Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

martedì 17 ottobre 2017

Perché la Catalogna vuole separarsi dallo Stato spagnolo?

Gabriel Huland (*)
 


Il 1° ottobre, il governo della Catalogna ha tenuto un referendum per l'indipendenza, nel quale è stata posta la seguente questione alla popolazione: “vuoi che la Catalogna sia uno Stato indipendente in forma di Repubblica”? Il governo spagnolo era così preoccupato per la possibilità di una scissione nel suo Stato che ha inviato più di 10.000 agenti della Guardia nazionale per impedire che si realizzassero le votazioni. Il risultato è consistito in più di 800 feriti e decine di prigionieri. Anche in condizioni così precarie, più di 2 milioni di persone hanno votato e più del 90% ha votato in  favore dell'indipendenza.
La Catalogna è una delle regioni più ricche e industrializzate dello Stato spagnolo. Ha circa 8 milioni di abitanti e produce il 20% del Pil del Paese. Circa il 10% della popolazione lavora nell'industria, dato non insignificante nel contesto del forte processo di deindustrializzazione subito dallo Stato spagnolo negli ultimi decenni, soprattutto dopo che il Paese è entrato nell'Unione europea (Ue), dove svolge il ruolo di un'economia secondaria, subordinata alla Germania, alla Francia e al Regno Unito, le tre principali potenze economiche dell'UE.
Il referendum ha causato una delle più grandi crisi istituzionali e sociali dal periodo della Transizione, durante il quale lo Stato spagnolo è passato dal regime dittatoriale franchista ad una democrazia parlamentare monarchica.
L'economia è rimasta capitalista, ma i settori borghesi che si sono insediati nel controllo dell'apparato statale sono rimasti completamente integrati al progetto imperialista dell'Unione europea. Il regime emerso dalla Transizione è conosciuto come “Regime del '78”, che è in realtà il regime ereditato da Franco integrato da alcune concessioni democratiche. Le strutture franchiste all'interno dello Stato (giustizia e apparato repressivo) sono state mantenute intatte e continua ad essere mantenuta la monarchia con un reale potere di mediazione e veto sulle decisioni del Parlamento.
Il potere giudiziario continua ad essere impregnato dai giudici provenienti dal precedente periodo. Il Partito popolare, che governa attualmente, è il partito dei settori riformisti del regime di Franco. Inoltre, una parte importante delle leggi è stata approvata alla fine della dittatura con lo scopo di preservare le caratteristiche essenziali del regime dopo la morte del generale Franco. Juan Carlos, padre del re attuale, fu nominato direttamente dal dittatore. La monarchia è senza dubbio il simbolo principale della continuità del franchismo.
 
La borghesia catalana e il separatismo
La borghesia della Catalogna non vuole portare il processo separatista alle sue ultime conseguenze. Storicamente, ha sempre usato il sentimento nazionale del popolo catalano, basato su una reale oppressione da parte del nazionalismo spagnolo, per negoziare con la borghesia spagnola condizioni migliori nella distribuzione della ricchezza nazionale. È esattamente quello che sta facendo in questa fase, con la differenza che stavolta ha enormi settori popolari mobilitati per l'indipendenza.
Questo spostamento di una parte della classe media catalana e di ampi settori popolari su posizioni  indipendentiste si spiega con l'inizio della crisi economica, tagli di bilancio e imposizioni di una serie di riforme che hanno sottratto i diritti e aumentato lo sfruttamento della classe operaia.
La crisi capitalistica, iniziata nel 2011, ha portato a un confronto tra due settori borghesi, da un lato, e a un processo di mobilitazione sociale, dall'altro lato, che sta causando una crisi senza precedenti nel regime.
La difesa del diritto all'autodeterminazione delle nazionalità oppresse è una posizione di principio. Hanno il diritto di decidere. D'altra parte, per approfondire questo processo di crisi di regime, il mantenimento di una posizione indipendente dalla borghesia e dai partiti riformisti, che chiami la classe operaia a partecipare con le sue rivendicazioni nelle mobilitazioni, è uno dei compiti dei rivoluzionari in queste situazioni.
 
