste disparità sono cresciute nel CORSO degli ultimi 20 anni. Per esempio, in Germania 7 milioni e mezzo di lavoratori devono accontentarsi di un salario mensile di 400 euro, quando il salario minimo normale supera nettamente i 1.500 euro. |4|
In secondo luogo a queste differenze si aggiungono le disparità tra i lavoratori dei Paesi del Centro e quelli dei Paesi della Periferia nel seno della UE, che sono complementari a quelle che si approfondiscono nell’ambito delle frontiere nazionali. I salari dei lavoratori del gruppo dei Paesi più forti (Germania, Francia, Paesi Bassi, Finlandia, Svezia, Austria, Danimarca) sono il doppio o il triplo dei salari dei quelli di Grecia, Portogallo o Slovenia. Il salario minimo legale della Bulgaria (156 euro lordi mensili nel 2013) è da 8 a 9 volte inferiore a quello di Paesi come Francia, Belgio o Paesi Bassi. |5|
Nell’America del Sud, anche se le differenze sono grandi tra le economie più forti (Brasile, Argentina, Venezuela) e le più deboli (Paraguay, Bolivia, Ecuador...), la differenza nel salario minimo legale è dell’ordine di 1 a 4, pertanto una disparità nettamente minore che nel seno dell’Unione Europea. Questo MOSTRA fino a che punto è forte la concorrenza tra i lavoratori d’Europa. Le grandi imprese dei Paesi europei più forti sul piano economico beneficiano profondamente delle disparità salariali nel seno dell’UE.
Le autorità europee rafforzano anche la politica da fortezza assediata sminuendo il DIRITTO dei cittadini e cittadine non europei/e all’accesso al loro territorio. Inoltre, perfezionano la loro politica criminale alle frontiere d’Europa che provoca la morte di migliaia di persone che cercano di trovare una vita migliore nell’Unione Europea. Anche il diritto di asilo è calpestato.
Quello che vediamo, dietro la cortina di fumo dei discorsi ufficiali, è una logica terribile, ingiusta e mortifera che è in atto. È il momento di portarla alla luce per poterla affrontare meglio e riuscire a sconfiggerla.
Note:
|1| Un esempio: Emmanuel Macron, designato ministro dell’Economia e dell’Industria dal presidente francrsr François Hollande a fine agosto del 2014, che proviene dalla banca Rotschild, si veda:http://es.wikipedia.org/wiki/Emmanu...
|2| Éric Toussaint,«Bancocracia: de la república de Venecia a Mario Draghi y Goldman Sachs» pubblicato il 6 novembre 2013, http://wwwcadtm.or/Bancocracia-de-l...
|3| Éric Toussaint, «DSK, Blair, Geithner, Rubin: de la politique à la finance», pubblicato il 9 dicembre 2014, http://cadtm.org/DSK-Balir-Geithner...
|4| Il salario minimo stabilito recentemente in Germania sarà effettivo a PARTIRE dal 2017, ma avrà numerose eccezioni e non beneficerà di una rivalutazione regolare e automatica;
|5| Si veda http://epp.eurostat.ec.europa.eu/st... con i DATI fino al 2013. Si veda anchehttp://www.inegalites.fr/spip.php?a... dove ci sono dati che sfortunatamente si fermano al 2011.
Éric Toussaint, maître de conférence all’Università di Liegi, portavoce del CADTM INTERNAZIONALE e membro del Consiglio scientifico di ATTAC Francia, è autore di Bancocracia, Icaria Editorial, Barcellona, 2014, Proceso de un hombre ejemplar, EDIZIONE digitale (2013), disponibile in pdf, si veda www.cadtm.org/Proceso-a-un-h..., Una mirada al retrovisor. El neoliberalismo desde sus orígenes hasta la actualidad, Icaria Editorial, Barcellona, 2010.