Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

martedì 9 marzo 2021

The "Untouchables " del Recovery Fund

 Luciano Granieri



Diversi movimenti e organizzazioni locali  invitano ad  avanzare proposte sul come utilizzare i soldi del Recovery Fund nell’ottica della promozione e qualificazione del proprio territorio. L’intento oltre che condivisibile è nobilissimo,  ma secondo me del tutto irrealizzabile. Sia per la quantità, non la marea di soldi  di cui si favoleggia,  sia per le modalità in base alle quali  essi verranno distribuiti e chi decide la loro allocazione.  Sulla dotazione economica vorrei porre alcune riflessioni:

La prima: Nel PNRR approvato dal governo Conte nel gennaio scorso la somma totale del Recovery Plan ammonta a 223,91 miliardi di  euro.  Di questi 14,4   sono risorse aggiuntive che non verranno utilizzate. 13, provenienti dal  React-EU  di competenza regionale, sono stati trasferiti alla gestione centrale (non soldi aggiuntivi, ma trasferimenti dalle Regioni allo Stato). 21,2  sono  prestiti anticipati dal  Fondo Sviluppo e Coesione compresi, come i 13 mld sopra citati,   nel bilancio europeo 2021-2027 ancora da definire . Questi ultimi  sono soldi a debito su cui pagheremo degli interessi. Al netto delle risorse indicate, ma non utilizzate, il pacchetto totale è  di 209 miliardi. Ma pare che, notizia di ieri, le risorse messe  effettivamente a disposizione dall’Europa saranno di 191, 5. Potenza del governo dei migliori! In  meno di mese di attività è riuscito a polverizzare  17,5 miliardi di trasferimenti dalla UE.

La seconda: Rimaniamo  comunque ai 209  miliardi richiesti, per ora possiamo ragionare solo su quelli. 127,1 sono prestiti, su cui pagheremo interessi e 68,9 (più i 13 sottratti alle Regioni)  sono sovvenzioni a cui andranno detratte  le somme che dovremo stanziare  come  garanzia ai   mercati finanziari che ci presteranno  i soldi a fronte di titoli di debito comuni emessi dalla UE.

La terza: dei 127,1 miliardi di prestiti 65,7 sono già impegnati, ossia, vanno a coprire spese già pianificate, in più 13 sono sottratti alle Regioni, per  cui le  risorse nuove reali disponibili  aggiuntive, sono 130,8 e non 209

La quarta: a fronte di risorse aggiuntive di 130,8  miliardi dovremmo pagare interessi per debiti  pari a 127,6 miliardi.

La quinta: l’erogazione dei fondi così definiti, sarà somministrata in  6 anni per cui tutto questo mare di soldi si risolve nella disponibilità di  21,8 miliardi l’anno . Ad esempio i soldi necessari per la transizione verde ammonteranno, più o meno, a sei miliardi l’anno e quelli per la sanità a poco più di un miliardo. Giova ricordare che per il solo 2020 l’Italia ha speso 165  miliardi fra spese sanitarie e di ristoro.

La sesta: Il regolamento   del Recovery and Resilience Facility approvato dal Parlamento Europeo un mese fa,  con voto anche dell’ex antieuropeista lega,  all’art.10  attesta che: si potrà interrompere l’erogazione dei fondi in caso di disavanzo eccessivo, o in caso di squilibri eccessivi. Ci si riferisce, ai parametri del patto di stabilità:  raggiungimento del 60% debito/pil,e 3% di deficit. In pratica gli Stati destinatari del Recovery Fund dovranno attivare le procedure necessarie  affinchè tali obiettivi possano essere raggiunti,   pena l’interruzione dell’erogazione dei fondi. Il patto di stabilità, uscito dalla porta  con  la sua sospensione almeno fino al 2022, rientra dalla finestra attraverso il New Generation EU, e ci rientra in modo ancora più definitivo. Nel senso che la posizione di uno Stato non è più negoziabile con la Commissione, che potrà decidere di tagliare i denari qualora il piano di devastazione sociale non dimostri di navigare  deciso e sicuro all'approdo  dell’austerity. Possiamo immaginare che tipo di pianificazione dovrà essere adottata  per raggiungere gli obbiettivi imprescindibili scritti nel regolamento  a fronte di una situazione debitoria aumentata proprio a causa dei prestiti accumulati dal Recovery Fund. Permangono poi  le condizionalità previste per ogni singolo Paese al  rispetto delle quali è legata l’erogazione dei fondi: per l’Italia si tratta delle riforme sul lavoro, sulla giustizia e sulla progressività fiscale.

