Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

domenica 4 aprile 2021

Pace e verità storica, così il Comune di Frosinone difende i carnefici.

 Luciano Granieri

Si apprende che il consiglio comunale di Frosinone il 31  marzo ed il 1 aprile,anziché discutere dello stato fatiscente degli istituti scolastici, anziché analizzare la situazione finanziaria disastrosa, nonostante i drammatici tagli inflitti ai servizi per i  cittadini, approva due documenti (una delibera ed una mozione) di ampio respiro storico ed internazionale, forse.

La mozione  impegna il sindaco e la giunta a diffondere la conoscenza nelle scuole dei tragici eventi delle foibe. Nella delibera, per una sorta di compensazione, lo stesso consiglio comunale adotta le definizioni di antisemitismo, formulate   dall’agenzia internazionale IHRA (Alleanza Internazionale per la memoria dell’Olocausto), come strumento concreto nella lotta all’antisemitismo. Ciò a seguito della partecipazione del Comune di Frosinone, attraverso l’assessore Mastrangeli, ad un evento tenuto in videoconferenza in cui sono state spiegate tali definizioni agli enti locali italiani  dall’ International Holocaust Remembrance Alliance.  Anche questa iniziativa è nata dal coinvolgimento di una scuola, in particolare a seguito della visita del sindaco Ottaviani, accompagnato dall’esponente dell’associazione "Amici di Israele" Luigi Yitzhak Diamanti, presso l’Istituto Turriziani durante il giorno della memoria. 

Un'elemento subdolo ed odioso caratterizza i due documenti: La difesa del carnefice. Nel primo, attraverso la distorsione storica di un evento terribile come quello delle foibe, estirpato completamente dal contesto in cui è maturato. Nel secondo, attraverso degli assunti che strumentalizzano  la lotta all’antisemitismo per giustificare le politiche oppressive del governo d’Israele contro i Palestinesi.

Non avevamo dubbi sul protagonismo del sindaco sul governo della città, ma estendere tale protagonismo attraverso  impropri  e inopportuni, quanto mistificanti,  interventi su fatti storici e internazionali è veramente troppo.


Se proprio il sindaco e la giunta  devono promuovere  progetti per divulgare nelle scuole informazioni sulle Foibe suggerirei a chi verrà incaricato di tale operazione di ricordare agli studenti che i primi ad indicare le foibe come luogo di sepoltura dei perseguitati fu il ministro fascista dei lavori pubblici Giuseppe Coboldi Gigli. Questi nel 1927 scrisse “La musa istriana ha chiamato con il nome di foibe quel luogo degno per la sepoltura di quelli che nella provincia dell'Istria danneggiano le caratteristiche nazionali (italiane) dell'Istria" . Lo zelante ministro aggiungerà a ciò anche dei versi di minacciose poesie, in dialetto: "A Pola xe arena, Foiba xe a Pizin" ("A Pola c'è l'arena, a Pazina le foibe"). Ma evidentemente ai versi seguirono i fatti. Il quotidiano “Il piccolo” di Trieste riporta la testimonianza di un ebreo Raffaele Camerini destinato  ai lavori forzati in Istria. Alla vigilia della sconfitta italiana nel 1943 una delle sue mansioni peggiori era quella di prendere i cadaveri degli antifascisti uccisi, buttarli nelle foibe istriane e cospargere i loro corpi con la calce viva.

 E comunque suggeriamo ai valenti storici che saranno incaricati di diffondere la verità di leggersi l’articolo di Predrag Matvejevic che potranno trovare cliccando  su  https://aut-frosinone.blogspot.com/2019/02/predrag-matvejevic-le-foibe-e-i-crimini.html,così tanto per stabilire una verità storica vera.

In relazione alla delibera sull’Olocausto, pubblichiamo di seguito un appello molto interessante di professori, giornalisti ed intellettuali, pubblicato sul giornale "The Guardian" nella quale si spiega bene di che cosa si parla quando si definisce, nel documento dell’IHRA, il diritto all’autodeterminazione dello Stato d’Israele.

Tutto ciò a dimostrazione che il sindaco e la sua giunta, impastati come sono di tare ideologiche, fanno quasi più danni quando non si occupano della città che quando pensano alle fontane danzanti. E poi un appello. Sindaco e assessori, per favore occupatevi delle scuole solo per la manutenzione degli edifici e per i servizi connessi, lasciate perdere di indottrinare gli studenti che forse neanche desiderano di essere indottrinati da voi.



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I diritto dei Palestinesi e la definizione di antisemitismo dell’IHRA.

Lettera inviata al “The Guardian”

Un gruppo di 122   accademici arabi  palestinesi, intellettuali e giornalisti esprimono la loro preoccupazione sulle definizioni dell’IHRA.

I sottoscritti accademici arabi e palestinesi, giornalisti ed intellettuali esprimono il loro punto di vista rispetto alla definizione di antisemitismo assunta dall’ IHRA  (International Holocaust Remembrance Alliance) e il modo in cui questa definizione è applicata, interpretata e diffusa in diversi Paesi d’Europa e in Nord America.

In anni recenti la lotta all’antisemitismo è stata sempre più strumentalizzata dal governo di Israele e i suoi sostenitori, in uno sforzo teso a delegittimare la causa palestinese e zittire i difensori dei diritti dei Palestinesi. Distorcendo  il necessario contrasto all’antisemitismo e usarlo come una minaccia con il risultato di svilirlo, quindi screditarlo ed indebolirlo.

L’antisemitismo va smascherato e combattuto.  Senza ipocrisia nessuna espressione di odio contro gli ebrei, in quanto  ebrei, può essere tollerata ovunque nel mondo. L’antisemitismo si manifesta con ampie generalizzazioni e stereotipi  sugli ebrei, relative al potere e alla ricchezza in particolare, attraverso le quali si sono diffuse teorie cospirazioniste  e negazioniste sull’Olocausto. Riteniamo legittima e necessaria la lotta contro tali atteggiamenti.  Riteniamo altresì che la lezione dell’Olocausto, così come di altri genocidi dei tempi moderni, debba costituire una forte elemento d’educazione per le nuove generazioni contro ogni forma di pregiudizi e odi razziali.

Il contrasto all’antisemitismo va ovviamente affrontato secondo principi rigorosi altrimenti se ne indebolisce lo scopo. Le definizioni dell’IHRA fondono il giudaismo con il sionismo, presumendo che tutti gli Ebrei sono sionisti e che lo stato d’Israele, nella sua conformazione attuale, incarna l’autodeterminazione degli Ebrei. Noi siamo profondamente in disaccordo con questa visione. Il contrasto all’antisemitismo, non può trasformarsi i uno stratagemma per delegittimare la lotta contro l’oppressione dei Palestinesi, la negazione dei loro diritti e la continua occupazione delle loro terre. Riteniamo i  principi  che seguono fondamentali a tale riguardo:

1 La lotta contro l’antisemitismo deve inserirsi nel quadro delle leggi internazionali sui diritto umani, dovrebbe essere parte integrante del contrasto ad ogni forma di razzismo e xenofobia  compresa l’islamfobia  e il razzismo anti-arabo e anti-palestinese. Lo scopo di questa lotta è di garantire la libertà e l’emancipazione dello popolazioni oppresse, ma è profondamente distorta quando viene usata in difesa di uno Stato oppressivo e predatore.