Tutto il sostegno allo sciopero generale della Catalogna
Dopo il referendum, il sindacalismo alternativo - che si è organizzato fuori dalle centrali burocratiche delle Cc.Oo e di Ugt - ha indetto uno sciopero generale contro la repressione del governo centrale a favore dei diritti sociali, e affinché venga applicato il risultato del referendum. Settori importanti di lavoratori e di giovani si stanno mobilitando.
Una parte della leadership del blocco indipendentista, come l'Assemblea nazionale catalana (Anc), è contro lo sciopero, appellandosi alle posizioni pacifiste. Il popolo catalano ha dimostrato nel giorno del referendum che l'unico modo per garantire la continuità del processo di indipendenza è attraverso la mobilitazione sociale. L'occupazione delle scuole, dei centri elettorali e le manifestazioni sono essenziali in questo momento.
Corrente Rossa [sezione spagnola della Lit-Quarta Internazionale; ndt] sta partecipando attivamente a questo processo e costruendo con tutta la sua forza questa lotta per l'autodeterminazione della Catalogna e contro il regime reazionario che governa lo Stato spagnolo.
 
Cosa è stata la Transizione spagnola
La Costituzione spagnola del 1978 afferma che lo Stato spagnolo è uno Stato plurinazionale. Ciò significa che la Costituzione riconosce le diverse nazioni che costituiscono lo Stato. Questo riconoscimento è il prodotto di una lotta molto importante condotta dai settori popolari che si sono mobilitati all'epoca della Transizione.
La dittatura di Franco non riconobbe le nazionalità e represse sempre duramente ogni espressione nazionale, come il catalano, il basco e il galiziano, imponendo la visione di una Spagna come Paese totalmente omogeneo, in cui tutti erano spagnoli e dovevano rispettare i simboli, la lingua , la religione cattolica, le tradizioni e i cosiddetti eroi nazionali.
Il riconoscimento delle nazionalità esistenti nello Stato spagnolo fu una vittoria, ma è stata molto limitata dagli accordi che furono fatti durante la Transizione tra i partiti borghesi, il Partito comunista, il Psoe (Partito della socialdemocrazia) e i sindacati maggioritari per accettare la monarchia, l'Ue e l'Organizzazione del Trattato Atlantico del Nord (Nato). All'epoca fu realizzato un  patto sociale - conosciuto come i patti di Moncloa - e furono paralizzate le mobilizzazioni in corso che miravano a spazzare via tutto il vecchio regime.
Le nazionalità ebbero più diritti, ma non il diritto all'autodeterminazione, e furono tenute a rispettare il quadro giuridico dello Stato spagnolo. Attualmente, la possibilità di una separazione può portare questo patto e il regime del 1978 ad una crisi terminale.
 
Come si formò lo Stato Spagnolo
L'Europa ha vissuto un periodo di oltre 200 anni di rivoluzioni borghesi e di transizione dal feudalesimo al capitalismo. Quando la borghesia commerciale europea, che si formò a partire dal commercio mediterraneo e anche dall'esplorazione coloniale delle Americhe, raggiunse un livello più elevato di sviluppo, necessitò di controllare il potere politico e di formare degli Stati nazionali. La creazione dello Stato-nazione, tra le altre caratteristiche, avrebbe rappresentato un mercato unico nel quale sarebbe stato possibile sfruttare la forza lavoro del proletariato per produrre e vendere i propri prodotti.
La formazione degli Stati nazionali fu un processo lungo, complicato e violento, perché significava la subordinazione di interi popoli. Persone che avevano la propria lingua e la propria cultura furono dominate da altre nazionalità che avevano il potere economico e militare per imporre la dominazione.
In alcuni casi, come in Francia, la formazione dello Stato nazionale si svolse a partire da rivoluzioni sociali molto profonde, che eliminarono la nobiltà come classe dominante. In altri casi, come nello Stato spagnolo, il processo si sviluppò a partire da accordi tra la borghesia, la monarchia e la nobiltà, e si compì attraverso guerre di conquista e occupazione di territori.
Per questo motivo, alcune nazionalità, come quella catalana, quella basca e quella galiziana, sono ancora vive ed esistono tutt'oggi. Nel caso della Catalogna, il movimento nazionale  indipendentista (che include settori di destra e di sinistra, i partiti borghesi, riformisti e piccolo-borghesi) è molto forte e radicato nella società, principalmente in settori della piccola borghesia e dei contadini, nonostante abbia forza anche nella gioventù dei centri urbani.
La difesa del diritto di decidere e il diritto di separarsi unilateralmente è legittima e deve essere difesa con unghie e denti. Non possiamo difendere, come fa parte della sinistra, l'unione forzata tra i popoli. Bisogna ricordare le lezioni di Lenin durante la rivoluzione russa. 100 anni fa, i bolscevichi rispettarono il diritto di ogni nazionalità che desiderasse separarsi dallo Stato russo. Questa politica fece si che le nazionalità oppresse acquisissero la necessaria fiducia verso gli operai russi che guidavano la rivoluzione.
Vogliamo l'unità della classe operaia per lottare contro la borghesia. Questa unità, tuttavia, può esistere solo se difendiamo il diritto all'autodeterminazione di tutte le nazioni oppresse. Come ha detto Marx, “un popolo che opprime altri popoli non può essere libero”.
 

