Le rovine

"Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te"

Buenaventura Durruti

lunedì 19 marzo 2012

Chiediamo al ministro Gnudi chi deve pagare la crisi

Il segretario del circolo PRC di Cassino Riccardo Palma





 Sulle pensioni, l’Unione Europea è meno ipocrita del governo italiano e della maggioranza che lo sostiene. Dopo tante bugie sul fatto che gli italiani andavano in pensione troppo presto, mentre la media era in linea con quella europea, e che il sistema costava troppo, mentre l’Inps era abbondantemente in attivo, adesso con il Libro bianco della Commissione Europea c’è la conferma che già nel 2020, a causa della riforma Monti-Fornero, l’età di pensionamento in Italia sarà la più elevata tra i 27 paesi europei. Ma l’Europa non si accontenta di un governo che ha fatto i compiti per casa con più solerzia, e più iniquità, degli altri e raccomanda anche il concorso delle pensioni integrative private come integrazione del reddito degli anziani, visto che le pensioni, in rapporto alla retribuzione finale, si ridurranno in 40 anni del 15% dell’importo. E così si scopre palesemente il vero obiettivo della riforma Monti-Fornero: non mettere a posto conti che già funzionavano, ma fare l’ennesimo regalo a banche e assicurazioni.
La firma di Monti per conto dell’Italia sul fiscal compact europeo fa parte del golpe morbido che stiamo vivendo da alcuni mesi. Quell’accordo, imposto dalla Germania, stabilisce che ogni paese deve rientrare del proprio debito pubblico superiore al 60% in vent’anni. Per l’Italia, che ha il 120%, significa il 3% l’anno: in altre parole il debito deve essere tagliato di circa 45 miliardi l’anno. Visto come suggerisce di tagliarlo l’Europa delle banche (tasse inique, tagli al sociale e privatizzazioni), significa una manovra Monti all’anno per vent’anni. Cioè la recessione per un ventennio. Ma se crolla il Pil (recessione) anche il rapporto debito/pil – che è quello che conta – peggiora. E quindi tutte questa storia è inutile. Ma ci sono o ci fanno? Entrambe le cose. E’ un mix di folle ideologia liberista e di interessi di classe da parte di chi, come banche e multinazionali, vogliono la fine degli investimenti pubblici e del welfare state per privatizzare tutti i beni comuni e i servizi pubblici rimasti. E’ allarmante che il Parlamento voti compatto questa camicia di forza, mentre in altri paesi si farà il referendum. Come Rifondazione Comunista chiediamo a tutti i cittadini di informarsi e di dare battaglia insieme a noi prima che sia troppo tardi.
Quindi, i banchieri di governo sono all’opera. Mario Draghi dichiara la fine del modello sociale europeo e nessuno muove una piega. Mario Monti prepara nuove controriforme del diritto del lavoro (e qualcuna già la attua, come il decreto sulla causale del lavoro interinale). Intanto è certificato che i salari italiani sono tra i più bassi d’Europa. Infatti Eurostat “certifica” la miseria dei salari italiani. In Italia un lavoratore  percepisce la metà dei suoi colleghi tedeschi , olandesi e lussemburghesi. Tutto ciò è scandaloso!  Ma ancora più scandalose sono le politiche del governo Monti che attraverso la cosiddetta “modernizzazione” del mercato del lavoro e manomissione dell’articolo 18 vuole ridurre il potere contrattuale dei lavoratori ed aumentare il loro sfruttamento. In realtà si vuole scaricare su di essi  i costi di una crisi che ha all’origine proprio l’impoverimento di massa e le enormi diseguaglianze sociali (per fare un solo esempio basti guardare tanto i redditi e i patrimoni dei nostri sobri governanti). La redistribuzione delle ricchezze e il riequilibrio dei redditi oltre ad essere obiettivi ineludibili di giustizia sociale, sono quindi presupposti indispensabili per uscire dalla crisi!
L’attacco al mondo del lavoro continua a dispiegarsi. Marchionne si rifiuta di reintegrare i tre operai di Melfi: è un reato previsto dal codice penale ma nessuno batte ciglio. L’Unità viene tolta dalle bacheche di fabbrica e Confindustria plaude. E nessuno mette in discussione l’art. 8 della manovra dell’anno scorso. Come si fa a non opporsi a un governo così?
