Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

venerdì 21 dicembre 2018

Frosinone, qual'è la reale percentuale di raccolta differenziata?

Luciano Granieri




In base a quanto si  è appreso  dall’edizione della 14,00 del TGR regionale andato in onda martedì 18 dicembre,( clicca qui per vedere)   l’ultimo rapporto di Legambiente sul sistema  rifiuti della Regione Lazio evidenzia come  il numero di comuni che superano il 60% di raccolta differenziata aumenta costantemente. 

Fra i capoluoghi di provincia Viterbo è in testa con il 52,50%, segue Rieti 27,30% , Latina 23,80% e, buon ultimo Frosinone con il 15,20%. Dunque nonostante i secchi colorati ornino case e palazzi il risultato rimane uno dei peggiori di tutto il Lazio. 

Nonostante l’odissea  che dal 2013  ha accompagnato la consiliatura Ottaviani, con l’arresto   dell’allora vice sindaco Fulvio De Santis per il reato di corruzione, avendo, secondo l’accusa,  pilotato la gara d’appalto per lo smaltimento dei rifiuti in favore della  società Sangalli. 

Nonostante  la riconferma dell’ incarico in sede di procedura emergenziale alla stessa Sangalli, pur non avendo questa i requisiti di moralità richiesti, con il successivo pronunciamento del TAR che ha sconfessato quell’affidamento cedendolo alla ricorrente  De Vizia.  

Nonostante un costo del servizio accollato ai cittadini frusinati per oltre 26 milioni di euro. 

I risultati per la differenziata sono ancora al palo. Eppure  nel capitolato d’appalto del 2013  si leggeva che la performance era già al 18% risultato  che, secondo fonti comunali, è schizzato improvvisamente al 70% con la prima comparsa dei secchi colorati. Rispetto al 17,79% raggiunto nel 2017,checchè se ne dica in giunta,  il Comune è andato indietro attestandosi al 15,20%. 

 Come mai? Viene il sospetto che a fare la differenziata siano solo i cittadini all’interno delle proprie case,  poi i rifiuti, una volta raccolti, finiscano tutti nello stesso calderone. Forse quello della Saf? Perché è evidente che con l’aumento della raccolta differenziata, l’impianto di Colfelice avrà sempre meno rifiuti da trattare, con l’impossibilità di recuperare i costi d’esercizio.  

Non a caso i vertici dell’azienda,  cui azionista è anche il comune di Frosinone oltre che cliente (potenza del capitalismo!),  hanno accettato di buon grado di lavorare  i rifiuti provenienti dal TMB del Nuovo Salario di Roma messo fuori uso da un incendio. 

Se non ricordiamo male  nel  piano economico finanziario, approvato con deliberazione di consiglio n.12 del 4/4/18, si raddoppia l’importo per l’annualità 2018 da 5milioni di euro (come da appalto del 2015) a 10milioni  senza alcun apparente motivazione . Non solo ma nel documento   risulta accresciuto  l’investimento per lo smaltimento dell’indifferenziato  .  Una stima del tutto fuori luogo se era in programma l’avvio della raccolta porta a porta anche per la zona bassa della città. 

Allora  o il piano  citato è stato redatto con pressapochismo , oppure  la comparsa dei nuovi  secchi per la differenziata non è altro che un gettare fumo negli occhi  per celare chissà quali accordi non meglio identificati, forse con il management  Saf? .  

Del resto è notorio come  sulle  aziende partecipate dagli enti locali e sugli organismi intermedi  si giochino le più sordide trattative politiche. Diceva il poeta:  a pensare male si fa peccato ma a volte ci si azzecca. Noi speriamo vivamente di aver pensato male, ma   come cittadini esigiamo che fra una inaugurazione e l’altra del parco del Matusa,  fra un taglio di nastro e una sbicchierata,  il sindaco e i suoi consiglieri rendano contano di questa situazione, così come spieghino perché da tempo immemore non convocano la consulta dei sindaci per la sanità e perché non partecipano al coordinamento dei comuni per la Valle del Sacco.   

