Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

domenica 8 marzo 2015

Guerre per l’energia in Medio Oriente

Michael Schwartz

In termini energetici, Israele è sempre più disperato. Abbiamo di fronte la possibilità di guerre più vaste per il gas, con le distruzioni che probabilmente comporteranno.

Come il gas naturale di Gaza è diventato l’epicentro di una lotta internazionale per le risorse energetiche
Indovinate un po’? Praticamente tutte le guerre, insurrezioni e altri conflitti in Medio Oriente sono legati da un unico filo, che è anche una minaccia: questi conflitti sono parte di una sempre più frenetica competizione per trovare, estrarre e commercializzare combustibili fossili il cui successivo consumo sicuramente porterà ad una serie di catastrofiche crisi ambientali.
Tra i vari conflitti legati alle fonti energetiche fossili nella regione uno di questi, pieno di minacce, piccole o grandi, è stato largamente trascurato, e Israele ne è l’epicentro. Le sue origini si possono far risalire ai primi anni ’90, quando i leader israeliani e palestinesi hanno iniziato ad confrontarsi su supposti depositi di gas naturale nel Mediterraneo lungo le coste di Gaza. Nei decenni successivi questo è diventato un conflitto su più fronti che ha coinvolto vari eserciti e tre flotte. Nel frattempo ha già inflitto incredibili sofferenze a decine di migliaia di palestinesi e minaccia di aggiungere nuovi livelli di miseria alle vite di persone in Siria, Libano e Cipro. Forse potrebbe impoverire persino gli israeliani.
Le guerre per le risorse, ovviamente, non sono niente di nuovo. Di fatto tutta la storia del colonialismo occidentale e della globalizzazione successiva alla Seconda guerra mondiale è stata animata dallo sforzo di trovare e commercializzare le materie prime necessarie a costruire o conservare il capitalismo industriale. Ciò comprende anche l’espansione di Israele nei territori palestinesi, e la loro appropriazione. Ma le risorse energetiche sono diventate centrali nelle relazioni israelo-palestinesi solo negli anni ’90, e questo conflitto, inizialmente circoscritto, solo dopo il 2010 si è esteso, includendo la Siria, il Libano, Cipro, la Turchia e la Russia.
La storia avvelenata del gas naturale di Gaza
Nel lontano1993, quando Israele e l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) firmarono gli accordi di Oslo che si pensava avrebbero posto fine all’occupazione israeliana di Gaza e della Cisgiordania e creato uno Stato sovrano, nessuno aveva prestato molta attenzione alla linea costiera di Gaza. Di conseguenza Israele accettò che la neonata ANP controllasse totalmente le sue acque territoriali, anche se la flotta israeliana stava ancora pattugliando la zona. Le voci di depositi di gas naturale su quella costa non interessavano molto a nessuno, perché allora i prezzi erano molto bassi e le riserve molto abbondanti. Non c’è dunque da stupirsi che i palestinesi se la siano presa comoda per reclutare la società British Gas (BG) – una delle principali attori globali nella ricerca di gas naturale – perché scoprisse cosa ci fosse davvero lì. Solo nel 2000 le due parti siglarono un modesto contratto per sfruttare quei giacimenti, che a quel punto erano stati effettivamente trovati.
BG promise di finanziare e gestire il loro sfruttamento, sostenere tutti i costi e di far funzionare i relativi impianti in cambio del 90% dei profitti, un accordo “di condivisione dei proventi”, esoso ma usuale. Avendo un’industria del gas naturale già in funzione, l’Egitto accettò di diventare il punto di smistamento e di transito del gas sulla terraferma. I palestinesi avrebbero ricevuto il 10% dei profitti (stimati in circa un miliardo di dollari in totale) e avrebbero avuto l’accesso garantito al gas sufficiente a coprire le loro necessità.
Se questo processo fosse stato un poco più rapido, il contratto sarebbe stato messo in pratica come descritto. Tuttavia nel 2000, con un’economia in rapida espansione, con carenza di combustibili fossili e in pessime relazioni con i suoi vicini ricchi di petrolio, Israele si trovò a dover affrontare la mancanza cronica di energia. Invece di cercare di rispondere a questo problema con un aggressivo ma fattibile sforzo di sviluppare fonti di energie rinnovabili, il primo ministro Ehud Barak diede inizio all’era dei conflitti per i combustibili fossili del Mediterraneo orientale. Egli portò al controllo navale di Israele sulle acque territoriali di Gaza per opporsi e bloccare l’accordo con BG. Chiese invece che Israele, e non l’Egitto, ricevesse il gas di Gaza e che controllasse tutti i proventi destinati ai palestinesi – per evitare che i soldi fossero usati per “finanziare il terrorismo.”
Con questo, gli accordi di Oslo erano ufficialmente destinati al fallimento. Dichiarando inaccettabile il controllo sui profitti del gas da parte di palestinesi, il governo israeliano si impegnò a non consentire la benché minima forma di autonomia finanziaria dei palestinesi, per non parlare della piena sovranità. Poiché nessun governo o organizzazione palestinese lo avrebbe potuto accettare, un futuro pieno di conflitti armati era assicurato.
Il veto israeliano portò all’intervento del primo ministro inglese Tony Blair, che cercò di fare da mediatore per un accordo che soddisfacesse sia il governo israeliano che l’Autorità Nazionale Palestinese. Risultato: una proposta del 2007 che avrebbe portato il gas in Israele, e non in Egitto, a prezzi inferiori a quelli di mercato, con un taglio dello stesso 10% dei proventi eventualmente destinato all’ANP. Comunque questi fondi sarebbero stati prima versati alla banca della Federal Reserve a New York per una futura devoluzione, garantendo che non sarebbero stati utilizzati per attacchi contro Israele.
Questo accordo non aveva ancora soddisfatto gli israeliani, che denunciarono la recente vittoria di Hamas, un partito di miliziani, nelle elezioni a Gaza come una rottura dei patti. Benché Hamas avesse accettato la supervisione della Federal reserve sull’uso di quei soldi, il governo israeliano, ora guidato da Ehud Olmert, insistette affinché “nessun diritto di estrazione venisse pagato ai palestinesi.” Invece gli israeliani avrebbero fornito l’equivalente di quei proventi “in beni e servizi.”
Ciò venne rifiutato dal governo palestinese. Poco dopo Olmert impose un blocco totale a Gaza, che il ministro della Difesa israeliano definì una forma di “guerra economica che potrebbe determinare una crisi politica, portando a un’insurrezione popolare contro Hamas.” Con la collaborazione dell’Egitto, a quel punto Israele prese il controllo di tutti i traffici commerciali dentro e fuori Gaza, limitando gravemente persino l’importazione di alimenti e distruggendo la sua industria della pesca. Come ha sintetizzato il consigliere di Olmert Dov Weisglass, il governo israeliano stava “mettendo a dieta” i palestinesi (cosa che, secondo la Croce Rossa, provocò rapidamente “malnutrizione cronica”, soprattutto tra i bambini di Gaza).
Quando i palestinesi rifiutarono di nuovo le condizioni di Israele, il governo Olmert decise di estrarre il gas in modo unilaterale, una cosa che, credevano, sarebbe stata possibile solo una volta che Hamas fosse stato rimosso dal potere o disarmato. Come ha spiegato l’ex comandante in capo dell’esercito israeliano e attuale ministro degli Esteri Moshe Ya’alon, “Hamas… ha dimostrato la sua capacità di bombardare le installazioni strategiche di gas ed elettricità di Israele…E’ chiaro che, senza un’operazione militare complessiva per estirpare il controllo di Hamas su Gaza, nessuna attività di perforazione può essere effettuata senza il consenso del partito radicale islamista.”
In base a questa logica, nell’inverno del 2008 venne lanciata l’operazione “Piombo fuso”. Secondo il deputato del ministero della Difesa Matan Vilnai, si intendeva sottoporre Gaza a una “shoah” (la parola ebraica per olocausto o disastro). Yoav Galant, il comandante in capo dell’operazione, affermò che era destinata a “far tornare indietro Gaza di decenni.” Come ha spiegato il parlamentare israeliano Tzachi Hanegbi, lo specifico obiettivo militare era “rovesciare il regime terroristico di Hamas e occupare tutte le zone da cui vengono sparati razzi contro Israele.”
L’operazione “Piombo fuso” ha effettivamente “fatto tornare indietro Gaza di decenni.” Amnesty International ha riferito che durante i 22 giorni dell’offensiva 1.400 palestinesi sono stati uccisi “compresi circa 300 bambini e centinaia di altri civili disarmati, e vaste aree di Gaza sono state rase al suolo, lasciando molte migliaia di senzatetto e la già disastrosa economia [di Gaza] in rovina.” L’unico problema è stato che l’operazione “Piombo fuso” non ha raggiunto il suo obiettivo di “trasferire la sovranità sui giacimenti di gas a Israele.”