Deduzioni

Come è evidente, a fronte di pochi soldi (in relazione alla portata della crisi sanitaria ed economica) erogati dalla Ue, ci troveremo a pagare prezzi pesantissimi sia in termini economici che, soprattutto, politici. E’perciò fondamentale che il beneficio di tali fondi venga destinato a chi, secondo i giudizi  insindacabili  del mercato, li merita. Cioè  a  poche grandi multinazionali globalizzate,   mentre  i costi, finanziari e politici, devono  gravare sulla collettività.

 Il governo Draghi, grazie al killeraggio di una manovalanza squallida e infame, al soldo dei potentati finanziari, facente capo a Matteo Renzi, si è costituito proprio con questa missione. Gli indirizzi  dell’amministratore delegato dell’Eni Claudio Descalzi   (andato a vaccinarsi negli Emirati Arabi come tanti altri Vip della serie io so’ io e voi…..) sono chiare in questi senso. Egli , nel presentare il piano energetico 2020-2024, tranquillizza gli azionisti sul fatto  che il programma  di decarbonizzazione previsto per il 2050, sarà finanziariamente realizzabile, perché alla fine comandano i manager, non quattro esasperati ambientalisti.  I 14 grandi progetti già pianificati godranno di un aumento di fondi del 70%. Chissà da dove arriveranno?  Essi riguardano la veicolazione  di energia attraverso il gas e l’idrogeno  che comunque verrà ottenuto, per ora e ancora per molto, attraverso l’utilizzo di idrocarburi,  con lo stoccaggio  della CO2 sottoterra, alla faccia della rivoluzione verde! 

Ma ciò che toglie ogni dubbio è la decisione del Mef di affidare la gestione dei soldi del Recovery Fund alla società di consulenza americana Mc Kinsey. Una multinazionale che indirizza i suoi preziosissimi suggerimenti  verso la  macelleria sociale come base per   l’escalation del profitto da realizzare ad ogni costo. 

Fra le tante nefandezze attribuite a  questi manager d’assalto, spiccano consulenze per l’amministrazione Trump e  per  il regime sanguinario dell’Arabia Saudita . La  Mc Kinsey accettò   di pagare 600 milioni di dollari per porre fine alle indagini che la vedevano  accusata di aver spinto la somministrazione di farmaci alla base della crisi degli oppiacei: causa di morte di oltre 450mila persone negli USA negli ultimi due decenni. Sarà un caso che proprio dalla Mc Kinsey arriva il neo ministro per l’innovazione Vittorio Colao? 



In questo quadro parlare di coinvolgimento partecipato dei cittadini nella gestione del Recovery Fund è del tutto fuori dalla realtà. Se da  questa partita sono stati esclusi gran parte dei ministri demansionati a tenere buono il popolo vessato,  (la ciurma selezionata come contentino  della   mefitica melma  partitica tappetino dell’illuminato),   e il Parlamento, già esautorato dal governo precedente, come possiamo solo ipotizzare  una partecipazione dei cittadini? 