giovedì 20 dicembre 2018

REPORT DAL COORDINAMENTO DEI SINDACI

Arturo Gnesi sindaco di Pastena



Il coordinamento dei sindaci, su proposta del comune capofila di Ceprano, si è riunito a Frosinone per l'avvio della bonifica valle del Sacco tenendo conto dei finanziamenti messi a disposizione dal ministero dell'ambiente e della regione Lazio.Presenti i comuni interessati e le associazioni ambientaliste che da anni si sono schierate per l'istituzione del S.I.N. la salvaguardia del territorio e la tutela della salute dei cittadini.A parte gli investimenti previsti bisogna trovare nuove sinergie con le istituzioni sanitarie, imprenditoriali e istituzionali per promuovere uno sviluppo sostenibile che non aggravi ulteriormente l'inquinamento dell'aria, del suolo e delle acque.
Consapevoli che tutta la valle del Sacco è oltretutto interessata da una grave crisi occupazionale e di necessarie bonifiche dei siti industriali, occorre tuttavia individuare e sanzionare gli scarichi abusivi e tossici che ancora persistono viste le ultime vicende che hanno portato sui TG nazionali le voluminose e persistenti schiume estese sulla superficie del fiume.
Bisogna procedere speditamente utilizzando al meglio le risorse a disposizione ma soprattutto istituendo un nucleo operativo in grado di fornire agli enti locali e alle associazioni notizie utili e approfondimenti necessari per agire nel rispetto della comunità amministrata e degli ecosistemi territoriali messi a repentaglio da reiterate scelte politiche e industriali aggressive e miranti solo al massimo profitto.
C'è un clima positivo, voglia di fare e soprattutto tornare di nuovo a monitorare la popolazione e portare a termine uno studio epidemiologico in grado di correlare con maggiori certezze il nesso tra inquinamento ambientale e insorgenza di patologie onco-ematologiche, cardio e cerebrovascolari, respiratorie , dell'apparato genito-urinario e dismetaboliche.
Anche gli ordini professionali, le associazioni di categoria, le istituzioni sanitarie dovranno fare un ulteriore sforzo per capire di più e meglio un fenomeno che riguarda e potrebbe compromettere il futuro delle nuove generazioni.
Consapevoli che tutta la valle del Sacco è oltretutto interessata da una grave crisi occupazionale e di necessarie bonifiche dei siti industriali, occorre tuttavia individuare e sanzionare gli scarichi abusivi e tossici che ancora persistono viste le ultime vicende che hanno portato sui TG nazionali le voluminose e persistenti schiume estese sulla superficie del fiume.Bisogna procedere speditamente utilizzando al meglio le risorse a disposizione ma soprattutto istituendo un nucleo operativo in grado di fornire agli enti locali e alle associazioni notizie utili e approfondimenti necessari per agire nel rispetto della comunità amministrata e degli ecosistemi territoriali messi a repentaglio da reiterate scelte politiche e industriali aggressive e miranti solo al massimo profitto.C'è un clima positivo, voglia di fare e soprattutto tornare di nuovo a monitorare la popolazione e portare a termine uno studio epidemiologico in grado di correlare con maggiori certezze il nesso tra inquinamento ambientale e insorgenza di patologie onco-ematologiche, cardio e cerebrovascolari, respiratorie , dell'apparato genito-urinario e dismetaboliche.Anche gli ordini professionali, le associazioni di categoria, le istituzioni sanitarie dovranno fare un ulteriore sforzo per capire di più e meglio un fenomeno che riguarda e potrebbe compromettere il futuro delle nuove generazioni.

Auguri di buon natale con una nota critica costituzinale in materia di pubblica istruzione alle proposte di regionalizzazione veneta in materia di istruzione scolastica differenziata.........

