Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

lunedì 28 novembre 2011

Obbedire disobbedendo

Luc Girello - Laura Jurevich

Non c’è pace per il popolo dell’acqua pubblica. Dopo la straordinaria vittoria referendaria con la quale i cittadini hanno sancito che i beni comuni devono essere gestiti dalla comunità , sabato 26 novembre si è resa necessaria una ulteriore manifestazione per ribadire il concetto. Infatti in un paese in cui il profitto è sovrano nessuna espressione popolare, che ne pregiudichi le scorribande speculative, è ammessa. La democrazia è un orpello superato, antico, i referendum sono buoni per far giocare il popolo e illuderlo che conti qualcosa. Mentre i cittadini raccoglievano le firme, si davano appuntamento in 27milioni alle urne, il capitale li imbrogliava, li espropriava di ciò che è concesso per diritto naturale. L’art. 23 bis del Decreto Ronchi, relativo alle modalità di affidamento di tutti i servizi pubblici di rilevanza economica ai privati, abrogato dal quesito numero uno del referendum, viene impunemente reintrodotto nella legge di stabilità voluta dalla Bce che obbliga i comuni a cedere la loro parte di gestione dei beni comuni ai privati. L’eliminazione per via referendaria della voce “remunerazione del capitale investito” dalle bollette, con la seguente diminuzione della tariffa almeno del 7% non viene neanche considerata dalle multinazionali che gestiscono, in molte realtà locali, il servizio idrico. Non era mai accaduto che si continuassero ad applicare norme abrogate per via referendaria. Oggi accade perché non viviamo in uno stato di diritto. Siamo stati catapultati, a nostra insaputa, in un sistema in cui il diritto non è più contemplato, i lavoratori vengono derubati del frutto della loro fatica necessario a rimpinguare il capitale destinato alla speculazione finanziaria. L’innalzamento del livello di voracità di questo sistema richiede una risposta conflittuale molto più forte. Le lotta per l’acqua pubblica non può ripiegarsi su se stessa, ma deve aprirsi e unirsi alle altre lotte, come quella dei No Tav, degli indignati e di tanti altri conflitti sociali presenti sul territorio nazionale. La difesa dei beni comuni deve entrare in un quadro più ampio in cui è tutto un sistema ad essere messo in discussione. In quel 99% di persone a cui è tutto negato ci siamo tutti. E tutti insieme dobbiamo costruire un fronte di contrasto globale, capire che le nostre istanze devono costruire la base di una lotta unitaria. Vedere nelle foto della clip striscioni che invitano a non pagare il debito, constatare che altri soggetti come gli extracomunitari sfruttati nelle campagne, con il loro bagaglio di lotte, si uniscono alla protesta fa ben sperare. Ci fa capire che ancora non tutto è perduto.





Foto: Laura Jurevich
Musica: Modena City Ramblers  brani:  "Altra Italia" e "I que viva tortuga"

 Testo ed Editing: Luc Girello.