Più fonti di gas uguale più fonti di guerra
Nel 2009 il neoeletto governo del primo ministro Benjamin Netanyahu ha ereditato la situazione di stallo riguardo ai depositi di gas di Gaza e una crisi energetica israeliana che è diventata ancora più seria quando la Primavera Araba in Egitto ha interrotto e poi cancellato del tutto il 40% delle forniture di gas al Paese. L’aumento del prezzo dell’energia ha presto contribuito a determinare le più vaste proteste da parte di ebrei israeliani da decenni.
Quando ciò è accaduto, tuttavia, il regime di Netanyahu aveva ereditato anche una soluzione potenzialmente permanente del problema. Un immenso campo di gas naturale estraibile è stato scoperto nel Bacino Levantino, una grande formazione sottomarina nella parte orientale del Mediterraneo. Fonti ufficiali israeliane hanno immediatamente affermato che la “maggior parte” delle nuove riserve di gas scoperte si trovano “all’interno del territorio israeliano”. Così facendo hanno ignorato le asserzioni contrarie da parte di Libano, Siria, Cipro e dei palestinesi.
In altre parole, questo immenso giacimento di gas avrebbe potuto essere effettivamente sfruttato insieme dai cinque contendenti e un piano di produzione avrebbe potuto essere messo in atto per migliorare l’impatto ambientale del rilascio nel futuro di oltre 3 miliardi di metri cubi di gas nell’atmosfera del pianeta. Tuttavia, come ha osservato Pierre Terzian, direttore del giornale industriale Petrostrategie, “tutti i fattori di rischio sono presenti…Questa è una regione in cui è frequente fare ricorso ad azioni violente.”
Nei tre anni che hanno fatto seguito alla scoperta, l’avvertimento di Terzian è sembrato ancora più preveggente. Il Libano è diventato il primo punto caldo. All’inizio del 2011 il governo israeliano ha annunciato lo sfruttamento unilaterale di due campi, circa il 10% del Bacino Levantino di gas, che si trova nelle acque territoriali contese vicino al confine tra Israele e Libano. Il ministro dell’Energia libanese Gebran Bassil ha immediatamente minacciato uno scontro militare, affermando che il suo Paese non avrebbe “permesso a Israele o a qualunque compagnia che lavori per gli interessi israeliani di prendere una qualunque quantità del nostro gas che si trova nella nostra zona.” Hezbollah, la più agguerrita fazione politica in Libano, ha promesso attacchi con i razzi se “un solo metro” di gas naturale fosse stato estratto dai campi contesi.
Il ministro israeliano delle Risorse ha accettato la sfida, sostenendo che “queste aree sono all’interno delle acque commerciali di Israele…Non esiteremo ad usare la nostra forza e la nostra potenza per proteggere non solo il principio di legalità, ma anche il diritto marittimo internazionale.”
Terzian, giornalista esperto nel settore petrolifero, ha proposto questa analisi della realtà dello scontro:
“In concreto….nessuno è disposto ad investire con il Libano in acque contese. Non ci sono compagnie petrolifere libanesi in grado di fare le trivellazioni e non c’è una forza militare in grado di proteggerle. Ma dall’altra parte le cose sono diverse. Ci sono compagnie israeliane in grado di operare in mare, e potrebbero assumersi il rischio sotto la protezione dell’esercito israeliano.”
Sufficientemente sicuro, Israele ha continuato ad esplorare i fondali e a trivellare nei due campi contesi, schierando droni per controllare gli impianti. Nel frattempo il governo Netanyahu ha investito ingenti risorse per prepararsi ad un possibile conflitto futuro nella zona. Ad esempio, con un generoso finanziamento americano, ha sviluppato il sistema di difesa antimissilistico “Iron Dome”, destinato anche ad intercettare i razzi di Hezbollah ed Hamas diretti contro gli impianti energetici israeliani. Infine, a partire dal 2011 ha lanciato attacchi aerei in Siria con lo scopo, secondo fonti ufficiali USA, “di prevenire ogni spostamento di sistemi antiaerei avanzati, missili terra-terra e terra-mare “ ad Hezbollah.
Tuttavia Hezbollah ha continuato ad accumulare razzi in grado di demolire gli impianti israeliani, e nel 2013 il Libano ha fatto un passo autonomo. Ha iniziato a negoziare con la Russia. L’obiettivo era di avere a disposizione le compagnie del gas di quel Paese per sostenere le rivendicazioni libanesi sulle acque territoriali, mentre la potente marina militare russa avrebbe potuto dare una mano nella “disputa territoriale di lunga durata con Israele.”
Dall’inizio del 2015 è sembrato che si sia stabilita una situazione di deterrenza mutua. Benché Israele sia riuscito a far funzionare il più piccolo dei due campi che ha iniziato a sfruttare, la perforazione nel più grande è bloccata a tempo indefinito “alla luce della situazione della sicurezza”. I contrattisti americani di Noble Energy, incaricati da Israele, non hanno intenzione di investire i 6 miliardi di dollari necessari in infrastrutture che potrebbero essere sottoposte ad attacchi da parte di Hezbollah e potenzialmente nel mirino della flotta russa. Da parte libanese, nonostante la crescente presenza navale russa nella regione, nessuna attività è iniziata.
Nel frattempo in Siria, dove la violenza si è estesa ed il Paese si trova uno stato di collasso armato, si è concretizzata un’altra situazione di stallo. Il regime di Bashar al Assad, di fronte alla feroce minaccia da parte di vari gruppi jihadisti, è sopravvissuto in parte grazie al massiccio aiuto militare della Russia, concordato in cambio di un contratto di 25 anni per lo sfruttamento del giacimento di gas Levantino rivendicato dalla Siria. Nell’accordo è compresa una notevole espansione della base militare russa nella città portuale di Tartus, che garantirebbe una presenza navale russa molto maggiore nel Bacino Levantino.
Mentre la presenza russa ha apparentemente dissuaso gli israeliani dal tentativo di sfruttare qualunque giacimento di gas reclamato dalla Siria, non c’è una presenza russa nella Siria vera e propria. Così Israele ha contrattato la Genie Energy Corporation statunitense perché individuasse e sfruttasse giacimenti di petrolio nelle Alture del Golan, territorio siriano occupato dagli israeliani dal 1967. Per far fronte alla possibile violazione delle leggi internazionali, il governo Netanyahu ha invocato, come giustificazione dei suoi atti, una sentenza della corte israeliana in base alla quale lo sfruttamento di risorse naturali nei territori occupati è legale. Allo stesso tempo, per prepararsi all’inevitabile conflitto con qualunque fazione o insieme di fazioni esca vittoriosa dalla guerra civile siriana, ha iniziato a incrementare la presenza militare israeliana sulle Alture del Golan.
E poi c’è Cipro, l’unico Paese che rivendica diritti sul Levantino che non sia in guerra con Israele. I greco-ciprioti sono stati per molto tempo in conflitto permanente con i turco-ciprioti, per cui non è sorprendente che la scoperta del gas naturale Levantino abbia scatenato sull’isola tre anni di negoziati su cosa fare, arrivati ad un punto morto. Nel 2014 i greco-ciprioti hanno firmato un contratto di sfruttamento con Noble Energy, il principale contrattista di Israele. I turco-ciprioti hanno fatto un’altra mossa, firmando un contratto con la Turchia per lo sfruttamento di tutti i campi reclamati dai ciprioti “fino alle acque territoriali egiziane.” Imitando Israele e la Russia, il governo turco ha subito spostato tre navi da guerra nella zona per bloccare fisicamente qualunque intervento da parte di altri pretendenti.
Di conseguenza, quattro anni di manovre riguardo ai nuovi giacimenti scoperti nel Bacino Levantino hanno prodotto poca energia, ma hanno coinvolto nuovi e potenti pretendenti nella mischia, lanciando una significativa escalation militare nella regione e hanno incrementato in modo incommensurabile le tensioni.