Mario Zorzetto





Dobbiamo essere capaci di coinvolgere in forme di propaganda culturale costituzionale (propaganda diretta incluso volantinaggio senza etichette di sinistra e di destra, non necessarie) tutte le forze democratiche di partito e di associazioni sindacali e altre (CGIL, Anpi, L&G, cittadinanza attiva, movimenti di studenti democratici etc) con il fine di criticare e demolire il senso comune che si è creato intorno a istruzione e scuola e università negli ultimi 30 anni di dibattito frutto di un cieco orientamento neoliberista globalizzato.
La preoccupazione cade ovviamente sul pensiero neoliberista in materia di istruzione e non sul fenomeno “naturale” della globalizzazione. Si deve rimettere al centro l’idea che l’istruzione è un bene primario per formare cittadini liberi e uguali e colti, oltre che specializzati, per liberarli dai più grandi mali che li affliggono, l’ignoranza e lo sfruttamento, per renderli capaci di forte autonomia critica riguardo diritti e doveri nei rapporti tra Stato e cittadini(cittadini dai gilets jaunes? : Il y a des gens qui souffrent, la société est trop inégalitaire.). Si tratta cioè di uno di quei beni di cui ciascuno ha bisogno per partecipare su una base di parità, se pur competitiva, alla vita pubblica e ai processi di formazione in cui sia democraticamente riconosciuto il merito; è il merito acquisito, senza protezioni, e riconosciuto legalmente dalla comunità locale, nazionale e se del caso internazionale, uno degli elementi essenziali del cittadino a garanzia della comunità per ricoprire ruoli civili e politici di crescente importanza. Quindi l’istruzione secondaria non può essere prevalentemente specializzazione di settore e deve,  anche nella sua fase più professionale, avere un elevato contenuto culturale generale necessario per formare cittadini di una società aperta, democratica e internazionale, in una parola una scuola costituzionale.
E’ chiaro che il merito di cui si parla necessita il riconoscimento con processi di valutazione i più uniformi, imparziali e ampi possibili e che lo stesso spazio nazionale o sovranista di riconoscimento di un titolo potrebbe apparire limitato e ristretto in una comunità globalizzata sempre più ampia.  Si ha quindi l’impressione che le proposte culturali neoliberiste nell’istruzione degli ultimi anni ci pongano di fronte ad un insieme di idee e considerazioni inattuali rispetto un mondo aperto a forme di comunicazione social o di lavoro internazionali. Per farvi capire cosa intendo con inattuali  basti pensare all’importanza della lingua inglese nel mettere in comunicazione uno studente italiano con un collega belga, lettone, polacco o norvegese, e come tale confronto di parole e di idee sarebbe invece impedito se ognuno di loro si esprimesse nel suo dialetto. Appaiono quindi le proposte di regionalizzazione differenziata avanzate dalla Regione Veneto in materia di istruzione, in particolare con riferimento all’impegno orario di insegnamento della lingua veneta, o meglio dei suoi dialetti, per lo meno inattuali e risibili e legate ad interessi ed  esigenze particolari, a mala interpretazione turistico teatrale. E’ come andare a parlare in una piazza di Strasburgo in veneziano, un bel dialetto che i governanti veneti vorrebbero usare con un po’ di arroganza per convincere i loro partner europei ad essere compresi (Salvini vorrebbe dire a Junker “imbriagon” ed essere compreso senza bisogno di alcun interprete? Forse sarebbe meglio avere un idioma europeo comune). Se l’istruzione procede passando dal generale al particolare seguendo il percorso “prima gli italiani, e prima ancora i veneti e quelli del mio campanile “…….  la risibilità della cultura politica veneta in materia di proposte per l’istruzione è assicurata, e forse è meglio così, ma non credo sia questo il problema quanto quello dell’influenza dell’economia neoliberista nella istruzione.
La critica al campanilismo educativo trova una conferma nella valutazione INVALSI nazionale che riguarda una valutazione generale su tre materie  di importanza nazionale e internazionale quali italiano, matematica e inglese, anche se discutibile appare il suo uso calato dall’alto in corsi di studio che ricevono già una loro specifica valutazione: c’è il rischio di valutare due volte la preparazione…non s’ha da fare!  La prova d’esame si fa una sola volta, in modo imparziale e all’interno di essa sono da includere tutte le valutazioni “modello INVALSI” che il Ministero vorrà proporre, con ragionevole peso delle medesime nella valutazione generale della preparazione.
Nella scuola costituzionale devono avere prevalenza parole chiave come scuola unitaria, scuola attiva, scuola democratica, sapere disinteressato, indipendenza intellettuale degli allievi, la scuola deve “preparare dei giovani che abbiano un cervello completo” prima che specializzato, un cervello profondamente critico, orientato ad una comprensione universale dei problemi della società umana, eventualmente ironico e contestatore come fu il pensiero di molti illustri personaggi  (Bertrand Russel o Luther King o anche scienziati come Albert Einstein et) a cui sono state dedicate le scuole che frequentano, un cervello abituato al confronto critico tra le esigenze dell’io e quelle della collettività intesa nel senso di Stato.
Ecco invece le parole chiave della istruzione differenziata nella discussione attuale: società della conoscenza, conoscenza dei mercati, capitale umano, sviluppo economico, merito inteso come capacità di adattamento alle esigenze di mercato e al loro sviluppo di nuove up, scuola delle competenze, competenze chiave, soft skills,  valutazione secondo richieste di mercato, valutazione fatta dai mercati.
L’attualità di queste parole è semplicemente dovuta ad un eccesso di “progresso materiale” in campo economico su quello spirituale e umano in generale che vuole nascondere i crescenti conflitti sociali, l’incremento delle disuguaglianze economiche e la consapevolezza  che le regole per la ricchezza di pochi sono regole per l’impoverimento dei molti cittadini del mondo globalizzato: la ricchezza dei primi è negativamente correlata allo stato economico degli altri. E’ allora evidente  che si devono istruire i cittadini  a rinunciare a discutere della scuola e delle politiche scolastiche all’interno delle grandi categorie del pensiero politico: uguaglianza, disuguaglianza, diritti umani primari, diritti costituzionali della persona. E che si vuole progressivamente far accettare e ridurre il ragionamento alle categorie dell’economia. Per cui la scuola e la formazione sono diventate funzionali esclusivamente alla formazione di capitale umano non nel senso nobile e umanistico del termine, ma come elemento di produzione di consumi e come consumatore acritico  dello sviluppo e crescita economica dei paesi.In questa cultura la vita stessa della persona può ricevere un prezzo correlato alla sua capacità di produrre profitto a dispetto di tutte le dichiarazioni dei diritti umani vigenti.
La svolta avviene negli anni Sessanta, parte dagli Stati Uniti (Gary Becker, Human Capital 1964) con l’apparizione ubiqua dell’individuo razionale che investe oggi in formazione per avere redditi più elevati in futuro. Il successo dell’investimento si misura considerando il reddito aggiuntivo guadagnato e le scuole migliori sono quelle che fanno guadagnare di più i loro allievi e coloro che hanno investito in quelle scuole. In questa logica anche le scuole vengono messe in competizione tra loro per offrire i migliori servizi agli studenti i quali però saranno soggetti a “tassazioni di iscrizione” crescenti  e a sacrifici spostandosi nelle scuole migliori. E’ evidente che questo tipo di scuole e istruzione si addice alle scuole private e alle classi benestanti e non possono essere il riferimento e il modello dell’istruzione pubblica e della scuola costituzionale di cui agli art. 33 e 34 della Cost.   Il liberismo di GaryBecker apre dunque alla differenziazione scolastica tra ricchi e poveri, alla istruzione differenziata; alle scuole dei ricchi arriveranno finanziamenti privati etc…    secondo un processo che contraddice tutte le chiavi di interpretazione della Scuola costituzionale e gli interessi generali della istruzione collettiva