2 C’è una profonda differenza fra le condizioni in cui gli Ebrei sono stati  perseguitati, oppressi e sterminati come minoranza da regimi o gruppi antisemiti, e la condizione in cui l’autodeterminazione della popolazione ebrea in Palestina/Israele si manifesta sotto forma di uno Stato etnico assolutista e territorialmente espansionista. Così come oggi costituito  lo Stato d’Israele è nato  sullo sradicamento della stragrande maggioranza degli indigeni – quello che gli Arabi  e i Palestinesi chiamano Nakba- e sull’oppressione di  quei nativi che ancora vivono nei territori della Palestina storica, considerati come cittadini di seconda classe o persone sotto occupazione negando loro il diritto all’autodeterminazione.

3 La definizione di antisemitismo dell’IHRA, e i conseguenti  provvedimenti legali adottati in diversi Paesi,  sono indirizzati principalmente contro i gruppi di sinistra attivi per i diritti umani, che sostengono i diritti dei Palestinesi e la campagna  BDS , Boycott Divestment and Sanctions,non considerando  che la vera  minaccia contro gli ebrei  proviene dai movimenti nazionalisti bianchi di destra, europei ed americani.  La rappresentazione della campagna BDS come antisemita è una grossolana distorsione di ciò che realmente è, cioè un mezzo fondamentalmente legittimo di lotta  non violenta per i diritti dei Palestinesi.

4 La parte della definizione dell’IHRA  secondo cui è un esempio di antisemitismo “negare al popolo ebraico il diritto di autodeterminazione, ad esempio affermando  l’esistenza di uno Stato d’Israele come  un’entità   razzista”, è piuttosto strano. Non è un reato riconoscere che,  sotto le leggi internazionali,  l’attuale Stato d’Israele  è una potenza occupante da  oltre mezzo secolo,  come riconosciuto dai Paesi in cui vengono affermate le definizioni dell’IHRA. Non è un reato valutare se questo diritto di autodeterminazione  includa la facoltà di creare una maggioranza ebraica e se debba essere affiancata  dalla  negazione dei diritti dei Palestinesi. Inoltre la definizione dell’IHRA identifica come potenzialmente antisemite tutte le visioni non sioniste del futuro dello Stato israeliano, come la difesa di uno Stato binazionale, o democratico laico che si occupa dei propri cittadini allo stesso modo. Un autentico sostegno al principio del diritto del popolo all’autodeterminazione non può escludere la nazione palestinese  o altre entità.

5 Riteniamo che nessun diritto all’autodeterminazione potrà includere il diritto di  sradicare altri popoli dalle loro terre e proibire loro di ritornarvi, o esercitare qualsiasi altro mezzo per assicurarsi una maggioranza etnica all’interno dello Stato. La richiesta dei Palestinesi del loro diritto di tornare nella terra da cui loro stessi, i loro genitori e nonni sono stati espulsi, non può essere interpretata come antisemita. Il fatto che una tale richiesta crei ansia fra gli Israeliani, non prova che sia ingiusta, né antisemita. E’ un diritto riconosciuto dalle leggi internazionali così come rappresentato dalla risoluzione 194 del 1948 emessa dall’Assemblea Generale della Nazioni Unite.

6  Lanciare  l’accusa di antisemitismo contro chiunque consideri l’attuale Stato d’Israele come razzista, nonostante l’effettiva discriminazione istituzionale e costituzionale  su cui si basa, equivale a garantire ad Israele l’impunità assoluta. Israele può così deportare i suoi cittadini palestinesi, o revocare loro la cittadinanza, o negare loro il diritto di voto, ed essere comunque immune  dall’accusa di razzismo. La definizione dell’IHRA, e il modo in cui sono state impiegate, vietano qualsiasi discussione sullo Stato israeliano in quanto basato sulla discriminazione etnico-religiosa, violando in tal modo la giustizia elementare e le norme fondamentali dei diritti umani e del diritto internazionale.

7  Riteniamo che il principio di giustizia richieda il pieno sostegno del diritto dei Palestinesi all’autodeterminazione, compresa la richiesta, riconosciuta a livello internazionale, di porre fine all’occupazione dei loro territori, all’apolidia e alle privazioni inflitte ai rifugiati palestinesi. La soppressione dei diritti dei Palestinesi, nelle definizioni dell’IHRA, tradisce un atteggiamento che sostiene il privilegio degli Ebrei in Palestina, invece dei diritti degli Ebrei, e la supremazia ebraica sui palestinesi, invece della sicurezza ebraica. Crediamo che i valori e i diritti umani siano indivisibili e che la lotta all’antisemitismo debba andare di pari passo con la lotta,a nome di tutti i popoli e gruppi oppressi,  per la dignità, l’uguaglianza e l’emancipazione.

