"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"
“Crossroads “ per gli appassionati ed i musicisti di
blues è il mitico incrocio fra la highway 61 e la 41° strada. Ci troviamo in
pieno Delta del Mississippi a poche miglia dalla città di Clarksdale, il posto
dove si vuole sia nato il blues.
Quell’incrocio è così venerato perché fu il
luogo dove Robert Johnson pare abbia stretto un patto con il diavolo per
poter suonare la chitarra come nessun altro. Il suo brano Cross Road Blues evoca questo evento. A pochi metri da quell’incrocio, nella città
madre del blues, Clarksdale, vent’anni fa, esattamente il 19 gennaio 1999, è
nato Christone detto “Kingfish” Ingram.
Anch’egli conosce bene quell’incrocio,
ma il patto per suonare magnificamente
la chitarra, anziché farlo con il diavolo
come Roberto Johnson, lo ha fatto con se
stesso “Esercitandomi tutti il tempo con la chitarra” così dice il rubicondo ragazzone nero di vent’anni
, fulmineo nel ammaliarti con il suo modo di suonare.
E’ proprio vero il blues, fenomeno
musicale con solidi ancoraggi nel passato ma con un brillante futuro , spesso genera
degli artisti che pur assorbendo in pieno la lezione dei maestri rivoluzionano
con la loro creatività il linguaggio delle dodici battute. E’ il caso
di Christone “Kingfish” Ingram. Il suo album di debutto dal titolo “KINGFISH”, uscito per l’Alligator
Records, ne è un mirabile esempio. Nei dodici di brani del disco si ha l’impressione
di ascoltare il blues elettrico di
Chicago, o le atmosfere intime della
campagne del delta, o la voce degli "Hobos" che vagavano sui treni del sud per cercare
un campo, una piantagione, in cui lavorare evitando di diventare uno "strange fruit" penzolante da un pioppo. Invece, magicamente, ci si accorge che tutto ciò è
perfettamente compreso nel processo creativo ma il risultato è assolutamente
originale, è un blues nuovo.
Uno stile
che abbraccia B.B. King, Jimi Hendrix, lo stesso Roberto Johnson, ma è
completamente diverso da ciò che questi maestri hanno suonato. E’ il blues di
un ragazzo di vent’anni che ha come suo idolo il rapper Kadrick Lamar, personaggio con cui vorrebbe fortemente
collaborare. “Non riesci a vedere troppi
ragazzi appassionati di blues” dice Kingfish”nella mia città tutti i ragazzi aspirano a diventare dei rapper io
volevo fare qualcosa che nessuno stava facendo” Infatti raccontare con la forza dei suoi
assoli, con la potenza e versatilità della sua voce, le storie dei giovani neri ai tempi di Trump e
delle continue aggressioni della polizia verso ragazzini afroamericani è un
fatto assolutamente nuovo o quantomeno inconsueto per un bluesman .
“Kingfish”
è la prossima esplosione del blues” così sostiene un maestro come il chitarrista Buddy Guy. Già Buddy Gay è uno dei suoi mentori e cosi come Keb’ Mo’.
Entrambi collaborano con lui nel disco. Ma Christon Kingfish Ingram, nonostante
la giovane età, ha già diviso il palco con gente del calibro di Bill
“Howl-N-Madd” Perry, che lo onorò trovandogli il nome d’arte di “Kingfish”, Robert
Randolph, Guitar Shorty, Eric Gale , e molti altri.
Ma torniamo al disco. Registrato a Nashville KINGFISH mette in vetrina tutte le doti di Ingram: uno stile chitarristico coinvolgente
ed ispirato pieno di soul, una vocalità profonda, una fervida creatività di
scrittura. Confeziona delle vere e proprie narrazioni con i suoi assoli
incarnando lo spirito di tutti i mastri
del passato mentre la musica che esce è assolutamente originale .
E’ co-autore
di 8 dei 12 brani “Molti appassionati mi conoscono per le mie cover” dice “ ecco perché è importante per me realizzare
musica originale”. Il primo brano, registrato come registrato per le radio e poi finito nel disco , Outside
of this town, è una chiara dichiarazione d’intenti della giovane star sia per la musica che per i
testi. I brani spaziano da temi
autobiografici (Been Here Before, Before I’m Old) a
umorali (Trouble ) da fulmini
incandescenti ( It Ain’t Right) a giri ruvidi e ammalianti (Love Ain’t My Fovourite Thing).
Buddy Guy, lo accompagna con voce e chitarra in
Fresh Out, mentre Keb’ Mo’ è al suo fianco con una voce calda e colloquiale in Listen e aggiunge il ritmo e l’eco straordinario
della sua chitarra in altri sei brani.
Billy Brunch è un ospite speciale con la
sua armonica in If you love me.