* Militante di Corrente Rossa, sezione della Lit nello Stato spagnolo.

LA LEGGE DI BILANCIO SUL LAVORO : PORTERA' PIU' OCCUPAZIONE? NO SOLO UN REGALO ALLE IMPRESE

Umberto Franchi


- taglio delle tasse del 50%(100%) al Sud, alle imprese che assumono a tempo indeterminato giovani fino a 35 anni;

- ora cosa succederà ? Si creeranno nuovi posti di lavoro ? NO nessun posto di lavoro in più per il semplice motivo che le imprese aumentano i posti di lavoro solo se hanno più ordinativi... più commesse e quindi più produzione di lavoro... ma per aumentare la produzione devono vendere di più e per vendere di più i cittadini devono avere più soldi per poter comprare...

- ma come sappiamo i salari sono bloccati, le pensioni sono bloccate, non esiste salario di cittadinanza....  i poveri assoluti sono 4.800.000 , in una città come Lucca con meno di 100.000 abitanti ci sono 1700 che vanno a chiedere un pasto alla caritas. .. il 64% di essi hanno una eta' tra i 35 e 54 anni e sono tutti disoccupati in cerca di un lavoro .. il 30% sono nuovi poveri che chiedono un pasto ;

- tutti sentono di avere perduto la loro dignità rivolgendosi alla Caritas e tutti vorrebbero un lavoro....;
-  c'è una legge economica basilare: per acquistare più prodotti bisogna aumentare i redditi... bisognerebbe aumentare di 200 euro mensili stipendi e pensioni allora forse funzionerebbe ma non così e non saranno certo i 600 milioni di reddito di inclusione che risolveranno il problema;

- cosa succederà allora ? Quello che è già  avvenuto con il JOBS ACT. Questo: le imprese trasformeranno per tre anni i rapporti di lavoro esistenti da tempo determinato a quello indeterminato... tra tre anni licenzieranno di nuovo.
I lavoratori assunti a tempo indeterminato (lo possono fare per motivi economici non essendoci più l'art. 18) e verranno solo in parte riassunti a tempo determinato i precari... ma non ci sarà incremento di occupazione!

domenica 15 ottobre 2017

Il giro a Gerusalemme: lettera aperta ai nipoti di Gino Bartali

Ugo Giannangeli

Illustrazione a cura di Luciano Granieri


A Gioia e Giacomo.
Apprendiamo da un articolo del Corriere della sera del 19 settembre che, nella vostra qualità di nipoti di Gino Bartali, siete stati in Israele alla cerimonia di presentazione del prossimo Giro d’Italia riscuotendo grandi applausi. Noi non conosciamo il vostro livello di consapevolezza della situazione in Palestina. Ci piace pensarvi in buona fede ed inconsapevoli della strumentalizzazione in corso della figura di vostro nonno e del Giro d’Italia. Se così è, siete ancora in tempo a prendere le distanze da questa cinica e squallida operazione propagandistica. Questo e non altro è la partenza del prossimo Giro d’Italia da Israele.

Nell’articolo si legge che Miri Regev, ministra israeliana della cultura e dello sport, ha detto che “mai è stato stanziato un budget così alto da Israele per un evento sportivo”. Il motivo è semplice: perché l’evento non è solo sportivo e il significato politico propagandistico che gli attribuisce Israele prevale di gran lunga su quello sportivo. Israele deve rappresentarsi come un Paese normale nascondendo la realtà del suo essere uno Stato su base etnico-razziale, colonizzatore e violentatore del diritto internazionale.

Se ne rende ben conto il nostrano ministro dello sport Luca Lotti quando afferma che “questo giro sarà una sfida sportiva ma anche culturale, un ponte ideale tra Italia ed Israele” (laddove in realtà “culturale” sta per “politica”).