Samir Abdallah
Filmmaker, Paris, France
Nadia Abu El-Haj
Ann Olin Whitney Professor of Anthropology, Columbia University, USA
Lila Abu-Lughod
Joseph L Buttenwieser Professor of Social Science, Columbia University, USA
Bashir Abu-Manneh
Reader in Postcolonial Literature, University of Kent, UK
Gilbert Achcar
Professor of Development Studies, SOAS, University of London, UK
Nadia Leila Aissaoui
Sociologist and Writer on feminist issues, Paris, France
Mamdouh Aker
Board of Trustees, Birzeit University, Palestine
Mohamed Alyahyai
Writer and novelist, Oman
Suad Amiry
Writer and Architect, Ramallah, Palestine
Sinan Antoon
Associate Professor, New York University, Iraq-US
Talal Asad
Emeritus Professor of Anthropology, Graduate Center, CUNY, USA
Hanan Ashrawi
Former Professor of Comparative Literature, Birzeit University, Palestine
Aziz Al-Azmeh
University Professor Emeritus, Central European University, Vienna, Austria
Abdullah Baabood
Academic and Researcher in Gulf studies, Oman
Nadia Al-Bagdadi
Professor of History, Central European University, Vienna
Sam Bahour
Writer, Al-Bireh/Ramallah, Palestine
Zainab Bahrani
Edith Porada Professor of Art History and Archaeology, Columbia University, USA
Rana Barakat
Assistant Professor of History, Birzeit University, Palestine
Bashir Bashir
Associate Professor of Political Theory, Open University of Israel, Raanana, State of Israel
Taysir Batniji
Artist-Painter, Gaza, Palestine and Paris, France
Tahar Ben Jelloun
Writer, Paris, France
Mohammed Bennis
Poet, Mohammedia, Morocco
Mohammed Berrada
Writer and Literary Critic, Rabat, Morocco
Omar Berrada
Writer and Curator, New York, USA
Amahl Bishara
Associate Professor and Chair, Department of Anthropology, Tufts University, USA
Anouar Brahem
Musician and Composer, Tunisia
Salem Brahimi
Filmaker, Algeria-France
Aboubakr Chraïbi
Professor, Arabic Studies Department, INALCO, Paris, France
Selma Dabbagh
Writer, London, UK
Izzat Darwazeh
Professor of Communications Engineering, University College London, UK
Marwan Darweish
Associate Professor, Coventry University, UK
Beshara Doumani
Mahmoud Darwish Professor of Palestinian Studies and of History, Brown University, USA
Haidar Eid
Associate Professor of English Literature, Al-Aqsa University, Gaza, Palestine
Ziad Elmarsafy
Professor of Comparative Literature, King’s College London, UK
Noura Erakat
Assistant Professor, Africana Studies and Criminal Justice, Rutgers University, USA
Samera Esmeir
Associate Professor of Rhetoric, University of California, Berkeley, USA
Khaled Fahmy
FBA, Professor of Modern Arabic Studies, University of Cambridge, UK
Ali Fakhrou
Academic and writer, Bahrain
Randa Farah
Associate Professor, Department of Anthropology, Western University, Canada
Leila Farsakh
Associate Professor of Political Science, University of Massachusetts Boston, USA
Khaled Furani
Associate Professor of Sociology & Anthropology, Tel-Aviv University, State of Israel
Burhan Ghalioun
Emeritus Professor of Sociology, Sorbonne 3, Paris, France
Asad Ghanem
Professor of Political science, Haifa University, State of Israel
Honaida Ghanim
General Director of the Palestinian forum for Israeli Studies Madar, Ramallah, Palestine
George Giacaman
Professor of Philosophy and Cultural Studies, Birzeit University, Palestine
Rita Giacaman
Professor, Institute of Community and Public Health, Birzeit University, Palestine
Amel Grami
Professor of Gender Studies, Tunisian University, Tunis
Subhi Hadidi
Literary Critic, Syria-France
Ghassan Hage
Professor of Anthropology and Social theory, University of Melbourne, Australia
Samira Haj
Emeritus Professor of History, CSI/Graduate Center, CUNY, USA
Yassin Al-Haj Saleh
Writer, Syria
Dyala Hamzah
Associate Professor of Arab History, Université de Montréal, Canada
Rema Hammami
Associate Professor of Anthropology, Birzeit University, Palestine
Sari Hanafi
Professor of Sociology, American University of Beirut, Lebanon
Adam Hanieh
Reader in Development Studies, SOAS, University of London, UK
Kadhim Jihad Hassan
Writer and translator, Professor at INALCO-Sorbonne, Paris, France
Nadia Hijab
Author and human rights advocate, London, UK
Jamil Hilal
Writer, Ramallah, Palestine
Serene Hleihleh
Cultural Activist, Jordan-Palestine
Bensalim Himmich
Academic, novelist and writer, Morocco
Khaled Hroub
Professor in Residence of Middle Eastern Studies, Northwestern University, Qatar
Mahmoud Hussein
Writer, Paris, France
Lakhdar Ibrahimi
Paris School of International Affairs, Institut d’Etudes Politiques, France
Annemarie Jacir
Filmmaker, Palestine
Islah Jad
Associate Professor of Political Science, Birzeit University, Palestine
Lamia Joreige
Visual Artist and Filmaker, Beirut, Lebanon
Amal Al-Jubouri
Writer, Iraq
Mudar Kassis
Associate Professor of Philosophy, Birzeit University, Palestine
Nabeel Kassis
Former Professor of Physics and Former President, Birzeit University, Palestine
Muhammad Ali Khalidi
Presidential Professor of Philosophy, CUNY Graduate Center, USA
Rashid Khalidi
Edward Said Professor of Modern Arab Studies, Columbia University, USA
Michel Khleifi
Filmmaker, Palestine-Belgium
Elias Khoury
Writer, Beirut, Lebanon
Nadim Khoury
Associate Professor of International Studies, Lillehammer University College, Norway
Rachid Koreichi
Artist-Painter, Paris, France
Adila Laïdi-Hanieh
Director General, The Palestinian Museum, Palestine
Rabah Loucini
Professor of History, Oran University, Algeria
Rabab El-Mahdi
Associate Professor of Political Science, The American University in Cairo, Egypt
Ziad Majed
Associate Professor of Middle East Studies and IR, American University of Paris, France
Jumana Manna
Artist, Berlin, Germany
Farouk Mardam Bey
Publisher, Paris, France
Mai Masri
Palestinian filmmaker, Lebanon
Mazen Masri
Senior Lecturer in Law, City University of London, UK
Dina Matar
Reader in Political Communication and Arab Media, SOAS, University of London, UK
Hisham Matar
Writer, Professor at Barnard College, Columbia University, USA
Khaled Mattawa
Poet, William Wilhartz Professor of English Literature, University of Michigan, USA
Karma Nabulsi
Professor of Politics and IR, University of Oxford, UK
Hassan Nafaa
Emeritus Professor of Political science, Cairo University, Egypt
Nadine Naber
Professor, Deptartment of Gender and Women’s Studies, University of Illinois at Chicago, USA
Issam Nassar
Professor, Illinois State University, USA
Sari Nusseibeh
Emeritus Professor of Philosophy, Al-Quds University, Palestine
Najwa Al-Qattan
Emeritus Professor of History, Loyola Marymount University, USA
Omar Al-Qattan
Filmmaker, Chair of The Palestinian Museum & the A.M.Qattan Foundation, UK
Nadim N Rouhana
Professor of International Affairs, The Fletcher School, Tufts University, USA
Ahmad Sa’adi
Professor, Haifa, State of Israel
Rasha Salti
Independent Curator, Writer, Researcher of Art and Film, Germany-Lebanon
Elias Sanbar
Writer, Paris, France
Farès Sassine
Professor of Philosophy and Literary Critic, Beirut, Lebanon
Sherene Seikaly
Associate Professor of History, University of California, Santa Barbara, USA
Samah Selim
Associate Professor, A, ME & SA Languages & Literatures, Rutgers University, USA
Leila Shahid
Writer, Beirut, Lebanon
Nadera Shalhoub-Kevorkian
Lawrence D Biele Chair in Law, Hebrew University, State of Israel
Anton Shammas
Professor of Comparative Literature, University of Michigan, Ann Arbor, USA
Yara Sharif
Senior Lecturer, Architecture and Cities, University of Westminster, UK
Hanan Al-Shaykh
Writer, London, UK
Raja Shehadeh
Lawyer and Writer, Ramallah, Palestine
Gilbert Sinoué
Writer, Paris, France
Ahdaf Soueif
Writer, Egypt/UK
Mayssoun Sukarieh
Senior Lecturer in Development Studies, King’s College London, UK
Elia Suleiman
Filmmaker, Palestine-France
Nimer Sultany
Reader in Public Law, SOAS, University of London, UK
Jad Tabet
Architect and Writer, Beirut, Lebanon
Jihan El-Tahri
Filmmaker, Egypt
Salim Tamari
Emeritus Professor of Sociology, Birzeit University, Palestine
Wassyla Tamzali
Writer, Contemporary Art Producer, Algeria
Fawwaz Traboulsi
Writer, Beirut Lebanon
Dominique Vidal
Historian and Journalist, Palestine-France
Haytham El-Wardany
Writer, Egypt-Germany
Said Zeedani
Emeritus Associate Professor of Philosophy, Al-Quds University, Palestine
Rafeef Ziadah
Lecturer in Comparative Politics of the Middle East, SOAS, University of London, UK
Raef Zreik
Minerva Humanities Centre, Tel-Aviv University, State of Israel
Elia Zureik
Professor Emeritus, Queen’s University, Canada

 

domenica 28 marzo 2021

Il jazz sopravvive alla condanna a morte inflitta dal Terzo Reich

 Luciano Granieri




La diffusione del jazz   in Italia e Germania negli anni della guerra  è stata  sempre osteggiata e fortemente contrastata, molto per  propaganda un po’ meno a livello pratico. 