Che fare

Io proporrei invece di spingere i nostri amministratori a fare buon uso dei cari vecchi fondi strutturali europei attraverso i Programmi Operativi Regionali cofinanziati dal Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (POR-FESR). La loro dotazione ancora è da stabilire, avverrà nell’ambito della programmazione economica 2021-2027, probabilmente sarà  decurtata di alcuni finanziamenti che confluiranno  nel Recovery Fund.  Solo così sarà possibile pianificare progetti condivisi.  Con il coinvolgimento dei cittadini e delle istituzioni locali, si potrebbero avere ottime  possibilità di fare delle buone cose per il nostro territorio. Ma è chiaro che le modalità dovranno essere molto diverse da quelle usate in passato e il primo atto dovrà proprio passare  dall’implementazione della partecipazione e controllo da parte delle  organizzazioni territoriali e dei cittadini affinchè i fondi siano utilizzati realmente per la realizzazione di progetti utili alla comunità e non per foraggiare le solite lobbies.

Infine urge una mobilitazione forte e condivisa contro l’insano piano di  sfruttare la crisi pandemica per favorire  ancora di più i  grossi interessi del capitale finanziario,  proprio attraverso   il controllo del Recovery Fund.  Quando il capitalismo si trova di fronte al proprio fallimento ed è successo molte volte in passato, come oggi , s’incattivisce, pretende soldi pubblici indirizzati esclusivamente alla realizzazione piena del profitto, nessun obolo deve essere sprecato nel sociale. Proprio non si vuole capire come sia stato il modello basato sullo sfruttamento di tutte le risorse, umane e naturali, proprie della finanziarizzazione e globalizzazione  dell’economia  a favorire  prodursi e il diffondersi del virus. Ed è questo modello che va combattuto. Senza se e senza ma.

 

lunedì 8 marzo 2021

IL CAOS REGNA SOVRANO AL CENTRO VACCINI ANTICOVID . ASL VIA FABI

 Francesco Notarcola – Coordinatore dei Cittadinanzattiva Tribunale per la difesa dei diritti del malato di Frosinone.



Questa mattina, domenica 7 marzo 2021, abbiamo raccolto la rabbia e la protesta di centinaia di persone anziane e loro familiari per il caos che regnava al CENTRO Vaccini ANTICOVID della Palazzina Q della ASL di Frosinone in Via Fabi.

Disagio enorme per tutti, costretti a stare in piedi ed al freddo per ritirare e compilare il modulo e il numeretto, in attesa del proprio turno, con i vigilantes che si sono trasformati in organizzatori e gestori di questa parte del servizio, come se fossero dipendenti ASL.

Una volta entrati sembrava essere al mercato del giovedì. Chi gridava a destra “ Chi deve fare la seconda”? mentre altri gridava a sinistra “ Chi deve fare la prima”?

Alle ore 11 era stato vaccinato l’84° paziente, dopo tre ore di lavoro con 5 postazioni, una sala di preparazione, un medico di controllo ed alcune altre persone alle prese con le pratiche burocratiche.

Dopo aver fatto il vaccino si era costretti ad attendere il famoso quarto d’ora, in piedi o fuori perche i posti a sedere non erano sufficienti.

A nome dell’assemblea territoriale di Cittadinanzattiva-Tribunale per la difesa dei diritti del malato di Frosinone, esprimiamo la nostra più forte indignazione, delusione e protesta per quanto abbiamo vissuto e fotografato, chiediamo l’immediato intervento della Direttrice generale della ASL per mettere fine a questo vergognoso stato di cose.

Sarebbe, inoltre, quanto mai opportuno e necessario, data la grave e delicata situazione, riprendere il confronto tra i rappresentanti della scrivente Organizzazione e la dirigente della ASL, confronti sospesi dalla partenza del Direttore Russo.

Frosinone 7 marzo 2021

venerdì 19 febbraio 2021

Sora: In piazza contro la deriva fascista

 Luciano Granieri Rigenerare Frosinone



IN PIAZZA CONTRO LA DERIVA FASCISTA.