Bruce
Iglauer presidente della Alligator
Records, considera Kingfish come un predestinato naturale del blues e delle sue
radici “All’età di vent’anni , Kingfish è
uno dei più appassionanti ed eccitanti artisti che ho mai incontrato da molti
anni a questa parte. Ha creato una nuova musica con lo stesso feeling del
blues, ma mai è una copia di ciò che realmente è stato fatto fino ad ora …… Ha
uno straordinario futuro davanti a lui e sono orgoglioso che sia entrato a far
parte della famiglia Alligator” . Chiudiamo con le stesse parole di
Christone “Kingfish” Ingram: “Il blues è
la mia essenza ma è importante per me
creare un sound e uno stile che sia unicamente il mio. Ho molto ancora
da dire quindi..... please stay tuned”
Un momento magico : Billie Holiday nello studio 58, New York 8 dicembre 1957
a cura di Luciano Granieri Dal recital di Stefano Benni: Misterioso viaggio nel silenzio di Thelonius Monk
Il 17 luglio è una data terribile per tutti gli appassionati di jazz. Oltre a John Coltrane, morto il 17 luglio del 1967 , anche Billie Holiday ci lasciava in un 17 luglio, di 60 anni fa . Lo scorso anno tradussi dal sito americano "Jerry Jazz Musician" uno straordinario articolo su un momento magico, fra i tanti, che Billie Holiday regalò agli appassionati nel dicembre del 1957. Lo ripropongo per ricordare degnamente Lady Day.
Nel nuovo brillante libro di Martin Torgoff “Bop Apocalypse” – una larga esplorazione nelle connessioni fra jazz, letteratura e droghe, con un’analisi di come gli stupefacenti abbiano inciso nella vita e nel lavoro di artisti come Charlie Parker, Jack Kerouac, Lester Young, William Burroughs e Allen Ginsberg -Torgoff dedica un capitolo al travaglio che soffrì Billie Holiday per l’abuso di droga. Mette anche in risalto come la stessa Holiday ammetta pubblicamene di fare uso di stupefacenti nella sua autobiografia “Ladies sings the blues” pubblicata nel 1956.
L’ autobiografia contiene errori che hanno lasciato molti dubbi in critici e biografi sulla sua veridicità. Come Torgoff scrive con molto rispetto: “il libro è molto attendibile in relazione ai primi anni di Billie a Baltimora e circa il periodo in cui si prostituiva. E’ ricco di notizie sulla sua vita segnata dalle droghe e dalla tossicodipendenza”. Nel libro, Billie scrisse: “Ho patito per quindici anni molte difficoltà a causa della dipendenza , con l’alternanza di momenti si e momenti no. Mi sono esalata e mi sono abbattuta. Come ho detto prima quando ero veramente euforica nessuno mi importunava. Ho avuto guai entrambe le volte che ho provato a distruggermi . Ho dilapidato una piccola fortuna per la roba. Ho lottato,mi sono disintossicata ho subito le mie sconfitte e ho dovuto lottare di nuovo contro tutto e tutti per raddrizzare le cose”.
Queste erano le drammatiche parole scritte nell’autobiografia uscita nel 1956, un periodo in cui ogni dichiarazione o ammissione sull’uso delle droghe ti rendeva un emarginato. Torgoff ci ricorda come pubblicazioni che riportavano vicende legate all’uso dei narcotici fossero state bandite dal Motion Picture Production Code del 1930 e nessuna major cinematografica o casa editrice avrebbe voluto pubblicare soggetti legati alla tossicodipendenza, ma il personaggio del jazzista tossico-dipendente che Frank Sinatra interpretò nel film di Otto Pirminger “ The man of the golden arm” trasgredì la regola . Lady Day (così veniva anche chiamata Billie ndr) capì così che forse i tempi erano maturi per raccontare la sua storia.
“Billie Holiday si trovava nella scomoda posizione di essere la criminale scrittrice di un libro dedicato ad una vicenda per la quale era stata condannata, reclusa in cella, per cui aveva subito di recente l’ennesimo arresto per uso di stupefacenti- naturalmente faceva ancora uso di droghe”, scrive Torghoff e prosegue:“L’autobiografia si conclude con capitolo interamente focalizzato sui narcotici… con una parte finale dedicata ai più recenti problemi che Lady Day aveva avuto con a legge”. Il libro in ultima analisi “ fu la prima vera testimonianza confessionale di una celebrità tossicodipendente dell’era moderna” e contribuì al sorgere della “leggenda di una Billie Holiday grande cantante americana tossico dipendente devastata dal dolore. Leggenda che si trasformò in un marchio indelebile ”
Nel novembre del 1956 in un intervista alla radio Mike Wallace chiese a Billie:” Perché tanti grandi jazzisti sembrano morire così presto- Bix Beiderbecke, Fats Waller, Charlie Christian, Charlie Parker?” La sua pronta replica divenuta famosa fu: “ Posso rispondere a questa domanda in un solo modo Mike . E’ perché tentiamo di vivere cento giorni in un giorno solo e perché dobbiamo cercare di piacere a tante persone. Io voglio forzare questa nota ma anche quell’altra nota ,cantare in questo modo ma anche in un altro modo, voglio prendermi tutto il feeling, mangiare tutto il buon cibo e viaggiare per tanti luoghi, tutto in un solo giorno, e non puoi farlo”.