Se ne rende ben conto il direttore della corsa Mauro Vegni quando profetizza che “le strumentalizzazioni saranno all’ordine del giorno”. Vegni dice il vero quando afferma che “non siamo mai andati oltre la linea politica del nostro governo”. E come sarebbe stato possibile andare oltre quando la linea politica del governo italiano è quella di ignorare l’esistenza stessa di una questione palestinese? Andate a rileggervi l’ignobile discorso di Renzi alla Knesset: è stato l’unico uomo politico a non avere neppure accennato alla questione palestinese, neppure con frasi di circostanza. Così pure hanno fatto gli organizzatori del Giro che non hanno preso alcun contatto con i palestinesi neppure per concordare il percorso nella parte palestinese di Gerusalemme. Sì, perché anche questo avviene e mente Vegni quando afferma che “non oltrepassiamo i limiti riconosciuti dello Stato di Israele”. Così non è e i 10 chilometri della prima tappa a cronometro includeranno anche Gerusalemme est, occupata nel 1967 e da allora luogo di espansione (come tutta la Cisgiordania) di quella colonizzazione condannata ripetutamente e vanamente dall’ONU, da ultimo nel dicembre dello scorso anno con la risoluzione n. 2334.

Israele non ha “limiti riconosciuti”, non ha confini dichiarati. In modo neppure troppo celato Israele vuole dimostrare che Gerusalemme è tutta israeliana (e, quanto prima, sua capitale come da aspirazione più volte esternata).

Non è casuale che questa operazione propagandistica avvenga in occasione del 70° anniversario della nascita dello Stato di Israele (l’anno in corso ha visto il 100° anniversario della Dichiarazione di Balfour e il 50° della occupazione del 1967).
Il 2018 sarà, però, anche il 70° anniversario della Nakba (Catastrofe): 385 villaggi palestinesi rasi al suolo, quasi 15.000 uccisi, 770.000 espulsi dalle case e dalle terre.

Complessivamente nel 1948 è stato occupato il 78% della Palestina mandataria e sono stati espulsi i 2/3 della popolazione palestinese. Nei tre anni successivi il numero dei centri abitati distrutti salirà a 475 e quello dei profughi ad oltre un milione.
I corridori pedaleranno quindi sulle macerie dei villaggi distrutti ma non ne leggeranno i nomi perché sono stati cancellati dalla carta geografica e dalla memoria (non quella dei palestinesi). Tutti i villaggi ebraici che saranno attraversati sono stati costruiti al posto di quelli palestinesi. Moshe Dayan in una intervista ad Haaretz del 4 aprile 1969 disse: “Villaggi ebraici furono costruiti al posto di quelli arabi. Oggi voi ignorate persino i nomi di quegli antichi insediamenti e non è colpa vostra perché non esistono libri di geografia che ne parlano. Anzi, non solo non esistono più quei libri, ma non esistono più neppure quei villaggi. Nahalal è sorto al posto di Mahalul, Gevat al posto di Jibta, Sarid al posto di Haneifs e Kfar Yehoshua al posto di Tel Shaman. Non c’è un solo luogo in questo paese che non fosse stato prima abitato da popolazioni arabe”.

Altro che “Una terra senza popolo per un popolo senza terra”!

I sionisti non hanno avuto remore a speculare sulla Shoah (leggete il libro di Finkelstein “L’industria dell’Olocausto”), figuriamoci sulla figura di vostro nonno o su una corsa ciclistica.

L’articolo del Corriere mostra anche una foto di due ciclisti israeliani insieme al campione turco Ahmet Orken, professionista assoldato dalla squadra israeliana. Sulla maglia di Orken compare quella mezzaluna che è effigiata anche sulle autombulanze della Mezzaluna rossa, quelle bombardate dagli aerei e dai cannoni israeliani mentre prestano soccorso durante gli eccidi del 2008/9, 2012, 2014. Orken è un professionista e certamente l’uomo d’affari milionario canadese-israeliano Sylvian Adams, grande finanziatore della operazione, non gli avrà lesinato danaro in fase di ingaggio. Anche vostro nonno era un professionista ma certamente, vista l’intera sua vita e la sua attività a favore degli ebrei, aveva un alto senso di giustizia e nobili ideali. Uno storico ebreo, Bruno Segre, ha detto che i palestinesi sono gli ebrei del nostro tempo. Oggi “Ginettaccio” sarebbe al nostro fianco, a fianco dei palestinesi e pedalerebbe sì per le vie di Gerusalemme ma sventolando una bandiera palestinese per farsi portavoce di questo popolo oppresso ed espropriato.

Ne siamo sicuri.

E non solo noi: uno dei fondatori del celebre Museo del ciclismo del Ghisallo, Paolo Ceruti, ha detto in una intervista al quotidiano “La Provincia” di Como del 20 Settembre: “Ho conosciuto Bartali, così lo strumentalizzano” E prosegue: “questa scelta va contro lo spirito di pace dello sport. Il Giro con partenza da Gerusalemme di fatto offende ed umilia i palestinesi e quanti si battono, compresi anche molti ebrei, per una soluzione equa in Terra Santa… Il voler giustificare questa scelta con quanto fatto da Bartali durante la seconda guerra mondiale è solo un espediente. Nessuno si permetterebbe mai di contestare un omaggio a Bartali, ma realizzato in questo modo diventa solo una strumentalizzazione di cui si poteva fare a meno”.