domenica 27 novembre 2011

2012, Fiat produrrà 300 mila auto in meno

fonte http://www.linkiesta.it

Il 2012 di Fiat non sarà un anno semplice, anzi. Linkiesta ha ottenuto e visionato i Piani operativi del Lingotto per il 2012. Mirafiori continuerà a veder ridotta la propria produzione industriale, proprio come lo stabilimento polacco di Tychy, uno dei fiori all’occhiello dell’amministratore delegato del gruppo, Sergio Marchionne. Caleranno anche i volumi di Melfi e Cassino, mentre Pomigliano passerà dalle 20.000 unità stimate a inizio 2011 a oltre 202.000. Merito della Nuova Panda, che entrerà a regime fra poco. Smantellata la produzione Fiat a Termini Imerese, sarà in crescita anche il sito serbo di Kragujevac, dove da giugno 2012 nascerà la monovolume L0, che sarà presentata nel prossimo marzo durante il Salone di Ginevra. Si conferma, in ogni caso, il netto calo della produzione per principali stabilimenti del gruppo. Se i Piani operativi di inizio anno prevedevano circa 1,3 milioni di vetture per Mirafiori, Melfi, Cassino, Termini, Pomigliano, Tychy e Kragujevac, cifra poi rivista a settembre, per il 2012 le auto che usciranno da questi impianti saranno 970.000. Diventa sempre più difficile, per gli stabilimenti italiani, contribuire al raggiungimento dell’obiettivo di 6 milioni di vetture l’anno previste da Marchionne per il 2014.
Mirafiori. Lo storico stabilimento torinese vedrà la propria produzione 2012 ridursi ulteriormente. Secondo le stime del Lingotto dalle linee di Mirafiori usciranno 59.600 vetture. Solo un anno fa, i Piani operativi di Fiat indicavano per il 2011 un volume produttivo di 83.000 unità, riviste poi a settembre a 68.900. Nel 2009 il volume previsto era stato di 172.000 automobili, mentre per il 2010 si era attestato a 123.000. Conservata la produzione di Musa e Idea, le piccole monovolume del Lingotto, ormai a fine carriera, il principale modello a essere creato a Mirafiori sarà l’Alfa Romeo MiTo, circa 43.800 unità. A inizio 2011 le stime per l’anno erano di 56.700 auto. Il calo della domanda a livello globale ha però costretto il Lingotto a correggere il tiro, portando le previsioni di settembre intorno a quota 45.800 vetture.
Melfi. Lo stabilimento italiano con il maggiore volume produttivo sarà interessato a sua volta dalla riduzione degli ordinativi. Da Melfi usciranno 223.700 automobili, molte meno rispetto alle 261.000 previste a inizio 2011, riviste poi in 249.800 nello scorso settembre. I principali modelli che usciranno saranno la Grande Punto EVO, ormai giunta a fine carriera (fra gennaio e marzo gli ultimi esemplari) e la sesta serie della Grande Punto, per la quale i volumi attesi sono intorno alle 223.00 unità. Molto dipenderà, per il bestseller di casa Fiat, dalle prospettive di crescita della domanda. Con uno scenario di recessione alle porte, sarà difficile che il gruppo possa rivedere al rialzo le stime.
Pomigliano. L’impianto Gianbattista Vico sarà quello che vedrà il maggiore cambiamento di Fiat degli ultimi anni. La produzione degli ultimi anni è stata molto sottodimensionata rispetto alle capacità del sito. Con l’attivazione delle linee della Nuova Panda, la produzione schizzerà dalle 20.000 unità stimate a inizio 2011 alle 202.700 previste per il 2012. La campagna di marketing della piccola di casa Fiat è già iniziata e potrebbe esserci un responso commerciale capace di innalzare le prospettive del Lingotto su Pomigliano.
Cassino. Anche per quello che Marchionne ha sempre definito «il miglior stabilimento del gruppo», la produzione calerà. E di molto. Dalle 182.000 vetture previste a inizio 2011 si passerà alle 135.400 per il 2012. I volumi si confermano comunque migliori rispetto al 2009 (110.000 unità) e al 2010 (124.000 unità). I modelli prodotti sono sempre le tre vetture del comparto C del Lingotto, cioè Alfa Romeo Giulietta, Fiat Bravo e Lancia Delta, che però stanno registrando una leggera flessione nelle vendite.
Tychy. «C’era una volta la Polonia». Questo potrebbe essere il titolo di un film sulla storia polacca di Fiat, in costante peggioramento negli ultimi tre anni. Se nel 2009 i volumi si sono attestati a 588.000 unità, nel 2010 è iniziato il declino a quota 534.000 vetture. Tutto sembrava andare per il meglio a inizio 2011, quando le stime vedevano una produzione di 563.000 auto, cifra poi rivista a 499.000 nello scorso settembre. Con la fuga verso l’Italia della Nuova Panda, parzialmente sopperita dalla nascita della nuova Lancia Ypsilon (83.200 unità stimate), il 2012 vedrà uscire da Tychy circa 348.600 automobili. Poco, troppo poco, per uno stabilimento da sempre valutato come uno dei punti d’eccellenza dell’automotive europeo. A trainare sarà sempre la Fiat 500, con oltre 148.500 unità prodotte. Tuttavia, il peggio per Tychy arriverà in prossimità del 2013. Nel novembre 2012 infatti finirà la produzione della Panda model year 2009, per il prossimo anno prodotta in 52.000 vetture. Non è ancora chiaro come saranno riutilizzate le linee produttive, ma è presumibile che sarà introdotta una nuova versione della piattaforma del pianale utilizzato da 500, Ford Ka e Ypsilon.
Kragujevac. Lo stabilimento serbo aumenterà la sua produzione nel corso del prossimo anno, portandola circa 30.900 unità. Un passo in avanti per Kragujevac, che nel 2009 produceva 14.000 vetture, nel 2010 circa 17.000, cifra calata a 11.000 nelle prime stime del 2011. Merito della monovolume L0, che entrerà in produzione da giugno per un totale di 26.400 auto prodotte nel corso del 2012. Sarà questa, ribattezzata già la Cinquecentona per via del pianale 500, la vettura che sostituirà Musa e Idea. Nelle intenzioni del Lingotto, che presenterà la L0 al Salone di Ginevra (marzo 2012), ci sarà anche uno sbarco negli Usa per la monovolume, che sarà declinata in diverse opzioni di carrozzeria.
Il futuro. Per Marchionne continuerà il traino da parte della compagine americana di Fiat, ovvero Chrysler Group. Il rilancio dei marchi Chrysler, Dodge e Jeep sta continuando con un buon ritmo, come dimostrato dalle vendite negli Usa. In ottobre il gruppo americano ha visto aumentare il volume del venduto del 27%, segnando il migliore ottobre dal 2007 e una performance positiva per il diciannovesimo mese consecutivo. Inoltre, Fiat ha annunciato un investimento di circa 500 milioni di dollari per lo stabilimento americano di Toledo (Ohio), dove sarà prodotta il nuovo fuoristrada su base Compact us wide, una versione allargata di quella utilizzata dalla Alfa Romeo Giulietta.
Di contro, sono pochi i nuovi progetti che il Lingotto sta portando avanti sui marchi italiani. Oltre ai rebranding, cioè Fiat Freemont, Lancia Thema e Lancia Voyager, i nuovi modelli scarseggiano e, complice il quadro congiunturale in deterioramento, è difficile pensare che ci sia spazio operativo per lanci commerciali oltre a quelli già programmati. Se il 2011 è stato particolarmente ostico per Fiat, a esclusione di Chrysler, il 2012 rischia di esserlo ancora di più.  


