Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

sabato 15 gennaio 2011

Mirafiori: la classe operaia prova ad uscire dal coma

di Luciano Granieri





L’accordo  imposto da Marchionne  e sottoscritto dai sindacati del regime corporativistico padronale  è stato approvato dai lavoratori di Mirafiori. Il ricatto travestito da referendum (schiavi o licenziati) ha prodotto la vittoria dei si. Tutto come previsto ma con esiti numerici inaspettati. Il si ha vinto di misura, non con la cospicua entità che ci si attendeva, solo il 54% dei consensi contro il 46% dei contrari al piano.  Decisivo per la vittoria del si     è stato il voto degli impiegati su 441 voti espressi solo 20 sono risultati contrari. Un film già visto purtroppo. Già nell’autunno del 1980 i colletti bianchi furono decisivi nella sconfitta della lotta operaia contro i licenziamenti (24.000 operai in cassa integrazione a zero ore in attesa di essere licenziati) decisi dalla Fiat in cambio dell'investimento per un piano di ristrutturazione pari a cinque miliardi e mezzo.   La lotta, 35 giorni  di cortei interni ed esterni, picchettaggi 24 ore su 24   blocco delle merci, inizialmente cavalcata dal PCI e dai sindacati, falli  perché questi si defilarono col passare dei giorni, lasciando gli operai soli.  La sconfitta  definitiva fu sancita  dalla marcia dei 40 mila. Il 14 ottobre  1980 per la prima volta, tutta la schiera dei leccapiedi del padrone prendeva il coraggio di schierarsi contro la lotta operaia in modo organizzato. Erano  capi, impiegati, dirigenti, intermedi, operai crumiri, padroncini delle boite dell’indotto, cittadini benpensanti; furono  definiti la “maggioranza laboriosa”, avevano come slogan: “Vogliamo lavorare in pace”. Sarebbe stato più adatto “Vogliamo comandare in pace”, anche perché gran sgobboni non erano : questi preferivano  far lavorare gli altri, mentre loro controllavano. Uno sciame di colletti bianchi composto da 15 mila persone ( 40 mila era la stima del quotidiano padronale “La Stampa”) scese in piazza contro i loro colleghi operai determinandone la definitiva sconfitta. Si era all’inizio degli anni ottanta e questo fu  il primo traumatico strappo del  disastro  sopravvenuto  in questo decennio. Si è assistito al progressivo smembramento dei diritti dei lavoratori, alla migrazione dei redditi verso le tasche dei più ricchi  con  l’incremento dei profitti finanziari e con il potere d’acquisto dei salari mortificato dall’abolizione della scala mobile. La promozione del partito leggero, di craxiana memoria, depurato da ogni scoria ideologica,   ha prodotto la disgregazione del PCI.  Nella sua inesorabile diaspora e adesione di pezzi importanti della dirigenza alla logica del capitalismo moderato l’ex pci  lasciò  priva di rappresentanza la sua base sociale .  Un tale scenario  ha favorito   l’avvento di  Berlusconi  che con la sua cialtroneria mediatica ha prodotto nell’arco del ventennio  successivo una macelleria sociale senza pari,  determinando la desolazione in cui oggi gli operai di Mirafiori e  con loro tutti gli lavoratori si trovano a vivere . Dall’estero le politiche friedmaniane (eliminazione della sfera pubblica, libertà totale per le imprese, distruzione di ogni tipo di welfare) di Regan e della Tatcher procurarono  un enorme aumento del divario fra i più ricchi del mondo   (sempre di meno) e i più poveri  (sempre di più).  Gli anni ’80  ecco i veri anni piombo. Da qui è iniziato quel processo che in sei lustri  ha ridotto allo stato comatoso le classi subalterne e il proletariato mondiale, precipitando oltre la soglia di povertà anche parti delle middle class e della piccola borghesia.  Ma oggi sono forti e presenti  inequivocabili segnali che da quel coma ci si sta risvegliando. Il risultato del referendum di Mirafiori ne è una dimostrazione. La maggioranza  degli operai   (ricordiamo che i si hanno vinto grazie ai voti decisivi  degli "improduttivi"  colletti bianchi) votando no  al ricatto  di Marchionne , ha operato una scelta di solidarietà con le generazioni future. I tanti che hanno bocciato l’accordo capestro,   incuranti del rischio di essere  licenziati ,  hanno espresso  forte e chiara la volontà di costruire un mondo dove il lavoro torni al centro del progresso sociale, hanno espresso forte e chiara la voglia di liberare il sistema dalle asfissianti regole del mercato finanziario e tornare a progredire con i frutti della  propria laboriosità. Si guadagna lavorando  non  speculando, o  comprando e vendendo denari . QUESTE SONO LE REGOLE. Il  risultato, la di là dei trionfalismi di facciata, è estremamente pericoloso per Marchionne e il potere ultra liberista . Significa che il ricatto non funziona più, è segno che minacciare il licenziamento, se non si rinuncia alla propria dignità di lavoratore, non paga,  anzi alimenta il conflitto. Questo importante segnale, unito alle lotte degli studenti ormai diffuse in tutta Europa, alle rivolte di Tunisia e Algeria contro l’aumento dei prezzi e l’arricchimento smisurato delle èlite è sintomo che dal coma si può e si deve uscire. Basta continuare a lottare .