Quando la Stazione televisiva CBS decise di produrre “ The Sound of jazz” una selezione speciale della loro serie “The Seven Lively Arts” il produttore Robert Herridge chiese a critici di jazz Nat Hentoff e Whitney Balliet di riunire i più grandi jazzisti del periodo per farli esibire in uno show che sarebbe andato in onda l’otto dicembre del 1957. Fra questo gruppo di musicisti,ovviamente, c’era Billie Holiday,ma il marchio di cantante tossico-dipendente devastata dal dolore convinse lo sponsor della trasmissione a richiedere la sua esclusione dal programma. “ Non possiamo portare nelle case degli americani , specialmente di domenica, qualcuno che è schiavo degli stupefacenti”. E’ questo il contesto in cui si sviluppa l’estratto da Bop Apocalypse. Il “momento magico” impresso indelebilmente nelle menti di coloro che onorano questa grande donna e l’accompagnarono a questo appuntamento.
Forse nessuno ha mai descritto lo spirito fondamentale e la sensibilità della vita da jazzista con più realismo o più onestamente. “ Nel vivere cento giorni in un giorno” Lady Day ha posto l’accento su quella forza vitale molto romantica, ed enigmatica che ha permeato il jazz , creato molte delle sue innovazioni e trionfi. Ma, allo stesso tempo, è sembrato generare quel tipo di tossicodipendenza e alcolismo che avrebbero consumato alcuni dei suoi più grandi artisti. Nessuno ha personificato questo spirito meglio di Billie Holiday.
Quando Herridge, Balliet ed Hentoff valutarono l’ipotesi di fare lo show senza di lei capirono semplicemente che non avrebbero potuto accettare tale prospettiva. Herridge diffuse un comunicato in base al quale, se a Billie Holiday fosse stato impedito di esibirsi, loro avrebbero cancellato lo show. Lo stratagemma funzionò e l’otto dicembre del 1957 il set fu così introdotto da Bing Crosby: “Billie Holiday è una delle poche cantanti di jazz veramente grandi. I suoi blues sono poetici estremamente intensi. A suonare con lei oggi ci sono alcuni dei musicisti che l’anno accompagnata in passato, negli anni trenta, in alcune delle più belle incisioni mai realizzate”
Ed erano li posizionati in semicerchio attorno ad uno sgabello dello studio 58: Roy Eldridge e Doc Cheatham alle trombe, Lester Young, Ben Webster, e Coleman Hawkins, tre dei più grandi sassofoni tenori della storia del jazz, Gerry Mulligan, il più giovane del gruppo, al sax baritono, Mal Waldrom al pianoforte, Milt Hinton al contrabbasso, Vic Dickenson al trombone, e Ossie Johnson alla batteria.
“Ci sono due tipi di blues, c’è un blues allegro e uno triste” osservò Billie mentre raggiungeva lo sgabello e si posizionava davanti al microfono. “Io non lo so, il blues è una sorta di miscuglio di cose, devi solo sentirle. Qualsiasi cosa io canti è parte della mia vita”
Anche se fu spesso etichettata come cantante di blues, Lady Day ha registrato solo tre brani nella classica forma delle dodici battute tipica del blues. La band attaccò proprio uno di questi pezzi: “Fine and mellow”. Il lato B di “Strange Fruit”, il famoso pezzo o registrato nel 1939. Lei si predispose al canto e non appena apri bocca nello studio si diffuse magia.
My man don’t love me
Treats me oh so mean
Lady Day indossava un vestito di lana chiaro, semplice, che copriva appena le ginocchia, i suoi capelli erano raccolti all’indietro in una coda di cavallo che lasciava scorgere due orecchini debolmente rilucenti nello studio. La sua figura appariva minuta, soprattutto se paragonata alla corporatura massiccia che la contraddistinse in gioventù : “Era una piccola e delicata donna” osservò Roy Eldridge scioccato da quanto fosse cambiata. Nonostante tutto era un mistero come potesse apparire ancora più luminosa e più bella di prima dopo i drammatici momenti che aveva passato.
Ben Webster prese il primo assolo, come altri nello studio aveva avuto una storia con Lady Day “una piccola illuminazione intima”, Roy Eldridge la descrisse così. Nel caso di Webster si trattava di un fugace innamoramento che risaliva agli anni ’30. Una vicenda che si concluse quando Webster picchiò Billie procurandole un occhio nero. La madre della Holiday si arrabbiò così tanto quando vide l’occhio tumefatto di sua figlia che inseguì Webster, dal loro appartamento fino in strada sul taxi picchiandolo con un ombrello.