L’Oscurantismo e i rigurgiti nostalgici per la follia nazifascista dilagano nella nostra Provincia.  

In  pochi mesi abbiamo assistito alla condivisione dell’assessore alla cultura del Comune di Ceccano, Stefano Gizzi,  delle deliranti tesi cospirazioniste  della congrega americana QAnnon, quella che aveva denunciato la presenza di  presunti, quanto inesistenti, poteri occulti contro Donald Trump, e la piena convinzione che le elezioni americane  fossero state  condizionate da brogli elettorali contro il presidente sconfitto.

A seguire irrompe un ignobile fotomontaggio  su Facebook da parte del consigliere di maggioranza Marco Ferrara di Frosinone (FdI) , nella quale si usa l’immagine  del campo di sterminio di Auschwitz,  modificata  sostituendo la parola “vaccino” a “lavoro”, scritta sul cancello, per promuovere una campagna contro i vaccini anti-covid.

Dopo pochi giorni, per la giornata della memoria,  lo stesso sindaco di Frosinone pubblica una foto sui social in cui mostra la propria mano vergata da un numero, scritto a penna,  ad imitazione delle  marchiature impresse sulle vittime della Shoah. Un’azione, secondo il sindaco,  volta a rimarcare l’orrore di quello sterminio ma del tutto fuori luogo, ed evidentemente provocatoria  vista la nota appartenenza politica del primo cittadino del Capoluogo.

A seguire la comparsa per le vie di Frosinone di una vela pubblicitaria commissionata dal movimento Pro-Vita, che diffonde un messaggio nel quale  si  ammoniscono  le donne a non abortire, rivendicando la superiorità dei diritti dell’embrione rispetto al corpo femminile,  e di fatto a mobilitarsi contro la legge 194.

Ed infine, e speriamo che sia l’ultimo episodio, ma ahimè non ne siamo assolutamente sicuri, consiglieri comunali di Sora,  appartenenti al Partito di  Fratelli d’Italia , hanno proposto di dedicare ai martiri delle Foibe uno spazio nel quale reinstallare una stele del periodo fascista  dedicata a Filippo Corridoni, che nulla ha a che vedere con i drammatici eventi avvenuti sul fronte orientale a seguito della crudele e odiosa occupazione fascista.

Del resto, la Ciociaria non è fuori dal mondo e risente della virulenta ondata revisionista in atto da almeno 30 anni a questa parte. Una vulgata che vuole la resistenza e la Costituzione Antifascista, simulacri   comunisti  contrapposti  a quelli  fascisti , e non atti fondanti  della nostra Repubblica Democratica. Una vulgata, disgraziatamente fomentata da esternazioni, che vengono da lontano,  da Luciano Violante dell’allora Pds, oggi Pd, il quale,  nel discorso d’insediamento come presidente della Camera , invocava   il rispetto delle ragioni dei ragazzi di Salo’.  

Una corrente mefitica, finalizzata alla colpevolizzazione dei partigiani e alla giustificazione e riabilitazione dei repubblichini. Non c’è dunque da meravigliarsi se la Costituzione e  la lotta di liberazione sono considerati simboli di  parte di fantomatici opposti estremismi . Persino il Parlamento Europeo nella risoluzione approvata il 19 settembre 2019, ha equiparato il fascismo al comunismo, condannando entrambi, sorvolando sul fatto che lo stalinismo era una deformazione dell’idea comunista, e che a librare Auschwitz siano state proprio le truppe sovietiche.

E’ quindi conseguente che la deformazione, dequalificazione degli elementi fondanti la nostra democrazia, portino membri delle istituzioni identificati nell’”altra  parte” ad ignorare, quando non oltraggiare la Carta sulla quale hanno giurato nel prendersi carico delle loro responsabilità di amministratori pubblici.