Siccome il posto fisso è monotono, adesso lo vogliono rendere anche pericoloso. Il governo Monti attacca anche la sicurezza sul lavoro, dopo quella del lavoro. L’art. 14 del Decreto Semplificazioni stabilisce infatti la “soppressione o riduzione dei controlli sulle imprese in possesso della certificazione del sistema di gestione per la qualità (UNI EN ISO-9001), o altra appropriata certificazione emessa, a fronte di norme armonizzate, da un organismo di certificazione accreditato.” Peccato che queste certificazioni non hanno niente a che vedere con la sicurezza nei luoghi di lavoro. Quindi ciò significa mettere una pietra tombale sui controlli. E anche qualora qualche controllo venisse fatto, sarebbe da condurre in “collaborazione amichevole con i soggetti controllati”: un eufemismo forse per dire di chiudere un occhio?
Dopo aver varato la più pesante controriforma previdenziale della nostra storia, senza un reale confronto con le parti sociali e senza una risposta politica e sociale minimamente proporzionale alla sua iniquità, il governo Monti sembra inesorabilmente avviato a manomettere l’art.18 e gli ammortizzatori sociali…
Ciò avviene in un contesto pesantemente devastato da crescenti disoccupazione, povertà e precarietà e mentre il “modello Marchionne” rischia di estendersi a tutto il mondo del lavoro, mettendo a repentaglio la stessa azione democratica dei sindacati e la possibilità dei lavoratori e delle lavoratrici di avere rappresentanza.
Se è in primo luogo necessario stare in modo forte e visibile al fianco della Fiom, che con coraggio e determinazione porta avanti una battaglia per arginare la folle applicazione dei dettami della Bce e della Confindustria, dall’altro lato non possono sfuggirci le nostre dirette responsabilità politiche. Anche in relazione alla travagliata e disarmante paralisi del Pd, le forze democratiche e della sinistra non impantanate nelle sabbie mobili del sostegno al governo Monti, non possono limitarsi ad un mero appoggio “di opinione” nei confronti delle lotte della Fiom e della tenuta della Cgil, oggettivamente in difficoltà. La portata storica dell’attacco in atto deve far prevalere su ogni altra possibile valutazione di tattica politica le forti ragioni dell’unità a difesa dei diritti del lavoro, della democrazia, della civiltà.
Occorre quindi concordare percorsi unitari di mobilitazione. Costruire insieme, ed in forma aperta, un’iniziativa politica forte e capillare volta alla difesa ed all’estensione delle tutele sociali nei confronti dei soggetti più colpiti dalla crisi e contro gli attacchi governativi e padronali ai diritti del lavoro, sarebbe un segnale importantissimo, che potrebbe avere una qualche efficacia nella situazione attuale e che potrebbe costituire un punto di riferimento rispetto alla sofferenza e al disagio sociale crescenti.
Per questo abbiamo organizzato un presidio  in data mercoledì 21 marzo dalle ore 9.00 alle ore 11 nei pressi della sede della CGIL di Cassino, in occasione, della venuta a Cassino del ministro Gnudi (in sostituzione di Monti, impegnato in altre vicende istituzionali) per chiedere al governo se la manovra che loro giudicano equa, debba essere pagata per l’80% dai lavoratori e pensionati, per il 15% dai redditi alti e solo del 5% dai ricchi. Abbiamo chiesto ai partiti di SEL e di IDV di Cassino di aderire all’iniziativa. Non hanno aderito. Chiediamo agli iscritti e simpatizzanti delle forze sane di essere presenti comunque all’iniziativa perché i provvedimenti del governo vanno ben oltre le visioni strategiche elettoralistiche del loro gruppo dirigente e producono effetti devastanti sulla qualità della vita delle cittadine e dei cittadini di questo paese. Hanno invece aderito la FIOM di Cassino, il Centro dei Diritti e l’associazione “Peppino Impastato”,  Invitiamo tutti i cittadini a partecipare. Facciamo sentire la nostra voce.