Lester Young, fu il secondo a suonare –l’amico prediletto di Billie- Sin da quando Prez (soprannome di Young ndr) arrivò, due giorni prima per le prove, divenne malinconicamente ovvio a tutti che stava peggiorando. Egli si prese con calma tutto il tempo necessario, indossava delle pantofole perche i piedi gli facevano molto male. Quando Lady Day invitava i musicisti nel suo appartamento per un piatto di costolette e verdura lui non andava mai. Venti anni erano passati da quando avevano diviso la loro prima esperienza, quando Prez suonava così brillantemente accompagnandola in “I must have the man” la canzone che aveva dato inizio al loro romantica storia musicale. La relazione fra i due alternò momenti esaltanti e periodi di crisi, una lungo menage alienante che lasciò entrambi molto tristi. All’età di 48 anni Prez si specchiò, afflitto, nei suoi occhi verdi carichi di malinconia. Ma quando dalle sue labbra uscirono le note del sassofono e suonò tutto quello che il ricordo di quella passione aveva lasciato dentro di se, Billie sentì forte tutto l’amore che lui provava per lei. Nat Hentoff descrisse così l’assolo: “ Eseguì i più cristallini e puri accordi di blues che abbia mai sentito, Billie sorridendo e seguendo con il dondolio della testa il beat che si diffondeva, guardava negli occhi Prez, e lui lei. Lady Day stava rivivendo il passato con malinconico rammarico, così come stava facendo Prez. Qualsiasi cosa avesse rovinato la loro relazione fu dimenticata nella condivisione della musica. Seduto nella stanza del mixer sentii le lacrime salirmi negli occhi e vidi le stesse lacrime sul viso di molti fra quelli che erano li” Nel vivere quei momenti Hentoff rimase impressionato . Invece della “buccia avvizzita che era prima ” Lady Day “ si mostrava in pieno controllo, swingava sinuosamente con quello straordinario strumento che era la sua voce”. Alternò suggestive linee melodiche con gli sfarzosi assoli di Mulligan, Falco, Dickenson, ed Eldridge. “L’amore è come un interruttore, gira di tanto in tanto” cantò con un sorriso nostalgico, portando il brano nella sua dimensione personale, non lasciando dubbi sul fatto che stesse raccontando la storia della sua vita come sempre aveva fatto. “A volte quando pensi che sia acceso, baby, si spegne e tutto finisce”
E con quella esibizione la signora che voleva vivere cento giorni in un giorno scivolò via .
“Il resto del programma procedette regolarmente” ricordò Hentoff” ma questo era stato il climax, l’anima autentica del jazz” E’ una performance che rimane, forse, il più grande momento mai registrato in un video. Tutto in questa esibizione profuma d’amore. Amore reciproco e per la musica. Emerge il grande legame musicale che tutti loro avevano condiviso durante un era che stava scivolando via lungo le loro vite.
Abbiamo ormai appreso e consolidato il giudizio sul governo e sui suoi protagonisti danno i compagni e i democratici variamente collocati. Un giudizio di estrema preoccupazione, di condanna e di scherno insistentemente ribattuto sui moderni canali di sfogo (più che di comunicazione, almeno per l'uso diffuso che vediamo farne).
Appurato quindi che il governo attenta alle libertà costituzionali ed alle condizioni materiali di vita dei cittadini e non (che poi è più o meno la stessa cosa, sfumature a parte), che chi siede oggi sugli scranni delle massime Istituzioni, dal Parlamento al Governo, dagli Enti locali alle Regioni sia in genere indegno o/e inabile ad occuparli, che gli elettori sono disorientati e che mancano riferimenti (leggi: leaders) sicuri per l'alternativa, rimane intatto il problema: il governo resta al suo posto, il suo consenso aumenta, le conquiste democratiche vanno a farsi friggere ogni giorno che passa più in basso. Per chiarire, intendiamo conquiste democratiche non tanto il voto, quanto la scuola, il welfare, il valore del lavoro, la giustizia, la tripartizione dei poteri, ecc. ecc. (non possiamo elencare tutto, l'Italia ha costruito moltissimo).
Questo nonostante il lavoro faticoso e improbo di migliaia di cittadini responsabili, che dedicano buona parte della loro vita a coltivare e custodire il progetto di società disegnato dai Costituenti qualche tempo fa; non molto tempo fa, anche se a noi di memoria corta sembra preistoria.
Ci siamo quindi convinti di una ovvietà, che però tarda a farsi coscienza: la volontà non basta, la partecipazione in ordine sparso non si adatta alla guerra, nemmeno in tempo di pace; qualcuno direbbe anche oggi che lo spontaneismo non è rivoluzionario, al massimo ribelle.