Gaza, ancora e ancora
Ricordate il sistema “Iron Dome”, sviluppato anche per bloccare i razzi di Hezbollah diretti contro i campi di gas di Israele al nord? Nel corso del tempo è stato installato sul confine con Gaza per bloccare i razzi di Hamas ed è stato testato durante l’operazione “Eco di ritorno”, il quarto tentativo militare israeliano di riportare all’ordine Hamas ed eliminare qualunque “capacità palestinese di bombardare le installazioni strategiche di gas ed elettricità di Israele.”
L’operazione, lanciata nel marzo 2012, ha replicato su scala ridotta le devastazioni dell’operazione “Piombo fuso”, mentre “Iron Dome” ha raggiunto la percentuale del 90% di razzi di Hamas eliminati. Neppure questo, tuttavia, pur essendosi dimostrato un’utile appendice all’esteso sistema di sicurezza per i civili israeliani, è stato sufficiente a garantire la protezione degli impianti estrattivi del Paese esposti agli attacchi. Anche un solo colpo diretto lì potrebbe danneggiare o demolire strutture così fragili e infiammabili.
Il fallimento dell’operazione “Eco di ritorno” per mettere tutto posto ha dato il via a un’altra serie di negoziati, che ancora una volta si sono arenati sul rifiuto palestinese della richiesta israeliana di controllare tutto il combustibile e gli introiti destinati a Gaza e alla Cisgiordania. Allora il nuovo governo di unità palestinese ha seguito l’esempio di libanesi, siriani e turco-ciprioti e alla fine del 2013 ha firmato una “concessione di sfruttamento” con Gazprom, l’enorme compagnia russa di gas naturale. Come con il Libano e la Siria, la flotta russa si è profilata sull’orizzonte come un potenziale deterrente contro l’intromissione di Israele.
Nel frattempo, nel 2013, una nuova serie di blackout energetici ha provocato “caos” in Israele, scatenando un drastico aumento del 47% nel prezzo dell’elettricità. In risposta il governo di Netanyahu ha preso in considerazione la proposta di iniziare l’estrazione sul proprio territorio di petrolio dallo scisto argilloso [shale oil], ma il rischio di inquinamento delle falde acquifere ha provocato un movimento di rifiuto violento che ha frustrato questo tentativo. In un Paese pieno di nuove imprese nel campo delle tecnologie avanzate lo sfruttamento di fonti di energia rinnovabile non ha ancora avuto una seria attenzione. Al contrario, ancora una volta il governo si è rivolto contro Gaza.
Avendo sullo sfondo la mossa di Gazprom di sfruttare i depositi di gas rivendicati dai palestinesi, gli israeliani hanno lanciato il loro quinto tentativo militare per obbligare i palestinesi a cedere, l’operazione “Margine protettivo”, con due obiettivi principali legati agli idrocarburi: scoraggiare i piani russo-palestinesi ed eliminare il sistema missilistico di Gaza. Il primo obiettivo è stato apparentemente raggiunto quando Gazprom ha rinviato (forse per sempre) il suo accordo di sfruttamento. Il secondo, tuttavia, è fallito quando i due attacchi sia da terra che dal cielo – nonostante le devastazioni senza precedenti a Gaza – non sono riusciti a distruggere le riserve di razzi di Hamas o il suo sistema sotterraneo di assemblaggio; né ”Iron Dome” è riuscito a raggiungere la percentuale di intercettazioni quasi totale necessaria a proteggere le strutture energetiche previste.

Senza fine
Dopo 25 anni e cinque tentativi militari israeliani falliti, il gas naturale di Gaza è ancora sotto la superficie del mare e, dopo quattro anni, lo stesso si può dire di quasi tutto il gas del Levantino. Ma le cose non sono rimaste le stesse. In termini energetici, Israele è sempre più disperato, proprio mentre ha ingrandito il proprio esercito, compresa la Marina, in modo significativo. Gli altri pretendenti hanno, a turno, trovato partner più grandi e potenti che li possono aiutare a rafforzare le proprie richieste economiche e militari. Indubbiamente tutto ciò significa che il primo quarto di secolo di crisi del gas naturale nel Mediterraneo orientale non è stato altro che un preludio. Ci troviamo davanti alla possibilità di più estese guerre per il gas, con tutte le devastazioni che probabilmente porteranno.
- Michael Schwartz, un eminente docente emerito di sociologia alla Stony Brook University, è l’autore di libri pluripremiati come “Protesta radicale e struttura sociale” e “ La struttura del potere nel mondo degli affari americano” (con Beth Mintz). Il suo libro sul sito TomDispatch [sito alternativo nordamericano], “Guerra senza fine”, è centrato su come la geopolitica militarizzata del petrolio ha portato gli USA a invadere e occupare l’Iraq.
Il suo indirizzo mail è Michael.Schwartz@stonybrook.edu.
(traduzione di Amedeo Rossi)

sabato 7 marzo 2015

Non può esserci democrazia se non c’è una scuola democratica, non può esserci una scuola democratica se non c’è democrazia.

Il Comitato nazionale di sostegno alla Legge di iniziativa popolare “Per una buona scuola per la  Repubblica”





Le indiscrezioni, divenute ormai certezza, sulle decisioni che prenderà il CDM in materia scolastica, vanno nella direzione di un Ddl omnibus.
Pensiamo che il cambio di rotta - dal decreto legge al disegno di legge - a cui riteniamo di avere saggiamente contribuito,  superi di fatto l’idea di procedere in modo autoritario su una materia tanto complessa, e permetta finalmente l’apertura di un vero e approfondito confronto in Parlamento e nelle scuole sul futuro del nostro sistema d’istruzione pubblico.
Chiediamo, insieme ai centomila cittadini che l’hanno sottoscritta, che nel dibattito parlamentare sia dato ampio spazio alla Legge d'iniziativa popolare“Per una buona scuola per la Repubblica”  depositata al Senato con il n. 1583 e alla Camera con il n. 2630. Una legge rispettosa del dettato costituzionale e redatta a partire dall’esperienza e dalle riflessioni di chi opera e vive ogni giorno nelle scuole del nostro paese.
Rigettiamo con forza il ricatto che il Governo impone al Parlamento, strumentalizzando l’assunzione dei precari al fine di ottenere una approvazione, senza adeguato confronto parlamentare, su tutti gli altri capitoli della riforma, non solo non urgenti, ma spesso dannosi per la scuola pubblica statale.
Ricordiamo che l’assunzione dei precari è un atto dovuto per dare attuazione sia alla legge Finanziaria del 2007 sia alla sentenza della Corte di giustizia europea; la loro assunzione deve essere disposta con un immediato decreto legge e non può essere contingentata nei limiti degli attuali organici, ma deve comportare al contrario un adeguamento degli organici.
La mobilitazione a sostegno della Legge d’iniziativa popolare non si ferma, riproponendo con determinazione i punti principali della legge per:
  • l’assunzione immediata dei precari in modo da coprire tutte le cattedre vacanti e quelle necessarie ad assicurare la riduzione del numero degli alunni per classe, l’ampliamento dell’offerta formativa (tempo pieno, tempi distesi per l'apprendimento), il sostegno, l’alfabetizzazione, la lotta alla dispersione scolastica.
  • la scuola della cooperazione e della collegialità e non quella della competizione eterodiretta da Dirigenti manager e dalla burocrazia ministeriale;
  • la piena gratuità della scuola statale con finanziamenti certi a tutte le scuole pari al 6% del PIL. No a scuole sostenute dai contributi dei genitori e dei privati. No a nuovi contributi alle scuole private;
  • classi di 22 alunni e non classi pollaio;
  • la scuola dell’infanzia statale garantita a tutti con l’ultimo anno obbligatorio e non la sua trasformazione in un servizio;
  • un sistema di valutazione autonomo dal Ministero che sostenga tutte le scuole aiutando quelle che operano in condizioni sociali disagiate al fine di dare a tutti gli studenti italiani la stessa offerta di istruzione e formazione.
  • Un rapporto fra scuola e lavoro finalizzato a garantire la libera scelta del proprio futuro agli studenti. No all’introduzione dell’apprendistato nelle scuole.
Aderiamo alla giornata di mobilitazione studentesca del 12 marzo organizzando iniziative nelle scuole e nelle città  che coinvolgano studenti, genitori, insegnanti, cittadine e cittadini.
Aderiamo inoltre con convinzione alla mobilitazione sociale del 28 marzo.