 


Il cinema e la memoria



sabato 26 novembre 2011   Il Cinema e la memoria Vittorio De Sica 110 con lode Frosinone, villa Comunale, via Cicerone h.17 
giovedì 1 dicembre 2011   Il Cinema e la memoria "La Ciociara" Frosinone, Cineteatro Nestor h.20.30 
  giovedì 22 dicembre 2011   Il Cinema e la memoria "Miracolo a Milano" Frosinone, Cineteatro Nestor h.20.30 
  giovedì 12 gennaio 2012   Il Cinema e la memoria "Ladri di biciclette" Frosinone, Cineteatro Nestor h.20.30
giovedì 19 gennaio 2012   Il Cinema e la memoria "Sciuscià" Frosinone, Cineteatro Nestor h.20.30 
giovedì 26 gennaio 2012   Il Cinema e la memoria "Il giardino dei  Finzi Contini" Frosinone, Cineteatro Nestor h.20.30

sabato 26 novembre 2011

Si scrive acqua, si legge democrazia

Roberto Fumagalli    Referente regionale Lombardia Referendum Acqua

  Con sentenza di oggi (venerdì 25.11.2011) la Corte Costituzionale ha dichiarato l'illegittimità costituzionale di parte della Legge Regionale della Lombardia sull'acqua.
Per la precisione la Corte ha bocciato parte dell'art. 49 della  L.R. n. 26/2003 (così come modificata dalla L.R. n. 21/2010, che i Comitati avevano duramente contestato), che riguarda gli affidamenti del servizio idrico.