Vogliamo dire che dovremmo prendere atto non tanto della sconfitta, che c'è stata e non è elettorale ma politica, ossia di programma e di valori che lo fondino, quanto delle forze disperse che oggi o si ingegnano a darsi una dimensione sociale lottando come e dove possono e trasferendo il loro impegno solidale dalla questione del potere alla pratica dell'umanità (che non guasta ma non cambia le cose) o rinunciano in attesa di tempi più favorevoli (che non si producono da soli) o addirittura cedendo allo sconforto.
Nel primo caso si finisce per confondere la solidarietà, dove ci si mette assieme per affrontare problemi anche diversi ma mutualmente moltiplicando le forze, con la carità - nobile e spesso necessaria - che non rimuove le cause e non incide quindi sulla costruzione dell'alternativa (sociale, non meramente elettorale).
Nel secondo si sprecano le forze e si accetta il sistema egemone come ineluttabile, non si prova neppure più a scavarne le cause e le eventuali ragioni per studiare come superarlo in positivo.
Noi, forti dell'esperienza trasmessaci dalla Lotta di Liberazione, siamo invece certi che, poiché nessun sistema sociale è dato dalle leggi di natura, l'alternativa è sempre possibile. Si tratta però, e non è compito facile da assolvere per cui non basta chiunque di buona volontà o un leader che piaccia in televisione, di fondarla su questioni reali, su esigenze storiche e non su alchimie politiciste o su calcoli aritmetici applicati al consumismo.
Un esempio: Greta Tunberg è stata descritta come una nuova meraviglia della politica, così come era stato per vari e meritori personaggi in giro per il mondo, da Iglesias ad Alexandria Ocasio-Cortez passando per altri importanti soggetti. In realtà, tutti costoro hanno posto a tema questioni già presenti in forma più o meno latente nella sensibilità civile dei rispettivi Paesi o del mondo intero; ma si trattava di questioni reali, percepite come critiche sebbene non trovassero posto nei programmi e nelle dichiarazioni dei vari organismi che si candidano alla direzione politica ai rispettivi livelli ed ambiti. Salvo qualche generica invocazione, qualche dichiarazione di principio più o meno spenta, quei temi venivano e vengono ancora messi ai margini perché le forze tradizionali non sono attrezzate ad affrontarli.
Il problema vero, però, è che quelle forze non fanno sforzi adeguati per dotarsi di strumenti di conoscenza (dati, analisi, diagnosi) che consentano di elaborare proposte serie, ossia fondate e credibili.
Ora, tutto questo dove ci porta? Secondo noi al problema dei problemi: continuare a ficcarsi nella trappola a rete sapientemente costruita per neutralizzare le forze di cambiamento (quelle vere che si dotano di coscienza sociale, non quelle a servizio dedite all'ammuina) impedisce efficacemente qualsiasi tentativo di alternativa, occupando tutti ad una sterile gara a chi ha meno torto in una infinita lotta intestina senza alcuno sbocco concreto. Allora sarebbe ora che si mettesse un po' di testa nelle cose, dismettendo i vessilli da Curva Sud e iniziando a ragionare su quali siano i problemi del rinnovamento sociale e quali le strategie per risolverli. Molto è già stato fatto, ma in forma dispersa, pulviscolare, e quindi ininfluente, incapace a diventare egemone per dimensione.
Tutt'altro che buonista, è un metodo impervio, faticoso e non scontato nei risultati. Ma se si vuole parlare di politica e non di mestierame è uno dei pochissimi modi per farlo.
Non nutriamo grosse speranze che i militanti ed i simpatizzanti delle varie sigle della democrazia della diaspora (tutte nobili e con fondi di verità, certamente) siano in grado di imporre nulla ai loro gruppi dirigenti, viste anche le modalità per lo più plebiscitarie che hanno sostituito (non sempre, per fortuna) la discussione. Tuttavia, l'auspicio è che all'interno di ciò che rimane della politica democratica organizzata si lavori per l'unità, che è concetto assai distante dall'unanimismo e dal cartello elettorale.
C'è ancora, perché sta nelle esigenze sociali, la possibilità di ricostruire forze in grado di porre nuovamente il tema dell'egemonia nei rapporti all'interno della Costituzione. Non siamo sicuri che questo sia l'obiettivo dei gruppi dirigenti, spesso troppo autoreferenziali per intendere la rappresentanza come carico dei bisogni maturi che la società produce e non come delega per amministrare lo stato di fatto e la spesa corrente. Tocca quindi alla base, se ne è capace, organizzarsi in forme unitarie sui temi e porre le questioni al di sopra delle rispettive e legittime forme organizzative.
Del resto, non sarebbe cosa così inedita, visto che sui temi reali ci si ritrova sempre nella stessa marcia. Anche nella nostra provincia, che si tratti di Trisulti o del Pride, dell'acqua o dell'inquinamento, della scuola o dei migranti, del lavoro o dei servizi, le facce si mescolano, le culture si rispettano, le forze si fondono, salvo poi tornare a battibeccare il giorno dopo sulla stampa.