I responsabili della Fondazione che gestisce il Museo del ciclismo prendono le distanze dalle sue parole e, dimostrando di non avere capito nulla (nella migliore delle ipotesi), replicano: “La politica resti fuori dallo sport”, quando è palese che è stato Israele ad utilizzare lo sport per la sua operazione politico-propagandistica.

Vi invitiamo, pertanto, a riflettere sulla strumentalizzazione di cui è vittima vostro nonno e a prendere le distanze da una cinica operazione politica che offende i palestinesi ma anche il grande Gino.
Ottobre 2017

Ugo Giannangeli - Coordinamento lombardo solidarietà Palestina

( Fonte: Infopal.it )

Luigi De Magistris a Isola Liri

Associazione Culturale “ Senza Frontiere “


Sabato 28 Ottobre 2017, alle ore 18:00, ad Isola del Liri presso l’Auditorium New Orleans - La Fabbrica,  Luigi De Magistris presenterà il suo ultimo libro 
“La Città ribelle – Il caso Napoli”
La presentazione è l’occasione per una conoscenza più approfondita dell’esperienza amministrativa del Sindaco di Napoli che, in pochi anni ha saputo creare un nuovo e diretto rapporto con i cittadini, senza le notorie “mediazioni” dei partiti che hanno amministrato la città negli ultimi anni.
“Il caso Napoli” è  punto di riferimento per tutta la sinistra che oggi più che mai è chiamata ad interpretare il cambiamento della società ed i bisogni delle fasce sociali più esposte allo sfruttamento del liberismo capitalista.
Sono invitati a partecipare tutti i cittadini ed in particolare le Associazioni Culturali e Sociali del territorio.


Arpino 14.10.2017  Associazione Culturale “Senza Frontiere”
                                            Il Presidente

                                           Romolo Rea

sabato 14 ottobre 2017

UNA RISPOSTA A SUA ECCELLENZA LAURA BOLDRINI

Felice Besostri


Premetto che non voglio nemmeno adombrare che la Presidente della Camera, Laura Boldrini, non abbia agito in buona fede: sarebbe troppo inquietante pensare il contrario di una delle quattro cariche di garanzia costituzionale: le Presidenze delle due Camere, la Presidenza della Repubblica e la Corte Costituzionale.

Resta il fatto che, venuta meno la prassi di nominare alla Presidenza di una Camera parlamentari di lungo corso, con pratica di presidenza come vice, ovvero di esponenti dell’opposizione, la Presidente non può che prendere per oro colato i suggerimenti degli uffici per i quali la prassi è Vangelo, fosse Talmud sarebbe invece dialettica,  tuttavia ci sono  momenti in cui in relazione alla sensibilità politica, istituzionale e soprattutto costituzionale della materia occorre  verificare fino in fondo la prassi. Si racconta come aneddoto che quando a Fanfani gli dissero che nella prassi regolamentare non c’erano precedenti, nel senso da lui auspicato, rispose “ Se non c’è un precedente lo si crea!”. In effetti l’unico precedente che giustifica la Presidente è quello da Lei stesso creato ammettendo tre voti di  fiducia sull’Italicum nel 2015.


Tutti gli altri precedenti della Camera non riguardano leggi elettorali nel loro complesso. Trattandosi di un articolo della Costituzione, non modificato, come l’art. 72 Cost., poiché siamo ancora, grazie al risultato referendario del 4 dicembre, un sistema bicamerale paritario o perfetto, poteva richiamare il precedente  del Senato nella domenica delle Palme, 8 marzo 1953. I suoi uffici non l’hanno fatto, credo, per tre ragioni la prima che ogni Camera è gelosa della propria prassi, la seconda per non evocare l’unico precedente a Costituzione invariata perché collegato ad una legge conosciuta come “legge Truffa”, la terza e più importante, perché il Presidente, della Seduta, Giuseppe Paratore fece mettere a verbale, fatto inusitato, “Quindi questo non rappresenta un precedente.”

Quel precedente non andava evocato soprattutto  perché  Paratore, non avendo gradito l’imposizione del Presidente del Consiglio De Gasperi, non Gentiloni, si dimise il 24 marzo  successivo, 16 giorni dopo, ma era un uomo di 77 anni e non agli esordi di una carriera politica. 