Il brano è "come in coma" di Daniele Sepe

"Il Piede e l'orma" è uscito il secondo numero

di Fausta Dumano


IL PIEDE E L' ORMA, numero due è stato presentato venerdì pomeriggio presso la libreria EDICOLE' ,il direttore della rivista è ALFONSO CARDAMONE, che non ha certamente bisogno di presentazioni.La redazione invece è ''itinerante'' vale a dire che si compone ogni volta secondo la tematica che viene affrontata. Oggetto di questo numero ''DALLE PARTI DI CAMUS''La scelta non è legata semplicemente all' anniversario, ma spiega il CARDAMONE, parlare oggi di CAMUS significa parlare di un'epoca delle migrazione della lotta per  l' affermazione della propria identità.CAMUS rappresenta un modello di scrittura di adesione alla realtà, capace di coniugare impegno e creatività. ''CAMUS è un pensiero di incontri , all' incrocio di una via puoi ignorarlo, ma se lo guardi , se lo osservi con lo sguardo impudico dell' innocenza, segna senso, direzione e verso alla tua strada''. Il novecento letterario si è chiuso con BORGES e YOURCENAUR che si dichiarano apolidi,così come durante la prima guerra mondiale si sviluppò nella letteratura del MITTLEUROPA , UNA VASTA LETTERATURA DEI SENZA PATRIA......Questa letteratura è una ricchezza di un mondo senza confini, senza bandiere, senza la peste del nazionalismo.La storia di CAMUS è ''il meticciato''la doppia cittadinanza.....questo secondo numero si chiude con un ponte verso il nuovo numero''MARGINI''.Ogni intervento di ogni autore meriterebbe un post a parte , citarne uno significa far torto all' altro. La rivista è possibile acquistarla presso Edicolè oppure abbonandosi





venerdì 14 gennaio 2011

Solidarietà ai lavoratori LSU del Comune di Priverno!

da Partito dei Comitati d’Appoggio alla Resistenza – per il Comunismo (P-CARC)
Sezione “Luigi Di Rosa” – mail: roccaseccapriverno@carc.it ;

Il Partito dei CARC esprime solidarietà ai quaranta Lavoratori Socialmente Utili del Comune di Priverno da più di una settimana in agitazione per difendere il loro posto di lavoro.
Oggi a Priverno 40 lavoratori, padri e madri di famiglia, si ritrovano minacciati di rimanere sul lastrico a causa delle politiche d’attacco ai diritti che Stato, Regioni e Comune stanno perpetrando contro di loro.

Le istituzioni per quasi un decennio si sono servite di questi lavoratori sottopagandoli e mantenendoli in una condizione di dura precarietà. Ciò nonostante durante tutto questo tempo gli LSU hanno garantito il funzionamento di importanti servizi comunali altrimenti vacanti. Per quasi un decennio le istituzioni hanno sempre risposto picche alla legittima richiesta degli LSU di essere stabilizzati e ottenere diritti e condizioni lavorative degne. Ricordiamo infatti che in tutto questo tempo gli LSU hanno lavorato senza cumulare contributi per la pensione (se non contributi “figurativi”) e  percependo al posto di un salario un sussidio da 400 euro.

Oggi il Comune di Priverno in combutta con la giunta Polverini vuole liquidare gli LSU e si dichiara pronto ad assumersi la responsabilità di lasciare sul lastrico 40 lavoratori e lavoratrici.
E’ proprio il caso di dire: città che vai, Marchionne che trovi!!
A Torino un manager senza scrupoli cerca di liquidare cinquanta anni di conquiste sociali della classe operaia. A Priverno la partita che si gioca è di diversa entità ma Macci ha in comune con Marchionne l’avidità, l’autoritarismo e il disinteresse per le condizioni di vita dei lavoratori.