domenica 18 marzo 2012

Every Day is a Forza Luca Day

Simonetta Zandiri


    Oggi sono stata un paio d'ore con Luca. Sono passate quasi due settimane da quel dannato 27 febbraio, eppure mi sembrava un'eternità... Ho realizzato, all'improvviso, che queste ultime due settimane ad "alta intensità" ci hanno visti per così tanto tempo in azione, e senza sosta, da toglierci il tempo per pensare. Entrare in quel reparto, molto ben tenuto, con personale cordiale e attento, ma così "freddo" (proprio per le gravi condizioni dei pazienti) mi ha quasi costretta a fermare il tempo. E quell'ansia, quella velocità, quella rabbia... sono svanite, per un istante. Lasciando posto alla grande emozione di stringere nella mia mano quella di Luca, di guardare i suoi occhi, sempre scintillanti e intensi, di sentire le sue parole... Ho trattenuto le lacrime, perché penso che chi sta male abbia bisogno di sentire forza intorno a sé, ma sarebbero state lacrime di gioia, perché rivederlo così "vivo" e forte, nonostante una condizione davvero difficile (e, credo, anche dolorosa), è stata per me una gioia immensa! 
Luca è lo stesso di sempre, affaticato e messo a dura prova dal dolore causato anche dalle ustioni, ma sempre con il sorriso e con la curiosità di capire cosa è successo e cosa sta succedendo intorno a noi. Ho provato a spiegargli che quel suo gesto, per molti considerato "folle", ha dato una grande spinta non soltanto al movimento in Valsusa, ma in tutta Italia. Ho cercato di dirgli che, pur sapendo che lui cercava di guadagnare un po' di tempo perché altri compagni raggiungessero la baita il giorno dello sgombero, in realtà ha raggiunto risultati ben al di là di questo obiettivo, purtroppo mettendo a rischio la sua stessa vita. E così, con Emanuela, abbiamo ripercorso queste ultime due settimane, abbiamo raccontato quante manifestazioni, quanti blocchi, quante occupazioni, quante contestazioni, quanta solidarietà, quanto spazio dedicato anche dai media alle nostre ragioni, quanti VIP prima indifferenti alla nostra lotta ora si schierano dalla nostra parte e quanto, grazie a lui, ci sentiamo più forti.
Gli ho detto che, anche se dobbiamo ancora imparare a meritarcelo, ciascuno di noi ha compreso che senza rischiare qualcosa della propria vita, delle proprie finte certezze, non si otterrà nulla. E la straordinaria reazione e partecipazione alle tanti manifestazioni dimostra che stiamo tutti imparando a metterci in gioco e a rischiare. Semplicemente perché sappiamo che è la cosa giusta da fare. Sapeva che ci stiamo organizzando per dare un caloroso benvenuto a Monti, sapeva che i folletti dei boschi avevano di nuovo bloccato la A32, oggi, e sa che gli stessi folletti torneranno a pulire i sentieri del Clarea. Decisamente "preso bene" spera che la festa a Monti sia il successo che merita. Perché se è vero che per il movimento NO TAV non ci sono governi amici, è pur vero che questo è forse il peggiore dalla storia del movimento. Nonostante la sua condizione non è mancato il suo pensiero speciale per gli arrestati, per quelli ancora ai domiciliari, per tutti , insomma. Perché Luca è Luca! 
Gli si chiudevano gli occhi... ma non mollava.
Ho spento prima una luce, poi l'altra. Ascoltava ancora Radioblackout.... attentissimo... ho spento anche quella.
"Si, forse è meglio se dormo un po'", ha detto.
"Direi di si, Luca. Abbi cura di te, ti vogliamo bene.. "
"Anch'io vi voglio bene, dillo a tutti...."
"Lo sappiamo, Luca. Lo sappiamo!"

Sono uscita da quella stanza con un dubbio.
Non so se sono andata a portargli un po' della mia forza, oppure il contrario. Forse , ancora una volta, è stato lui a passarmi un po' della sua forza.
Quel che è certo è che sente la nostra solidarietà e vicinanza, e non vede l'ora di salutarci tutti.... ci vorrà ancora un po' di tempo, ma sentiamo i suoi pensieri, sentiamo la sua energia....continuiamo, insieme, a trasmettergli la nostra.

Because every day is a FORZA LUCA day! :-) 

P.S. un abbraccio speciale alla sua compagna, Emanuela... davvero una donna speciale!

GIU’ LE MANI DALL’ARTICOLO 18! SCIOPERO GENERALE SUBITO!