La Legge lombarda contiene almeno 2 pesanti storture che chiediamo di modificare al più presto:
- contiene ancora il riferimento al Decreto Ronchi (art. 23 bis, che obbliga a privatizzare l'acqua), che non esiste più poichè abrogato dal Referendum (!);
- espropria i Comuni dalla titolarità del servizio idrico, che viene assegnata alle Province, sopprimendo le A.ATO sostituite con un fantomatico Ufficio d'Ambito provinciale.

Nelle scorse settimane il Coordinamento Regionale Lombardo dei Comitati per l'Acqua Pubblica, ha lanciato un 

Appello per l'acqua pubblica in Lombardia

 per chiedere le modifiche alla legge regionale.
Ora che la Corte ci ha dato ragione, Formigoni deve cambiare la legge al più presto!


Vi invitiamo a sottoscrivere l'Appello, inviando un'email a: info@contrattoacqua.it .


Con il presente Appello, il Coordinamento Regionale Lombardo dei Comitati per l'Acqua  Pubblica,  
a nome degli oltre 3 milioni e 700 mila cittadini lombardi (pari a più del 50% degli elettori) che ai  
Referendum del 12 e 13 giugno 2011 hanno votato Sì all’abrogazione delle norme che  
imponevano la privatizzazione e garantivano i profitti sulla gestione dei servizi idrici;


CHIEDE
1. al CONSIGLIO della Regione Lombardia di modificare la Legge Regionale n. 26/2003
(così come modificata dalla L.R. 21/2010) per la parte riguardante i servizi idrici, che
nel testo vigente prevede l’esproprio delle competenze dei Comuni (attraverso la
soppressione delle Autorità d’Ambito territoriale - A.ATO) e la privatizzazione dell’acqua (poiché contiene ancora i riferimenti al Decreto Ronchi, abrogato dal Referendum 
nazionale, che obbligava a cedere ai privati la gestione dei servizi idrici);

2. agli Amministratori dei COMUNI e delle PROVINCE della Lombardia di fermare le
procedure per la costituzione degli Uffici d’Ambito provinciale (in sostituzione delle
A.ATO) e di non attivare i processi di riorganizzazione della gestione dei servizi idrici
che avviano le gare o predispongono l'ingresso dei privati nelle aziende pubbliche
esistenti.
3. ai CITTADINI ed ai COMITATI dell’acqua di monitorare sui territori le decisioni che
saranno assunte dai Comuni e dalle Province, rispetto alla gestione dei servizi idrici
locali.
Se la legge regionale non verrà cambiata al più presto, il rischio è che l’acqua di tutta la
Lombardia finisca nelle mani di poche imprese private, italiane o straniere, interessate solo  a fare profitto. 
Il Coordinamento Regionale Lombardo dei Comitati per l'Acqua Pubblica formula le 
seguenti proposte:
salvaguardare la titolarità dei Comuni nel governo dei servizi idrici, prevedendo forme
di partecipazione della cittadinanza alle scelte sulla gestione dell’acqua;
garantire la gestione totalmente pubblica dei servizi idrici, attraverso l’affidamento ad
aziende di diritto pubblico di proprietà dei Comuni; 
 avviare un confronto politico per la riorganizzazione complessiva del servizio idrico 
che va ridefinito quale “servizio di interesse pubblico generale, privo di rilevanza 
economica”, attraverso la valorizzazione dei bacini idrografici esistenti in Lombardia, che  
devono essere amministrati dai Comuni e affidati in gestione ad aziende di diritto pubblico,  
garantendo il diritto all’acqua secondo principi di solidarietà. 
Perché si scrive acqua, ma si legge democrazia.

Servizio idrico Colleferro: risposte poco trasparenti dall’amministrazione.

Rete per la tutela della Valle del Sacco 


Per lungo tempo Retuvasa ha sottoposto agli amministratori di Colleferro alcune domande sul servizio idrico gestito da G6ReteGas (ex Italcogim), senza mai ottenerne risposta e di cui ripetiamo in sintesi i punti essenziali.

1-     Come si giustifica il rilevante aumento delle tariffe, senza autorizzazione alcuna da parte del Comune di Colleferro?
2-     Quali investimenti sono stati effettivamente realizzati dal concessionario  del servizio?