Una sanità efficiente come volano determinante per la ripresa economica e lo sviluppo occupazionale



Al di la dei proclami e delle autogratificazioni la gestione Commissariale  della ASL  ha  dato un serio contributo allo sfascio della sanità pubblica, dominata dal caos e dalla precarietà
La provincia di Frosinone, il cui territorio rimane sempre il più inquinato d’Italia, e nel quale le patologie oncologiche sono in un continuo ed inarrestabile aumento,  si ritrova con strutture sanitarie dequalificate, con una dotazione di personale insufficiente, demotivato e mortificato professionalmente e come dirigenti.
Le tante dichiarazioni rese dal Presidente Zingaretti, in campagna elettorale e ripetute continuamente  in questi giorni,  sono rimaste parole al vento. La Regione Lazio e le sue diramazioni sono sempre più lontane dai cittadini. La trasparenza e la partecipazione, sancite dalla legge, rimangono un pio desiderio.
Strappato  il voto ai cittadini, nulla è cambiato e le promesse sono rimaste  un sogno lasciando  un territorio dominato da  vaste aree di  degrado e di abbandono, che genera tumori e malattie respiratorie, senza un adeguato sistema socio sanitario, con un aumento  di disoccupazione, povertà ed emarginazione. Se questo è il significato della frase: «Mettere al centro della politica il Cittadino» c’è di che allarmarsi. L’intera zona nord della provincia, con una popolazione di circa 100.OOO – centomila- persone è abbandonata alla “Buona di Dio”
Cittadinanzattiva-Tribunale per la difesa dei diritti del malato di Frosinone, mentre esprime forte preoccupazione per questo insopportabile e non più tollerabile stato di cose, che ha contribuito fortemente a far crollare l’economia  e la qualità della vita,  rivolge un accorato  appello a tutte le associazioni della provincia,  affinchè partecipino  all’ incontro che si terrà a Frosinone, presso la SALA-TEATRO della ASL, in Via Armando Fabi,  GIOVEDI’ 20 DICEMBRE 2018, DALLE ORE 15,30 ALLE ORE 19,30,per  l’esame della situazione e per decidere insieme le iniziative da mettere in atto.
Un particolare invito lo rivolgiamo  ai gruppi ed  ai movimenti,   protagonisti  della difesa della Valle del Sacco e del suo fiume,  della vertenza per il lavoro e per la gestione pubblica dell’acqua.
Francesco Notarcola – Coordinatore di Cittadinanzattiva  Tribunale per la difesa dei diritti del malato di Frosinone

mercoledì 19 dicembre 2018

Dal febbraio 2019 il sistema di diagnostica per immagini alla Asl di Frosinone funzionerà meglio. Perchè prima funzionava?

Luciano Granieri del gruppo sanità  Lazio di Potere al Popolo




Oggi si è svolta presso la Asl di Frosinone, una conferenza stampa indetta dalla dirigenza generale allo scopo di illustrare la pianificazione adottata  per ridurre le liste d’attesa inerenti alla diagnostica per immagine in ambito ambulatoriale. Il dott. Maurizio Nicolini, responsabile incaricato di mettere a punto il piano , ha esposto le azioni che il management Asl, guidato dal  commissario direttore generale Luigi Macchitella, ha adottato . Di seguito alcuni provvedimenti:

Armonizzare i turni d’impiego di radiologi, tecnici, infermieri dedicati. Perchè ad oggi se c’è il radiologo, manca  il tecnico e se c’è  il tecnico manca  il radiologo o l’infermiere?

  Adeguamento dei tempi di esame alla media regionale con conseguente risparmio di spese per  straordinari, pari ad un  importo quantificato superiore ai 300mila euro l’anno. Perché ad oggi la Asl per fare una lastra impiega un tempo tale da pagare lo straordinario al medico che la esegue?  

Redazione di un piano di formazioni per i tecnici . L’80% dei quali ad oggi non è in grado di gestire le macchine così dette pesanti, ossia le apparecchiature che prevedono l’utilizzo di mezzi di contrasto . Perché ad oggi solo il 20% di operatori è in grado di far funzionare questi macchinari?

 Uniformare le agende CUP al sistema informativo per la diagnostica per immagini RIS.  Perché ad oggi il radiologo che riceve il paziente deve riscrivere la cartella clinica ex novo con perdite di tempo non certo utili a ridurre  la lungaggine  dell’esame?

Accesso del sistema CUP alla disponibilità di esame delle strutture private accreditate.   Perché ad oggi è  il paziente a perdere  tempo a contattare le cliniche private accreditate per accertarsi che ci sia  un posto nelle loro agende?  

Destinare gli esami di routine semplici alle case della salute, lasciando alla UOC gli esami più complessi  Perché ad oggi nella case della salute cosa c’è?  

Delegare alle strutture private accreditate un numero maggiore di esami. Perché ad oggi non ne svolgono già abbastanza?