 Questa melma si è consolidata e riversata anche nel nostro  territorio, e non poteva essere diversamente, accompagnandosi a tutta la paccottiglia annessa  di discriminazione  contro gli immigrati, le donne, i gay e contro ogni categoria che si distingue dal maschio bianco occidentale e ricco.

E’ del tutto evidente che non possiamo cambiare sin da subito questa deriva culturale sedimentata nei decenni, ma possiamo batterci negli ambiti locali affinchè  essa sia limitata, contrastata. E dobbiamo farlo con forza e costanza. Siamo scesi già in piazza a Frosinone, contro l’assessore Ferrara e la vela pro-vita e continuiamo anche con la manifestazione di Sora contro la stele fascista che degli amministratori digiuni di storia e sensibilità democratica vogliono impiantare in ricordo di una tragedia che vede come primi responsabili proprio i loro osannati eroi del ventennio.

venerdì 12 febbraio 2021

Quando la morte di un jazzista è quasi simile alla perdita di un vecchio amico. Ciao Chick

 Luciano Granieri




Quando scompare un musicista di jazz, al sottoscritto, appassionato di musica afroamericana, sembra di perdere un amico, magari lontano, ma amico. Accade un po’ con tutti. Nell’anno appena trascorso, tanti amici ci hanno lasciato. 

Ma ce ne sono alcuni per i quali la triste sensazione di aver perso un saggio compagno di vita è ancora più forte e dolorosa, perchè a certe incisioni o esibizioni sono legati momenti della tua esistenza di fatto significativi. Chick Corea è uno di questi. 

Dall'ammiccante copertina delLive in New York” del 1974, con la sua faccia che usciva da una tazza, si aprì per me un mondo musicale inesplorato. Un disco di solo due brani, uno per facciata, nel quale suonavano due quartetti diversi, con gente del calibro di Wayne Shorter, Barry Altschul, Dave Holland, Anthony Braxton. Un’ esplosione sonora che spesso accompagnava i miei viaggi in treno o dietro la macchina di mio padre, riversata su una cassetta consumatasi nel walkman. 

Oppure la scoperta del suo primo capolavoro, il disco in trio “Now He Sings, Now he Sobs” con Roy Hines e Mirolas Vitous, spesso oggetto di ascolti appassionati insieme ad un  pugno di amici incantati dai quei solchi e protagonista di una vera e propria storia personale  che potete leggere QUI

O ancora  dei rigatoni all’arrabbiata pagati quanto una cena intera per entrare in quel jazz club di Pescara, per ascoltare Chick in piano solo e poi in jam session con Steve GrossmanMai un piatto di pasta, per quanto scotto e arrabbiato solo nel prezzo, fu tanto gradito. Mi permise di ascoltare un concerto memorabile e di ricevere  il regalo di un autografo, tanto agognato, quanto semplice da ottenere, grazie alla grande disponibilità di Corea (autografo che qui riporto). 

E poi  l’anno scorso, quando con gli amici Alberto, Raimondo e Antonello, abbiamo suonato nelle nostre esibizioni in giro per la Provincia “Spain” un classico di Corea. E il compiacimento  quando quei passaggi ritmici complicati riuscivano ad integrarsi nel sound della band. Una soddisfazione  per  un batterista dilettante come il sottoscritto.  

Tutto questo è stato Corea per la mia vita di appassionato. Da questo scritto, triste ma accorato, altro non mi resta che ringraziarlo