Nell’ultima seduta del consiglio comunale le risposte formalmente ci sono state, ma nel migliore dei casi non significano nulla, nel peggiore rafforzano  i nostri dubbi e timori.
 Doveroso ringraziare il consigliere Pierluigi Sanna, che ha condiviso e dato voce in consiglio comunale alle nostre richieste. Il quadro che si prospetta si può sintetizzare in pochi concetti.

Il servizio  idrico è gestito da un privato che si limita a intascare i soldi per gli allacci e riscuotere bollette, non investe un euro in nuove infrastrutture e mostra di non preoccuparsi di mantenere quelle esistenti.

Il Comune, che nel  lontano 1997 ha consegnato al privato il servizio idrico,  non interviene in modo adeguato a difendere ed informare  cittadini:

·        quando le bollette aumentano senza motivo 
·        quando non vengono rispettate decisioni assunte dal sindaco in persona, come quella del risarcimento nei casi di disservizi prolungati
·        Sono sempre e solo le finanze pubbliche a garantire gli  investimenti infrastrutturali o i necessari interventi di manutenzione, ma di ciò i cittadini non sono informati.

Le risposte fornite invece di chiarire suscitano ulteriori interrogativi ( rimandando al sito www.retuvasa.org per l'analisi puntuale delle risposte fornite dal comune).

Ogni aumento applicato dal gestore è legittimo solo se deliberato dal Comune e nel caso preso in considerazione non c’è traccia di delibera alcuna.

Il gestore in una lettera agli utenti afferma di aver informato il comune e cita a giustificazione tre delibere del CIPE . Da una prima lettura  si evince  che avrebbe dovuto semplicemente togliere il  minimo impegnato , senza aumentare di un centesimo le tariffe.
L’autorizzazione di eventuali aumenti è comunque subordinata al rispetto di un tetto e ad un complesso di condizioni riferite al rispetto dei vincoli contrattuali, agli investimenti effettuati  e alla qualità del servizio: in merito osserviamo la totale mancanza di trasparenza  ed aspettiamo un'adeguata documentazione dagli organi competenti.

Tra le risposte della giunta leggiamo: “I costi aggiuntivi saranno recuperati nelle bollettazioni successive”. Cosa significa questa affermazione? Che il  gestore avrebbe impunemente aumentato le tariffe, senza dover pagare  nessuna penale, come ci si aspetterebbe in caso di inadempienza contrattuale?

Ricordiamo che, oltre al mese di novembre 2009, il sindaco aveva garantito lo stesso esonero in tariffa anche del mese di ottobre 2010, per analoghi motivi. Sarà in grado di imporre al gestore il mantenimento delle promesse che fa ai cittadini? 

In generale, analizzando le delibere comunali, risalta l’assenza del gestore negli interventi di manutenzione.
Con quali soldi è stata pagata la ditta che ha ispezionato, rinvenuto e riparato il danno al pozzo n. 7? La gestione privata era stata introdotta a Colleferro, con apposito contratto di convenzione,  proprio perché, si diceva,  il privato avrebbe apportato capitali e competenze. Ci sembra che né l’una né l’altra siano arrivate.

Il pozzo n. 9 e le infrastrutture idriche e fognarie messe in opera al IV Km sono state finanziate da fondi regionali (fiscalità generale, quindi) per un milione e cinquecentomila euro. La progettazione, la direzione lavori e la realizzazione di questa opera non vedono mai Italcogim tra le ditte in appalto.

Sappiamo dell’incarico al prof. Rolle per una revisione del sistema idrico: ci chiediamo come mai un gestore che ha in mano la rete da oltre 15 anni non sia in grado di stilare un progetto innovativo della stessa. Incapacità o inaffidabilità? Perché il comune si è rivolto a personale esterno?

Un’altra particolarità della gestione idrica a Colleferro è che non siamo alla presenza di un solo privato, gestore della fornitura di acqua, ma di ben due. L’acquedotto non è unico, ma diviso in due parti.

In merito al primo abbiamo a disposizione alcune delibere di spesa del Comune che permettono un minimo di monitoraggio da parte dei cittadini.