Così non va. Serve politica, serve partecipazione, che presuppongono differenze in grado di unirsi per obiettivi alti e comuni. Non è un obiettivo troppo alto: è la condizione per essere utili, incisivi, egemoni.
È arrivato il momento che gli italiani ben pensanti alzino la voce nei riguardi dei concittadini vittime della stolta propaganda del ministro Salvini, il quale, anziché occuparsi dei suoi doveri d’ufficio per mantenere l’ordine pubblico, esercita una continua propaganda dell’odio, strumentalizzando l’impreparazione e i bassi istinti degli italiani più deboli.
L’obbligo del salvataggio in mare è sancito dalle norme internazionali che l’Italia è obbligata a seguire ai sensi del comma 1 dell’articolo 117 della Costituzione, secondo il quale “la potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dai vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali”.
Il decreto sicurezza e il decreto sicurezza bis sono stati emessi in diretta violazione di questi obblighi e precisamente in violazione dell’obbligo del salvataggio in mare sancito dalle leggi del mare stesso. Per cui dovranno presto essere annullate dalla Corte Costituzionale.
Il comportamento di Salvini è altresì contrario all’articolo 54 della Costituzione, secondo il quale “i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore”.
Impedendo il salvataggio e l’accoglienza dei naufraghi nei porti italiani, il Ministro dell’Interno ha certamente agito indisciplinatamente nei confronti delle norme giuridiche imperative imposte dalla Costituzione e dalle leggi di ratifica dei trattati, disonorando, di conseguenza, l’intero popolo italiano.
Nei giorni scorso sono stati salvati da un veliero italiano 54 profughi che stavano annegando e si trovavano in pessime condizione di salute oltre ad essere già semi ustionati dal sole.
Il comandante di questa imbarcazione ha chiesto alle autorità italiane come doveva agire e la risposta è stata la seguente “avete effettuato un soccorso in acque che non sono di nostra competenza quindi adesso sono affari vostri”. Pessima risposta, perché il Mediterraneo è diviso in zone d’influenza degli Stati e le vigenti norme internazionali prevedono che questi ultimi devono offrire la loro massima collaborazione per facilitare il salvataggio dei naufraghi al fine di portarli in “porti sicuri”.
Poiché è certo, come provato da filmati e dal recente bombardamento del centro di reclusione degli immigrati a Tripoli che in Libia non ci sono porti sicuri, le autorità italiana, con Salvini in testa, avrebbero dovuto agire con “dignità e onore”facilitando l’approdo in un porto del nostro paese. Ma questi sono stati chiusi per un atto illegittimo dello stesso Ministro Salvini.
La veridicità di quanto detto ha una chiara conferma da parte della portavoce dell’Onu Babar Baloch, la quale ha precedentemente affermato che“l’Italia ha la responsabilità di far sbarcare queste persone” e “nessuno dovrebbe tornare nella Libia scossa dalla guerra”.
Ulteriore conferma è la decisione del Gip di Agrigento Alessandra Vella la quale ha precisato, molto puntualmente e magistralmente, che la comandante della Sea_Watch 3 non ha violato nessuna norma di legge, anzi si è attenuta alle norme vigenti.
Insomma Salvini deve mettersi in mente che i suoi due decreti sicurezza sono fuori legge perché non sono in grado di abrogare leggi di grado superiore che hanno una maggiore forza di quelle settoriali e disumane da lui volute.
Professor Paolo Maddalena.
Vice Presidente Emerito della Corte Costituzionale e Presidente dell’associazione “Attuare la Costituzione”
Venerdì scorso a 88 anni se ne è andato Joao Gilberto, colui che ha donato alla musica
di Antonio Carlos Jobim e alla poesia di Vinicius De Moraes un innovativo e rivoluzionario
tocco cool.
Il suo modo minimalista, ma
coinvolgente, di suonare la chitarra, il suo canto sussurrato, ma ammaliante, hanno
fatto emozionare per decenni artisti e
appassionati. Era uno straordinario
musicista. Nato a Bahia nel 1931 oltre che ad essere permeato, come tutti i
suoi conterranei, dalle suggestioni popolari
del Samba, era un vorace ascoltatore di tutta le musica, del jazz in
particolare.
I dischi di Duke Ellington, di Tommy Dorsey accompagnarono la sua
formazione che iniziò a 14 anni sulla
prima chitarra regalatagli dal nonno. Una sensibilità musicale raffinata gli
permise di diventare uno dei creatori e dei divulgatori della Bossa Nova. Nuovo stile particolarissimo che trovò
connessioni sempre più ampie in tutto ilmondo.