venerdì 6 marzo 2015

Valle del Sacco, per la nuova perimetrazione del SIN la Regione convoca Sindaci e associazioni

Luciano Granieri

L'attuale perimetrazione, da cambiare
La giornata del 6 marzo è stata caratterizzata da una stimolante  passeggiata  in Regione con qualche amica e amico appartenenti alle associazioni che hanno costituito Il “Coordinamento delle associazioni ambientaliste  della Valle del Sacco”. L’elenco delle organizzazione aderenti è rilevabile in calce al documento che abbiamo prodotto e che sotto pubblichiamo. 

L’incontro  è stato organizzato dall’assessorato  regionale all’ambiente in relazione alla necessità di individuare una nuova  perimetrazione del S.I.N . (Sito di interesse nazionale)  del  bacino del Fiume Sacco, così come richiesto dal ministero dell’ambiente. In attesa di apprendere gli esiti del ricorso al consiglio di Stato operato dallo stesso ministero,  contro la sentenza del TAR che boccia  la decisione ministeriale di qualificare l’area da zona di interesse nazionale (S.I.N.)  in zona di interesse regionale (S.I.R.),  Il ministero dell’ambiente  vorrebbe risolvere l’annosa questione della perimetrazione dell’area interessata dal degrado ambientale.

 Il rimpallo di competenze sulla zona,  intercorso fra una prima fase di ordine commissariale, che aveva definito una perimetrazione,  ed una successiva  riguardante una seconda perimetrazione inerente  al  S.I.N. vero e proprio, ha  ingenerata una confusione notevole, per  cui, zone profondamente ferite dall’inquinamento rimanevano fuori dal  sito d’interesse nazionale, mentre altre poco o nulla inquinate vi rientravano. 

Di fatto la perimetrazione così come è definita oggi prevede due zone distinte, quella situata a nord, originariamente di competenza del commissario della protezione civile, quelle ubicata a sud di competenza del  ministero.  E’ del tutto evidente la necessità di determinare una perimetrazione unica meglio gestibile e finalmente sotto il controllo di un unico ente, in questo caso il ministero dell’ambiente.  

Per far ciò  tecnici e dirigenti dell’assessorato all’ambiente regionale e dell'ARPA  sono stati invitati ad una conferenza dei servizi , organizzata dal ministero stesso,  per presentare una nuova perimetrazione definita  tenendo conto anche degli attori che vivono sul  territorio: amministratori provinciali,  comuni, associazioni e cittadini. Di qui la ragione della nostra convocazione.  

Le modalità di definizione dell’area di interesse  sono definite  nell’art. 252 coma 2 e 2 bis del decreto legge  152 del 2006 ed a quelle il ministero impone di attenersi. In particolare  possono rientrare nei    siti di interesse nazionale: aree e territori, compresi i corpi idrici, di particolare pregio ambientale; aree e territori tutelati ai sensi del decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42; (cioè di alta valenza culturale), aeree in cui il rischio sanitario ed ambientale , che deriva dal rilevato superamento delle concentrazioni soglia di rischio,  deve risultare particolarmente elevato in ragione della densità della popolazione o dell'estensione dell'area interessata; l'impatto socio economico causato dall'inquinamento dell'area deve essere rilevante; la contaminazione deve costituire un rischio per i beni di interesse storico e culturale di rilevanza nazionale. 

In base a queste prescrizioni  l’assessorato regionale all'ambiente unitamente ai tecnici di ARPA,  ha proposto una bozza di peimetrazione  che,    parte dalle foci del fiume Sacco   procede nei territori di Bellegra, Olevano  per convergere su Colleferro, quindi affianca  l’autostrada del sole ad una distanza di un chilometro dalla sede autostradale,  interessa  l'area  della fabbrica di amianto dismessa CEMAMIT. Su Frosinone è coinvolta la zona Asi e, nonostante la legge non preveda discariche nei siti, perché assegnate alla competenza dei singolo comuni, la discarica  di Via Le Lame è ugualmente compresa  perché l’area su cui insiste è particolarmente flagellata dall’inquinamento.  

A breve le cartine dove la perimetrazione è indicata verranno inviate ai sindaci e alle associazioni che potranno procedere ad eventuali modifiche, ampliamenti o restringimenti, sempre tenendo presente quanto prescrive l’art 252 della legge 152/06. Una volta  modificata ed integrata la regione porterà la proposta di perimetrazione al ministero per l’approvazione definitiva. 

Naturalmente è possibile che quanto deciso dai cittadini, venga totalmente rigettato dal ministero e dunque la perimetrazione possa essere totalmente diversa.  Infatti è bene ricordare, che il sito di interesse nazionale è di esclusiva competenza del dicastero ambientale , i cui rilievi della Regione e della associazioni possono essere anche totalmente ignorati. Le associazioni e i Comuni  sono in attesa di ricevere il materiale cartografico per  prendere visione della bozza di perimetrazione e proporre le proprie  modifiche. Intanto  Il Coordinamento delle associazioni ambientaliste della Valle del Sacco hanno presentato un  documento, dove bene sono specificati programmi e modalità future per la tutela e la riqualificazione della Valle del Sacco.

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                      Coordinamento delle associazioni ambientaliste della Valle del Sacco


Contributo al Tavolo Tecnico del 06 marzo 2015 per la Riperimetrazione del SIN “Bacino del fiume Sacco” e il riavvio delle operazioni di bonifica 

La decisione della Regione Lazio di promuovere un confronto con Enti Locali e mondo associativo per la riperimetrazione del SIN “Bacino del Fiume Sacco” costituisce una iniziativa lodevole. Rivedendo però l’andamento dei lavori pregressi sul tema e delle conferenze di servizi, tale decisione appare un po’ tardiva rispetto ad una gestione delle conferenze che non ha messo in grado i diversi partecipanti di intervenire con piena consapevolezza dei vincoli normativi e procedurali a cui essi dovevano attenersi. Alcuni contrattempi hanno dimostrato come fosse totalmente assente una metodologia che garantisse la piena condivisione della documentazione prodotta nella gestione degli interventi di bonifica e di governo del Sito di Interesse Nazionale. Nelle diverse fasi del procedimento, nonostante i lavori preparatori, abbiamo osservato la non condivisione delle informazioni tra organi di governo, organi di controllo ed istituti di ricerca chiamati ad intervenire nel procedimento. Ci aspettiamo che a questo venga posto rapidamente rimedio nel senso di allineare le diverse istituzioni tra loro quanto al grado di conoscenza della materia, condividendo l’informazione prodotta con la cittadinanza, senza inutili ostacoli all’acquisizione delle informazioni, promuovendone la circolazione, costruendo percorsi di lettura e chiavi di lettura. 