Appoggiamo la lotta intrapresa dai lavoratori LSU del Comune di Priverno per chiedere il rinnovo dell’accordo tra Comune e Regione e l’impegno del Comune ad assumere gli LSU del Comune di Priverno. Abbiamo sostenuto le iniziative di lotta intraprese questa mattina e continueremo a farlo.

I lavoratori LSU per rendere la loro lotta vincente devono renderla ingestibile al Comune e alle Autorità tutte. Bisogna proseguire sul sentiero inaugurato questa mattina con l’occupazione dell’aula consiliare: nessun passo indietro di fronte ai tentativi dell’Amministrazione di spaccare il fronte dei lavoratori, di fronte a chi dice che “le casse sono vuote e gli LSU sono una spesa insostenibile”. Gli sperperi di denaro pubblico, i lussi e i privilegi che lorsignori (sindaci, politicanti vari, ecc.) si permettono sono una valida ragione per non cedere ai loro ricatti e pretendere la stabilizzazione e un lavoro dignitoso.

Tutti coloro che dicono di difendere i diritti dei lavoratori devono stare al fianco della lotta intrapresa dagli LSU: la lotta per il diritto al lavoro è una lotta di civiltà!

Da Mirafiori a Priverno la lotta  è una sola! Se vogliamo impedire l’indiscriminato attacco ai diritti, la devastazione ambientale in nome del profitto, corruzione, leggi ad personam, licenziamenti e disoccupazione è necessario lottare per un governo d’emergenza delle organizzazioni operaie e popolari. Da disoccupazione, precarietà e licenziamenti non ci salverà un governo retto dai servi dei capitalisti e degli speculatori che hanno creato la situazione in cui ci troviamo (PDL, PD, ecc.).
A disoccupazione, precarietà e licenziamenti si può porre rimedio soltanto con un governo che abbia nella difesa del posto di lavoro la sua missione costitutiva, un governo che abbia il suo primo centro di potere nella piazza e in quelle organizzazioni che come la FIOM, l’USB  ecc. hanno oggi un ruolo nella resistenza al procedere della crisi!

giovedì 13 gennaio 2011

Sì della Consulta, adesso la parola ai cittadini

da Ufficio Stampa Comitato Referendum Acqua Pubblica





La Corte Costituzionale ha ammesso due quesiti referendari proposti dai movimenti per l'acqua. A primavera gli uomini e le donne di questo paese decideranno su un bene essenziale. La vittoria dei “sì” porterà ad invertire la rotta sulla gestione dei servizi idrici e più in generale su tutti i beni comuni.
Attendiamo le motivazione della Consulta sulla mancata ammissione del terzo quesito, ma è già chiaro che questa decisione nulla toglie alla battaglia per la ripubblicizzazione dell'acqua e che rimane intatta la forte valenza politica dei referendum.
Il Comitato Promotore oggi più che mai esige un immediato provvedimento di moratoria sulle scadenze del Decreto Ronchi e sull'abrogazione degli AATO, un necessario atto di democrazia perché a decidere sull'acqua siano davvero gli italiani.
Il Comitato Promotore attiverà tutti i contatti istituzionali necessari per chiedere che la data del voto referendario coincida con quella delle elezioni amministrative della prossima primavera.
Da oggi inizia l'ultima tappa, siamo sicuri che le migliori energie di questo paese non si tireranno indietro.

Roma, 12 gennaio 2011




Tunisia e Algeria: RIVOLTE PER IL PANE

di Riccardo Bocchese  Lega Internazionale dei lavoratori (Lit)





La rivolta del pane dilaga in Tunisia. La ribellione è quella dei giovani che vediamo in queste ore nelle strade di molte città dell’Algeria e della Tunisia. Una ribellione diffusa e che sta contaminando e diffondendo il malumore verso gli sfruttatori, verso quanti, e sono poche centinaia di persone, gestiscono da decenni il potere con i privilegi e la ricchezza che questo comporta.
Il potere del capitale risponde. Nei modi che gli sono abituali: la repressione, l’intimidazione, la minaccia, le armi.
Ecco allora che in Tunisia il bilancio delle vittime nell’ultima settimana di scontri a Thala e Kasserine è salito a 50. Secondo quanto racconta la radio tunisina Kalima, i morti sarebbero almeno 16 nella città di Tala, 22 a Kasserine, 2 a Meknassi, 1 a Feriana e 8 a Reguab. Numerosi i feriti.