Per quanto riguarda il secondo, quello del vecchio acquedotto Snia, non se ne sa quasi nulla. E’ certo che la società creata appositamente per sfruttare i pozzi presenti all’interno del sito industriale, il Consorzio Servizi Acqua Potabile (CSAP) intasca le bollette, di cui non si conoscono le modalità di composizione  e i parametri utilizzati a tale scopo.

Una domanda sorge spontanea. Se ci sono difficoltà nel controllo delle linee di alimentazione idriche sul territorio cittadino, chi controlla le forniture private e la manutenzione di CSAP, società partecipata da alcune aziende del Comprensorio industriale? Non per essere scettici, ma visto quanto avvenuto negli anni passati all’interno del sito industriale un minimo di preoccupazione ci sembra lecita anche se i controlli vengono effettuati periodicamente.

La situazione appena descritta riesce a spiegare ancor meglio il risultato straordinario del referendum del 12 e 13 giugno scorsi, in cui più del 70% degli aventi diritto al voto  del nostro comune si sono espressi per la ripubblicizzazione di tutti i servizi pubblici
.
Ora spetta alla nostra amministrazione il compito di rispettare la volontà popolare, con due semplici atti: l'inserimento nello statuto comunale del principio che l'acqua è un bene indisponibile al mercato e, successivamente, la costituzione di un'azienda speciale comunale, secondo principi di trasparenza, economicità ed efficienza, in grado di reinvestire gli utili per migliorare il servizio e non per gonfiare le tasche del privato, chiunque esso sia.

Controfinanziaria 2012

Rapporto Sbilancianmoci 2011 fonte http://www.sbilanciamoci.info/

Nel 13° Rapporto, la Campagna Sbilanciamoci! non si è soffermata solo sull'analisi critica dei contenuti della Legge di Stabilità e sul Bilancio dello Stato, ma anche su tutti i provvedimenti di correzione dei conti pubblici con effetti nel triennio 2011-2013
Analisi quindi ma anche, e soprattutto, proposte di intervento, organiche e concrete, per fornire un valido sostegno all’economia, al lavoro e al welfare interventi che vanno nella direzione di una fuoriuscita dalla crisi nel segno della giustizia sociale, della redistribuzione della ricchezza, della sostenibilità ambientale e di un nuovo modello di sviluppo. Nella manovra economica non si trova alcuna traccia di interventi per il rilancio di un piano di investimenti pubblici, nessun intervento a difesa del lavoro e dei redditi, nessuna misura per l’innovazione, la ricerca e lo sviluppo del capitale umano.
L'effimera Legge di Stabilità e un inconsistente “decreto sviluppo” sono provvedimenti inefficaci e socialmente iniqui, colpiscono le classi a basso e medio reddito, tagliano le risorse alle politiche sociali e rendono il paese ancora più indifeso; le disuguaglianze economiche non sono la conseguenza, ma la causa della crisi.
Le risorse potrebbero esserci se si andassero a prendere i soldi dove ci sono e dove 30 anni di politiche neoliberiste li hanno portati sottraendoli al lavoro e all’economia: patrimoni, profitti, rendite, grandi ricchezze. Proprio quello che il governo in questi anni non ha fatto, beneficiando gli evasori con lo scudo fiscale e con l’allentamento di quelle misure di controllo (come la tracciabilità dei pagamenti e la cancellazione dell’elenco clienti-fornitori) che avevano permesso fino a tre anni fa una più efficace lotta all’evasione fiscale, contro la quale Sbilanciamoci! propone: il ripristino dell’elenco clienti-fornitori per le imprese, il divieto di pagamento in contanti oltre i 100 euro e la reintroduzione del reato di falso in bilancio.

Tra le proposte di Sbilanciamoci!:

Lotta alla precarietà.
Oggi, il 29% dei giovani è disoccupato e tra chi lavora il 50% ha un rapporto di lavoro precario. Si propone un intervento per limitare la precarietà attraverso:
a) la concessione di credito di imposta fino a 3.000 euro l’anno per l’assunzione dopo due anni di rapporti di lavoro parasubordinati,
b) la previsione di una indennità di disoccupazione del 60% per sei mesi per tutti i lavoratori subordinati che abbiamo almeno maturato un anno di versamenti di contributi.