Altre delucidazioni in merito al servizio le ha fornite il nuovo primario della UOC di radiologia dott. Germano Scevola, radiologo interventista. Il quale ha annunciato  l’assunzione a tempo indeterminato  tramite concorso di nuovi radiologi in modo da evitare il ricorso a prestazioni per incarico straordinario notoriamente più costose……già  NOTORIAMENTE.  Inoltre verranno acquistati 5 nuovi  ecografi,  e più moderni macchinari per le RMN, oltre ad  un   agiografo per interventi generali, strumento che oggi manca.  Non solo, notevoli si sono rivelate le capacità di mediazione sindacali del dottor Scevola, il quale pare sia riuscito a rabbonire i radiologi attualmente in servizio che protestavano per  l’eccessiva lunghezza dei propri turni e l’impossibilità di usufruire delle ferie natalizie. Pensate i dottori radiologi in subbuglio sono diventati agnellini tanto da rinunciare alle vacanze di natale per migliorare il servizio . Alla domanda se i suddetti medici si siano mostrati d’accordo, la risposta è stata, diciamo così...... evasiva. 

Insomma entro febbraio 2019 il sistema riassorbirà le liste d’attesa e funzionerà meglio . Perché ad oggi  funziona peggio, o non funziona proprio? 

P.S. Alla conferenza stampa non ho potuto fare alcuna domanda perché non sono giornalista, ma solo  un pericoloso bolscevico aderente a Potere al Popolo.

lunedì 17 dicembre 2018

La salute non è una merce. Dibattito pubblico a cura del gruppo salute di Potere al Popolo del Lazio

Luciano Granieri Potere al Popolo Frosinone







Si è svolta ieri presso Intifada in Via Casal Bruciato 15, un dibattito, organizzato dal gruppo salute di Potere al Popolo Lazio, dal titolo “La salute non è una merce. A 40 anni dalla 833, dalla 194,e dalla 180 cosa è rimasto? Bilancio tutto negativo. Le proposte di Potere al Popolo a difesa della Sanità Pubblica". Sono intervenuti: Elisabetta Canitano, Rita Chiavoni, Daniele Malagnino, Paolo Marotta, Francesca Perri e il sottoscritto.

In base all’analisi dello stato della sanità pubblica regionale visto dalle esperienze professionali e di volontariato dei relatori, unanime è stata la conclusione che ormai la gestione della sanità corre velocemente verso la completa privatizzazione, in particolare verso le strutture religiose. Con un progressivo deterioramento della qualità del servizio a fronte di un aumento dei profitti verso gli operatori privati. Di seguito la relazione su cui ho basato il mio intervento.

La legge 833  del 1978 istitutiva del Sistema Sanitario Nazionale è stato l’atto legislativo più efficace  per rendere effettivo il diritto  alla salute sancito dall’articolo 32 della costituzione.
Un principio secondo me  fondamentale della norma risiede nell’assunto per cui “La tutela della salute psichica e fisica deve avvenire nel rispetto della dignità della libertà della persona umana.  Il  richiamo all’articolo 3 della costituzione è evidente, laddove una persona in salute, può effettivamente partecipare all’organizzazione  politica sociale ed economica del Paese.  Dunque un servizio sanitario efficiente è fondamentale per  contribuire a curare le malattie   ostacoli di fatto  al pieno sviluppo della persona umana.
Una riorganizzazione, efficace nell’assicurare la tutela della salute in tutta Italia senza differenza fra territorio e territorio, ma che ben presto, a fronte di un lenta ed inesorabile disarticolazione della progressività fiscale, aggravata da elusione ed evasione tributaria presentò  nel tempo   bilanci in rosso.
Fra  le fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80 andava diffondendosi il mantra dell’efficienza dell’ organizzazione di tipo aziendale, attenta in particolar modo all’economia d’esercizio e al mercato .

Nel 1992, la legge 502 di modifica del SSN  intese  perseguire questo obiettivo attraverso l’aziendalizzazione del sistema.  
Vorrei  porre a confronto due definizioni inerenti  i due dispositivi  . Nella normativa 833 si legge:
Il servizio sanitario nazionale è costituito dal complesso delle funzioni, delle strutture, dei servizi e delle attività destinati alla promozione, al mantenimento ed al recupero della salute fisica e psichica di tutta la popolazione senza distinzione di condizioni individuali o sociali e secondo modalità che assicurino l’eguaglianza dei cittadini nei confronti del servizio.
Se andiamo a ricercare la definizione di azienda  secondo il codice civile italiano art. 2555 si legge che essa è :” Organismo composto di persone e beni, diretto al raggiungimento di un fine economico, d'interesse sia pubblico sia privato…”

Semplificando, la 833 si pone l’obiettivo di tutelare la salute fisica e psichica delle persone , la legge 502, introducendo l’aziendalizzazione intende perseguire un fine economico, con buona pace della Costituzione.
Alla  fine è vero che una gestione aziendale attraverso le Asl, non assicura   la tutela della salute,  ma è altrettanto vero che persegua  un fine  economico? Prendendo ad esempio la Asl di Frosinone sembrerebbe proprio di no.