Piazze in rivolta in Tunisia e Algeria
In Tunisia la rivolta contro il carovita e la disoccupazione è iniziata il 17 dicembre dopo che Mohamed Bouazizi, un ambulante laureato di 26 anni, si era dato fuoco a Sidi Bouzid per protestare contro la polizia che gli aveva confiscato la frutta e la verdura che vendeva per sopravvivere. Il suicidio di Mohamed ha innescato una rivolta inedita e da metà dicembre i tunisini sono in strada. Soprattutto i giovani, spinti alla disperazione dalla disoccupazione e dall’ingiustizia sociale.
In Algeria le proteste sono cominciate il 4 gennaio a seguito della decisione governativa di aumentare del 20-30% i prezzi dei prodotti alimentari di largo consumo, come il pane.
Forti rincari anche per olio e zucchero. La tensione si sta diffondendo in un Paese in cui il 75% dei 35 milioni di abitanti, secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale, ha meno di 30 anni e il 20% dei giovani è disoccupato. Negli ultimi giorni quattro persone sono state uccise e circa 800 persone, tra le quali 300 agenti, sono rimaste ferite.
La repressione - che in realtà ha l'effetto di alimentare la rivolta - ha provocato anche quattro suicidi. Houcine, 22 anni, a Menzel Bouzaine davanti alla folla, ha gridato "non voglio più miseria e disoccupazione".
Le ragioni del malcontento dei giovani proletari tunisini sono simili a quelle dei loro coetanei algerini: la mancanza di lavoro e di prospettive. Ma in Tunisia c’è anche un’ansia di libertà: la rivolta non è solo contro i rincari alimentari, ma anche contro la censura e la mancanza di libertà di espressione.
I blog, facebook, la musica rap diventano le uniche forme di espressione, ma la censura sta arrivando anche lì. Il governo tunisino, per avere la meglio sulla protesta, sta impiegando gli hacker su internet per accedere agli account degli attivisti su Facebook, Google e Yahoo e intercettare i successivi passi della rivolta, secondo quanto denuncia la Commissione per la protezione dei giornalisti (Cpj). Ma la protesta non sta coinvolgendo solo i giovani. C’è stata, per esempio, un’altissima adesione degli avvocati tunisini allo sciopero di categoria: un segnale che testimonia il diffondersi del dissenso anche tra le classi medie. Il grido che sale dalla piazza mentre si bruciano le foto del presidente Ben Ali, da 23 anni al potere, è "barakat", basta!
Gli interessi italiani ed europei
Il ministro Frattini dichiara: “Sosteniamo i governi di Tunisia e Algeria. Noi condanniamo ovunque la violenza, ma sosteniamo governi che hanno avuto coraggio e costituiscono un’importante presenza mediterranea, soprattutto nella lotta al terrorismo”. Questo il commento del ministro berlusconiano di fronte alla repressione brutale dei governi di quei Paesi. Frattini peraltro è lo stesso ministro che si è recato in Tunisia in compagnia di altri ministri a ricordare Bettino Craxi, morto latitante ad Hammamet sotto la protezione proprio del presidente Ben Ali (divenuto presidente grazie ad un colpo di Stato “medico” nel 1987 quando il precedente presidente Bourguiba fu deposto facendolo giudicare dai medici inidoneo per senilità, agevolato da alcuni servizi segreti tra cui il Sismi italiano). Ma sono gli affari soprattutto a dettare questa presa di posizione, unica in Europa per il momento. Basta una veloce ricerca in rete per vedere quanto rilevanti siano gli affari italiani nel Magreb : sia con accordi per il gas e il petrolio (l’Eni con l’offshore del mar Mediterraneo proprio di fronte ad Hammamet), sia con le produzioni manifatturiere a bassissimo costo del lavoro (ad esempio Benetton che oggi conta oltre 5000 terzisti che lavorano nel nord Africa). Ma non manca la finanza con Mediobanca che partecipa ad una nuova banca tunisina con una quota del 30%.
E il gas ed il petrolio algerino sono da anni preda delle multinazionali anche dell’energia francesi e americane, e i fosfati marocchini altrettanto. Con tutti questi affari risulta difficile esprimersi contro chi permette tutto questo lucro.
Anche Francia e Europa non hanno nulla da dire. “C’è una lobby tunisina a Parigi – scrive Le Monde - fortissima sia a destra che a sinistra. La Francia sostiene questo regime dalla sua nascita nel 1987”.
La paura del Capitale: l’emulazione della rivolta La “rivolta del pane” per la prima volta ha coinvolto anche i giovani di Bechar e Maghnia, lungo la frontiera con il Marocco che, la sera di domenica 9 gennaio, sono scesi in strada a protestare. Ma l’emergenza supera i confini del Maghreb. La Fao ed il suo economista Abdolreza Abbassian hanno lanciato l’allarme sui prezzi dei cereali aumentati del 50% e sui conseguenti "rischi di rivolte sociali". Si registrano, infatti, tensioni anche in Asia, nello Sri Lanka, dove di fronte all’aumento dei prezzi delle derrate agricole, il governo ha deciso di mobilitare l’esercito per acquistare i prodotti dai contadini e rivenderli ai cittadini.
Che il Capitale cominci ad avere qualche timore lo si intuisce dall’interesse che i media cominciano a dare alla questione che fino a fine dicembre, nonostante i morti e gli scontri, non trovava spazio se non in qualche piccola nicchia.
Ora, il primo ministro algerino Ahmed Ouyahia è costretto a riferire che il Consiglio interministeriale ha adottato “una sospensione ed esonero dei diritti doganali, di tasse e imposte”, temporanea, su olio e zucchero, che permetteranno di ridurre del 41% i prezzi.
Ben Ali da Tunisi s’impegna a creare 300 mila posti di lavoro tra il 2011 e il 2012.
Per parte nostra, come rivoluzionari, non possiamo che essere pienamente solidali con i giovani in rivolta. La loro lotta, pur generata da cause apparentemente distinte, è in definitiva la stessa lotta dei giovani che in questi mesi hanno infiammato le piazze d'Europa, è la lotta per cercare un'alternativa al capitalismo e alla miseria a cui questo sistema sociale condanna l'umanità. Una volta di più emerge imperiosa l'esigenza di coordinare l'insieme di queste lotte nel mondo, costruendo una direzione internazionale rivoluzionaria, la Quarta Internazionale, che sappia sviluppare le lotte e le rivolte di piazza in rivoluzioni socialiste vittoriose.