L’argomento che l’art. 116 c. 4 non esclude le leggi elettorali prova troppo, cioè nulla perché non esclude nemmeno le leggi in materia costituzionale. Cosa dobbiamo aspettarci in futuro grazie a questa prassi regolamentare? Che un Parlamento eletto con una legge incostituzionale ci propini una sua Costituzione approvata a colpi di voti di fiducia? Infine invece che la Iotti del 1990 i suoi uffici avrebbero dovuto darle copia del Lodo Iotti del 1980, in cui quando si chiede la fiducia la procedura da normale diventa speciale.

giovedì 12 ottobre 2017

Crisi idrica e risoluzione del contratto: è necessario ripubblicizzare il servizio idrico

Comitato provinciale acqua pubblica Frosinone



Cosa significa ripubblicizzare il servizio idrico?
Innanzitutto, significa togliere alle multinazionali quotate in borsa la possibilità di fare profitto su un bene comune essenziale alla vita dell’uomo e alla qualità dell’ambiente. Acea Ato 5 Spa ha un profitto di svariati milioni di euro ogni anno mentre gli utenti del servizio hanno difficoltà a pagare le bollette. E mentre i cambiamenti climatici si manifestano, anche a livello locale, con preoccupanti processi che determinano l’impoverimento delle falde acquifere, Acea Ato 5 Spa capta acqua dalle sorgenti a suo beneficio economico mentre le tubature che avrebbe dovuto sostituire disperdono la risorsa e aggravano la crisi idrica.
Ripubblicizzare significa riprendere il controllo di una risorsa che può esaurirsi, cioè riprendere il controllo delle sorgenti e di tutte le infrastrutture del servizio idrico, compresi i depuratori, che devono restituire all’ambiente un’acqua pulita.
Significa che tutti dobbiamo riprendere il controllo di questo bene, utilizzarlo con saggezza e conservarlo affinché sia accessibile e disponibile per le future generazioni; la gestione è veramente pubblica se è partecipata dai cittadini.
Significa che gli amministratori pubblici devono prendersi la responsabilità di gestire ad esclusivo beneficio dei cittadini il  servizio idrico e non scaricare la patata bollente al privato.
Ma ripubblicizzare non significa che i singoli Comuni si riprendono in carico da soli la gestione dell’intero servizio, bensì trovare la giusta formula di cooperazione tra più Comuni per garantire un servizio di qualità al costo più basso.

Nel Lazio, la strada già è stata tracciata, dai cittadini stessi, con la proposta di legge di iniziativa popolare “Tutela, governo e gestione pubblica delle acque” diventata a tutti gli effetti Legge Regionale ad aprile 2014 (L.R. n. 5/2014). Le amministrazioni pubbliche adesso devono solo percorrerla.

Comuni, Provincia e Regione devono impegnarsi per reindirizzare il governo e la gestione del servizio idrico verso la ripubblicizzazione a beneficio dei cittadini. È necessaria una rinnovata iniziativa di tutte le pubbliche istituzioni per far si che l’acqua, risorsa naturale limitata, non sia condizionata dal mercato e dal profitto.

Chiediamo quindi ai Consigli comunali dei Comuni che ricadono nell’attuale territorio dell’ATO 5 di sollecitare la Regione Lazio affinché approvi un atto amministrativo che, in attuazione dell'art. 5 di suddetta Legge Regionale, istituisca gli Ambiti di Bacino Idrografico e disponga la Convenzione di Cooperazione Tipo per il governo dei medesimi. Una proposta di legge a cui riferirsi esiste già, la n. 238 del 2015, prodotta dal Coordinamento Regionale Acqua Pubblica Lazio e depositata a firma di diversi consiglieri regionali, di maggioranza e opposizione, che punta alla definizione di una pluralità di ambiti territoriali ottimali su base idrografica.

Chiediamo inoltre ai Sindaci facenti parte della Consulta d’Ambito e della Conferenza dei Sindaci di inserire nell’ordine del giorno della prossima assemblea la “Ripubblicizzazione del Servizio Idrico Integrato” per discutere sulla definizione dei nuovi ambiti di bacino idrografico e predisporre uno studio di fattibilità tecnica ed economica che esamini le diverse opzioni di ripubblicizzazione.

Anche i Consiglieri regionali del nostro territorio sono chiamati ad impegnarsi per questo fine, in particolare il consigliere Mauro Buschini in qualità di Assessore regionale ai rapporti con il Consiglio e all’ambiente. La Regione ha in capo a sé la pesantissima responsabilità di non aver ancora attuato una propria Legge votata all’unanimità in Consiglio regionale tre anni e mezzo fa.  