In realtà ai musicisti era consentito esercitare la loro professione  facendo attenzione che  traducessero  i nomi delle composizioni e i loro autori in italiano o in tedesco a seconda di dove suonassero. Sotto l’aspetto culturale discussioni sulla natura della musica jazz, sulla sua valenza artistica e sui risvolti politici, nel contesto oscuro e terrorizzante della dittatura nazifascista, impazzavano su riviste semiclandestine, come “Idee Ritmiche” o  “Tutto sul jazz”, poi divenuta “Sulle ali del ritmo”, in contrapposizione ad articoli denigratori pubblicati sui giornali di regime come il “Popolo d’Italia o “Libro e Moschetto”.

Molte di queste dispute riguardavano lo spazio che i musicisti di jazz dovevano avere nell’EIAR. 

Berlino come New York e Chicago

In Germania un decreto del dipartimento dell’educazione popolare e dell’Arte,  dal titolo “”NORME PER LA CONCESSIONE DI LICENZE PER LE SALE DA BALLO  proibiva l’esecuzione di musica jazz, descrivendone analiticamente le forme melodiche armoniche e ritmiche in base alla quale si potesse definire jazz, una data esecuzione. Il decreto ebbe attuazione poche volte, soprattutto nei territori occupati, ma mai in Germania.  Proprio in  Germania  fra il 1940 e 1944, si ritrovarono molti  musicisti di diverse nazionalità:  olandesi  belgi, francesi  (l’orchestra di Fud Candrix,  dopo aver accompagnato Django Reinhardt si trasferì a Berlino), e italiani, molti italiani . 

Orchestre radiofoniche tedesche ospitarono musicisti provenienti dall’estero insieme ad elementi autoctoni. Ma perché la radio del  Terzo Reich , Reich Rundfunk ,  prese a trasmettere musica swing, nello stile di Glenn Miller? In primo luogo perché tale musica, nonostante tutto, faceva molta presa sugli ascoltatori europei e in secondo luogo per dimostrare agli americani che i teutonici sapevano suonare jazz molto meglio di loro. Una serie radiofonica chiamata  “Germany Calling”, dove si esibivano orchestre swing  tedesche,  fu trasmessa da Radio Amburgo anche in onde corte, in modo da poter essere ascoltata negli Stati Uniti  e mostrare agli americani quanto il jazz germanico  fosse superiore (sic).  Inoltre nelle esecuzioni di brani molto famosi come,  After You’ve gone , St.Louis Blues, o Night and Day, il testo   veniva cambiato. Dopo la prima strofa, eseguita in modo corretto per attrarre l’attenzione, lo sviluppo della canzone mutava le parole rovesciando improperi contro Roosvelt , i neri e gli americani tutti. 

Sia come sia,  fra l’autunno del 1940 e l’agosto 1944, jazzisti di ogni provenienza, incrociarono i loro destini in Germania.  La  cantante  Evelyne Kunneke osservò: “Per la maggior parte i musicisti erano italiani, ma anche olandesi, belgi, e cecoslovacchi; alcuni di loro erano mezzo ebrei, zingari, massoni, testimoni di Geova, omosessuali e comunisti, non certo le persone che i nazisti avrebbero voluto per giocare a carte. Dato però che il loro lavoro era importante per lo sforzo bellico, furono ingaggiati per suonare swing nelle migliori orchestre radiofoniche tedesche, senza così doversi nascondere nel retrobottega di un negozi di barbiere”.  

Baldo Maestri

Grazie agli impresari Mirador e Franco La Calamita, agli albori del 1940, iniziò l’emigrazione dei musicisti italiani verso la Germania.  Baldo Maestri, fu uno di questi. Fra l’altro il clarinettista altossassofonista romano è ben conosciuto a Frosinone. Fu titolare della prima cattedra di sassofono presso il nostro conservatorio dal 1973, attività che ha svolto fino al 1985 quando decise di andare in pensione. L’arrivo di Maestri in Germania è ben raccontato dall’alto sassofonista Tullio Mobiglia, che, in quel periodo già suonava al Patria Bar di Berlino, dove ebbe una scrittura anche Maestri, prima che alcuni ufficiali delle SS, piccati dal fatto che lì si suonava musica americana, tolsero ai jazzisti italiani il permesso di suonare nei locali. 

Mobiglia ricorda: Ho conosiuto Baldo appena giunse a Berlino. All’epoca abitavo in una pensione dove stava Italo Scotti romano come Baldo ‘sai –mi disse- è arrivato un ragazzetto che suona il clarinetto benissimo, non si potrebbe farlo entrare nel tuo complesso?” Avevo già Francesco Paolo Ricci, l’orchestra era a posto. Però portai Maestri al Kabaret der Komiker dove cominciò a farsi conoscere. Gli fecero suonare la Tarantella di Rossini. Fu un successo, anche perché Baldo la suonò con il clarinetto in si bemolle, mentre l’originale prevedeva il clarinetto in do. E’ difficilissima perché c’è un bel sacchetto di diesis. Si fece subito un nome. Lo volevano tutti”. 

Nel  1943, in particolare dopo l’8 settembre  molti musicisti tornarono in Italia anche perché i bombardamenti alleati cominciavano a martellare, Maestri invece rimase a Berlino fino al 1946, partecipando ad altre incisioni con le orchestre radiofoniche  Rehmsted e Osterman.  La lista dei jazzisti che ebbero successo in Germania è lunghissima dai pianisti  Eraldo Romanoni e Primo Angeli al trombettista Nino Impallomeni, ma anche Armando Trovajoli e, naturalmente, Gorni Kramer  con Natalino Otto.   La loro orchestra  suonò oltre che a Berlino anche a Lipsia e Norimberga.

Hans Rehmstedt - Keiner singt wie Eduard un esecuzione con Baldo Maestri



Canta Giovinezza 

Dopo l’8 settembre , come detto, la maggior parte degli  artisti italiani ritornò in quella bolgia che era l’Italia occupata dai tedeschi ed in piena guerra civile. L’attività musicale, per lo più, trovava  sbocco al nord della penisola, in particolare nei teatri , alle radio . Ma i rischi erano sempre dietro l’angolo. Kramer ricorda: “ Nel 1943 l’impresario Remigio Paone  ci fece una proposta interessantissima. Dovevamo prendere parte a uno spettacolo “Una notte a Madeira” con l’orchestra sul palcoscenico. Debuttammo al "Nuovo" di Milano la sera del 23 dicembre. Fu un successo strepitoso ma la prima fu travagliatissima. Molta gente era venuta da lontano  con mezzi di fortuna sfidando i bombardamenti (…) la ressa travolse tutto, le porte di cristallo andarono in frantumi. In tutta questa confusione un gruppo di fanatici fascisti iniziò ad insultarci: “Mentre i nostri virtuosi soldati combattono contro l’invasione anglo-americana-giudaico-massonica, in questo spettacolo ci sono degli imboscati che fanno del jazz trasformando il teatro in una taverna di Broadway!” I fascisti furono messi a tacere dal pubblico con bordate di fischi e rumori vari. Rimanemmo al "Nuovo" per due mesi poi andammo in tournèe: Treviso,Venezia, Bergamo. Al teatro "Duse"  di quest’ultima città successe un episodio che poteva trasformarsi in qualcosa di pericoloso. Avevamo appena terminato un brano quando sento in platea un certo tramestio. Guardo la prima fila con la coda dell’occhio e vedo una ventina di ragazzi in camicia nera, con bombe a mano alla cintola. Era il turno di Natalino Otto, capii che era lui che stavano aspettando. Appena entrò questi tizi, fra lo stupore di tutti, salirono sul palco con le armi imbracciate e dissero con facce da assassini :’Canta Giovinezza’. Natalino, guardandoli con molta calma negli occhi, disse:’Non conosco il testo ‘. E quelli: ‘Allora fischiala ‘ E lui :’Non sono capace ‘. Mentre questi energumeni stavano forse meditando come farci fuori, salirono sul palco due ufficiali tedeschi. Prima fecero quattro urla nella loro lingua. Poi, parlando in italiano, li fecero scendere e alla fine dello spettacolo li obbligarono a scortarci in albergo. Non perché i nazisti fossero migliori. Probabilmente perché avevano più cultura e più rispetto per la musica che non quei quattro gaglioffi di fascisti.”