La criticità del servizio  , più o meno comune alle altre realtà della Regione, sono note  (affollamento del pronto soccorso, con una percentuale di abbandono del 15% ben oltre la media nazionale.  Carenza di posti letto, sono  rimasti solo gli ospedali di Frosinone –Alatri , Cassino, Sora. Medicina di prossimità inesistente,  le case della salute sono scatole vuote perché manca il personale che le mandi avanti.  I tempi d’attesa sia per le visite specialistiche che per gli esami strumentali sono biblici con le agende di prenotazione già chiuse dall’estate anche per i malati oncologici ).

Ma non è su questo che vorrei soffermarmi.

 Preferirei concentrarmi proprio sugli aspetti di gestione manageriale.  
Ad esempio la mobilità passiva extra regionale, cioè i pazienti che per disorganizzazione  della Asl si rivolgono fuori regione, provoca una perdita di 38 milioni l’anno. Migliorare la somministrazione delle cure per  permettere ai malati residenti di rimanere nella propria provincia, costerebbe molto meno oltre a non arrecare   disagio a chi dovrà sobbarcarsi chilometri per andare a curarsi. Non è pensabile che una delle cause più numerose di mobilità passiva sia il parto senza complicazioni un cosa assolutamente naturale e semplice.  

Per la gestione dei posti  letto il cui numero è inferiore di 435 unità rispetto ai livelli essenziali definiti per legge (3 per 1000 abitanti) si è creata la figura del  bed manager. Un tizio  ben retribuito, con tanto di software e applicazione  dedicate  denominati Arianna ADT incaricato di   migliorare il rapporto dimissioni ricoveri. Nel 2017, la media giornaliera dei ricoveri era pari alle dimissioni.  Con l’assunzione del bed manager, nel 2018  la media giornaliera dei ricoveri  è superiore rispetto alle dimissioni. Il numero di dimissioni è calato di tre pazienti al giorno.  Mantenendo questo trend a fine  anno si conterà un numero   di giornate di degenza  di molto superiore    all’anno precedente con conseguente aggravio dei costi e disagio per i pazienti in attesa di ricovero. E c’hanno messo Arianna  per ottenere questo risultato!!  Il bed manager non ha pensato che   dotare  i reparti di una Discharge Room  - un’area dove i pazienti in dismissione possano attendere di ricevere documentazione  e terapie  domiciliari necessarie, avendo liberato il letto per un altro malato - sia una cosa più semplice che  interrogare  Arianna?

Ad aumentare  i giorni di ricovero contribuisce  l’attesa eccessiva per alcuni esami diagnostici RMN, Holter cardiaco, ecografia addome , ecocardiografia, per l’inadeguatezza degli strumenti diagnostici  e la carenza di sale operatorie.  Ne funzionano 5 su 7 a scartamento ridotto, compresa quella dedicata al blocco parto. Ciò  per la mancanza di anestesisti. Inoltre    è attivo un unico  amplificatore di brillanza  che viene trasferito da una sala all’altra a seconda delle necessità.

La gestione delle apparecchiature è  stata affidata, tramite un appalto di cui non sono noti i termini di gara,  ad  una società  privata  il cui compito è solo quello  di contattare l’azienda del macchinario fuori uso e contrattare i costi di ripristino, ovviamente comprensivi del proprio compenso d’intermediazione, per la determinazione del quale spesso parte una trattativa infinita che allunga i tempi dell’intervento. Assumere del personale dedicato costerebbe  sicuramente  meno e i   tempi di riparazioni sarebbero  più brevi.

Teniamo presente che ad aziende private sono stati appaltati altri servizi,  quelli  di pulizia generale e manutenzione dei servizi igienici, il CUP, la vigilanza, l’ assistenza domiciliare,  il CAD. Non si può tacere il fatto che gli appalti e i subappalti sono un sistema di  arricchimento facile per e le imprese e di sfruttamento per i lavoratori. Ben  il 50% delle attività della Asl si svolge in convenzione con le strutture private. Il servizio di riabilitazione, in generale ed in particolare  di riabilitazione intensiva post-acuti è in mano a  strutture come  la Città Bianca ed il San Raffaele.    La sanità privata spadroneggia  senza alcun controllo circa l’appropriatezza delle prestazione, del  periodo di degenza. 

Con ciò voglio   dimostrare che la così detta aziendalizzazione crea   danni economici persino peggiori  del vecchio  sistema della mutue. Quindi viene il sospetto che anche la disorganizzazione manageriale sia indotta  e bene accetta perché funzionale ad un   unico malcelato scopo. Quello di dimostrare che non basta una gestione aziendale del sistema sanitario pubblico per garantire la sostenibilità economica, ma serve privatizzare totalmente il sistema , ad uso e consumo delle grandi multinazionali che vedono nell’erogazione dei servizi fondamentali alla vita un business remunerativo e sicuro.

Sul nostro territorio, inoltre insiste un gravissimo problema ambientale. La Valle del Sacco, che da Colleferro  arriva fino al  sud della Ciociaria, è stata definita la Seveso del Sud. Il fiume che l’attraversa, il Sacco,  ha una storia d’inquinamento atavica e  consolidata nel tempo , dall’interramento dei rifiuti tossici vicino agli argini  dell’ex Snia di Colleferro, agli scarichi nocivi delle zona industriali di Anagni e di Ceccano. Reflui  mai trattati  da una depurazione efficiente perché troppo gravosa per il profitto delle aziende evidentemente più importante della salute delle persone .