Lega Internazionale dei Lavoratori - quarta internazionale-



Monti si è vantato con Obama per aver varato la riforma delle pensioni “con sole tre ore di sciopero”. Il prossimo motivo di vanto, nelle intenzioni del premier, è riuscire a smantellare l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori con il consenso di Cgil, Cisl e Uil. La settimana scorsa la Fornero ha presentato a Confindustria e alle burocrazie sindacali un documento di cinque pagine che illustra le intenzioni del governo Monti in materia di lavoro (contratti, ammortizzatori sociali, licenziamenti). In cambio di qualche incentivo all’assunzione dei precari si propone il definitivo smantellamento dell’articolo 18, cioè della norma che tutela i lavoratori dai licenziamenti “senza giusta causa” nelle aziende con più di 15 dipendenti.
E’ uno dei più pesanti attacchi al mondo del lavoro dal dopoguerra ad oggi, sostenuto dal Pdl di Berlusconi e dal Pd di Bersani. “Dieci anni fa abbiamo cercato di fare la stessa cosa noi e sono state portate in piazza milioni di persone”, queste le dichiarazioni soddisfatte del Pdl: la differenza rispetto a dieci anni fa è che oggi, all’ombra del governo bipartisan Berlusconi-Bersani, la Cgil non chiama i lavoratori alla mobilitazione ma si prepara a firmare. Sono i frutti del famigerato accordo del 28 giugno scorso, che ha riaperto una nuova stagione concertativa, con Cgil, Cisl, Uil e Confindustria uniti contro gli interessi dei lavoratori. Durante il governo Berlusconi denunciavamo la “finta opposizione” dall’apparato Cgil, che mirava a tornare al tavolo della concertazione. I fatti ci hanno dato ragione: oggi la direzione Cgil è pronta a svendere persino i diritti democratici conquistati dai lavoratori con decenni di lotte.
La Camusso, spalleggiata dal Pd di Bersani, è disposta a firmare la "riforma" del lavoro in cambio di qualche ritocco: concessioni sugli ammortizzatori sociali (si chiede la conferma della cassa integrazione straordinaria e della mobilità: due strumenti che burocrazie sindacali e padroni utilizzano per far digerire ai lavoratori la pillola amara dei licenziamenti di massa) e “ristrutturazione" dell’articolo 18. Sull'art. 18 la differenza tra le posizioni della Camusso e quelle della Fornero non sono di sostanza e stanno cercando un'intesa che consenta alla Cgil di salvare la faccia accettando nei fatti la cancellazione dell'art. 18.
La verità è che le burocrazie di Cgil, Cisl e Uil hanno deciso di svendere gli interessi dei lavoratori sull’altare degli interessi di Confindustria, di Marchionne e della troika (Banca centrale europea, Fondo monetario internazionale, Commissione europea). E’ quello che sta accadendo in Europa anche dalla Spagna alla Grecia al Portogallo, dove, per pagare il debito dei padroni, si cancellano persino diritti democratici elementari della classe lavoratrice, conquistati con le lotte. Se passa lo smantellamento dell’articolo 18 le masse lavoratrici rischiano di fare un passo indietro storico: anche il diritto di sciopero, come già sanno milioni di lavoratori precari, sarà di fatto cancellato
E’ necessario che tutte le organizzazioni della classe lavoratrice si organizzino per respingere con la mobilitazione la "riforma" del lavoro. E’ necessario che la Fiom rompa con la burocrazia della Cgil che è pronta a svendere gli interessi dei lavoratori; che i partiti della sinistra (da Rifondazione a Sel) rompano con la prospettiva di una nuova alleanza di governo con la borghesia e col Pd, partito complice dell’attacco; che la Fiom, i sindacati conflittuali (Cub, Cobas, ecc), le camere del lavoro e le strutture in Cgil ostili all’accordo organizzino uno sciopero generale, nella prospettiva di un grande sciopero generale europeo che respinga al mittente i piani di austerità della borghesia. 

Mediazioni

Luciano Granieri