Conclusioni

Si leggono oggi diversi  giudizi, in particolare sul web, che accusano i jazzisti italiani di quel periodo, ma anche i loro colleghi europei, di essere  acquiescenti al regime, se non addirittura dei collaborazionisti.  Soprattutto in relazione al fatto che  alcuni di loro suonavano per radio controllate dai repubblichini e dagli occupanti tedeschi. In particolare Radio Tevere, un’emittente gestita da ex dirigenti EIAR, nata e voluta da Mussolini nel 1944, per trasmettere false notizie sull’arrivo degli alleati con lo scopo di demoralizzare i partigiani  (vi si esibivano, fra gli altri:il sassofonista Glauco Masetti, il pianista Eraldo Romanoni, i giovani Giampiero Boneschi, pianista e arrangiatore, il chitarrista Franco Cerri, il sestetto del chitarrista Cosimo Di Ceglie  il cui batterista  Claudio Gambarelli, era anche  un partigiano)  e Radio Fante un’emittente sotto diretto controllo tedesco (Kramer e Mobiglia erano fra i musicisti ingaggiati) .  Entrambe trasmettevano da Milano. 

In realtà le esibizioni musicali erano completamente avulse dai fini politici, potevi pensarla come volevi basta che suonavi.  A questi personaggi, musicisti anche di levatura straordinaria, interessava solo  poter fare il proprio lavoro, cioè suonare. Avrebbero fatto volentieri a meno, come la maggior parte della popolazione, di rischiare la vita sotto i bombardamenti, e subire la crudele devastazione di trovarsi dentro lo  sterminio voluto dai  deliranti demagoghi della purezza della razza. Non erano eroi, ma traevano forza dal loro estro, dal dono della loro creatività e cercavano di esercitarla in ogni momento. E se questo atto creativo, in qualche modo, riusciva a donare un minimo di sollievo dall’insopportabile peso delle  tenebre più nere e instillava anche solo  una goccia di umanità nei terribili carnefici autori dello sterminio, diventava un potere dirompente. Non è un caso, che anche gli stessi carnefici mal sopportavano l’idea di dover zittire la musica, anche se “non conforme”. Perché, è bene ricordarlo, le arti  travalicano  ogni forma di oppressione. 

Ad onor del vero bisogna sottolineare che quel jazz, lo swing, era  una forma di pura evasione, era musica da ballo senza implicazioni di ordine politico. Anche in America essa  non aveva particolari risvolti sulla lotta per i diritti dei neri e degli sfruttati in genere, salvo qualche eccezione.  Fu solo con l’irrompere del Be Bop, che  il jazz smise di essere musica da ballo e divenne espressione musicale nuova, con una forte dignità artistica molto connotata, più rivendicativa per un avanzamento dei diritti dei neri, ma questa è un’altra storia.

Testimonianze tratte da "Il jazz in Italia dallo swing agli anni '60" di Adriano Mazzoletti.

mercoledì 17 marzo 2021

COMUNICATO STAMPA RETE TRISULTI BENE COMUNE 17/03/2021


 

Non possiamo che essere soddisfatti, enormemente soddisfatti per l’esito della sentenza con cui il Consiglio di Stato, in ben 39 pagine, ha confermato la revoca della concessione della Certosa di Trisulti (situata nel Comune di Collepardo inn provincia di Frosinone) alla DHI, associazione di stampo sovranista vicina a Steve Bannon.


Ma ancor di più per un passaggio fondamentale, che farà storia per il ruolo che le Associazioni potranno avere in tema di beni culturali e beni comuni. Infatti, laddove il TAR aveva escluso le 12 associazioni che hanno affiancato il MIBACT nel ricorso, poiché non potevano essere riconosciute come portatori di interesse legittimo, il Consiglio di Stato con forza sancisce la loro legittimità a ricorrere sulla forza del principio dell’interesse di fatto.

Ed è proprio in virtù di questa legittimazione che oggi le 12 Associazioni consolidano formalmente la loro costituzione in RETE per accompagnare questa fase delicata al fianco del Ministero e della Regione, insieme a tutti gli attori che in questo periodo hanno manifestato il loro interesse e il loro supporto, tra questi anche quello espresso da S.E. Mons. Loppa Vescovo nelle sue ultime dichiarazioni.

Vogliamo costruire un *Patto Territoriale di Responsabilità Sociale *e ci candidiamo a presidiarne il corso. Non possiamo non tenere conto della fase che il nostro Paese sta vivendo e del quadro Europeo che richiama a due principi cardine per le comunità territoriali: l’inclusione e la coesione sociale.

Costruire questo Patto significa mettere in campo una programmazione concertata e partecipata che va oltre il far uscire un progetto da un cassetto, ma significa per le Comunità creare consapevolezza e avere un protagonismo programmatico.

Senza questa consapevolezza ci sarà sempre un Bannon in agguato.

Scegliere questa modalità di approccio per la creazione di un Modello Trisulti, non significa aspettare tempi biblici, significa imparare a tenere insieme tutti i pezzi per creare coesione appunto. Come peraltro già fanno, ed egregiamente, altri territori che si trovano a vivere esperienze simili.

Significa avere subito chiaro una modalità di procedere, che parte necessariamente dalla messa in sicurezza del bene, che nell’attesa degli "americani" da tre anni perde pezzi, con intervento prioritario del Ministero, ma in cui debbono inserirsi i tanti pezzetti di generazione “culturale” e di “sapere” che animano già le nostre comunità, con un ricorso consapevole e coerente alle risorse finanziarie della programmazione europea. 

La Certosa di Trisulti, senza dimenticare la propria dimensione spirituale, sostenibile ed ambientale, deve diventare questo: la culla di un nuovo Umanesimo che questi tempi bui a gran voce stanno reclamando!

Rete delle Comunità Solidali

lunedì 15 marzo 2021

Liberata la Certosa di Trisulti dai sovranisti di Bannon

 Tutti quelli che hanno contribuito a questa lotta di liberazione

VIDEO STORIA 




Il faro si Roma La DHI deve lasciare la Certosa di Trislti

Il Consiglio di Stato ha deciso: l’associazione Dignitatis Humanae Institute deve andare via dalla Certosa di Trisulti. La sentenza pronunciata oggi.