Chiediamo a tutti i cittadini di rivolgersi ai propri Sindaci e amministratori affinché si impegnino ad avviare il percorso di ripubblicizzazione del servizio idrico e quindi promuovere la proposta di mozione con oggetto “impegno per l’attuazione della Legge regionale 4 aprile 2014, n.5 “Tutela, governo e gestione pubblica delle acque” prodotta dal Coordinamento regionale acqua pubblica Lazio (scaricabile sul gruppo fb comitato provinciale acqua pubblica frosinone).

La proposta di mozione è visibile nel cliccando qui  ndr

Lettera ai sindaci per sollecitare l'attuazione della legge 5 da parte della Regione lazio.

Comitato provinciale acqua pubblica
Frosinone - L.go Paleario 7
Tel. 0775-1881342 (mercoledì dalle 16 alle 18)

Alla c.a. dei Sindaci
c.a. Consiglieri Comunali
Da tempo è in atto un tentativo di ripubblicizzazione del servizio idrico, con la quale gli amministratori pubblici devono prendersi la responsabilità di gestirlo ad esclusivo beneficio dei cittadini e non scaricare i tanti problemi esistenti sui cittadini. Ripubblicizzare non significa che i singoli Comuni si riprendono in carico da soli la gestione dell’intero servizio, bensì trovare la giusta formula di cooperazione tra più Comuni per garantire un servizio di qualità al costo più basso.

Nel Lazio, la strada già è stata tracciata, dai cittadini stessi, con la proposta di legge di iniziativa popolare “Tutela, governo e gestione pubblica delle acque” diventata a tutti gli effetti Legge Regionale ad aprile 2014 (L.R. n. 5/2014).

A tale legge deve seguire un atto amministrativo che, in attuazione dell'art. 5 di suddetta Legge Regionale, istituisca gli Ambiti di Bacino Idrografico e disponga la Convenzione di Cooperazione Tipo per il governo dei medesimi.

Essendo giunti in una fase decisiva della vicenda, si chiede quindi ai Consigli comunali dei Comuni che ricadono nell’attuale territorio dell’ATO 5 di sollecitare la Regione Lazio affinché approvi il suddetto atto amministrativo 

Chiediamo inoltre ai Sindaci facenti parte della Consulta d’Ambito e della Conferenza dei Sindaci di inserire nell’ordine del giorno della prossima assemblea la “Ripubblicizzazione del Servizio Idrico Integrato” per discutere sulla definizione dei nuovi ambiti di bacino idrografico e predisporre uno studio di fattibilità tecnica ed economica che esamini le diverse opzioni di ripubblicizzazione.

A tal proposito si allega una mozione da presentare in consiglio e, una volta approvata, da reinviare al Presidente della Regione Lazio e a tutti i gruppi consiliari.

 Saluti.




Proposta di mozione per il Consiglio comunale


Oggetto: impegno per l’attuazione della Legge regionale 4 aprile 2014, n.5 “Tutela, governo e gestione pubblica delle acque”


IL CONSIGLIO COMUNALE

 

PREMESSO CHE


·         l'acqua è un bene essenziale ed insostituibile per la vita e, pertanto, la disponibilità e l'accesso all'acqua potabile e all'acqua necessaria per il soddisfacimento dei bisogni collettivi costituiscono un diritto inviolabile dell'uomo, un diritto universale, indivisibile, che si può annoverare fra quelli di cui all'articolo 2 della Costituzione;
·         con la promulgazione della Carta Europea dell'Acqua (Strasburgo 1968) la concezione dell'acqua come “bene comune” per eccellenza si è progressivamente affermata a livello mondiale;
·         il principio dell'accesso all'acqua come diritto fondamentale di ogni persona, secondo criteri di parità sociale e di solidarietà, e stato, altresì, ribadito dall'assemblea Generale delle Nazioni Unite (Risoluzione ONU del 29 luglio 2010);
·         inoltre, la risoluzione del Parlamento Europeo del 11 marzo 2004 sulla strategia per il mercato interno già affermava “essendo l'acqua un bene comune dell'umanità, la gestione delle risorse idriche non deve essere assoggettata alle norme del mercato interno”;
·         la Risoluzione del Parlamento Europeo del 15 marzo 2006 sul IV Forum mondiale dell'Acqua dichiara “l'acqua è un bene comune dell'umanità” e chiede che siano esplicati tutti gli sforzi necessari a garantire l'accesso all'acqua alle popolazioni più povere entro il 2015 ed insiste affinché “la gestione delle risorse idriche si basi su un'impostazione partecipativa e integrata, che coinvolga gli utenti ed i responsabili decisionali nella definizione delle politiche in materia di acqua a livello locale e in modo democratico”;
·         “un più ampio accesso alle informazioni e una maggiore partecipazione ai processi decisionali migliorano la qualità delle decisioni e ne rafforzano l'efficacia, contribuiscono a sensibilizzare il pubblico alle tematiche ambientali e gli consentono di esprimere le sue preoccupazioni, permettendo alle pubbliche autorità di tenerne adeguatamente conto”, come sancito dalla Convenzione Internazionale di Aarhus (1998), ratificata dal nostro Parlamento con legge n. 108 del 2001 e approvata dalla Comunità europea con decisione n. 2005/370/CE del Consiglio, del 17 febbraio 2005;
·         l’articolo 43 della Costituzione cita: “A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale”.
·         l'esito della consultazione referendaria del 12 e 13 giugno 2011, sancito dai decreti presidenziali pubblicati in Gazzetta Ufficiale - Serie Generale n. 167 del 20-7-2011, ha determinato l'abrogazione sia dell'articolo 23-bis del decreto legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito con la legge 6 agosto 2008, n. 133 e successive modificazioni e integrazioni, sia del comma 1 dell'articolo 154 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152;