Il compito di indicare le aree soggette a contaminazione delle matrici ambientali da inserire nella perimetrazione del Sito di Interesse Nazionale spetta agli Enti Locali di concerto con gli Enti di controllo. Tuttavia in questi anni le diverse associazioni hanno svolto una intensa attività di inchiesta, di acquisizione delle informazioni presso le diverse istituzioni, sollecitandone gli interventi, rendendo la cittadinanza consapevole di quanto di concreto veniva realizzato. Questa attività è stata svolta acquisendo i contributi di chi possedeva le competenze necessarie a chiarire e rendere comprensibili i diversi aspetti della realtà che si andava scoprendo. 

In base al lavoro svolto riteniamo di poter definire un insieme imprescindibile di aree da inserire nella nuova perimetrazione del Sito di Interesse Nazionale, quali: 
- l'area industriale di Colleferro, fonte della contaminazione; 
- le fasce perifluviali del Sacco per le quali è necessario ridefinire tutti i perimetri di esondazione; - l'area industriale di Castellaccio; - la Cemamit di Ferentino; 
- le aree industriali di Patrica, Ceccano e Ceprano (premesse per queste aree la congruità con la normativa sui SIN). 

Per legare tutte queste aree e cercare di definire un perimetro più adeguato e corretto possibile, un riferimento di prima analisi, ma solo di prima analisi, è il PAI (piano per l’Assetto Idrogeologico) redatto dall’Autorità di Bacino dei Fiumi Liri-Garigliano e Volturno.

 Nel frattempo, purtroppo, il vuoto di interventi durato due anni, causato dal declassamento del sito, aggravato da conflitti intervenuti tra istituzioni preposte, ha generato situazioni preoccupanti e poco chiare. 
Ci riferiamo, ai barrieramenti idraulici nell’area industriale di Colleferro su cui è intervenuto il TAR, per uno di essi, a dirimere un conflitto di competenze con la sentenza del 25 febbraio 2015. Altro punto da sbloccare nell’immediato è il bando di gara per la MISE del sito di discarica denominato ARPA2, nell’area industriale di Colleferro e relativa chiusura delle operazioni di bonifica. 

Necessaria in parallelo la verifica sullo stato dell’arte con susseguente dettagliata relazione. Altrettanto urgente da prendere in considerazione è la situazione del depuratore di Anagni, che non è mai stato realmente preso in carico da alcun ente ed è rimasto del tutto inattivo dopo un percorso che è costato somme ingenti alle casse pubbliche. 

Infine, il dato che sta emergendo in base alle indicazioni fornite da associazioni ed enti locali è l’esistenza, peraltro nota nelle sue linee generali, su tutta l’area più urbanizzata ed industrializzata della Valle del Sacco, di episodi anche gravi di inquinamento ambientale causati da attività industriali, comprese quelle del ciclo dei rifiuti, pregresse o in essere. Le stesse discariche di RSU (più o meno abusive) attraverso il percolato a dispersione sono certamente fonti di inquinamento chimico sia della matrice suolo che acqua. 

Ciò rende ancora più urgente chiudere la pratica della perimetrazione del SIN e la definizione delle aree critiche da includervi. Fatto questo si deve procedere in modo coordinato alla mappatura della totalità dei gravi episodi di inquinamento ambientale che investono e hanno investito la valle del Sacco, usufruendo degli archivi di analisi ARPA, frequentemente chiamata in causa per accertamenti. Per procedere all’attivazione di questa seconda fase è ancor più necessario attivare quei dispositivi di condivisione delle conoscenze e delle informazioni, di messa a disposizione delle competenze, che valutiamo necessari per la definizione del SIN e la sua bonifica. Il territorio della Valle del Sacco costituisce un sistema integrato dal punto di vista ambientale, nel quale è sì necessario intervenire puntualmente ed in modo capillare arrivando però a risanare l’insieme delle relazioni che collegano le diverse matrici ambientali, le aree e gli ambienti che lo costituiscono. 

A fronte di una situazione ambientale gravissima che perdura ormai da troppo tempo, che ha avuto e continua ad avere insopportabili ripercussioni sulla salute degli abitanti della Valle del Sacco, tanto da far emergere nel complesso del bacino idrografico del Fiume Sacco “un eccesso di mortalità per tutte le cause” (come può evincersi dal Rapporto Sentieri - Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio da Inquinamento - condotto e finanziato nell’Ambito del Programma Strategico Ambiente e Salute dal Ministero della Salute, o dagli studi epidemiologici di sorveglianza sanitaria relativi alla contaminazione da Beta-HCH, o ancora dallo studio ERAS sull’impatto sanitario derivante dalla presenza di impianti di gestione rifiuti), le azioni di risanamento intraprese sin qui dagli Enti preposti si sono rivelate inefficaci e dispendiose oltre che isolate, condotte per rispondere ad una situazione emergenziale che dura ormai da ventidue anni se prendiamo come anno zero la sentenza della Pretura di Velletri del 1993. 

È palese che in questa condizione risulta contraddittorio in termini e non è più tollerabile che si stanzino ancora fondi per fronteggiare quella che “emergenza” non può e  non deve essere considerata, e che, al contrario, è una situazione ormai “strutturale” che può essere risolta esclusivamente attraverso una visione strategica condivisa. 

E’ ormai chiaro a tutti che continuare in questa direzione, con azioni "a pioggia" che non siano inquadrate in una visione strategica di risanamento dell'intero comprensorio significa continuare a sperperare denaro pubblico, che non solo non porterà alcun beneficio ma protrarrà ulteriormente una condizione inaccettabile dal punto di vista ambientale e della salute degli abitanti. Una corretta azione di tutela e bonifica senza una definizione esaustiva delle variabili che intercorrono non sarà certamente utile al territorio pertanto sono indifferibili quelle azioni propedeutiche ad una definizione chiara, quali: 

 un piano per l’assetto idrogeologico specifico per la Valle del Sacco;
  un piano di tutela delle acque specifico per la Valle del Sacco.

A tal fine, l’attuazione della L.R. n. 5/2014, in termini di individuazione di un Ambito di Bacino Idrografico (ABI) specifico per la Valle del Sacco, può contribuire a creare le condizioni per un nuovo modello di governo, realmente sostenibile, delle risorse idriche e dell’intero territorio. Questo si potrebbe attuare più efficacemente e speditamente, qualora si promuovesse un progetto di Contratto di Fiume, cioè un accordo quadro per lo sviluppo territoriale (AQST), la cui sottoscrizione - da parte di Comuni, Province, Regione, Autorità di Bacino, Associazioni, ecc., conduca all'adozione di un sistema di regole caratterizzato da una serie di criteri prioritari: tutela, bonifica e sostenibilità ambientale, utilità pubblica, rendimento economico e valore sociale. La trasparenza delle azioni, grazie alla partecipazione di associazioni di cittadini, è la caratteristica della progettazione partecipata, che è il carattere distintivo del Contratto di Fiume. 

Sulla scorta delle esperienze europee ed italiane dei contratti di fiume, che sono stati applicati a territori e comprensori fortemente inquinati, quali ad esempio il bacino del fiume Seveso e quello della Valle del Bormida, il Contratto di Fiume Sacco introdurrebbe quei criteri di governance che sono stati indicati dall’UE come gli unici in grado di garantire uno sviluppo sostenibile, durevole e condiviso. 

Riteniamo indifferibile procedere al più presto con l’adozione di misure territoriali, interprovinciali, per ridare slancio all’economia della Valle del Sacco, mettendo in agenda piani di riqualificazione legati alle caratteristiche endogene come i borghi storici, l’enogastronomia, i parchi naturali, i prodotti agricoli, le aree archeologiche, i beni culturali, l’architettura religiosa, ecc… 

Riteniamo altrettanto imprescindibile una moratoria sull’installazione di impianti industriali non compatibili con lo sviluppo sostenibile del nostro territorio. 

Un’attenzione particolare va rivolta alle aree ex-industriali, fonte in altre situazioni analoghe europee di notevoli opportunità di rilancio, vedi Ruhr capitale della Cultura nel 2010. Un quadro di insieme potrebbe vedere unite in un progetto comune le ex aree industriali della Valle del Sacco. 