Quel processo di “intellettualizzazione” del Samba
ebbe non poche affinità con ciò che stava avvenendo a metà degli anni ’50 nel
mondo del jazz statunitense. Alla sbornia dei Boppers, che inondavano di note l’ascoltatore
stravolgendo ogni tipo di costruzione armonica -musica indubbiamente
rivoluzionaria , ma di difficile commercializzazione - fece
seguito un linguaggio più compassato, calmo, cool appunto. Uno stile fatto di
figurazioni dalle sonorità limpide, meditate, stilisticamente curate. Un jazz
che, pur basandosi sulla lezione dei Boppers, risultava depurato da prolissità
e manierismi.
La Bossa Nova di Joao Gilberto e il nuovo jazz della Costa Ovest
capitanato dal cristallino tenorsassofonista Stan Getz, uno dei four brothers dell’orchestra
di Woody Herman, erano destinati ad incontrarsi in un connubio, il jazz samba, del tutto
nuovo nel panorama musicale di quegli anni ed ennesimo frutto di contaminazione fra diverse culture .
Desafinado, Samba de una Nota So, Corcovado,
furono fra le incisioni più
rappresentative. Ma il pezzo che ha reso celebre in tutto il mondo il jazz
samba è senza dubbio Garota de Ipanema,
(Girl from Ipanema) uno dei brani più
eseguiti in tutto il globo. Da Frank Sinatra fino ad Amy Winehouse tutti i
più grandi artisti si sono cimentati con la “Ragazza di Ipanema”.
Il pezzo era inserito
nel disco Getz&Gilberto pubblicato nel 1964 dalla Verve. Alle sedute, organizzate dal produttore Creed Tayor, parteciparono Getz al sax tenore,
Gilberto chitarra e voce, Anton Carlos Jobim al pianoforte, Astrud Gilberto
voce ed il batterista Milton Banana. Fu il manifesto di una fervida contaminazione fra
linguaggio jazz e atmosfere sud americane.
Joao Gilberto proseguì la sua
carriera in tutto il mondo, incantando ogni appassionato con quel suo modo garbato, raffinato di suonare e cantare. Ha inciso venti album fra cui l'ultimo nel 2000:
Joao
Voz e Violao, prodotto dal suo allievo prediletto Caetano Veloso. Ha frequentato
molto anche l’Italia cimentandosi nella rivisitazione
diversi brani del panorama musicale
italiano fra cui Estate di Bruno
Martino, un pezzo, per altro, entrato in pianta stabile nel repertorio di
molti jazzisti.
Non aver potuto assistere ad un concerto di Joao Gilberto è un
cruccio che mi porterò dietro per molto tempo nella mia vita di appassionato di musica. Nel
1985 Gilberto era in concerto a Villa Ada a Roma. Stavo li in fila in attesa di
poter entrare con altri amici, quando arrivò la notizia dell’annullamento del set
per un’improvviso calo di voce dell’artista. Ci riprovai l’estate dopo al
festival di Pescara (Pescara jazz), ma anche in questo caso il concerto non
ebbe luogo perché Gilberto non si sentiva bene. Al suo posto si esibì Tito
Puente.
Al dispiacere per la perdita di
un grande artista, si aggiunge il rammarico di rendersi conto che i nostri destini
si sono sfiorati senza mai incontrarsi. Che la terra ti sia lieve Joao.
Luciano Granieri gruppo sanità potere al popolo Lazio
Nell’ultimo week end di giugno è andata a fuoco la ditta
Mecoris di Frosinone, un’azienda che si occupa di trattamento di rifiuti
speciali, fra cui l’amianto e scarti di origine ospedaliera. I fumi tossici
hanno avvolto il Capoluogo e altre città limitrofe. L’aspetto più inquietante è
che la Mecoris è situata a poche
centinaia di metri dall’ospedale Fabrizio Spaziani di Frosinone.
A seguito dell’incendio
il sindaco Nicola Ottaviani ha indetto un’ordinanza per cui doveva essere
chiusa ogni attività nel raggio di due chilometri dall’azienda andata a fuoco,
inoltre vietava l’accensione degli
impianti di aria condizionata.
Risulta evidente come l’ospedale di Frosinone
non abbia potuto rispettare tale ordinanza, per il semplice motivo che da un
punto di vista logistico era impossibile trasferire i pazienti, che hanno
dovuto subire disagi dovuti, oltre che
alle loro precarie condizioni di salute, anche alla contaminazione dell’aria
che respiravano.
Qualcuno si chiederà come sia possibile che un sito di
trattamento di rifiuti speciali possa essere attivato vicino ad un ospedale. Ce
lo siamo chiesti anche noi e spulciando fra le scartoffie “digitali”, abbiamo
trovato la determinazione Provinciale n.
2016/2840 del 21/10/2016, il documento con cui la Provincia di Frosinone ha
autorizzato la Mecoris ad operare.