Lo studio epidemiologico S.E.N.T.I.E.R.I Studio epidemiologico nazionale dei territori e degli insediamenti esposti a rischio da inquinamento: sia nel rapporto 2011, che in quello del 2014, ha evidenziato come nelle aree limitrofe al fiume Sacco si riscontri  una mortalità superiore rispetto alle altre zone d’Italia, per tutte le malattie, in particolare per i tumori alle vie respiratorie e per diverse tipologie di leucemie. I rapporti evidenziano come  la grave situazione sanitaria della valle sia pari se non superiore ai livelli riscontarti presso l’Ilva di Taranto.

In base al nuovo modello di politica  sanitaria europea stipulato dai 53 paese facenti parte della Regione Europea dell’OMS, denominato Health 2020 firmato  per raggiungere l’obiettivo di assicurare a tutti i cittadini dei paesi contraenti  un livello di sanità pubblica efficiente,  anche nei territori soggetti a crisi ambientale,  il sistema  sanitario pubblico  deve potenziarsi  per curare più efficacemente  le patologie derivanti dall’inquinamento. Deve  coordinarsi con gli enti pubblici interessati  alla tutela per l’ambiente. Nella Valle del Sacco tutto ciò è totalmente disatteso. I  trattati europei si devono rispettare tassativamente solo per il rapporti deficit/pil, gli altri accordi, soprattutto se riguardano aspetti sociali, possono diventare carta straccia.

La Regione ha deliberato per la nostra Asl la redazione del registro dei tumori.  Il progetto è ancora in alto mare perché non c’è personale sufficiente nell’azienda  per occuparsene.

Quanto ho esposto finora, dimostra che anche la Asl di Frosinone è parte di una strategia unica  orientata alla totale privatizzazione della sanità. Allora il discorso si fa politico e attiene al necessario  sovvertimento dell’attuale sistema economico liberista, che sottomette  alla legge del profitto, anche quegli elementi come terra, acqua, aria e salute, indispensabili per la vita umana.

Per cui se da un lato, gli operatori sanitari, le associazioni di volontariato che agiscono in ambiente sanitario devono adoperarsi per ristabilire i principi costituzionali volti ad assicurare una tutela della salute , dall’altro l’azione politica di Potere al Popolo deve impegnarsi senza se e senza ma al sovvertimento dell’attuale sistema economico ripristinando la preminenza del benessere delle persone rispetto al profitto dei potentati economici.



mercoledì 12 dicembre 2018

Lungo il fiume Sacco e sulla schiuma. Sceneggiatura di Potere al Popolo Frosinone

Luciano Granieri Potere al Popolo Frosinone





Come sta il fiume Sacco oggi? Da questo osservatorio ceccanese  sembra goda di ottima salute, l’acqua scorre lenta e chiara senza più traccia di schiuma, che per altro produceva un effetto scenografico non male.  Sembrava candida neve su un fiume brumoso. L’acqua è pulita perché finalmente sono stati individuati i due buontemponi che con un tubicino da flebo hanno sversato nel fiume scarti di detersivi, saponi e chissà cos’altro  in quantità tale da    inquinare tutta l’asta fluviale. 

In più a seguito dell’intemerata interrogazione del Senatore Ruspandini (Fdi)  le autorità competenti, ISPRA, ARPA  e istituto superiore di sanità,  hanno pianificato    un’ispezione  sul territorio e la procura della Repubblica di Frosinone ha aperto un fascicolo per disastro ambientale.  Inoltre   il ministro per l’ambiente Costa a nome del governo del cambiamento, getta nel piatto del SIN 40,8 milioni di euro  . Si apprende poi dalla consigliera  regionale Sara Battisti  che i depuratori hanno ripreso magicamente a funzionare, grazie al salvifico  intervento di Zingaretti. Cosa vogliamo di più? E in particolare perché stiamo ancora qui a protestare?  

Perché tutta sta ammuina di senatori, ministri, consiglieri regionali e sindaci, si ripete uguale a se stessa da 13 anni a questa parte, da quando cioè la  Valle del Sacco è stata classificata  come  sito d’interesse nazionale (SIN) per l’inquinamento, senza che nulla si sia risolto.  Siamo sicuri che la stessa ammuina andrà in scena non appena torneranno visibili  i veleni nel  fiume? 

Cominciamo a smascherare un po’di  teatranti in causa. Il senatore  Ruspandini  nel 2011 , quando usciva il primo rapporto S.E.N.T.I.E.R.I  (  Studio epidemiologico nazionale dei territori e degli insediamenti esposti a rischio inquinamento) che  riscontrava  nel complesso SIN del Bacino idrografico del Fiume Sacco   un eccesso di moralità per tutte le cause, era assessore alle politiche giovanili sport spettacolo e turismo della Provincia di Frosinone. Ad un assessore che si occupa di turismo  sta bene che nel proprio territorio vi sia un fiume attorno al quale la gente muore più che in ogni altra parte d’Italia? Non mi sembra si sia speso più  di tanto allora  verso questa tragedia. Oggi invece in Senato recita la parte del difensore ecologista del popolo inquinato. 