Riduzione dei programmi arma.
Chiediamo al governo italiano di non firmare il contratto per la produzione dei 131 cacciabombardieri Joint Strike Fighter. Chiediamo di cancellare i finanziamenti previsti per il 2012 per la produzione dei 4 sommergibili Fremm, dei cacciabombardieri F35, delle due fregate “Orizzonte”. Risparmio previsto: 783 milioni di euro.

Tassa patrimoniale.
In questa crisi i ricchi non stanno pagando alcun prezzo. Anzi lo scudo fiscale e l’allentamento della lotta all’evasione fiscale li hanno ancora di più premiati. Il peso della crisi ricade interamente sulle fasce più povere della popolazione. Proponiamo perciò una tassa patrimoniale del 5 per 1000 sui patrimoni oltre i 500mila euro, con alcune correzioni di carattere progressivo (possibile grazie alla registrazione dei beni sulla dichiarazione dei redditi) sul prelievo. In questo modo potrebbe entrare nelle casse dell’erario una somma intorno ai 10miliardi e 500milioni di euro.

Programma di piccole opere.
Di fronte ai faraonici programmi di “grandi opere” che producono ingente spesa pubblica, scarsi benefici sociali e danni ambientali per il territorio (e business per poche imprese), si propone invece un programma di “piccole opere” per il Mezzogiorno che riguardi interventi integrati – sociali, ambientali, urbanistici – che possono andare dalla sistemazione della rete idrica locale al recupero urbanistico dei piccoli centri, al risanamento ambientale di coste e aree montane. Si propone a questo scopo di chiedere la piena attuazione del Piano delle opere medio-piccole deciso in Cipe il 6 novembre 2009 che prevede dal 2010 al 2013 la spesa nel triennio 413 milioni degli 825 milioni di euro stanziati dal Comitato, a cui si chiede di aggiungere uno stanziamento di 500 milioni, da finanziare stornando la cifra corrispondente dagli stanziamenti previsti per le infrastrutture strategiche.

Fondo per la non autosufficienza.
Oggi il livello delle politiche pubbliche per la non autosufficienza è pressoché simbolico. Dal 2011 il Fondo per la non autosufficienza è praticamente azzerrato. Chiediamo perciò il ripristino dei 400 milioni di euro (stanziati nel 2010 e cancellati nel 2011) per le politiche pubbliche a sostegno della non autosufficienza.

Tassare i diritti televisivi per lo sport spettacolo.
Come per la pubblicità, il business dello sport-spettacolo ha effetti distorsivi sul mercato e distoglie risorse dallo sport per tutti. Si propone pertanto di adottare il metodo francese di tassazione dei diritti televisivi per finanziare lo sport per tutti e la costruzione di impianti pubblici polivalenti. Con un’aliquota del 5% sul totale dei diritti versati si potrebbero raccogliere circa 40 milioni di euro.