Che la terra ti sia lieve Chick




sabato 6 febbraio 2021

"Draghi" a Frosinone

 Luciano Granieri, Rigenerare Frosinone




Il possibile, quanto probabile, insediamento del governo Draghi, avvallato da quasi tutte le forze politiche in un assembramento indegno, elemosinante briciole del Recovery Fund, cambierà qualcosa per Frosinone? Nonostante la questione nazionale possa sembrare scollegata dalle vicende cittadine, non lo è.
Qualcuno ricorderà come nell’estate scorsa Rigenerare Frosinone, con tutte le restrizioni del Covid, diede vita ad una campagna sul bilancio del Comune frusinate , bocciato sonoramente dalla Corte dei Conti, parte in causa a seguito dell’adesione dell’Ente al piano di riequilibrio economico e finanziario, proprio perchè la pianificazione di rientro era troppo sbilanciata su politiche di taglio alla spesa sociale.
Nel corso di quella campagna, oltre ad illustrare le clamorose inadempienze formali e sostanziali, compiute dal Comune, evidenziammo come, in senso più generale, gli enti locali dovessero sottostare al patto di stabilità interno, ovvero la realizzazione di avanzi di bilancio e l’impossibilità di pianificare politiche sociali a debito, nonostante la stessa norma fosse stata sospesa a livello europeo per consentire, a fronte della crisi pandemica, le spese necessarie al rafforzamento della coesione sociale e dei sistemi sanitari, precedentemente definanziati proprio per rispondere alle politiche di austerity imposte dall’Unione.
A tal proposito predisponemmo - anche per togliere l’alibi al sindaco di un’irreparabile definanziamento da parte centrale, riconosciuto, se si trattava di tagliare servizi sociali essenziali, inesistente, se bisognava finanziare azioni propagandistiche - una proposta di deliberazione, il cui testo trovate QUI, da presentare in consiglio comunale, attraverso alcuni consiglieri d’opposizione, nella quale, fra i punti tesi a liberare i Comuni dagli oneri di un debito mai contratto, si impegnava il sindaco a :” richiedere, in analogia con l'avvenuta sospensione del Patto di Stabilità per gli Stati, la deroga della Legge n. 243 del 2012, con particolare riferimento alle disposizioni di cui ai capi II, III, IV, V e VI, riguardanti le regole del pareggio di bilancio degli Enti locali, sanitari, regionali e statali” ovvero ad adottare lo stesso indirizzo europeo anche per i Comuni.

La proposta di deliberazione non è stata mai calendarizzata, forse perchè non era interesse di nessun membro, nè del consiglio, nè della giunta, farla giungere in aula. Ma se una piccola e flebile speranza che la richiesta potesse essere recepita dal governo - anche perchè la stessa deliberazione fu adottata da Comuni importanti, come quello di Roma e Torino-oggi con la probabile salita a palazzo Chigi di Mario Draghi i giochi saranno definitivamente chiusi.
Infatti nella famosa lettera inviata nel 2011 al governo italiano dalla Banca Centrale Europea, e dal Governatore della Banca d’Italia di allora , Mario Draghi per l’appunto, al punto 3 si pretendeva : “l’anticipo sul conseguimento del pareggio di bilancio “principalmente attraverso tagli di spesa”, in particolare sulle pensioni e sul pubblico impiego, se necessario riducendo gli stipendi; l’introduzione di una “clausola di riduzione automatica del deficit”; la messa “sotto stretto controllo” dell’indebitamento delle Regioni e degli enti locali anche con “una riforma costituzionale che renda più stringenti le regole di bilancio”.
Come è noto il tutto fu realizzato con l’immissione del pareggio di bilancio in Costituzione. A questo punto la domanda sorge spontanea: come si fa a chiedere la sospensione del patto di stabilità interna ad un governo presieduto da chi quel patto ha fortemente imposto agli enti locali? Ecco dunque che, alla quasi totale ritrosia comunale a recepire certe istanze necessarie al benessere dei cittadini, si aggiunge la perentoria chiusura dell’esecutivo centrale, guidato dal fautore, ed estensore più convinto, delle politiche incardinate sul pareggio di bilancio da ottenersi attraverso tagli alla spesa sociale e privatizzazioni dei servizi essenziali per la cittadinanza.
Cari cittadini di Frosinone, evidentemente per vivere decentemente in questa città, oltre a mobilitarsi contro una giunta comunale antisociale, bisognerà scendere in piazza contro un’esecutivo altrettanto antisociale.
E’ quanto mai necessario prendere una posizione di contrasto se si vuole difendere almeno quel poco di diritto alla sopravvivenza che ci è rimasto.