Nella determina emerge un fatto estremamente
inquietante. Nelle conferenze dei
servizi tenutesi il 19 aprile ed il 19 luglio 2016, la stessa Asl, pur invitata
insieme al Comune di Frosinone, all’Arpa, ai vigili del fuoco, non ha partecipato, concedendo parere
favorevole secondo il principio di silenzio assenso ai sensi dell’art.3 della
Legge 7 agosto 2015 n.124. La stessa
procedura è stata esercitata dal sindaco di Frosinone che egualmente non ha
partecipato alla suddetta conferenza.
Come aderente al gruppo sanità Potere al Popolo Lazio
ritengo il comportamento della Asl fortemente lesivo alla salvaguardia della
salute dei cittadini della Provincia di Frosinone. Come si può avvallare l’autorizzazione
all’apertura di un’attività di smaltimento rifiuti tossici, a poca distanza dall’ospedale senza neanche partecipare alla
conferenza dei servizi?
Sa a ciò
aggiungiamo che nel comprensorio della Valle del Sacco, Sito d’Interesse
Nazionale per le elevate criticità ambientali, da Falvaterra a Colleferro,
esiste un unico ospedale, quello di Frosinone, per altro vicino alla Mecoris , se consideriamo che il registro dei tumori più
volte richiesto da partiti ed associazioni, più che mai necessario in una zona
ad alto rischio epidemiologico, tarda ad
essere realizzato, come non giudicare l’operato della Regione Lazio e del
Commissario Zingaretti, fortemente lesivo per la salute dei cittadini che qui abitano?
Risulta inquietante anche la mancata partecipazione alla conferenza dei servizi
del Comune di Frosinone, l’ente comunale ha concesso la sua autorizzazione
sempre in base al principio del silenzio assenso.
Di fatto le due massime
autorità per la tutela della salute nel territorio: Asl, quindi Regione, e Comune di Frosinone, in quanto responsabile
della salute dei cittadini, hanno
lasciato che un’attività potenzialmente nociva per la collettività iniziasse ad operare senza neanche partecipare
alla conferenza dei servizi.
Regione guidata da un’esponente di centro
sinistra, Comune guidato da un sindaco passato nelle fila della Lega. In questo
caso l’assunto destra e sinistra pari
sono potrebbe calzare a pennello. Potrebbe….perchè in realtà parliamo di due
realtà reazionarie: l’una liberal-riformista,
l’altra liberista tout-court.
Come gruppo sanità di Potere al Popolo Lazio
denunciamo lo sfregio perpetrato contro
la tutela della salute dei cittadini della Provincia di Frosinone, ed invitiamo
la popolazione ad aprire gli occhi. Che la tutela della salute sia subordinata alla
tutela del portafoglio dei grandi gruppi
finanziari che condizionano l’azione politica
e amministrativa a tutti i
livelli è un fatto acclarato
Prima si prenderà atto di questo,
prima si organizzeranno lotte
contro tale deriva meglio sarà per tutti.
A più di una settimana dal rogo della Mecoris sorprende il silenzio del Consigliere Comunale Andrea Campioni, eletto nella Lista Ottaviani Sindaco e attuale capogruppo in consiglio comunale, nonché membro della commissione ambiente (alle cui sedute non ha mai partecipato) e consigliere provinciale in quota Lega, che da come si evince dal curriculum vitae pubblicato sul sito del Comune intrattiene rapporti di lavoro con la Società Mecoris srl.
Orbene, durante l'ultimo drammatico consiglio comunale, dove tantissimi cittadini giustamente preoccupati per la propria salute e dei propri cari, hanno sonoramente richiesto chiarezza e verità sul caso ed anche rassicurazioni, il Consigliere Campioni è stato in mesto silenzio. Quale migliore occasione per intervenire e, possibilmente, tranquillizzare la cittadinanza? D'altronde lui dovrebbe saperne qualcosa di più visto che si occupa della logistica di quell'azienda! Il silenzio di un esponente politico di tale rilievo lascia più di una perplessità, che diventa vero e proprio imbarazzo quando si apprende che il Comune, nel 2016, contribuì "positivamente" al rilascio dell'autorizzazione alla Mecoris NON partecipando alla conferenza dei servizi.
Come abbiamo avuto modo di ribadire anche durante il consiglio comunale, infatti, noi riteniamo che il Comune
avrebbe potuto e dovuto esprimere un parere negativo proprio perché il sito é troppo a ridosso di luoghi sensibili, quali abitazioni, scuole e ospedale, su tutti. Su tali attività a "rischio", viste le condizioni ambientali già precarie in cui versiamo, le mere disquisizioni burocratiche e amministrative devono essere subordinate alla salvaguardia della salute dei cittadini di Frosinone, che doveva e deve essere una priorità politica assoluta!
Il M5S di Frosinone da sempre chiede la massima attenzione sul tema ambientale e ritiene che di fronte a responsabilità politiche così evidenti, quantomeno questa maggioranza dovrebbe rispondere con le dimissioni del Consigliere Andrea Campioni!
I Consiglieri Comunali del M5S Christian Bellincampi e Marco Mastronardi