venerdì 25 novembre 2011

Napoli:Mani nere sulla città

Sergio Cararo : fonte  www.contropiano.org

I fascisti di Casa Pound vogliono allargarsi. Il tentativo di crearsi un insediamento stabile a Napoli, è un passaggio nel progetto di strutturazione di un movimento reazionario militante al servizio degli interessi della borghesia italiana meno “dinamica”.
I fascisti del “terzo millennio”, così si definiscono quelli di Casa Pound, puntano a costruire anche in una metropoli socialmente devastata e conflittuale come Napoli, un insediamento stabile per la loro presenza, così sono riusciti a fare in questi anni in numerose città italiane. La manifestazione convocata per sabato a Napoli e poi trasformata dalla questura in un presidio a piazza Carlo III, doveva servire ai fascisti per occupare un edificio e stabilizzare così la loro presenza. La pronta e decisa reazione degli antifascisti napoletani ha complicato parecchio la tabella di marcia dei fascisti. Ma, dalle notizie che circolano, questi non sembrano aver rinunciato alla loro “marcia su Napoli”. Come si spiega questa determinazione a voler mettere le mani e i piedi anche in una emblematica area metropolitana come Napoli?
Casa Pound, in questi anni, ha varato un sistema che somiglia molto ad una sorta di franchising, aprendo in molti centri urbani di grandi e piccole dimensioni proprie sedi e coordinandone le attività a livello centrale. Una diffusione capillare che rivela l'estensione della rete nera e la consistenza degli appoggi economici, istituzionali e politici di cui gode.
Ma a cosa possono essere utili i fascisti “nel terzo millennio”? Non essendoci all'orizzonte rivoluzioni proletarie o l'Armata Rossa pronta ad abbeverare i cavalli nelle fontane di piazza San Pietro, come si spiega l'esistenza, il rafforzamento, il sostegno ai gruppi neofascisti da parte di settori non irrilevanti della borghesia italiana?
Il primo dato che occorre non trascurare mai è la continuità dell'intreccio tra gruppi neofascisti , apparati dello stato, gruppi economici ben inseriti dentro gli interstizi remunerativi dei mercati.
Potremmo segnalare, solo per fare un po' di cronaca, gli intrecci e gli affari comuni emersi tra un faccendiere neofascista come Gennaro Mokbel con Lorenzo Cola, uomo dei servizi all'interno di Finmeccanica e società legate all'intelligence statunitense. Oppure gli affari comuni tra il “Madoff dei Parioli”, cioè il broker neofascista Gianfranco Lande, con l'altro ex Nar Pier Francesco Vito e una serie di società che hanno rastrellato soldi a palate rifilando una serie di fregature ai Vip del ricco quartiere dei Parioli a Roma, operazioni dentro le quali si è verificato l'omicidio del broker neofascista Roberto Ceccarelli. Potremmo tornare a documentare l'occupazione dei neofascisti di intere aziende municipalizzate nella Roma Capitale amministrata da Alemanno. Per non dimenticare lo strano ferimento del consigliere municipale neofascista Andrea Antonini mentre a Roma impazzano gli omicidi di una violenta “guerra di mala”. Oppure le storiche e rilevanti connessioni tra neofascisti e gruppi finanziari e imprenditoriali lombardo-veneti che hanno sempre il loro epicentro nel “cuore nero” di questo paese, ossia Verona.
Casa Pound è in qualche modo il braccio culturale-militare principale di una rete nera a volte conflittuale e mutevole al suo interno. Lo è, perchè ha costruito un modello efficace di radicamento e penetrazione nel territorio che si fonda sulla estetica del gesto (a metà tra l'azione dannunziana e Nietzsche), occupazioni e stabilizzazione di sedi pubbliche, rastrellamento di cospicui finanziamenti pubblici o “privati” che consentono di avere gruppi di attivisti a tempo pieno, attività culturali spregiudicate e trasversali (alle quali abboccano, a volte e come cretini, anche personaggi noti nella “sinistra”).
In sostanza Casa Pound sta operando e si sta candidando ad essere il nerbo di un movimento reazionario di massa che un pezzo di borghesia italiana - travolta e indebolita dalla crisi e dalla gerarchizzazione in corso nell'Unione Europea – potrebbe voler scatenare nel paese sia contro le forze della sinistra (ritenute nemiche per storia, dna e principi) che contro un altro pezzo di borghesia che invece punta ad agganciarsi al nucleo duro franco-tedesco sacrificando non solo i diritti sociali e dei lavoratori ma anche gli interessi di una parte della borghesia stessa, quella più debole e inadeguata a reggere la competizione globale.
Avere a disposizione una rete organizzata a e diffusa di uomini neri a tempo pieno, pronti a fare il lavoro sporco in tutti i sensi, capace di esercitare un minimo o un massimo di egemonia culturale sui settori sociali colpiti dalla crisi, è il ruolo che è stato affidato ai fascisti di Casa Pound. Per questo vanno contrastati in ogni città e in ogni luogo. Lo abbiamo fatto – e a ragion dovuta – nei decenni scorsi. Dobbiamo continuare a farlo anche dentro questa fase politica caratterizzata da una crisi di civiltà del sistema capitalistico del quale – checchè ne dicano nei loro documenti – i fascisti si sono sempre rivelati uno strumento.