mercoledì 3 febbraio 2021

Draghi Presidente, ce lo spiega l’Unione Europea

     Coniare Rivolta



La crisi politica che si svolge sotto i nostri occhi appare difficile da decifrare se ci limitiamo alle dinamiche partitiche e personali. Sicuramente c’è stato un duello tra Conte e Renzi, sicuramente Italia Viva vorrebbe avere più peso nel governo e, soprattutto, nella spartizione delle risorse pubbliche che sarà definita nel Recovery Plan. Eppure, ci sembra impossibile comprendere quello che sta succedendo se non si allarga lo sguardo al contesto economico e sociale entro cui si svolge il teatrino dei tavoli di trattativa, del toto-ministri e delle conferenze stampa. Il contesto è quel piano inclinato che determina le tendenze di fondo, ovvero le dinamiche principali, più importanti, che trascinano dietro di sé tutti gli altri eventi, le carriere politiche dei singoli, le fortune dei partiti.

La più efficace fotografia del contesto ce la offre, su un piatto d’argento, una figura chiave dell’establishment europeo, Marco Buti, il capo di gabinetto (ruolo tecnico-politico) del Commissario Europeo agli Affari Economici e Finanziari Paolo Gentiloni. In una lectio magistralis all’Università di Firenze del 29 gennaio, Buti sintetizza i possibili scenari che aspettano l’Italia dietro l’angolo della crisi politica, attraverso l’immagine di una “trilogia impossibile”. Lo scenario A, per Buti indubbiamente il migliore, è quello che vede un popolo italiano coscienzioso scegliere una guida illuminata che provveda immediatamente – cioè mentre la società corre verso i 100.000 morti per Covid e la crisi economica inizia a bruciare – a varare quelle importanti riforme che “servono” al Paese: taglio delle pensioni e dello stato sociale, stop al reddito di cittadinanza, sblocco dei licenziamenti, liberalizzazioni, privatizzazioni e tutto l’armamentario di misure lacrime e sangue che da trent’anni è usato contro i lavoratori per piegarli e costringerli alla povertà e alla precarietà, a salvaguardia del profitto di pochi. Secondo Buti, dunque, nello scenario A un governo saggio dovrebbe sfruttare il Recovery Plan per varare queste riforme: ogni euro prestato dall’Europa porterebbe con sé un carico di sacrifici che però, ci dice Buti, sono resi necessari dai peccati originali e dai mali strutturali che affliggerebbero l’Italia da decenni. Una cura dura ma necessaria! La convocazione di Mario Draghi al Quirinale per ricevere l’incarico di formare un governo sarebbe, in questo senso, il sogno di Buti che si realizza.