Il Consiglio di Stato ha accolto, dunque, il ricorso in appello del Ministero dei Beni Culturali e di dodici associazioni del territorio.

L’appello era stato chiesto dal Mibact contro le precedenti decisioni del TAR che aveva dato ragione all’associazione legata a Steve Bannon, oggi concessionario del bene con un canone annuo di centomila euro. A latere dell’appello anche le associazioni del territorio, rappresentate dagli avvocati dello studio Spirito-Ianni di Frosinone, hanno chiesto al Consiglio di Stato il giudizio di merito, dopo che nei precedenti gradi di giudizio erano state escluse.



Grazie alla lotta e all'impegno di movimenti, associazioni, artisti e liberi cittadini, la prerogativa costituzionale, per cui un bene pubblico, per giunta di enorme valore culturale ed artistico,  non può essere ceduto ad associazioni private che non ne garantiscano la funzione sociale e la fruibilità alla comunità, è stata ristabilita. Ma non finisce qui. Dobbiamo fare in modo che la Certosa di Trisulti torni ad una gestione condivisa e pubblica, non solo, ma è fondamentale trarre da questa vicenda insegnamenti sulle manchevolezze dei dirigenti istutuzionali, che hanno consegnato, in modo per lo meno approssimativo ed insipiente,  un bene prezioso per tutta la comunità locale e per l'umanità intera ai sovranisti di Steve Bannon. Perchè è indubbio che l'occupazione della Certosa da parte dei surpematisti bianchi, sventata da un ampio movimento popolare, sia colpa della politica politicante.

giovedì 11 marzo 2021

Il "giazzo" in guerra

 Luciano Granieri 


Il rapporto del fascismo  con la musica Jazz, ”giazzo o giazze”,  come  veniva citato nella stampa di regime, era conflittuale,  denigratorio, con punte di vera e propria condanna, frutto della classica propaganda razzista,  ma,  tutto sommato era tollerato. I periodi più bui per la diffusione del giazzo furono nel 1935 quando, in risposta alle sanzioni inflitte al regime dalle Società delle Nazioni per l’aggressione all’Etiopia, l’Italia  vietò la trasmissione e l’esecuzione  di musica di “carattere negro”  (così era denominata) con brani cantati in Inglese. Con le leggi razziali del 1938 il divieto si estese  alle composizioni di autori ebrei.  

Tuttavia nel 1941, durante le prime fasi del conflitto, favorevoli a Hitler e Mussolini sul fronte orientale ed in Grecia, il clima di tensione meno cupo favorì un ritorno alla fruizione di una certa musica da ballo, il divieto si limitava  all’esecuzione di brani di autori anglo-americani.  In realtà, al di là della propaganda della purezza della razza e della  sua musica,  il contenzioso riguardava i diritti  d’autore che non potevano favorire compositori appartenenti a nazioni con cui si era in guerra. La questione fu brillantemente risolta continuando a suonare brani di jazz con titoli ed autori italianizzati: Gorni Kramer, uno dei più grandi jazzisti italiani, maestro della fisarmonica jazz, costretto a modificare il suo nome in Crameri, racconta: “ Quando suonavamo Solitude di Duke Ellington , annunciavo ‘E ora di Del Duca ascoltiamo Solitudine’” 

I Maestri del Ritmo

Nonostante il divieto di suonare musica di autori americani, in piena guerra fra il 1941 ed il 1942, la casa discografica  Odeon pubblicò otto dischi eseguiti da un gruppo di solisti denominati “Maestri del Ritmo”.  Si trattava di musicisti  provenienti dall’orchestra di Enzo Ceragioli che si esibiva al “Campari” di Milano.  In  particolare il gruppo comprendeva:  i  trombettisti Astore Pittana e Pietro Di Salvatore,  Franco Mojoli  sax alto e clarinetto, Pietro Cottiglieri sax tenore,  Enzo Ceragioli  pianoforte, Ubaldo Beduschi contrabbasso, Luigi Radaelli  (alias Pippo Starnazza) alla batteria , Quirino Spinetti vibrafono. Ecco cosa ricorda Cottiglieri di quelle  sedute d’incisione: 

“Abbiamo fatto questi dischi un po' di nascosto. Era l'inverno fra il 1941 e il 1942. C'era il coprifuoco, la guerra, non si poteva suonare musica americana. Ogni notte un allarme, mancava spesso la luce. Noi si andava negli studi di incisione della Odeon a Milano in Via Monviso. Arrivavamo alla spicciolata. Ceragioli e Mojoli buttavano giù un paio di idee sulla carta. Erano tutti pezzi americani, come China Boy, Solitude, Blue Skies, Honeysuckle Rose, a cui venivano dati nomi italiani e gli autori erano sempre... Ceragioli e Mojoli. Ad un certo punto arrivava il Nebbia, cioè Pippo Starnazza che in realtà si chiamava Luigi Redaelli. Noi lo chiamavamo Nebbia perché quando c'era qualche grana spariva, non lo si vedeva più. Alla tromba c'era Astore Pittana, suonava splendidamente, era uno specialista del registro acuto. Al contrabbasso Ubaldo Beduschi, aveva una sonorità fantastica, sosteneva tutta l'orchestra. Ogni tanto arrivava anche Spinetti con il suo vibrafono. Faceva un freddo cane, perché a parte gli ultimi, questi dischi, noi li abbiamo sempre incisi in inverno. Non c'era stufa accesa, né legna, né carbone. Io suonavo con il cappotto, cappello, guanti. Tremavamo dal freddo. Ogni tanto qualcuno portava un mezzo bicchiere di vino."


Il giazzo ITALICO
In buona sostanza la musica jazz non fu mai osteggiata nelle sue forme  ritmico-armoniche , e nemmeno nella fase improvvisativa, doveva semplicemente depurarsi delle sue provenienze anglo-americane  o di “carattere negro”. Detto fatto.  Si  risolse tutto traducendo titoli e nomi di autori in italiano, oppure attribuendo le stesse composizioni ai musicisti italiani che le eseguivano. Ben diversa la sorte del jazz in Germania, dove ne fu decretata  la condanna a morte. 

La condanna a morte del jazz in Germania
Nel 1940 il Ministero tedesco dell’Educazione e delle Arti accusò ufficialmente il jazz di essere “in flagrante conflitto con il concetto europeo di musica in quanto non ariana nella struttura e opera di razze inferiori” La soluzione finale del jazz fu sancita da un bollettino, con forza di legge, emesso dal Ministero dell’Educazione Popolare e delle Arti. La cui esecuzione venne affidata alla Gestapo. Ma affinchè gli agenti potessero distinguere fra il jazz e il non jazz, nel bollettino fu inserito  un elenco della caratteristiche peculiari di questa musica in modo da renderla riconoscibile. Come osserva Adriano Mazzoletti nel suo libro “Il Jazz in Italia” il documento è aberrante e dimostra come fare della stupidità un’arte. I commenti   in corsivo sottolineato  nel testo sono dello stesso Mazzoletti:

Dipartimento dell’Educazione Popolare e dell’Arte

NORME PER LA CONCESSIONE DI LICENZE PER LE SALE DA BALLO

Definizioni preliminari:

Negroide- Appartenente a una razza negra. Ne fanno parte i negri africani (compresi quelli residenti fuori dall’Africa), i pigmei, i boscimani e gli ottentotti.