Nella settimana appena trascorsa,  si sono registrate grosse novità dal fronte del governo e della variegata coalizione che l’appoggia. Finalmente si è preso atto che, forse, il paese aveva bisogno di altro oltre alla distruzione del sistema pensionistico,  all’aumento delle tasse  per chi  già le pagava, all’aumento delle tariffe  e all’alienazione di un clamoroso risultato referendario . Si aveva bisogno di atti politici veri, altro che finte liberalizzazioni risucchiate nelle infinite trattative fra le lobby dei tassisti, farmacisti, avvocati , notai , che tutto hanno ottenuto tranne che cambiare realmente l’inamovibile status quo.  Era necessario ridare un minimo di visibilità ai partiti e ai loro leader oscurati dalle stupidaggini dette  dai vari ministri  nelle più disparate occasioni e dalle imprese mirabolanti della guardia di finanza in  libera uscita  nei  posti più ameni della penisola impegnata a far ticchettare un po’   più del solito  i registratori di cassa dei negozi di lusso. Dunque, dopo  la melina tentata fino all’ultimo dalle truppe berlusconiane, Monti ha voluto scoprire le carte sulle reali  potenzialità delle formazioni che l’appoggiano invitando Bersani (Pd) Alfano (Pdl) e Casini (Udc) a discutere su alcuni temi che esulassero dai tecnicismi economici che fino ad ora hanno dominato lo scenario politico. Invero si doveva discettare di giustizia e Rai, temi che stanno a cuore a Berlusconi, rappresentato dal suo delfino cammellato Angelino Alfano,  lavoro, tema che sta a cuore al Pd  e nulla che interessasse  l’Udc al quale basta solo il solito  presenzialismo opportunistico.  La trattativa era estremamente complessa perché ogni partito avrebbe dovuto portare a casa un risultato ottenendolo attraverso una doppia trattativa fra governo e compari di coalizione. Come sono andate le cose più o meno lo sappiamo,  Il Pdl ha ottenuto:  la  depenalizzazione del reato di concussione in modo da far saltare l’ennesimo processo a carico dell’ex premier , il processo Ruby,  l ‘abolizione  della legge sulle intercettazione , altro cavallo di battaglia del cavaliere, stop della riforma dalla Rai i cui vertici verranno rinnovati  secondo il vecchio  sistema pro domo  Arcore,  senza l’intervento di un commissario super partes,  regalo delle frequenze a Mediaset . In cambio è stato concesso da Angelino & Company  il via libera alla legge anti corruzione.  Una norma sacrosanta in una paese civile  ma, in questo caso, usata come gentile concessione del  Pdl al governo.  L’Udc  ha ottenuto la presenza al vertice del proprio leader e la rinnovata concessione a quest’ultimo  di decidere  con chi schierarsi a seconda dei propri interessi di bottega.  In cambio gli ex democristiani , da buoni ex democristiani, non hanno concesso nulla. E il Pd? Il Partito Democratico ha concesso  l’accelerazione della trattativa sul lavoro fra governo e parti sociali basata sul depotenziamento,  se non annullamento,  dell’articolo 18  e sulla diminuzione degli ammortizzatori sociali. Una posizione che la Camusso  stava per fare propria se nonché gran parte della dirigenza  CgIl,   oltre alla FIOM,  si è letteralmente sollevata costringendo la segretaria a  ritornare sui suoi passi. Quindi i democrat hanno subito la sonora bocciatura della loro idea di affidare la direzione della Rai ad un commissario, in attesa di modificare la legge Gasparri ed eleggere i nuovi dirigenti di Viale Mazzini secondo una nuova normativa. Ma come in ogni trattativa che si  rispetti dopo tante e tali concessioni qualcosa si sarà pure   portato a casa? Assolutamente NO.  ZERO VIRGOLA ZERO.  Anzi si è concessa ancora più mano libera al governo sul  processo di distruzione dei diritti dei lavoratori. Bravi quelli del Pd, non c’è che dire, hanno fornito un fulgido esempio a tutte quelle forze politiche che sono impegnate in trattative e in accordi, ad esempio in ambito elettorale locale, di ciò che NON si  deve fare per raggiungere un buon risultato e soprattutto di non FIDARSI MAI delle mediazioni  dei “RIFORMISTI” che contengono sempre un qualche cetriolo che va a conficcarsi nella solita parte anatomica dei cittadini. Per concludere dopo questo vertice abbiamo capito che Berlusconi è ancora saldamente in sella e cura come e meglio di prima i suoi interessi,  il governo è molto abile nel curare, come e meglio di prima, gli interessi dei banchieri che lo manovrano,  purtroppo l’interesse dei lavoratori e dalla società civile non è proprio contemplato perché chi dovrebbe rappresentarli,  partiti e sindacati è in tutt’altre trattative affaccendato. EVVIVA LA RAPRESENTANZA SOCIALE.