Vorremo anche ricordare al ministro gialloverde Costa che i tanto sbandierati  40,8 milioni di euro erano già stati stanziati durante la programmazione degli interventi all’interno del SIN. Dunque nulla di nuovo dai signori del  cambiamento. Il problema sarà quando questi soldi verranno erogati e per farci che. 

Quanto alla consigliera regionale  Battisti  confermiamo che il problema della depurazione è lungi dall’essere risolto. Non abbiamo alcuna nuova sulla messa in funzione del depuratore di Anagni. Un impianto la cui costruzione, iniziata nel 2005 con corposi finanziamenti  a carico della collettività per milioni e milioni di euro, ancora non funziona. Nè peraltro potrebbe  funzionare perché continuo oggetto di rimpallo fra Asi, e Regione  sulla responsabilità della sua  gestione. Querelle risolta recentemente grazie al solito affidamento a privati , l’AEA srl, la quale si è accorta che in tutto questo tempo l’impianto era diventato inservibile perché preda di furti di parti fondamentali per il suo funzionamento. 

Se perseveriamo nel  tirare avanti con interrogazioni parlamentari, richiesta di nuove analisi, (basta leggere il rapporto ISPRA 2018 per capire che il Sacco è avvelenato) continueremo a fare la claque di questi teatranti. Basta claque! E’  ora di affrontare il problema alla radice. 

Perché il depuratore di Anagni non è mai entrato in funzione? Perché avrebbe dovuto depurare acque già preliminarmente trattate dalle aziende che le scaricano. Ma si sa un depuratore aziendale costa, toglie denaro al profitto,  all’accumulazione, quindi chi se ne frega della salute dei cittadini, inquiniamo tutti insieme appassionatamente. Altro che attentato criminale di terroristi ambientali! Non è che gli sversatori  compulsivi  sono noti ma nessuno ha il coraggio di disturbarli per la paura di non vedersi finanziata la campagna elettorale?  

La legge dello Stato punisce chi  non si adopera affinchè la propria attività non arrechi danno all’ambiente, al contrario della legge del capitale finanziario che considera le spese a tutela della salute delle persone  distrazione indebita all’accumulazione . Siccome è quest’ultima la legge  che detta le sue regole e soggioga le consorterie elettorali, i cui attori vengono  a fare ipocrita e fallace  passerella ogni volta che il disastro ambientale si manifesta in modo eclatante, il problema della Valle del Sacco non verrà mai risolto.

 I colpevoli sono i signori del capitalismo straccione di casa nostra. Quel capitalismo che pretende finanziamenti pubblici per espandere la propria attività con la scusa di creare posti di lavoro, poi una volta avvelenato il territorio, succhiato sangue ai lavoratori attraverso sfruttamento e lavoro precario, toglie il disturbo per andare a raccattare altri finanziamenti pubblici e ricominciare a sfruttare ambiente e lavoratori da un’altra parte. Senza che lo Stato o gli enti locali possano reclamare alcunché di risarcimento.

 Il profitto a pochi manager e speculatori privati, l’avvelenamento di acqua, terra,  aria,  la devastazione ambientale e sociale alla collettività.  

Questa è la regola . La relazione ISPRA del 2012 consegnata al Parlamento (governo Berlusconi allora dominus di Ruspandini) valutava il danno ambientale sulla Valle del Sacco, per il solo SIN "Bacino del fiume Sacco", in 660 milioni di Euro. Se aggiungiamo i costi sanitari, che comunque sono a carico della collettività, si supera abbondantemente il Miliardo di Euro. Nessuno fra gli enti locali –Comuni   e Regione (guidata dalla Polverini altra sodale di allora del senatore ceccanese)   - che avrebbero dovuto richiedere l'attivazione del procedimento per il risarcimento ambientale previsto dal Dlgs 152/06, ha mai chiesto al Ministero dell’ Ambiente di agire. Con quei soldi si sarebbero risanate cinque Valli del Sacco. Ma guai intaccare le prerogative del capitale privato! 

Noi allora pretendiamo  di riavere indietro tutto il risarcimento del danno inferto al bacino del fiume, e a tutta la valle, dalla speculazione economico e finanziaria.  Con quei soldi si potrà finanziare un piano serio, sotto il controllo dei cittadini in collaborazione con sindaci responsabili  che preveda la totale chiusura dei siti inquinanti, la bonifica del territorio  ed un progetto di tutela e  riqualificazione della Valle  con soldi pubblici.   

Un piano che preveda il  rilancio del turismo,  dell’agroalimentare sostenibile, lo sviluppo di aziende partecipate dai cittadini attive nella green economy, e nell’utilizzo di materie prime derivate dal recupero e riciclaggio dei rifiuti. Questo è l’unico modo per ridare dignità ad un territorio devastato e depredato.  Ed è la partecipazione e il controllo  dei cittadini l’elemento principe affinchè la speculazione e lo sfruttamento non continuino ad avvelenare la nostra valle.