Negrito- In sensi lato, gli abitanti dell’Asia sud-orientale, Melanesia e Africa centrale, dalle seguenti caratteristiche somatiche: statura bassa, capelli ricci o crespi, pelle scura (Quindi i pigmei dovrebbero stare qui non sopra)

Introduzione:

Le norme che seguono sono tese al rilancio dello spirito europeo della musica da ballo e di intrattenimento, affrancandole da elementi di musica negroide o negrito.

Divieti:

E’ vietato eseguire in pubblico musica che presenti aspetti tipici del modo di improvvisazione, esecuzione, composizione e arrangiamento in uso presso i negri e altra popolazione di colore. E’ altresì interdetto, nelle pubblicazioni, annunci orali o scritti, ecc. definire la musica eseguita o da eseguire con le parole “jazz “ o “musica jazz”.

Principali caratteristiche che differenziano questa musica dalla concezione europea:

Uso di mordenti totalmente indefiniti, trilli ostentati, glissando ascendenti e discendenti ed effetti similari ottenuti dai negri mediante eccessivo vibrato tecnica di labbro e/o scuotimento dello strumento. (In termini jazz effetti come shake, dinge, smear e whip).

Altresì vietato è l’impiego di un’intenzionale vocalizzazione del suono dello strumento a imitare un suono gutturale. (In termini jazz, l’uso del growl negli ottoni e delle sonorità dirty nei fiati in genere)

Pure vietato è l’impiego di un intenzionale approccio strumentale al canto mediante sostituzione al testo di sillabe prive di senso. (In termini jazz il canto scat e  l’imitazione vocale di strumenti)

Sono del pari vietate l’intonazioni hot e le brevi frasi ripetute più di tre volte nel corso di un assolo (In termini jazz, i riff).

E’ anche vietata l’esasperazione del basso negroide sulla triade arpeggiata (In termini jazz il boogie woogie)

Strumenti vietati:

E’ vietato l’impiego di strumenti primitivi, come la quijada (mascella d’animale serrata ritmicamente) dei negri cubani e il washboard dei negri americani. Non è altresì permesso l’uso per gli ottoni di sordine in gomma e in metallo, accompagnate o meno da specifici movimenti della mano (In termini jazz, plunger, wah wah e tutte le altre sordine) . Vietati sono altresì i prolungati assolo di batteria e l’interruzione dell’accompagnamento durante gli assolo (In termini jazz, i break e gli stop chorus) . E’ inoltre vietata l’abnorme accentuazione del secondo e quarto tempo nella battuta 4/4 (In termini jazz gli accenti sul levare o un effetto prolungato di offbeat)  

Tale esempio di stupida e ottusa  pignoleria tedesca è stata redatta, evidentemente,  da qualcuno esperto di jazz. Il problema è che anche gli agenti della Gestapo avrebbero dovuto essere jazzisti,altrimenti come avrebbero potuto scoprire  e condannare chi avesse infranto questi divieti?   

Anche questa piccola storia mette in rilievo l’enorme stupidità della propaganda nazifascista, una stupidità che purtroppo  ha causato stragi e sterminio.

 

Documenti tratti dall'opera "il jazz in Italia dallo swing agli anni '60"


martedì 9 marzo 2021

The "Untouchables " del Recovery Fund

 Luciano Granieri



Diversi movimenti e organizzazioni locali  invitano ad  avanzare proposte sul come utilizzare i soldi del Recovery Fund nell’ottica della promozione e qualificazione del proprio territorio. L’intento oltre che condivisibile è nobilissimo,  ma secondo me del tutto irrealizzabile. Sia per la quantità, non la marea di soldi  di cui si favoleggia,  sia per le modalità in base alle quali  essi verranno distribuiti e chi decide la loro allocazione.  Sulla dotazione economica vorrei porre alcune riflessioni:

La prima: Nel PNRR approvato dal governo Conte nel gennaio scorso la somma totale del Recovery Plan ammonta a 223,91 miliardi di  euro.  Di questi 14,4   sono risorse aggiuntive che non verranno utilizzate. 13, provenienti dal  React-EU  di competenza regionale, sono stati trasferiti alla gestione centrale (non soldi aggiuntivi, ma trasferimenti dalle Regioni allo Stato). 21,2  sono  prestiti anticipati dal  Fondo Sviluppo e Coesione compresi, come i 13 mld sopra citati,   nel bilancio europeo 2021-2027 ancora da definire . Questi ultimi  sono soldi a debito su cui pagheremo degli interessi. Al netto delle risorse indicate, ma non utilizzate, il pacchetto totale è  di 209 miliardi. Ma pare che, notizia di ieri, le risorse messe  effettivamente a disposizione dall’Europa saranno di 191, 5. Potenza del governo dei migliori! In  meno di mese di attività è riuscito a polverizzare  17,5 miliardi di trasferimenti dalla UE.

La seconda: Rimaniamo  comunque ai 209  miliardi richiesti, per ora possiamo ragionare solo su quelli. 127,1 sono prestiti, su cui pagheremo interessi e 68,9 (più i 13 sottratti alle Regioni)  sono sovvenzioni a cui andranno detratte  le somme che dovremo stanziare  come  garanzia ai   mercati finanziari che ci presteranno  i soldi a fronte di titoli di debito comuni emessi dalla UE.

La terza: dei 127,1 miliardi di prestiti 65,7 sono già impegnati, ossia, vanno a coprire spese già pianificate, in più 13 sono sottratti alle Regioni, per  cui le  risorse nuove reali disponibili  aggiuntive, sono 130,8 e non 209

La quarta: a fronte di risorse aggiuntive di 130,8  miliardi dovremmo pagare interessi per debiti  pari a 127,6 miliardi.

La quinta: l’erogazione dei fondi così definiti, sarà somministrata in  6 anni per cui tutto questo mare di soldi si risolve nella disponibilità di  21,8 miliardi l’anno . Ad esempio i soldi necessari per la transizione verde ammonteranno, più o meno, a sei miliardi l’anno e quelli per la sanità a poco più di un miliardo. Giova ricordare che per il solo 2020 l’Italia ha speso 165  miliardi fra spese sanitarie e di ristoro.

La sesta: Il regolamento   del Recovery and Resilience Facility approvato dal Parlamento Europeo un mese fa,  con voto anche dell’ex antieuropeista lega,  all’art.10  attesta che: si potrà interrompere l’erogazione dei fondi in caso di disavanzo eccessivo, o in caso di squilibri eccessivi. Ci si riferisce, ai parametri del patto di stabilità:  raggiungimento del 60% debito/pil,e 3% di deficit. In pratica gli Stati destinatari del Recovery Fund dovranno attivare le procedure necessarie  affinchè tali obiettivi possano essere raggiunti,   pena l’interruzione dell’erogazione dei fondi. Il patto di stabilità, uscito dalla porta  con  la sua sospensione almeno fino al 2022, rientra dalla finestra attraverso il New Generation EU, e ci rientra in modo ancora più definitivo. Nel senso che la posizione di uno Stato non è più negoziabile con la Commissione, che potrà decidere di tagliare i denari qualora il piano di devastazione sociale non dimostri di navigare  deciso e sicuro all'approdo  dell’austerity. Possiamo immaginare che tipo di pianificazione dovrà essere adottata  per raggiungere gli obbiettivi imprescindibili scritti nel regolamento  a fronte di una situazione debitoria aumentata proprio a causa dei prestiti accumulati dal Recovery Fund. Permangono poi  le condizionalità previste per ogni singolo Paese al  rispetto delle quali è legata l’erogazione dei fondi: per l’Italia si tratta delle riforme sul lavoro, sulla giustizia e sulla progressività fiscale.