venerdì 16 marzo 2012

siamo tutti qui

Giovanni Morsillo


Abbiamo lasciato trascorrere un tempo sufficientemente lungo e accumulare un quantitativo sufficientemente consistente di provvedimenti che consentisse un giudizio concreto e non un pregiudizio sulla situaizone politica generale del Paese. Al di là del Presidente Monti e dei suoi ministri, dei quali ognuno sa la provenienza, la formazione, l'appartenenza sociale, le inclinazioni culturali. Quello che emerge, e di cui alcuni dei principali capi politici si vantano, è una sostanziale ed effettiva omologazione degli interessi rappresentati nelle istituzioni, cosa che consente oggi di fare e disfare le regole dello Stato e dell'economia, ossia delle condizioni materiali di vita delle persone, sia quelle perbene che quelle finora considerate fuorilegge.
Il tempo trascorso dalla nomina di Monti, che sancisce non solo formalmente il passaggio da una democrazia rappresentativa (già in mora e sterilizzata precedentemente) ad un regime tecnocratico, che vuol dire che non si confrontano più idee diverse di società, ma solo tecniche e strumenti via via preferiti per realizzare l'unica opzione considerata lecita ha confermato le premesse con cui si affacciava alla scena. Insomma, l'ideologia dominante e condivisa da tutti i gruppi dirigenti, quella capitalistica, sgombrato il campo da ipotesi alternative e da una reale partecipazione anche solo consultiva delle masse, si attrezza per affrontare dal suo punto di vista indiscutibile ed indiscusso i nodi funzionali del sistema che sostiene. 
Un esempio chiarissimo - fra i mille altri - è dato dall'esito del vertice di ieri fra i capi del PDL, del PD e dell'UDC, i quali attraverso sfumature che garantiscano i rispettivi interessi aziendali nel mercato elettorale populista, non hanno faticato molto a trovare una sintesi operativa che possa realizzare gli obiettivi di classe di questo sistema. Non fanno certo mistero di condividere l'impianto generale della tesi capitalista, che danno addirittura per scontato, e al massimo discutono sul come. Naturalmente condendo tutto con una generosa dose di retorica democraticista, anche qui usando un linguaggio "nuovo", meno ricco, più asciutto, degno di un'idea efficientista, ammiccante e sbarazzina, che privilegi il risultato sul metodo, che non si faccia troppi scrupoli quando in ballo c'è il succo.
Che i giornali della borghesia titolino oggi che "a Palazzo Chigi ha prevalso la responsabilità" è comprensibile. Però, quel titolo può essere letto anche in un modo diverso: per noi lavoratori è chiaro che costoro siano i responsabili, ma del decadimento della funzione democratica delle Istituzioni! Quale sarebbe infatti il senso di responsabilità di chi si mette d'accordo per accelerare la demolizione dei diritti del lavoro e della società? Di chi, cioè, non spende una parola per ricordare che la precarietà, il caporalato legalizzato oggi ha a disposizione un mostro normativo che consente di utilizzare il lavoratore con assai maggior flessibilità e discrezionalità di una macchina a noleggio? E che nello stesso tempo concorda nuovo terrorismo sociale ai danni dei lavoratori introducendo il licenziamento a piacere dell'azienda, per di più monetizzandolo in puro stile filantropico? 
E' grave, ma è conseguenza logica dei decenni che abbiamo alle spalle, che molti Italiani accettino le tesi della politica responsabile come prova di senso dell'interesse generale, mentre con ogni evidenza serve a rafforzare interessi assai particolari e a trasformare nel contempo la natura stessa dello Stato da democrazia in oligarchia. Questo voler a tutti i costi sostenere che collaborare con l'avversario sia un elemento di maturità fa il paio, ovviamente, con la tesi della fine delle ideologie, in realtà non finite ma abbandonate dai gruppi dirigenti autoreferenziali che hanno occupato il potere attraverso marchingegni elettorali di selezione non rappresentativa.
Terminato il lavoro difficile di porre fine alla rappresentanza, di svuotare cioè di ogni contenuto partecipativo la democrazia, la strada è tutta in discesa: si può procedere spediti, e lo si sta facendo a passo di cavalleria, verso la ridefinizione della Repubblica da solidale e democratica in mercantile e di classe. L'introduzione del pareggio di bilancio obbligatorio a prescindere dalle condizioni egenrali dello sviluppo, insieme alla distruzione dei fondamentali (ossia non rinunciabili, non disponibili, non opzionali) diritti del lavoro quale elemento fondante della libertà dell'individuo e della società, sono una pietra angolare su cui è iniziata l'edificazione del nuovo sistema di relazioni. Non capire questo e continuare ad appellarsi alle illusioni di resistenza che può opporre la parte più avanzata della società (la Fiom, i magistrati, parte degli intellettuali, ecc.) non è solo un errore: è un chiaro sintomo di quello che ha prodotto negli ultimi trent'anni la fine del sistema dei partiti di massa: non nel senso di quelli con milioni di iscritti, ma di quelli dove gli iscritti avevano un ruolo. E questo perché quelle illusioni sono del tutto dentro alla logica della delega, non della partecipazione: l'idea berlusconista secondo cui c'è qualcuno che risolve per te. Qui inizia davvero una Seconda Repubblica, perché qui si cambia la sostanza della Costituzione, per di più senza una Costituente e senza nemmeno il parere del popolo.
Le donne, sempre avanti con il pensiero sociale e con la pratica solidale rispetto alla società nel supo complesso, pur fra mille e una contraddizioni e anche qui con non pochi abbagli, hanno però messo in moto un movimento che hanno chiamato "Se non ora, quando?" Ecco, se non ora, quando? Chi o che cosa aspettiamo per riprenderci il diritto di cittadinanza? Perché non discutiamo di questo nelle sedi politiche invece di attardarci sulla scelta di quale corrente sostenere? Possibile che non si esca dalla concezione leaderistica dell'organizzazione e non si riesca a rimettere i bisogni sociali e delle persone al centro invece dei voti e degli apparati di potere?

Passaggio obbligato

Dante Barontini  http://www.contropiano.org

Con la “riforma del mercato del lavoro” si chiude la pagine gloriosa del movimento operaio del '900.
Nulla di quello che era stato conquistato resta in piedi. In meno di due anni l'offensiva padronale e liberista ha raggiunto obiettivi che sembravano irraggiungibili, se non dopo altri decenni di logoramento delle controparti.
Era scritto nel “modello Pomigliano”, dove per la prima volta il primato dell'impresa sul lavoro veniva esposto e strutturato senza più alcuna mediazione. Chi ha continuato a guardare all'indietro - sul piano storico e strategico - magari conducendo un'onesta battaglia in difesa dei “diritti”, è oggi completamente fuorigioco. Parliamo della Fiom, il più radicato e consistente dei soggetti conflittuali di questi anni, contro cui è lecito attendersi a breve un'operazione camussiana tesa al “commissariamento”. L'esclusione della minoranza dalla discussione in Cgil su “come giudicare” la riforma è più di un segnale: una dichiarazione di guerra senza quartiere, in cui non verranno fatti prigionieri.
Il lavoro non deve avere più diritti né rappresentanza. Questo ci dice l'”accordo” raggiunto al tavolo tra il ministro Fornero e le “parti sociali”, che chiude un'epoca e cancella tre sindacati confederali cambiandone per sempre funzione e ruolo. Per come è strutturata la prassi produttiva in Italia, lo svuotamento dell'articolo 18 – come riconosce anche Sergio Cofferati in un'intervista a il manifesto (“meno autonomia hai nel rappresentare i bisogni e punti di vista delle persone, più difficile diventa l'attività contrattuale”) - distrugge la possibilità del singolo lavoratore di metter bocca su quanto avviene sul posto di lavoro. L'unica attività “sindacale” possibile diventa perciò quella di “servizio d'assistenza”, anello di congiunzione tra le disposizioni dell'ufficio del personale e i minuti bisogni individuali (turni, straordinari, ferie, fisco, ecc).