Valle del Sacco, 06/03/2015

 Il Coordinamento delle associazioni ambientaliste della Valle del Sacco:
 Legambiente Lazio
Retuvasa
 Centro Studi Tolerus
Terra Dolce
Unione Giovani Indipedenti Colleferro
 Laboratorio Alta Valle del Sacco
Comitato acqua pubblica provincia di Frosinone
Associazione Anagni Viva
Comitato Residenti Colleferro
Ass. Colle Antico – Ceccano
 Osservatorio Peppino Impastato
AUT Frosinone
Officina Progetti Europei
Coordinamento Provinciale Sanità Frosinone
DAS (Diritto alla Salute)
Ass. Pulliano

CLICCA QUI PER IL CONTRATTO DI FIUME

Quale cultura serve al rilancio di Frosinone ?

Francesco Notarcola – Presidente Consulta delle associazioni della città di Frosinone

Il sindaco di Frosinone ha recentemente  affermato  che “ la cultura può e deve essere il volano del rinascimento di Frosinone e di tutta la Ciociaria”.E  siamo d’accordo.
La cultura, a nostro parere, non può fermarsi, però,  alla  semplice ordinaria organizzazione di uno spettacolo teatrale o musicale. Sarebbe un limite imperdonabile.
La Città, per avere un futuro, ha bisogno di  far  crescere la sua qualità della vita e la sua economia, realizzando  il forte desiderio di modernità dei suoi abitanti.
Una prospettiva siffatta necessita di una gestione della cosa pubblica trasparente e partecipata. Una forte intesa tra associazioni,  cittadini ed amministratori al fine di promuovere ogni possibilità di impegno e di ricerca per valorizzare un immenso patrimonio archeologico e di bellezze ambientali.
Mentre i cittadini, da sempre, hanno compiuto  passi da giganti sul piano culturale,  promuovendo  il realizzarsi quotidiano di eventi culturali  importanti per arrestare il degrado ed il saccheggio del territorio, gli amministratori di questa Città sono rimasti ancorati ad un concetto di cultura e di progresso legato al cemento, opponendosi alle proposte dell’associazionismo e dei cittadini, privilegiando il rapporto con i ceti dominanti.
Questa concezione della cultura della gestione del potere pubblico ha fatto di Frosinone la città più inquinata d’Italia ma anche il Capoluogo più inquisito del nostro Paese, dove prevalgano gli scandali e la corruzione.

La cultura detta la necessità di porre fine  alla radicata  “cultura” del  cemento e del mattone. Quest’ultima ha fortemente danneggiato il capoluogo ed i suoi cittadini, costruendo una città anarchica che ha distrutto valori e bellezze del territorio e del centro storico,  abbandonato al degrado e alla desolazione, dove la sporcizia la fa da padrona.
Una città che non cresce, dove vi sono migliaia di negozi e di appartamenti sfitti non ha bisogno di altri mostri di cemento. Chi si abbandona a teorizzare simile prospettive opera attivamente contro la Cultura e contro gli interessi del Capoluogo.
Nei giorni scorsi, effettuando  semplici scavi per collegare cavi elettrici, sono venuti alla luce altri interessanti reperti archeologici nella zona De Mattheis.
Ancora una conferma che questo sito contiene ricchezze inestimabili che gli amministratori di ieri e di oggi continuano ad ignorare, permettendo agli speculatori di aggredire e violentare il territorio con nuove, vergognose, inutili colate di cemento armato.
È strano che coloro che dicono di amare la cultura non muovano un dito per permettere, finalmente, a questa città di valorizzare e fruire delle terme romane ancora seppellite sotto un parcheggio.
Se veramente si ama la città e la cultura occorrerebbe promuovere la valorizzazione di tutti i reperti archeologici rinvenuti dagli anni 60 fino ad oggi, finiti chissà dove e di cui i cittadini ignorano esistenza e significati.
A questi fini il Consiglio comunale di Frosinone ha votato all’unanimità la delibera n°32 del 14/09/2011, proposta dai cittadini, a norma dell’art. 54 dello statuto,  dove sono indicati tutti i punti per promuovere ricerca, valorizzazione e tutela dei beni archeologici, e per arrestare l’aggressione del territorio. Sarebbe sufficiente attuare la delibera.
La cultura non si promuove rinunciando e cancellando dal programma delle OO.PP.  il progetto, già finanziato, per la “sistemazione del museo archeologico” dirottando  i fondi   al nuovo stadio comunale.

 Con un atto simile non  ci si schiera a favore della crescita della cultura e della qualità della vita.

Video di Luciano Granieri

Jobs Act: che fare dopo i decreti attuativi?

Alberto Madoglio


Le burocrazie di Cgil e Fiom calano la maschera
 
I decreti attuativi varati dal governo in applicazione del Jobs Act confermano le peggiori aspettative riguardo a questa ennesima riforma del lavoro.
Diventerà più facile ricorrere a licenziamenti individuali e collettivi: in mancanza della “giusta causa”, il padrone dovrà corrispondere solo un misero indennizzo economico. In questo modo passa il concetto che diritti inalienabili dei lavoratori possono essere cancellati in cambio di una mancia.
In caso di disoccupazione, al lavoratore verrà corrisposta una somma (per la durata di due anni, ridotti a circa 70 settimane dal 2017) dal quarto mese  ridotta del 3%: più lunga è la disoccupazione meno si prende come sussidio.
Rimangono tutte le diverse forme di lavoro precario oggi previste: a tempo determinato, somministrazione, a chiamata, con i voucher, apprendistato e part time. Il Jobs Act quindi non solo cancella i diritti dei lavoratori a tempo indeterminato ma non elimina la precarietà nel mondo del lavoro.
Infine per quanto riguarda il demansionamento, i decreti sanciscono che al lavoratore viene confermato il salario dell’inquadramento superiore (salvo le parti accessorie). Tuttavia in un capoverso finale si prevede il ricorso a accordi individuali in “sede protetta” (sic), in cui si può applicare al demansionamento la riduzione di salario. In poche parole il lavoratore, sotto minaccia di licenziamento, sarà costretto ad accettare la riduzione del proprio salario.
Come si può intuire, ci si trova di fronte a un attacco senza precedenti al mondo del lavoro da parte della borghesia italiana e del suo governo, nel tentativo disperato di poter mantenere i propri profitti, duramente colpiti da oltre 8 anni di crisi economica e da una concorrenza internazionale sempre più spietata.
La risposta che, in presenza di questo attacco ai lavoratori, danno le maggiori organizzazioni sindacali italiane, è non solo del tutto insufficiente, ma dimostra una volta di più come le burocrazie sindacali siano direttamente responsabili del peggioramento delle condizioni di vita di milioni di proletari nel Paese.
 