RITENUTO CHE

·         il bene acqua, pur essendo rinnovabile, per effetto dell'azione antropica può esaurirsi: è quindi responsabilità individuale e collettiva prendersi cura di tale bene, utilizzarlo con saggezza, e conservarlo affinché sia accessibile a tutti e disponibile per le future generazioni;
·         i cambiamenti climatici a livello mondiale stanno alterando gli equilibri del pianeta, producendo effetti che si manifestano anche in Italia con piogge torrenziali alternate a siccità prolungate e, nella nostra regione, con preoccupanti processi che determinano l’impoverimento delle falde acquifere;
·         per le ragioni e considerazioni in premessa, è necessaria una rinnovata iniziativa di tutte le pubbliche istituzioni per far si che l’acqua, risorsa naturale limitata, continui ad essere considerata bene comune pubblico e non merce condizionata dal mercato e dal profitto;
·         non è ulteriormente accettabile e sostenibile lo stato in cui versano le risorse idriche nel territorio del Comune di ____________________ e, più in generale, quelle all’interno della regione Lazio, caratterizzata da un continuo depauperamento in termini di quantità e qualità delle acque, dovuto principalmente ad una mancanza di pianificazione e una gestione orientata a massimizzare i profitti piuttosto che a garantire un servizio essenziale;

VISTO CHE

  • il Consiglio Regionale del Lazio ha approvato la legge di iniziativa popolare 04 Aprile 2014, n. 5 sulla “Tutela, governo e gestione pubblica delle acque”;
  • l’articolo 5 comma 1 della Legge Regionale n. 5 del 04/04/2014 prevede che “Entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, la Regione individua con apposita legge gli ambiti di bacino idrografico e, al fine di costituire formalmente le Autorità di detti ambiti, disciplina le forme e i modi della cooperazione fra gli enti locali e le modalità per l’organizzazione e la gestione del servizio idrico integrato, costituito dall’insieme dei servizi pubblici di captazione, adduzione e distribuzione di acqua, di fognatura e di depurazione delle acque reflue.”;
·         la Corte Costituzionale, con la sentenza 13 luglio 2017 n. 173, ha stabilito che gli Ambiti Territoriali Ottimali vanno definiti mediante un atto amministrativo e non attraverso una Legge Regionale;

IMPEGNA

la Giunta comunale ed il Sindaco a sollecitare il Presidente e la Giunta della Regione Lazio ad attuare la L.R. 4 aprile 2014, n. 5 "Tutela, governo e gestione pubblica delle acque" e quindi:

·         ad approvare un atto amministrativo che in attuazione dell'art. 5 di suddetta Legge Regionale istituisce gli Ambiti di Bacino Idrografico e dispone la Convenzione di Cooperazione Tipo per il governo dei medesimi prendendo a base della discussione la proposta di legge prodotta dal Coordinamento Regionale Acqua Pubblica Lazio e depositata a firma di diversi consiglieri regionali, di maggioranza e opposizione, denominata PdL n. 238 che punta alla definizione di una pluralità di ambiti territoriali ottimali su base idrografica;

·         a porre in essere, nelle more della definizione del nuovo assetto del servizio idrico integrato sul territorio della regione, ogni possibile azione volta ad impedire il passaggio forzato degli impianti dei comuni ai gestori del servizio in forza delle convenzioni stipulate sulla base della normativa previgente e volta ad intervenire immediatamente per la cessazione degli affidamenti e delle concessioni non conformi alle norme europee;