Non sorprende che questo capitolo sia stato il meno “doloroso” nella cena tra Monti e i tre segretari di partito che lo sostengono: l'adesione ai principi del mercato liberista – o più brutalmente agli interessi dei grandi gruppi multinazionali, banche in prima fila - è tale che certe istanze semplicemente non vengono più considerate, nemmeno strumentalmente, dal punto di vista elettorale futuro. Ai berlusconiani interessava soltanto il completamento del “salvacondotto” già concesso al Cavaliere, con una revisione del reato di concussione che gli permettere di sfangare anche il “caso Ruby”; e di tamponare l'adeguamento “europeo” delle norme contro la corruzione. Al Pd, invece, interessava solo di non essere estromesso defintivamente dalla Rai. A questo è ridotta la “visione strategica” dei più grandi partiti.
Non deve dunque sfuggire la forza costrittiva della “cornice europea”, che detta trasformazioni e riposizionamenti con la brutale evidenza di una “mancanza di alternative”. Bce, Ue e Fmi pilotano le mosse del governo, è vero. Ma sono enormemente facilitati nel compito dal nanismo degli interessi particolari attorno a cui sono aggregati quei tumori impropriamente chiamati “partiti” presenti in Parlamento. È illuminante come il Corsera sintetizzi il punto: “Le esigenze europee dettano ai tre leader un percorso obbligato”. Europa, diktat, direzione, obbedienza. Si ammette qui apertamente che, nell'ordine nuovo europeo, il centro di comando è spostato altrove. E ai “leader” politici nazionali è riservato lo spazio e la funzione di un Quisling, un Karzaj, un Jalil: amministratori locali conto terzi.

Come se ne esce?
Non è tempo di parole grosse sparate con leggerezza. Va reso merito alla Fiom di avere imposto, sui media mainstream, il discorso sulla necessità di un “nuovo modello di sviluppo”, che fin qui era stato patrimonio solo di soggetti politici e sindacali (vedi l'Usb) accuratamente emarginati dal circuito mediatico dominante. Ma questo è un discorso radicale, che rovescia giustamente l'ordine della priorità imposte come senso comune. È un discorso che richiede l'elaborazione di una prospettiva di cambiamento radicale, l'articolazione di un programma di rivendicazioni sociali tale da sollevare, strutturare e orientare momento per momento un movimento politico di massa di lunga durata. Non deve e non può restare una suggestione con cui valorizzare una prassi sindacale – per quanto buona – condannata al confinamento o all'asfissia sul piano strategico.
Il movimento No Debito è solo un primo passo su questa strada. Guai a montarsi la testa e a sopravvalutarne l'influenza, ma è un passo nella direzione giusta. Non dubitiamo che, in questo contesto sociale e politico, troveremo molti compagni di strada disposti a lavorare. Un primo appuntamento è la manifestazione nazionale del 31 marzo a Milano. Ma troveremo anche l'attenzione malevola del potere, come si è visto davanti al Cipe e nei tentativi di sgombero delle occupazioni di case successivi.

giovedì 15 marzo 2012

Lavoratori senza ambivalenze e doppiezze

Lucia Fabi,  Angelino Loffredi

 Tanti operai avevano trascorso la nottata al riparo della tenda “ Giarabub”, la quale ben impermeabilizzata non aveva permesso che la pioggia,  scesa durante la notte  bagnasse i presenti. La tenda era stata collocata ai margini della strada, davanti i cancelli del saponificio, nello stesso posto dove ora è sistemato il monumento che ricorda il sacrificio di Luigi Mastrogiacomo.
Non siamo in grado di riportare con esattezza le dimensioni, possiamo scrivere che la stessa durante i campeggi estivi era in grado di ospitare 20 posti letto, oltre la cucina e il magazzino.
A fianco della tenda gli operai sistemarono una macchina con amplificazione e altoparlante, pertanto, sin dalla mattinata dell’8 novembre sotto la stessa si muoveva e si andava organizzando un vero quartier generale con tavolo e sedie. Si era,quindi, nelle condizioni di discutere con i cittadini e con delegazioni operaie che venivano dalle varie realtà del territorio. L’altro dato veramente significativo da riportare riguarda il fatto che davanti ai cancelli del saponificio lo schieramento di poliziotti e di camionette si era notevolmente ridotto e, a sentire qualche sindacalista, l’atteggiamento dei pochi poliziotti rimasti non era più provocatorio.