E le burocrazie sindacali cosa fanno?
Dopo l’imponente manifestazione dello scorso ottobre, dopo lo sciopero generale del 12 dicembre, che ha visto imponenti manifestazioni in diverse città, le segreterie nazionali della Cgil e della Fiom hanno dato l’ordine della ritirata. Anziché tornare nei luoghi di lavoro per organizzare assemblee in cui proporre la continuazione della lotta, di un nuovo sciopero generale avente come obiettivo il ritiro del Jobs Act, Camusso e Landini si sono limitati a deplorare il fatto compiuto. Aver convocato il Direttivo Nazionale della Cgil ben due mesi dopo lo sciopero di dicembre è stato il segnale inequivocabile di come le burocrazie sindacali temano, più che gli attacchi che sferra loro il governo, che la rabbia e la disperazione dei lavoratori possano loro sfuggire di mano.
Scioperi, cortei, mobilitazioni vengono convocati quando non ne si può fare a meno, con un’ottica di routine. Nella visione delle burocrazie, non servono ad innalzare il livello dello scontro di classe, ma sono lo strumento da usare come merce di scambio, per dimostrare a governo e padroni che il sindacato ha ancora un largo sostegno tra gli operai e gli impiegati e che quindi ogni riforma (o meglio controriforma) in campo sociale deve essere contrattata con loro.
Nonostante ciò, governo e borghesia rifiutano ogni concessione anche di facciata, consapevoli della grande occasione che possono sfruttare: sferrare un colpo definitivo alle poche garanzie di cui oggi i lavoratori beneficiano. E, nonostante tutto, Cgil e Fiom continuano nella loro politica di capitolazione. La segretaria Camusso avanza la ridicola proposta di una raccolta di firme per una legge di iniziativa popolare, avente come obiettivo la nascita di un "Nuovo Statuto dei Lavoratori". A questa proposta si lega la possibilità di un referendum abrogativo del Jobs Act.
Landini, in questo gioco delle parti, finge di spronare da sinistra l’azione della Cgil. All’assemblea dei delegati Fiom di Cervia svoltasi lo scorso week end, si è avanzata l’ipotesi, in aggiunta a quanto deciso dalla Cgil, di indire uno sciopero di 4 ore dei metalmeccanici per il prossimo 19 marzo, a cui seguirà una manifestazione nazionale il 28 dello stesso mese.
Né la linea Camusso né quella Landini sono in grado di rispondere all’attacco lanciato dal governo, né hanno la minima possibilità di ridare slancio alla mobilitazione: lo sciopero del 19 marzo sarà l’ennesima innocua parata che avrà come risultato quello di demoralizzare quei settori di operai che ancora non si vogliono arrendere. La legge di iniziativa popolare marcirà nei cassetti di Montecitorio, mentre il referendum abrogativo del Jobs Act, se mai si farà, si svolgerà quando la nuova legge avrà già manifestato tutti i suoi effetti negativi sulla capacità di resistenza dei lavoratori.
La stessa volontà di rilanciare la mobilitazione partendo dai luoghi di lavoro, non risulta credibile: l’accordo sulla rappresentanza del 10 gennaio dello scorso anno fortemente voluto dalla Cgil e poi, dopo qualche schermaglia iniziale, dalla Fiom, ha come risultato quello di rendere molto complicata la conflittualità nei luoghi di lavoro. Nei fatti si tenta di scaricare sui lavoratori la responsabilità del tradimento perpetrato dai burocrati sindacali.
 
Quello che serve
Altro è necessario prima che la guerra sia persa. Preso atto che il gruppo dirigente della Cgil è un freno per ogni reale possibilità di ripresa delle lotte, tutti i settori combattivi e anticoncertativi del sindacalismo italiano, al di là della loro collocazione, devono unirsi per dar vita a quel soggetto sindacale di massa combattivo che oggi manca. Rifiuto del Jobs Act, opposizione inflessibile al rinnovo delle rsu secondo i dettati dell’accordo della vergogna, opposizione frontale e senza tregua alle burocrazie sindacali, programma di azione sindacale basato su una chiara e conseguente piattaforma anticapitalista, perché la crisi la paghino i padroni. Questi sono alcuni punti di una piattaforma realmente alternativa al tradimento organizzato da Camusso e Landini, e sulla quale poter aggregare quei milioni di lavoratori che lo scorso autunno si sono mobilitai contro il governo, e che oggi possono tornare in piazza a lottare contro il governo e i grandi potentati economici della borghesia italiana.

giovedì 5 marzo 2015

Salvini Roma non ti vuole.

Loa Acrobax.

Mi rendo conto che l'argomento "Salvini a Roma" meriterebbe di essere coperto dal classico velo pietoso. I deficienti, non numerosi per la verità, presenti a Piazza del Popolo per  sentire un cretino romperci i coglioni con le solite stronzate sugli immigrati, andrebbero denunciati per danni. Infatti insudiciare con corpi e menti bacate una piazza storica è reato di danneggiamento morale e culturale. Torniamo però a queste mestizie, solo per proporre il video di Elio Germano, girato   dal centro sociale Acrobax qualche giorno prima la miserrima avanzata dei peones fascisto-padani. Non credo che si possa fare meglio nel ridicolizzare certi atteggiamenti.

Buona Visione

Luciano Granieri

ORIENTAMENTI PER LA LIBERAZIONE

Documento politico dell’ass. “Indipendenza”  


Con l'aggravarsi della crisi dell’Unione Europea e della zona euro, il tema della sovranità e l’ipotesi di una uscita dell’Italia –solo dalla moneta unica per alcuni, necessariamente anche dai Trattati europei ad avviso non solo nostro– si stanno facendo strada, pur con percorsi e contenuti molto diversificati. Tuttavia ancora si veicolano affermazioni catastrofiste per seminare paure ed incassare un consenso emotivo sull'irreversibilità dell'euro e le relative politiche d'accompagno. La paura indotta tra la popolazione sta servendo anche per indurla ad accettare alterazioni profonde (in senso ancor più autoritario ed oligarchico) dei preesistenti assetti economici, sociali, giuridici, politici, che di fatto stanno acuendo la subalternità dell'Italia ad una gerarchia didecisori, dalla potenza sub-dominante tedesca fino a salire in cima ai centri strategici situati negli States, attuali regolatori d’ultima istanza del polo capitalistico “occidentale”.

Senza sovranità e indipendenza, senza mettere in discussione lo status di sudditanza del nostro Paese, come sarà possibile costruire una società ‘altra’ rispetto ai rapporti economici, sociali e culturali vigenti che la regolano? Come liberarsi dal dominio geo-politico statunitense esercitato tramite l’Unione Europea, la Banca Centrale Europea ed il Fondo Monetario Internazionale? Come scrollarsi di dosso i ceti sub-dominanti di casa nostra che di quei poteri sono interessata referenza? Come attrezzarsi a fronte di quel Mercato Unico Transatlantico USA-UE (TTIP) i cui negoziati, in corso e secretati, Washington vuole chiudere a fine 2015 o del “Trade in Services Agreement” (TISA) che completa il TTIP intervenendo nel settore dei servizi e che prefigurano sul continente europeo uno scenario peggiore dell’attuale?

La conquista della sovranità deve pertanto essere considerata come la madre di tutte le battaglie, di tutte le lotte. Non si tratta solo di sovranità monetaria, di riconquistarla. Si tratta di recedere dai Trattati europei che vincolano le politiche di bilancio ed economiche. Dobbiamo riprenderci la piena sovranità economica, monetaria, doganale e produttiva. Ma questa presuppone una sovranità politica, un'indipendenza dai vincoli euroatlantici ed un riorientamento radicale della politica estera.
La conquista della sovranità formale –o anche della sola sovranità monetaria– è dunque un obiettivo necessario ma in sé non sufficiente, se non è inscritta nel conseguimento di una effettiva indipendenza sul piano politico, economico, culturale e geo-strategico.

Occorre insomma perseguire una lotta di liberazione nazionale e raccordarsi internazionalmente ad analoghe esperienze (movimenti, partiti, anche governi) connotate in tal senso, assumendo come obiettivo la conquista della sovranità e dell'indipendenza dai vincoli imperialisti per riscrivere rapporti sociali e modo di produzione. 

È necessario quindi operare con intelligenza nella società italiana perché non qualunque rivendicazione e versione della sovranità e nemmeno qualsiasi alternativa all’europeismo è detto che vadano bene. 
Sarà necessario non lasciarsi irretire o suggestionare da pulsioni antieuropeiste di realtà politiche liberal-liberiste che –saldandosi anche a spezzoni di classi dominanti– potrebbero puntare a contrattare uno status di dipendenza a condizioni più vantaggiose direttamente con il padrone americano e senza essere inquadrati nell’UE. 
Sarà necessario attrezzarsi per fronteggiare la reviviscenza, già in atto in alcuni Paesi europei, di populismi regressivi, neo-fascismi et similia. Puntando sulla rivendicazione della sovranità, questi movimenti potrebbero far leva sul malcontento popolare per deviarlo verso obiettivi sbagliati (demonizzazione degli stranieri, razzismo, tentazioni autoritarie, ecc.), guardandosi bene peraltro dal mettere in discussione gli assetti sociali esistenti e le relative ingiustizie. 
Occorre pertanto essere consapevoli che la rivendicazione della sovranità è un obiettivo irrinunciabile ma al tempo stesso di per sé non garantisce nulla, potendo essere posta al servizio di progettualità politiche e prospettive di società assai differenti, non tutte desiderabili. Si rende dunque assolutamente fondamentale definire quale sovranismo perseguire, avendo di vista gli interessi reali e generali della nostra società, ed essere attrezzati anche sul piano dell'organizzazione politica. Non si tratta solo di rivendicare una centralità propulsiva dello Stato e nemmeno di limitarsi all’indicazione di una spesa pubblica che sappia rinvigorire la domanda privata in caduta, fungendo da volàno per una ripresa dell'economia. Si tratta di intervenire anche nella qualità e nella natura delle scelte, nell'organizzazione produttiva, mercantile e delle relazioni sociali, nella definizione di una direzione politica e di un progetto strategico di società, nella necessaria costituzione di blocchi sociali orientati al conseguimento di mutamenti radicali dei rapporti economici.