Ma, ci dice Buti, c’è anche uno scenario B: si continua a tamponare la crisi con “bonus e piccoli progetti a pioggia” senza affrontare il nodo – impopolare – delle riforme strutturali. Notiamo subito che questo scenario rappresenta bene l’azione, fino ad oggi, del governo cosiddetto “giallorosso”, che nel 2020 – tra cassa integrazione straordinaria, bonus vari, ristori e l’esplosione del reddito di cittadinanza – ha provato a mitigare gli effetti sociali della pandemia aumentando il deficit pubblico di oltre 100 miliardi in pochi mesi. Ciò che Buti ci sta dicendo è: avete speso e spanso nei mesi più duri, per carità, avete fatto bene. Ora però serve il cambio di passo, perché la pazienza dell’establishment europeo nei confronti di questa maniera tutta italiana di affrontare la crisi sta per finire. Il tempo dei bonus a pioggia deve finire e lasciare il campo all’azione della cosiddetta distruzione creatrice, ben rappresentata dal recente report del Gruppo dei 30 redatto sotto la supervisione di Mario Draghi: un approccio alla gestione della crisi che dovrebbe sfruttare la violenza della pandemia per far cadere i rami morti, le cosiddette “imprese zombie”, e lasciar fiorire solo quei settori dell’economia che sono in grado di competere sui mercati internazionali, facendo leva sulla crescente fragilità dei lavoratori, spaventati dalla crescente disoccupazione e dunque sempre più disposti ad accettare strette salariali e un generale peggioramento delle condizioni di lavoro. Sotto ogni evidenza, l’approccio del governo Conte bis è stato assolutamente insufficiente ad affrontare l’emergenza pandemica, come abbiamo messo in luce in più occasioni. La critica sottesa alla narrazione di Buti, tuttavia, è diametralmente opposta alla nostra. Per noi servirebbe un governo capace di varare misure strutturali di sostegno al lavoro e all’intervento pubblico in economia, per Buti serve invece un governo capace di imporre ulteriori e definitivi tagli allo stato sociale e alle retribuzioni. Questo dato è il primo tassello utile a comprendere l’attuale crisi politica: l’azione del governo ormai uscente è insufficiente agli occhi dell’establishment europeo. Mentre preparano il prestito del Recovery Plan, le istituzioni europee pretendono un interlocutore capace di imporre all’Italia quell’ulteriore svolta neoliberista, quella stretta di austerità che serve a chiudere i conti con il modello sociale europeo novecentesco. Ecco emergere il contesto politico: il contesto naturale della pandemia rappresenta solo una preziosa occasione per la classe dirigente, la possibilità di rompere i ponti con una organizzazione sociale basata sul compromesso tra Stato e mercato. 

Ma la parte più interessante della lezione di Buti è la sua conclusione, quella che lui chiama “soluzione C”. Già, perché Buti ci avverte che l’opzione B non è affatto stabile, bensì appare precaria e temporanea. Fuori dalla retorica della lectio magistralis, uno scenario B di continuità con le misure tampone non sarebbe consentito a lungo. Ed è lo stesso Buti a dirci chiaramente quali sarebbero le forze che, qualora ci rifiutassimo di abbracciare l’opzione A, ci richiamerebbero all’ordine e ci porterebbero a varare le fatidiche riforme strutturali, che nello scenario C verrebbero “imposte dai mercati finanziari”. È il ricatto dello spread, che Buti ci propone con l’innocenza di un bambino: “fino ad ora il potenziale effetto negativo del debito pubblico è stato neutralizzato dagli interventi dell’UE e, soprattutto, della BCE – ma sarebbe un errore fondamentale pensare che il vincolo di finanza pubblica non esista più…”. Più chiaro di così si muore: Buti ammette apertamente che è la BCE a governare gli spread, e dunque la minaccia dei mercati finanziari non è altro che la minaccia delle istituzioni europee a qualsiasi governo che si dimostri incapace di sfruttare la pandemia per distruggere gli ultimi residui di stato sociale sopravvissuti in Europa. 

Questo è il contesto politico ed economico che spiega i movimenti di fondo che agitano la politica nostrana. Una volta compresi, ci consentono, a prescindere da chi si intesterà la vittoria politica di questa crisi, di trarre una conclusione: il piano inclinato della crisi conduce inevitabilmente a una stretta dell’austerità imposta dalle istituzioni europee. Il cerchio tracciato Buti nella sua lezione si chiude oggi con Draghi che sale al Quirinale: dopo aver piegato il Paese sotto il ricatto dello spread attraverso le leve della politica monetaria che manovrava da Presidente della BCE, ora Draghi fa il suo ingresso trionfante sulla scena politica italiana dalla porta principale. Contro questa nuova ondata di austerità occorre iniziare ad organizzare una resistenza, e contro quelle istituzioni una strategia di ampio respiro mirata a ricomporre la società intorno alla centralità del lavoro e fuori dalle logiche del profitto.