Su sollecitazione del Prefetto, Sante Iannone, alle 17, presso l’Ufficio Provinciale del Lavoro doveva tenersi un incontro fra le parti ma Annunziata, senza addurre alcun motivo, non si presenta.
A fronte di tale ingiustificata diserzione è lo stesso Prefetto a convocare per le 19 in Prefettura Antonio Annunziata e le organizzazioni sindacali. Il Commendatore a questo autorevole invito non può sottrarsi, pertanto, si presenta con puntualità.
Da quello che riporta Luciano Renna su “ Il Messaggero “ del 9 novembre, il Prefetto assume un  ruolo decisivo e ben determinato, infatti entra nel merito della trattativa per fissare il prezzo del premio “una tantum “.
Ricordiamo che nell’ultimo incontro tenuto fra le parti le organizzazioni dei lavoratori avevano chiesto una cifra fra 13.000 e 17.000 lire mentre Annunziata aveva risposto con la somma di 8.000 lire. Posizioni così  lontane avevano portato allo sciopero.
Non siamo in grado di riportare dettagliatamente come si svolse la discussione, possiamo solamente scrivere che  nel momento in cui il Prefetto fissava il prezzo”una tantum “ a 9.260 lire a persona, tale cifra veniva accettata da tutti.
Alle 23 dello stesso giorno presso il Cinema Moderno di Ceccano veniva convocata l’assemblea generale degli operai per discutere l’accordo preso in Prefettura.
In una atmosfera molto tesa, con gli animi accalorati e preoccupati avviene un fatto clamoroso: l’ipotesi di accordo veniva respinta, gli stessi sindacati venivano sconfessati, ma fortunatamente il senso di responsabilità rimaneva integro.

Il Prefetto nella tarda mattinata di giovedi 9, presente Tommaso Bruni vicedirettore dell’Ufficio Provinciale del Lavoro, riconvocò per via telefonica, in Prefettura, le parti. L’incontro dura dalle 12 alle 14,30 e si conclude con un accordo. Dal verbale dello stesso, in nostro possesso, siamo nelle condizioni di riportare che “ il comm. Antonio Annunziata aderendo a proposta formulata dal Prefetto, si dichiara disposto a corrispondere lire 10.000 pro-capite a tutti gli operai, a titolo di indennità una tantum”.
La corresponsione della stessa verrà fatta sabato 11 novembre.
La Società  s’impegna, inoltre,  a computare la giornata di sciopero del 9 novembre in conto ferie. Tutti i presenti, invitati dal Prefetto, sottoscrivono l’accordo. Sempre dal verbale risultano quali sottoscrittori: Antonio Annunziata, assistito da Francesco Galella, Giuseppe Malandrucco per la Cgil, Nicola Sferrazza, per la Cisl, e i membri della Commissione Interna Giuseppe Di Piazza, Luigi Roma e Osvaldo Rocca.
Il nuovo accordo, ovviamente, deve essere esaminato ed approvato dall’assemblea generale degli operai. L’incontro, convocato a voce e con altoparlante istallato sulla macchina che circolava in Ceccano, si tenne  presso il Cinema Moderno e durò dalle17,45 alle 20,45. La sala non riuscì a contenere tutti i presenti. Furono 3 ore di discussione aperte da Malandrucco e Sferrazza per motivare l’accordo. La proposta  immediatamente ricevette contrarietà e grandissime  contrapposizioni. La tensione rimase altissima per tutta la durata dell’ incontro, ma non ci furono atti rissosi. Gli interventi che si susseguirono in modo incalzante ed appassionato furono di Giovanni Iannucci, Giovanni Raimondi, Giovanni Loffredi, Francesco Guarcini, Domenico Tanzini e Antonio Mattone. Sei interventi esposti senza ambivalenze e doppiezze, privi di incertezze, diversi per motivazioni ma tutti convergenti nell’affermare che l’accordo così come era sottoscritto non poteva essere approvato. Il dato che  inequivocabilmente si stava affermando era l’adesione molto estesa ed evidente a tali dichiarazioni.
Negli interventi degli operai si chiedeva che il prezzo del” una tantum “ dovesse fare riferimento a 110 ore di lavoro, intese come risarcimento per le inadempienze contrattuali.
L’assemblea venne chiusa dall’intervento di Nicola Sferrazza che saggiamente non pose ai voti la proposta di accordo, ma prese atto che gli operai dopo tre giorni di sciopero fra violenze, trattative e discussioni interne, non mostravano cedimenti ma al contrario intendevano proseguire ancora la lotta fino all’accettazione delle proposte .