Indipendenza è pertanto l’idea-forza fondamentale, la conditio sine qua non per costruire un futuro diverso. In ragione di questo l’abbiamo assunta ieri come nome della rivista, oggi come quello della nascente associazione.
Sovranità economica e indipendenza politica da poteri esterni sono due facce della stessa medaglia su cui devono essere impressi e riempiti di contenuti due concetti: democrazia (sostanziale) e liberazione (sociale), basi indispensabili su cui costruire una reale alternativa di società. Una società in cui l’attività economica sia posta al servizio del bene comune, non delle direttive dei cosiddetti mercati o degli interessi delle oligarchie imprenditorial/finanziarie, interne o estere che siano.
Una società improntata al perseguimento concreto di ideali di giustizia, uguaglianza ed emancipazione sociale, che sappia vedere e contrastare i germi dello sfruttamento, del razzismo e della persecuzione dell’altro ovunque si manifestino.
Una società autenticamente democratica, pluralista, non più in balìa del paradigma culturale oggi dominante, il quale –mercificando e banalizzando ogni aspetto della vita umana– sottopone ad attacchi sistematici la dignità della persona. Il tutto con la finalità –nemmeno troppo nascosta– di poter disporre di una massa di individui deboli, sradicati, de-culturati e manipolabili, ridotti al rango di semplici consumatori.
Una società che assuma come indispensabile la difesa del territorio e della natura dal carattere distruttivo dell’attuale modello di sviluppo.

In un mondo in cui la dominazione politica è incorporata nelle merci di massa, la libertaria espressione delle identità culturali dei popoli, delle loro economie, dell’essere liberi in terre libere –condizione imprescindibile per un senso di autentica fratellanza tra le nazioni e di un sistema di rapporti internazionali giusto ed equo– è già di per sé qualcosa che strutturalmente contrasta con gli interessi sovranazionali delle oligarchie economiche e finanziarie, e dei loro referenti (geo)politici.
La rivendicazione 'nazionale' è dunque oggi la più efficace a contrastare le tendenze 'globaliste' del capitalismo, potendo fungere da premessa e da collante generale per tutta una serie di rivendicazioni sociali. Dall’incontro delle due diverse prospettive può scaturire il massimo dell’efficienza politica. Sintetizzando: la rivendicazione nazionale (innanzitutto nei termini della conquista della sovranità e dell’indipendenza) è la questione principale, la prospettiva della giustizia e della liberazione sociale è la questione fondamentale. 

L'associazione "Indipendenza" intende diffondere le idee sopra indicate, entrare nel merito, estenderne le ricadute d'interesse collettivo, raccogliere la più ampia massa critica di cittadini e acquisire più forza d'analisi, di progetto e d'intervento.
È questa la grande sfida che ci aspetta, per affrontare la quale non da oggi operiamo.

SOVRANITÀ, INDIPENDENZA, DEMOCRAZIA, LIBERAZIONE!


Gli otto punti che seguono ed il documento “Orientamenti per la liberazione” che li precede, vanno considerati unitariamente una sorta di piattaforma e di indirizzo politico della neonata associazione “Indipendenza”. 

VERSO L’INDIPENDENZA. OTTO PUNTI

1. Uscita da euro, Unione Europea e annessi vincoli e trattati, nonché cancellazione dalla Costituzione delle modifiche di matrice liberista introdotte negli ultimi anni, quali la riforma del titolo V ed il pareggio di bilancio.

2. Riappropriazione da parte dello Stato delle leve di politica monetaria, fiscale, industriale, commerciale e doganale, e contestuale recupero di una piena capacità d’indirizzo del sistema bancario e dell’economia, nonché adozione di vincoli alla circolazione dei capitali in entrata e in uscita. Indispensabile dotarsi di una Banca Centrale pubblica (non autonoma, quindi), al servizio dello Stato e della collettività; reintrodurre la separazione tra banche commerciali e banche d'investimento, sottoposte a meccanismi regolativi della loro attività; promuovere misure finalizzate al protezionismo finanziario e commerciale, incluso il governo delle dogane e misure protezionistiche in senso stretto (barriere tariffarie e non tariffarie, contingentamenti, sussidi).

3. Introduzione di meccanismi di protezione dei redditi (indicizzazione di salari e pensioni; amministrazione di alcuni prezzi base per governare gli sbalzi nella distribuzione degli stessi, ecc.), diritto sociale al lavoro e alla casa (equo canone sulla casa d'abitazione, acquisizione pubblica delle proprietà abbandonate, incentivazione del recupero del patrimonio edilizio privato e pubblico senza nuovo consumo di suolo), rilancio delle politiche sociali e riscrittura dei rapporti di lavoro, mediante il recupero dei contratti collettivi, la protezione del lavoro e dei salari estesa anche ai lavoratori a tempo parziale, la riqualificazione del settore lavorativo pubblico e l’introduzione di forme di controllo dei lavoratori sulla vita e gestione delle imprese. 

4. Ridefinizione di un nuovo modello economico che ripristini la centralità del ruolo dello Stato, da concretarsi tramite il riassetto pubblico della ricerca, della sanità, dell’istruzione (con definizione, al riguardo, di un asse culturale nazionale della scuola) e della previdenza; nazionalizzazione di tutti i comparti strategici (reti energetiche e idriche, ricerca, industria, farmaceutica, comunicazioni, trasporti, viabilità, rifiuti); tutela e sostegno ad agricoltura (anche mediante l’uscita dalla nociva Politica Agricola Comune), commercio, artigianato, libere professioni, piccola impresa e cooperazione. Inalienabilità dei beni comuni quali acqua, territorio, patrimonio artistico e culturale, la cui gestione –in nome e per conto del popolo– demandare allo Stato, con attivazione di forme di partecipazione sociale e controllo da parte del popolo stesso. 

5. Riassetto e messa in sicurezza del territorio, tramite opere di bonifica, controllo e tutela dello stesso dai fattori inquinanti e dal rischio idrogeologico; rifiuto di quelle “grandi opere” che, lungi dall’essere di utilità reale per il benessere della popolazione, si rivelino funzionali a soddisfare appetiti speculativi e a devastare il territorio nazionale; pubblicizzazione del servizio di smaltimento e trasporto dei rifiuti (industriali e non), con obiettivo tendenziale rifiuti zero attraverso il risparmio, il riuso e il riciclo delle risorse.

6. Perseguimento dell’indipendenza energetica, anche attraverso lo sganciamento dalla dipendenza dal petrolio e la valorizzazione delle fonti rinnovabili.

7. Edificazione di una società autenticamente democratica, pluralista, rispettosa delle minoranze linguistiche, culturali e nazionali, con al centro la dignità della persona. In tal senso, oltre a conseguenti interventi in ambito politico, istituzionale ed economico, occorre intervenire anche in ambito culturale (decisivo al riguardo il ruolo della scuola) e comunicativo, ridando ruolo al servizio pubblico radio-televisivo, sia in ambito informativo (garantendo la massima pluralità) sia per quanto concerne la valenza culturale ed educativa.

8. Riorientamento della politica e delle relazioni estere sulla base dei princìpi di non ingerenza, reciprocità, rispetto delle sovranità nazionali, perseguimento della pace e della cooperazione tra i popoli. Necessaria, in tal senso, una ridefinizione della collocazione geopolitica dell’Italia, a partire dalla fuoriuscita dalla NATO.