Deduzioni

Come è evidente, a fronte di pochi soldi (in relazione alla portata della crisi sanitaria ed economica) erogati dalla Ue, ci troveremo a pagare prezzi pesantissimi sia in termini economici che, soprattutto, politici. E’perciò fondamentale che il beneficio di tali fondi venga destinato a chi, secondo i giudizi  insindacabili  del mercato, li merita. Cioè  a  poche grandi multinazionali globalizzate,   mentre  i costi, finanziari e politici, devono  gravare sulla collettività.

 Il governo Draghi, grazie al killeraggio di una manovalanza squallida e infame, al soldo dei potentati finanziari, facente capo a Matteo Renzi, si è costituito proprio con questa missione. Gli indirizzi  dell’amministratore delegato dell’Eni Claudio Descalzi   (andato a vaccinarsi negli Emirati Arabi come tanti altri Vip della serie io so’ io e voi…..) sono chiare in questi senso. Egli , nel presentare il piano energetico 2020-2024, tranquillizza gli azionisti sul fatto  che il programma  di decarbonizzazione previsto per il 2050, sarà finanziariamente realizzabile, perché alla fine comandano i manager, non quattro esasperati ambientalisti.  I 14 grandi progetti già pianificati godranno di un aumento di fondi del 70%. Chissà da dove arriveranno?  Essi riguardano la veicolazione  di energia attraverso il gas e l’idrogeno  che comunque verrà ottenuto, per ora e ancora per molto, attraverso l’utilizzo di idrocarburi,  con lo stoccaggio  della CO2 sottoterra, alla faccia della rivoluzione verde! 

Ma ciò che toglie ogni dubbio è la decisione del Mef di affidare la gestione dei soldi del Recovery Fund alla società di consulenza americana Mc Kinsey. Una multinazionale che indirizza i suoi preziosissimi suggerimenti  verso la  macelleria sociale come base per   l’escalation del profitto da realizzare ad ogni costo. 

Fra le tante nefandezze attribuite a  questi manager d’assalto, spiccano consulenze per l’amministrazione Trump e  per  il regime sanguinario dell’Arabia Saudita . La  Mc Kinsey accettò   di pagare 600 milioni di dollari per porre fine alle indagini che la vedevano  accusata di aver spinto la somministrazione di farmaci alla base della crisi degli oppiacei: causa di morte di oltre 450mila persone negli USA negli ultimi due decenni. Sarà un caso che proprio dalla Mc Kinsey arriva il neo ministro per l’innovazione Vittorio Colao? 



In questo quadro parlare di coinvolgimento partecipato dei cittadini nella gestione del Recovery Fund è del tutto fuori dalla realtà. Se da  questa partita sono stati esclusi gran parte dei ministri demansionati a tenere buono il popolo vessato,  (la ciurma selezionata come contentino  della   mefitica melma  partitica tappetino dell’illuminato),   e il Parlamento, già esautorato dal governo precedente, come possiamo solo ipotizzare  una partecipazione dei cittadini? 

Che fare

Io proporrei invece di spingere i nostri amministratori a fare buon uso dei cari vecchi fondi strutturali europei attraverso i Programmi Operativi Regionali cofinanziati dal Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (POR-FESR). La loro dotazione ancora è da stabilire, avverrà nell’ambito della programmazione economica 2021-2027, probabilmente sarà  decurtata di alcuni finanziamenti che confluiranno  nel Recovery Fund.  Solo così sarà possibile pianificare progetti condivisi.  Con il coinvolgimento dei cittadini e delle istituzioni locali, si potrebbero avere ottime  possibilità di fare delle buone cose per il nostro territorio. Ma è chiaro che le modalità dovranno essere molto diverse da quelle usate in passato e il primo atto dovrà proprio passare  dall’implementazione della partecipazione e controllo da parte delle  organizzazioni territoriali e dei cittadini affinchè i fondi siano utilizzati realmente per la realizzazione di progetti utili alla comunità e non per foraggiare le solite lobbies.

Infine urge una mobilitazione forte e condivisa contro l’insano piano di  sfruttare la crisi pandemica per favorire  ancora di più i  grossi interessi del capitale finanziario,  proprio attraverso   il controllo del Recovery Fund.  Quando il capitalismo si trova di fronte al proprio fallimento ed è successo molte volte in passato, come oggi , s’incattivisce, pretende soldi pubblici indirizzati esclusivamente alla realizzazione piena del profitto, nessun obolo deve essere sprecato nel sociale. Proprio non si vuole capire come sia stato il modello basato sullo sfruttamento di tutte le risorse, umane e naturali, proprie della finanziarizzazione e globalizzazione  dell’economia  a favorire  prodursi e il diffondersi del virus. Ed è questo modello che va combattuto. Senza se e senza ma.

 

lunedì 8 marzo 2021

IL CAOS REGNA SOVRANO AL CENTRO VACCINI ANTICOVID . ASL VIA FABI

 Francesco Notarcola – Coordinatore dei Cittadinanzattiva Tribunale per la difesa dei diritti del malato di Frosinone.



Questa mattina, domenica 7 marzo 2021, abbiamo raccolto la rabbia e la protesta di centinaia di persone anziane e loro familiari per il caos che regnava al CENTRO Vaccini ANTICOVID della Palazzina Q della ASL di Frosinone in Via Fabi.

Disagio enorme per tutti, costretti a stare in piedi ed al freddo per ritirare e compilare il modulo e il numeretto, in attesa del proprio turno, con i vigilantes che si sono trasformati in organizzatori e gestori di questa parte del servizio, come se fossero dipendenti ASL.

Una volta entrati sembrava essere al mercato del giovedì. Chi gridava a destra “ Chi deve fare la seconda”? mentre altri gridava a sinistra “ Chi deve fare la prima”?

Alle ore 11 era stato vaccinato l’84° paziente, dopo tre ore di lavoro con 5 postazioni, una sala di preparazione, un medico di controllo ed alcune altre persone alle prese con le pratiche burocratiche.

Dopo aver fatto il vaccino si era costretti ad attendere il famoso quarto d’ora, in piedi o fuori perche i posti a sedere non erano sufficienti.

A nome dell’assemblea territoriale di Cittadinanzattiva-Tribunale per la difesa dei diritti del malato di Frosinone, esprimiamo la nostra più forte indignazione, delusione e protesta per quanto abbiamo vissuto e fotografato, chiediamo l’immediato intervento della Direttrice generale della ASL per mettere fine a questo vergognoso stato di cose.

Sarebbe, inoltre, quanto mai opportuno e necessario, data la grave e delicata situazione, riprendere il confronto tra i rappresentanti della scrivente Organizzazione e la dirigente della ASL, confronti sospesi dalla partenza del Direttore Russo.

Frosinone 7 marzo 2021