mercoledì 12 gennaio 2011

La pena di morte in Italia

da SnORky

Verso il referendum di Mirafiori

di Luciano Granieri



Ti spremeremo fino a che tu non sia completamente svuotato e quindi ti riempiremo di noi stessi”

George Orwell  “1984”

Eccola la strategia di Marchionne, quella di spremere gli operai fino a ridurre le menti  a fogli bianchi su cui poter riscrivere il proprio sistema di schiavizzazione. Il referendum di Mirafiori non risponde a logiche di rilancio dell’azienda, ma all’esigenza dell’alienazione di un peso morto come i lavoratori, non più funzionali allo sviluppo  della fabbrica ma anzi inutili e dannosi. Elementi inibitori dell’incremento smisurato dei  profitti finanziari. I premi che percepisce  Marchionne sono legati all’entità dei dividendi che la sua strategia riesce ad assicurare agli investitori e non all’aumento delle vendite o alla conquista di quote di mercato. La  compressione dei diritti, così come definita, implica un risparmio sul costo del lavoro pari ad un misero 7%  Di venti miliardi promessi in cambio della schiavizzazione degli operai, per adesso solo uno è inserito nel piano industriale di Mirafiori. Un investimento insufficiente a sostenere  la produzione prevista  degli attuali modelli, più un Suv di lusso a marchio Alfa –Chrysler. Dunque la pianificazione dell’amministratore illuminato dal maglioncino blu appare inadeguata, non solo per un  rilancio produttivo, ma non è neanche sufficiente a fermare l’attuale emorragia  di vendite. E' invece molto efficace nell’ottica dell’aumento del profitto. (Si profila un ritorno sul capitale del 33%)  QUESTA E’ IDEOLOGIA E ATTO POLITICO VERO,  SOVVERTITORE  DELLE LEGGI E DEI PRINCIPI COSTITUZIONALI   . L’ideologia del corporativismo finanziario usa le regole del mercato senza mediazione per aumentare smisuratamente le ricchezze di pochi (che non lavorano)  ai danni dei  lavoratori che si trovano in numero sempre maggiore proiettati verso il  baratro della povertà. E’ l’ideologia promossa dall’iper liberista Milton Friedman  che prevede  l’eliminazione della sfera pubblica,  la liberazione della corporation da qualunque vincolo  e una spesa sociale ridotta all’osso. Altro che immobilismo ideologico della FIOM. E se gli altri sindacati non hanno  capito questa stritolante strategia o sono ignoranti e sono conniventi.